di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 giugno 2021
Rimane ancora annoso il problema della vaccinazione degli "invisibili". Un conto è la teoria, ma nei fatti diventa impossibile. La teoria è che, in Italia, ad oltre 700 mila immigrati viene rilasciato il tesserino Stp (Stranieri temporaneamente presenti), che garantisce l'accesso alle prestazioni sanitarie urgenti o essenziali tra cui le vaccinazioni. L'Stp viene infatti rilasciato agli immigrati irregolari con più di tre mesi di presenza in Italia ma anche a chi ha fatto richiesta di asilo ma non ha ancora i documenti. Ma diventa impossibile, dal momento in cui numerose regioni hanno le piattaforme on line che non prevedono l'accesso in assenza di codice fiscale e numero di tessera sanitaria.
Dunque, pur avendo diritto alla vaccinazione, in pratica queste persone non possono accedervi. In alcune Regioni poi, come ad esempio in Friuli Venezia Giulia, si prevede l'inserimento dello Spid, il codice di identità digitale e, in altre, del numero di telefono cellulare certificato. "Con tali livelli di accesso- denuncia l'Associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi) - queste fasce di cittadini stranieri non in possesso di tessera sanitaria o altri codici richiesti non possono dunque prenotare la vaccinazione, pur avendone diritto, e nemmeno altre persone possono farlo a loro nome. Al momento, solo la piattaforma informatica dell'Emilia- Romagna prevede l'inserimento dei codici Stp, Eni e permessi di soggiorno temporanei".
Un problema enorme. Intanto in Liguria arriva la proposta del capogruppo del Partito democratico in consiglio regionale, Luca Garibaldi. Ovvero vaccinare gli invisibili presenti in Liguria con il monodose Johnson & Johnson, coinvolgendo le associazioni e la rete dei servizi sociali per intercettare chi non è noto al sistema sanitario regionale.
"Si stanno aprendo le vaccinazioni per ogni fascia d'età, pensiamo di vaccinare anche i turisti, tutti quelli che possono prenotarsi sono sufficientemente coperti - analizza Garibaldi - rimane il tema degli invisibili, migranti in attesa del riconoscimento del permesso di soggiorno o senza fissa dimora che non hanno accesso al sistema di prenotazione perché non sono negli elenchi del sistema sanitario regionale, non hanno un codice fiscale né una tessera sanitaria neppure provvisori".
Da qui la proposta, e lo fa tramite l'agenzia stampa Dire: "Bisogna intercettare tutte queste persone attraverso il mondo dell'associazionismo e la rete dei servizi sociali che ogni giorno si occupa di loro per offrirgli pasti, cure e un tetto. Bisogna offrire anche a loro la campagna vaccinale, proponendo il vaccino Johnson & Johnson perché è monodose e si tratta di persone che non è così facile intercettare una seconda volta per un richiamo".
Trovare una soluzione per queste persone, prosegue Garibaldi, è imprescindibile: "Non bisogna lasciare indietro né dimenticare nessuno, il vaccino è un diritto universale, una regola di umanità nonché un tema di salute pubblica e una strategia epidemiologica importante per proteggere anche chi vive in condizioni di emarginazione e chi gli vive intorno. La Costituzione dice che vanno curati tutti gli individui, non tutti i cittadini".
Il consigliere spiega, inoltre, che il tema riguarda anche chi è in possesso di tessere sanitarie e codici fiscali provvisori rilasciati dalla Questura "perché non è detto che siano stati caricati nei sistemi regionali per la prenotazione". Garibaldi riconosce che si tratta di un tema di valenza nazionale, "ma è importante iniziare a lavorarci fin da ora e chiedere al governo e al commissario straordinario la possibilità di muoversi anche in questa direzione. Si tratta di pochi casi e poche dosi, ma è essenziale costruire una strategia per tutelare tutte le persone".
Un problema che riguarda i fragili e i senza fissa dimora. Non a caso, la scorsa settimana, una delegazione della Comunità di Sant'Egidio, guidata dal presidente Marco Impagliazzo, ha incontrato il generale Francesco Paolo Figliuolo, commissario straordinario per il contenimento della pandemia. Nel corso del colloquio si sono "previsti percorsi per una vaccinazione che comprenda tutte le fasce della popolazione, con particolare attenzione ai più fragili, come le persone senza fissa dimora e chiunque abbia difficoltà ad accedere alla campagna nazionale". Lo fa sapere in una nota la Comunità.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 5 giugno 2021
Il caso della ragazza pakistana scomparsa. La vicenda della diciottenne pakistana, Saman Abbas, presumibilmente rapita (forse uccisa) dai propri familiari perché voleva sottrarsi a un matrimonio forzato, solleva una questione enorme. E ci parla di una vera e propria "lotta di classe" a carattere generazionale, all'interno della popolazione straniera residente in Italia.
Un conflitto che vede contrapposte le seconde generazioni (circa un milione di giovani), alle tradizioni patriarcali e integraliste, spesso dominanti nelle proprie famiglie; e che porta tanti ragazzi e ragazze a percorrere la strada dell'affermazione dei propri diritti e della piena inclusione nel sistema di cittadinanza. Ma la storia di Saman ci dice quanto possa essere faticosa e dolorosa l'integrazione - il termine è imperfetto ma è l'unico disponibile - degli stranieri, all'interno del nostro ordinamento giuridico e del nostro sistema culturale e sociale; e nella accettazione delle leggi dello Stato di diritto e dei valori su cui si fonda.
In termini generali, c'è poco da aggiungere: i principi della Costituzione italiana e i diritti universali della persona valgono per tutti. Dunque, chi non rispetta la parità tra maschi e femmine all'interno della famiglia, nella formazione scolastica e lavorativa e nelle scelte affettive, sessuali, coniugali, commette reato e va sanzionato. Ancor più quando si attenti a quel diritto umano fondamentale che è l'integrità fisica e psichica: come è nel caso della pratica - prima culturale che religiosa - delle mutilazioni genitali femminili.
Rispetto a tutto ciò, qualsiasi interpretazione in termini di relativismo culturale e di tutela delle "culture altre", non è solo un grave errore, è una mascalzonata sottilmente razzista: in quanto muove dal presupposto che vi siano determinati individui, gruppi o etnie non meritevoli della protezione dei diritti universali. Perché, dunque, la vicenda di Saman è stata sottovalutata da parte di media e opinione pubblica? Non certo a causa della presunta sudditanza psicologica della sinistra verso l'Islam o di un riflesso condizionato politicamente corretto che indurrebbe a un pregiudizio favorevole nei confronti di tutto ciò che riguarda l'immigrazione.
Né tantomeno (si è sentita anche questa), a motivo di un calcolo elettoralistico: in Italia, gli stranieri titolari di cittadinanza, e conseguente diritto di voto, sono oltre due milioni. E, dai dati disponibili, emerge che le loro opzioni politiche si collocano lungo l'asse destra - sinistra, in percentuali sostanzialmente sovrapponibili a quelle degli altri italiani.
Vale la pena ricordare che, in passato, il leader politico che riscuoteva maggiori consensi tra gli stranieri, era Silvio Berlusconi: e proprio per i valori trasmessi dal suo messaggio politico (famiglia, tradizione, religione, ascesa sociale, successo...). Dunque, una lettura politicistica appare totalmente infondata. Ciò che pesa è piuttosto il fatto che le relazioni all'interno delle comunità e delle famiglie di stranieri, sembrano appartenere a mondi lontani e inaccessibili, dai quali difenderci e comunque prendere le distanze. Dietro, c'è un'idea di società rigorosamente ripartita per nicchie distinte e autonome. La sola preoccupazione è che non minaccino la nostra sicurezza e i nostri beni, ma su cosa accada al loro interno la rimozione è la scelta, degli individui e delle istituzioni, meno ansiogena e più tranquillizzante.
Ne consegue la difficoltà di un confronto ravvicinato - anche aspro e conflittuale - tra differenti culture e sistemi di valori. Il che alimenta la separatezza di quelle comunità e di quelle famiglie, al cui interno è più facile che si perpetuino rapporti di potere arcaici. Nella vicenda di Saman, per la verità, le istituzioni pubbliche si sono mosse, ma nella tensione tra due progetti di vita (quello della diciottenne e quello dei suoi genitori), ha finito col prevalere, in ragione della violenza esercitata, l'ordine della tradizione più cupa.
Non accade sempre così, la sorte di Saman non è unica ma non è nemmeno generalizzabile. La gran parte dei giovani stranieri tende a rassomigliare ai nostri figli e non solo nei costumi e nei consumi: anche nella consapevolezza dei propri diritti. La consigliera comunale di Reggio Emilia, Marwa Mahmoud, a proposito della vicenda di Saman, pronuncia parole sagge, e altrettanto fanno le non poche giovani musulmane elette nelle assemblee rappresentative locali. E va sottolineato che l'Unione delle Comunità Islamiche d'Italia (Ucoii), si è espressa nettamente (e non è la prima volta) contro i matrimoni forzati e l'infibulazione femminile.
Lo Stato deve fare la sua parte: "Non investiamo abbastanza nella mediazione sociale e culturale", ha scritto il sociologo Maurizio Ambrosini (Avvenire del 2 giugno scorso), e molto possono fare gli italiani che nelle scuole, nei posti di lavoro, nei condomini, devono condurre una loro quotidiana battaglia culturale, ragionevole e rispettosa, senza alcuna tracotanza e senza alcuna soggezione. Ne verrà incentivata la convivenza pacifica tra stili di vita e sistemi morali destinati comunque a coabitare.
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 4 giugno 2021
La scarcerazione di Giovanni Brusca per fine pena ha sollevato, com'è era logico attendersi, un nugolo di polemiche. A venire in discussione in queste ore è il fatto stesso che un uomo di efferata violenza possa aver espiato la propria condanna e possa intraprendere una nuova esistenza senza la prova di un vero ravvedimento interiore. Reazione, sia chiaro, in gran parte giustificabile alla luce dei gravissimi delitti di cui Brusca si è reso protagonista e soprattutto quando a indignarsi siano le vittime innocenti e i loro parenti.
di Giulia Merlo
Il Domani, 4 giugno 2021
La Lega e i Cinque stelle hanno definito sbagliata la liberazione di Giovanni Brusca, dopo 25 anni di carcere e dopo che ha collaborato con la giustizia, sulla base della legge che permette benefici carcerari ai pentiti. Sempre questi due partiti, tuttavia, hanno contestato la sentenza della Consulta che ha dichiarato incostituzionale l'ergastolo ostativo, e hanno difeso il fatto che solo se ci si pente si può venire liberati. Delle due l'una allora. Molto facile e un po' ruffiana, invece, è la posizione di quella politica che aizza sentimenti d'odio e invoca leggi marziali sull'onda dell'emotività.
di Daniele Priori
Il Riformista, 4 giugno 2021
In Italia il 78% dei detenuti è affetto da una condizione patologica, oltre il 50% assume psicofarmaci. Il Partito Radicale ha lanciato un appello e ora c'è una proposta di legge per introdurre budget di salute e cure personalizzate.
agensir.it, 4 giugno 2021
"Una via diversa per affrontare la realtà del carcere e i suoi problemi molteplici forse è percorribile, ed è segnalata proprio dal Coronavirus e dai problemi che esso ha posto in evidenza in modo drammatico. È la via della solidarietà".
di Davide Varì
Il Dubbio, 4 giugno 2021
La manciata di "garantisti per un giorno" sta solo legittimando il racconto mafioso del quale Brusca è la pietra angolare. Da domani torneranno ad attaccare diritti e garanzie. E dell'improvviso garantismo di alcuni "insospettabili" vogliamo parlarne? Miracoli del caso Brusca, il boss scarcerato col beneplacito dell'antimafia col marchio Doc, che ha improvvisamente svelato l'esistenza di benefici e pene alternative anche per chi ha commesso i crimini più duri. Intendiamoci, noi siamo convinti che anche Brusca abbia diritto a immaginare una vita fuori dal carcere: siamo da sempre critici nei confronti dell'ergastolo ostativo e abbiamo difeso il diritto a una vita (e spesso a una morte) dignitosa anche per Riina, Provenzano, Cutolo. Perché non dovremmo farlo per Brusca?
di Simona Musco
Il Dubbio, 4 giugno 2021
Sette mesi in carcere prima che una semplice perizia fonica provasse quanto Domenico Forgione ha urlato sin dal primo giorno: la persona intercettata non era lui. E non poteva, dunque, essere lui l'uomo da arrestare, da esporre alla pubblica gogna, da tenere in un carcere dalle condizioni disumane per così tanto tempo. Forgione, storico, giornalista e autore di diversi saggi, è stato scarcerato lo scorso 16 settembre. Si trovava agli arresti dal 25 febbraio 2020, giorno in cui in cui gli abitanti di Sant'Eufemia d'Aspromonte, poco meno di 4mila anime in provincia di Reggio Calabria, hanno visto portar via in manette il sindaco Domenico Creazzo, accusato di voto di scambio, il vicesindaco Cosimo Idà, secondo la procura capo promotore ed organizzatore di una fazione mafiosa all'interno del locale di Sant'Eufemia d'Aspromonte, il presidente del consiglio comunale Angelo Alati e Forgione, consigliere di minoranza, accusato di associazione a delinquere. Arresti, questi, che hanno portato allo scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni mafiose. Ma non solo: la Dda di Reggio Calabria ha chiesto anche l'autorizzazione per l'arresto di Marco Siclari, senatore di Forza Italia, accusato di scambio elettorale e politico mafioso.
"Erano le 3.30 del 25 febbraio - racconta al Dubbio Forgione - quando siamo stati svegliati da dei colpi alla porta. Erano dei poliziotti, che ci chiedevano di aprire. Hanno tirato fuori due ordinanze, una per me e una per mio padre. Poi hanno perquisito casa e ci hanno portato via. Io non capivo, tant'è che mentre uscivo ho detto a mia madre: "ci vediamo più tardi". Non pensavo potesse capitare una cosa del genere". Forgione afferra il suo borsone e viene trasportato a Reggio Calabria, in Questura, dove ritrova mezzo Consiglio comunale, i suoi avversari politici. Il primo pensiero è che sia successo qualcosa al Comune, "una qualche delibera, ma io non potevo c'entrare: ero un membro della minoranza, facevo una dura opposizione a quell'amministrazione". Forgione ha in mano il plico di 4mila pagine che gli altri, intorno a lui, cominciano subito a sbirciare. Lui attende e intanto inizia tutta la trafila delle formalità di rito: la schedatura, "come un delinquente e poi la gogna delle manette ai polsi all'uscita, da tenere nascoste. Ma sempre gogna è, a favore degli obiettivi dei fotografi". Alle 13.30 lo trasferiscono al carcere di Palmi, dove attende in un buco di un metro per due. "La perquisizione personale, l'umiliazione di dovermi spogliare completamente davanti a due sconosciuti che mi fanno accovacciare: non ho mai subito un'umiliazione più forte", dice.
In cella ci arriva alle 18.30, dove inizia a sfogliare quelle pagine alla ricerca del suo nome. Tutto si trova in 17 pagine, dove trova trascritta un'intercettazione tra tre soggetti, uno dei quali è tale "Dominique". Lui, nato in Australia, tra gli affetti più cari è conosciuto proprio con questo nomignolo. Ma leggendo non riesce a ritrovarsi tra quelle parole: "Pensavo: quando ho detto queste cose? Non ho mai parlato di appalti, di soffiate su possibili operazioni, di precedenti indagini. In realtà io ho sempre saltato, sui giornali, gli articoli sulle operazioni: erano al di fuori dei miei interessi". Forgione legge tre volte prima di giungere alla conclusione scontata: "La persona intercettata non ero io. Quel Dominique non ero io". La spiegazione, per lui, è una sola: hanno cercato qualcuno con quel nome, qualcuno che si occupasse di politica, essendo gli appalti l'argomento di conversazione. E si è arrivati a lui, consigliere di minoranza, famoso in paese e "colpevole" di avere quel nomignolo. "Ma c'era una illogicità evidente: non solo ero consigliere di opposizione, ma - documentate - tutte le elezioni mi hanno visto impegnato contro l'amministrazione comunale e contro Siclari, che per la Dda sarebbe stato appoggiato dalla cosca. Io mi sono esposto pubblicamente in tutte le elezioni (politiche, europee, regionali), sponsorizzando sempre il mio candidato (Pd prima, Leu dopo), che non è mai stato il loro. Al di là di altre considerazioni, ma può uno organico ad una ipotetica cosca schierarsi contro la cosca stessa?".
Insieme al suo avvocato chiedono subito una perizia fonica: sarebbe bastato comparare la voce di quell'intercettazione con la sua per capire che non si trattava della persona giusta. Ma non viene concessa, causa covid: il perito non può entrare in carcere. La difesa, allora, ne produce una propria, fatta comparando l'interrogatorio di garanzia con l'audio dell'intercettazione. E il risultato è scontato: la voce non è la sua e nemmeno il dialetto parlato è quello del suo paese. Per sollecitare una perizia da parte della procura, Forgione scrive al pm, reclamando il proprio diritto alla difesa. La lettera viene spedita il 25 maggio, l'incarico al perito viene conferito il 28 maggio. Oltre alla perizia, la difesa di Forgione porta anche altri elementi: il giorno in cui "Dominique" veniva intercettato, Forgione era a giocare una partita di calcetto. E non ci sarebbe stato il tempo materiale per arrivare al ristorante dove i tre conversanti si trovavano. Ma nemmeno questo lo aiuta ad uscire. E un mese dopo quella lettera, il 26 giugno, viene trasferito nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Lì le condizioni detentive peggiorano vistosamente: "Mi aspettavo di tornare a casa, invece sono stato deportato in Campania. Ritrovandomi a scendere con le manette nelle aree di servizio per andare in bagno - racconta -. L'acqua delle docce era marrone. Ho avuto prurito alla pelle per due mesi dopo la scarcerazione. E nei tre mesi che sono stato lì ci sono stati un suicidio e due tentati suicidi. Tra i comuni, non nell'alta sicurezza, dove ero io. La spazzatura arrivava alle finestre delle celle e vivevamo in mezzo ad un puzzo terribile". Per Forgione il carcere è una parentesi, consapevole che, una volta effettuata la perizia, la verità verrà a galla. "Quando sei lì dentro - continua - sei un delinquente e le guardie te lo fanno notare. Una mi disse: "si chiama Forgione, come padre Pio. Solo che lui faceva miracoli, lei fa danni". Una cosa umiliante. Il carcere è un posto dove viene annullata la dignità: non ha idea di quante persone, per reggere la vita lì dentro, prendono tranquillanti".
La perizia arriva a settembre. E il prelievo della sua voce non avviene in presenza: la comparazione viene fatta usando l'audio dell'interrogatorio di garanzia, così come aveva fatto, mesi prima, la difesa. A settembre, sette mesi dopo, Forgione esce e la sua posizione viene archiviata. Ritrova la vita, ma il suo punto di vista, ormai, è cambiato radicalmente. E ora rivendica quei giorni trascorsi ingiustamente in cella, mentre del vero "Dominique" non c'è ancora traccia. "Ora so che nessuno può sentirsi immune. Puoi ritrovarti dentro uno sporco gioco al quale non hai mai giocato e che hai sempre rifiutato - conclude -. Non sono il primo e non sarò l'ultimo caso di malagiustizia. Dovrei quasi ritenermi "fortunato", visto che la mia posizione è stata archiviata e, pertanto, mi è stata almeno risparmiata l'ulteriore umiliazione di dovere affrontare un processo. Sono soddisfatto? No. Arrabbiato? Neanche. Sono deluso. Nessuno dovrebbe essere privato della libertà ed essere scaraventato nel "cimitero dei vivi", prima dell'accertamento della sua colpevolezza. Sarebbe onesto che gli amanuensi delle procure che si annidano nelle redazioni giornalistiche ammettessero: "Ci siamo sbagliati perché, come sempre, abbiamo considerato dogma l'ipotesi investigativa degli inquirenti; perché, come sempre, abbiamo fatto carne di porco del principio della presunzione d'innocenza". Non ho fiducia nella giustizia italiana. Credo invece nella verità, una forza tenace come la goccia che scava la roccia. Ora inizia il secondo tempo, che intendo come impegno per una battaglia di civiltà minoritaria e impopolare: contro la gogna del giustizialismo mediatico, contro l'aberrazione della carcerazione preventiva, contro la condizione disumana di molte carceri italiane".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 4 giugno 2021
La sua composizione fa ben sperare per un futuro non carcerocentrico. Sono 132,9 milioni, gli euro destinati all'edilizia penitenziaria. Ed è la commissione ministeriale presieduta dall'architetto Luca Zevi a elaborare un progetto per utilizzare al meglio i fondi. Come ha già ricordato Il Dubbio, la Commissione ha già presentato un format con un costo complessivo stimato di 10.575.000 euro.
A fornire gli aggiornamenti sui lavori è stato, la scorsa settimana, il Sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto in audizione alla Commissione Bilancio del Senato. "Il Fondo Complementare del PNRR - ha detto Sisto - prevede 132,9 milioni di euro, dal 2022 al 2026, per la costruzione e il miglioramento di padiglioni e spazi per le strutture penitenziarie per adulti e minori, una prospettazione complessiva che tiene conto anche dei fondi per i lavori di ristrutturazione di 4 istituti per minori".
Ha aggiunto sempre il sottosegretario che "L'Amministrazione Penitenziaria aveva individuato, in origine, 8 siti in altrettanti istituti penitenziari dove edificare i padiglioni da 120 posti ciascuno: Rovigo, Vigevano, Viterbo, Civitavecchia, Perugia, Santa Maria Capua Vetere, Asti e Napoli Secondigliano. Il dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria sta, comunque, rivalutando alcune delle sedi per evitare di incidere su Istituti già sovraffollati o evitare di sottrarre alla struttura, con la nuova edificazione, spazi trattamentali".
La Commissione per l'architettura penitenziaria ha ricevuto dal ministero della Giustizia il compito di proporre soluzioni operative per adeguare gli spazi detentivi, aumentarne la vivibilità e la qualità, rendendoli realmente funzionali al percorso di riabilitazione dei detenuti, al fine di orientare le future scelte in materia di edilizia penitenziaria. "L'obiettivo della Commissione - spiegava il sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis nel corso della prima riunione - è duplice: definire e proporre un modello di architettura penitenziaria coerente con l'idea di rieducazione, da un lato, ed elaborare interventi puntuali di manutenzione sulle strutture esistenti, dall'altro".
L'osservatorio Carcere delle camere penali, ha ricordato che la "Commissione per l'architettura penitenziaria" potrebbe essere utile e positiva, "solo ove fosse accompagnata da altre da tempo attese e se non fosse da inquadrare nei lavori "a perdere" di tante altre Commissioni". Per restare in materia - ma gli esempi potrebbero essere molti - l'osservatorio carcere evoca la Commissione presieduta dal professor Glauco Giostra, i cui lavori furono, in gran parte, cestinati. La Commissione si occupò, tra l'altro, proprio dello "spazio della pena" e della "vita detentiva", in ossequio ai criteri fissati dalla Legge Delega del 23 giugno 2017.
Non a caso, tra i componenti della Commissione vi era il professore Luca Zevi, architetto e urbanista, oggi chiamato a presiedere la neo-commissione istituita dal ministro Bonafede. Tra i componenti la Commissione vi erano anche avvocati dell'Unione delle Camere Penali e "possiamo affermare - ricorda l'osservatorio carcere - che si discusse a lungo di architettura penitenziaria. Tema poi abbandonato in sede di stesura degli schemi di decreto, per volere di una politica non interessata - nonostante l'espressa delega del Parlamento al governo - a migliorare gli spazi e la vita all'interno degli istituti di pena, in nome anche di quel diritto all'affettività, previsto ma da sempre negato". Lo stesso Luca Zevi, prima ancora, nel 2015, era stato il Coordinatore del Tavolo N. 1 degli Stati Generali sull'Esecuzione Penale che aveva ad oggetto lo "spazio della pena: architettura e carcere".
Stati Generali e Tavoli previsti dai Decreti Ministeriali dell'8 maggio e del 9 giugno 2015. Inoltre si è più volte espresso sulla realizzazione del carcere di Nola, indicato nel bando ministeriale del 2017, i cui lavori, si badi, non sono ancora iniziati. La presidenza della Commissione affidata al Professore Luca Zevi, secondo l'osservatorio carcere, può essere certo una garanzia per le sue specifiche conoscenze e per la sua idea di detenzione, che vede il carcere come una struttura "in cui il detenuto può stare 12 ore al giorno lontano dalla cella, in modo da impegnare la giornata svolgendo attività lavorative, sociali, sportive e avere una camera di pernottamento, possibilmente individuale, dove dormire". In concreto l'applicazione dei principi costituzionali e delle norme dell'ordinamento penitenziario.
Ma una rassicurazione c'è. Nella Commissione per l'edilizia attuale, ci sono altre rilevanti figure, quali Mauro Palma, Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, di 2 Magistrati di Sorveglianza, di altri 5 architetti, tra cui Maria Rosaria Santangelo e Cesare Burdese, che si sono occupati in passato di interventi negli istituti di pena.
Ma anche di Gherardo Colombo, presidente della Cassa delle Ammende, componente all'epoca della Commissione Giostra e che, anche con recenti pubblicazioni, ha evidenziato la necessità di rispettare il principio costituzionale di "rieducazione" del condannato. E c'è la presenza di Gemma Tuccillo, Capo del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, che crede nell'importanza delle misure alternative. Tutto questo, può far ben sperare.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 4 giugno 2021
I tempi aspetto decisivo nell'esame della Camera: emendamenti al più presto. No al derby tra garantisti e giustizialisti. Sì invece a una sana dialettica che permette di fare passi avanti. Lo ha sostenuto ieri la ministra della Giustizia Marta Cartabia, intervenendo alla presentazione del libro di Luciano Violante "Insegna Creonte".
Indicazione di metodo, che diventa però anche sostanza, nei giorni in cui Cartabia con fatica prova a individuare un punto di equilibrio sulla riforma del processo penale. Dove la necessità è di arrivare alla presentazione degli emendamenti alla Camera in tempi rapidi. Anche perché, si fa notare a Montecitorio, la dialettica ha anche bisogno di tempo per poter dare frutti.
E il timore, neppure troppo velato, è quello di una strozzatura dei tempi di esame complessivi di un intervento centrale nell'ambito della più generale riforma dell'amministrazione della giustizia. Il provvedimento dovrebbe approdare in Aula entro la fine di giugno per essere approvato poi entro agosto. È evidente che anche il Senato vorrà intervenire sul merito delle misure, tra l'altro per ora delineate nel contesto di una legge delega, il che renderà poi necessario altro tempo per la scrittura dei decreti delegati.
Insomma, lo spettro del voto di fiducia aleggia già con qualche ragione. Soprattutto se non dovessero essere superati i temi di frizione con la principale forza politica alla Camera, i 5 Stelle, ai quali sono soprattutto tre le misure sinora prefigurate dalla commissione Lattanzi a risultare indigeste: la revisione della prescrizione, l'inappellabilità da parte del Pm e l'indicazione da parte del Parlamento delle priorità nell'esercizio zio dell'azione penale.
E ieri una delegazione Lega-radicali ha presentato in Cassazione i 6 quesiti referendari sulla giustizia. Oltre al processo penale e a quello civile due sono però gli altri tasselli che compongono il mosaico della più ampia riforma. Quello sulla disciplina della crisi d'impresa, sulla quale è al lavoro una commissione tecnica che sta completando le proposte finali in questi giorni. In discussione un nuovo rinvio del Codice della crisi, destinato a entrare in vigore il prossimo 1 settembre, magari per dare un po' di respiro all'adozione delle misure di adeguamento alla nuova direttiva comunitaria sull'insolvenza. Slittamento che potrebbe essere accompagnato però da misure, ancora da leggere in un'ottica emergenziale e quindi con una scadenza già predeterminata, per favorire la composizione delle crisi meno dirompenti prima che provochino conseguenze irreparabili anche per l'occupazione.
A chiudere il cerchio, almeno per ora perché per esempio anche l'ordinamento penitenziario avrebbe certo bisogno di una riforma "di struttura", c'è la revisione dello status e delle regole di ingaggio della magistratura onoraria. Su questo tema, reso urgente anche da recenti sentenze della Corte costituzionale, c'è al lavoro la commissione guidata dal presidente della Corte d'appello di Brescia Claudio Castelli. Di certo per l'ampia platea della magistratura "non togata" il passaggio è cruciale, anche perché il maxiemendamento sul processo civile in corso di presentazione al Senato espressamente prevede, anche se non dettagliandolo nei valori, un aumento delle competenze.
- Riforma Csm, il Pd propone pagelle ai pm e sobrietà in tv
- Riforma della Giustizia: limiti ai magistrati in politica, no al sorteggio per il Csm
- Giustizia. Il Pd alle prese con i suoi tabù
- Riforma della giustizia, depositati i Referendum di Radicali e Lega
- Riformisti con Cartabia o referendari con i Radicali? Viaggio nella "giustizia" del Pd










