di Valerio Fioravanti
Il Riformista, 26 aprile 2021
Il 16 aprile scorso, 24 senatori "liberal" hanno esortato Biden a chiudere Guantánamo. La loro posizione è netta: "Guantánamo è simbolo di illegalità e violazioni dei diritti umani. Ha danneggiato la reputazione dell'America, alimentato il fanatismo anti-musulmano, e indebolito la capacità degli Stati Uniti di contrastare il terrorismo e combattere per i diritti umani e lo stato di diritto in tutto il mondo".
Nessuno tocchi Caino segue con regolarità le vicende di Guantánamo, e dei processi militari che non riescono nemmeno a iniziare. In quel luogo si addensano molte contraddizioni del sistema giudiziario statunitense, e più in generale di un sistema democratico quando decide di prendere delle scorciatoie. Al termine della guerra Ispano-Americana nel 1898, gli Stati Uniti "liberarono" Cuba dal dominio coloniale spagnolo, e per "riconoscenza" le nuove autorità insediate concessero in usufrutto gratuito eterno l'estremità orientale dell'isola, quella dove era sbarcato Cristoforo Colombo. Gli Usa ci impiantarono una base navale, che però non fu mai considerata di fondamentale rilevanza, nemmeno dopo la rivoluzione comunista, perché a meno di 200 chilometri dalla Florida, dove era più facile ed economico tenere navi e personale.
Guantánamo è invece tornata utilissima quando, pochi mesi dopo gli attentati dell'11 settembre 2001, l'amministrazione Bush decise di "rastrellare" sospetti qaedisti in giro per il mondo. Con modi spicci, utilizzando "informatori" e non vere e proprie indagini, gli Usa sequestrarono cittadini stranieri, li tennero per mesi e anni in prigioni segrete della Cia all'interno di basi militari in altri paesi e li interrogarono utilizzando varie forme di tortura. Se queste persone fossero state portate a giudizio in un normale tribunale, i difensori avrebbero, ovviamente, contestato le torture. Le quali sono tutte avvenute con il tacito consenso delle autorità dei paesi che ospitavano i "black sites", i "siti neri" della Cia.
Nel tentativo di tenere in equilibrio alcuni dei diritti "incomprimibili" della difesa, ma anche i "diritti" della Cia a non far arrestare i propri funzionari e i "diritti" del governo Usa a non crearsi gravissime crisi diplomatiche con i paesi che avevano collaborato, si è pensato alla strana soluzione "oltreoceano" di Cuba, e a processi celebrati in corti militari e non federali. Con queste premesse Guantánamo nel corso di ormai quasi 20 anni ha "ospitato" circa 780 prigionieri. I processi non sono mai riusciti a partire, troppe le questioni preliminari che si sono rivelate insormontabili, e troppi soprattutto i detenuti nei confronti dei quali l'amministrazione non è nemmeno riuscita a formulare accuse precise. Tolti una decina di casi, nessuno dei detenuti di Guantánamo, a 20 anni dall'arresto, è mai stato nemmeno rinviato a giudizio. Uno solo è stato processato e condannato. Nel corso degli ultimi anni, 731 detenuti sono stati "restituiti" ai paesi da cui erano stati prelevati, nove sono morti di malattia e alcuni liberati. Oggi ne rimangono 40. Pochi, ma comunque un grosso problema.
I senatori delineano i passi da intraprendere: ripristinare l'ufficio del Dipartimento di Stato, smantellato dall'amministrazione Trump, adibito alla negoziazione con i governi stranieri per trasferire i prigionieri in altri paesi; negoziare trasferimenti all'estero per tutti coloro nei cui confronti l'amministrazione non riesce a formulare incriminazioni precise; utilizzare i tribunali federali per perseguire accordi di patteggiamento con i detenuti e consentire loro di scontare la detenzione residua all'estero. Le probabilità di successo di Biden non sono chiare. Obama appena entrato in carica emise un ordine di chiusura, ma la procedura venne bloccata da una veemente opposizione, non solo repubblicana. E a guardar bene, in effetti, anche questa lettera è firmata solo da metà dei senatori "liberal" che dovrebbero aiutare Biden in questo passo storico.
A margine di tutto questo, ma è il margine migliore, dobbiamo ricordare che tutte queste informazioni, e altre, sono aggiornate da un sito del New York Times che si chiama "The Guantánamo Docket". Tutti i "prisoners" sono identificati per nome e tracciati in tempo reale. È un servizio "di democrazia" sconosciuto in Italia dove, ad esempio, i detenuti al 41 bis sono "oscurati" da una specie di segreto di stato che i "grandi" media non ritengono di dover scalfire, e lasciano a quelli "piccoli" come questo il compito di difendere lo stato di diritto.
di Alessio Ribaudo
Corriere della Sera, 26 aprile 2021
Nadia De Munari, vicentina di Schio, 50 anni, aiutava i bambini poveri nel Paese sudamericano. È ritrovata agonizzante a letto mercoledì mattina, colpita alla testa e alle braccia con un martello o un'ascia. Aveva scelto di vivere fra i bambini poveri delle alte montagne del Perù. Quelli che scendono dalla Sierra andina alla prima città di mare con famiglie che sognano un futuro diverso, finendo spesso nella baraccopoli di Nuevo Chimbote. Nadia De Munari, vicentina di Schio, 50 anni, non sapeva che quella sarebbe stata la sua ultima missione.
Dopo una vita dedicata agli altri, qualcuno ha infatti messo la parola fine alla sua e l'ha fatto in un modo violento: a colpi di martello o di ascia o di machete. Mercoledì mattina l'hanno trovata agonizzante nella sua camera da letto, all'interno del centro Mamma Mia, una delle case famiglia volute da padre Ugo De Censi nell'ambito dell'Operazione Mato Grosso. Aveva delle brutte ferite alla testa e una frattura al braccio destro. Dopo un primo ricovero all'ospedale di Chimbote hanno dovuto portarla alla clinica giapponese-peruviana di Lima, 600 chilometri a Sud, per un intervento chirurgico delicatissimo. Tutto inutile: Nadia non ce l'ha fatta.
Le ipotesi - C'è dunque un delitto e un assassino su cui indagare. Si era pensato a un rapinatore per il fatto che non si trova il telefonino di Nadia. "Ma è sparito solo quello, non i soldi e comunque l'aggressore si è diretto subito in camera da letto, senza toccare nient'altro", precisa padre Raffaele al telefono. Lui gestisce le case famiglia e ha seguito Nadia nei suoi ultimi giorni accompagnandola da un ospedale all'altro. Hanno pensato al martello come arma del delitto perché pare che la Scientifica della capitale peruviana, che ha fatto i rilievi sul posto, abbia trovato delle tracce di sangue sull'attrezzo.
"Ma il medico che l'ha operata alla testa mi ha detto che la ferita farebbe pensare di più a qualcosa di tagliente", aggiunge il religioso. Non ci sono testimoni oculari, anche perché la missionaria, laica, viveva da sola al terzo piano della casa. Il delitto sarebbe stato commesso di notte, dopo che tutti i volontari erano andati a letto. La regola interna stabilisce degli orari: alle 21.30 ci si ritira, sveglia alle 6.30 per la preghiera che introduce alla giornata lavorativa. Quella mattina Nadia non si è presentata. I volontari l'hanno cercata al telefonino che suonava a vuoto, sono quindi entrati in casa e hanno capito tutto. Pare che anche un secondo telefonino sia sparito dal centro e che un'altra persona sia stata aggredita. La sua testimonianza potrebbe essere utile.
"Sono però episodi scollegati", dicono quelli della casa famiglia. "Per me non è stata una rapina, forse una vendetta personale, magari anche per motivi poco importanti", sospira padre Raffaele. Lui ha vissuto con Nadia gli ultimi, difficili giorni. "A Chimbote, prima di sedarla, aveva risposto alle poche domande dei medici. E anche dopo la sedazione, nonostante non parlasse, rispondeva con cenni della testa. La situazione era però critica ed è peggiorata con il lungo viaggio da Chimbote a Lima. Interminabile, siamo andati con l'ambulanza, poi non si trovava posto per via del Covid. Qui è terzo mondo, non è facile".
Chi era - Nadia, maestra d'asilo, era partita nel 1990 per l'Ecuador, sempre in America Latina. Poi il Perù, dal 1995. "Abbiamo iniziato insieme - racconta Rosanna Stefani, l'amica di sempre. È rimasta per oltre 20 anni sulla Sierra, a 3.400 metri di quota. Poi padre Ugo decise di aprire a Chimbote queste scuole per bambini molto poveri che scendevano in massa dalle montagne. Sulla costa le chiamano "invasioni". Nessuno ci voleva andare, solo lei. Faceva parte del suo cammino. Nadia era speciale, aveva un'indole pacifica. Su questa terra ha fatto solo del bene".
di Orlando Trinchi
Il Dubbio, 26 aprile 2021
Intervista all'attivista Jovana Kuzman, del movimento "Italiani senza cittadinanza". "Preferiamo non ancorarci ad alcuna forma, quello che ci interessa è il contenuto". L'attivista Jovana Kuzman delinea senza orpelli l'essenza del movimento "Italiani senza cittadinanza".
Kuzman, lo Ius soli rappresenta uno dei cardini del programma politico del nuovo segretario Pd Enrico Letta. Ciò la fa ben sperare?
Come movimento, abbiamo sempre chiesto una modifica della legge che tenesse conto non solo di chi nasce in Italia ma anche di chi vi arriva da piccolo. Per chi giunge in Italia in tenera età, infatti, la procedura è molto più lunga e difficile rispetto a chi vi nasce. Sono anni che ci battiamo in piazza, organizzando manifestazioni e incontri e dialogando con politici di varia estrazione, aspettando che i tempi siano maturi e si riscontri un reale impegno politico. Questo è un governo appoggiato da un'ampia maggioranza: in teoria, se ci fosse una volontà comune, i numeri non mancherebbero. Sicuramente ciò che serve è una legge che tenga conto delle nostre difficoltà.
Ce ne potrebbe parlare?
Per chi nasce in Italia, aspettare fino ai diciotto anni per ottenere la cittadinanza rappresenta senz'altro un'attesa lunga, nonostante dal 2013 ci si possa avvalere di certificati vaccinali o scolastici per coprire eventuali buchi di residenza. Diverso il discorso per chi vi arriva da piccolo ma non vi nasce: nel caso in cui il genitore ottenga la cittadinanza quando il ragazzino è ancora minorenne, anche lui diventa cittadino italiano, ma se il genitore ha fatto domanda e nel mentre il figlio diventa maggiorenne, tutta la famiglia risulta italiana e il ragazzo, a livello documentale, rischia di rimanere uno straniero. Inoltre, sono stati spesso indetti viaggi d'istruzione a cui i ragazzi con permesso di soggiorno non potevano prendere parte - perché magari i visti erano molto costosi - o banditi concorsi rivolti esclusivamente a cittadini italiani o dell'Unione europea. Durante l'attuale emergenza, sono stati emessi diversi bandi per medici o operatori sanitari che non contemplavano individui senza cittadinanza italiana o permesso di soggiorno di lungo periodo. C'è stata una battaglia di diversi movimenti per la cittadinanza per far riconoscere che, in un momento come questo, i bandi debbano essere aperti a ragazzi che, pur non essendo cittadini italiani, hanno studiato e si sono formati in Italia. Altro problema fondamentale: non possiamo votare. Il voto rappresenta un grande gesto di partecipazione che ti fa sentire parte di un Paese, mentre invece noi, cresciuti in Italia, parte integrante del suo tessuto socio-economico, dobbiamo accettare passivamente le scelte di altri senza poterci esprimere attivamente. Da non trascurare, infine, la paura costante di essere rimandati indietro in quanto, facendo spesso i nostri genitori lavori precari, il permesso di soggiorno un giorno potrebbe non essere rinnovato.
Giuseppe Brescia, presidente grillino della Commissione Affari costituzionali della Camera, preferisce parlare di Ius culturae. Condivide?
Come attivista, penso che sarebbe necessaria una legge inclusiva, concepita da esperti che conoscono le problematiche del settore, non una mera disposizione calata dall'alto. Ai tempi in cui si presentò la questione dello Ius culturae, vi era chi voleva legare la cittadinanza al profitto scolastico. Intendimento che non condividevo, poiché il rendimento scolastico non sempre dipende esclusivamente dal ragazzo ma è influenzato anche da fattori esterni.
Alcune forze politiche ostacolano lo Ius soli, sostenendo che in questo periodo vi siano altre priorità. Cosa si sente di rispondere?
Da quando sono attiva sul tema della cittadinanza ho sempre sentito parlare di altre priorità. Rimandare una legge essenziale come questa non definendola una priorità equivale a dire che anche le nostre esistenze non sono una priorità. Credo che sarebbe ora di dimostrare che i giovani - non solo i figli di genitori stranieri, ma i giovani in generale - siano una forza da prendere in seria considerazione non solo quando fa comodo. Sarebbe un gesto di civiltà. Come movimento, abbiamo sempre chiesto una modifica della legge che tenesse conto non solo di chi nasce in Italia ma anche di chi vi arriva da piccolo. Per chi giunge in Italia in tenera età, infatti, la procedura è molto più lunga e difficile rispetto a chi vi nasce. Sono anni che ci battiamo in piazza, organizzando manifestazioni e incontri e dialogando con politici di varia estrazione, aspettando che i tempi siano maturi e si riscontri un reale impegno politico. Questo è un governo appoggiato da un'ampia maggioranza: in teoria, se ci fosse una volontà comune, i numeri non mancherebbero. Sicuramente ciò che serve è una legge che tenga conto delle nostre difficoltà.
Ce ne potrebbe parlare?
Per chi nasce in Italia, aspettare fino ai diciotto anni per ottenere la cittadinanza rappresenta senz'altro un'attesa lunga, nonostante dal 2013 ci si possa avvalere di certificati vaccinali o scolastici per coprire eventuali buchi di residenza. Diverso il discorso per chi vi arriva da piccolo ma non vi nasce: nel caso in cui il genitore ottenga la cittadinanza quando il ragazzino è ancora minorenne, anche lui diventa cittadino italiano, ma se il genitore ha fatto domanda e nel mentre il figlio diventa maggiorenne, tutta la famiglia risulta italiana e il ragazzo, a livello documentale, rischia di rimanere uno straniero. Inoltre, sono stati spesso indetti viaggi d'istruzione a cui i ragazzi con permesso di soggiorno non potevano prendere parte - perché magari i visti erano molto costosi - o banditi concorsi rivolti esclusivamente a cittadini italiani o dell'Unione europea. Durante l'attuale emergenza, sono stati emessi diversi bandi per medici o operatori sanitari che non contemplavano individui senza cittadinanza italiana o permesso di soggiorno di lungo periodo. C'è stata una battaglia di diversi movimenti per la cittadinanza per far riconoscere che, in un momento come questo, i bandi debbano essere aperti a ragazzi che, pur non essendo cittadini italiani, hanno studiato e si sono formati in Italia. Altro problema fondamentale: non possiamo votare. Il voto rappresenta un grande gesto di partecipazione che ti fa sentire parte di un Paese, mentre invece noi, cresciuti in Italia, parte integrante del suo tessuto socio-economico, dobbiamo accettare passivamente le scelte di altri senza poterci esprimere attivamente. Da non trascurare, infine, la paura costante di essere rimandati indietro in quanto, facendo spesso i nostri genitori lavori precari, il permesso di soggiorno un giorno potrebbe non essere rinnovato.
Giuseppe Brescia, presidente grillino della Commissione Affari costituzionali della Camera, preferisce parlare di Ius culturae. Condivide?
Come attivista, penso che sarebbe necessaria una legge inclusiva, concepita da esperti che conoscono le problematiche del settore, non una mera disposizione calata dall'alto. Ai tempi in cui si presentò la questione dello Ius culturae, vi era chi voleva legare la cittadinanza al profitto scolastico. Intendimento che non condividevo, poiché il rendimento scolastico non sempre dipende esclusivamente dal ragazzo ma è influenzato anche da fattori esterni.
Alcune forze politiche ostacolano lo Ius soli, sostenendo che in questo periodo vi siano altre priorità. Cosa si sente di rispondere?
Da quando sono attiva sul tema della cittadinanza ho sempre sentito parlare di altre priorità. Rimandare una legge essenziale come questa non definendola una priorità equivale a dire che anche le nostre esistenze non sono una priorità. Credo che sarebbe ora di dimostrare che i giovani - non solo i figli di genitori stranieri, ma i giovani in generale - siano una forza da prendere in seria considerazione non solo quando fa comodo. Sarebbe un gesto di civiltà.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 26 aprile 2021
Nel suo Rapporto sulla pena di morte nel 2020, pubblicato alcuni giorni fa, Amnesty International ha notato, oltre a quella delle esecuzioni, anche la diminuzione delle nuove condanne a morte.
L'Indonesia fa eccezione. Lo scorso anno sono state emesse almeno 117 condanne a morte, soprattutto per reati di droga, contro le 80 del 2019. In almeno 100 casi, gli imputati sono stati giudicati colpevoli e destinati al plotone d'esecuzione da giudici che hanno visto solo su un monitor.
La pandemia da Covid-19 dunque, almeno in Indonesia, non ha fermato i processi per i reati capitali. Se già è estremamente discutibile considerare equi processi in cui si decide della vita e della morte di un imputato in modalità virtuale, soprattutto in stati come l'Indonesia in cui la connessione a Internet è instabile, che dire dell'impossibilità dei contatti diretti tra i condannati e i loro avvocati e dell'accesso di questi ultimi agli atti del processo?
Anche quest'anno le sentenze alla pena capitale continuano ad arrivare via Zoom: mercoledì scorso sono stati condannati a morte 13 membri di una banda di narcotrafficanti accusati di aver introdotto in Indonesia 400 chilogrammi di metamfetamina.
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 25 aprile 2021
In Italia è praticata (non ovunque) solo per i minori, Cartabia vuole sviluppare il tema. Il racconto di un detenuto. La nebbia si dipana lentamente. Ma quando finalmente va via riesci a vedere i tuoi errori con una nitidezza che neanche avresti mai potuto immaginare. E un ponte. Quello che serve a raggiungere gli altri, se non i familiari delle persone a cui hai fatto del male, almeno uomini e donne che hanno perso un loro caro a causa di una mano che, un tempo, ha compiuto gesti simili ai tuoi. Per cui tu stai pagando e ancora pagherai, ma ora con una prospettiva diversa. Volessimo raccontarla con un'immagine, partendo dal punto di vista di chi ha commesso un reato, potremmo affermare che la giustizia riparativa è quel ponte che riesce a unire gli opposti, vittima e reo, quando finalmente la nebbia si dissolve. Quando, senza bypassare il diritto penale, si punta ad andare oltre. A costruire dalle macerie. A recuperare, dove possibile, il rapporto tra l'autore del reato e la vittima e la comunità coinvolta. Non per buonismo, né per sovvertire quel che è stato, ma per ricucire le ferite. Di chi ha subìto e di chi ha inferto dolore, se entrambi lo vogliono.
di Maria Elefante
Famiglia Cristiana, 25 aprile 2021
Padre Alex Zanotelli: "Così è una scuola di criminalità". "Il carcere è una questione sociale esso è lo specchio in cui sono riflesse in maniera drammatica le contraddizioni della società. Ci troviamo di fronte a una emergenza educativa spaventosa, profonda e insostenibile", così in una lettera inviata da Monsignor Antonio Di Donna, Vescovo di Acerra, e presidente della Conferenza Episcopale campana, al Ministro della Giustizia Marta Cartabia.
huffingtonpost.it, 25 aprile 2021
L'appello del ministro della Giustizia ai partiti nella data simbolica del 25 aprile. "Abbiamo un compito storico, un'occasione irripetibile per l'Italia. È il Recovery Plan" e "vorrei che una cosa fosse ben chiara, ai partiti e ai cittadini: insieme a quella della Pubblica Amministrazione, la riforma della giustizia è il pilastro su cui poggia l'intero Piano nazionale di ripresa e resilienza. Se fallisce questa riforma, molto semplicemente, noi non avremo i fondi europei".
di Stefania Pellegrini*
L'Espresso, 25 aprile 2021
Dopo la pronuncia della Corte Costituzionale si riaccende il dibattito su una misura che nel campo della lotta alla mafia fu varata come risposta alle stragi. A pochi mesi dalla precedente pronuncia, la Corte Costituzionale si è nuovamente espressa ritenendo che la previsione che esclude la concessione della libertà condizionale per i condannati all'ergastolo per reati di mafia (artt. 4 bis c. 1, 58 legge 354/75 e 2 d.l.n. 152/1991) sia in contrasto con il principio di rieducazione della pena (art. 27 Cost.), con quello di eguaglianza (art. 3 Cost.) e con il divieto trattamenti inumani e degradanti (art. 3 Cedu).
di Davide Varì
Il Dubbio, 25 aprile 2021
Anm e Area contro l'iniziativa assunta a Montecitorio di una commissione parlamentare d'inchiesta sull'uso politico della giustizia. "In nome di una farlocca ricostruzione dei rapporti con la politica, alimentata da quanti da troppo tempo insidiano l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, si vuole una inchiesta parlamentare che dovrebbe sostanzialmente mettere sotto accusa i magistrati che si sono impegnati in difficili processi, processi che li hanno costretti a ingiuste e pesanti sovraesposizioni personali, che infine si sono conclusi con accertamenti irrevocabili nel rispetto delle regole e dei diritti". A dirlo è il presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia, aprendo la riunione del comitato direttivo centrale del sindacato delle toghe.
"C'è chi tra noi plaude a questa iniziativa, che mostra di non comprendere la palese strumentalizzazione del momento di oggettiva difficoltà in cui versa la magistratura da parte di chi pensa che possa realizzarsi l'obiettivo storico di ridimensionarne il ruolo e lo statuto costituzionale di garanzie", avverte Santalucia ricordando che "una parte delle forze politiche presenti in Parlamento vuole istituire una commissione di inchiesta sulla magistratura, e opinion leader di peso indiscusso ne legittimano l'opera e le finalità". Secondo il presidente del sindacato delle toghe, "si pretende di ridiscutere i fatti accertati da sentenze passate in giudicato nutrendo l'opinione pubblica del malizioso sospetto, ad arte enfatizzato, che la magistratura in tutti questi anni sia stata al servizio di una parte politica per avversarne, con metodi eversivi, un'altra". "Io scorgo in queste posizioni associative una forma, consapevole o meno non importa, di pericoloso collateralismo con la politica", conclude Santalucia.
"L'istituzione di una Commissione parlamentare d'inchiesta sull'uso politico della giustizia confligge con l'autonomia e l'indipendenza della magistratura (voluti dal legislatore costituente a beneficio non dei magistrati ma della collettività), soprattutto se volta a riscrivere o, peggio, a piegare la verità storica di venti anni di attività giudiziaria alle mistificazioni di un instant book", scrive in un documento il Coordinamento di Area democratica per la Giustizia, il gruppo delle toghe progressiste, secondo le quali "si tratta di un'operazione di pura strategia mediatica che vorrebbe accreditare, con affermazioni apodittiche e indimostrate, che nei processi riguardanti leader nazionali e partiti del centro destra, l'azione giudiziaria sia stata condizionata dal presidente delle Repubblica Giorgio Napolitano e, addirittura, orientata verso la persecuzione di parti politiche avverse, paralizzando, così, qualsiasi iniziativa ai danni dei partiti di sinistra".
I magistrati di Area, dunque, si dicono "fermamente convinti" che "una simile ricostruzione non abbia alcuna credibilità pubblica, né possa fondare la ragion d'essere di un organo istituzionale come una commissione d'inchiesta che voglia essere autorevole e consapevole della storia. Ovvie - aggiungono - sono le finalità di tale iniziativa: riscrivere l'esito di vicende giudiziarie suggellate da sentenze definitive, utilizzando qualsiasi argomento, ancorché lontano dalla verità storica e giudiziaria, per mettere in discussione l'indipendenza di pensiero di quei tanti magistrati se ne sono occupati, mai omologabili in quelle tesi precostituite che la manipolazione mediatica vorrebbero accreditare".
In tale quadro, proseguono le toghe progressiste, "è inaccettabile che tale iniziativa sia apertamente sostenuta da rappresentanti della lista 101 che siedono nel cdc dell'Anm, e che questo gruppo, aderendo apertamente, a simili mistificazioni, tradisca il ruolo nel quale ha sempre affermato di riconoscersi, ossia di contribuire alla tutela dell'autonomia ed indipendenza della magistratura. Tale contraddittoria scelta dimostra, semmai - conclude il documento di Area - un inaccettabile collateralismo con le forze politiche che sostengono un simile progetto di mistificazione della storia giudiziaria del Paese e che AreaDg respinge con determinazione".
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 25 aprile 2021
La Commissione di inchiesta sulla magistratura voluta da alcune forze politiche, per la sua natura evidentemente politico-punitiva, porta con sé il rischio di una progressiva erosione di indipendenza. Sono tanti i motivi per cui ritengo che il Parlamento non debba mettere sotto indagine la magistratura, si muovono su piani diversi pur essendo tra loro correlati in modo inestricabile. Motivi che attengono all'essenza della democrazia costituzionale.
Il principio enunciato all'articolo 101 della Carta secondo cui "I giudici sono soggetti soltanto alla legge" va interpretato in considerazione della necessità democratica di preservare l'indipendenza dei giudici e tenerli fuori dall'orbita del potere, come ci ha insegnato Luigi Ferrajoli.
Non è questo un principio da interpretare come espressione di chiusura corporativa. Sin dalla fine degli anni '60 del secolo scorso Magistratura Democratica, nata nel 1964 e a cui tanto dobbiamo per lo sviluppo di una cultura della giurisdizione rispettosa dei diritti fondamentali, interpretava l'art. 101 della Costituzione da un lato per colpire quel legame distorto e pericoloso che aveva tradizionalmente e pericolosamente unito giudici e politica e dall'altro per riconnettere giuridicamente e sentimentalmente la magistratura a norme e spirito costituzionale.
A sua volta l'art. 3 della Carta, con il suo richiamo forte all'uguaglianza e alla dignità, richiede frammentazione del potere pubblico. L'indipendenza della magistratura deve essere sia interna che esterna. La storia italiana è stata segnata da deviazioni istituzionali, crimini, progetti eversivi. L'indipendenza della magistratura deve essere garantita, protetta, promossa a tutti i costi, anche nei momenti più difficili della magistratura stessa, vittima di pratiche consociative.
Ogni piccola erosione allo spazio di autogoverno, autonomia e indipendenza rischia di produrre effetti a catena negativi sull'architrave del sistema costituzionale che, ricordiamolo, retroagisce a Montesquieu il quale così scriveva: "E non vi è libertà neppure quando il potere giudiziario non è separato dal potere legislativo e da quello esecutivo. Se fosse unito al potere legislativo, il potere sulla vita e sulla libertà dei cittadini sarebbe arbitrario: poiché il giudice sarebbe il legislatore. Se fosse unito al potere esecutivo, il giudice potrebbe avere la forza di un oppressore".
La Commissione di indagine sulla magistratura voluta da alcune forze politiche e di cui parla sulle pagine del Corriere il prof. Sabino Cassese, per la sua natura evidentemente politico-punitiva, porta con sé il rischio di una progressiva erosione di indipendenza. La democrazia è materia viva, non è solo il prodotto di norme. È fatta di invasioni sostanziali di campo, di segnali, di messaggi subliminali diretti all'auto-censura. Indagare la magistratura italiana nel suo complesso è qualcosa che può creare turbamento in tutti quei giudici che oggi stanno indagando sugli uomini delle istituzioni. Ha il sapore di una vendetta politica.
Non mi pare un argomento quello della reciprocità, ossia che i parlamentari possono indagare la magistratura in quanto i giudici possono mettere sotto inchiesta un parlamentare. Se così non fosse dovremo assicurare immunità assoluta ai detentori del potere politico, come ai tempi del dispotismo settecentesco o come avviene nelle democrazie formali.
I giudici possono e devono mettere sotto inchiesta chiunque per le proprie responsabilità individuali, ma non possono certo mettere sotto inchiesta il parlamento, anche là dove ci sia una diffusa corruzione nella politica. È semmai il parlamento che può mettere sotto inchiesta se stesso, così come deve fare il Csm sulla magistratura. I giudici possono però incriminare una persona che riveste alte cariche, senza guardare in faccia nessuno, come prescrive l'articolo 3 della Costituzione. Possono e debbono farlo se ha rubato, ammazzato, truffato, rapinato, sequestrato.
Dare invece al parlamento la possibilità di indagare la magistratura significa aprire il vaso di Pandora, legittimare le vendette che aspettavano di essere consumate da trent'anni a questa parte. Questo atto di difesa della magistratura e della sua indipendenza parte dalla piena consapevolezza delle storture che si sono avute nei rapporti tra politica e giustizia, come il caso Palamara ha evidenziato. Ha questa volta ragione sempre Sabino Cassese quando afferma che "il sistema politico, a sua volta, non è privo di colpe, perché legifera continuamente sulla giustizia, moltiplica i reati, non riesce a introdurre sanzioni diverse dal carcere, tollera mezzi di prova invasivi della vita privata delle persone, dilata l'uso del diritto penale e lascia il campo aperto alle procure; a corto di idee e programmi, ha delegato alla magistratura il controllo della virtù, sottoponendosi anch'esso a tale controllo e rinunciando alle immunità che i costituenti avevano introdotto".
Ma la conclusione non è una commissione di indagine parlamentare, neanche su politica e giustizia. La conclusione deve essere quella di una rigenerazione etica, politica e antropologica senza la quale le cose non possono che peggiorare. La politicizzazione dello scontro farà male all'indipendenza della magistratura che invece richiede sobrietà, pacatezza delle posizioni, per un ritorno a quell'idea di magistrato che fa politica non costruendo alleanze ma esprimendo idee alte.
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