di Giovanni Vitacchio
telenuovo.it, 22 aprile 2021
Sono ventuno le persone positive al Covid all'interno del carcere di Montorio. Solo due di loro presentano sintomi lievi e per nessuno si è reso necessario il ricovero in ospedale. Non desta particolari preoccupazioni il focolaio che si è sviluppato nelle celle della Casa circondariale.
Su 250 tamponi rapidi, poco meno del 10% è risultato positivo, mentre hanno dato esito negativo i test effettuati su altre venti persone che erano entrate in contatto con i contagiati. Contagiati che sono stati immediatamente separati dal resto della popolazione carceraria e isolati in reparti creati ad hoc. Tranquilla si è detta la direttrice del carcere, Maria Grazia Bregoli, che ha confermato la prosecuzione delle attività e i contatti tra i detenuti e i rispettivi familiari.
A subire un leggero stop sono state solo le iniziative di volontariato. Bregoli ha espresso soddisfazione anche per la campagna di vaccinazione, che prosegue all'interno della struttura. La polizia penitenziaria e gli operatori che hanno aderito alla campagna, hanno già ricevuto la prima dose, così come i detenuti più anziani.
A confermare una situazione di assoluto controllo c'è anche Margherita Forestan, Garante dei diritti dei detenuti, che ha parlato di gestione serena dei contagi. Una situazione sicuramente meno preoccupante rispetto a quella vissuta nell'aprile del 2020 quando a Montorio i contagiati dal Covid diventarono in pochi giorni più di 40, facendo del carcere veronesi uno dei più colpiti a livello nazionale.
Il Mattino, 22 aprile 2021
"Esprimo apprezzamento per l'avvio delle vaccinazioni nelle carceri napoletane, oggi sono stato a Poggioreale e ho verificato che si sono sottoposti volontariamente alla vaccinazione 20 detenuti ultrasettantenni e 2 ultra ottantenni; ricordo che domani inizieranno le vaccinazioni anche presso il Carcere di Secondigliano dove si sono prenotati 19 detenuti ultra settantenni e 2 ottantenni". Cosi Samuele Ciambriello, Garante campano dei detenuti, che con il direttore dell'Istituto penitenziario di Poggioreale Carlo Berdini, il referente Sanitario Vincenzo Irollo, e il responsabile della sanità penitenziaria Lorenzo Acampora ha presenziato all'iniziativa. Nei prossimi giorni, come già annunziato dal direttore generale dell'Asl Napoli 1, Ciro Verdoliva, continuerà la campagna vaccinale oltre alle categorie predisposte anche per i detenuti fragili (immunodepressi, diabetici, trapiantati, gravi obesi, dializzati, oncologici, cardiopatici).
A Napoli sono stati anche vaccinati nei giorni scorsi 16 giovani ospiti del carcere minorile di Nisida e si contano 101 detenuti vaccinati presso le carceri salernitane. In Campania poi sono 2050 gli operatori penitenziari tra agenti di polizia penitenziaria, operatori sanitari, cappellani, volontari nonché civili che entrano in carcere a vario titolo, ad aver già ricevuto il vaccino. "Il piano vaccinale contempla la vaccinazione della popolazione carceraria nel suo insieme e rientra nelle categorie prioritarie del Ministero della Salute.
Al di là delle polemiche stucchevoli su chi vaccinare prima, mi auguro - conclude Ciambriello - che tutte le Asl campane facciano partire la loro campagna vaccinale anche all'interno degli istituti penitenziari di propria competenza, con provvedimenti immediati ed incisivi, al fine di permettere ai detenuti di potersi vaccinare se lo vogliono. La vaccinazione del sistema penitenziario permetterà di alleviare le sofferenze che la pandemia ha procurato in questo luogo chiuso e rimosso".
Avvenire, 22 aprile 2021
Perché il carcere non sia la fine, ma un nuovo inizio. Perché il carcere sia un luogo di vita e non la fine delle emozioni e dei sentimenti. Perché il carcere sia un luogo di riscatto, che rimette in gioco. Perché il carcere sia una possibilità. Questo, e molto altro, è stato alla base del convegno organizzato tra gli altri dal Csi Modena all'interno della Rete-Studio-Carcere, un'iniziativa nata da un gruppo di persone e di associazioni legate alle strutture penitenziarie di Modena e Castelfranco Emilia.
Un pomeriggio di profonde riflessioni, con quasi duecento persone collegate da tutta Italia, per ascoltare parole che hanno portato soprattutto esempi pratici, veri e concreti di quanto si sta già facendo in provincia di Modena, tra la casa circondariale Sant'Anna di Modena e la Casa di Reclusione di Castelfranco Emilia. Un'attenzione particolare è stata prestata al tema delle opportunità lavorative dentro e fuori il carcere, per rendere il carcere più utile a tutti.
Le domande in partenza erano "Come favorire la creazione di linee produttive all'interno delle mura carcerarie, gestite da soggetti esterni?" "Come avviare una rete di aziende e soggetti produttivi della città con una logica di responsabilità sociale di impresa?" "Come privilegiare la formazione professionalizzante e l'orientamento al lavoro anche nella fase della detenzione?" Dopo l'introduzione di don Paolo Boschini, responsabile della consulta diocesana per la cultura, si sono susseguiti interventi di autorità, associazioni e aziende, per descrivere quello scambio sociale e culturale che alla base di un progetto che porti lavoro, e quindi speranza e futuro, a chi si trova in una situazione complessa come quella della detenzione.
"Perché la realtà - come ha detto Maria Martone, direttrice della casa di reclusione di Castelfranco Emilia - è molto semplice: il carcere non può essere una prerogativa solo dell'amministrazione penitenziaria, dobbiamo creare un ponte con il territorio, implementare la formazione professionale e le attività lavorative perché attraverso processi di inserimento seri, che non possono prescindere dal lavoro, si crea anche più sicurezza sociale".
Si creano rapporti, non muri. E da una parola scambiata con una persona conosciuta durante il volontariato in carcere, può nascere un contratto di lavoro. È stato così per Alecrim di Maranello, che con Ecobi si occupa di ambiente, isole ecologiche, manutenzione del verde e raccolta differenziata. Solo un esempio di quanto si possa fare per tradurre in pratica un valore come quello del riscatto sociale.
lanuovacalabria.it, 22 aprile 2021
È un "Dolce lavoro" che profuma di dolcetti e biscotti, come fatti in casa. E per una volta le mura dell'Istituto Penitenziario di Catanzaro, dove questi dolci verranno realizzati e confezionati per il mercato esterno, saranno un luogo di apertura al mondo e di crescita umana e professionale, non solo di espiazione. Per dodici detenuti, con reati di una certa gravità alle spalle, si apre infatti lo spiraglio di una vita possibile, che ha inizio da un percorso formativo online dal "dolce" titolo che li porterà ad acquisire la qualifica di pasticceri, spendibile su tutto il territorio nazionale.
Dal 21 aprile al 22 settembre, per la durata di seicento ore complessive, i corsisti saranno quotidianamente impegnati nell'apprendimento delle tecniche per la produzione di prodotti di pasticceria e da forno, attraverso l'utilizzo di attrezzature acquistate per l'occasione, oltre che dei laboratori dell'azienda "Pecco", grazie alla disponibilità della Regione Calabria. Una volta "formati", i corsisti svolgeranno il loro tirocinio in aziende del settore e saranno pronti a costituire a loro volta una cooperativa di tipo "B", in cui rendersi responsabili e protagonisti della vendita sul web di quanto prodotto.
Un progetto non esclusivo in Italia, ma di certo originale nella parte in cui prevede la costituzione della cooperativa tra gli stessi detenuti per i quali il progetto è nato, che avrà rappresentato un valore aggiunto per la Fondazione con il Sud che lo ha preferito ad altri nel concedere il finanziamento.
Ma ad essere premiato è stato anche il lavoro "corale" tra quanti hanno portato avanti l'idea: dalla direttrice della Casa Circondariale "Ugo Caridi" di Catanzaro, Angela Paravati, alla responsabile del Provveditorato del Ministero della Giustizia, Giuseppa Maria Irrera; dalla referente dell'Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna (UIEPE), Maria Letizia Polistena, al rappresentante della Regione Calabria, Luigi Bulotta, sono piovute parole di apprezzamento, nel giorno della presentazione online, per la validità di un progetto che ha convinto tutti dall'inizio, e che restituisce dignità e fiducia nella vita a chi, ritrovandosi dietro le sbarre, l'ha persa.
All'associazione di volontariato "Amici con il Cuore", presieduta da Antonietta Mannarino, da tempo impegnata ad insegnare l'arte dell'intreccio della carta all'interno del carcere, va il merito di avere intercettato la passione per i dolci di alcuni detenuti e di avervi visto un'autentica opportunità lavorativa e di riscatto sociale. È stato poi il Centro Servizi al Volontariato "Calabria Centro", puntualmente interpellato, a fare sintesi tra le "forze" istituzionali in campo e a spingere il progetto verso un riconoscimento unanime per la sua capacità - come ha avuto modo di spiegare il direttore del CSV, Stefano Morena - di rafforzare legami di fiducia e rappresentare un "anello di congiunzione" tra la realtà carceraria ed il territorio.
È spettato poi a Giuseppe Pedullà illustrare le modalità del corso, in rappresentanza dell'impresa sociale "Promidea" che affiancherà l'ente capofila "Amici con il Cuore" nella realizzazione del progetto: sarà un percorso lungo e impegnativo, con tante ore di didattica online, ma sicuramente gratificante per il serio contributo che darà all'opera di rieducazione degli aspiranti pasticceri. Sin dal primo giorno essi saranno chiamati a mettersi in gioco e a convogliare le loro energie verso la creazione di un prodotto dolciario che, una volta ottenuta la certificazione regionale, rappresenterà la valida motivazione a rientrare a pieno titolo in società da imprenditori a tutti gli effetti e a pieno titolo, dopo aver scontato il loro debito.
di Maria Rosa Di Termine
valdarno24.it, 22 aprile 2021
Un progetto di reinserimento dei detenuti attraverso il lavoro. È nata in Valdarno l'idea sviluppata da iCall srl, società del Gruppo Gfi, in collaborazione con la Casa di reclusione di Castelfranco Emilia. Nel carcere modenese è stata allestita una prima serie di 20 postazioni di call center dove lavorano alcuni reclusi per conto di operatori telefonici e di compagnie elettriche con le quali la società collabora.
Tutto è cominciato da un colloquio informale tra Roberto Vasarri, manager montevarchino titolare della Gfi, ed Enzo Brogi, presidente del Corecom e attento ai temi della marginalità e delle condizioni all'interno degli istituti di pena. Due anni fa, Brogi propose all'amico imprenditore di impostare un progetto di inclusione pilota a livello nazionale, allestendo una centrale di informazioni con persone che stanno pagando il loro debito con la giustizia. "In prima battuta l'idea fu presentata al direttore della Casa circondariale di Arezzo - spiega Brogi - ma non si è potuta concretizzare per il trasferimento del dirigente.
E così ho contattato Maria Martone, adesso al timone del penitenziario emiliano, ma già responsabile della realtà di Massa, considerata modello perché occupa tutti i detenuti in attività di falegnameria, metallurgia e del tessile e le statistiche confermano che chi ha sperimentato quel percorso difficilmente torna in prigione avendo imparato un mestiere".
Grazie all'impegno della direttrice della casa di reclusione e di Vasarri è stata concretizzata l'opportunità di utilizzare il lavoro dei reclusi per operazioni di telemarketing e di gestione di clientela. "Le persone impiegate - spiegano i referenti dell'iniziativa - sono retribuite secondo i contratti previsti; il tempo disponibile degli operatori, oltre alla formazione che ricevono dal personale di iCall dedicato, fa sì che questa occupazione possa essere produttiva per la parte sociale e di integrazione e per quella economica. Ovviamente i sistemi e le connessioni assicurano la massima sicurezza agli addetti e ai clienti che vengono contattati automaticamente dal programma nel quale sono presenti liste circoscritte".
"Il tipo di attività - proseguono - permette alle persone impiegate di avere rapporti con l'esterno e di interloquire con molti consumatori, rompendo l'isolamento nel quale normalmente si trovano i reclusi, favorendone il recupero sociale. La pandemia ancora in corso non ha permesso di ampliare il numero di occupati, ma i risultati ottenuti anche in questa situazione fanno sperare in un'ottima riuscita del progetto, che potrà essere ulteriormente sviluppato". E in ultimo ringraziano quanti hanno contribuito alla realizzazione: Enzo Brogi che ha messo in contatto i protagonisti, Simone Musmeci e Alessandro Inches di iCall che hanno curato rispettivamente la parte tecnica e organizzativa e il progetto all'interno della struttura carceraria.
di Riccardo Manfredelli
zerottonove.it, 22 aprile 2021
"La Solidarietà" di Fisciano ente capofila di una convenzione per l'orientamento e l'inserimento lavorativo di soggetti detenuti: le attività previste. Stipulata una Convenzione tra l'Associazione di Volontariato "La Solidarietà" di Fisciano e il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, rappresentate dal Consiglio Regionale della Campania nella persona del responsabile di settore, nell'ambito del progetto "Liberi Fuori" relativo all'orientamento e all'inserimento lavorativo delle persone attualmente detenute presso gli istituti circondariali di S. Angelo dei Lombardi e dell'Icatt di Eboli.
Il Consiglio Regionale, a seguito di apposita verifica in merito al valore sociale e alla funzione dell'attività di volontariato svolta dal sodalizio con sede alla frazione Lancusi di Fisciano, ha inteso affidare a "La Solidarietà", presieduta da Alfonso Sessa, l'attività di collaborazione e supporto relativamente alla realizzazione del progetto di orientamento ed inserimento lavorativo dei detenuti presso gli istituti circondariali sopra indicati. Le attività richieste sono: colloqui con i detenuti per la rilevazione delle problematiche di carattere sociale; consegna degli atti relativi alle problematiche rilevate presso la struttura di supporto al Garante. Per lo svolgimento di tali attività sono richieste: quattro figure professionali esperte nel campo lavorativo e nel completamento delle relative pratiche per dieci visite complessive per gli istituti carcerari considerati e un incontro settimanale presso l'ufficio del Garante.
"La stipula di questa Convenzione - dichiara il Presidente del sodalizio Sessa - evidenzia il carattere solidale della nostra Associazione, i cui volontari, oltre a prestare attività di emergenza sanitaria sui propri territori di competenza, offrono anche servizi di carattere sociale mediante la professionalità messa in campo da apposite figure che hanno le competenze specifiche nei settori in cui sono chiamate ad operare. Nel caso di specie, si tratta di un lavoro di grande responsabilità rivolto a persone, alle quali si intende offrire una opportunità di riscatto sociale".
Nell'ambito dello svolgimento delle attività oggetto della Convenzione, "La Solidarietà" garantirà la disponibilità di un numero di volontari sufficiente all'adempimento di tutti i compiti previsti, assicurando la loro specifica competenza e preparazione per gli interventi cui sono destinati, mettendo altresì a disposizione la propria sede con l'individuazione di spazi specifici presso i quali porre in essere tutte le attività indicate nell'intesa tra le parti aderenti.
di Livio Pepino
Il Manifesto, 22 aprile 2021
Esiste un filo rosso che lega fenomeni a prima vista eterogenei come la criminalizzazione del conflitto sociale, la repressione delle rinate lotte operaie, la delegittimazione della rete di soccorso e accoglienza dei migranti e molto altro ancora? Sì, esiste. E sta nel crescente tentativo dello Stato, nelle sue diverse articolazioni, di rimuovere con la forza i problemi che non sa o non vuole risolvere. L'espulsione dalla scena pubblica del conflitto agito da movimenti sociali antagonisti o semplicemente non omologati è, dal luglio 2001, una costante.
Con un caso di scuola: quello della Val Susa, dove a fronte della opposizione al Tav si è assistito progressivamente all'esclusione della comunità locale da ogni interlocuzione, alla manipolazione dei dati relativi all'utilità dell'opera, alla criminalizzazione della protesta con interventi legislativi, amministrativi e di polizia comprensivi di un uso sproporzionato della forza e a un'azione repressiva della magistratura senza precedenti per numero di indagati, qualità delle imputazioni, impiego di misure cautelari, dilatazione delle ipotesi di concorso di persone nel reato e finanche - come nel caso del processo contro Erri De Luca - riesumazione del delitto di apologia di reato.
Non basta. Quando, negli ultimi anni, il conflitto è tornato nei luoghi di lavoro, in particolare nei settori della logistica e dei lavoratori migranti, le pratiche repressive si sono estese fino all'uso di lacrimogeni contro gli scioperanti, alla riscoperta del delitto di "picchettaggio" e alla dilatazione a dismisura, anche in questo caso, della responsabilità a titolo di concorso.
Oggi si contano a centinaia i lavoratori sottoposti a processo penale per violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale e blocco stradale (reato, quest'ultimo, ripristinato nel 2018, non a caso, da uno dei decreti Salvini). Di ugual segno sono molti interventi nei confronti di organizzazioni, movimenti e singole persone impegnati, dal Mediterraneo ai confini occidentale e orientale, nel salvataggio e nel sostegno a migranti in arrivo o in transito.
Diciamolo in modo esplicito: l'obiettivo è quello di fare terra bruciata intorno ai migranti diffondendo il messaggio che le organizzazioni impegnate nel soccorso (e, da ultimo, persino i giornalisti che lo documentano) sono collusi con i trafficanti, corrotti e, magari, al soldo di potenze straniere. Ciò a sostegno di una impostazione nella quale le campagne xenofobe della Lega si sono intrecciate con gli strappi di un ministro come Marco Minniti, con la propaganda di Di Maio e con le iniziative marcatamente repressive di diverse Procure, da Catania a Trapani e a Locri, nei confronti di Ong o di esperienze simbolo dell'accoglienza come quella di Riace. Bastano questi flash a far intravedere il filo rosso dell'insofferenza, segnalata all'inizio, nei confronti del dissenso, della protesta, dell'opposizione radicale, del pensiero diverso.
È, a ben vedere, l'altra faccia della crisi della democrazia, di quella crisi che individuiamo, in genere, con il venir meno dei canali della rappresentanza (dai partiti ai corpi intermedi), l'adozione di sistemi elettorali che escludono le minoranze, il trasferimento del potere reale in luoghi diversi dalla politica, la concentrazione dell'informazione in poche mani prive di legittimazione. Ed è l'avvisaglia di quella democrazia autoritaria che sta soppiantando, anche in alcune parti d'Europa, lo Stato di diritto.
Di questo si discuterà oggi, giovedì 22 aprile, dalle 16 alle 19 nel convegno "Pensiero unico, dissenso, repressione" (diretta streaming qui: https://youtu.be/phegbdRB_Hc), organizzato da Centro Riforma dello Stato, Controsservatorio Valsusa, Fondazione Basso, Società della Ragione, Studi sulla Questione Criminale, Udi Palermo e Volere la Luna, con la partecipazione di Maria Luisa Boccia, Livio Pepino, Daniela Dioguardi, Xenia Chiaramonte, Lorenzo Trucco, Claudio Novaro, Rossella Selmini, Ilaria Boiano, Nicoletta Dosio, Franco Focareta, Lorena Fornasir, Francesco Martone, Filippo Miraglia e Marina Prosperi.
di Roberto Ciccarelli
Il Manifesto, 22 aprile 2021
La Commissione Europea ha presentato la bozza di regolamento sull'intelligenza artificiale. Resta il nodo delle deroghe ai governi sugli algoritmi per la "sicurezza. nazionale", un concetto che può essere usato contro manifestanti, immigrati in casi di "emergenza" decisi dalle maggioranze di turno. Alcuni parlamentari Ue chiedono di bandire ogni forma di sorveglianza biometrica. Il testo dovrà passare sotto le forche caudine degli Stati e del securitarismo diffuso in Europa.
La Commissione Europea ha presentato ieri la bozza di una proposta di regolazione dell'intelligenza artificiale negli Stati membri. Insieme al regolamento sulla privacy e ai progetti legislativi Digital Services Act e Digital Markets Act questo testo di 108 pagine completa un'architettura giuridica che intende garantire sia "l'eticità" della tecnologia, sia la "competitività" delle imprese. La bozza disegna il profilo di una democrazia di mercato in un mercato globale dominato dai Leviatani della rete Usa e cinesi. Più che trasformare l'Europa in un centro di produzione mondiale, l'obiettivo è quello di garantire i "valori" dei consumatori e usare le tecnologie nella sanità, trasporti, energia, agricoltura, turismo e la "cyber-sicurezza". Lo ha detto il commissario al mercato interno Thierry Breton.
Il documento limita l'uso dell'intelligenza artificiale in campi che vanno dalle auto che si guidano da sole al governo della forza lavoro nelle imprese attraverso gli algoritmi, dai prestiti bancari alla selezione per l'iscrizione a scuola e al punteggio degli esami. La vicepresidente della Commissione Ue Margrethe Vestager ha detto di volersi opporre a modelli di "sorveglianza di massa". Ad esempio il "punteggio sociale" sperimentato in Cina dove si misura l'affidabilità di un individuo e si orientano i suoi comportamenti. La bozza contiene una serie di bandi tra i quali c'è anche il riconoscimento facciale dal vivo negli spazi pubblici, anche se ipotizza diverse deroghe sulla "sicurezza nazionale".
Nozione, quest'ultima, tutta da chiarire. Nel testo è specificato che riguarderà casi di rapimento o per prevenire e rispondere a attacchi terroristici. Tuttavia la "sicurezza" ha molteplici declinazioni, in particolare nello stato di emergenza permanente in cui continueranno a vivere le società neo-liberali in crisi dopo la pandemia. I governi già usano tecnologie biometriche in maniera "securitaria" per controllare e colpire i manifestanti oppure per riconoscere i sostegni sociali in sistemi di Welfare sempre più ricattatori. In questi casi invocano questioni di "sicurezza" declinabili a seconda delle maggioranze di turno. Si rischia così di colpire le persone per il genere, la razza, la sessualità, l'orientamento politico o lo status di immigrato.
Queste ambivalenze hanno sollevato diverse critiche. Alcuni parlamentari europei hanno scritto due lettere alla presidente della commissione Ursula Von Der Leyen e hanno chiesto il bando di ogni sorveglianza biometrica. La bozza assegnerebbe ai governi un margine troppo ampio di intervento e sarebbe troppo amichevole rispetto all'industria digitale. Il testo sarà comunque emendato dal parlamento Ue, ma dovrà passare sotto le forche caudine del Consiglio Europeo dove ci sono Stati come la Francia di Macron che vogliono integrare gli algoritmi nei loro apparati di sicurezza.
L'ambizione della Commissione Ue di vietare pratiche da "Grande Fratello" - tecnologie che orientano i comportamenti e la formazione delle mentalità - dovrà affrontare un altro problema. Nella piramide dei "rischi inaccettabile" che ha disegnato ci sono anche le piattaforme che usano algoritmi che selezionano contenuti rilevanti per i loro utenti. Cosa farà, ad esempio, l'esecutivo europeo se Facebook darà seguito al progetto di un Instagram per i minori di 13 anni per fare concorrenza a Tik Tok? Lo vieterà? Forse sì, anche per fare sentire il fiato sul collo alla Silicon Valley. Ma questo sarebbe anche un intervento contro la "libera concorrenza" che rientra tra le prerogative del mercato europeo.
di Luca Fraioli
La Repubblica, 22 aprile 2021
"Restore our Earth" è il tema di questa Giornata mondiale della Terra. La crisi climatica è al centro dell'agenda politica mondiale, ma bisognerà vedere se alle promesse dei politici seguiranno azioni concrete per limitare i danni.
Ha appena compiuto cinquant'anni, ma proprio ora le viene chiesto l'impegno maggiore. Le foto in bianco e nero di quel 22 aprile 1970, prima Giornata mondiale della Terra, raccontano di una gioventù americana scesa in strada (furono decine di milioni in tutti gli States) per chiedere alla politica più attenzione verso il Pianeta. Erano gli anni del Vietnam e della contestazione, di ragazze e ragazzi che sognavano di cambiare il mondo marciando dietro slogan e striscioni. Molti la considerano la data di nascita dell'ambientalismo moderno, che ha certamente contribuito ad accrescere la consapevolezza dell'opinione pubblica, ma non si può dire che abbia cambiato radicalmente il nostro modo di vivere, di consumare, di produrre energia, di sfruttare la Natura. Tanto che 51 anni dopo ci ritroviamo a sperare che l'Earth Day segni un nuovo inizio, rappresenti una svolta soprattutto nell'affrontare la principale emergenza ambientale della nostra era: quella climatica.
Stavolta, complice anche il Covid, non ci saranno folle di giovani in strada. Ma l'epicentro sarà ancora una volta l'America: il presidente Biden, ansioso di rimettere gli Usa alla guida della rivoluzione Green, dopo il negazionismo trumpiano, ha organizzato proprio in occasione della 51esima Giornata mondiale della Terra un vertice al quale ha invitato 40 capi di Stato e di governo. La solita passerella? Le solite promesse non mantenute, come accusano i giovanissimi attivisti di Fridays for Future? Vedremo.
Certo, la Casa Bianca ha preparato l'evento mandando nelle principali capitali il suo zar per il clima John Kerry. E si spera che l'ex Segretario di Stato di Obama non sia tornato a Washington a mani vuote. Ma la vera scommessa riguarda proprio l'Amministrazione Biden: come scrive Bloomberg, piattaforma di informazione di proprietà dell'omonimo magante ambientalista ex sindaco di New York, "l'America vuole la leadership sul clima, ma prima dimostri al mondo di fare sul serio". Come dire che la Casa Bianca, per essere credibile e trascinare con se le altre nazioni in una vera transizione ecologica, deve gettare il cuore oltre l'ostacolo e non limitarsi ad accettare i tagli alle emissioni ratificati ormai sei anni fa a Parigi e la cui efficacia è superata dal precipitare della situazione. Lo chiedono ormai non solo Greta Thunberg e i suoi epigoni, ma persino i 310 manager più influenti d'America che hanno appena scritto una lettera a Biden invocando misure drastiche per frenare il riscaldamento globale. "Business is business", ma in un mondo agonizzante quale business potrebbe mai sopravvivere?
Purtroppo i dati raccolti da scienziati e istituzioni sovranazionali, e riassunti in questo speciale di Green and Blue, confermano ogni giorno di più che occorre agire in modo deciso e immediato. Nel 2021 le occasioni non mancano: il vertice voluto da Biden, il G20 a guida italiana, la Cop26 di Glasgow a inizio novembre. C'è poi quello che può fare ciascuno di noi nel suo piccolo, come individuo e come comunità. Non a caso il tema individuato per questa 51esima edizione della Giornata mondiale della Terra è "Restore your Earth", un invito rivolto a tutti noi, perché ognuno restauri il pezzetto di Pianeta di sua competenza.
Vedremo se i Grandi manterranno le promesse fatte nei prossimi summit. E se le persone normali sapranno cambiare le loro abitudini per contribuire. Chissà che nel 2022, in occasione della 52esima Giornata della Terra, non si possa tornare in strada come in quel lontano 1970. Magari non per protestare, ma per festeggiare l'inizio di una vera rivoluzione verde.
di Enrico Franceschini
La Repubblica, 22 aprile 2021
Le simulazioni anticipano le allarmanti proporzioni che il dislocamento di massa dovuto ai cambiamenti climatici potrà avere da qui alla fine del secolo, specie se il mondo non mantiene gli obiettivi degli accordi di Parigi per ridurre le emissioni nocive nell'atmosfera. Milioni di persone sono costrette a lasciare le proprie case ogni anno a causa delle estreme condizioni atmosferiche causate dal cambiamento climatico. Ora uno studio del fenomeno indica le allarmanti proporzioni che questo dislocamento di massa potrà avere da qui alla fine del secolo, specie se il mondo non mantiene gli obiettivi fissati dagli accordi di Parigi per ridurre le emissioni nocive nell'atmosfera.
Secondo dati della Croce Rossa Internazionale, più di 10 milioni di persone si sono dovute trasferire a causa del clima avverso soltanto negli ultimi sei mesi, quattro volte di più del numero di coloro che nello stesso periodo hanno lasciato le proprie abitazioni per guerre e conflitti. Un recente esempio sono le inondazioni in Australia, dove decine di migliaia di persone sono state costretti a lasciare le proprie cause dopo settimane di piogge torrenziali.
Il rapporto del Weather and Climate Risk Group di Zurigo, pubblicato di recente dalla rivista Environmental Research Letters, esamina l'influenza del cambiamento climatico così come dei cambiamenti demografici e socioeconomici per questo genere di rischi. I ricercatori hanno così scoperto che, se la popolazione terrestre rimarrà stabile al livello attuale, il rischio di migrazioni di massa come conseguenza di inondazioni aumenta del 50%, rispetto ai livelli del 2010, per ogni grado in più di temperatura del Pianeta. La popolazione della Terra, tuttavia, non rimane stabile, bensì continua a crescere. Ebbene, anche se questa crescita demografica continuerà a un livello sostenibile, il rischio di evacuazioni di massa aumenterà significativamente fino al 110% entro la fine del XXI secolo. Questa previsione viene fatta calcolando che l'obiettivo degli accordi di Parigi di limitare a 2°C l'aumento della temperatura del Pianeta entro l'anno 2100 verrà mantenuto. Ma se ciò non avvenisse, e il gap tra ricchi e poveri continuasse a crescere, il rischio salirebbe al 350%.
"Le nostre scoperte indicano la necessità di un'azione rapida per mitigare il cambiamento climatico e al tempo stesso ridurre il rischio di inondazioni, particolarmente nei confronti delle popolazioni più vulnerabili, costruendo dighe e altre barriere protettive", afferma il dottor Pui Man Kam, autore principale dello studio. "Non è troppo tardi per intervenire".
- Solo il boia non si ammala di Covid: altre esecuzioni in pandemia
- Stati Uniti. Il verdetto giusto e le morti ingiuste
- Russia. Proteste per Navalnyj, 400 fermati in 60 città
- Navalny, Putin agli "avversari" della Russia: "Attenti a varcare la linea rossa"
- L'Afghanistan "restituito agli afghani", dove si confondono coraggio e viltà











