di Stefano Musolino*
Il Domani, 5 giugno 2021
Nei confronti dei pm si passa dalla sua esaltazione alla sua strenua critica. La delicatezza e centralità del ruolo impone, perciò, periodiche verifiche in ordine al modo concreto e diffuso di interpretare la funzione. Il modello legale pretende un pm consapevole del suo ruolo centrale della formazione della prova e, per questo, capace di cogliere la necessità di un'indagine non schiacciata sulla sola prospettiva accusatoria, in funzione del miglior risultato investigativo. Ma accanto a questa necessità, vi è quella di garantire l'uniformità dell'azione penale, riflesso della sua obbligatorietà e del principio secondo cui tutti i cittadini sono uguali innanzi alla legge.
Tra gli attori della giurisdizione il pubblico ministero è quello più noto alle cronache ed esposto alle critiche. Seguendo un percorso ciclico, strettamente dipendente dalle variabili onde emotive che attraversano la società, si passa dalla sua esaltazione alla sua strenua critica. Si tratta del riflesso (del costo) mediatico del ruolo determinante del pubblico ministero nella formazione della prova, in vista della sua verifica giudiziaria; sicché le sue capacità di comprendere la vicenda o il fenomeno criminale investigato vanno coniugate con quelle predittive delle successive fasi processuali, laddove altre spiegazioni del fatto potranno essere proposte, al fine di mettere in crisi la dimostrazione accusatoria.
Le verifiche periodiche - La delicatezza e centralità del ruolo del pubblico ministero impone, perciò, periodiche verifiche in ordine al modo concreto e diffuso di interpretare la funzione, insieme alla comprensione dell'organizzazione interna dei relativi Uffici. Farne oggetto di confronto significa analizzare la collocazione istituzionale del pubblico ministero, valutare il grado di indipendenza e di autonomia operativa dei magistrati che lo compongono e che lo dirigono, ma anche verificare la concreta declinazione delle regole che disciplinano il suo potere di iniziativa e di indagine, insieme ad il suo rapporto con i giudici.
Una pluralità di studi giuridici evidenzia come, nelle moderne democrazie occidentali, il ruolo del pubblico ministero cresca ovunque; nel nostro Paese questa percezione è stata enfatizzata da una incipiente debolezza delle istituzioni politiche che ha, talvolta, portato il pubblico ministero ad assumere ovvero ad essere percepito come portatore di un ruolo salvifico, a carattere etico, in funzione della tutela della sicurezza pubblica, assecondando una narrazione mediatica che utilizza le paure sociali come motore per indirizzare scelte politiche, commerciali, economiche.
La trasformazione - Interrogarsi su quanto i modelli normativi vigenti siano conformi alle concrete declinazioni pratiche del ruolo, comprendere se sia in atto una trasformazione silente della funzione è uno degli obiettivi dell'incontro telematico organizzato da Magistratura Democratica, al fine di assumere nuove consapevolezze, sulla base delle quali avviare una critica ed auto-critica interna alla magistratura e, soprattutto, proporre stili e modi operativi più coerenti con il modello legale.
Quest'ultimo, infatti, pretende un pubblico ministero consapevole del suo ruolo centrale della formazione della prova e, per questo, capace di cogliere la necessità di un'indagine non schiacciata sulla sola prospettiva accusatoria (quella proposta dal denunciante o dalla polizia giudiziaria), in funzione non solo della tutela dei diritti dell'indagato, ma anche del miglior risultato investigativo, capace di confrontarsi in anticipo con le possibili spiegazioni alternative del fatto.
Ben si comprende, allora, come l'indipendenza e l'autonomia del pubblico ministero siano pre-requisiti essenziali ad uno svolgimento della funzione tesa alla ricerca della verità processuale, libera da interferenze e pressioni. Ma accanto a questa necessità, vi è quella di garantire l'uniformità dell'azione penale, riflesso della sua obbligatorietà e del principio secondo cui tutti i cittadini sono uguali innanzi alla legge. Da una parte, dunque, la natura orizzontale dei rapporti dentro la magistratura, in conformità alla regola dell'art. 107 Costituzione e dell'autonomia ed indipendenza del pubblico ministero; dall'altra, la cd. gerarchizzazione degli Uffici, in funzione di garanzia dell'uniformità dell'azione penale. Un complesso e delicato equilibrio, oggettivamente, scompensato dal cd. riforma Castelli del 2005 che privilegiando le esigenze di uniformità dell'azione penale ha esaltato il ruolo del Procuratore, quale "capo" dell'Ufficio requirente.
Il Csm - La normativa secondaria introdotta dal Csm per restituire equilibrio al sistema (da ultimo con una nuova, recentissima circolare) non è, sin qui, riuscita ad invertire la tendenza culturale, prima ancora che ordinamentale, ad enfatizzare il ruolo del capo dell'ufficio, con contestuale de-responsabilizzazione dei sostituti procuratori. Riflesso sociale di questa dinamica è l'irrituale identificazione dell'Ufficio nella persona del suo capo, con conseguente sua sovraesposizione non solo mediatica, ma anche nei rapporti istituzionali e para-istituzionali.
Si è, così, generato un vulnus concreto e percepibile alla struttura orizzontale della magistratura cui è necessario porre rimedio, senza rinunciare alla necessità di garantire l'uniformità dell'azione penale, avendo particolare attenzione alle concrete modalità con cui si sviluppano i rapporti tra dirigenti e sostituti nella concretezza operativa degli uffici. Anche questo, dunque, un tema complesso e decisivo per comprendere la figura del pubblico ministero, in cui al presupposto normativo, segue quello della sua concreta declinazione pratica, rimessa alla sensibilità culturale dei protagonisti ed alla conseguente interpretazione del ruolo, all'interno dell'organizzazione dell'ufficio inquirente. Ben si comprende, allora, la necessità di un confronto volto a comprendere quali siano gli equilibri e le tensioni che oggi percorrono gli uffici del pubblico ministero e quali siano le prassi virtuose da prendere a modello ovvero le tendenze culturali che sembrano cedere alla tentazione di un'interpretazione del ruolo burocratico ed asfittico.
*Sostituto procuratore della Repubblica - DDA di Reggio Calabria e componente Esecutivo di Magistratura democratica
di Claudio Castelli
Il Domani, 5 giugno 2021
I pochi dati esistenti dimostrano che è falso che il giudice sia appiattito sul pm: circa la metà dei processi in dibattimento con rito ordinario e addirittura i due terzi per le opposizioni a decreto penale di condanna finisce con una pronuncia di assoluzione o di non luogo a procedere. Separando le carriere esalteremmo una deriva con pm che mostrano una crescente insofferenza al controllo del giudice: avremmo un giudice più debole a fronte di un pm che personificherà la volontà punitiva di una società sempre più incattivita. Questo scenario sarebbe garantista? A me sembra esattamente il contrario. Interventi sono necessari ma devono andare in una direzione radicalmente opposta, quella di unire e non di separare.
Continuiamo ad inseguire parole magiche d'un tratto capaci di risolvere i problemi che da decenni affliggono il nostro sistema. Uno di questi è la riforma della giustizia, su cui in astratto nessuno può dirsi contrario, ma che quando viene declinata in concreto dimostra troppe volte o la sua modestia o la sua valenza fondamentalmente ideologica e propagandistica.
Si dimentica che negli ultimi quindici anni abbiamo avuto una complessiva riforma ordinamentale con i decreti legislativi del Ministro Castelli del 2005 e del 2006 (solo parzialmente modificati dal Ministro Mastella), la riforma della giustizia appunto. Riforma che però non è stata evidentemente risolutiva se oggi ci troviamo di nuovo a dover riaffrontare il problema. Ed anzi a dover rimediare ad alcuni drammatici effetti che proprio quella riforma ha innescato quali i rapporti di potere personalistici all'interno del Csm e il carrierismo nella magistratura.
La realtà è che quando si parla di riforma della giustizia in generale ci si riferisce ad intervenire su due settori quali l'ordinamento giudiziario e le regole processuali, che sono importanti, ma che non sono determinanti, dovendosi invece affrontare anche le modalità organizzative, le priorità nell'investire risorse, le pratiche e la governance degli uffici giudiziari. Il problema è che è molto più facile lanciare parole magiche con la pretesa che di per sé risolvano i problemi, rispetto ad affrontarli in concreto con pazienza, umiltà e conoscenza della realtà degli uffici giudiziari e dell'avvocatura. Servono (anche) riforme normative, ma soprattutto investimenti mirati, interventi organizzativi, formazione e accompagnamento allo change management. Nulla è di per sé risolutivo, bisogna operare su più canali con una visione complessiva ed una strategia condivisa.
Separazione delle carriere - La separazione delle carriere è uno dei mantra che viene spesso presentato come risolutivo di alcuni dei mali della giustizia, ma che in realtà rischia di essere un poderoso boomerang con effetti del tutto opposti a quelli che almeno alcuni dei proponenti si propongono. Ci viene raccontato, spesso in buonissima fede, che con la separazione delle carriere tra giudicanti e requirenti il giudice verrebbe liberato da ogni legame con il pm e ciò lo renderebbe più libero e indipendente di decidere. Ciò come se oggi i giudici fossero condizionati dall'operato dei pm.
I pochi dati esistenti dimostrano come la vulgata di un giudice appiattito sulle richieste del pm sia del tutto falsa: circa la metà dei processi in dibattimento con rito ordinario (il 50,5 per cento) e addirittura i due terzi per le opposizioni a decreto penale di condanna (67,1 per cento) finisce con una pronuncia di assoluzione o di non luogo a procedere. (Fonte Relazione per l'inaugurazione dell'Anno Giudiziario 2021 del Presidente della Corte di Cassazione Pietro Curzio). E i pochissimi dati relativi all'accoglimento o rigetto delle richieste di misure cautelari da parte dei Gip parlavano di circa un quarto delle richieste non accolte (fonte Bilancio Sociale del Tribunale di Milano 2013).
Il rischio del pm superpoliziotto - La realtà è diversa: separando le carriere esalteremmo una deriva di cui abbiamo già qualche sintomo con pm che mostrano una crescente insofferenza al controllo del giudice ed un'enfatizzazione del momento delle indagini preliminari e delle ipotesi accusatorie. Avremmo un giudice più debole a fronte di un pm che personificherà la volontà punitiva di una società sempre più incattivita. Non dobbiamo illuderci: il rischio è di produrre un pm superpoliziotto, molto più forte del giudice, soggetto ai richiami dell'allarme sociale e alle pressioni dell'opinione pubblica, attento più al risultato da perseguire che alle garanzie. Se a questo uniamo il perverso connubio che si può facilmente creare tra prospettazioni accusatorie, mass media e social arriveremmo ad un pm potentissimo e sostanzialmente incontrollabile. Nessuno oggi ha il coraggio di augurarsi un pm sottoposto all'esecutivo, ma se si imbocca questa strada è facile preconizzare che nel giro di pochi anni questo passaggio sarebbe auspicato da molti, in modo da non avere un organo sostanzialmente incontrollabile.
No alla gerarchizzazione - Non è neppure pensabile di risolvere il tutto con una forte gerarchizzazione verticale in capo al Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione per poi scendere ai Procuratori Generali presso le Corti di Appello, per arrivare ai Procuratori della Repubblica e ai singoli sostituti. Sarebbe una sorta di militarizzazione che, come ci insegna l'esperienza di questi anni, che già hanno visto una forte gerarchizzazione degli uffici (comunque autonomi), si rivelerebbe fallimentare. Un'autonomia del singolo pm nella gestione della fase delle indagini, ed ancora più dell'udienza, è inevitabile. Il ruolo del procuratore, necessario per assicurare una uniformità di indirizzo dell'Ufficio, può essere efficace e porta risultati solo quando si basa su scelte trasparenti e condivise e non con mere imposizioni.
Questo scenario sarebbe garantista? A me sembra esattamente il contrario. Interventi sono necessari ma devono andare in una direzione radicalmente opposta, quella di unire e non di separare.
Formazione e coordinamento - A partire dalla formazione che deve essere comune e unitaria per tutti coloro che aspirano a professioni giuridiche (tramite nuove Scuole di specializzazione comuni a numero chiuso obbligatorie come era previsto in origine o attraverso un V anno di università a numero chiuso destinato unicamente a chi voglia accedere a professioni giuridiche) per creare un'osmosi ed una cultura comune. E poi un forte coordinamento tra procure e tribunali, con l'interlocuzione dell'avvocatura, per far sì che i progetti organizzativi di Procure e Tribunali (le tabelle), non si muovano su piani distinti, ma siano un unico progetto coordinato e sinergico che sia compatibile con le risorse esistenti, con le esigenze dei territori, capace di fare i conti con continuità e trasparenza con risultati ed esiti.
di Giovanni Tizian
Il Domani, 5 giugno 2021
"Marcire in galera", espressione logora del populismo giudiziario e abusata nei giorni scorsi sui social network, trasformati in una permanente piazza campo de' Fiori ai tempi della Roma papalina, dove si eseguivano gran parte delle pene capitali. Deve marcire in galera Giovanni Brusca, il killer spietato di bambini, giudici, poliziotti, gente comune. Il boia che ha premuto il pulsante del telecomando usato per detonare il tritolo piazzato sotto l'autostrada all'altezza dello svincolo di Capaci. La strage che ha ucciso Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, gli agenti della scorta, Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo. Dopo 25 anni di carcere, invece, è uscito dal carcere, fine pena.
"Solo dopo 25 anni con centinaia di omicidi confessati", si sono indignati politici di carriera e commentatori, soprattutto di area centrodestra, dunque liberal-conservatori. Ma anche una ampia fetta del Movimento 5 stelle ha scritto commenti che trasudavano vendetta, rabbia. Discorso a parte meritano i familiari delle vittime, il cui dolore va rispettato sempre e comunque, anche quando la sofferenza che si portano dentro per la perdita di un figlio, di una madre o di un padre non lascia margini a letture complesse dei fatti e dei fenomeni. Ogni persona reagisce in maniera differente, elabora diversamente. I percorsi di impegno e di denuncia possono prendere molte strade. Ogni familiare porta il peso della perdita seguendo un processo intimo, personale, che può sfociare in battaglie collettive. Comprendere e analizzare quando si è colmi di rabbia è uno sforzo sovrumano che non tutti riescono a fare.
Chi però ha la responsabilità di parlare a tutti questo sforzo dovrebbe farlo. I rappresentanti delle istituzioni, del parlamento per esempio. O quei commentatori che sui giornali e nelle televisioni aizzano alla vendetta e lasciano ai margini del dibattito la profondità del ragionamento. A loro vorrei parlare. A quei commentatori e parlamentari che hanno usato una storia di sangue e violenza, di dolore e isolamento dei sopravvissuti, per manipolare la realtà delle cose, dei fatti e della lotta alla mafia. Quando ho iniziato a fare il giornalista mi ero ripromesso di lasciare la mia storia fuori dal lavoro, nonostante in questi anni abbia lottato assieme alla mia famiglia per ottenere verità e giustizia (non vendetta).
Il sangue e la verità - Avevo 7 anni, e la sera del 23 ottobre 1989 mio padre, Giuseppe, è stato freddato durante il tragitto per tornare a casa. Ucciso a Locri, provincia di Reggio Calabria, a colpi di lupara, lui funzionario di banca, "integerrimo", scriveranno i poliziotti nei pochi atti utili a quell'inchiesta che la procura di Locri ha archiviato in un lampo. La sentenza è che non c'erano colpevoli, ignoti per tutta la vita, "suo cognato non aveva macchie e per questo è più difficile trovare i colpevoli", aveva detto a mia nonna uno degli investigatori applicato al caso. Non ho molti ricordi di mio padre, e questa è la ferita più difficile da rimarginare.
L'omicidio è come se avesse scippato il tempo passato assieme. Sembra assurdo ma è stato così per me. Così nel regno della 'ndrangheta, all'epoca spadroneggiava con i sequestri di persona, la giustizia non ci aveva degnato di uno sguardo e di una indagine decente, nonostante l'esecuzione di mio padre avesse tutte le caratteristiche dell'azione organizzata dai clan della zona. Il dolore ti resta per sempre incollato alla carne, anche se sei un bambino. Ma diventa anche una corazza, che ti protegge lungo il cammino futuro. Nello stesso periodo sono stati giustiziati dalla 'ndrangheta altre decine di persone che nulla c'entravano con le cosche. Ne conoscevo molte e ancora oggi conosco i loro figli. Tutte senza giustizia. Omicidi senza colpevoli.
Cosa c'entra Brusca, il populismo giudiziario, il marcire in galere e i pentiti con la storia che ha segnato la mia vita, vi chiederete voi. C'entra per due motivi. Il primo: gli anni della strage silenziosa in Calabria erano gli stessi in cui il maxiprocesso di Palermo, istruito da Giovanni Falcone, contro la mafia di Totò Riina e Giovanni Brusca, stava dando il colpo finale all'organizzazione che poi si vendicherà con lo stesso Falcone e con Paolo Borsellino, uccidendoli negli attentati di Capaci e via D'Amelio nel 1992. Secondo: se le leggi ispirate da Falcone, da quella sui pentiti all'organizzazione delle procure antimafia (le direzioni distrettuali antimafia) fossero esistite ai tempi dell'omicidio di mio padre forse avremmo ottenuto giustizia in molti.
Giustizia, non vendetta - Anche nella storia dell'omicidio di mio padre ritroviamo i pentiti. L'ultimo ha parlato nel 2013, è ritenuto un importante figura della 'ndrangheta, descritta da esperti e investigatori come l'organizzazione più impenetrabile e meno colpita dal pentitismo. Per la prima volta fa nomi e cognomi di esecutori e mandanti.
I primi erano già in carcere per altri reati, si trovavano al 41 bis, il carcere duro, perché ritenuti a capo delle cosche della Locride. Tra i killer indicati dal pentito anche uno dei più noti narcotrafficanti internazionali. Il mandante, invece, è libero, stando alla versione del collaboratore. Anche in questo caso la stessa procura che decise di archiviare 30 anni fa ha optato per la strada più facile, convinta che gli elementi forniti dal collaboratore di giustizia non fossero sufficienti. Seconda archiviazione, dunque.
Che cosa avrei dovuto fare? Invocare la pena di morte? Urlare che devono marcire in galera? Credo che sia la verità il fine del percorso e non il desiderio di vendetta. La giustizia è il mezzo per ottenerla, con il codice e la Costituzione, la prima tra le misure antimafia, a indicare la via da seguire. Agire all'interno della cornice dello stato di diritto perché in democrazia deve guidarci la razionalità, che ci pone su un piano di superiorità rispetto a chi uccide per mestiere, usa la protervia come mezzo per raggiungere il potere e la corruzione come strumento per imporsi nei mondi istituzionali.
Combattere le mafie non può trasformarci in cacciatori senza regole, dobbiamo applicare le regole, persino, prima o poi, lasciarci alle spalle la perenne emergenzialità di certe misure. Le mafie si combattono prima di tutto sui territori con la prevenzione, assicurando servizi, lavoro, reddito, liberando dal ricatto povera gente e imprenditori strozzati dai debiti. La lotta alle mafie è una questione molto seria, che gli slogan di alcuni leader reazionari e alcuni titoloni dei giorni scorsi hanno ridicolizzato. Sui social circolavano volantini, con le facce dei leader della destra, con scritto a caratteri cubitali "dalla parte delle vittime sempre" oppure "scarcerato Brusca dopo 25 anni, non è questa la giustizia che gli italiani meritano".
Stare dalla parte delle vittime presuppone però l'umiltà di stare un passo indietro, il sospetto piuttosto è che sia tornata la grande voglia di distruggere l'impianto del codice antimafia che si è formato a partire dal 1992 a oggi. Il governo Berlusconi si distinse per la guerra contro la legge sui pentiti, proprio quando il fedele collaboratore del leader di Forza Italia, Marcello Dell'Utri, emergeva sempre di più come un concorrente esterno della mafia siciliana.
Che rispetto c'è per le vittime dei poteri mafiosi se per tutta la carriera politica si è provato a bonificare il campo dagli strumenti necessari a combatterli? Che rispetto ci può essere per le vittime se chi rappresenta le istituzioni all'interno del parlamento passa il suo tempo a inveire sui social contro un macellaio qual è Brusca e si rintana nel silenzio quando nella rete dei padrini finiscono colletti bianchi, uomini di partito, imprenditori amici? La vendetta lasciamola ai mafiosi. La giustizia ai cittadini, che devono però accettare che possano esistere feroci criminali che aiutano i magistrati a ottenerla.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 5 giugno 2021
Spesso si sente dire che non è giustizia quella che arriva a troppi anni dai fatti. I tempi lunghi delle indagini, quelli biblici dei processi e le lungaggini con cui le sentenze definitive vengono eseguite sono tra i problemi irrisolti del sistema giudiziario del nostro Paese e lo dimostrano le statistiche sui casi di ingiusta detenzione, errori giudiziari e risarcimenti per irragionevole durata del processo. Casi che crescono di anno in anno. Che giustizia è quella che dà una risposta dopo tanti anni? Nel caso di Giuseppe Marziale si parla di una sentenza arrivata ventidue anni dopo.
L'uomo, infatti, è in carcere da sette mesi e sta scontando una condanna a undici anni che gli è stata inflitta per un reato commesso nel 1999. Dopo il clamore seguito al suo arresto, nel novembre scorso, nulla è accaduto. Da allora è rinchiuso nel carcere di Secondigliano.
E ora il suo difensore, l'avvocato Sergio Pisani, ha deciso di rivolgersi al ministero della Giustizia, inviando un'istanza al ministro Marta Cartabia: "La vicenda di Marziale è sicuramente emblematica - scrive il legale - e spero che la riforma della Commissione ministeriale possa incidere favorevolmente sulla vita di questo cittadino e dei suoi familiari, tutti ingiustamente afflitti da una condanna che, per il ritardo con cui è arrivata, ormai si presta a un ruolo meramente punitivo e di facciata, inconciliabile con la reale funzione della pena e indegno di un paese democratico".
Il riferimento è alla proposta di riforma del sistema penale attualmente in discussione e in base alla quale si potrebbero prevedere rimedi compensatori, come uno sconto di pena, nei casi di mancato rispetto dei termini di ragionevole durata del processo. Di qui l'appello al ministro, affinché "si possa porre rimedio quanto prima a questa assurda detenzione - scrive l'avvocato Pisani - dal momento che gli attuali strumenti giuridici non prevedono un immediato rimedio a tale ingiusta e anomala vicenda detentiva".
La storia di Marziale potrebbe sovrapporsi alla storia di tanti imputati sospesi, persone finite al centro di processi che si sono trascinati per anni e anni e che si sono conclusi con tempi lunghissimi, di certo non più coerenti con la vita di queste persone. Quarantotto anni, napoletano, nato nei vicoli di Sant'Anna di Palazzo, Marziale era poco più che ventenne quando, sul finire degli anni Novanta, ai Quartieri Spagnoli alcuni suoi parenti provarono a costituire un'organizzazione malavitosa dedita alla vendita di stupefacenti. Marziale fu coinvolto in un'attività del gruppo e questo gli costò l'accusa di associazione a delinquere di stampo camorristico.
Le contestazioni erano circoscritte a una manciata di mesi, da settembre 1999 a luglio 2000. Anche le indagini degli inquirenti accertarono il limitato periodo di contatto tra Marziale e alcuni personaggi criminali tanto che, quando quattro anni più tardi l'inchiesta si concluse e scattarono le misure cautelari, l'uomo era già lontano da quel mondo e aveva un lavoro stabile in un cantiere navale, sicché i giudici del Riesame lo rimisero immediatamente in libertà ritenendo che per lui non vi fossero motivi per sostenere una misura cautelare. Per oltre vent'anni, quindi, Marziale ha vissuto da imputato libero.
Si è sposato, ha cresciuto tre figli che oggi studiano e lavorano onestamente. Anche lui ha impostato la sua vita su basi diverse da quelle di quei personaggi incrociati in gioventù: in questi venti anni non ha mai commesso reati e ha sempre lavorato come operaio con un contratto a tempo indeterminato. Fino a novembre scorso, quando la sentenza per i reati del 1999, divenuta nel frattempo definitiva, lo ha spedito in una cella del carcere di Secondigliano, rinchiuso in una cella del reparto di massima sicurezza, e senza più il suo lavoro. Eppure, sottolinea l'avvocato Pisani, "la rieducazione di Marziale era avvenuta ancora prima della sentenza di primo grado. Non si può scontare una pena dopo tanti anni dalla commissione dei fatti reato".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 5 giugno 2021
La colpa per l'evento dannoso dei vertici che non adempiono alla denuncia di inizio attività va comunque accertata nel merito. Lo svolgimento di un'attività di impresa senza aver conseguito la specifica abilitazione amministrativa per esercitarla comporta sicuramente un inadempimento che non basta di per sé ad affermare la responsabilità penale dei vertici in occasione della causazione di un danno a terzi. La Cassazione con la sentenza n. 21554/2021 ha accolto il ricorso del presidente e del responsabile tecnico dell'impresa che aveva provveduto al distacco della fornitura di metano finalizzato al riallaccio.
In primis chiarisce la Corte che nel caso di reato colposo di danno ex articolo 449 del Codice penale non scatta immediatamente imputazione e condanna di chi riveste all'interno della persona giuridica una posizione di garanzia. Ma va accertato che tali vertici abbiano agito in spregio alle regole tecniche necessarie a evitare eventi dannosi, compresa la mancata informazione e formazione dei lavoratori. Nel caso specifico risultava non apposto da un dipendente il dispositivo di sicurezza durante il distacco determinando l'esplosione e il crollo del palazzo per l'inavvertita accensione di uno dei dispositivi di erogazione del gas all'interno delle abitazioni. L'eventuale commissione colposa di un comportamento illecito da parte dei vertici o una loro omissione nelle attività di sicurezza sono i soli presupposti che possono sostenere il nesso tra la condotta commissiva od omissiva e la causazione dell'evento dannoso.
Ma soprattutto la Cassazione annulla la sentenza di merito perché - senza verificare il possesso da parte dell'impresa e dei lavoratori dei requisiti tecnici per svolgere la specifica attività - ha dato pieno rilievo alla mancata presentazione della denuncia di inizio attività che determina l'accertamento dell'abilitazione dell'impresa a svolgerla. La Cassazione fa rilevare che l'impresa ottenne l'autorizzazione amministrativa pochi giorni dopo il verificarsi dell'evento il che deporrebbe per il possesso degli specifici requisiti tecnici necessari all'iscrizione nell'apposita sezione del registro delle imprese. Rilievo che avrebbe dovuto essere oggetto del giudizio di merito che lo ha invece ignorato, affermando de plano la responsabilità degli imputati per non aver adempiuto ai propri obblighi amministrativi.
Conclude la Cassazione ribadendo che l'inadempimento amministrativo - per quanto fuori discussione - non basta a fondare la condanna per il delitto colposo di danno. Inoltre, l'eventuale adempimento correttamente realizzato, non sarebbe bastato di per sé a escludere sia l'evento dannoso sia la colpa dei responsabili di impresa.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 5 giugno 2021
Si tratta di errore materiale non invalidante al pari della mancata intestazione di aver deciso "In nome del Popolo italiano". La Corte di cassazione chiarisce che il provvedimento del giudice che definisce il giudizio - in base al contenuto e alla finalità emergenti - è nella sostanza una sentenza anche se non è formalmente indicata come tale. In sintesi, si tratta solo di errore materiale emendabile con la mera correzione. Stessa sorte per il provvedimento giurisdizionale che non riporti il nome del difensore della parte o l'intestazione "In nome del Popolo italiano". Non viene meno la natura intrinseca di sentenza per tali mancanze prive entrambe di effetti invalidanti.
Con la sentenza n. 22124/2021 la Cassazione penale ha respinto il ricorso della donna straniera attinta da un mandato d'arresto europeo, che contestava il vizio della decisione del giudice affermando che si trattasse di un'ordinanza e non di una sentenza come previsto dalla legge. Inoltre faceva rilevare la ricorrente che il provvedimento era privo - oltre dell'intestazione "in nome del popolo italiano" - anche dell'indicazione del nome del proprio difensore e della data di deposito in cancelleria.
La Cassazione respinge tutti e tre i profili del motivo di ricorso che contestavano la validità del provvedimento adottato dal giudice. In particolare su assenza del nome e dell'intestazione afferma che trattasi di meri errori materiali. Mentre sulla mancata indicazione della data di deposito in cancelleria la Cassazione fa rilevare che essa non è necessaria, o meglio è superata, dall'avvenuto deposito in udienza. E tale circostanza esplicitata nel testo della "sentenza" rendeva superflua l'indicazione del deposito in cancelleria. Infatti, la decisione che riporta in calce l'annotazione "letta e depositata in udienza" non richiede alcuna altra incombenza da parte del giudice.
di Walter De Agostino
Il Riformista, 5 giugno 2021
Il 28 maggio 2021 la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha comunicato al governo italiano il ricorso presentato nell'interesse di una detenuta a Rebibbia per il rischio di violazione dell'articolo 3 della Convenzione in caso di esecuzione del decreto di estradizione verso gli Stati Uniti. Come è noto, tale articolo statuisce che "Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti".
Nel corso degli anni la Corte di Strasburgo ha posto numerosi paletti nel percorso di definizione dei limiti che l'art. 3 della Convenzione pone al potere degli Stati di infliggere pene di durata indefinita, e in particolare ha valutato l'aspetto della compatibilità con la Convenzione di un sistema che non preveda nella fase esecutiva una revisione della pena dell'ergastolo.
Tale problematica insorge frequentemente in relazione alle domande di estradizione presentate dagli Stati Uniti. Il caso in esame ne è un ulteriore esempio in quanto l'estradanda, Beverly Ann McCallum, cittadina statunitense e destinataria di un mandato di arresto internazionale emesso a fini processuali per i reati di omicidio aggravato in concorso e distruzione di cadavere, in caso di affermazione di responsabilità sarebbe automaticamente condannata all'ergastolo "ostativo", senza la possibilità, dunque, di chiedere misure alternative o la liberazione condizionale.
La questione del cosiddetto "Imprisonment for life without eligibility for parole" è stata ed è tuttora oggetto di numerosi casi posti all'attenzione della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. L'impossibilità di commutare o ridurre la pena in fase esecutiva, dopo un periodo minimo di tempo predeterminato per legge, costituisce un trattamento inumano e degradante perché viola il "diritto alla speranza" più volte affermato dalla Corte di Strasburgo. La consegna di un detenuto verso un Paese che infrange in tal modo un diritto fondamentale per la Convenzione comporterebbe l'automatica responsabilità dell'Italia.
Tale circostanza, portata all'attenzione delle autorità giudiziarie italiane prima e al Ministero della Giustizia poi, è stata ritenuta insussistente e, pertanto, l'estradizione è stata concessa, nonostante le inequivocabili informazioni supplementari fornite dagli Stati Uniti con cui si attestava l'inesistenza di un meccanismo di rimodulazione della pena in fase esecutiva eccettuata la richiesta al Governatore del Michigan di grazia o di commutazione della pena. Data la mera discrezionalità di quest'ultima ipotesi, è evidente come tale pena sia incompressibile de iure et de facto e dunque incompatibile con l'art. 3 Cedu. Per tali motivi, il decreto di estradizione non poteva essere emesso.
Il 22 aprile 2021 i difensori hanno quindi presentato alla Corte Europea la richiesta di applicazione di una misura provvisoria urgente al fine di far sospendere la consegna dell'estradanda, prevista per il giorno successivo. Tale istanza è stata accolta nella medesima giornata con l'indicazione al Governo di non procedere all'estradizione fino al 7 maggio 2021 nonché di fornire le prove e/o le assicurazioni ricevute che confermano che la ricorrente, se estradata e condannata all'ergastolo, avrebbe accesso a un meccanismo di revisione della condanna, durante l'esecuzione della sua pena, al fine di stabilire se la detenuta è cambiata e progredita a tal punto che la prosecuzione della detenzione non può più essere giustificata da motivi penali legittimi.
Le risposte fornite dall'autorità giudiziaria statunitense, recepite nella nota del governo italiano, sono risultate assolutamente generiche e insufficienti, dimostrando ancora una volta che l'unica possibilità era quella di avviare, dopo almeno dieci anni di pena espiata, un meccanismo di riesame della stessa innanzi al Parole Board. Tale procedura è però limitata all'emissione di un mero parere positivo o negativo, spettando la decisione finale sempre e solo al Governatore, il quale esercita il suo potere in modo discrezionale senza alcun criterio predeterminato.
Per tali motivi la Corte Edu ha disposto un'ulteriore sospensione dell'estradizione sino al 28 maggio 2021 chiedendo al governo italiano di accertare se le autorità giudiziarie nazionali avevano considerato o meno, e in base a quali elementi, se in casi di questo tipo il potere di clemenza del Governatore del Michigan, successivamente alla raccomandazione del Parole Board, è soggetto a garanzie che sarà esercitato in modo coerente e ampio.
A tale quesito il governo non ha risposto in modo esauriente e per tali motivi, dunque, il 25 maggio 2021 la Corte di Strasburgo ha deciso di prolungare la sospensione dell'estradizione per tutta la durata del procedimento. Tre giorni fa, il governo italiano ha richiesto alla Corte Edu la revoca della sospensione della consegna di Beverly Ann McCallum allo Stato del Michigan. Evidentemente, interessa di più rispettare trattati e accordi di estradizione con gli Stati Uniti, anche a costo di una pena senza speranza, piuttosto che onorare la Convenzione europea per i diritti umani e il diritto alla speranza.
di Simona Lorenzetti
Corriere della Sera, 5 giugno 2021
La manifestazione organizzata dalle principali associazioni di giuristi della città: "Gli immigranti vivono in gabbie". Alcune centinaia di persone si sono date appuntamento nel pomeriggio di oggi, 4 giugno, in piazza Castello, sotto le finestre della Prefettura, per una manifestazione organizzata dalle principali associazioni di giuristi torinesi.
Un momento di confronto, di protesta e di riflessione che vuole accendere i riflettori sulle condizioni disumane in cui vivono coloro che sono rinchiusi nel Cpr di Torino. Il caso che ha scatenato il moto di rivendicazioni dei giuristi, che si sono presentati in piazza indossando la toga, è il suicidio Moussa Balde, il giovane originario della Guinea che si è impiccato lo scorso 23 maggio.
"Chi ha deciso di chiuderlo nella gabbia, ha stretto con lui il nodo del lenzuolo con cui si è impiccato", ha detto l'avvocato Gianluca Vitale che ora assiste i familiari della vittima. "Non possiamo più accettare questo sistema che rappresenta solo una violazione sistematica dei diritti delle persone - ha insistito il legale. Moussa non riusciva a capire perché fosse lì dentro. "Perché sono qui?", chiedeva con insistenza. Era lì perché a un certo punto ha smesso di essere un essere umano ed è diventato un clandestino".
Alla manifestazione è intervenuto anche l'avvocato Lorenzo Trucco, presidente dell'Asgi (Associazione degli studi giuridici sull'immigrazione): "Non siamo qui solo per ricordare una tragedia umana. La vicenda di Moussa è simbolica, racconta un sistema basato sui Cpr. Luoghi in cui le persone perdono ogni diritto. Luoghi in cui le persone perdono la libertà senza aver commesso alcun reato. Luoghi che rappresentano una voragine di disumanità".
Al Cpr - così gli avvocati lo descrivono - gli immigrati vivono in gabbie, i pasti vengono consumati in piedi, i servizi igienici non hanno le porte, persino gli interruttori della luce sono governati dall'esterno. "Sembrano dei campi di concentramento", sono le parole usate da Davide Mosso della Camera Penale. I dati sono drammatici. "Dal 2019 ad oggi sono sei le persone morte nei centri di permanenza d'Italia", ha spiegato la presidente dei Giuristi democratici Michela Quagliano.
Gli avvocati chiedono che vengano ripristinati i colloqui con i familiari, anche attraverso le video conferenze, di garantire le visite dell'Asl, sia mediche che psichiatriche, ma soprattutto di chiudere gli "ospedaletti", cioè le stanze di isolamento - simili a pollai dicono i legali - che non sono previste dalla normativa. In occasione della protesta è stato presentato un libro nero in cui sono racchiuse le tragiche storie di migranti rinchiusi nei Cpr e che solo per caso non hanno fatto la fine di Moussa.
ottopagine.it, 5 giugno 2021
Organizzato dal garante persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Ciambriello. Nella giornata di martedì 8 giugno alle 11 presso la Sala del Consiglio Comunale di Benevento o si terrà la presentazione del Report 2020 su scala provinciale delle criticità e delle buone prassi dei luoghi di privazione della libertà personale (carceri, misure alternative, rems, tso) realizzato dal garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale Samuele Ciambriello, in collaborazione con l'Osservatorio Regionale sulla vita detentiva. Dopo i saluti del sindaco Clemente Mastella, relazionerà il Garante Campano Samuele Ciambriello, seguiranno gli interventi del Procuratore della Repubblica di Benevento Aldo Policastro, della Presidente del Tribunale di Benevento Marilisa Rinaldi, la procuratrice del Tribunale per i minori Maria De Luzenberg, il Direttore dell'Istituto Penitenziario di Benevento Gianfranco Marcello, la Presidente dell'ordine degli Avvocati di Benevento Stefania Pavone, il Presidente della Camera penale di Benevento Domenico Russo e il Vescovo di Benevento Monsignor Felice Accrocca. All'incontro sono stati invitati a partecipare i Direttori, Comandanti e coordinatori dell'Area Educativa dell'Istituto di Benevento e di Ariano Irpino, e dell'Istituto Penale per i Minori di Airola, l'Ufficio locale di esecuzione penale esterna, il responsabile della REMS di San Nicola Baronia, il Direttore dell'SPDC di Benevento, i consiglieri regionali della provincia, e le associazioni che a vario titolo operano presso gli istituti.
Il Garante Campano Ciambriello così motiva l'iniziativa: "il carcere è un luogo di comunità nel quale il benessere di ciascuno alimenta quello di tutti. Se c'è infatti una lezione che abbiamo imparato dalla pandemia è che la storia di ciascuno non può prescindere dalla storia di tutti. Il senso di questo incontro è di mettere al centro dell'attenzione il mondo delle carceri ai vari livelli, un mondo molto spesso dimenticato, a volte rimosso, forse considerato marginale ma che a ben pensarci rappresenta lo specchio dei vizi e delle virtù della nostra società".
di Massimo Clausi
Quotidiano del Sud, 5 giugno 2021
L'ex terrorista contesta la detenzione nel carcere di Rossano Calabro. Ha iniziato lo scorso 2 giugno lo sciopero della fame Cesare Battisti, l'ex terrorista che si trova recluso nel carcere di Corigliano-Rossano.
Un carcere particolare che ha una sezione speciale per detenuti che si sono macchiati di reati terroristici, in massima parte integralisti islamici. Anzi, Battisti nella sua lettera aperta scrive di essere "unico detenuto qui non legato al "terrorismo islamico", ciò ha significato un isolamento totale di oltre 27 mesi, dei quali gli ultimi 8 senza mai esporsi alla luce solare diretta". Ancora "in questo reparto nulla è predisposto per i detenuti che non condividono i costumi e la tradizione musulmana".
Battisti descrive questo pezzo del penitenziario come una strada senza uscita. "Questo è l'unico reparto a Rossano - scrive - sprovvisto perfino delle mattonelle e di servizi igienici decenti; dove nessun operatore sociale mette piede. Il famigerato portone "antro ISIS" è tabù perfino per il Cappellano, il quale ha finora regolarmente ignorato le mie richieste di colloquio".
Eppure il terrorista ricorda che la sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Milano, confermata in Cassazione, nel novembre 2019, stabiliva che battisti dovesse scontare la pena in un carcere con regime ordinario. Nulla di più lontano dal penitenziario di Rossano che ovviamente non è stato concepito per svolgere questa funzione. Da qui la richiesta di trasferimento, inoltrata da Battisti, anche per essere più vicino alla sua famiglia che però è stata respinta dall'amministrazione penitenziaria.
"Avevo riposto la speranza in quest'ultima istanza di trasferimento - scrive Battisti - immaginando che, dopo oltre due anni in condizioni estreme, le autorità non infierissero oltre, considerata anche l'età è il precario stato di salute. Ma anche e soprattutto per aver mostrato grande disponibilità alla riconciliazione con quei settori della società che più hanno sofferto le conseguenze della lotta armata degli anni 70, con particolare riferimento alle famiglie di tutte le vittime. Ho trascorso 40 anni in esilio conducendo una vita di cittadino contribuente, perfettamente integrato alla società civile prezzo l'incessante attività professionale, il pacifico coinvolgimento nell'iniziativa culturale e nel volontariato, ovunque mi fosse stato offerto rifugio. Ricevendo anche encomi di portata internazionale".
Ora questa condizione che Battisti definisce ingiusta e che getterebbe ombre anche sulle recenti estradizioni di altri terroristi dalla Francia. "La questione rifugiati in Francia recente è una farsa. L'Italia ha mentito garantendo trattamento umano e clemenza. Quale migliore prova vedere le condizioni della prigionia di Battisti. Cosa dovrebbero aspettarsi veramente i rifugiati che dalla Francia arrivano in Italia, è l'opposto".
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