di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 24 aprile 2021
È ormai un anno che un attivista ateo, Mubarak Bala, langue dietro le sbarre in una prigione del nord della Nigeria senza processo e neanche incriminazione ufficiale. Era stato arrestato il 28 aprile 2020, poco dopo il matrimonio, con l'accusa di aver criticato il profeta Maometto in un post su Facebook: un atto di blasfemia punibile con la morte, nel nord musulmano e ultraconservatore della Nigeria dove la sharia viene applicata insieme alla legge tradizionale.
Oltre ad essere ingegnere in una compagnia elettrica nello stato di Kaduna, il 36enne Bala è il presidente dell'Associazione Umanista della Nigeria, un'organizzazione che si definisce "la via dell'umanesimo nel mondo". Cresciuto in una famiglia musulmana tradizionale, con un padre poligamo e una madre che ha avuto nove figli, l'uomo da adulto ha smesso di credere in Dio e ha deciso di combattere i movimenti estremisti salafiti che prosperano nel Paese. Già nel 2014, la sua battaglia lo aveva portato a essere internato per volontà della famiglia in un ospedale psichiatrico per 18 giorni. Ma questo episodio non lo aveva scoraggiato e aveva continuato a fare campagna soprattutto sui social network dove sostiene che "non c'è vita dopo la morte".
Ancor più dell'ateismo, è soprattutto il suo attivismo a disturbare i religiosi, il cui potere e la cui influenza sono immensi nel nord del Paese più popoloso dell'Africa, ha sostenuto Leo Igwe, difensore dei diritti umani e fondatore dell'associazione umanista. Nel maggio 2020, i suoi avvocati avevano presentato una domanda all'Alta Corte federale di Abuja per chiedere il suo rilascio, poi ottenuto solo sulla carta a dicembre, quando il tribunale ha ordinato alla polizia di rilasciarlo su cauzione senza però che l'ordine fosse eseguito.
Il Relatore speciale Onu sulla libertà religiosa, Ahmed Shaheed, si dice "molto preoccupato per la persecuzione dei non religiosi in Nigeria": nei paesi in cui "le leggi della Sharia sono mantenute in parallelo anziché essere subordinate ai tribunali ordinari, assistiamo a violazioni dei diritti fondamentali molto frequenti e preoccupanti", ha dichiarato Shaheed.
di Antonio Maria Mira
Avvenire, 24 aprile 2021
J'accuse dei genitori di Giulio dopo le ultime rivelazioni sulla sua morte in Egitto. "Amarezza e sconvolgimento". È quello che esprimono Paola e Claudio Regeni, i genitori di Giulio, il ricercatore sequestrato, torturato e ucciso nel 2016 in Egitto. Lo fanno con una dignità che tutti dovremmo ammirare, ma anche con la forza di chi, malgrado il dolore, guarda dritto negli occhi e dice cose chiare.
Questa volta non denunciano i torturatori o chi li protegge, ma alcuni cronisti, anzi "un modo di fare giornalismo spregiudicato, morboso e assolutamente irrispettoso e lesivo del lavoro che abbiamo fatto", accusa papà Regeni in un breve video condiviso dal loro avvocato Alessandra Ballerini. Un video che dovrebbe imbarazzare noi giornalisti o almeno far discutere. E invece nulla. Pochissime condivisioni e nessuna testata che oggi, online, lo abbia ripreso o citato.
Eppure le pacate ma forti accuse di mamma e papà Regeni sono precise, circostanziate. Denunciano la pubblicazione di "atti d'indagine il cui contenuto è delicatissimo" e che "rischia di mettere a repentaglio testimoni, consulenti e avvocati, oltre ad intralciare il nostro percorso per arrivare alla verità".
Non solo. Paola Regeni, con voce chiara ma immaginiamo con quale sofferenza, afferma che "non è certo continuando questo stillicidio, raccontando ogni giorno in modo sempre più macabro tutte le torture che Giulio ha patito, che ci aiutate e ci state vicini". Poi aggiunge quasi una lezione di deontologia giornalistica.
"Nel momento in cui i genitori vi dicono che hanno visto sul volto del loro figlio tutto il male del mondo e nel momento in cui la procura vi ha detto e ha scritto che Giulio è stato torturato per 8-9 giorni, quali particolari, quali immagini servono in più?".
Nei giorni scorsi alcune importanti testate hanno, infatti, pubblicato macabri particolari delle torture, citando i testimoni che li hanno riferiti, coi nomi di copertura assegnati dai magistrati italiani, ma purtroppo ugualmente e pericolosamente identificabili. E questo nel pieno delle fasi più delicate e decisive dell'inchiesta. Eppure proprio i genitori di Giulio, appena quattro mesi fa, ospiti di Fabio Fazio, a "Che tempo che fa" su Rai3, avevano fatto un accorato appello proprio ai giornalisti. "Rispettate noi e nostro figlio, non continuare a saccheggiare i documenti. Continuate a sostenerci, ma vi chiediamo di smettere di diffondere dettagli sulle torture subite da nostro figlio durante la prigionia". Non sono stati ascoltati.
Ancora una volta siamo chiamati alla responsabilità del "cosa" e del "come" pubblicare le notizie. Una vecchia questione. Tanti anni fa, partecipando a un dibattito con alcuni colleghi, sentii un grande cronista di giudiziaria affermare con convinzione "io pubblico tutto quello che mi arriva".
La risposta gliela dà papà Regeni. "È gravissimo che questi atti siano stati consegnati a giornalisti e che i giornalisti li abbiano pubblicati, perché molti altri giornalisti, che pure hanno questi atti, hanno deciso come scelta etica, morale e deontologicamente corretta di non pubblicarli". È una scelta che anche qui ad "Avvenire" abbiamo fatto, scegliendo di non pubblicare ciò che può offendere, provocare ulteriore dolore o vanificare il lavoro degli inquirenti.
Dobbiamo tenere a mente, come scrisse papa Francesco nel 2018, in occasione della Giornata mondiale delle comunicazioni, che il giornalista "ha il compito, nella frenesia delle notizie e nel vortice degli scoop, di ricordare che al centro della notizia non ci sono la velocità nel darla e l'impatto sull'audience, ma le persone. Informare è formare, è avere a che fare con la vita delle persone". Niente di più lontano dai "macabri particolari" o dalla rivelazione delle testimonianze. Lo dicono con chiarezza mamma e papà Regeni, invitando i giornalisti "a fare le indagini e non a disvelare e pubblicare le indagini fatte da altri". Come rispondiamo? La libertà di stampa è preziosa, per questo non va usata in modo "spregiudicato, morboso e assolutamente irrispettoso e lesivo". Grazie Paola e Claudio Regeni per averlo detto come questa chiarezza e questa dolorosa forza.
di Gian Carlo Caselli
Il Fatto Quotidiano, 23 aprile 2021
Parafrasando il linguaggio del poker, si potrebbe dire che nella vicenda dell'ergastolo ostativo l'Avvocatura dello Stato ha fatto una specie di "apertura al buio" e poi la Consulta un "parol". E sì, perché l'Avvocatura ha chiesto alla Corte una sentenza che - senza dichiarare l'incostituzionalità della norma impugnata - la interpretasse, nel senso che il giudice di sorveglianza debba verificare in concreto quali sono le ragioni che non consentono la condotta collaborativa.
Ma se manca il pentimento (unico elemento obiettivo che consente una valutazione affidabile), ci si consegna alla tattica del condannato e si brancola appunto nel buio. Per parte sua, la Corte ha dichiarato l'incostituzionalità dell'ergastolo ostativo, ma ne ha differito di un anno gli effetti passando la parola a un altro (il legislatore), una mossa che si chiama appunto "parol".
Un "parol" che in questo caso dura un anno, giusto il tempo per arrivare al maggio 2022, quando cadrà il 30° anniversario delle stragi di mafia del 1992. Ma la vicenda è troppo seria, terribilmente seria, per giochi di parole. Andiamo dunque alle vere, concrete questioni che pone l'ordinanza pronunziata dalla Corte costituzionale il 15.4.2021. Molto è già stato detto e scritto (sulla base di un comunicato ufficiale cui seguirà la motivazione).
E tuttavia su alcuni punti conviene ritornare.
1. Secondo la Corte, l'ergastolo ostativo per i mafiosi non pentiti è incostituzionale per violazione di tre norme: gli artt. 3 e 27Costituzione e l'art. 3 Convenzione Europea Diritti dell'Uomo. Quest'ultimo punto mi sembra contestabile. La realtà della condizione carceraria dei mafiosi è ben lontana dalla tortura, come dal trattamento inumano e degradante. Uno spaccato della situazione si trova nel volume "Lo Stato illegale" (Caselli, Lo Forte - Laterza ed.): ai mafiosi carcerati in difficoltà economiche "l'impegno è di 'darci' dai tre ai quattro appartamenti ciascuno"; i costruttori "debbono 'uscire' questi appartamenti"; "se qualcuno labbia' è un infame" e "gliela si deve far pagare"; a tutti i carcerati spetta un "mensile" per le spese correnti; un boss può arrivare a spendere "venti milioni al mese di avvocato, vestiti, libretta' e colloqui".
Proprio una vita grama non è. Certo si tratta di uno spaccato che non fotografa la condizione carceraria dei mafiosi in tu naia sua complessità, ma è quanto basta per dubitare fortemente che si possano utilizzare le categorie della tortura o dei trattamenti vietati dalla Cedu. Quanto alla nostra Costituzione, nulla da eccepire (ci mancherebbe!) circa la fondamentale rilevanza dei principi di uguaglianza e di redenzione. Sono indiscutibili conquiste di civiltà che caratterizzano una democrazia. Ma si può dire che la Costituzione non è un bancomat? Si può dire che i mafiosi sono di fatto convinti di appartenere a una razza superiore, quella che si autodefinisce degli "uomini d'onore"? Si può dire che considerano tutti gli altri non persone, ma oggetti disumanizzati da asservire? In altre parole, si può dire che con la pratica sistematica dell'intimidazione e dell'assoggettamento (art. 416 bis) i mafiosi si mettono sotto le scarpe tutti i valori della Costituzione e si pongono fuori della sua area? Si può dire che per rientrarvi devono offrire prove certe di ravvedimento e che la rinunzia allo status di uomo d'onore mediante il pentimento è l'unica condotta univoca al riguardo? Nel film "Il rapporto Pelican", un'impareggiabile Julia Roberts, nel ruolo di una studentessa di Legge, al professore che le chiede perché la Corte suprema non abbia deciso una certa questione secondo la sua opinione, risponde "forse perché la Corte ha sbagliato". Non oso arrivare a tanto, epperò...
2. Passando la "patata bollente" al legislatore per una nuova legge, la Corte ha fissato alcuni paletti (la mafia ha una sua "specificità" rispetto alle altre condotte criminali associative; la collaborazione di giustizia è un valore da preservare) e ha spiegato il "parol" col rischio "di inserirsi in modo inadeguato nell'attuale sistema di contrasto alla criminalità organizzata". Equivale a riconoscere che bisogna fare molta attenzione a toccare una componente dell'architettura complessiva antimafia, se si vuole evitare che questa crolli tutt'intera. Dei paletti e di questo contesto, il legislatore non potrà non farsi carico, salvo preferire che restino solo macerie e la soddisfatta allegria dei mafiosi.
3. Sembra di assistere a una specie di work in progress nella demolizione dell'ergastolo ostativo. Nel senso che già nel 2019 la Consulta gli aveva dato un bel colpo di piccone, ammettendo ai "permessi premio" anche gli ergastolani mafiosi non pentiti, e questa volta senza alcun differimento. Sicché fin dal 2019 si sono aperti ai mafiosi non pentiti spazi di libertà, con la possibilità di approfittarne per rientrare in un modo o nell'altro - rafforzandolo - nel giro delle attività criminali tipiche della mafia (dalla droga agli appalti truccati, con il "corredo", se necessario, della violenza). Un segnale che la mafia può registrare al suo attivo. Nel contempo, una falla nell'antimafia che il legislatore potrebbe valutare quando interverrà per effetto dell'ordinanza della Consulta sulla liberazione condizionale. Sta di fatto che qualcuno comincia a chiedere ai magistrati di sorveglianza di darsi una mossa. Si è rivolto loro, ad esempio, Stefano Anastasia, garante dei detenuti per il Lazio, perché "comincino a valutare le richieste di permessi premio degli ergastolani (ex)ostativi, in modo che magari, tra un anno, qualcuno possa presentare domanda di liberazione condizionale con speranza di successo". Come a dire che una cosa tira l'altra.
4. Non è simpatico tirare per la giacca i magistrati di sorveglianza. Escludere l'automatismo (niente pentimento/niente benefici) significa delegare alla discrezionalità del magistrato se concedere o meno il permesso premio. Ma agli occhi del mafioso - poco avvezzo ai "distinguo" - il giudice che nega un possibile permesso diventa un "nemico". Automaticamente (anche questo automatismo dovrebbe preoccupare...), con tutte le possibili nefaste conseguenze che sono purtroppo la storia di Cosa Nostra, storicamente impegnata sul versante che "i nostri in carcere li dobbiamo cercare in qualunque maniera di accontentarli".
di Giovanni Russo Spena e Gianluca Schiavon
Left, 23 aprile 2021
Un imprevisto comunicato della Consulta nel pomeriggio del 15 aprile ha annunciato la incostituzionalità, per ora virtuale, della norma prevista dall'art, 4bis dell'ordinamento penitenziario. Il titolo della nota è risultato tanto perentorio nel tono quanto problematico: "Ergastolo ostativo incompatibile con la Costituzione ma occorre un intervento legislativo. Un anno di tempo al Parlamento".
di Anna Lisa Antonucci
L'Osservatore Romano, 23 aprile 2021
La figura del Garante nazionale delle persone private della libertà, di breve istituzione in Italia, nasce dall'esigenza di "vedere" all'interno di una realtà chiusa com'è quella del carcere. "Un mondo troppo spesso chiuso in sé stesso, visibile solo al suo interno e opaco all'esterno, perché questa è ancora la logica che ne governa regole, ritmi e quotidianità, anche nelle situazioni migliori".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 23 aprile 2021
Il 30 aprile scadranno le misure "deflattive" per il carcere ai tempi del Covid. Parliamo di quei provvedimenti previsti dal decreto legge numero 7 del 2021 che finora non sono risultati sufficienti. Il sovraffollamento ancora persiste e con tutte le criticità che ne conseguono. Non a caso il deputato di Italia Viva Roberto Giachetti ha depositato un ordine del giorno sulla liberazione anticipata speciale. Ricordiamo che è in discussione alla Camera il disegno di legge di conversione del decreto 13 marzo 2021, n. 30. Ed è lì che sono contemplate anche le misure per quanto riguarda il carcere.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 23 aprile 2021
Lo ha detto in Antimafia il segretario Uilpa De Fazio e la Consulta nel 1997 ha ribadito che i ricorsi al 41bis devono essere "concretamente giustificati".
Si ricorre troppo spesso al 41bis, con il rischio di rinchiudere anche persone che dovrebbero stare in alta sicurezza. Il rischio? "Paradossalmente, inflazionando l'assegnazione ai predetti circuiti si finisca per immettervi soggetti estranei alla criminalità organizzata e che, da un lato, potrebbero essere da quest'ultima "arruolati", dall'altro, sviliscano lo scopo di ridurre i contatti e le possibilità di comunicazione dei boss". A dirlo innanzi alla commissione nazionale Antimafia è Gennarino De Fazio, Segretario Generale della Uil-pa Polizia Penitenziaria. Ciò che ha osservato in commissione il segretario della Uil-pa è di particolare rilievo.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 23 aprile 2021
Tempi certi e controlli forti per evitare indagini eterne. Svolta garantista nel Recovery. Riduzione dei tempi dei processi penali (in particolare con la definizione di tempi certi per le indagini preliminari), riduzione del numero dei procedimenti, miglioramento dell'organizzazione dell'attività degli uffici giudiziari (con una maggiore responsabilizzazione dei dirigenti), riforma del sistema elettorale e del funzionamento del Consiglio superiore della magistratura.
Sono i quattro punti principali della riforma della giustizia contenuta nel Piano nazionale di ripresa e resilienza elaborato dal governo (Pnrr), che il Foglio è in grado di anticipare. Il Pnrr sarà varato nelle prossime ore dal Consiglio dei ministri, per poi essere presentato in parlamento la prossima settimana ed essere inviato a Bruxelles entro il 30 aprile.
La riforma, predisposta dalla Guardasigilli Marta Cartabia, si pone come primo obiettivo quello di ridurre i tempi (spesso biblici) della giustizia penale italiana, da tempo al centro di preoccupazioni delle istituzioni europee e "condannata" da statistiche che evidenziano una durata dei processi nel nostro Paese di molto superiore alla media europea. "Una eccessiva durata del processo reca pregiudizio sia alle garanzie delle persone coinvolte - indagato, imputato e vittima/persona offesa - sia all'interesse dell'ordinamento all'accertamento e alla persecuzione dei reati": è questa la considerazione di partenza della riforma, che mira a "rendere più efficiente il processo penale e ad accelerarne i tempi di definizione".
Accanto a interventi in settori ormai "classici" (come la semplificazione e la razionalizzazione del sistema degli atti processuali e delle notificazioni, in particolare con "l'adozione e diffusione di uno strumento telematico", e l'ampliamento della possibilità di ricorrere ai riti alternativi), spicca la previsione di misure volte a garantire tempi certi alla fase delle indagini preliminari, quella in cui notoriamente si consuma maggiormente il fallimento della giustizia italiana (circa il 60 per cento dei procedimenti finisce in prescrizione prima del dibattimento).
A tal proposito, il piano prevede la rimodulazione dei termini di durata e della scansione termini, il controllo giurisdizionale sulla data di iscrizione della notizia di reato e l'adozione di misure per promuovere organizzazione, trasparenza e responsabilizzazione dei soggetti coinvolti nell'attività di indagine. Insomma, tempi certi e controlli rigorosi per evitare che le indagini durino in eterno.
Nel testo vengono poi definiti interventi tesi a ridurre il numero dei procedimenti, in particolare intervenendo sulla procedibilità dei reati, sulla possibilità di estinguere alcune tipologie di reato mediante condotte riparatorie a tutela delle vittime, e sull'ampliamento dell'applicazione dell'istituto della particolare tenuità del fatto. In questo ambito, specifica la riforma, vengono prese in considerazione eventuali iniziative concernenti la prescrizione del reato, inserite in una cornice razionalizzata e resa più efficiente, dove la prescrizione non rappresenti più l'unico rimedio di cui si munisce l'ordinamento nel caso in cui i tempi del processo si protraggano irragionevolmente.
Un inciso che sembra finalizzato soprattutto a rassicurare la compagine grillina, sensibile al tema della prescrizione e contraria a qualsiasi ipotesi di revisione della legge Bonafede (con processi rapidi non ci sarà bisogno di toccare la legge, sembra essere la logica di fondo della riforma). Il piano mira anche a migliorare l'organizzazione dell'attività degli uffici giudiziari. Due sono le principali novità.
Da un lato, l'estensione, anche al settore penale, dei programmi di gestione volti a ridurre la durata dei procedimenti e definire gli obiettivi di rendimento dell'ufficio, e che impongono il rispetto dei criteri di priorità, stabiliti secondo specifiche linee guida definite dal Consiglio superiore della magistratura (punto quest'ultimo di grande rilevanza, che punta a superare la situazione attuale in cui, nella sostanza, ogni procura individua in modo diverso i propri criteri di priorità nell'azione penale). Dall'altro lato, si prevede una maggiore responsabilizzazione del dirigente dell'ufficio giudiziario, al quale spetterà il compito di monitorare costantemente l'andamento delle pendenze e di intervenire per garantire l'efficienza dell'ufficio.
A tal fine si prevede anche una riforma del procedimento di selezione e di conferma dei dirigenti degli uffici e delle sezioni, per consentire che questi siano effettivamente diretti da magistrati dotati delle migliori capacità e delle professionalità necessarie.
Prevista, infine, anche una riforma del meccanismo di elezione dei componenti del Csm e una rimodulazione dell'organizzazione interna dell'organo. Su questo, la riforma si limita per il momento a stabilire l'obiettivo generale dell'intervento: "Garantire un autogoverno improntato ai soli valori costituzionali del buon andamento e dell'imparzialità della giurisdizione". Il ricordo dello scandalo delle cosiddette nomine pilotate al Csm è ancora vivo.
di Giulia Merlo e Filippo Teoldi
Il Domani, 23 aprile 2021
In quindici anni il numero di procedimenti prescritti è calato progressivamente. Il nodo rimane quello delle corti d'appello. In maggioranza è scontro per riscrivere la legge Bonafede.
La riforma penale è la prima vera sfida in materia di giustizia per il governo Draghi. Il disegno di legge al momento è fermo in commissione Giustizia alla Camera, il testo è quello elaborato dal precedente esecutivo e, oltre agli emendamenti dei membri della commissione, verranno proposte modifiche dalla commissione ministeriale di esperti individuati dalla ministra Marta Cartabia.
Il termine per la presentazione degli emendamenti è nuovamente slittato a martedì prossimo, perché i gruppi sono ancora al lavoro per la stesura degli emendamenti. Segno che il numero sarà consistente. All'interno del disegno di legge, il nodo politico più controverso rimane quello sulla prescrizione, ovvero la norma che prevede l'estinzione del reato a fronte dello scorrere del tempo senza che si sia giunti a sentenza definitiva. L'istituto è stato modificato dalla riforma Bonafede, approvata durante il governo Conte I ed entrata in vigore a gennaio 2020, che ha previsto lo stop alla prescrizione dopo il primo grado di giudizio, sia per gli assolti che per i condannati. È certo però che questa previsione verrà modificata nel ddl. Come, è ancora tutto da capire. La previsione nel testo base è quella prodotta dall'accordo tra Partito democratico, Leu e Movimento 5 stelle e separa le strade di condannati e assolti, disponendo che la prescrizione riprenda il suo corso nel caso di assoluzione dell'imputato.
Pd e Leu puntano ad aggiungere anche un meccanismo di prescrizione processuale, con autonomi emendamenti. L'intenzione è quella di proporre una modifica che non sconfessi interamente il progetto di Bonafede ma che ne corregga alcuni effetti, offrendo garanzie maggiori agli assolti. Obiettivo: "smitizzare" la prescrizione riducendo la durata media dei processi.
La prescrizione per fasi processuali riguarderebbe l'appello, con l'ipotesi di sconti di pena in caso di processo con durata superiore ai due anni previsti. Sul fronte opposto, invece, il centrodestra, Azione e Italia viva puntano a cancellare del tutto la riforma Bonafede. Tutti, però, guardano a via Arenula: quando si è insediata, la ministra Cartabia ha chiesto la fiducia dei partiti caricandosi della responsabilità di trovare una sintesi per modificare la norma. E il metodo scelto è quello di diluire la politicità del tema, intervenendo prima di tutto sulla durata dei processi, con l'obiettivo di evitare che il tema della prescrizione - considerato patologia processuale - si ponga.
I dati - I dati forniti dal ministero della Giustizia, tuttavia, aiutano a mettere a fuoco come la prescrizione ha inciso fino a oggi nei procedimenti penali. Ma soprattutto se l'istituto è davvero un punto chiave nell'ordinamento oppure se il tema è diventato un punto di scontro più politico che concreto.
Il punto di partenza è che il numero delle prescrizioni in Italia è sistematicamente calato nel corso degli anni, con un più che dimezzamento nel corso degli ultimi quindici anni. Centrale è poi individuare la fase in cui i reati si prescrivono: l'andamento nel corso degli ultimi dieci anni evidenzia come siano progressivamente aumentate le prescrizioni nel grado di appello e si siano invece progressivamente quelle nella fase delle indagini preliminari. Tuttavia, la maggior parte delle prescrizioni avvengono comunque tra la fase delle indagini preliminari e il primo grado. Dunque - prendendo in considerazione i dati del 2020 - l'incidenza della legge Bonafede per come è oggi (che sospende la prescrizione dopo la sentenza di primo grado) riguarderebbe circa un quarto delle prescrizioni che si verificano in totale. La prescrizione è una patologia processuale. La ragione per cui si verifica è che lo stato, titolare dell'azione penale, non è riuscito a esercitarla nei tempi previsti e dunque, in virtù del principio della ragionevole durata del processo, la sua pretesa punitiva deve venire meno a causa di un eccessivo trascorrere del tempo. Tra le cause della prescrizione c'è la carenza di organico negli uffici giudiziari, soprattutto nel grado di appello dove il giudizio è sempre collegiale: per un reato che in primo grado è stato giudicato da un giudice solo, in appello ne vanno individuati tre. Per questo è significativo individuare e interpretare, a livello territoriale, dove avviene il maggior numero di prescrizioni in appello.
Prendendo in considerazione i dati dei 26 distretti, la mappa dell'Italia si presenta a macchia di leopardo e mostra come il numero delle prescrizioni non abbia correlazione né con la dimensione delle corti, né con la collocazione geografica.
Inefficienze - Nel 2020, la media nazionale di incidenza delle prescrizioni in grado d'appello sul totale dei procedimenti definitivi è stata del 26 per cento. I distretti con le maggiori difficoltà sono Roma (49 per cento), Reggio Calabria (48) e Venezia (45). Proprio questo dato è significativo perché si tratta di tre corti diversissime: Roma è la più grande d'Italia con oltre 10mila procedimenti definiti l'anno; Reggio Calabria invece, con poco più di 1100 procedimenti, è omologabile a Caltanissetta che ha invece solo il 3 per cento di prescrizioni; infine Venezia, che conta circa 4.000 procedimenti. Sopra la media nazionale ci sono poi Napoli (39 per cento, su 9 mila procedimenti), Catania e Bologna (33, rispettivamente su 3mila e 6500) e Catanzaro (29 per cento su 2900).
Efficienti, invece, sono le corti d'appello medio-grandi come Milano e Palermo (6 per cento di prescrizioni su, rispettivamente, 5.700 e 5.000 procedimenti) e buoni risultati si hanno in tutte le procure siciliane, dove spicca il dato negativo di Catania, mentre le altre tre oscillano tra il 3 e il 6 per cento di prescrizione. La prescrizione come patologia di sistema dunque è un fenomeno "localizzabile", la cui soluzione - che si traduce in una riduzione dei tempi del contenzioso - potrebbe partire proprio da un'analisi del funzionamento delle singole corti e soprattutto dalle scoperture di organico.
di Monica Musso
Il Dubbio, 23 aprile 2021
Oggi in Consiglio dei ministri le linee guida del piano. Tra le sei missioni anche una riforma della Pubblica Amministrazione. Eccessiva durata dei processi e forte peso degli arretrati giudiziari: sono questi i due nodi critici inseriti nel Recovery Plan per quanto riguarda la Giustizia, la cui riforma, si legge nelle linee guida che verranno analizzate oggi a Palazzo Chigi, opera principalmente attraverso due leve: digitalizzazione e riorganizzazione e revisione del quadro normativo e procedurale. Per quanto riguarda la prima linea d'azione, il governo punta ad assunzioni mirate e temporanee per eliminare il carico di arretrati e casi pendenti, nonché per la completa digitalizzazione degli archivi, nonché al rafforzamento dell'Ufficio del processo. Nel secondo caso l'obiettivo è un aumento del ricorso a procedure di mediazione, con la valorizzazione delle procedure alternative di risoluzione delle dispute e interventi di semplificazione sui diversi gradi del processo.
Le sei missioni del Piano nazionale di ripresa e resilienza prevedono anche una riforma della Pubblica amministrazione. Nel documento vengono citate altre riforme giudicate 'abilitanti', come le semplificazioni per la concessione di permessi e autorizzazioni e interventi sul codice degli appalti. Sono 39 gli assi su cui sviluppare gli interventi, a loro volta suddivisi in 135 investimenti e sette riforme. Tra queste tre riguardano la pubblica amministrazione (trasformazione, accesso e competenze), poi c'è la riforma del sistema della proprietà industriale, quella della formazione obbligatoria per la scuola, le politiche attive del lavoro e la riforma della medicina territoriale.
Il monitoraggio è nelle mani del ministero dell'Economia. È prevista la "responsabilità diretta delle strutture operative coinvolte: ministeri ed enti locali e territoriali per la realizzazione degli investimenti e delle riforme entro i tempi concordati e la gestione regolare corretta ed efficace delle risorse", si legge nella bozza di presentazione del Piano. "Monitoraggio, rendicontazione e trasparenza - continua la bozza- incentrate al ministero dell'Economia che monitora e controlla il progresso dell'attuazione di riforme e investimenti e funge da punto di contatto unico per le comunicazioni con la Commissione Ue".
La digitalizzazione prevede una spesa di oltre 40 miliardi, su un totale di 221,5 miliardi: 191,5 inquadrati nel Recovery fund e 30 derivanti dal fondo complementare. Il Governo propone "un approccio integrato" tra Piano nazionale e fondo, con "medesimi obiettivi e condizioni" u. L'Unica differenza rilevante, continua la bozza, è che non è previsto "nessun obbligo di rendicontazione a Bruxelles e possibilità di scadenze più lunghe rispetto al 2026 in alcuni casi". Sei le missioni: a digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura, vanno 42,5 miliardi; a rivoluzione verde e transizione ecologica vanno 57 miliardi; 25,3 miliardi vanno a infrastrutture per la mobilità sostenibile con 25,3 mld; 31, 9 miliardi a istruzione e ricerca; 19,1 miliardi a inclusione e coesione e poi salute con 15,6 mld.
Alla riunione della cabina di regia di ieri mattina, il Pd ha chiesto "attenzione alle clausole per l'occupazione delle donne e dei giovani, al Mezzogiorno, al contrasto del lavoro nero, il potenziamento del progetto per l'autosufficienza, la garanzia sulla sicurezza per il cloud dei dati pubblici, la richiesta di chiarimento sulla strategia per la rete unica". Da Forza Italia, invece, la richiesta di puntare sulla Riforma della Pa, sul Sud, infrastrutture e grandi opere. L'attenzione, all'interno di FI, è massima inoltre sui temi del welfare per le famiglie; la montagna e le aree interne, l'occupazione giovanile e il lavoro delle donne. Infine, viene rimarcata la necessità di coinvolgere le Regioni e gli enti locali nell'attuazione del Recovery. Alla sanità arriveranno in totale 19,72 miliardi di euro: 15,6 dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, 1,71 dal React Eu per la politica di coesione e 2,39 dal Fondo complementare. Lunedì e martedì il premier Mario Draghi illustrerà il piano alle Camere, che si esprimeranno con un voto dopo la sua informativa. Solo dopo, tra il 28 e il 29 aprile, dovrebbe esserci il secondo Consiglio dei ministri, per l'esame e il voto finale del Pnrr, prima dell'invio alla Commissione europea, in programma per il 30 aprile.
Le misure valgono 3 punti di Pil. Previsti investimenti in infrastrutture green, economia circolare e mobilità sostenibile ma anche banda larga oltreché sulla sanità e il rifinanziamento del Superbonus. Per Paolo Gentiloni, commissario europeo per la fiscalità e l'unione doganale, gli audit e la lotta antifrode dal 2019, "è l'inizio di una nuova fase per ricostruire meglio la nostra economia".
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