ilgiunco.net, 21 aprile 2021
È iniziata due settimane fa la prima fase del progetto regionale "Orti in carcere", grazie al quale alcuni detenuti della Casa Circondariale di Massa Marittima avranno l'opportunità di ricevere una formazione non solo teorica sull'attività agricola, in modo da prepararsi per un futuro inserimento lavorativo in un settore cruciale nel territorio circostante. La parte operativa del programma è coordinata dall'agronoma Manuela Nelli con la collaborazione della Cooperativa sociale "Melograno" e già nella scorsa settimana sono stati realizzati vari interventi per la sistemazione delle aree verdi del carcere e la predisposizione di quanto servirà alla prosecuzione del progetto.
"Abbiamo iniziato a ripristinare le aree verdi interne al cortile del carcere - spiega il presidente della cooperativa Massimo Iacci - e quelle esterne che circondano la struttura: il primo step è stata la potatura degli alberi da frutto e degli olivi già presenti in quest'area e il secondo la messa a dimora di sedici piante di olivo".
"Nell'arco di questa settimana - prosegue Manuela Nelli- stiamo predisponendo invece nei cortili interni, due distinti orti dove verranno collocate piante aromatiche di vari tipi con la tecnica cosiddetta "in cassone", che permette di gestire più facilmente la cura delle piante. La prossima settimana predisporremo un impianto di irrigazione basato sul recupero e lo sfruttamento dell'acqua piovana". L'intento, spiegano i referenti è creare spazi in cui si possa, nei prossimi anni, allestire una vera e propria raccolta delle olive e magari una piccola produzione interna di oli aromatizzati.
"Si tratta di un laboratorio di formazione mirata all'ambito agricolo - prosegue Iacci - finalizzata a creare opportunità di lavoro per chi ha bisogno di un rinserimento in società dopo un periodo di isolamento. Come cooperativa abbiamo già sperimentato questo tipo di percorso con altre persone: già decine di ex detenuti hanno lavorato nei terreni che abbiamo recuperato all'esterno del carcere e sette di loro sono riusciti a trovare lavoro in zona e si sono fermate nel nostro territorio."
Il progetto prevede poi una seconda fase di orientamento rivolta a tutti gli ospiti della casa in seguito alla quale, in base all'interesse dimostrato, saranno selezionati quindici detenuti per le attività formative interne; per alcuni di loro sarà anche possibile uno stage pratico, grazie alla collaborazione delle aziende agricole del territorio. Il programma formativo comprenderà l'approfondimento di varie tematiche: la conoscenza delle colture e degli aspetti tipici del paesaggio agricolo locale, la tutela ambientale, la sicurezza sui luoghi di lavoro e la collaborazione con le realtà produttive della zona.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 21 aprile 2021
Dai fatti di cronaca più tristi e più crudi al percorso di rieducazione all'interno del carcere affinché la pena serva a rivedere il proprio comportamento e rivedersi come persona. L'occasione è stata un progetto realizzato con la collaborazione del Comune e della Fondazione Cave Canem che, assieme a La casa di Argo, si occupa di animali maltrattati e abbandonati. I protagonisti sono stati sette detenuti di Secondigliano. Per diversi giorni hanno lavorato per il canile a pochi metri dal carcere, hanno dipinto e decorato gli oltre 100 metri del muro perimetrale e partecipato ad attività di formazione con operatori cinofili.
Quei pochi chilometri di strada percorsi da una struttura all'altra sono stati per i sette detenuti una tappa del percorso per l'espiazione della pena, il percorso dalla cella a "fuori dalle gabbie" per dirla con le parole che danno il titolo a un video e a un testo rap scritto da Aniello Mormile e Gianluca Foti, entrambi finiti in carcere per fatti ben noti alle cronache cittadine.
Con loro hanno partecipato al progetto i detenuti Gennaro Zampini, Ndreraij Everton, Giovanni Riccio, Diaw Libasse, Maurizio Lamia. "Sono molto grato alla direttrice del carcere Giulia Russo e a tutto il personale dell'area educativa, oltre che ai magistrati di sorveglianza e alla presidente Angelica Di Giovanni - ha commentato il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello - È anche grazie a loro se il progetto Buone prassi di misure alternative al carcere di svolgersi con successo".
di Michela Calledda
La Nuova Sardegna, 21 aprile 2021
Nel libro in uscita oggi Luigi Manconi e l'arcivescovo Vincenzo Paglia si interrogano intorno alle grandi questioni etiche. Esce oggi "Il senso della vita" (Einaudi, 16,00 euro, 220 pagine), dialogo tra Luigi Manconi e l'arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita.
"Meno di un anno fa - spiega Manconi - ho pubblicato, sempre con Einaudi, "Per il tuo bene ti mozzerò la testa. Contro il giustizialismo morale". In quel libro venivano toccati alcuni temi che l'editore, Paolo Repetti, riteneva necessario approfondire mettendo a confronto due differenti punti di vista intorno a questioni particolarmente controverse.
Un approccio, di natura religiosa, fortemente ispirato dalla fede, e un approccio maturato nella ricerca sociale e nella militanza politica. Abbiamo fatto, Vincenzo Paglia e io, numerosi incontri e conversazioni e poi ognuno ha sviluppato la propria parte di colloquio con riflessioni ulteriori per disegnare i tratti di quello che, secondo l'editore, si potrebbe chiamare un "nuovo umanesimo". Io per la verità non amo simili etichette ma concordo che questa sia la meno disdicevole".
Un titolo molto impegnativo...
"Ho sempre temuto che venisse considerato pretenzioso. Dunque, abbiamo voluto scherzarci un po' su, spiegando che dopo il film dei Monty Python la formula "il senso della vita" può essere liberata da ogni solennità e acquistare un significato concreto e non metafisico. Ovvero: le ragioni delle nostre scelte che hanno un contenuto morale. Si può parlare quindi di una sorta di morale quotidiana che ispira le nostre opzioni su temi come la vita e la morte, il dolore e la cura, le preferenze sessuali e i riti civili: le grandi questioni di sempre, che la pandemia ha avvicinato e reso più tangibili e urgenti. Muovendo da posizioni spesso lontanissime, trovando l'intesa su alcuni punti e conservando il dissenso su altri, affrontiamo a viso aperto problematiche come unioni civili e matrimonio omosessuale, accanimento terapeutico ed eutanasia, carcere e senso della pena, ecologia e fraternità tra esseri umani. Facciamo ciò, richiamando vicende della cronaca e nomi e cognomi: Alex Langer, Piergiorgio Welby, Eluana Englaro, Camillo Ruini, Ernesto De Martino. Tutto riportato dentro il tempo presente, le condizioni materiali della vita e le scelte individuali, nell'Italia e nell'Europa contemporanee".
Perché si definisce "poco credente"?
"Sono patologicamente innamorato delle parole e, ancor più da quando sono cieco, dei loro suoni e delle loro molteplici accezioni. Quindi tengo moltissimo anche alle definizioni. "Laico" è un termine che non amo perché al di là della sua nobile origine mi sembra che oggi corrisponda a un'idea della società dove lo spazio per il fatto religioso sia, se non escluso, ridotto al lumicino e appena sopportato. Non sono ateo e ritengo che essere agnostici rischi di corrispondere a una sorta di pigrizia intellettuale. Sono molto interessato, dunque, a una dimensione extra-mondana, alle "cose che non si vedono", come diceva Sant'Agostino, allo spirito oltre la materia. Non avendo "il dono della fede", questo mio interrogarmi ha prodotto finora uno stato di "pococredente", in ascolto e in attesa, che pure, penso, non evolverà verso una dimensione di fede".
È possibile concepire l'amore slegato dal piacere e non finalizzato alla procreazione?
"Ancora una volta il problema è determinato dalle parole: la nostra pigrizia ci induce a interpretare desiderio e piacere in un'accezione estremamente limitata e tutta "genitale", secondo una lettura - se posso dire - "anatomico-eiaculativa". Giustamente Paglia sostiene che non è solo questa l'interpretazione possibile del desiderio e dell'amore, e nemmeno dell'eros. Per me, amore, desiderio ed eros, sono strettamente legati - sia pure non in via esclusiva - alla sfera sessuale, ma trovo possibile immaginare l'amore in una dimensione diversa, dove, anche in assenza dell'atto sessuale, ci siano comunque desiderio e piacere. Io ritengo che la sfera sessuale, nell'essere umano, sia un elemento di preziosissima ricchezza emotiva e cognitiva e, per dirla con i termini della morale cattolica, il piacere non sia necessariamente finalizzato alla procreazione. Questo è un punto importante perché segnala la contraddizione, presente anche nelle posizioni più avanzate, del pensiero cattolico sull'omosessualità. Secondo l'attuale pastorale della Chiesa, l'omosessuale deve essere amato e rispettato, ma a patto che non faccia "l'omosessuale", cioè che rimanga casto. Ecco, a mio avviso, questa disposizione rivela tutta la fatica che fa la Chiesa per accettare pienamente l'identità omosessuale".
Sia Lei che Mons. Paglia sostenete la necessità di accettare, nella società, la compresenza del "bene" e del "male". Cosa intende con "dare un posto al disordine"?
"Pensare a una società che si riconosca come imperfetta e attraversata in profondità da quel male che è parte di ciascuno di noi. Ogni individuo è fatto di virtù e vizi, di attrazione per il male e disponibilità al bene. Se questo è l'essere umano e questa è la società umana nella quale opera, noi dobbiamo trovare il modo di realizzare la convivenza tra i cittadini, senza tentare di mettere al bando il male e chi lo compie (chi devia, chi trasgredisce, chi delinque): e trovare, piuttosto, per queste figure e per queste azioni politiche adeguate. Politiche che non escludano ma includano, che non producano emarginazione ma che reinseriscano nella società e consentano il manifestarsi di quel tanto o poco di consapevolezza e voglia di emancipazione che si trova in qualunque persona".
Dolore, morte, autodeterminazione: quali sono le differenze tra la sua visione e quella di monsignor Paglia?
"C'è una differenza culturale, seppure non così evidente. Io pongo la questione del dolore al centro di tutte le idee, le terapie, le politiche della salute perché ritengo che quello sia il grande rimosso della nostra medicina. Il dolore è in genere considerato l'effetto collaterale di un'altra patologia e non una patologia in sé. Prova di questo è lo scarso spazio che hanno in Italia le terapie analgesiche, il numero esiguo di hospice per i malati gravi, in particolare nel Sud, e la scarsa attenzione che le facoltà di medicina dedicano alle cure palliative. La posizione di Mons. Paglia non è troppo diversa, ma in qualche modo risente dell'antica concezione cristiana del dolore come forma di espiazione o come via crucis virtuosa o, infine, come itinerario di avvicinamento a Dio. Questa impronta, che in persone colte e sofisticate come Paglia chiaramente non ricalca gli antichi pregiudizi, comunque ci vede divisi anche sul tema dell'eutanasia. Io ritengo che davanti al dolore non lenibile, in assenza di altre soluzioni, l'eutanasia - in condizioni tassativamente definite - sia una scelta possibile, mentre Paglia la rifiuta incondizionatamente".
Avete una concezione molto diversa anche della speranza.
"Sì, qui si manifesta una profonda differenza tra noi due. Ed è anche il punto dove il nostro dialogo si blocca. Essendo egli un uomo di fede è conseguente che si nutra di speranza. All'opposto, chi non ha fede, non è necessariamente disperato: io, per esempio, ho una vita piena e moderatamente felice, ma devo dirmi comunque assai pessimista sulle sorti della nostra società e, se non vi sembra troppo retorico, sul destino dell'uomo. Mi ha molto colpito un brano di Jacques Ellul, dove si parla di "pessimismo della speranza", perché da una concezione tragica dell'esistenza può discendere non la resa e lo sconforto, bensì una ragione in più per battersi al fine di cambiare le cose".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 21 aprile 2021
Legalizzazione del suicidio assistito e depenalizzazione dell'eutanasia. Per ottenerli anche in Italia, bisognerà votare "Sì" ai due quesiti referendari depositati ieri mattina in Corte di Cassazione dall'Associazione Luca Coscioni e da alcuni rappresentanti del Comitato promotore composto da partiti (Radicali italiani, Psi, +Europa, Possibile, Volt), associazioni e un lungo elenco di parlamentari, consiglieri regionali (di Abruzzo, Fvg, Lazio, Lombardia, Marche), medici e giuristi. Occorrono però 500 mila firme da raccogliere in soli tre mesi - luglio, agosto e settembre - affinché nel prossimo autunno si possa svolgere il Referendum per l'Eutanasia Legale.
Mesi difficili, per intercettare i possibili sottoscrittori, si sa, ma la scelta del timing è stata condizionata anche dalle prossime elezioni del Presidente della Repubblica. Ieri, dopo aver depositato gli atti in Cassazione, l'avvocata Filomena Gallo e Marco Cappato, rispettivamente segretaria e tesoriere dell'associazione Coscioni, sono stati ricevuti dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia per un colloquio interlocutorio che ha avuto per oggetto soprattutto la sentenza della Consulta sul caso Cappato/Dj Fabo.
I due quesiti referendari agiscono sull'abrogazione parziale dell'art. 579 c.p. del cosiddetto "omicidio del consenziente", "l'unica fattispecie - spiega in una nota l'associazione Coscioni - che nel nostro ordinamento assume un ruolo centrale nell'ambito delle scelte di fine vita, dal momento che non esiste una disciplina penale che proibisca in maniera espressa l'eutanasia". Il fatto che la parola non venga neppure menzionata nelle leggi italiane non impedisce il divieto all'"eutanasia attiva" nella versione diretta, come accade in Olanda e Belgio, "in cui è il medico a somministrare il farmaco eutanasico alla persona che ne faccia richiesta (art. 579 c.p. omicidio del consenziente)", e nella versione indiretta, "in cui il soggetto agente prepara il farmaco eutanasico che viene assunto in modo autonomo dalla persona (art. 580 c.p. istigazione e aiuto al suicidio), fatte salve le scriminanti introdotte dalla Consulta".
Con la sentenza Cappato, infatti, la Corte costituzionale ha stabilito la non punibilità di chi "agevola l'esecuzione" del suicidio "di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli". Condizioni che devono essere prima "verificate da una struttura pubblica del Ssn, previo parere del comitato etico territorialmente competente".
Sentenza alla quale si è attenuta la Corte d'Assise di Massa che nel luglio 2020 ha assolto Cappato e Mina Welby per l'aiuto concesso a Davide Trentini quando nel 2017 raggiunse la Svizzera per il suicidio assistito. Tra pochi giorni, il 28 aprile, si aprirà il processo in Appello a Genova su richiesta dei pm che si sono opposti alla sentenza.
Abrogando parti dell'articolo 579 c.p. si otterrebbe una norma che, nel caso di aiuto al suicidio, "evita l'abuso, lasciando la condotta punita come un omicidio", e al contempo depenelizza l'eutanasia, attualmente vietata dalla fattispecie di omicidio del consenziente, "sempre nell'ambito dell'attuale assetto ordinamentale". La volontà del paziente ("col consenso di lui") verrebbe così esaltata, e ancorata direttamente alle Dat e alla stessa sentenza 242/19 della Consulta.
L'iniziativa dell'associazione Coscioni ha avuto il plauso, ieri, soprattutto di esponenti del M5S, malgrado il partito non sia entrato nel Comitato promotore. Molti parlamentari 5S però hanno aderito all'intergruppo sull'Eutanasia legale che conta 52 deputati (8%) e 20 senatori (6%) in tutto, compresi i 20 del Pd, i 6 di Leu e 4 di FI. Mentre oltre 140 mila cittadini hanno supportato la pdl di iniziativa popolare depositata nel 2013. Attualmente sono cinque le proposte di legge sull'eutanasia depositate alla Camera ma nessun testo base, perché l'iter, iniziato soltanto il 30 gennaio 2019 dopo l'ordinanza della Consulta, si è arenato sei mesi dopo nelle commissioni Giustizia e Affari sociali.
"È arrivato il momento di far decidere ai cittadini su un tema che i politici si sono rifiutati di affrontare", ha dichiarato Cappato pima di entrare al "Palazzaccio". Si cercano volontari per organizzare i tavoli in tutta Italia. Nel frattempo chi ha bisogno di conoscere i propri diritti sul fine vita da oggi ha un "Numero Bianco" (06 9931 3409) a disposizione.
di Caterina Pasolini
La Repubblica, 21 aprile 2021
Da luglio ci sarà tempo tre mesi per raccogliere le adesioni di 500mila persone. Marco Cappato e Valeria Imbrugno, compagna di dj Fabo: "Finalmente si colma un vuoto legislativo. Ognuno potrà scegliere". "Un referendum sull'eutanasia, perché siano gli italiani a decidere, perché ognuno possa scegliere sulla propria vita, sulla propria morte.
Un referendum a cui si arriva dopo anni in cui il parlamento, la politica è stata assente nonostante la richiesta della Corte costituzionale di fare una legge in materia. Il mio Fabo oggi sarebbe qui, guerriero come sempre a battersi per i diritti per la libertà di scelte delle persone. Mentre lui per poter andarsene, da quel corpo che sentiva prigione, ha dovuto emigrare di nascosto in Svizzera e chi lo ha aiutato come Marco Cappato, ha rischiato fino a 12 anni di carcere, come prevede ora la legge, prima di essere assolto". Così dice Valeria Imbrugno, compagna di una vita di Fabiano Antoniani, dj Fabo, il quarantenne milanese tetraplegico morto per suicidio assistito in Svizzera.
Ecco il numero bianco sul fine vita - Questa mattina anche lei era in Cassazione assieme ai leader dell Associazione Luca Coscioni, tra cui Marco Cappato, Filomena Gallo, Mina Welby, Marco Perduca e Rocco Berardo, insieme a rappresentanti del Comitato Promotore e ai familiari di chi ha vissuto da come lei il dramma delle scelte di fine vita, come genitori e la sorella di Luca Coscioni - Anna, Rodolfo e Monica.
Dj Fabo, assolto Marco Cappato, la legale Gallo: "La battaglia continua" - Insieme hanno presentato la richiesta per un referendum, dal primo luglio ci saranno tre mesi per raccogliere, in banchetti di piazza sparsi in tutta Italia, le cinquecentomila firme necessarie ad arrivare al voto. Al Referendum per l'Eutanasia Legale promosso da Associazione Luca Coscioni al quale hanno comunicato la propria adesione, diventando parte del Comitato Promotore: Radicali Italiani, Partito Socialista Italiano, Eumans, Volt, Più Europa.
"Un'iniziativa importante che il MoVimento 5 Stelle appoggia in pieno perché ha il referendum nel suo dna, ma che può essere anche utile a sbloccare la situazione". Ha detto Giuseppe Brescia (M5s), presidente della Commissione Affari costituzionali della Camera, annunciando che se ne discuterà a giugno in aula.
Si tratta di un referendum parzialmente abrogativo dell'art. 579 c.p., sul cosiddetto omicidio del consenziente, l'unica fattispecie che nel nostro ordinamento assume un ruolo centrale nell'ambito delle scelte di fine vita, poiché non esiste una disciplina penale che proibisca in maniera espressa l'eutanasia. In assenza della menzione stessa del termine "eutanasia" nelle leggi italiane, la realizzazione di ciò che comunemente si intende per eutanasia attiva (sul modello olandese o belga) è impedito dal nostro ordinamento.
L'eutanasia attiva è, infatti, vietata sia nella versione diretta, in cui è il medico a somministrare il farmaco eutanasico alla persona che ne faccia richiesta (art. 579 c.p. omicidio del consenziente), sia nella versione indiretta, in cui il soggetto agente prepara il farmaco che viene assunto in modo autonomo dalla persona (art. 580 c.p. istigazione e aiuto al suicidio), fatte salve le discriminanti introdotte dalla Consulta con la 'sentenza Cappato'. Con il referendum parzialmente abrogativo dell'art. 579 c.p. (omicidio del consenziente), dunque si andrebbe da un lato a distinguere l'aiuto al suicidio, e dall'altro a depenalizzare l'eutanasia, attualmente vietata dalla fattispecie di omicidio del consenziente.
"È arrivato il momento di far decidere ai cittadini su un tema che i politici si sono rifiutati di affrontare. Sono passati quasi otto anni da quando abbiamo depositato la proposta di legge per l'eutanasia legale, ma il Parlamento non l'ha discussa nemmeno per un minuto, nonostante le ripetute sollecitazioni della Corte costituzionale.
Se non si interviene ora con il referendum, il problema sarà spazzato sotto il tappeto ancora per molti anni, e noi non lo vogliamo permettere, per rispetto alle troppe persone costrette a subire condizioni di sofferenza insopportabile imposta dallo Stato italiano", ha dichiarato Marco Cappato, Tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni. Anche perché c'è voglia di informazione, spiegazioni, tanto che l'associazione Coscioni insieme a Valeria Imbrugno ha attivato un numero bianco, 06-99313409, a cui telefonare per ricevere chiarimenti in materia di fine vita, testamento biologico, eutanasia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 21 aprile 2021
"Mai come in passato, si è verificato un numero così elevato di eventi tragici", così si legge nel passaggio introduttivo sul rapporto del Garante nazione delle persone private della libertà in merito alle visite effettuate nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr). Il periodo delle visite risale nel biennio 2019- 2020 e il Garante si riferisce ai cinque cittadini stranieri che hanno perso la vita mentre scontavano una misura di detenzione amministrativa.
Sulle specifiche vicende, che differiscono per cause, circostanze e situazioni, spetta chiaramente all'Autorità giudiziaria fare luce ma, al di là dei relativi esiti procedurali, su cui comunque il Garante nazionale fa sapere che manterrà alta la propria attenzione, si osserva che "appare difficile non considerare tale serie di eventi infausti quantomeno il sintomo di realtà detentive gravemente e fisiologicamente problematiche non sempre in grado di proteggere e tutelare la sicurezza e la vita delle persone poste sotto custodia".
I problemi riscontrati dalla delegazione del Garante nazionale sono di varia natura e interpellano vari livelli di responsabilità: vuoti ordinamentali, carenze di regolazione, problemi strutturali, inadeguatezze gestionali; in tal senso, il Rapporto si concentra sugli esiti dell'attività di monitoraggio, ma non rinuncia a uno sguardo d'insieme facendo cenno anche ad alcune questioni che attengono più a un profilo di normazione che di gestione. Infatti, la prima osservazione riguarda l'aspetto normativo che, secondo il Garante, "non offre sufficienti tutele e garanzie per assicurare il pieno (articolo 14 comma 2 T. U. Imm.) e assoluto rispetto della dignità della persona (articolo 19 comma 3 decreto- legge 17 febbraio 2017 n. 13) e rischia di lasciare ampi spazi di discrezionalità ai pubblici poteri e ai soggetti responsabili della loro gestione".
Nel rapporto, il Garante puntualizza che manca una legge organica che regoli la vita all'interno dei Cpr e definisca le modalità del trattenimento favorisce trattamenti differenziati e non omogenei tra le varie strutture del territorio, nonché situazioni di informalità che "rischiano di mettere a repentaglio i diritti fondamentali delle persone trattenute". Il Garante nazionale è chiaro su questo punto. Riprende ciò che scrisse nella relazione al Parlamento del 2020, per ribadire che a più di venti anni dalla loro introduzione, i Centri di detenzione amministrativa rimangono "luoghi "non pensati" ove "la permanenza in essi segue le sorti di un "effetto collaterale", che si vorrebbe evitare e che è sostanzialmente sottovalutato".
Nel rapporto, il Garante parla di un vuoto legislativo sul punto, quindi osserva l'urgenza di una legge che regoli i modi di "trattenere". In sostanza, i migranti sono di fatto privati della libertà come i detenuti, nonostante non abbiano commesso reati. Ecco perché servirebbe una specie di ordinamento come ce l'ha il sistema penitenziario. Il Garante lo spiega bene nel rapporto. Specifica che serve per rendere conforme il dispositivo agli standard europei e internazionali in materia di privazione della libertà ampiamente trascurati nella disciplina della detenzione amministrativa, come dimostra l'enorme differenziale di tutele che da sempre la caratterizza rispetto al mondo dell'esecuzione penale, a cominciare, per esempio, dall'assegnazione all'Autorità giudiziaria di compiti di vigilanza sulle strutture analoghi a quelli della magistratura di sorveglianza.
"Emblematiche sono - si legge nel rapporto - altresì, le carenze rispetto al ruolo del sistema di sanità pubblica e alla regolamentazione di strumenti essenziali di garanzia come l'indicazione che la visita di primo ingresso sia anche orientata alla verifica di lesioni e quindi all'emersione di maltrattamenti eventualmente occorsi nelle fasi precedenti all'ingresso in struttura". Oppure, altro esempio, si pensi alla mancanza di un sistema di registrazione di tutti gli eventi critici e di una disciplina specifica sull'uso della forza e sugli accertamenti sanitari nei confronti di coloro che la subiscono: questo serve al fine di assicurare le necessarie cure mediche e l'acquisizione di elementi per una puntuale ricostruzione dei fatti.
Restano poi problemi nelle strutture, "dall'architettura rudimentale", carenza di spazi di socialità o luoghi di culto, "che peraltro attenuerebbe le tensioni". Inoltre, il Garante osserva la mancanza dei più basilari elementi di arredo, incluse le porte dei bagni. "Come se l'individuo - osserva il Garante - smettesse di essere persona con una propria totalità umana da preservare nella sua intrinseca dignità, dimensione sociale, culturale relazionale e religiosa per essere ridotta esclusivamente a corpo da trattenere e confinare".
Alcuni esempi. Nella progettazione e realizzazione dei lavori di adeguamento di alcune strutture, come per esempio la sezione maschile del Cpr di Roma- Ponte Galeria, il garante denuncia che non si è tenuto conto di alcuni standard di sicurezza elementari per la privazione della libertà delle persone migranti, elaborati sia dagli organismi internazionali di controllo che dal Garante nazionale stesso.
Senza contare - come si legge sempre nel rapporto - alcune inefficienze progettuali presenti, per esempio, nel Cpr di Gradisca d'Isonzo dove il fumo all'interno dei locali detentivi anche di quantità minimale provoca il blocco del sistema di riscaldamento. Il Garante è netto: sotto il profilo delle condizioni materiali dei Cpr, "il cambio di passo è un imperativo". Al rapporto il garante allega anche la risposta del Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione, che assicura disponibilità economica e organizzativa per migliorare gli aspetti strutturali segnalati.
di Raffaella Malito
La Notizia, 21 aprile 2021
Il referendum per l'eutanasia legale è stato depositato ieri mattina in Corte di Cassazione, alla presenza dei leader dell'Associazione Luca Coscioni, tra cui Marco Cappato, Filomena Gallo, Mina Welby, Marco Perduca e Rocco Berardo. Insieme a rappresentanti del Comitato Promotore e ai familiari di chi ha vissuto da vicino il dramma delle scelte di fine vita, come Valeria Imbrogno, compagna di Fabiano Antoniani, i genitori e la sorella di Luca Coscioni.
Muro contro muro eutanasia e legge Zan - Si tratta di un referendum parzialmente abrogativo dell'art. 579 del codice penale sul cosiddetto omicidio del consenziente, l'unica fattispecie che nel nostro ordinamento assume un ruolo centrale nell'ambito delle scelte di fine vita. Presenti anche alcuni parlamentari pentastellati, i socialisti guidati da Enzo Maraio, i leader di +Europa, la segretaria di Possibile, Beatrice Brignone.
Una battaglia questa che il M5S sposa all'unanimità.
"Farò quanto in mio potere per dare seguito all'iter delle proposte sul fine vita, da troppo tempo in attesa di una soluzione", dichiara Mario Perantoni, presidente pentastellato della commissione Giustizia della Camera. "È giusto che i cittadini arrivino dove non arriva la politica e questa iniziativa è molto utile per dare una scossa al Parlamento", dice Giuseppe Brescia (M5S), presidente della commissione Affari Costituzionali di Montecitorio. La discussione è prevista nell'aula della Camera a giugno.
Le destre più oscurantiste di sempre frenano il parlamento sui diritti - Ma, a quanto risulta all'Agi, si sta lavorando sotto traccia anche a un piano B. Ovvero sul tema del suicidio assistito. Quando si è in presenza di una malattia terminale e di una sofferenza "intollerabile" il suicidio assistito non è perseguibile: si fonderebbe su questo cardine un testo di legge che l'ex maggioranza giallorossa dovrebbe presentare nei prossimi giorni in Commissione Giustizia e Affari sociali di Montecitorio. E poi su questo si dovrebbe aprire il confronto all'interno della maggioranza. Ma si tratterà di un percorso pieno di insidie.
Lega e M5S due anni fa non sono riusciti a mettersi d'accordo su un testo di legge. Il leader Matteo Salvini dichiarò di essere contrario al "suicidio di Stato imposto per legge": "La vita è sacra e da questo principio non tornerò mai indietro". Senza considerare che, sempre a suo tempo, la Lega fu il gruppo più accanitamente contrario alla legge sul testamento biologico.
Ma sui temi etici e sui diritti il Carroccio non ha mai brillato. Emblematico quanto sta capitando al Senato sul ddl Zan con il presidente della Commissione Giustizia della Lega, Andrea Ostellari, che sta impedendo la calendarizzazione del provvedimento sull'omotransfobia. "Non ha bisogno dell'incontro dei presidenti dei gruppi, come da lui richiesto: basta che svolga il suo lavoro. Ha tutti gli strumenti, agisca", accusa Simona Malpezzi, capogruppo del Pd a Palazzo Madama.
E più senatori si mobilitano chiedendo l'intervento del presidente del Senato. Anche qui i pentastellati si schierano apertamente. La delegazione M5S al Parlamento Ue condivide l'iniziativa assunta dall'integruppo Lgbti. In una lettera inviata a Ostellari, 56 europarlamentari, provenienti da diversi Stati membri, preoccupati chiedono di avviare la discussione del ddl Zan e di metterlo ai voti quanto prima.
di Fabrizio Dragosei
Corriere della Sera, 21 aprile 2021
Il principale oppositore di Putin continua lo sciopero della fame da tre settimane. La Corte europea apre un procedimento sulla detenzione. È stato trasferito in una struttura sanitaria per detenuti, ma le condizioni fisiche di Aleksej Navalny non sono migliorate, secondo il racconto del suo avvocato che ha potuto incontrarlo. Il principale oppositore di Putin, in prigione per scontare una condanna che la Corte europea ha definito ingiusta, continua lo sciopero della fame mentre la stessa Corte ha notificato ieri al governo di Mosca il suo ricorso presentato contro la detenzione in carcere.
Le autorità rifiutano di farlo esaminare dai suoi medici di fiducia: secondo loro, lo stato di salute del prigioniero è "soddisfacente" e i sanitari si stanno occupando di lui con una terapia a base di vitamine che sarebbe stata accettata da Navalny. Il punto è che se veramente l'uomo è in pericolo di vita e continua a non alimentarsi, la cura appare insufficiente. Il tutto mentre gli Stati Uniti chiedono che a Navalny sia immediatamente permesso di sottoporsi alle cure di medici indipendenti, secondo quanto richiesto dal Dipartimento di Stato.
Intanto ci sono nuove iniziative degli organi pubblici sia contro le manifestazioni di protesta indette per domani che nei confronti dell'intero apparato organizzativo dell'opposizione legata a Navalny. L'elenco delle centinaia di migliaia di persone che avevano indicato su un sito la volontà di partecipare a una protesta di piazza è stato misteriosamente compromesso da hacker non identificati che ora hanno le email di tutti.
Poi è stato avviato un procedimento per etichettare come estremista la Fondazione di Navalny contro la corruzione. Gli atti di questa iniziativa sono stati secretati, nel senso che l'avvocato della Fondazione non ha potuto vederli. Se il tribunale accetterà la tesi della Procura, i funzionari potranno essere arrestati. Anche coloro che hanno fatto una semplice donazione (e sono migliaia i russi coinvolti) possono essere denunciati penalmente. Così il direttore della Fondazione e un altro funzionario sono fuggiti all'estero. La stessa Procura ha intimato a tutti di non partecipare alle manifestazioni che non sono state autorizzate (ma avere il via libera delle autorità è impossibile). E ai social network è stato ordinato di rimuovere i post sulle proteste previste in almeno 100 città.
Mentre Europa e Stati Uniti rinnovano la richiesta al Cremlino di liberare Navalny e di trattarlo umanamente, una settantina di persone hanno iniziato uno sciopero della fame di solidarietà. Tra queste anche quattro membri del comitato delle madri di Beslan, la cittadina dove centinaia di adulti e bambini morirono nel 2004 durante il sequestro dei terroristi ceceni. "È stato preso in ostaggio e lo stanno finendo. Anche i nostri figli allora non furono salvati. Noi siamo passate tramite centinaia di tribunali e abbiamo capito che in Russia i tribunali non esistono".
di Umberto De Giovannangeli
Il Riformista, 21 aprile 2021
Il rapporto annuale del Centro Astalli. Ottanta milioni di persone nel mondo in fuga da dittature, violenze e povertà. Per loro il virus non è il peggiore dei mali. In aumento gli arrivi da mare in Italia nel 2020, ma crollano le richieste di asilo ostacolate dalla burocrazia. Padre Camillo Ripamonti: "Cresce la precarietà, investire su welfare e integrazione. E a Draghi dico: evacuare subito i centri di detenzione libici".
L'anno della pandemia visto dalla parte dei più indifesi tra gli indifesi: migranti e rifugiati. Il Rapporto annuale del Centro Astalli - sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati - il secondo che esce durante l'emergenza sanitaria, descrive un anno, il 2020, al fianco di oltre 17mila rifugiati e richiedenti asilo, con dati su servizi offerti, nazionalità e status.
Ne emerge un quadro in cui l'onda lunga dei decreti sicurezza e le politiche di chiusura - se non addirittura discriminatorie - che hanno caratterizzato la normativa su immigrazione e asilo fino a fine 2020, acuiscono precarietà di vita, esclusione e irregolarità. Il 2020, l'anno segnato dallo scoppio della pandemia da Covid-19, dal lockdown e dalle misure restrittive per arginare la diffusione dei contagi, ha registrato un aumento degli arrivi via mare di migranti in Italia (34mila), dopo due anni di diminuzione (23mila nel 2018 e 11mila nel 2019).
Per molti migranti forzati il Covid non è quindi il peggiore dei mali da affrontare. Violenze, dittature, profonde ingiustizie sociali ed economiche costringono quasi 80 milioni di persone nel mondo a mettersi in cammino verso un paese sicuro. Allo stesso tempo però sono diminuite le richieste d'asilo in Italia: 28mila (contro le 43.783 del 2019). Nonostante numeri decisamente bassi di arrivi rispetto al recente passato, il sistema di protezione fatica a rispondere efficacemente ai bisogni delle persone approdate nel 2020 o già presenti sul territorio.
In un anno di accompagnamento dei migranti forzati, complice la pandemia, il Centro Astalli ha registrato un aumento degli ostacoli frapposti all'ottenimento di una protezione effettiva, un intensificarsi del disagio sociale e della marginalizzazione dei rifugiati. Molte situazioni, già in equilibrio instabile, si sono trasformate in condizioni di grave povertà.
Persone rese fragili da viaggi spesso drammatici che durano mesi o anni, si scontrano con normative e prassi dei singoli uffici non di rado discriminatorie, rendendo spesso le questioni burocratiche un potenziale vicolo cieco.
Non pochi davanti all'ennesima difficoltà rinunciano a far valere i loro diritti, convinti di non avere alcuna possibilità di vederli riconosciuti. La richiesta di servizi di bassa soglia (mensa, docce, pacchi alimentari, medicine) è forte su tutti i territori: si calcolano 3.500 utenti alla mensa di Roma (tra cui 2.198 richiedenti o titolari di protezione) di questi più del 30% è senza dimora, in stato di grave bisogno e tra loro, per la prima volta dopo molti anni, hanno chiesto aiuto anche italiani. Più di 2.600 utenti si sono rivolti al centro diurno a Palermo.
A Trento si è avuta la necessità di trasformare un dormitorio notturno per l'emergenza freddo in un servizio di accoglienza di bassa soglia con uno sportello di assistenza dedicato ai richiedenti asilo senza dimora. A Bologna è stato dato in gestione al Centro Astalli uno spazio in cui realizzare un dormitorio per richiedenti e rifugiati. I primi esclusi dalla protezione internazionale sono gli sfollati interni che rimangono bloccati nei confini degli Stati da cui scappano, sempre più invisibili, non riescono a raggiungere un Paese sicuro, in cui chiedere protezione.
L'aver bloccato gli ingressi a causa della pandemia (durante il primo picco, 90 Paesi hanno chiuso completamente le frontiere anche ai richiedenti asilo), la mancanza di azioni di soccorso e ricerca nel Mediterraneo centrale da parte di governi e Unione europea, l'aver fortemente limitato le azioni delle Ong, finanziando invece attività di ricerca e respingimento da parte della guardia costiera libica, non ha bloccato i flussi irregolari di migranti ma ne ha reso solo meno visibili le conseguenze. Nel 2020 sono stati oltre 11.000 i migranti soccorsi o intercettati nel Mediterraneo, riportati in Libia e li detenuti in condizioni che le Nazioni Unite definiscono inaccettabili.
A questi si aggiungono le oltre 1.400 vittime accertate di naufragi nel corso del 2020. Anche quest'anno molte delle persone che si sono rivolte al centro SaMiFo (Salute Migranti Forzati) sono state vittime di gravi violenze in Libia. Riferiscono di essere state torturate, ma anche di aver subito percosse e abusi indiscriminati.
"Il Rapporto annuale documenta che il numero delle persone che sono arrivate nel 2020 sono aumentate - rimarca a Il Riformista padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli - E questo ci dice come le persone, nonostante la pandemia fuggono lo stesso da situazioni di violenza, pensiamo ad esempio ai centri di detenzione in Libia. La pandemia per loro non è il peggiore dei mali. E uno dei tanti mali che affligge la loro vita. In Italia e nel mondo sono diminuite le richieste d'asilo.
La procedura per accedere al riconoscimento della protezione internazionale si é ridotta un po' in generale, legata appunto alla situazione di difficoltà della pandemia. Ma questo ci dice anche -spiega padre Ripamonti - che c'è, in Europa e nel mondo, una erosione del diritto d'asilo. Si sta perdendo di vista quello è che è la protezione internazionale delle persone.
Dal Rapporto emerge la difficoltà sempre maggiore delle persone anche in questo tempo. Quelle persone che abbiamo lasciato ai margini con politiche di esclusione, durante la pandemia sono state ancora più in difficoltà. E questo perché non abbiamo investito sull'integrazione. La prospettiva per i prossimi anni dovrebbe essere, a nostro avviso, quella di un investimento sta una integrazione che sia però anche una integrazione trasversale, perché i problemi dei migranti sono i problemi dei cittadini in generale la salute, il lavoro, la casa.
Quindi un investimento generale sul welfare che abbiamo un po' dimenticato, come Italia ma anche come Europa. Ritengo che l'investimento dei prossimi anni debba essere un investimento sullo Stato sociale in generale, con una attenzione all'integrazione delle fasce più fragili e tra queste quelle dei migranti e dei rifugiati". Da cosa iniziare, qual è la priorità tra le priorità che lei indicherebbe al presidente Draghi?, chiediamo a padre Ripamonti.
"Ce ne sono due fondamentalmente - è la sua risposta. In questo momento, l'evacuazione dei centri di detenzione in Libia. Liberare queste persone da una condizione di detenzione che non conosce i diritti umani. E poi guardare al futuro con l'integrazione. Che è qualcosa che punta sull'amicizia sociale, sulla coesione sociale. In questo momento in cui siamo così tutti in difficoltà, puntare su qualcosa che costruisca comunità. E l'integrazione dei migranti è un elemento che costruisce comunità".
di Alessandra Muglia
Corriere della Sera, 21 aprile 2021
Ferito negli scontri con i miliziani, è morto appena rieletto per il sesto mandato. L'offensiva puntava a raggiungere la capitale per rovesciarlo. Ora 18 mesi di transizione guidata dal figlio poi il voto, annunciano i generali. I ribelli puntavano a raggiungere la capitale per rovesciarlo. Idriss Déby invece gli è andato incontro: appena rieletto per un sesto mandato, il presidente-maresciallo del Ciad si era recato a visitare le truppe impegnate nella linea del fronte, nel Nord del Paese. Militare di carriera, 68 anni, Déby è morto dopo essere rimasto ferito dai miliziani.
L'esercito stava cercando di fermare i ribelli che dalle loro basi libiche sabato scorso avevano lanciato un'offensiva con l'obiettivo di arrivare alla capitale, Ndjamena, e deporlo. Da oltre due anni il Nord del Ciad è teatro della ribellione del Fronte per l'alternanza e la concordia del Ciad (Fact). Il gruppo armato l'11 aprile aveva sferrato un attacco che era stato rivendicato ed espressamente collegato alle elezioni presidenziali, iniziate lo stesso giorno. Il 17 aprile l'esercito si era contrato con i ribelli nel Kanem, provincia che dista soltanto 300 km dalla capitale. Qui potrebbe essere rimasto ferito Déby.
In carica dal golpe del 1990, da tempo Déby non aveva più il consenso della popolazione: per impedire ogni alternanza politica democratica e assicurarsi il potere reprimeva le manifestazioni, imbavagliava le opposizioni, compiva arresti arbitrari, diversi candidati dell'opposizione anche in questa tornata elettorale erano stati costretti a farsi da parte. Nel 2019 Déby aveva fatto votare una legge ad hoc alzando a 45 anni l'età per potersi candidare, così da tenere fuori gli oppositori più giovani. L'Occidente, Francia in primis, ha chiuso un occhio sugli abusi del regime e il suo pugno di ferro perché il Ciad è diventata una base strategica nella lotta contro il terrorismo nel Sahel.
Ora ci saranno 18 mesi di transizione seguiti da "libere elezioni", ha annunciato in tv il portavoce dell'esercito. Capo della transizione è uno dei suoi figli: Mahamat Idriss Déby, generale a quattro stelle già a 37 anni e comandante della guardia presidenziale, guiderà il consiglio militare incaricato di sostituire il padre. Le "libere elezioni" previste tra un anno e mezzo sono una difficile scommessa, non ristretta ai confini del Ciad.
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