ilpescara.it, 2 giugno 2021
La legge regionale, presentata dal consigliere Santangelo, prevede a partire dall'anno accademico 2021/2022 l'esonero per i detenuti degli otto istituti penitenziari abruzzesi. L'Abruzzo, grazie ad una legge regionale, è la prima regione italiana che esonera dal pagamento delle tasse universitarie i detenuti. Questa mattina la legge, proposta dal consigliere e vicepresidente del consiglio Santangelo, è stata illustrata alla presenza del garante per i detenuti Cifaldi.
I detenuti degli otto istituti penitenziari della nostra regione, a partire dall'anno accademico 2021/2022, non pagheranno le tasse per gli studi universitari, come spiega Santangelo aggiungendo che se da un lato è giusto scontare le pene all'interno di un carcere, dall'altro è doveroso dare una possibilità a chi ha sbagliato. "In tal senso, la cultura e l'istruzione rappresentano senza dubbio il primo gradino per riabilitare una persona all'interno della società una volta che ha scontato le proprie pene.
L'Abruzzo, grazie al rapporto virtuoso con il Garante dei detenuti Gianmarco Cifaldi, è la prima regione in Italia a varare un provvedimento in questo ambito e sicuramente altre amministrazioni seguiranno il nostro esempio. Questo provvedimento dimostra la nostra volontà di andare avanti in un processo caratterizzato da politiche attive virtuose dove il carcere non è solo punitivo ma offre la possibilità di raggiungere un riscatto sociale alla fine di un percorso di riabilitazione".
Lo stesso Cifaldi ha sottolineato l'importanza di questo provvedimento, aggiungendo che nel carcere di Pescara si sta pensando di realizzare un polo didattico a disposizione di tutti i ristretti che intendono mettersi in discussione e vogliono crearsi un percorso per il futuro, che raccoglierà tutti gli studenti detenuti di Teramo, Sulmona, Lanciano, Pescara e Chieti.
"Visto che non è possibile seguire le lezioni in modo sincrono, abbiamo creato delle condizioni per seguire in modalità asincrona caricando le lezioni dei docenti su pen-drive che poi vengono distribuite con il materiale didattico. Noi dobbiamo pensare che le persone che sono in carcere stanno sì scontando una pena ma non possono essere abbandonante dalla società civile. È nostro dovere creare le condizioni per un reinserimento completo nel mondo del lavoro e della società e in questo senso è sempre attivo il numero verde per essere vicini alle esigenze della popolazione penitenziaria".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 2 giugno 2021
Scatta il reato di lesioni colpose per la mancata richiesta di acquisto di siringhe "Butterfly" se il dipendente s'infetta facendo un prelievo Per l'infezione dell'infermiere contratta sul luogo di lavoro scatta il reato di lesioni personali colpose aggravate per il medico competente della Asl che non ha proposto in sede di redazione del Documento di valutazione dei rischi l'acquisto e la prescrizione d'uso di dispositivi di protezione personale.
E a nulla vale che vengano assolti il datore di lavoro e il suo delegato responsabile del pronto soccorso dove si è verificato l'evento dannoso. Infatti, dice la sentenza n. 21521/2021 della Cassazione penale che il medico competente dell'Azienda sanitaria locale ha una posizione originaria di garanzia e non derivata. Inoltre, il medico aveva partecipato alla collettiva redazione del Documento di valutazione rischi e non aveva richiesto la dotazione di siringhe protette - che avrebbero evitato l'evento - giustificandosi in ragione dell'assenza di fondi dimostrata, secondo lui, anche dall'assenza del Dpi nella farmacia del presidio ospedaliero sede del pronto soccorso in cui si era verificato lo scambio accidentale di sangue da paziente a infermiere.
Ma proprio l'articolo 25 del Dlgs 81/2008 prevede un obbligo di collaborazione "attiva" - e non un ruolo passivo della figura del medico competente - indicata esplicitamente nel dovere di fare proposte atte a promuovere la protezione della salute sul luogo di lavoro. Tale collaborazione attiva non può essere ravvisata nell'informale presa d'atto della mancanza di un dato dispositivo di tutela presso la farmacia interna o di fondi disponibili per il suo acquisto.
In sintesi se la spesa era da ritenersi necessaria andava comunque proposta e sicuramente andava indicata - su input formale del medico competetente - la necessità di dotarsi del Dpi nel Documento di valutazione rischi. Comunque l'affermazione del ricorrente di aver sollecitato oralmente l'acquisto delle siringhe protette avrebbe dovuto essere portata compiutamente all'esame di merito per una sua eventuale rilevanza a discolpa. Per cui la mancata proposizione formale della dotazione di sicurezza ha determinato la responsabilità penale del medico competente per l'infezione contratta dall'infermiere del pronto soccorso che aveva operato sprovvisto del dispositivo di protezione individuale non acquistato, ma soprattutto non richiesto dalla figura di garanzia.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 2 giugno 2021
I più sincero è proprio Santino Di Matteo, quello che fece il "pentito" per primo e pagò con il sangue del suo figlio bambino, strangolato e buttato nell'acido. Lui dice, chiaro chiaro, che se incontra Giovarmi Brusca appena scarcerato dopo aver scontato la pena con 25 anni di detenzione, colui che emise quella sentenza infame nei confronti di un innocente, colui che fece mettere le mani al collo a un bambino, non sa "che cosa accade".
Tra due mafiosi che la pena di morte l'hanno conosciuta e applicata giorno dopo giorno nella loro vita, si può anche immaginare che cosa "può succedere" se si ritrovano faccia a faccia. Senza ipocrisie, senza "sono garantista però". Per il resto, dai magistrati ai politici, il giorno dopo l'uscita da Rebibbia del "pentito" numero uno di Cosa Nostra, le differenze si distanziano solo tra i vomitatori e i virtuosi. I primi sono quelli che non vanno per il sottile, che sotto sotto sono a favore della pena di morte ma non possono dirlo, quindi lasciano che sia il proprio corpo a esprimersi. Vocabolario ristretto, quindi c'è poca libertà di scelta tra disgusto, rabbia, schifezza, vergogna, brividi, pugno nello stomaco. Si va da Matteo Salvini a Enrico Letta.
I virtuosi, guidati da Maria Falcone e seguiti da Mara Carfagna, sono altrettanto schifati ma costretti ad allargare le braccia in segno di resa davanti alle leggi sui "pentiti", comunque considerate utili e fondamentali per la lotta alla mafia. Per cui, il fatto che un mafioso che ha confessato circa 150 omicidi, che ha schiacciato il pulsante per far saltare in aria l'auto di Giovanni Falcone e poi ha fatto arrestare tanti suoi complici, e soprattutto che ha aperto la strada al processo sulla trattativa che non c'è, sia stato condannato a 30 anni di carcere invece che all'ergastolo (ostativo), è un tributo da pagare.
A malincuore, con l'ipocrisia del "dolore", strano sentimento sulla bocca di parlamentari o esponenti del governo. Ben pochi resistono alla tentazione del nulla dei propri pensieri espressi in coro, banalmente uno simile all'altro. Giovanni Brusca era il pupillo di Totò Riina, rampollo d'oro della stagione sanguinosa dei Corleonesi. Fu arrestato nel 1996 nel tripudio scomposto degli agenti che fecero una sorta di girotondo con le moto, urlando di gioia con l'adrenalina a mille. Fu un traguardo fondamentale nella lotta a Cosa Nostra. Dopo un tentativo imbroglionesco, lui impiegò ben poco a fare il "pentito".
Proprio lui che con la vicenda Di Matteo era stato il giustiziere della vendetta trasversale nei confronti del primo grande traditore, seppe giocare la carta pesante di una carriera criminale molto intensa. Capì da detenuto quel che forse aveva intuito anche da libero, e cioè che le leggi speciali giovano a chi delinque di più, perché più ne uccidi e più hai da raccontare. E più racconti, con abilità, mescolando il vero e il falso, il reale e il fantastico, più sarai ascoltato e premiato. Dal 1996 sono trascorsi 25 anni, quelli giusti da scontare per chi sia stato condannato a 30 anni di carcere, e che diventano appunto 25 calcolando 45 giorni di sconto ogni sei mesi. Tutto regolare.
Tranne che per un piccolo particolare. Perché in genere i mafiosi della stazza di Brusca non vengono condannati a 30 anni, ma all'ergastolo, e non a un ergastolo qualunque, ma a quello "ostativo", che non consente l'applicazione di nessun beneficio penitenziario e la cui applicazione consiste nel "fine pena mai". Nel coro delle prefiche disgustate perché uno come Brusca vorrebbero vederlo solo morto e di quelle virtuose del "dura lex sed lex", è difficile captare una qualche stonatura positiva.
C'è Peppino Di Lello, che fu un esponente di rilievo della componente garantista di Magistratura democratica e che sedette nel pool antimafia con Falcone e Borsellino, che all'ennesima sollecitazione a scandalizzarsi, sbotta: "Ha scontato la pena, che vogliamo fare? Impiccarlo?". È poi lui a ricordare, nel silenzio generale, che in molti Paesi occidentali non esiste neppure l'ergastolo e che altri si accingono a eliminarlo.
L'Italia invece non solo si tiene ben stretta la pena a vita, ma l'ha addirittura appesantita con lo zaino della disciplina "ostativa" che oscilla tra la tortura e la pena di morte. Vogliamo scandalizzare un po' i vomitatori professionali dell'antimafia?
Giovanni Brusca è un cittadino dei peggiori, il Caino più cattivo di tutti. Perché ha assassinato e compiuto stragi. Poi perché ha tradito. E infine perché, per far piacere a qualche pubblico ministero più o meno invasato, si è inventato la balla della "trattativa Stato-mafia", vendicandosi cosi di qualche alto poliziotto che gli aveva dato la caccia. Questo Caino numero uno è un cittadino che è stato processato e condannato a trent'anni di carcere e secondo le leggi vigenti e che riguardano tutti, ne ha scontati venticinque.
Venticinque anni sono quasi un terzo della vita di un uomo, secondo le aspettative degli anni duemila. Facciamo insieme un esercizio di memoria, cerchiamo di ricordare che cosa abbiamo fatto negli ultimi venticinque anni della nostra vita. Forse non riusciamo neanche a ricordare tutto. Proviamo a immaginare come sarebbero stati se li avessimo trascorsi in cattività, nella delizia delle carceri italiane. Sul fatto che Giovanni Brusca li meritasse tutti, pochi sarebbero in disaccordo.
Ma i suoi anni di detenzione sono stati tanti. Più che sufficienti. Ora basta. Ma il punto è un altro. E a maggio scorso sono state depositate le motivazioni dell'ordinanza con cui la Corte Costituzionale si è pronunciata sulla legittimità di quella pena che Brusca non ha avuto, ma i suoi complici non "pensili" si, cioè dell'ergastolo "ostativo". E ha detto chiaramente, pur concedendo un anno al Parlamento perché corregga la rotta, che quella legge speciale del 1992 che partorì tra l'altro questa sorta di pena capitale mascherata, è fuori dalla Costituzione.
Perché tra l'altro, come ha ricordato di recente il pm Henry lobo Woodcock, cha delineato un sistema mirante all'annientamento di un presunto "nemico", e bandito qualsivoglia prospettiva di un suo reinserimento nella società civile, lasciandogli come unica via d'uscita la "scelta" imposta di collaborare con la giustizia". La fabbrica dei "pentiti", in poche parole, la costruzione dei Brusca. Con il ricatto, neanche tanto sotterraneo, di subordinare la possibilità di un normale percorso riabilitativo, pur in una lunga permanenza in carcere, alla delazione.
C'è qualche differenza con la pratica della tortura? Che cosa si chiedeva alle streghe sul rogo, se non di confessare peccati propri e altrui in cambio del perdono? Se c'è dunque qualche motivo per scandalizzarsi oggi, non è l'uscita di Brusca dal carcere, ma il fatto che tutti coloro che lui ha denunciato e fatto arrestare, e che sono detenuti magari da 25 anni, siano ancora dentro con tutte le limitazioni degli articoli 4 bis e 41 bis, e che non lo abbiano potuto accompagnare nel giorno della sua liberazione. È questa la vera ingiustizia.
di Tommaso Fregatti
Il Secolo XIX, 2 giugno 2021
Per gli inquirenti ci sarebbe anche un movente dietro alla lite in carcere poi sfociata in un sempre più probabile caso di omicidio. E cioè un debito di droga che la vittima non avrebbe onorato nei confronti di uno dei due compagni di cella tutt'oggi indagati da Procura e squadra mobile. Con il passare delle ore al nono piano di palazzo sono sempre più convinti che dietro alla misteriosa morte di Emanuele Polizzi, l'artigiano rapinatore di 41 anni trovato impiccato venerdì mattina all'interno della sua cella nella seconda sezione del carcere di Marassi, ci sia un omicidio.
Dall'esame autoptico sono emersi elementi tali - una inspiegabile ferita dietro il cranio - che non sono assolutamente compatibili con il suicidio. Per questo nelle prossime ore all'interno della cella - ora sequestrata - sarà svolto l'analisi con il luminol.
"Occorre rendere buio tutto l'ambiente, utilizzare una speciale colla e con luci particolari si riescono a trovare le tracce di sangue" spiega al Secolo XIXuna qualificata fonte della polizia scientifica. Questo esame permetterà di capire dove Polizzi si sia procurato le ferite alla testa. E anche per questo ieri pomeriggio gli agenti della sezione omicidi della squadra mobile, il pubblico ministero Giuseppe Longo, gli esperti della polizia scientifica e il medico legale Sara Lo Pinto hanno compiuto un sopralluogo all'interno della cella.
Dove sulla base dei risultati autoptici sono stati ripercorsi gli ultimi momenti di vita di Polizzi. Nel frattempo i due detenuti sotto indagine - Mattia Romeo e Giovanni Genovese, entrambi di 36 anni - sono stati separati e messi in isolamento. Erano le due uniche persone presenti all'interno della cella mentre Polizzi moriva e secondo i pm che indagano non hanno raccontato la verità quando sono stati sentiti dalla polizia giudiziaria. Agli agenti della sezione della mobile hanno detto che "dormivano e non si sono accorti di nulla". Ma dagli accertamenti investigativi è emerso che uno dei due detenuti vantava un credito non riscosso con Polizzi.
Un credito che, secondo gli inquirenti, sarebbe all'origine della lite. I due per questo devono rispondere del reato di omicidio volontario. Sono difesi dagli avvocati Celeste Pallini e Fernando Barnaba, per quanto riguarda Romei, e da Mauro Morabito, legale di Genovese. Le altre tre persone che dividevano la cella con Polizzi erano uscite presto la mattina per andare a lavorare.
Romei e Genovese durante l'interrogatorio non solo hanno respinto le accuse ma hanno anche confermato agli investigatori come Polizzi vivesse un momento di grande depressione e sconforto dovuto alla lunga permanenza in carcere - dall'ottobre del 2019 - e dal fatto che se la sentenza di primo grado fosse stata confermata anche in appello avrebbe dovuto scontare dieci anni di reclusione.
di Rinaldo Frignani
Corriere della Sera, 2 giugno 2021
Fernando Koralagamage, 49 anni, è stato trovato morto martedì mattina: si sarebbe impiccato. Aperta un'inchiesta. Sabato scorso aveva colpito la donna in via Leonardo Greppi con una decina di coltellate: lei lo aveva lasciato da una settimana.
È rimasto per quasi due giorni in camera di sicurezza negli uffici del commissariato San Paolo. In stato di arresto per omicidio volontario, già interrogato dal pm. Poi lunedì sera è stato trasferito nel carcere di Frosinone, dopo un'attesa di 48 ore per trovargli un posto in un istituto penitenziario del Centro Italia, tutti occupati a causa delle rigide disposizioni anti-contagio. Ieri mattina infine Fernando Basath Chandana Koralagamage, il badante cingalese di 49 anni che sabato pomeriggio in via Leonardo Greppi, al Portuense, ha ucciso l'ex compagna che lo aveva lasciato da una settimana, è stato trovato senza vita nella sua cella.
Secondo una prima ricostruzione dei fatti, si sarebbe ucciso impiccandosi con un lenzuolo arrotolato usato come una corda. La conclusione tragica di una vicenda sanguinosa che aveva già lasciato senza fiato chi conosceva la vittima del femminicidio, Perera Priyadarshanie Donashantini Liyanage Badda, 41 anni, trafitta da una decina di coltellate alle due del pomeriggio mentre tornava dalla famiglia dove lavorava dopo aver fatto la spesa al Carrefour di zona. La procura di Frosinone ha aperto un'inchiesta sul suicidio dell'ex compagno della donna, ed è in attesa dei risultati dell'autopsia in programma nei prossimi giorni. Non sono ancora chiare le modalità con cui il cingalese sia riuscito a togliersi la vita.
Dopo essere stato immobilizzato e disarmato da un carabiniere fuori servizio - Gianluca Coppa - che aveva udito le grida della vittima mentre passeggiava con la moglie, il 49enne era stato preso in consegna dagli agenti delle volanti e anche da quelli del commissariato San Paolo ai quali aveva detto, in un assurdo tentativo di giustificare quello che aveva appena fatto, di amare l'ex compagna, alla quale aveva chiesto più volte nei giorni precedenti di tornare insieme con lui. Perera se n'era andata dalla loro casa al Trullo da una settimana e si era trasferita da alcuni amici.
Di lui non voleva più saperne e glielo aveva detto anche sabato pomeriggio quando il 49enne l'aveva raggiunta in via Greppi su un monopattino elettrico, stringendo in pugno un coltello da cucina con la lama seghettata. Dapprima l'aggressore avrebbe implorato la 41enne di tornare sui suoi passi, ma poi le è saltato addosso colpendola più volte, soprattutto all'addome e al torace. Perera non è morta subito.
Ha resistito fino all'arrivo dei soccorsi ma poi è deceduta all'ospedale San Camillo dove era tutto pronto in sala operatoria per salvarle la vita. Lui e Fernando stavano insieme da anni, non avevano figli. Il loro permesso di soggiorno era stato rinnovato nel 2019. Per Perera tuttavia la loro storia era arrivata al capolinea, anche se il compagno non l'ha accettato. L'ha uccisa senza pietà, e poi si è tolto la vita in carcere.
anconatoday.it, 2 giugno 2021
Giancarlo Giulianelli ha scritto al ministro della Giustizia. "Una situazione sempre più difficile negli istituti penitenziari marchigiani: occorre una rivalutazione generale degli interventi con un interessamento complessivo dei soggetti coinvolti a vario titolo e delle diverse strutture con le loro specificità". È il succo della lettera inviata dal Garante regionale dei Diritti delle Marche, Giancarlo Giulianelli, alla ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ed ai vertici del Dipartimento di amministrazione penitenziaria e del Provveditorato di amministrazione penitenziaria Emilia-Romagna, oltre che al Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà, Mauro Palma, ed al responsabile regionale della sanità carceraria, Franco Dolcini.
Giulianelli evidenzia quanto accaduto negli ultimi mesi in alcune strutture evidenziando, tra le maggiori criticità, quelle riferite all'assistenza sanitaria che, ormai da tempo, si caratterizza per mancanza di personale specifico. Le difficoltà sono in aumento anche alla luce dell'emergenza sanitaria Covid-19. Il Garante sottolinea, infine, anche la carenza organica con cui gli agenti di Polizia penitenziaria, degli istituti di reclusione marchigiani, devono da tempo fare i conti.
La Nuova Sardegna, 2 giugno 2021
Sui disagi legati all'assenza di un direttore nel carcere di Bancali, dopo il trasferimento di Graziano Pujia a Cagliari, interviene anche Antonio Unida, il garante territoriale delle persone private della libertà personale.
Una difficoltà che si unisce a molte altre presenti nell'istituto penitenziario sassarese (privo anche del comandante della polizia penitenziaria e dei funzionari che dovrebbero sostituirlo): "Tutto ciò non è più tollerabile - rimarca Unida elencando tutta una serie di disservizi - L'acqua non è potabile, l'area educativa è composta da una sola funzionaria pedagogico-educativa in pianta stabile, supportata saltuariamente da altre due che si sdoppiano con altre strutture". Carenze che diventano pesanti di fronte a certi numeri: "Sono circa 400 i detenuti - sottolinea il garante - fra 41bis, AS2 islamica, protetti, comuni, femminile, art. 21".
Senza contare tutto il resto: "Manca il detersivo per lavare le camere di pernottamento e quello per le stoviglie. E ora è arrivato il trasferimento del direttore Pujia ad altro incarico. Tutto ciò è inammissibile". Soprattutto perché quella di Bancali "è definita una struttura strategica, di importanza nazionale, di cosiddetta fascia uno. Ma ovviamente solo sulla carta, perché nei fatti siamo ancora all'anno zero".
di Marino Ciccarelli
teleclubitalia.it, 2 giugno 2021
Un malore ha stroncato la vita di Marcello Morimile, detenuto del carcere di Santa Maria Capua Vetere. L'uomo, 52 anni, è morto poco dopo le 11. Era originario di Gricignano d'Aversa. L'uomo era recluso presso la casa circondariale del casertano per reati di camorra. Nel febbraio 2013 fu coinvolto nell'operazione Talking Three che portò la squadra mobile ad eseguire diversi arresti tra l'agro aversano e la Toscana.
L'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Mormile fu eseguita proprio in carcere dove era già detenuto per un precedente arresto. Nel corso del processo l'uomo fu condannato per un episodio inerente ad un'estorsione aggravata dal metodo mafioso. Dopo il malore di ieri mattina, come spiega Edizione Caserta, Mormile ha ricevuto immediatamente i soccorsi.
Tuttavia i sanitari del 118, giunti presso il carcere di Santa Maria Capua Vetere, ne hanno potuto solo constatare il decesso. Sotto choc i detenuti e gli agenti della polizia penitenziaria presenti al momento della tragedia La salma è stata trasferita all'istituto di medicina legale anche se il decesso è legato a cause naturali.
bsnews.it, 2 giugno 2021
A patire le pene di una situazione più difficile di quanto dovrebbe sono gli agenti di Polizia penitenziaria e i detenuti, ovviamente. Costretti a restare chiusi in una cella, spesso fatiscente, anche per più di 23 ore al giorno. La situazione di Canton Mombello (oggi Nerio Fischione) è critica e le cause sono note: il sovraffollamento, le restrizioni legate al Coronavirus, la carenza degli organici, una struttura architettonicamente inadeguata ai tempi e - come denunciato più volte dai sindacati di Polizia - la presenza di troppi detenuti problematici, che causano spesso disordini e violenze (l'ultima è la maxirissa della scorsa notte).
A patire le pene di una situazione più difficile di quanto dovrebbe sono gli agenti di Polizia penitenziaria e i detenuti, ovviamente. Costretti a restare chiusi in una cella, spesso fatiscente, anche per più di 23 ore al giorno. A evidenziarlo è la moglie di un detenuto, che ha deciso di contattare BsNews per portare a conoscenza di tutti la situazione del marito, un 40enne incarcerato con una pena di alcuni anni che - stando a quanto riferisce la donna - avrebbe già tentato il suicidio in un paio di occasioni per le condizioni di carcerazione definite "disumane". Parole ovviamente prive di prove documentali, ma comunque sintomatiche di come i detenuti di Canton Mombello vivono la loro carcerazione e apparentemente in linea con quanto anche i sindacati di Polizia "denunciano" da tempo.
"Sono mesi - spiega la donna riferendo quanto detto dal marito - che a mio marito vengono concessi sporadici minuti al giorno a causa del sovraffollamento. Dorme in celle piene di umidità da cui risale l'odore di fognatura e su materassi scaduti quasi a contatto con il ferro, che provocano dolori alle articolazioni. I muri si scrostano. Lui e il suo compagno di cella sono chiusi 23 ore al giorno con solo la Tv e senza poter fare attività fisica". Una situazione definita "impossibile" e che cozza con il diritto di due ore al giorno d'aria che dovrebbero avere tutti i detenuti secondo la legge dell'ordinamento penitenziario.
"Fanno proteste fuori dal carcere - conclude l'appello - ma nessuno va all'interno a verificare in quali condizioni disumane si trovano i detenuti. Si lamentano per il sovraffollamento ma non fanno nulla in merito. Faccio appello ai politici e al Sindaco di Brescia affinché vengano a vedere le nostre condizioni di persona".
di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 2 giugno 2021
Dopo due mesi di ricovero per una gravissima forma di Tbc che lo ha quasi ucciso, è pronto a cominciare una nuova vita. Si è ammalato di tubercolosi nell'inferno delle carceri libiche, ha tentato la traversata del Mediterraneo ma è stato respinto dalla Guardia costiera libica.
Il somalo Ahmed (nome di fantasia) oggi è vivo per miracolo. Tutto merito del corridoio umanitario che lo ha portato all'ospedale Meyer di Firenze, che gli ha salvato la vita. La sua storia è un'odissea. Ha lasciato la Somalia quando aveva quattordici anni. Adesso ne ha diciassette e, dopo due mesi di ricovero al Meyer per una gravissima forma di Tbc che lo ha quasi ucciso, è pronto a cominciare una nuova vita. Ricorda il passato.
La decisione di partire in cerca di un futuro migliore è stata solo sua: i genitori e i nove fratelli non sapevano niente. Si è affidato a una organizzazione di trafficanti di esseri umani e si è messo in viaggio. Ha attraversato, con mezzi di fortuna procurati dai criminali, l'Etiopia, il Sudan, l'Egitto fino ad arrivare in Libia. Ed è qui che, per più di un anno, è stato costretto a fare quanto gli veniva chiesto dai nuovi affaristi della disperazione: prigioniero, prima in un campo e poi in un appartamento, è stato obbligato a trovare il denaro per pagare il debito accumulato e per ricompensare chi lo avrebbe imbarcato alla volta dell'Europa. Questo il suo scopo e questa la sua speranza e per raggiungerli ha subito umiliazioni, minacce, violenze e torture.
Ad aiutarlo, è stata la sua famiglia che, grazie al contributo della comunità locale che si raccoglie intorno alla moschea, è riuscita a raccogliere la somma di denaro richiesta dai suoi aguzzini. Il tanto sospirato imbarco però non è andato a buon fine: la barca su cui viaggiava è stata fermata dalla Guardia costiera libica. E questo adolescente si è trovato di nuovo rinchiuso, prima in carcere e poi in un campo.
Facendo pesanti lavori manuali, è riuscito a mettere da parte una nuova somma di denaro, ma anche stavolta la traversata non è riuscita e, come nel peggiore degli incubi, si è trovato di nuovo in carcere. È qui che ha contratto una violentissima forma di tubercolosi disseminata in quasi tutto l'organismo, che si è manifestata, tra gli altri sintomi, con un nodulo aperto al livello del collo, che gli impediva perfino di deglutire. In un ospedale libico, gli hanno applicato una sonda che permettesse l'alimentazione attraverso l'addome, ma una volta dimesso le sue condizioni sono rapidamente peggiorate.
Il ragazzino è approdato al Meyer di Firenze grazie a un corridoio umanitario. "Quando è arrivato - spiega Lucia Macucci, l'infermiera della Cooperazione internazionale del Meyer che ha seguito il caso - era in condizioni davvero critiche. Era debolissimo, denutrito, sfinito, non riusciva quasi più a camminare". Il diciassettenne è stato ricoverato in una stanza isolata della Pediatria e, grazie al mediatore culturale, è riuscito a comunicare con medici e infermieri. In poche settimane, nonostante le inevitabili difficoltà linguistiche, ha conquistato l'affetto di tutti, grazie alla sua gentilezza e al suo grande senso di responsabilità.
"Gli abbiamo procurato dei vestiti e lo abbiamo aiutato a lavarsi - racconta Lucia Macucci - e questi semplici gesti sono stati per lui un immenso sollievo". Il percorso clinico non è stato semplice: a seguirlo, nel suo lungo processo verso la guarigione, è stata una equipe multidisciplinare composta da infettivologi, chirurghi, pediatri e infermieri specializzati. Prima è stata rimossa la sonda gastrica Peg: così, con grande lentezza, ha potuto ricominciare a mangiare e a bere, seguendo un piano alimentare costruito su misura per lui. Poi i medici si sono dovuti occupare della ferita al collo, ma la terapia ha richiesto più tempo del previsto. Nel frattempo, le assistenti sociali del Meyer si sono mobilitate per aiutarlo e creare intorno a lui una rete solidale.
Un percorso che è stato possibile anche grazie alla rete di soggetti istituzionali e di volontariato presenti sul territorio della nostra regione che si sono attivati per organizzare l'accoglienza del ragazzo una volta dimesso dal Meyer. Il Tribunale per i minorenni ha nominato fin dall'ingresso del ragazzo nello spazio aereo italiano un tutore legale volontario, che a sua volta ha attivato il supporto dell'Associazione dei tutori volontari della Regione toscana. Ora che è stato dimesso, sarà accolto in una casa famiglia dove potrà iniziare la sua nuova vita. Ad attenderlo, lo studio della lingua italiana, ma anche un percorso scolastico e formativo.










