di Francesco La Licata
La Stampa, 1 giugno 2021
Fa un certo effetto immaginare Giovanni Brusca che varca la soglia del carcere di Rebibbia da uomo libero, seppure sottoposto a qualche vincolo di controllo e, soprattutto, di protezione che lo terrà ancora per qualche anno sotto osservazione da parte di magistratura e investigatori.
Già, Brusca "u verru" (il maiale), per dirla col terribile nomignolo riservatogli da qualcuno dei suoi detrattori dentro Cosa nostra, il killer di fiducia della "cupola" di Totò Riina, il mafioso mai completamente emendato, neppure dopo il clamoroso "pentimento", il figlio di don Bernardo torna uomo libero dopo 25 anni trascorsi in carcere. E la mente, quasi per riflesso condizionato, torna all'autostrada di Punta Raisi sventrata dal tritolo da lui innescato. Tornano quelle terribili immagini del 23 maggio 1992: Giovanni Falcone con le gambe tranciate, la moglie, Francesca, che chiede, prima di spirare, "dov'è Giovanni?".
Le blindate accartocciate come scatolette e i resti di Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, la fedele scorta, sparsi per centinaia di metri. Può essere dimenticato tanto dolore? E può ancora soltanto impallidire il ricordo del piccolo Giuseppe Di Matteo? Era un bambino quando Brusca lo prese in ostaggio per usarlo come "argomento convincente", nel tentativo di indurre Santino, padre del piccolo divenuto collaboratore dello Stato, a ritrattare le rivelazioni già verbalizzate sulla strategia stragista di Totò Riina.
E non era ancora adolescente, Giuseppe, quando Brusca ordinò di strangolarlo (lo chiamavano "u canuzzu"). Fu Enzo Brusca, fratello di Giovanni, insieme con altri due animali, ad eseguire l'ordine e poi sciogliere nell'acido quel piccolo corpo denutrito. Ecco, tutto ciò basterebbe a classificare come "porcheria" la liberazione di Giovanni Brusca. Ma non è l'emotività, e non poteva esserlo, che ha guidato la mano dei giudici che hanno firmato la liberazione del mafioso divenuto collaboratore. Il dato certo, al di là del comprensibile smarrimento del cittadino spettatore, è che Giovanni Brusca esce dal carcere per fine pena. Cioè ha espiato le sue colpe, secondo un processo regolarmente celebrato e giunto a sentenza definitiva.
Certo una pena non pesantissima (rispetto alle accuse provate e confessate), ma giustificate da una legge che offre sconti ai pentiti. Una legge, correttamente applicata dai giudici, che nel conteggio fra costi e ricavi ha portato vantaggi allo Stato. Basti pensare alle conoscenze, giudiziarie e non, acquisite da tante collaborazioni e a quante vite sono così state salvate.
di Anna Giorgi
Il Giorno, 1 giugno 2021
L'allarme del Garante Maisto: l'Icam è in bilico per pochi ospiti. Eppure la struttura di via Melloni è un modello per altre città italiane. L'Icam, l'Istituto di custodia per detenute madri, presidio indispensabile per aiutare le mamme e soprattutto i bambini, rischia la chiusura.
A lanciare l'allarme è Francesco Maisto, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune, durante la commissione consiliare Educazione e Carceri che si è tenuta ieri a Palazzo Marino. Maisto, per ora, è riuscito ad ottenere una proroga della chiusura, che slitterà a settembre, ma spera in un ripensamento ed è fiducioso in un cambiamento della situazione complessiva che ha risentito della pandemia. L'Icam è nato nel 2006, la struttura modello, costruita per far in modo che somigli il meno possibile a un carcere, si trova in via Macedonio Melloni. Ad oggi, secondo l'amministrazione, il problema principale è la mancanza di ospiti.
Per Maisto, però, questa criticità dipende dall'emergenza sanitaria contingente: "Attraversiamo una fase difficile - spiega - in cui è prevedibile che un contesto di pandemia abbia diminuito la microcriminalità e quindi gli arresti". Per questo motivo, quindi, gli ospiti dell'Icam si sarebbero ridotti troppo per tenere vivo il servizio. Con il calo fisiologico dei reati, dovuto al lockdown, non ci sono mamme con bambini da mettere in istituto, minori sono stati anche gli interventi delle forze dell'ordine. "Abbiamo fatto diversi incontri per evitare la chiusura - continua il garante -. Siamo riusciti a ottenere che l'esperienza venga prolungata fino a settembre. Poi si vedrà (anche in base ai proventi "della legge 285", aggiunge Maisto). Attualmente nell'istituto è presente una sola detenuta. In tutta Italia, oltre all'Icam di Milano, ci sono solo altri quattro istituti a custodia attenuata per detenute madri.
Inevitabilmente il Comune, cerca di destinare il personale attualmente impiegato all'Icam in altri servizi, ma per Maisto si tratterebbe solo di avere la pazienza di tornare alla normalità, per non "rovinare un modello di recupero" che ha fatto scuola anche in altre città, una struttura che aiuta i bambini a non subire il trauma di una mamma in carcere.
E sul piatto, in Commissione, è finita anche l'urgenza di consentire ai bambini minori di 12 anni di poter rivedere i genitori che si trovano in cella, usufruendo degli spazi verdi dei quattro istituti di pena. Solo da ieri è tornata la possibilità di vederli dietro un plexiglass, ma mancano gli abbracci, e mancano da febbraio. I tempi si sarebbero accorciati, se fosse stato possibile per i minori vedere i genitori all'aperto, nei giardini del carcere, attualmente inaccessibili.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 1 giugno 2021
L'accusa di Rita Bernardini dopo la morte di un 25enne dietro le sbarre: "In certi penitenziari lo Stato calpesta quotidianamente diritti e garanzie. Sì alla proposta di Giachetti per ridurre il numero dei reclusi".
"Il suicidio è qualcosa di imponderabile, eppure qualche domanda occorrerebbe porsela se nelle carceri italiane si decide di farla finita diciassette volte di più che fuori e se anche nella polizia penitenziaria si registrano molti più suicidi che nelle altre forze dell'ordine".
Per Rita Bernardini, anima del partito radicale e presidente di Nessuno Tocchi Caino, la notizia di un nuovo suicidio in carcere, avvenuto sabato a Poggioreale dove un detenuto di 25 anni si è tolto la vita, non può essere archiviata come un semplice gesto di disperazione che attiene alla sfera esclusivamente personale di chi lo ha commesso. Per Rita Bernardini episodi come questo sono la spia di un sistema che non funziona.
"Di uno Stato fuorilegge" dice, elencando i dati sul sovraffollamento che, anche in questo anno e mezzo di pandemia, continuano a essere allarmanti. "Vogliamo vedere alcuni dati di illegalità del carcere di Poggioreale?", afferma prima di elencare i numeri delle risorse che mancano e dei detenuti che sono invece in esubero. Il carcere di Poggioreale ha una capienza regolamentare di 1.465 posti ma nelle celle si contano, secondo dati aggiornati a un mese fa, 2.125 detenuti, "con un sovraffollamento del 145%: una vergogna".
E a fronte di detenuti in eccesso ci sono risorse risicatissime: dei 22 educatori previsti in pianta organica quelli effettivi sono 12, dei 911 agenti previsti in pianta organica quelli effettivi sono 747, dei 68 amministrativi previsti in pianta organica quelli effettivi sono 54. "È una vergogna", ripete Bernardini.
"Non ho i dati riguardanti gli psicologi ma ho motivo di ritenere che siano pochi, considerato lo sfacelo della sanità in carcere dove - sottolinea ancora la leader radicale - il 30% dei detenuti è tossicodipendente e almeno il 25% ha problemi psichiatrici".
Per Bernardini occorre adottare misure per ridimensionare il livello di sovraffollamento, perché il sovraffollamento è la madre di tutte le criticità in carcere: "Sovraffollamento significa strutture che si deteriorano, significa che non si può garantire il diritto alla salute, significa scarsità di possibilità di lavoro, di studio, di attività culturali e/o sportive, scarsità di rapporti con i pochi educatori, i pochi psicologi, i pochi assistenti sociali, i pochi direttori, chiamati quest'ultimi spesso ad occuparsi di più istituti penitenziari o, negli istituti più grandi, a non avere il supporto necessario di vice-direttori.
Significa enormi difficoltà ad assicurare il rapporto dei detenuti con i loro familiari e difficoltà di rapporti del detenuto con la magistratura di Sorveglianza la quale dovrebbe, in collaborazione con l'equipe trattamentale, frequentare e conoscere uno per uno i detenuti per prevedere un piano individualizzato di progresso e di reinserimento sociale. Anche la penuria di agenti si ripercuote negativamente sulle attività trattamentali, che devono comunque svolgersi in sicurezza".
Di qui l'appello: "Si approvino subito le proposte normative del deputato Roberto Giachetti per ridurre drasticamente la popolazione detenuta in tutte le carceri italiane - aggiunge la leader radicale - I garanti Samuele Ciambriello e Pietro Ioia fanno l'impossibile per tutelare i diritti dei detenuti a Napoli e in Campania, ma lo Stato continua a girare la testa dall'altra parte".
"Anzi - tuona Bernardini - continua a trarre profitto dalla gestione di questa macchina che costa tre miliardi, perché tanto si spende per l'amministrazione penitenziaria ogni anno". Un pachiderma che schiaccia diritti e garanzie, dunque. "Pensiamo ai tossicodipendenti - ragiona la leader dei radicali - non dovrebbero stare in carcere ma in altri istituti per essere aiutati e non accade perché il problema è che non ci sono tante strutture di questo tipo sul territorio e alla fine si opta sempre per il carcere, dove ci finiscono anche i casi psichiatrici". Criticità che si sommano a criticità: "Si buttano tre miliardi per creare strutture che creano recidiva e disperazione", conclude Bernardini.
Gazzetta di Reggio, 1 giugno 2021
Una mozione dei consiglieri Perri, Burani, Benassi e Cantergiani per istituire a Reggio Emilia la figura del Garante comunale delle persone private della libertà personale. È quanto previsto nella seduta odierna del consiglio comunale, in programma in Sala Tricolore dalle 14.45.
Fra i punti all'ordine del giorno anche l'approvazione del Bilancio d'esercizio 2020, del Piano programma 2021-2023 dell'Azienda speciale "Farmacie comunali riunite" con la nomina del Collegio dei revisori dei conti. Fra le mozioni anche quella dei consiglieri Benassi, Burani, Perri, Montanari, De Lucia, Cantergiani ed altri per l'istituzione di stalli di sosta riservati alle donne residenti nel comune di Reggio Emilia in stato di gravidanza o ai neogenitori con prole neonata. Due le interpellanze: una del consigliere Dario De Lucia per l'iniziativa di donare un kit per i nuovi nati del comune di Reggio Emilia, l'altra di Claudio Bassi sui lavori in via Ariosto.
di Simone Giraudo
targatocn.it, 1 giugno 2021
Lauria interroga sindaco e giunta comunale. L'interpellanza prende le mosse dalla commissione consiliare che ha visto protagonisti Bruno Mellano e Mario Tretola, nella quale sono state rilevate criticità poi riprese dai sindacati della polizia penitenziaria nella protesta di giovedì 27 maggio.
"Nel carcere di Cuneo operano tantissimi nostri concittadini: i problemi di un carcere quale quello cuneese sono anche i problemi della città". Sono queste le parole che si leggono alla fine dell'interpellanza che il consigliere comunale di Cuneo "Beppe" Lauria ha presentato nella giornata di giovedì 27 maggio. Al centro, ovviamente, le criticità legate alla struttura del carcere di Cerialdo. L'interpellanza prende le mosse dalla commissione consiliare che ha visto protagonisti Bruno Mellano e Mario Tretola, rispettivamente garanti dei detenuti a livello regionale e cittadino (quest'ultimo dimissionario); nell'incontro sono state analizzate le criticità della struttura del Cerialdo, tra cui per esempio la mancanza di un dirigente unico e fisso.
Le stesse criticità sono state poi riprese - proprio il 27 maggio - durante la protesta dei sindacati della polizia penitenziaria, che ha visto Lauria presente assieme al consigliere Alberto Coggiola ma non quella di uno o più rappresentanti dell'amministrazione comunale. Lauria - non senza rilevare come durante la commissione fosse stato trasversale il sostegno a parole al sistema carcerario in tutte le sue componenti - interroga il sindaco per conoscere il motivo della mancata partecipazione dell'amministrazione comunale alla manifestazione di protesta, chiedendogli poi se non ritenga urgente adoperarsi presso la presidenza del consiglio comunale perché venga indetta una commissione apposita riguardante le tematiche del carcere con presenti tutti gli attori.
di Maria Teresa Caccavale*
Gazzetta dello Sport, 1 giugno 2021
La mia esperienza di volontariato in carcere è iniziata quando insegnavo Economia aziendale a Rebibbia. Durante i miei 27 anni di docenza ho cercato di capire bene come funzionasse il carcere, oltre la scuola, e soprattutto attraverso il continuo contatto con i detenuti percepivo che c'erano degli stati di sofferenza dovuti all'incapacità dell'Istituzione penitenziaria di far fronte ad alcuni bisogni essenziali. Ogni giorno c'erano richieste di vario genere: dalla necessità di parlare con l'educatore, con lo psicologo, con il medico, con il magistrato, di mandare messaggi ai familiari, così come la necessità di avere alcuni beni di consumo inaccessibili economicamente a molti, ed altro. La mancanza di osservazione ed ascolto profondo e continuo, nonché di un programma di reinserimento personalizzato vanifica il processo di rieducazione rendendolo non adeguato ai dettami costituzionali di cui all'art.27.
L'associazione Happy Bridge - La gestione carcerocentrica non consente un processo osmotico con l'esterno e non aiuta il detenuto a responsabilizzarsi e a reinserirsi adeguatamente nella società. In tale contesto il docente diventa una figura di riferimento per i detenuti, qualcuno con cui poter parlare liberamente senza essere giudicati, qualcuno a cui poter chiedere. Tuttavia anche la presenza del docente è limitata dai tempi e dagli spazi, anche volendo fare di più, diventa molto complicato. Così, è scattato in me il bisogno di andare oltre il mio ruolo di docente per dare concretezza ad alcune attività che, a mio avviso, potevano migliorare la qualità della vita delle persone detenute all'interno del carcere, e nel 2011, insieme a 4 amiche, ciascuna operante in settori diversi, abbiamo costituito l'Associazione Happy Bridge. Il nostro scopo era quello di creare quel ponte felice tra l'istituzione ed i detenuti e tra il carcere e l'esterno, cercando quindi di limitare le distanze e di ricucire i fili recisi. Le persone detenute hanno un grande bisogno di dialogare con persone di cui possono fidarsi, di confidare i propri pensieri, e soprattutto sapere di poter contare sulla presenza costante di qualcuno che li ascolti e li aiuti.
A Rebibbia - Così pensai allo sportello di ascolto, che consentiva alle persone di avere la possibilità di parlare e chiedere aiuto di qualsiasi tipologia. In realtà questa attività dovrebbe essere gestita dagli educatori, ma purtroppo il numero di educatori disponibili nelle carceri è sempre molto ridotto rispetto al numero della popolazione detenuta e quindi i rapporti sono sempre molto dilatati. Presentai alla Direzione della Casa di Reclusione di Rebibbia un progetto di massima delle attività che intendevamo realizzare con l'Associazione, attività che prevedevano l'attivazione di uno sportello di ascolto, uno sportello legale, attività di yoga, un laboratorio di spagnolo, organizzazione di eventi musicali, ovviamente tutto in modo assolutamente gratuito per i detenuti e senza alcuna forma di rimborso per i volontari.
La gestione di tutte le attività non è stata semplice perché in carcere i problemi si amplificano e bisogna fare i conti con tanti meccanismi burocratici e istituzionali che complicano la piena realizzazione di molti progetti. Oltre alla disponibilità della Direzione Carceraria e dell'Area Educativa, gli spazi ed i tempi sono elementi di cui bisogna tener conto quando si vuole svolgere una attività in carcere, così come anche il problema della sicurezza gestita dalla Polizia penitenziaria che di fatto riveste un ruolo prioritario. Anche la difficoltà a reperire volontari. Devo dire che per i primi quattro anni sono state fatte molte attività e con buoni risultati, poi la gestione si è complicata perché le richieste dei detenuti erano numerose ed i volontari scarseggiavano, soprattutto per lo sportello legale e di ascolto. Non c'era peraltro la giusta sinergia con l'Area Educativa che faceva fatica a starci dietro tra le autorizzazioni e le istanze che presentavamo. Anche per l'attività di yoga è stato molto complicato, perché all'inizio non avevamo uno spazio dedicato, ma ci dovevamo arrangiare nei corridoi. Solo dopo continue insistenze siamo riusciti ad avere una piccola stanzetta ma comunque inadeguata. Diciamo che se non c'è interesse da parte dell'amministrazione carceraria a capire ciò che si sta facendo, risulta tutto molto complicato e finisce per vanificare i risultati. Forte motivazione e determinazione sono elementi fondamentali per sopravvivere come volontari in carcere.
Le grandi Associazioni hanno alle spalle efficienti organizzazioni e fondi per i volontari. La nostra Associazione, nonostante la piccola dimensione, continua a fornire servizi ai detenuti, ex detenuti o in detenzione domiciliare esclusivamente perché le persone coinvolte ci credono e senza alcun interesse economico, autofinanziando le nostre attività. Purtroppo fare volontariato in carcere non è facile e soprattutto è un mondo in cui bisogna sapersi muovere. Il volontario come dice la parola è colui che, senza alcun rapporto di subordinazione o vincolo particolare, decide di dedicarsi ad una attività a supporto di uno specifico settore o a più settori nel contesto sociale. Nel mondo del volontariato si trova una molteplicità di soggetti di diversa provenienza, da chi ha avuto esperienza nel settore specifico scelto o chi si affaccia a questo mondo per la prima volta, da chi ha una esperienza pluriennale a chi invece non conosce assolutamente come funziona.
Magari, consiglierei di approcciare al volontariato con cautela e conoscenza della normativa sul volontariato perché, al di là del fatto emotivo che può spingere una persona a diventare volontario, è sempre bene avere consapevolezza delle proprie possibilità e capacità operative. Inizialmente il volontariato veniva gestito principalmente dai religiosi perché l'aiuto verso gli altri si identificava con atti di misericordia verso il prossimo e rispondeva alle buone azioni cristiane dettate dalla Chiesa, come dar da mangiare agli affamati, far visita ai carcerati, curare gli ammalati, ecc.
Infatti, negli anni passati il volontariato laico in carcere, o negli Ospedali, negli orfanotrofi, ecc, era molto ridotto. Oggi invece una buona parte del volontariato è anche laico e gestito da un numero considerevole di associazioni e cooperative di varia natura. Durante il periodo pandemico la nostra Associazione è riuscita comunque a mantenere i contatti con i detenuti, ed in particolare con quelli in detenzione domiciliare, portando avanti laboratori di scrittura e siamo riusciti a pubblicare una Antologia Letteraria "Pensieri Reclusi e oltre" che ha riscosso notevole successo.
*Presidente Associazione Happy Bridge Odv
di Giovanni Convertini
periodicodaily.com, 1 giugno 2021
Emera Film torna su Chili (www.chili.com) con "A tempo debito", scritto e diretto da Christian Cinetto, prodotto da Marta Ridolfi per Jengafilm. I protagonisti sono 15 detenuti della Casa Circondariale di Padova, di 7 differenti nazionalità, tutti in attesa di giudizio e scelti per realizzare un film.
Di cosa parla "A tempo debito"? Il documentario, accompagna lo spettatore nel conoscere le storie di questi uomini diversi tra loro e, tra momenti divertenti e altri commoventi, ci si pone una domanda fondamentale: le persone sono l'espressione del proprio reato? A tempo debito è un'occasione per uscire dalla sala facendosi delle domande scomode. Non sul carcere, ma su se stessi. Un racconto che non aderisce al solito cliché del carcere duro e della violenza, ma che offre un'altra prospettiva, più interessante. Anche dal punto di vista umano.
Il regista - "Uno è portato a pensare che i film ambientati in carcere parlino di carcere, di sbarre, di violenza, di soprusi. Da un documentario ambientato in carcere ci si aspetta di vedere il lato oscuro di un luogo, di sentire parlare i detenuti sulla libertà o sulla presunzione di innocenza. Tutto ciò è comprensibile, è anche confortevole come esperienza di spettatore allenato. Eppure A tempo debito ha molto poco di tutto ciò". E invece A tempo debito racconta, a chi sta fuori, la storia vera di 15 detenuti di diversa nazionalità, che hanno colto l'opportunità di mettersi in gioco con un corso di cortometraggio".
Il documentario - "Parla di incertezza, di come sia difficile, quasi impossibile, realizzare un progetto di riabilitazione con detenuti che possono sparire da un giorno all'altro, senza preavviso né per noi né per loro. Abbiamo trascorso 5 mesi alla Casa Circondariale di Padova e li abbiamo filmati, abbiamo filmato le storie di vita dei detenuti, la loro testimonianza di attori e di uomini. E alla fine, solo alla fine, si scopre se e come la realizzazione del cortometraggio sarà stata possibile...". Chi vorrà vederlo dovrà essere disposto a farsi delle domande scomode. Non sul carcere, ma su se stesso. 82 minuti per cambiare prospettiva. Almeno un po'".
A tempo debito: Sinossi - Ottobre 2013, Casa Circondariale di Padova. Una mini-troupe entra in carcere per vivere a contatto con i detenuti e farli realizzare un cortometraggio. Si presentano al casting in 40, quasi tutti in attesa di giudizio. A tempo debito racconta il dietro le quinte di questa produzione e l'incontro tra 15 detenuti di 7 nazionalità diverse attraverso lezioni di recitazione e di sceneggiatura. Non si conosce la ragione della loro reclusione, ma guidati dalla fiducia dei loro sguardi e dall'istinto, si procede settimana dopo settimana tra momenti divertenti, attimi commoventi e qualche tensione. Dopo 5 mesi di intensi incontri e di prove, finalmente si gira. E qualcosa è cambiato.
di Simone Pieranni
Il Manifesto, 1 giugno 2021
Sorveglianza di massa. Siamo stati abituati a sentirci raccontare che a spiare sono i cinesi e per lo più le "piattaforme", le grandi protagoniste del "capitalismo di sorveglianza", come se gli Stati occidentali, invece, non lo facessero. Se provaste a cercare su un qualsiasi motore di ricerca informazioni su spionaggi e sorveglianza di Stato, è quasi certo che arrivereste su pagine che descrivono i meccanismi securitari della Cina o le operazioni - talvolta spregiudicate - degli ormai celebri hacker russi.
Si tratta di due realtà che nessuno nega: Cina e Russia da tempo dedicano attenzione e risorse al controllo dei propri cittadini e al tentativo di irrompere in sistemi di sicurezza altrui. Solo che per quanto riguarda la Cina, ad esempio, sul fronte "esterno" di prove non ne ha mai fornito nessuno (neppure gli Usa che sulle accuse di spionaggio alla Huawei hanno costruito le attuali traiettorie geopolitiche). Questo è un primo aspetto: la narrazione dell'era Biden, con la quale gli Usa provano a tornare alla testa dei propri alleati che si erano un po' persi durante gli anni di Trump, si basa proprio su questo assunto: non potete fidarvi della Cina perché tutti i cinesi sono spioni o sono al soldo del partito comunista (un leit motiv ripreso anche da media italiani ogni volta che si presenta l'occasione).
Solo che su Biden, vice presidente all'epoca dell'ennesimo scandalo aperto sull'abitudine americana a spiare anche i propri alleati, si sprecano meno inchiostro e meno "inchieste" con l'eccezione dei media che hanno tirato fuori l'ennesimo rivolo delle tante rivelazioni di Snowden, trattato come un appestato dalla stampa di mezzo mondo perché rivelò - con tanto di prove e non solo sospetti - le metodologie di sorveglianza di massa degli Usa. Ma non è solo questo che le ultime rivelazioni ci consegnano: siamo abituati a sentirci raccontare che a spiare sono i cinesi e per lo più le "piattaforme", le grandi protagoniste del "capitalismo di sorveglianza".
Anche in questo caso non si può certo negare la capacità "estrattiva" delle aziende tech, che utilizzano i nostri dati in funzione - anche, potenzialmente - di controllo. Ma ben poco si dice degli Stati e degli ingenti acquisti di tecnologia di Intelligenza artificiale per il riconoscimento facciale, un business nel quale nonostante il protagonismo cinese dominano ancora gli americani. In questo senso, infine, va in crisi anche la posizione di chi ritiene che questi strumenti dovrebbero essere statali: lo sono già. Semplicemente se ne parla poco o si tende a evidenziare il percorso inquietante e innegabile di posti lontani (la Cina) senza accorgerci che anche qui in Occidente siamo sorvegliati: dalle aziende e dagli Stati. A meno che non si ritengano gli odierni strumenti di sorveglianza in mano alle polizie occidentali - che già usano modelli predittivi con tutti i bias più volte messi in evidenza da esperti e organizzazioni non governative - operanti in un mondo altro e non - invece - nel nostro.
di Gabriella Imperatori
Corriere del Veneto, 1 giugno 2021
Non tutti sanno nei dettagli di cosa parla, ma tutti ne parlano, come spesso avviene. In sostanza il progetto di legge Zan, bloccato per ora al Senato dopo essere passato alla Camera, sostiene che è penalmente punibile chi offende, aggredisce o discrimina qualcuno a motivo del suo sesso.
Oppure a causa della sua non adesione alle modalità di comportamento convenzionalmente legate all'appartenenza di genere. Chi rifiuta l'identità sessuale assegnatagli alla nascita e dunque all'anagrafe (il transgender) è in realtà spesso vulnerabile, bisognoso di protezione, almeno finché il processo di cambiamento non è concluso ed è ancora possibile cambiare idea.
Perciò questa protezione deve contemplare un rispetto che includa il diritto a non subire discriminazioni e offese. Sembrerebbe una cosa ovvia, eppure non lo è per tutti, tanto che l'argomento continua a suscitare dibattiti feroci. Ogni popolo ha, o sembra avere, caratteri distintivi. Per cui gli vengono attribuiti qualità e difetti (a volte sedimentati nel tempo fino a diventare iperboli o caricature). Degli italiani, per fermarci alla nostra gente, si dice che sono particolarmente portati al dibattito, tuttavia per molti il dibattito è teso a dimostrare soprattutto di aver sempre ragione. Il che, come affermato da un noto intellettuale "è un obiettivo misero, infantile o fanatico".
Infatti la ragione non è qualcosa di assoluto e immutabile o un attestato di virtù che permetta di sputare, nemmeno metaforicamente, addosso agli altri. Ma è un percorso, una conquista, qualcosa che si può imparare, talvolta perfino da chi sostiene idee diverse dalle nostre.
Basta invece ascoltare un qualsiasi talk show per imbatterci in persone che s'interrompono a vicenda, gridano come aquile o addirittura insultano per far emergere, più che il proprio pensiero che non sempre c'è, le proprie passioni. È così se si parla di vaccini, di aperture e chiusure, di immigrazione. Figurarsi cosa succede se il tema di un dibattito riguarda la bioetica, com'è successo per l'aborto, come accade ancora per la pillola del giorno dopo, per l'utero in affitto, e anche per la legge Zan (derivata dal cognome del parlamentare padovano del Pd Alessandro Zan), che difende il diritto di comportarsi come ci si sente di essere e non come certifica la carta d'identità.
Per esempio per quanto riguarda il cambio di genere, o il diritto di amare chi si ama senza doverne rendere conto ai familiari, agli amici, alla società di guardoni pronta a giudicare con l'aggravante dell'odio (pensiamo a espressioni tipo "sporco frocio", "tr... di m...a" e simili), oltraggiando una persona non per ciò che bene o male fa (o non fa), ma per ciò che è o sente di essere.
A questo punto tutto può diventare lecito, anche le cose più assurde, e ogni gruppuscolo può combattere a suo modo la propria guerriglia ideologica. C'è chi sostiene il diritto a usufruire della gravidanza surrogata e chi la ritiene una forma di prostituzione i cui committenti sono spinti da egoismo o delirio di onnipotenza. C'è chi ipotizza i guasti che un cambio di genere potrebbe portare se, per esempio, il "trans" chiedesse di essere trasferito (com'è successo in America) da un carcere maschile a uno femminile, o viceversa. Chi, ancora, come alcune femministe storiche, non accetta che la marginalizzazione delle donne sia equiparata a quella di un transgender o di una coppia omosessuale. Chi vuole la castrazione certificata. Chi brucerebbe in forno un eventuale figlio gay. Chi, in sintesi, non vuole cambiare le cose perché a lui, a lei, a loro le cose van bene così. Insomma il dibattito sulla legge finisce per essere una cartina al tornasole che fa emergere soprattutto l’esigenza narcisistica di aver sempre ragione, e che siano gli altri ad avere torto.
di Mauro Calderoni
Il Domani, 1 giugno 2021
Saluzzo, 17mila abitanti, provincia di Cuneo, profondo nord ovest al confine con la Francia, uno dei principali distretti frutticoli del paese che si estende per migliaia di ettari ai piedi del Monviso. È un comune che vive quotidianamente, da anni, al centro delle molteplici forze che si sprigionano laddove vi sono migrazioni, per motivi economici, di massa.
Nel Saluzzese, ogni anno da maggio a novembre, operano 12mila braccianti, di cui oltre un terzo di origine sub sahariana. Il resto degli stagionali agricoli sono est-europei e italiani, che non sono tornati nei campi in massa, come in molti sostenevano un anno fa. Alcuni dati ufficiali, ricavati dai centri per l'impiego, per provare a spiegare il contesto: nel 2018 sono stati registrati nel settore primario della nostra zona 12.063 contratti, di cui 3.711 di italiani, 3.655 di stranieri extra-Ue, 4.697 di subsahariani. Nel 2019 siamo passati a 18.496 contratti (3.809 italiani, 7.890 extra Ue, 6.797 africani). Nel 2020, anno della pandemia, 18.128 contratti (5.102 italiani, 5.882 extra Ue, 7.144 africani). Il fabbisogno di manodopera cresce e la percentuale di migranti africani è sempre più decisiva.
La proposta - Per quanto ancora gli italiani potranno sopportare la bagarre politico-mediatica monopolizzata da sempre dallo scontro tra "buonisti" e "rigoristi"? Una gazzarra indegna che affronta in modo parziale e ideologico il tema delle migrazioni internazionali, senza collegarlo ad una attenta analisi demografica delle nostre comunità e a una seria prospettiva di sviluppo. In un paese che ogni anno ha bisogno di 370mila lavoratori stranieri per il solo comparto agricolo (la fonte è Coldiretti) ha ancora senso una legge che regola il settore come la Bossi-Fini, vecchia di oltre 20 anni?
Si potrebbe, ad esempio, aggiornare il sistema di programmazione delle quote di ingresso dei lavoratori stagionali, a seguito di una definizione puntuale dei fabbisogni occupazionali per aree geografiche determinate e per specifici settori economici. Occorre far emergere i casi di marginalità di coloro che versano in condizioni di irregolarità amministrativa (richiedenti asilo diniegati o in assenza di rinnovo del titolo di soggiorno), nonostante siano presenti e attivi nel nostro paese da anni, poiché ciò comporta precarietà strutturale e potenziale ricattabilità.
Non sarebbe forse più efficace introdurre un permesso di soggiorno per lavoro stagionale che regolarizzasse, almeno temporaneamente, la situazione di tanti migranti irregolari? Oltre un quarto del made in Italy a tavola è ottenuto grazie a mani migranti. La presenza nei campi italiani di occupati stranieri è un fenomeno strutturale che copre il 27 per cento della manodopera a livello nazionale. In molti distretti agricoli i lavoratori migranti sono una componente ben integrata nel tessuto economico e sociale. Usciamo dalla logica dell'emergenza che sperpera milioni di euro in progetti inefficaci. Questo governo investa la sua autorevolezza internazionale in una proposta concreta e coordinata tra politiche migratorie e fabbisogni lavorativi.
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