di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 25 aprile 2021
La norma prevede un utilizzo eccessivo di dati. Avvertimento formale al Governo: "necessario un intervento urgente a tutela dei diritti e delle libertà delle persone". La norma appena approvata per la creazione e la gestione delle "certificazioni verdi", i cosiddetti pass vaccinali, presenta criticità tali da inficiare, se non opportunamente modificata, la validità e il funzionamento del sistema previsto per la riapertura degli spostamenti durante la pandemia. È quindi necessario un intervento urgente a tutela dei diritti e delle libertà delle persone.
È questa l'indicazione del Garante per la protezione dei dati personali contenuta in un avvertimento formale, adottato ai sensi del Regolamento Ue, appena trasmesso a tutti i ministeri e agli altri soggetti coinvolti. Il provvedimento è stato inviato anche al Presidente del Consiglio dei ministri, per le valutazioni di competenza.
Il Garante osserva innanzitutto che il cosiddetto "decreto riaperture" non garantisce una base normativa idonea per l'introduzione e l'utilizzo dei certificati verdi su scala nazionale, ed è gravemente incompleto in materia di protezione dei dati, privo di una valutazione dei possibili rischi su larga scala per i diritti e le libertà personali.
In contrasto con quanto previsto dal Regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali, il decreto non definisce con precisione le finalità per il trattamento dei dati sulla salute degli italiani, lasciando spazio a molteplici e imprevedibili utilizzi futuri, in potenziale disallineamento anche con analoghe iniziative europee. Non viene specificato chi è il titolare del trattamento dei dati, in violazione del principio di trasparenza, rendendo così difficile se non impossibile l'esercizio dei diritti degli interessati: ad esempio, in caso di informazioni non corrette contenute nelle certificazioni verdi.
La norma prevede inoltre un utilizzo eccessivo di dati sui certificati da esibire in caso di controllo, in violazione del principio di minimizzazione. Per garantire, ad esempio, la validità temporale della certificazione, sarebbe stato sufficiente prevedere un modulo che riportasse la sola data di scadenza del green pass, invece che utilizzare modelli differenti per chi si è precedentemente ammalato di Covid o ha effettuato la vaccinazione. Il sistema attualmente proposto, soprattutto nella fase transitoria, prosegue il Garante, rischia, tra l'altro, di contenere dati inesatti o non aggiornati con gravi effetti sulla libertà di spostamento individuale. Non sono infine previsti tempi di conservazione dei dati né misure adeguate per garantire la loro integrità e riservatezza.
Il Garante rimarca, infine, con una punta polemica, che le gravi criticità rilevate si sarebbero potute risolvere preventivamente e in tempi rapidissimi se, come previsto dalla normativa europea e italiana, i soggetti coinvolti nella definizione del decreto legge avessero avviato la necessaria interlocuzione con l'Autorità, richiedendo il previsto parere, senza rinviare a successivi approfondimenti. L'Autorità ha comunque offerto al Governo la propria collaborazione per affrontare e superare le criticità rilevate.
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 25 aprile 2021
Il generale: Libia collo di bottiglia per i migranti, ma il nodo è la guerra. Non c'è soluzione militare alle crisi e non c'è soluzione alle crisi senza capacità militare
Si parte alla rovescia...
"Posso farle io una domanda?", chiede Claudio Graziano.
Prego...
"Noi vogliamo veramente dipendere da qualcuno?".
È una domanda retorica?
"Certo".
Infatti, il generale, da novembre 2018 presidente del Comitato militare dell'Unione europea, va avanti senza attendere la risposta, scontata: "Eccole spiegato cosa sia l'autonomia strategica per l'Europa: il contrario di autonomia è dipendenza. Un punto colto appena qualche settimana fa dal premier Draghi. Come per la produzione dei vaccini, anche nella difesa occorre autonomia. Ovvero capacità di agire da soli se necessario, con i partner se è possibile. Nel quadro dell'ambizione che l'Europa si è data".
Un esempio?
"Beh, l'operazione Irini nel Mediterraneo centrale: esclusivamente europea, lanciata l'anno scorso per l'embargo delle armi sulla Libia".
Ma la Nato è al tramonto?
"No. Continua a essere il pilastro della difesa collettiva. Ma dopo il 2011 in Libia ha deciso di partecipare meno alle operazioni di sicurezza, di pace. Questo ha lasciato uno spazio. Ma non c'è contrapposizione, anzi: un'Europa più forte, rende la Nato più forte".
Cos'è la sovranità tecnologica oggi?
"Stabilita un'ambizione, si cercano metodo e strumenti finanziari: fondamentali per non restare schiacciati dagli sviluppi tecnologici di Usa e Cina. Primato tecnologico significa anche egemonia geopolitica e militare".
Il Covid cosa ha cambiato?
"Tutto, e in peggio. Già prima eravamo molto preoccupati per gli interventi della Turchia in Siria e Libia e per l'attività russa. Il Covid ha aggravato le minacce tradizionali con una nuova minaccia cyber: siamo sempre più dipendenti da spazi elettromagnetici per comunicare".
I vaccini sono un'arma geopolitica di Russia e Cina.
"Non può essere una gara tra gli Stati, al massimo una corsa per salvare vite. Ma è vero che la produzione e la campagna vaccinale sono soft-power, dunque la resilienza delle organizzazioni internazionali diventa sicurezza".
Per valutare sicurezza e rischi comuni, la Commissione ha lanciato la Bussola strategica. Come funziona?
"Si parte dall'analisi condivisa della minaccia, raccogliendo i contributi di tutti, senza però un ordine di priorità, che richiederà sviluppi successivi. È importante che i singoli Stati contribuiscano".
Ma i 27 non guardano tutti dalla stessa parte nemmeno nelle alleanze... Alla bussola serve un ago politico?
"Serve impegno per mediare sulle percezioni. C'è una percezione di minaccia da Sud, dalla Libia, ma anche da Est e da Sudest, siamo appena tornati dalla Bulgaria, forte è la percezione di minaccia dal Mar Nero. Evidentemente la direzione politica è quella che manca, Prodi lo ha detto".
La Bussola potrebbe rendere l'Europa più unita?
"E' l'obiettivo a cui mi propongo di contribuire. Mai come adesso non c'è soluzione militare alle crisi ma non c'è una soluzione alle crisi senza anche la capacità militare, almeno a livello di deterrenza".
Cosa cambia per noi con l'America di Biden?
"La nuova amministrazione ha dato segnali importanti di volontà di collaborazione e di multilateralismo. Le alleanze vanno rinvigorite quando Turchia e Russia agiscono fuori dalle regole delle relazioni internazionali".
Quanto ci preoccupa l'intelligence russa?
"La Russia è una delle minacce ibride per la Ue, ci sono sanzioni per ciò che hanno fatto in Ucraina. È intervenuta in Siria con sistemi ibridi. Si è schierata in Libia. Per loro è fondamentale indebolire la coesione delle grandi alleanze. Anche dal punto di vista dell'intelligence".
Erdogan ha offeso von der Leyen ed è arrivato alla crisi diplomatica con Draghi... alleato nella Nato, nemico dell'Europa: cos'è davvero?
"La Turchia ha fatto del pragmatismo un modus operandi. In altri contesti si pone fuori da regole e relazioni internazionali, ambito in cui speriamo di ricondurla. Certo la diplomazia è fatta di momenti simbolici. Sicché ho difficoltà a credere che la vicenda cui lei ha fatto riferimento sia da ricondurre solo a un errore protocollare e non rappresenti un messaggio".
Da Erdogan ai libici, applichiamo come Ue la strategia del buttafuori per tenere alla larga i migranti. Che intanto annegano in mare...
"Parliamo di gestione dei flussi. Terrorismo, Stati falliti e immigrazione incontrollata sono un triangolo di instabilità. Il rispetto dei diritti umani è un valore non negoziabile per noi. La Libia è il collo di bottiglia di flussi che risalgono dall'Africa, per ora c'è solo Irini contro il traffico d'armi, anche se si può tenere tra i suoi compiti l'addestramento della guardia costiera sui nostri standard dei diritti. Il problema di fondo è la guerra, ristabilita la pace interverremo alla radice direttamente sul problema dei migranti".
Stiamo restituendo l'Afghanistan ai talebani?
"La comunità internazionale non deve abbandonare il Paese. Il rischio di ritorno dei talebani esiste. Come quello che il vuoto sia riempito da Cina, Russia, Iran".
L'autonomia strategica europea è contro le democrature?
"No, non lo è. Alcuni attori hanno preso a declinare la guerra ibrida anche contro le istituzioni europee, combinando operazioni nel dominio cibernetico ed in quello cognitivo. L'Unione deve essere in grado di difendersi: da sola, meglio ancora se nell'ambito delle storiche alleanze. Quello che non può succedere è che la sicurezza delle nostre libere istituzioni dipenda da altri".
Potrà esistere la Ue senza un esercito comune?
"La difesa è una prerogativa nazionale, ma in meno di 70 anni siamo passati dal farci la guerra gli uni con gli altri a impiegare uomini sotto il comando di ufficiali stranieri con la bandiera europea. Non possiamo fallire nel percorso europeo, significherebbe tornare alle trincee della Prima guerra mondiale. L'esercito comune è un sogno: io non lo vedrò. Ma nemmeno Roma è stata costruita in un giorno".
di Alfredo Marsala
Il Manifesto, 25 aprile 2021
Tripoli: "Non è vero che li abbiamo lasciati morire. Pochi mezzi e tre allarmi insieme". Il vescovo di Palermo, Lorefice, attacca "il grave rimpallo di responsabilità". Dalle cancellerie il silenzio è tombale. Tace l'Europa dei palazzi, mentre le immagini della strage dei 130 in Libia rimbalzano da un continente all'altro. Sei anni sono trascorsi dalla foto shock che scosse il mondo: quella del piccolo Alan Kurdi, il bimbo siriano di tre anni appena, riverso col viso poggiato sulla sabbia della spiaggia di Bodrum, in Turchia. Uno strazio. Sembrava che quell'istantanea potesse stravolgere le agende dei governi. Macché. Di immagini di morti galleggianti nel Mediterraneo ce ne sono state tante, l'inerzia e i terribili silenzi dell'Ue sono rimasti tali.
Ma a "ferire la coscienza umana e cristiana", accusa il vescovo di Palermo Corrado Lorefice all'indomani della tragedia, "non è solo l'assoluta indifferenza in cui tutto questo è avvenuto", ma "è anche e soprattutto il grave rimpallo di responsabilità tra la Libia, Malta, l'Italia e Ue". Già. Perché la guardia costiera libica non ci sta a essere accusata di avere ignorato un Sos in mare lasciando annegare i naufraghi, come denunciato dall'Oim, secondo cui "gli Stati sono rimasti inerti e si sono rifiutati di agire". Attraverso un portavoce, i libici assicurano di aver fatto tutto il possibile per salvare quelle vite. Ma con sole due motovedette funzionanti e tre allarmi scattati contemporaneamente mentre il mare era in burrasca - è la versione di Tripoli - non hanno potuto sventare la strage. Cui potrebbe aggiungersene un'altra: un gommone con una quarantina di persone risulta scomparso.
Per l'Oim si tratta del più tragico naufragio avvenuto quest'anno nel Mediterraneo centrale, con la nave Ocean Viking dell'ong Sos Mediterranée che non è arrivata in tempo a salvarli. Anche il numero di emergenza Alarm Phone ha sostenuto che "tutte le autorità consapevolmente li hanno lasciati morire in mare". "È assolutamente falso - ha replicato il portavoce della Marina libica, Massoud Abdelsamad - Siamo intervenuti nonostante le pessime condizioni meteo, ma c'erano forti venti e onde alte che rendevano quasi impossibile compiere salvataggi.
"Al momento abbiamo disponibili solo due motovedette", ha ricordato Massoud, ma "quel giorno avevamo tre casi: uno al confine con la Tunisia e due, compreso quello tragico, al largo di Khoms". Pare che delle sei motovedette a disposizione della guardia costiera di Tripoli, una ha un guasto e altre tre sono in Italia per riparazioni. Non ci sta il vescovo di Palermo.
"Il lungo temporeggiare sull'obbligo del soccorso e l'accavallarsi confuso delle giustificazioni sul perché non si sia fatto nulla per precipitarsi a salvare 130 persone in evidente pericolo continuano purtroppo a dimostrarci che non è più possibile che si ritardi nella ricerca di una soluzione politica a livello europeo umanamente sostenibile, che ponga fine una volta per tutte a questa straziante barbarie".
"Basti guardare in questi mesi al Congo e al North Kiwu per capirlo. Ebbene, di fronte a questa ingiustizia sistematica - incalza Corrado Lorefice - noi europei, invece di sentire l'obbligo di un risarcimento, chiudiamo le frontiere del nostro benessere grondante del sangue dei poveri, per impedire ad altri il diritto a un'esistenza che non sia svuotata di dignità. Tutto questo è scandaloso. Ci perdonino tutti coloro che hanno perso la vita in questi anni e ci infondano il coraggio di cambiare, insieme".
Duro anche il commento delle Acli. "Finché non si assume finalmente il concetto che il fenomeno migratorio è un dato di fatto e non un capriccio; finché l'Europa continua a inseguire la politica dell'esternalizzazione, rimanendo ostaggio economico e politico di Paesi che non rispettano i più elementari diritti umani; finché si ringraziano i libici per i salvataggi in mare anziché disconoscerli per la violenza ampiamente documentata; finché si preferisce criminalizzare le ong impegnate in missioni di salvataggio anziché apprezzarle perché sono le uniche a rispettare la legge del mare, i morti aumenteranno".
La comunità di Sant'Egidio ha promosso per domani in Italia e in tutta Europa numerose veglie di preghiera in memoria delle vittime. E chiede all'Ue "di riattivare con urgenza una rete di salvataggio in mare, rapida ed efficiente, così come lo impone il diritto internazionale per non dover rispondere in futuro, oltre che alla propria coscienza, anche a reati di omissione di soccorso".
di Vittorio Da Rold
Il Domani, 25 aprile 2021
Nell'anniversario del massacro del 1915 il presidente americano usa per la prima volta il termine "genocidio", come aveva promesso La decisione crea nuove frizioni con la Turchia, che avranno ricadute sulle contese nel Mediterraneo e sui rapporti con la Russia.
Genocidio degli armeni. Questa la frase storica pronunciata per la prima volta dal presidente americano, Joe Biden, nel discorso per il 106° anniversario del massacro armeno da parte dell'impero ottomano nel 1915. Biden aveva avvisato in precedenza telefonicamente il presidente turco Recep Tayyip Erdogan della sua intenzione di riconoscere il genocidio, passo che creerà nuova tensione con un alleato scomodo ma membro della Nato. Erdogan nei giorni scorsi aveva reagito affermando che "la Turchia continuerà a difendere la verità contro le menzogne sul cosiddetto "genocidio armeno" e contro coloro che stanno sostenendo questa calunnia sulla base di calcoli politici".
Il discorso di Biden sullo sterminio degli armeni è stato preparato a lungo. La decisione di Biden giunge dopo la lettera aperta di oltre cento membri del Congresso che lo invitava a dare seguito alla sua promessa elettorale. "Signor Presidente, come ha detto nella sua dichiarazione del 24 aprile dello scorso anno", nell'anniversario dell'eccidio di massa, "il "silenzio è complicità".
Il vergognoso silenzio del governo degli Stati Uniti sul fatto storico del genocidio armeno è durato troppo a lungo e deve finire", recitava l'appello dei membri del Congresso. Riconosciuto da una trentina di paesi nel mondo tra cui l'Italia e la Francia e dalla comunità internazionale degli storici come il primo genocidio del XX secolo, il massacro del 1915 è invece da sempre negato da Ankara.
Le sue contestazioni riguardano sia il bilancio delle vittime - che per la maggior parte degli esperti si attesta tra 1,2 e 1,5 milioni - sia l'accusa di un'uccisione pianificata, riconducendo le morti al conflitto con la Russia zarista e alle sue conseguenze e sottolineando le perdite su entrambi i fronti. "Le dichiarazioni senza valore legale non porteranno benefici, al contrario danneggeranno le relazioni", ha detto il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu, avvisando che "se gli Stati Uniti vogliono peggiorare le relazioni, è una loro decisione"
Le tensioni dopo Trump - I rapporti tra Ankara e Washington si sono fatti sempre più tesi dopo l'addio di Trump. Tra i principali punti di frizione con l'alleato Nato resta il rapporto con la Russia, da cui la Turchia ha acquistato il sistema missilistico S-400, subendo le conseguenti sanzioni americane. Ma l'amministrazione Usa ha rimarcato la distanza anche sul tema dei diritti civili e della democrazia, criticando il ritiro dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza di genere. E ora si prepara ad aprire un nuovo fronte.
L'uso del termine "genocidio" da parte del nuovo presidente Usa segna un rafforzamento di un asse transatlantico nel quadrante libico per contrastare l'influenza turca e russa. La definizione di Mario Draghi su Erdogan "dittatore" si inquadra nel contesto dove Biden ha definito il presidente turco "un autocrate" e Vladimir Putin "un killer".
La nuova amministrazione americana non sembra intenzionata ad accettare nuovi superamenti di linee rosse da parte turca nel Mediterraneo come quando Erdogan alla parata militare a Baku nel dicembre scorso per la vittoria azera nel Nagorno-Karabakh citò Erven Pascia, uno dei componenti del triumvirato che insieme agli altri due, Mehmed Talat e Ahmed Cemal, è considerato anche responsabile del genocidio degli armeni.
Secondo Sargis Ghazaryan, ex-ambasciatore d'Armenia in Italia: "(L'utilizzo del termine genocidio da parte del presidente Biden) può accresce la sicurezza e la stabilità dell'Armenia, in primis, e del Mediterraneo allargato in generale. Oltre ad essere un atto di giustizia e verità, è un chiaro segnale che l'Amministrazione Biden è contraria alla postura assertiva e destabilizzante di Erdogan in Caucaso, nel vicino oriente, in Magreb e domani, forse, nei Balcani. Ciò può spingere gli stati membri dell'Ue ad allinearsi, anche sulla scia del governo Draghi".
E poi prosegue: "L'ultimo atto di un genocidio è la sua negazione, che apre alla recidiva. Erdogan, che è negazionista, neo ottomano in politica interna e panturco in politica estera, ha attraversato una linea rossa promuovendo e partecipando all'offensiva azera contro il Nagorno-Karabakh armeno e l'Armenia. Immaginatevi, per assurdo, se 106 anni dopo la Shoah, paradossalmente, una Germania ancora negazionista avesse promosso una guerra contro Israele".
di Marco Perduca e Antonella Soldo
Il Manifesto, 25 aprile 2021
Martedì prossimo 27 aprile l'uomo affetto da artrite reumatoide comparirà davanti a un giudice rischiando fino a sei anni di carcere per aver coltivato la marijuana di cui aveva bisogno e che non riusciva a ottenere regolarmente. Era il 28 aprile del 2007 quando con il Decreto Turco si riconobbe in Italia l'efficacia terapeutica del Thc, il principio attivo più importante della cannabis, per il trattamento del dolore cronico. Esattamente quattordici anni dopo. Il suo caso è tra i più conosciuti ma non è l'unico: da quando la cannabis terapeutica è legale migliaia di pazienti si sono scontrati con l'impossibilità di vedere il loro diritto alla salute rispettato. Chi s'interessa di questi temi, come l'Associazione Luca Coscioni e Meglio Legale, ogni giorno ascolta storie simili a quella di Walter, storie alle quali le nostre istituzioni devono rispondere con urgenza e non per compassione ma per rispettare la legalità costituzionale.
Walter De Benedetto affronterà l'udienza decisiva del processo che lo vede imputato ad Arezzo, per coltivazione di sostanza stupefacente in concorso, in condizioni di salute precaria. De Benedetto è assistito dagli avvocati Claudio Miglio e Lorenzo Simonetti che affermano senza mezzi termini che "non è un problema solo di Walter. Dal momento in cui la farmacia ospedaliera non procura al paziente la medicina per la quale ha una regolare prescrizione, lasciandolo di fatto senza terapia, il paziente è lasciato solo dallo Stato".
Uscendo dall'aula giudiziaria dove era arrivato in ambulanza, De Benedetto aveva dichiarato: "Mi assumo la mia responsabilità, questa è una battaglia in cui non ci sono solo io, credo nella giustizia e nella legge, mi sento a posto con la mia coscienza". Poco prima De Benedetto si era rivolto al Presidente della Repubblica chiedendo che fosse rispettato il suo diritto alle cure previsto dall'articolo 32 della Costituzione. Quell'Appello ha raccolto oltre 20.000 firme che, per conto di Walter, abbiamo consegnato di persone al Quirinale lo scorso 16 aprile.
In questa situazione tra il paradossale e l'illegale nei giorni scorsi tanti pazienti hanno deciso di raccontare la loro storia: Alfredo Ossino, ex maresciallo Capo della Guardia di Finanza in congedo a causa di un deficit-funzionale della colonna vertebrale, che denuncia i costi esorbitanti delle cure. Stefania Lavore, 40 anni, tecnico di laboratorio, affetta dalla malattia di Parkinson di origine genetica. Mara Ribera, che sottolinea come "il dolore non può essere parte integrante della vita delle persone". O il trentenne Carlo Monaco, affetto da anoressia nervosa, o Paolo Malvani che soffre di dolore neuropatico causato da un incidente stradale, o Rosario D'Errico la cui decisione di procedere con la coltivazione domestica, data l'assenza di terapia, l'ha portato ad avere problemi con la giustizia e un processo con conseguente perdita del lavoro. Donato Farina, trentunenne di Padova, ha dovuto supplire con gli antidolorifici le lungaggini della prescrizione medica. E altri continuano a scriverci.
Per cambiare la situazione ci sono alcune cose che si possono fare già oggi: autorizzare altri enti privati e pubblici a produrre cannabis terapeutica, visto che lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze che non è in grado di soddisfare il fabbisogno nazionale; informare e formare i medici, anche di famiglia, che già oggi possono prescrivere; mettere a carico del Servizio sanitario nazionale una terapia ancora troppo costosa, liberalizzarne l'importazione e cancellare il divieto di vendita per corrispondenza imposto alle farmacie. Lo chiede Walter a nome del diritto alla salute negato.
di Sergio Schlitzer
Il Riformista, 24 aprile 2021
L'attesa è finita. La Corte si è pronunciata. La vigente disciplina dell'ergastolo ostativo è contraria alla nostra costituzione e all'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo che vieta i trattamenti inumani e degradanti. Una decisione sicuramente importante, attesa quantomeno dal 2019, che porrà fine a una disciplina indegna e inaccettabile per qualsiasi Stato autenticamente democratico, e che darà finalmente speranza (solo) a chi in carcere ha trascorso alcuni decenni, molti in regime di 41 bis, nel corso dei quali ha effettivamente e autenticamente rivisto il proprio vissuto.
di Alessandra Vanzi
Il Manifesto, 24 aprile 2021
Intervista. Il Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà torna su alcune questioni irrisolte. Incontro il professor Mauro Palma, Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà, che di recente ha tenuto una conferenza all'Accademia dei Lincei.
È un uomo sempre in movimento e mi racconta che tornando da Firenze si è trovato bloccato per 3 ore sull'autostrada dai ristoratori e albergatori in protesta contro le chiusure: "Mi è venuta in mente una persona di cui mi sono occupato che è stata condannata a 2 anni di carcere per aver megafonato agli automobilisti, invitandoli a non pagare al casello autostradale in Val di Susa, un'azione che è durata 20 minuti".
di Errico Novi
Il Dubbio, 24 aprile 2021
Edmondo Bruti Liberati, ex procuratore di Milano, stronca la commissione parlamentare d'inchiesta che sta per essere istituita a Montecitorio, con l'accordo di tutti i partiti di maggioranza: "È legittimo che il primo potere, il Parlamento, indaghi su noi magistrati, che siamo il terzo, ma la legge istitutiva non indica i casi concreti su cui fare luce, richiesti dalla Costituzione".
Legittima? "Certo". Utile? "Dipende: se ci si sofferma sugli obiettivi dichiarati nella proposta di legge per istituirla, quella sull'uso politico della giustizia sembra tutto fuorché una commissione d'inchiesta". Edmondo Bruti Liberati è stato procuratore della Repubblica a Milano proprio negli anni delle grandi tensioni sulle inchieste che hanno riguardato la politica, e Berlusconi innanzitutto. Rappresenta insomma una "controparte naturale" dell'iniziativa appena assunta a Montecitorio sotto la spinta del centrodestra. Ma non nasconde le proprie perplessità.
Vede vizi di legittimità, in questa commissione?
La giustizia è senz'altro una "materia di interesse pubblico" su cui, come previsto dall'articolo 82 della Costituzione, il Parlamento può istituire una Commissione di inchiesta. Ciò è accaduto, con esiti diversi, in molte occasioni. Hanno riguardato grandi tematiche come la mafia o le stragi, o un oggetto più specifico come quella sul "rapimento e sulla morte di Aldo Moro". Queste commissioni d'inchiesta hanno indagato su fenomeni e accadimenti oggetto anche di indagini e processi.
E si sono rivelate utili per l'attività giudiziaria?
In non pochi casi hanno fornito spunti e impulsi all'azione della magistratura e anche argomentate critiche su indagini e processi. E infine, cosa non marginale, hanno sollecitato al legislatore stesso opportune riforme. Nessuna preclusione quindi che il "primo potere", il Parlamento, indaghi sul "terzo potere", la magistratura.
E quindi qual è il suo giudizio sulla commissione che partirà a breve?
Si tratta di vedere qual è il compito di una Commissione che, come ancora detta l'articolo 82 Costituzione, per il fatto di procedere "alle indagini e agli esami con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell'autorità giudiziaria" deve avere oggetto ben definito. È stato detto che "il Parlamento può fare tutto, tranne che trasformare una donna in uomo e un uomo in una donna". Ma una Commissione d'inchiesta è, appunto, una commissione di "inchiesta". Non è un dibattito parlamentare, non è una analisi sociologica o politologica, non è un seminario di studi.
È questo il rischio che vede?
Quella proposta con atto Camera numero 2565, prima firmataria onorevole Gelmini, è tutto tranne che una "commissione d'inchiesta": lo tradisce già il titolo che ne fissa l'oggetto "sull'uso politico della giustizia". E se non bastasse, basta leggere i compiti attribuiti all'articolo 1: "Lo stato dei rapporti tra le forze politiche e la magistratura" (lettera a) nonché "lo stato dei rapporti fra la magistratura e i media" (lettera b). Temi oggetto in Italia, in Europa e nel mondo di una letteratura sterminata, e bene potrebbero essere oggetto di tesi di dottorato, ove brillanti ricercatori apportino nuovi approfondimenti su temi mai sufficientemente arati. Ma una commissione d'inchiesta è altra cosa.
Teme insomma che la genericità degli obiettivi vanifichi l'iniziativa?
L'articolo 1 della proposta, con l'apparenza di prefigurare indagini su "casi concreti" sembrerebbe voler rientrare nei limiti della commissione d'inchiesta. Ma i "casi concreti" la cui esistenza si dovrebbe accertare riguardano di tutto e di più. "Esercizio mirato dell'azione penale o di direzione od organizzazione dei dibattimenti o dei procedimenti penali in modo selettivo, discriminatorio e inusuale". Quali procedimenti? Scelti a campione? In quali sedi? Sorteggiati?
Dice che non si può lavorare su presupposti simili?
"Mancato o ritardato esercizio dell'azione penale a fini extragiudiziari, in violazione del principio costituzionale dell'obbligatorietà dell'azione penale" (lettera g). Ancora più ampio il campo: esercizio ritardato in quali procedimenti? E soprattutto "mancato esercizio": qui si indaga non su ciò che comunque è stato, ma su ciò che non è stato. Sollecitare tutti i cittadini insoddisfatti a riproporre le loro denunzie? Non è finita qui.
Cos'altro ha notato?
"Influenza esterna nella determinazione di quello che dovrebbe essere il giudice naturale, nella composizione degli organi giudiziari e nella definizione dei calendari, con particolare riguardo ai procedimenti penali nei quali siano coinvolti capi politici e esponenti politici di partiti" (lettera h). Anzitutto selezioni dei procedimenti: "Capi politici", ma perché non anche i peones, e perché non anche gli amministratori locali? E all'esito di questa difficile selezione inizierebbe il compito immane di ridiscutere la competenza territoriale, magari già oggetto di decisione in primo grado, in appello e in cassazione e poi addirittura di riesaminare i calendari di udienza e quindi il presupposto, la complicata materia delle tabelle di composizione degli uffici giudiziari.
Lei stronca senza appello...
Non sono mancate nella storia repubblicana anche recente, commissioni d'inchiesta che non hanno approdato a nulla o che, pur istituite, non hanno di fatto operato. Se questa commissione volesse davvero investigare sui "casi concreti" come sopra in- definiti sarà destinata alla paralisi.
Però è indiscutibile l'urgenza di guardarsi negli occhi e superare la crisi, che dura da trent'anni, nei rapporti fra politica e ordine giudiziario. O no?
Nessuno vuole eludere problemi della giustizia e cadute nella magistratura. Ma vi sono proposte di legge pendenti in Parlamento, e la ministra Cartabia ha istituito una commissione di studio proprio sul tema dell'ordinamento giudiziario e della riforma del Csm. Questi sono temi "concreti" sui quali il Parlamento sarà chiamato a pronunziarsi, e sui quali si aprirà un dibattito e un confronto tra le diverse posizioni. E infine, non credo sia parlar d'altro, il ricordare che sulla nostra affannata macchina della giustizia si sono abbattuti gli ulteriori ritardi e problemi dovuti alla pandemia. Riorganizzare la ripresa che speriamo prossima, portare a regime le esperienze utili di semplificazione indotte dalla pandemia, abbandonare quelle meramente emergenziali. Proporre quali investimenti nel quadro del Recovery si debbano fare per la giustizia. Ecco terreni di impegno ineludibili e urgenti. Molte sono le proposte in campo tra le quali segnalo quella, molto "concreta", elaborata da magistrati, avvocati, professori ed esperti di organizzazione, tradotta nel "Libro Bianco Giustizia 2030", visitabile su www.giustizia2030.it, presentato in questi giorni.
di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei
Il Sole 24 Ore, 24 aprile 2021
Percorsi volontari e consensuali sia prima che dopo il processo. La giustizia riparativa entrerà nella riforma del processo penale. L'obiettivo è accrescere la tutela delle vittime di reato attraverso percorsi che coinvolgano anche gli autori dei crimini e riescano a "ricucire" le lacerazioni dei legami sociali e a farsi carico delle conseguenze negative delle violazioni.
di Michele Di Branco
Il Messaggero, 24 aprile 2021
Un piatto da 2,3 miliardi di euro per accorciare i tempi dei processi e rendere più digeribile la giustizia in Italia. Il governo punta a riformare profondamente la macchina penale, civile e tributaria intervenendo anche sull'ordinamento e sul Csm.
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