varesenews.it, 23 aprile 2021
Grazie a diversi contributi, alla formazione di Enaip è stato inaugurato lo spazio verde con 300 piante. Un progetto voluto dal consigliere Astuti e che coinvolge un gruppo di detenuti. Sette parchi storici, 53 giardini scolastici, 39 aree verdi di quartiere, spazi alberati. È questo il patrimonio verde di Varese, denominata città giardino. Da oggi, al capitale arboreo si aggiunge una piccola ma preziosa dotazione. Un orto di piante aromatiche, realizzato in via Felicità Morandi al civico 5. Parliamo di un appezzamento minuscolo per dimensioni, circa 130 mq, ma di grande significato perchè è un'area piantata e curata da un gruppo di detenuti del carcere dei Miogni.
Tutto ebbe inizio con la visita del consigliere regionale Samuele Astuti all'istituto penitenziario. Con la direttrice Carla Santandrea sostenne l'idea di avviare un'esperienza laboratoriale nel settore del verde. "La proposta - ha ricordato la direttrice dell'istituto - si è concretizzata in virtù del finanziamento di Regione Lombardia proposto dal Consigliere Astuti e il progetto è stato realizzato in collaborazione con l'Assessorato all'Agricoltura della Regione, Ersaf Lombardia, il Provveditorato Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria per la Lombardia, nonché Fondazione Enaip.
Il giardino è stato creato da un gruppo di detenuti e, a oggi, sono state interrate circa trecento piante aromatiche. La finalità di questo intervento è quella di fornire alla popolazione detenuta un'occasione di apprendimento professionale e di sviluppo di azioni positive in vista re-ingresso nella "società libera"".
Nei scorsi mesi, nonostante gli ostacoli organizzativi imposti dall'emergenza sanitaria in corso, è stato avviato il lavoro grazie all'impegno dei formatori di Enaip: è stato allestito lo spazio orto, formato un piccolo gruppo di detenuti per la gestione dell'attività agricola: "La casa circondariale di Varese - spiega Sergio Preite operatore di Enaip - per questioni strutturali ha spazi esigui a dedicare alle attività di carattere socio-culturale. Con questa iniziativa, tutti gli attori coinvolti, sono riusciti a conquistare una nuova area dove poter realizzare un laboratorio permanente capace di coinvolgere attivamente la popolazione detenuta".
Il Presidente del Consiglio regionale della Lombardia Alessandro Fermi ha sottolineato: "Ha trovato oggi compimento la realizzazione di un significativo progetto di reinserimento lavorativo destinato ai detenuti della Casa circondariale di Varese, che potranno contare sulla presenza all'interno della struttura di un giardino botanico e di un orto biologico che consentirà di coltivare prodotti freschi e a chilometro zero. Una attività che andrà a integrare e ottimizzare la collaborazione che già un paio di anni la Casa circondariale di Varese ha avviato con la testata "Cucinare al fresco", dove vengono raccolte le ricette proposte dagli ospiti di numerose case circondariali lombarde. Ora le "ricette varesine" si arricchiranno sicuramente di nuove sperimentazioni culinarie basate sulle genuinità dei prodotti coltivati e utilizzati direttamente in casa propria".
Il consigliere regionale del Pd Samuele Astuti, presente all'inaugurazione, ha commentato: "Si realizza finalmente un progetto che offre un'opportunità di formazione ai detenuti e contribuisce, pur nel suo piccolo, a dare loro uno spazio 'naturale' anche se dentro le mura, che può contribuire a migliorarne la qualità della vita. Il ringraziamento deve andare oltre che alla direttrice del carcere Carla Santandrea, a Ersaf Lombardia, Enaip e al Provveditorato generale dell'amministrazione penitenziaria di Milano che hanno creduto e collaborato al progetto".
inaugurazione orto aromatico Le idee che riguardano la piccola produzione che verrà portata a termine non hanno natura commerciale, ma sono ugualmente ambiziose, infatti si prevede la realizzazione di un elisir al timo ed altre micro-leccornie: "Di questo però ne parleremo un'altra volta, per oggi limitiamoci a prendere atto che dentro alle mura dei Miogni qualcosa sta crescendo..." commenta Preite.
di Benedetta Garofalo
Corriere della Sera, 23 aprile 2021
All'interno dell'Istituto Penitenziario previsti corsi per la realizzazione di prodotti per il mercato esterno. Un percorso formativo per una qualifica artigianale. Questo è un "Dolce lavoro" che profuma di dolcetti e biscotti, come fatti in casa. E per una volta le mura dell'Istituto Penitenziario di Catanzaro, dove i prodotti verranno realizzati e confezionati per il mercato esterno, saranno un luogo di apertura al mondo e di crescita umana e professionale, non solo di espiazione. Per dodici detenuti, con reati di una certa gravità alle spalle, si apre infatti lo spiraglio di una vita possibile, che ha inizio da un percorso formativo online dal "dolce" titolo che li porterà ad acquisire la qualifica di pasticceri, spendibile su tutto il territorio nazionale. Dal 21 aprile al 22 settembre, per la durata di seicento ore complessive, i corsisti saranno quotidianamente impegnati nell'apprendimento delle tecniche per la produzione di prodotti di pasticceria e da forno, attraverso l'utilizzo di attrezzature acquistate per l'occasione, oltre che dei laboratori dell'azienda "Pecco", grazie alla disponibilità della Regione Calabria.
Una volta "formati", i corsisti svolgeranno il loro tirocinio in aziende del settore e saranno pronti a costituire a loro volta una cooperativa di tipo "B", in cui rendersi responsabili e protagonisti della vendita sul web di quanto prodotto. Un progetto non esclusivo in Italia, ma la novità è che questi detenuti si costituiranno in cooperativa.
Fondazione con il Sud ha patrocinato premiando anche il lavoro "corale" tra quanti hanno portato avanti l'idea: dalla direttrice della Casa Circondariale "Ugo Caridi" di Catanzaro, Angela Paravati, alla responsabile del Provveditorato del Ministero della Giustizia, Giuseppa Maria Irrera; dalla referente dell'Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna (Uiepe), Maria Letizia Polistena, al rappresentante della Regione Calabria, Luigi Bulotta.
All'associazione di volontariato "Amici con il Cuore", presieduta da Antonietta Mannarino, da tempo impegnata ad insegnare l'arte dell'intreccio della carta all'interno del carcere, va il merito di avere intercettato la passione per i dolci di alcuni detenuti e di avervi visto un'autentica opportunità lavorativa e di riscatto sociale. È stato poi il Centro Servizi al Volontariato "Calabria Centro" a fare sintesi tra le "forze" istituzionali in campo e a spingere il progetto verso un riconoscimento unanime per la sua capacità - come ha avuto modo di spiegare il direttore del Csv, Stefano Morena - di rafforzare legami di fiducia e rappresentare un "anello di congiunzione" tra la realtà carceraria ed il territorio.
Giuseppe Pedullà, dell'impresa sociale "Promidea" affiancherà l'ente capofila "Amici con il Cuore" nella realizzazione del progetto, ha illustrato il percorso che avrà molte ore di didattica online. E quando il prodotto dolciario avrà ottenuto la certificazione regionale, rappresenterà la valida motivazione a rientrare a pieno titolo in società, dopo aver scontato il proprio debito: più forti grazie a questa impresa.
primonumero.it, 23 aprile 2021
Gian Mario Fazzini, figlio del partigiano Gilberto, non era mai venuto meno all'impegno per la tutela dei diritti dei detenuti. Aveva anche avviato uno sportello legale per garantire assistenza ai reclusi nelle carceri molisane. È morto Gian Mario Fazzini, presidente di 'Antigone Molise'. A darne notizia gli stessi membri dell'associazione che tutela i diritti dei carcerati: "Da ormai diversi anni Gianmario era impegnato con la nostra associazione per la tutela dei diritti dei detenuti reclusi nelle carceri molisane, che monitorava costantemente come parte attiva del nostro osservatorio sulle condizioni di detenzione. È un grande dolore per noi".
Tra l'altro, assieme agli altri attivisti molisani, aveva anche messo in piedi uno sportello di informazione legale, dedicato proprio ai reclusi. E nonostante fosse malato, anche negli ultimi tempi aveva proseguito il suo grande impegno. "Lascia in tutti noi un grande vuoto e un forte ricordo. Ci stringiamo attorno alla sua famiglia a cui vanno le nostre condoglianze".
Aveva 64 anni ed era figlio del partigiano Gilberto Fazzini. Da sempre attivo nella tutela dei diritti delle persone, lavorava alla Biblioteca dell'Unimol di Campobasso ed era iscritto all'Anpi (Associazione nazionale partigiani d'Italia).
di Viola Giannoli
La Repubblica, 23 aprile 2021
Il caso più noto è quello di Walter De Benedetto, affetto da una grave forma di artrite reumatoide, a processo per coltivazione domestica di cannabis. Ma sono decine le segnalazioni di intoppi medici e burocratici per la terapia del dolore.
Il 27 aprile ci sarà l'udienza decisiva del processo a Walter De Benedetto: rischia fino a sei anni di carcere per aver coltivato la cannabis di cui ha bisogno per alleviare i dolori della grave forma di artrite reumatoide con cui convive da 35 anni e che lo ha reso invalido. Ma non c'è solo Walter. Donato, Mara, Carlo, Stefania, Rosario, Alfredo, Paolo: sono i nomi, i volti, le storie di migliaia di pazienti che dal 2007 a oggi, da quando cioè il ricorso a farmaci cannabinoidi in Italia è legale, si scontrano col loro diritto alla cura. Perché la disponibilità di cannabis medica, prodotta dallo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze o importata dall'estero, è spesso insufficiente o in ritardo; perché la domanda di Bedrocan è troppo alta; perché le farmacie che fanno preparazioni galeniche sono troppo poche; perché i rifornimenti sono variabili; perché talvolta è difficile avere la ricetta. I troppi perché su cui ogni giorno Meglio Legale, campagna per la legalizzazione della cannabis, riceve decine di segnalazioni.
C'è Alfredo Ossino di Catania, cinquant'anni, affetto da deficit funzionale della colonna vertebrale dal 2007. Era un maresciallo capo della Guardia di finanza, poi la sua patologia l'ha portato al congedo. "Mi sono operato nel 2013 - racconta - ma per i dolori non serve l'intervento". E così nel 2015, dopo 6 anni di cure con gli oppiacei, ha ottenuto la prima prescrizione di cannabis medica con benefici immediati. Eppure, nonostante la sua regolare prescrizione, restano gli ostacoli: "Una persona che prende 600 euro al mese di pensione, come fa spenderne 386 per 30 grammi?". Già, i costi. Poi c'è la burocrazia che blocca le cure, i medici poco informati. E per un ex maresciallo della Guardia di finanza, che l'unica alternativa alla mancanza di approvvigionamento siano i pusher per strada, il mercato nero, è più che un paradosso.
A Milano c'è Stefano Lavore, ha quarant'anni, un Parkinson di origine genetica. I primi sintomi sono arrivati a vent'anni, la diagnosi a 34. Fumava cannabis per uso ludico e così per caso si è accorta che agiva sul dolore. Ne ha parlato col suo neurologo, ma per la sua malattia la somministrazione non è prevista e Stefania è costretta ad acquistarla in farmacia, senza esenzione. "L'ultima volta che l'ho acquistato ho chiamato mia madre: 'Mamma mi puoi dare i soldi per comprare il farmaco, perché io non ce la faccio" dice Stefania coi suoi capelli verdi e gli occhiali rotondi. Con lei, nella stessa città, c'è pure Mara Ribera: una malattia rara autoimmune e una cefalea invalidante provano il suo corpo, da circa trent'anni. Ma solo un anno fa è arrivata a vedersi prescritta, dal centro di terapia del dolore del Niguarda, la cannabis medica. "Il dolore non può essere parte integrante della vita delle persone - si sfoga - Eppure ci sono dei mesi in cui a Milano non c'è disponibilità di scorte di infiorescenza".
Poi c'è Carlo Monaco, che di anni ne ha 35 e vive a Roma. Quando era poco più che maggiorenne ha iniziato a non stare bene, stress, studio, lavoro notturno, notti insonni, niente cibo. Nei momenti peggiori è arrivato a pesare 55 chili, per 1 metro e 81 centimetri di altezza. "Mi hanno prescritto forti dosi di Valium e di Xanax" ha raccontato. Niente. "Poi in Spagna è arrivata la svolta con la prescrizione della cannabis terapeutica". Svolta durata poco perché in Italia nessuno voleva somministrargliela. Fino al 2015, quando quella ricetta è arrivata anche per lui. Ora si batte per sostenere i pazienti nella continuità terapeutica e nella facilità di accesso al farmaco. "L'unico modo per garantire il diritto costituzionale alla salute è dare la possibilità di coltivare a chi ne fa domanda" ha spiegato.
Donato Farina è di Padova e ha 31 anni. La sua sinusite cronica che gli causava mal di testa così forti da non farlo dormire la notte è quasi sparita. "Il mio medico mi aveva consigliato di assumerla ogni giorno, ma l'approvvigionamento ha buchi anche di 10-15 giorni, mi son fatto una tabella per dilazionare le gocce nel tempo, prenderne meno e non restare mai senza" ragiona Donato. A Grosseto vive Paolo Malvani. Un incidente stradale gli ha lesionato il nervo sciatico periferico, un inferno quotidiano di dolori neuropatici cronici. La cannabis è stata la sua strada per ritrovare un po' di pace dopo pesanti antidolorifici e la riabilitazione. Come Walter De Benedetto poi c'è Rosario D'Errico, 49 anni, con una sindrome ansio-depressiva. "Mi si sono formate diverse ernie del disco. E anche per colpa della burocrazia lentissima ho deciso di coltivarmi da solo le piante di cannabis" spiega Rosario. "Non l'ho mai spacciata ma a qualche vicino dava fastidio e mi ha denunciato". Così è arrivato un processo penale e lui è rimasto senza lavoro. "Il caso di Walter è tra i più gravi e i più conosciuti, ma non è l'unico - dice la coordinatrice di Meglio Legale, Antonella Soldo - Ci sono centinaia di storie a cui il Parlamento dovrebbe rispondere con urgenza".
di Wlodek Goldkorn
L'Espresso, 23 aprile 2021
Fu costruita per sfruttare le ricchezze del sottosuolo. E popolata grazie ai campi di lavoro forzato. Molti ex detenuti però sono rimasti ad abitare lì. Era il cinque dicembre dell'anno 1947, quando il vaporetto Kim approdò nella Baia di Nagaev, a Magadan. A bordo i detenuti si ribellarono. In tremila vennero sommersi dai gettiti di acqua delle guardie armate. È una delle storie che narra Varlam Šalamov, scrittore russo, fra i più grandi del Novecento, autore di "I racconti di Kolyma", un libro che dà conto dei suoi diciotto anni di prigionia nell'estremo Nord della Russia, ma che, analogamente all'opera di Primo Levi, non è testimonianza ma letteratura che si interroga sulle cose prime e ultime degli esseri umani. Ci torneremo.
Magadan venne fondata nel 1929. Qualcuno parlò di una "piccola San Pietroburgo" o meglio Leningrado, per via di qualche bell'edificio. In realtà si trattava di un progetto titanico di sfruttamento delle risorse naturali disponibili in una zona impervia grande una volta e mezzo il Giappone. Da quelle parti, dicevano i geologi sovietici, c'era oro, uranio e tanti minerali necessari per la gloria della patria e la vittoria del comunismo.
Il problema era come attrarre la gente ad abitare in luogo dove l'estate (si fa per dire) dura due mesi e d'inverno le temperature scendono a 38 gradi sotto lo zero e qualche volta arrivano a meno cinquanta. La soluzione fu trovata con facilità: costruendo un sistema di schiavitù, una rete di lager in cui i deportati avrebbero lavorato gratuitamente, fino alla fine delle loro forze, puniti in caso di scarsa produttività e perennemente affamati. Quel sistema ebbe il nome di gulag e la sua capitale simbolica può essere considerata appunto Magadan. Talvolta al posto del nome della città si nomina il fiume Kolyma. Ecco: Magadan e Kolyma, sono la metonimia del gulag, l'orrore dello stalinismo, segno della trasformazione di un'utopia nella radicale distopia.
Oggi a Magadan abitano poco più di novantamila persone. Molti sono figli o nipoti degli ex prigionieri, gli "zek", così chiamati nel gergo burocratico dei lager russi, altri invece sono discendenti dei guardiani. La strada che dalla città porta fino a Yakutsk, nella regione della Yakutia, in Siberia, è lunga circa duemila chilometri ed è anche denominata la "strada delle ossa". Fu costruita dai prigionieri con attrezzature rudimentali: molti morivano di stenti e fatica. I cadaveri venivano gettati nelle fosse comuni, proprio lì dove ora passano i camion. E del resto, si racconta di un proprietario di una miniera d'oro, sempre dalle parti di Magadan, che un giorno, durante gli scavi fatti dai suoi operai, scoprì una montagna di ossa umane.
Racconti macabri? Sì. Ma le storie rendono evidente una certa, chiamiamola spontaneità, nella vita e nei modi di dare la morte nell'universo concentrazionario sovietico. Ne citiamo uno. Una ex detenuta raccontava in un filmato, come, ai tempi, vide un uomo sporgersi oltre il filo spinato. Una guardia gli sparò. Il cadavere restò là, finché non se lo portò via un orso. Detto con brutalità, quel modo di procedere, caotico e senza una vera sepoltura ha fatto sì che pure le statistiche delle vittime sono approssimative e variano a seconda dei parametri usati dai ricercatori. Possiamo dire grosso modo che il numero dei detenuti in tutto il sistema dei Gulag è stato di circa 18milioni e fino a 20 milioni e non ci avventureremo nelle ulteriori spiegazioni. Ne parla comunque Anne Applebaum in "Gulag. Storia dei campi di concentramento sovietici" (Mondadori).
Oggi a Magadan la memoria è materializzata in un monumento. L'aveva progettato lo scultore Ernst Neizvestnyj, scomparso cinque anni fa all'età di 91 anni negli Stati Uniti. Si tratta di una storia che riassume la vicenda dell'Unione sovietica. Militare dell'Armata rossa, nell'aprile 1945 Neizvestnyj fu ferito e dichiarato morto, tanto che la madre ricevette la medaglia "postuma". Guarì invece, diventò artista importante finché nel 1962 la sua arte venne paragonata dall'allora segretario del partito Nikita Kruscev agli escrementi di una mucca. Emigrò quindi negli States.
Ecco, nel 1996 Neizvestnyj costruì a Magadan "La maschera del rimorso", un monumento a forma di maschera, appunto, alto quindici metri. Sembrava l'inizio di una presa di coscienza collettiva su cose sia stato il comunismo sovietico. Ma poi qualcosa si è inceppato, Vladimir Putin decise di ricostruire il pensiero imperiale, tanto che oggi stando ai sondaggi tre russi su quattro hanno un buon ricordo dell'Urss.
Ci sono molti film girati in Russia su Magadan, Kolyma, e su coloro che qui sono stati imprigionati. In uno di questi si parla di un detenuto celebre, Sergej Korolev. Korolev è stato il padre dei razzi che portarono gli Sputnik e i Vostok in orbita fra fine anni Cinquanta e primi Sessanta. Finì in Kolyma nel corso delle purghe delle forze armate nel 1938. Dopo aver lavorato nella miniera d'oro, venne traferito in una "sharashka", un campo di quelli speciali descritti da Aleksandr Solzenicyn, destinati agli scienziati di cui il regime aveva necessità. In un filmato sua figlia dice: "Stalin ha fatto più male che bene. Però". E riconosce al tiranno un certo coraggio, durante la guerra.
In altri filmati, persone che abitano a Magadan, nel cuore dei luoghi della morte e delle atrocità, ricordano come, sempre durante la guerra, i soldati morissero sul fronte con il nome di Stalin sulla bocca. E ancora, in uno stupendo reportage girato nel 1994 dall'olandese Theo Uitensbogaard, viene data la voce a Vadim Kozin. Kozin in Russia è una leggenda. È stato il più famoso cantante degli anni Trenta e primi Quaranta. Veniva invitato al Cremlino, e nel filmato racconta come cantava non solo per, ma insieme a Stalin. Momenti di divertimento, di sintonia fra un artista e il tiranno.
Nel 1944 lo arrestarono. Per quale motivo? Lui cita una conversazione con il capo del Nkvd Beria che lo rimproverava di non cantare canzoni su Lenin. Probabilmente finì nel Lager dalle parti di Magadan perché era omosessuale. Dopo sei anni lo liberarono. Ma lui aveva deciso di restare in quella città per sempre. Non solo lui. La popolazione diminuisce, le orrende palazzine sono in stato di abbandono ma moltissimi ex prigionieri ed ex guardie non hanno voluto andarsene via, nonostante il clima, il buio, la miseria.
Il cantante Kozin ricordava Stalin con tenerezza. In un altro reportage, però, realizzato nel 2016 da un regista tedesco, è centrale la versione di una ex prigioniera, Antonia Novosad, anche lei rimasta a Magadan. Novosad ha l'aria di una signora intelligente, ha occhi vivaci ed eloquio riflessivo. Racconta la sensazione di fame. La paura. Narra di come sia arrivata con le compagne detenute in città, dopo giorni di navigazione su un piroscafo, simile al Kim, citato da Šalamov, o forse lo stesso. Una volta sbarcate, le donne sono condotte al lager. Per prima cosa vengono portate al bagno. Ordinano loro di spogliarsi nude, davanti agli uomini. Segue il taglio di capelli, la depilazione.
La signora Novosad, nella sua modestissima abitazione, seduta a un tavolo guarda dritto la telecamera ed esprime un desiderio: "Voglio che la mia storia venga rammentata fra cento e duecento anni". Ma che cosa ricorda? Bene, rendiamo la cosa esplicita. Nello stesso filmato, un'altra donna anziana, parla delle torture subite e dice: "Siamo stati torturati con metodi fascisti". Poi descrive i supplizi in modo dettagliato (ne citiamo uno solo: stare nuda per 24 ore in una cella gelata, una sfida alla morte). Certo, nei lager di Kolyma non c'erano camere a gas. Soprattutto, a differenza da quelli nazisti, i guardiani non appartenevano a un'altra umanità, non erano superuomini, potevano diventare loro stessi detenuti. Fra i prigionieri molti erano ex capi e alti funzionari dei servizi di sicurezza, a loro volta vittime delle "purghe" dopo essere stati carnefici.
Lo racconta Evgenija Ginzburg in un altro libro, "Viaggio nella vertigine", pubblicato negli anni Sessanta in Occidente. Criticato da Šalamov in quanto "troppo romantico", non amato da Nadezda Mandelstam, la vedova del grande poeta morto da queste parti, il testo in realtà restituisce il clima dell'epoca e lo stato d'animo di una giovane docente di letteratura russa all'Università di Kazan, fervente comunista, vittima delle purghe di Stalin e che ritrova l'uomo che la portò in carcere, prigioniero nello stesso lager.
Dalle parti di Magadan, con altre donne taglia i boschi, patisce la fame, assiste alle fucilazioni. Ma non si arrende, e se può apparire ingenua la sua voglia di trovare la bellezza ovunque è un'ingenuità toccante e lodevole. Continua a recitare a memoria "Evgenij Onegin", il capolavoro di Puskin. E si innamora del dottore del lager. Quell'amore le ridarà la vita.
Šalamov nell'amore credeva poco. Per lui, il gulag era una situazione estrema, al limite del nichilismo. Nel lager, diceva, tutti diventiamo delle bestie. In una annotazione in apparenza marginale ma centrale, cita il caso di un medico, con l'esperienza del lavoro al fronte durante la guerra. E dice che neanche quell'esperienza l'aveva preparato a ciò che avrebbe visto nel gulag. Aggiungeva che, a diciassette anni dall'evento che l'aveva sconvolto (l'approdo della nave Kim, appunto), quello stesso chirurgo non se lo ricordava più.
di Giuliano Battiston
Il Manifesto, 23 aprile 2021
Niente più conferenza di pace. Non ora. Inizialmente programmata per marzo, posticipata a inizio aprile, poi al 16 dello stesso mese, infine fissata ufficialmente dal 24 aprile al 4 maggio 2021, la conferenza di pace che nei piani di Washington avrebbe dovuto condurre al consenso politico sulla fine della guerra afghana è stata cancellata.
Ieri ne ha dato annuncio Unama, la missione dell'Onu a Kabul, promotrice insieme ai governi di Turchia e Qatar. "Alla luce degli sviluppi recenti", recita il comunicato ufficiale, "e dopo estese consultazioni con gli attori coinvolti, è stato concordato di posticipare la conferenza". Si aspettano tempi in cui ci siano "condizioni migliori per un progresso favorevole". Ma una nuova data non c'è. Sicuramente, dopo la fine del Ramadan, a metà maggio. Sempre che si tenga.
È una nuova vittoria per i Talebani, almeno sul breve termine. E la sconfitta dell'offensiva diplomatica di Washington, in particolare del segretario di Stato, Antony Blinken. È stato lui, a inizio marzo, a inviare una lettera dai torni urgenti al presidente afghano, Ashraf Ghani, e ad Abdullah Abdullah, a capo dell'Alto consiglio per la riconciliazione nazionale.
La lettera di Blinken, che indicava l'urgenza del momento, era una sorta di agenda dettata dall'esterno. Indicava i passaggi necessari, agli occhi di Washington, per rompere lo stallo diplomatico tra i Talebani e il fronte "repubblicano" di Kabul. Ci vuole una conferenza di pace, in fretta, e un governo di transizione che traghetti il Paese verso un nuovo quadro politico, così diceva Blinken.
Ricevuta con malcelata insofferenza da Ghani, più volte pressato dagli americani affinché rinunciasse al palazzo presidenziale per un governo di "ampia coalizione", quella lettera incarnava una scommessa, dettata dall'esigenza di garantirsi un'uscita di scena meno disonorevole: portare a casa un accordo tra gli afghani, prima del ritiro delle truppe. Una scommessa persa. Una volta annunciato il ritiro dal Paese, che avverrà - così Biden - entro l'11 settembre e in modo incondizionato, cioè senza tener conto di ciò che avviene sul fronte militare o diplomatico, la già fragile cornice che teneva in piedi il processo di pace è saltata.
Per ora, provvisoriamente. Ma il colpo potrebbe essere letale. Sono valsi a poco i tentativi di Islamabad, Washington, Onu, Turchia e Qatar di convincere i Talebani, che hanno male accolto la decisione unilaterale di Washington di non rispettare l'accordo firmato a Doha nel febbraio 2020. Prevedeva il ritiro completo delle truppe americane entro l'1 maggio 2021. Biden si è preso invece altri 4 mesi circa. L'occasione buona per i Talebani per alzare la posta in gioca, tirare la corda, accusare Washington di non rispettare i patti. E rifiutarsi di partecipare alla conferenza di Istanbul.
Per gli studenti coranici è una vittoria chiara. Ma solo sul breve termine. Se dovessero continuare a tirare la corda, rifiutandosi di sedersi al tavolo negoziale, non otterrebbero quella patente di legittimità internazionale a cui ambiscono e di cui hanno bisogno. È su questo che punterà Washington. Mentre a Kabul il presidente Ghani, che ha tentato di mantenere il più a lungo possibile le truppe straniere nel Paese, ora si dice convinto che il ritiro è giusto e che è l'occasione per gli afghani per tornare a esercitare la sovranità in casa propria. Ai tanti che hanno paura, che temono un ulteriore intensificazione del conflitto, la spallata militare dei Talebani o l'emergere di nuovi e diversi attori stragisti, il tecnocrate che per 25 anni ha vissuto negli Usa risponde così: "chi ha paura, vada fuori dal Paese".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 23 aprile 2021
La sentenza del tribunale della Corea del Sud che l'altro ieri ha respinto la richiesta di un gruppo di "donne di conforto", presentata nel 2016, di ottenere un risarcimento dal Giappone ha avuto l'effetto di una doccia gelata. A gennaio, un'altra sezione dello stesso tribunale aveva infatti ordinato al Giappone di pagare i danni a un gruppo di 12 donne sopravvissute al sistema di schiavitù sessuale introdotto dalle forze armate giapponesi nei territori occupati prima e durante la Seconda guerra mondiale: un sistema che obbligò circa 200.000 donne a dare "conforto" nei bordelli alla soldataglia del Sol Levante.
Secondo la sentenza di gennaio, quel sistema aveva causato "un'estrema, inimmaginabile sofferenza fisica e mentale" cui "non potrebbe essere applicata l'immunità che si deve agli stati e agli atti compiuti nell'esercizio della sovranità". La sentenza di ieri dà ragione alla posizione del Giappone: un accordo bilaterale raggiunto nel 2015 col governo sudcoreano dell'epoca ha risolto la questione "in modo irreversibile" e il principio della sovranità dello stato tiene al riparo le autorità di Tokio da ricorsi ai tribunali stranieri. Negli ultimi 30 anni le sopravvissute al sistema delle "donne di conforto" si sono rivolte ai tribunali in Cina, Corea del Sud, Filippine, Paesi Bassi e Taiwan. Hanno sempre perso. Il tempo scorre senza giustizia. Delle 10 sopravvissute che si erano rivolte al tribunale di Seul nel 2016 ne restano in vita solo quattro.
di Carmine Di Niro
Il Riformista, 23 aprile 2021
L'ennesima strage nel silenzio colpevole e complice dell'Europa. Sarebbero almeno cento le perone morte al largo della Libia, annegati nel naufragio di un gommone che si stava dirigendo verso le coste italiane o maltesi. A riferirlo è Alarm Phone in un tweet in cui si precisa che la barca "con cui eravamo in contatto si è capovolta. Ocean Viking ha trovato corpi senza vita. Tutte le autorità erano allertate, Frontex li aveva avvistati: li hanno lasciati annegare. Per l'Europa, black lives don't matter".
Il gommone avrebbe tentato la traversata in condizioni di mare proibitive: le tracce dell'imbarcazione di fortuna si sono perse a nord-est di Tripoli, dove sono stati finora avvistati in mare i cadaveri di trenta persone, ma non è stato ancora possibile recuperarli.
A ricostruire quanto accaduto tra Italia e Libia è Sos Mediterranee. "L'equipaggio della Ocean Viking ha dovuto assistere alle devastanti conseguenze del naufragio di un gommone a nord est di Tripoli. Questa barca era stata segnalata in pericolo con circa 130 persone a bordo mercoledì mattina. Alarm Phone - continua Sos Mediterranee - ci aveva avvisato di un totale di tre imbarcazioni in pericolo nelle acque internazionali al largo della Libia. Tutti loro erano ad almeno dieci ore dalla nostra posizione al momento della ricezione degli avvisi. Abbiamo cercato due di queste barche, una dopo l'altra, in una corsa contro il tempo e con mare molto mosso, con onde fino a 6 metri".
"In assenza di un efficace coordinamento guidato dallo Stato", prosegue Sos Mediterranee - tre navi mercantili e la Ocean Viking hanno collaborato per organizzare la ricerca in condizioni di mare estremamente difficili". Sos Mediterranee sottolinea che "senza ricevere il sostegno delle autorità marittime responsabili, tre cadaveri sono stati avvistati in acqua dalla nave mercantile "My Rose". Poco dopo un aereo Frontex ha individuato il relitto di un gommone. Da quando siamo arrivati sulla scena, non abbiamo trovato nessun sopravvissuto mentre abbiamo potuto vedere almeno dieci corpi nelle vicinanze del relitto. Pensiamo alle vite perse e alle famiglie che potrebbero non avere mai la certezza di quello che è successo ai loro cari".
La Ong sottolinea il prezzo pagato dai migranti nel tentativo di arrivare in Europa: più di 350 persone hanno perso la vita in questo tratto di mare quest'anno, "senza contare le decine di morti nel naufragio a cui abbiamo assistito oggi. Gli Stati abbandonano la loro responsabilità di coordinare le operazioni di ricerca e salvataggio, lasciando gli attori privati e la società civile a riempire il vuoto mortale che si lasciano alle spalle. Possiamo vedere il risultato di questa deliberata inazione nel mare intorno alla nostra nave".
di Michele Vanossi
ilgiornaleoff.it, 23 aprile 2021
Arianna Augustoni ideatrice del progetto editoriale "Cucinare al fresco". Avete mai sentito parlare di una redazione ubicata all'interno di una casa circondariale? È proprio così! A raccontarcelo è Arianna Augustoni, giornalista e fondatrice con Alessandro Tommasi del progetto editoriale Cucinare al Fresco presentato anche durante la scorsa edizione di Bookcity Milano via web, con una clip.
Di cosa si tratta?
Si tratta di una raccolta di ricette studiate, preparate e scritte dai detenuti delle carceri italiane. L'idea è nata presso il carcere Bassone di Como (sede della redazione) e ha poi coinvolto altri 11 istituti penitenziari italiani: Milano (San Vittore), Varese, Bollate, Sondrio, Opera, Perugia, Pavia, Monza, Vibo Valentia, Locri e Barcellona Pozzo di Gotto. Siamo operativi da diversi anni, in base all'ispirazione e alla raccolta di materiale, organizziamo il lavoro; i nostri "redattori speciali" hanno scritto e testato più di 500 ricette di piatti che preparano abitualmente nelle stanze di detenzione con strumenti e ingredienti a loro disposizione. Il 27 maggio 2021 uscirà il primo libro, è il nostro debutto con la casa editrice "L'Erudita" di Roma che ha creduto nell'iniziativa e ha voluto pubblicare un ricettario particolare, realizzato, appunto, dietro alle sbarre. È un percorso di profumi, di colori e di sensazioni raccolte in un libro di 180 pagine. Fino a oggi abbiamo lavorato pubblicando piccoli prodotti editoriali con scadenza trimestrale sponsorizzati da realtà del territorio comasco che volevano mettere la loro firma su questa iniziativa. In più abbiamo ci sono dei volumi dedicati ai piatti delle feste e guide monotematiche. Ci piace molto l'idea di far dialogare le carceri con l'esterno attraverso queste pubblicazioni, tramite Youtube e i canali social come Instagram e Facebook sui quali vengono pubblicate 2 ricette al giorno!
L'idea come è nata?
E' nata per caso durante un laboratorio che trattava di argomenti completamente differenti dalla cucina; una fortuita chiacchierata coi detenuti ha dato vita in poco tempo a una storia che ha reso partecipi tutti i presenti in aula decisi a fare qualcosa di buono sia in cucina ... sia nella vita! In quell'occasione mi sono resa conto che il cibo in carcere è un elemento preponderante e fondamentale perché unisce e permette di comunicare tra persone anche molto diverse. Bisogna considerare infatti che, la maggior parte dei detenuti delle carceri italiane è costituita da persone straniere che spesso non sanno né leggere né scrivere, ma sanno cucinare.
Quali sono gli strumenti che utilizzano i detenuti per preparare il cibo?
Nelle celle i detenuti possono utilizzare fornelletti da campeggio ed è proprio con questi strumenti che hanno saputo creare una sorta di "forno" apponendo sopra le normali padelle una cappa realizzata con carta stagnola lasciando aperte le due estremità con un foro (per l'entrata e l'uscita dell'aria). Analizzando le diverse modalità abbiamo poi deciso che fosse perfetto creare anche un libro all'interno del quale venissero inserite ricette fatte "in padella" utilizzabile dalle massaie di tutta Italia per cucinare risparmiando energia trasferendo tutto quello che si fa in forno nella padella: torte, pizze, pane, focacce...
L'impatto iniziale con i detenuti come è stato?
Dopo le prime lezioni si instaura un rapporto di fiducia, i "corsisti" a volte sentono la necessità di raccontare le proprie esperienze e gli aspetti più personali. La cucina in questo caso diventa solo lo strumento attraverso il quale vengono esternati sentimenti e ricordi che permettono loro di sorridere e di ricordare con piacere i momenti trascorsi in famiglia coi propri cari.
Quale è la validità dei percorsi riabilitativi all'interno delle carceri?
Ci sono progetti che piacciono, altri che sono meteore e vengono abbandonati in corso d'opera. "Cucinare al Fresco" ha una tripla valenza: crescita personale, imparare a scrivere (alcuni detenuti potrebbero diventare giornalisti - conoscono il timone, sanno creare contenuti, si informano sulla comunicazione) e promuovere il rinserimento sociale.
Con questo progetto siete riusciti a creare una rete con altre realtà che operano all'esterno delle carceri...
Ci sono numerose associazioni che si occupano di progettualità legate al mondo della detenzione. Noi abbiamo intrapreso rapporti con la Fondazione Arte del Convivio di Milano, una scuola di alta cucina; con l'associazione culturale "Artisti Dentro" che propone dei concorsi a livello nazionale, per i detenuti: pittori, scrittori e, appunto, cuochi. Poi "Kairos" di Don Claudio Burgio (Cappellano del Beccaria) e poi con il "Consorzio Viale dei Mille di Milano" che sta sviluppando una serie di attività legate ai detenuti definiti "articolo 21", coloro che, per una serie di requisiti si trovano nella condizione di potere uscire a lavorare per poi rientrare negli istituti penitenziari la sera.
La risposta dei detenuti a questo progetto?
Sicuramente molto positiva, stiamo lavorando da tre anni e il numero delle persone che partecipano è in continuo aumento. Il progetto ha come obiettivo quello di raccontare l'esperienza della cucina in carcere, da reclusi. Una modalità per portare all'esterno messaggi positivi e di interazione con la società, una forma di coinvolgimento e di impegno serio e costante che parte solo da loro stessi.
Tra le pubblicazioni di Cucinare al Fresco ci sarà una novità, un volume con le ricette dei piatti preferiti da Papa Francesco...
Questa è l'ultima trovata che abbiamo avuto; parlando con alcuni giornalisti di Radio Vaticana ci siamo confrontati e ci siamo detti: "Perché non dedicare un volume ai cibi preferiti da Papa Francesco?". Ho sottoposto alla redazione del Bassone di Como e agli altri gruppi di lavoro l'idea ed è stata subito sposata; chiederemo a tutte le carceri che hanno aderito al progetto di inviarci, partendo da quelle che sono le preferenze del Santo Padre, alcune ricette con gli ingredienti; naturalmente non mancheranno quelle relative alle delizie argentine pensate dai detenuti in suo onore.
di Mons. Vincenzo Paglia e Luigi Manconi
Il Riformista, 23 aprile 2021
Quello tra il sociologo ed attivista politico Luigi Manconi e l'arcivescovo Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, è un confronto tra due concezioni del mondo distanti e, per certi versi, inconciliabili: una ispirata da un profondo senso religioso, l'altra immersa nella società e nella concretezza delle sue contraddizioni e delle sue sofferenze. Ma entrambe tese a cercare, di fronte ai dilemmi che attraversano la vita quotidiana, il significato delle scelte di ognuno. Ecco un "assaggio" del dialogo, tratto dal capitolo 6 e 7 del libro "Il senso della vita" Einaudi, 2021.
Manconi. Il male (sia esso la droga o il crimine) non può essere messo al bando dalla società. Quel male e il dolore che porta con sé può venire ridotto e "governato" attraverso strategie che ne limitino gli effetti piú dirompenti e dannosi per il singolo e la collettività. Discendono da qui le politiche e gli interventi sociali che vengono definiti di "riduzione del danno". (...) È un'idea di società che tende a includere e ad accogliere, a rendersi permeabile alle nuove identità culturali e sociali, ai movimenti interni e a quelli provenienti dall'esterno. Ciò comporta che si limitino allo stretto indispensabile i provvedimenti e gli istituti del controllo e dell'esclusione, destinati solo a chi si riveli socialmente pericoloso.
Paglia. Sono d'accordo con te che nella società bisogna accettare la compresenza del bene e del male. (...) E, sarai d'accordo con me, il bene e il male traversano ciascuno di noi, al suo interno. Non c'è il bene assoluto da una parte e il male assoluto dall'altra. E che nella società convivano ambedue è giocoforza. In tal senso, che la società debba essere inclusiva mi pare inoppugnabile.
Manconi. In realtà, attribuisco tanta importanza a questa riflessione perché, come dicevo, da essa discendono non solo diversi modelli di policy, ma anche differenti idee sul futuro della nostra società e su un sistema dei diritti di cittadinanza adeguato ai tempi e alla nuova composizione sociale delle comunità contemporanee. Insomma, penso che una società dell'inclusione debba prevedere la convivenza con i diversi mali sociali per ridurre al minimo la sofferenza individuale e collettiva che producono. Qualche decennio fa partecipai a un convegno dal titolo davvero eloquente: Dare un posto al disordine. In altre parole, adottare strategie sociali capaci di "negoziare" con tutti i soggetti (penso ai centri sociali), i gruppi e le minoranze (per esempio i rom), ma pure con ogni forma di trasgressione e devianza (ancora il consumo di sostanze), al fine di "dare un posto" anche a loro nella vita sociale, escludendo solo le manifestazioni di violenza e di sovversione delle regole democratiche. Se, poi, trasferiamo un simile discorso su un piano generale, è ancora questa strategia la piú adeguata ad affrontare problematiche di difficilissima composizione, come quella dei flussi migratori o quella rappresentata dalla popolazione detenuta. (...) Prendiamo la questione del carcere, forse la piú "intrattabile". Come si fa a non essere abolizionisti?
Il carcere è una istituzione insostenibile sotto il profilo giuridico e politico, sociale e finanziario. Deve essere quindi abolito e sostituito da altre misure, capaci di soddisfare tanto la domanda di giustizia dei cittadini, quanto il diritto del condannato al pieno reinserimento sociale al termine della pena, che è proprio quanto il carcere - non solo per cause contingenti - impedisce. Ma voglio sottolineare qualcosa che viene costantemente ignorato. La Costituzione non parla mai di carcere, né di pena detentiva. Anche se i costituenti conoscevano solo il carcere (e molti tra essi lo avevano sperimentato in prima persona) e la pena capitale, in modo saggio e lungimirante non aggettivarono le pene, lasciando campo libero a un legislatore che volesse cambiare radicalmente la fisionomia delle sanzioni penali. (...) Dunque, una pena moderna, razionale e adeguata non può che essere totalmente diversa ed esprimersi attraverso forme sanzionatorie diverse, partendo dall'assunto che la privazione della libertà deve limitarsi solo ed esclusivamente allo strumento e al tempo indispensabili per contenere la violenza del condannato pericoloso per la comunità. (...) In questo quadro, i meccanismi dell'esclusione e della reclusione devono riguardare solo i socialmente pericolosi e solo per il tempo in cui lo siano. Convivere e negoziare con il male rappresentato dai crimini e dai criminali significa elaborare una politica penale totalmente diversa da quella finora adottata. Una politica fondata, piuttosto, su quella che chiamiamo "giustizia riparativa", e che a me piace definire "ristoratrice". "Ristorare" è parola dolce e forte, rassicurante e allo stesso tempo gratificante, capace di offrire sollievo e lenimento. Richiama non solo la soddisfazione di un bisogno (di cibo, acqua, riposo, conforto), ma anche il ristabilirsi di un equilibrio. La giustizia riparativa mira a sanare la ferita determinata nelle relazioni sociali dalla commissione di un reato. Non si limita a sanzionare la lesione inferta, ma opera per curarla. Si basa sulla responsabilizzazione dell'autore del reato nei confronti della parte offesa: e, di conseguenza, sull'esigenza di porre rimedio al danno inflitto attraverso il risarcimento alla vittima e alla collettività.
Paglia. Giovanni Battista Scanaroli, sovrintendente delle carceri dello Stato pontificio, nel suo trattato di tre volumi, scrive sconsolato che nella sua vita non ha mai visto un carcerato uscire dalla prigione migliore di quando era entrato. Nulla di nuovo sotto il sole! Eppure noi continuiamo imperterriti a costruire carceri, spesso malamente, quasi sempre sovraffollate... Intanto è decisivo anche promuovere una coscienza nuova circa la giustizia umana e la concezione della pena. Tu parli della giustizia riparativa o, come tu preferisci, "ristoratrice" (pure a me piace più questo termine). Sono ancora una volta pienamente consenziente. È solo così che si sconfigge l'idea di una pena che condanna senza speranza alcuna di riabilitazione. Va recuperata la prospettiva di una pena che aiuti il condannato a cambiare nel senso opposto ai fatti criminosi che ha commesso. (...) Anche la pena non deve sottrarsi alla sfida della progettualità, né può essere avulsa dal giudizio morale sui suoi contenuti e le sue conseguenze: giudizio, quest'ultimo, che dipende dalla sua capacità di perseguire il bene comune rispondendo alle esigenze della dignità umana di tutti i soggetti (vittime e agenti) coinvolti nel reato. (...) Per sanare in profondità le ferite che lacerano la convivenza tra gli uomini sono necessari sia la giustizia sia il perdono. Una giustizia "spietata", cioè senza la pietas, non aiuta a cambiare. E purtroppo lascia una ferita nella società. Bisogna scendere nelle profondità dell'animo sia del colpevole che dell'offeso. In modi ovviamente diversi, ambedue sono chiamati ad atteggiamenti nuovi che evitino sia la vendetta sia l'indurimento. E in questo è parte in causa anche la stessa società di cui entrambi gli attori fanno parte. (...)
Manconi. Come si sa, la questione della giustizia richiama quella della diseguaglianza, che si esprime attraverso varie manifestazioni e, in primo luogo, attraverso la più antica e irreparabile di esse: la penuria di mezzi materiali. (...) Se meno individui muoiono di fame e cresce il reddito minimo pro capite è un grande risultato, ma se la distanza tra poveri e ricchi aumenta e in parallelo un rilevante numero di individui passa da uno stato di sicurezza economica a uno di precarietà, quella che chiamiamo "percezione" rende ancora più cruda e stridente la presenza della povertà nel mondo. (...)
Paglia. Il rischio odierno è dato dall'aver superato il limite oltre il quale le diseguaglianze non debbono andare, pena uno squilibrio ingestibile. Di qui l'urgenza di una politica che prenda responsabilmente il suo compito di regolare la convivenza evitando di lasciare al solo mercato il potere sulla distribuzione del reddito e sul controllo della moneta. Purtroppo una prolungata assenza della politica nella vita della società contemporanea ha avuto come conseguenza la crescita di quel "popolo di vittime" - per dirla con Slavoj Žižek - che subisce negativamente il potere del mercato. (...) Mentre ci avviamo alla conclusione di questo capitolo sento l'urgenza di fissare un punto chiaro sulla pena di morte. E so che ti trovo d'accordo con me. È un tema a mio avviso essenziale per la qualità di una società. Finalmente, dopo secoli, negli ultimi tempi la Chiesa ha respinto una volta per tutte la legittimità morale della pena di morte. I dati Istat che ho citato all'inizio, però, ci dicono purtroppo che molti italiani sono favorevoli alla reintroduzione della pena di morte nel nostro ordinamento giuridico. Questa tendenza va contestata con decisione: sarebbe una regressione barbarica. Cesare Beccaria - un grande italiano - lo ha mostrato per primo nel secolo XVIII. Segnò uno spartiacque nella cultura giuridica e umanistica circa il rapporto tra i delitti e le pene e la conseguente critica radicale alla legittimità della pena di morte.
È una lezione - venuta dall'interno del pensiero illuminista - che va riscoperta, proprio mentre assistiamo alla risorgenza di una mentalità vendicativa che dimentica l'obbligo morale di aiutare il colpevole a riabilitarsi. Nessuno può essere mai identificato con il delitto che ha compiuto. Eppure, fin dall'antichità classica vengono sostenuti non solo la legittimità della pena di morte ma addirittura l'obbligo di comminarla, convincendo gli stessi condannati a ritenerla una misura lodevole. Il nodo si stringeva attorno al principio del primato del bene della società su quello dell'individuo. Non è questa la sede per ripercorrere il tema della pena di morte nella tradizione biblica e nella storia cristiana, anche se la predicazione cristiana e la teologia, fin dagli inizi, si sono distinte per tenere fermo il comandamento: non uccidere. E comunque nessuno ha potuto mai cancellare il passo della Bibbia: "Chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!" (Gn 4,13-15). Nei catechismi della Chiesa cattolica, da quello di Trento sino a quelli di Pio X e del catechismo del 2017 viene però ammessa la legittimità del ricorso alla pena di morte per il bene della società. Nel corso del Novecento, la crescita della cultura dei diritti umani e la consapevolezza della intangibilità della vita umana hanno sgretolato man mano quella granitica convinzione che portava ad ammettere la pena di morte, anche se solo in casi eccezionali. Nella seconda metà del Novecento è cresciuta sempre più nella Chiesa la coscienza della "inammissibilità" della pena di morte. Ultimamente è stato decisivo papa Francesco: ha cambiato il catechismo (n. 2267) mettendo la parola fine a un lungo dibattito di revisione circa la legittimità della pena di morte. È un traguardo che pone termine a ogni ambiguità: la pena di morte è inammissibile perché contraria al Vangelo. Potrei dire che finalmente abbiamo compreso in senso pieno le pagine della Bibbia. Papa Giovanni XXIII amava dire a coloro che gli rimproveravano i cambiamenti: "Non è il Vangelo che cambia, siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio". (...)
Manconi. Non mi spaventa parlare anche delle "cose ultime", secondo la definizione del teologo Romano Guardini. È una formula che mi piace molto perché contiene quel termine "cose" che toglie alla riflessione ogni astrattezza e riporta alla ruvida materialità delle esperienze di fine vita. D'altra parte, chiamarle "ultime" sottolinea una contraddizione proprio con la dottrina cattolica, che vorrebbe quelle "cose" non ultime, bensì premessa di una nuova vita. Noi - tutta la ciurma degli atei, agnostici, increduli, scettici, perplessi, miscredenti, bestemmiatori, fino ai poco credenti - viviamo oscuramente tutto ciò come un deficit. C'è poco da dire: quella nuova e ulteriore vita ci manca. Dunque, viviamo con un senso di inferiorità il fatto che altri, anche vicini a noi, o, addirittura nostri familiari, abbiano la fortuna di credere. (...)
Paglia. La nuova nascita di cui parla la fede è la grazia di una vita il cui "mondo" sarà disponibile per la piena espansione dei doni della vita di Dio, che vuole diventare la nostra. In tal senso saremo creati - generati - di nuovo. Stavolta, però, oltre la lotta e la fatica di fare nostra la vita ricevuta: l'iniziazione ha termine, la destinazione ha il suo compimento. Ma siamo sempre noi il soggetto di questa metamorfosi: la "resurrezione" è il compimento segretamente sperato, nel quale la nostra vita si riconosce e si "ritrova". Noi amiamo le sostituzioni, i replicanti, i super corpi e le super menti che rimpiazzano gli esseri umani che fino a poco prima ci erano cari. Dio non sostituisce! "Nuovo" qui significa "riparato", "sistemato una volta per tutte", "rinnovato", "messo a nuovo per sempre". Per questo la "carne" e la sua destinazione rimangono centrali nel cristianesimo. Le "cose ultime" sono terra, cielo e carne definitivamente riconciliati. "Ecco, io faccio nuove tutte le cose" - non solo le anime e le menti - è la parola finale della nostra rivelazione (Ap 21,5).
- Egitto. La via crucis di Hassan Al-Banna, giornalista
- Libia, emergenza migranti nei barconi o in galera. Msf: "La situazione precipita"
- Carceri: la scommessa di Marta Cartabia
- Carceri, salute, minori: assistenti sociali incontrano la ministra Cartabia
- Il monito dei Garanti: colloqui via Skype, necessario tutelare la riservatezza dei detenuti











