di Fabrizio Floris
Il Manifesto, 21 aprile 2021
La crisi umanitaria nella regione etiope si allarga. Stupro usato come arma. E mentre il Tplf avanza e guadagna nuove reclute, gli Stati Uniti chiedono il ritiro eritreo e Sudan ed Egitto avvertono sul caso caldissimo della Grande diga. Prima era un'operazione di polizia, poi l'operazione è terminata ed è iniziata una guerra. Poi la guerra è finita, ma i combattimenti proseguono. Prima c'erano gli eritrei, poi gli eritrei se ne sono andati e invece sono ancora lì. È la narrazione che è andata avanti durante questi sei mesi di conflitto nella regione etiope del Tigray e di cui non si vede la fine, anzi le milizie del Tplf sembrano guadagnare vittorie e soprattutto nuove reclute.
Tutto è molto complicato fuori dalle città e vi sono denunce di tentativi di manipolazione dei media occidentali. Secondo l'antropologa Natalia Paszkiewicz ai rifugiati del campo di Hitsats il Tplf avrebbe fatto "indossare uniformi dell'esercito eritreo" e li avrebbe obbligati a "tagliare il seno a un gruppo di donne". Ma gli scontri tra rifugiati e Tplf avrebbero interrotto la scena.
Fatto sta che le violenze continuano e i civili ne fanno per primi le spese: il 12 aprile 19 civili feriti gravi sono stati portati all'ospedale Kidane Mehret di Adua. A ferirli sarebbero stati soldati eritrei che indossavano uniformi dell'esercito etiope. Oltre la violenza delle armi sussiste la violenza dei corpi: secondo Mark Lowcock responsabile per gli aiuti umanitari dell'Onu la violenza sessuale è usata come arma di guerra nel Tigray. La crisi umanitaria, continua il funzionario, "si è aggravata nell'ultimo mese per le difficoltà di accesso in diverse aree e le persone muoiono di fame".
I problemi non riguardano solo il Tigray. La settimana è stata segnata da violenze anche nella zona di North Shewa, nella regione Amhara dove sono state uccise almeno 18 persone. Il principale indiziato delle violenze è l'Oromo Liberation Army (Ola) che tuttavia ha dichiarato di non essere presente nell'area dove sono avvenuti gli scontri. A emergere, secondo la Commissione etiope per i diritti umani, "è la brutalità delle violenze. Non sono solo gli omicidi, ma l'entità della brutalità".
Altro problema ancora in essere è la diga della rinascita etiope (Gerd). L'Etiopia intende riempire l'invaso nel prossimo mese di giugno (stagione delle piogge), ma secondo Sudan ed Egitto questo avrebbe conseguenze gravissime. I colloqui di mediazione di Kinshasa sotto l'egida dell'Unione africana sono falliti e ieri il primo ministro sudanese Abdalla Hamdok ha chiesto un vertice urgente ai leader dei tre Paesi. L'inviata del governo americano presso l'Onu Linda Thomas-Greenfield ha chiesto il ritiro delle truppe eritree dall'Etiopia "immediatamente" dopo le denunce di stupri e violenze sessuali. L'Eritrea ha respinto le accuse di abusi e un alto funzionario ha dichiarato alla Bbc che le accuse sono "fabbricate". Al Consiglio di sicurezza Onu l'ambasciatore eritreo Sophia Tesfamariam ha dichiarato che "il ritiro delle forze eritree è iniziato, poiché la minaccia è stata sventata", ma per Lowcock "non ci sono prove del ritiro". Una lunga cicatrice percorre testa e spalla del Paese, come una collana rotta.
di Luigi Mastrodonato
lifegate.it, 21 aprile 2021
Lo Zimbabwe ha rilasciato circa 400 detenuti nell'ambito di un piano governativo volto a ridurre la pressione sulle carceri del paese, note per il loro sovrappopolamento e per le violazioni dei diritti umani. Il paese è in ginocchio per la seconda ondata di Covid-19 e diversi focolai sono esplosi anche negli istituti penitenziari. A beneficiare della misura sono stati i condannati per reati non violenti, ora però le ong chiedono che a essere liberati siano anche i numerosi attivisti politici e oppositori arrestati nei mesi scorsi. Intanto anche altri paesi hanno proclamato amnistie simili e pene alternative per combattere la diffusione del virus nelle carceri.
Il piano di amnistia dello Zimbabwe ha origini precedenti alla pandemia. Nel 2018 il presidente Emmerson Mnangagwa, successore di quel Robert Mugabe al potere dal 1987 al 2017, ha deciso di perdonare 3mila detenuti attraverso un atto di amnistia considerato necessario per decongestionare le sovrappopolate carceri del paese. Ai tempi vi erano circa 22mila detenuti a fronte di 17mila posti e se da una parte migliaia di prigionieri sono stati effettivamente liberati, dall'altra c'è stato un incremento degli arresti negli ultimi tempi.
Come denunciato da diverse associazioni per i diritti umani, le autorità hanno usato le restrizioni per il Covid-19 come pretesto per imprigionare diversi oppositori politici e giornalisti. In effetti il paese vive un certo livello di tensione politica e sociale e soprattutto nell'estate scorsa, nella capitale Harare, si sono tenute manifestazioni contro la corruzione e la malagestione dell'emergenza sanitaria. Molte persone sono state arrestate, mentre diversi rapporti recenti, anche dal Dipartimento degli Stati Uniti, hanno accusato le autorità dello Zimbabwe di uccisioni arbitrarie di civili e tortura.
Anche nelle carceri del paese la situazione è critica lato diritti umani. In una singola cella si trovano a convivere fino a 25 persone e il distanziamento sociale non esiste, elementi che hanno favorito l'esplosione di focolai di coronavirus al loro interno, mentre il paese vive una seconda ondata pandemica causata dalla diffusione della "variante sudafricana" del virus. Da qui la decisione del presidente Mnangagwa di proseguire sulla strada dell'amnistia. Circa 400 persone, tutte condannate per reati non gravi, sono state liberate nelle scorse ore. La quasi totalità erano detenute nel carcere di massima sicurezza di Chikurubi, noto storicamente per le violazioni dei diritti umani e le condizioni sanitarie precarie. Le associazioni per i diritti umani stanno chiedendo al presidente di proseguire su questa strada, liberando anche le centinaia di attivisti politici e oppositori arrestati negli ultimi tempi.
Quello dello Zimbabwe non è l'unico caso di amnistia nel mondo negli ultimi mesi. La pandemia ha trovato nelle carceri un ambiente molto vulnerabile, a causa della prossimità della sua popolazione ma anche del sovraffollamento endemico al sistema. In Myanmar nel 2020 sono stati liberati circa 25mila detenuti in occasione della celebrazione del nuovo anno buddista. Niente di nuovo in realtà, un atto di clemenza che si ripete cronicamente, ma l'emergenza coronavirus ha certamente dato una spinta alla portata delle ultime scarcerazioni, che hanno riguardato il doppio delle persone rispetto alle precedenti occasioni.
Sempre nella primavera scorsa, la Turchia di Recep Erdoğan ha annunciato la liberazione di circa 90mila detenuti, condannati per reati comuni, a fronte di una popolazione carceraria totale di 300mila persone. Una misura volta a ridurre la pressione sul sistema più sovrappopolato del continente europeo di fronte alla diffusione del virus e che però, come nel caso dello Zimbabwe, non ha riguardato oppositori e giornalisti, oggetto da tempo di una campagna repressiva da parte del regime turco. Anche Marocco, Algeria, Tunisia e Libia hanno disposto il rilascio di migliaia di detenuti nel corso del 2020 a causa dell'emergenza sanitaria. Un'amnistia che ha riguardato nel complesso circa 15mila persone, ma che anche in questo caso non ha visto coinvolti gli oppositori politici, come il movimento marocchino Hirak.
La popolazione carceraria si è poi ridotta anche nell'Occidente, sebbene non attraverso vere e proprie amnistie. Un po' in tutta Europa, compresa l'Italia, si è cercato di favorire il ricorso alle misure alternative alla pena come i domiciliari, mentre in altri casi si è accorciato il periodo di detenzione per chi si trovasse a scontare gli ultimi mesi di condanna. Lo stesso è avvenuto in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, dove la popolazione carceraria è crollata di 170mila persone nel 2020 a causa del Covid-19. I dati provenienti dagli Usa mostrano d'altronde la violenza della pandemia all'interno del sistema penitenziario: oltre un terzo dei detenuti americani ha contratto il virus, contro meno di una persona su dieci nel mondo di fuori.
di Mara Morini
Il Domani, 21 aprile 2021
Quando si tratta di commentare notizie che riguardano la Russia, un analista politico si scontra sempre con contradditorie fonti di informazione. Il "caso Navalnyj" non costituisce un'eccezione. I sostenitori e la figlia del blogger russo hanno lanciato l'allarme sulle gravi condizioni di salute: "Potrebbe morire da un momento all'altro".
Dal 31 marzo Navalnyj è in sciopero della fame per protestare contro le autorità penitenziarie che gli negano la visita dei suoi medici di fiducia pur manifestando un dolore alla schiena, l'intorpidimento delle gambe, febbre e una forte tosse. La perdita di 15 chili (di cui 8 ancor prima del digiuno) e le conseguenze dell'avvelenamento da Novichok hanno accelerato lo stato di malessere. Il bollettino medico diffuso dai famigliari attesta che il potassio di Navalnyj è a 7,1 (normalmente tra 3,6 e 5,5), la creatinina a 152 (tra 80 e 114 il valore normale) e l'acido urico a 809 (fino a 420 il valore standard). Valori che confermerebbero un'imminente aritmia e/o arresto cardiaco.
Dall'altro lato, le autorità russe hanno sempre sottolineato che le condizioni del prigioniero "sono soddisfacenti" e minacciato l'ipotesi di sottoporlo a un'alimentazione forzata a dimostrazione della volontà di curarlo per evitare che muoia in carcere. Sono stati anche diffusi video da Ren tv e Izvestija che mostrano il prigioniero mentre dorme tranquillamente, legge ed esegue flessioni a terra. Per il Cremlino Navalnyj è un provocatore sostenuto dalle intelligence straniere per destabilizzare il paese. Ieri il canale Rossija 24 ha mostrato una foto che compara il volto di Navalnyj a quello ubriaco dell'ex presidente Boris Eltsin; un messaggio che affianca l'immagine del dissidente al protagonista del più traumatico periodo storico del paese. I collaboratori dell'attivista hanno convocato la "più grande manifestazione della storia del paese" per oggi alle 19, lanciata dalla piattaforma online Free.Navalny.com a cui hanno aderito sinora 465.000 persone in 106 città. Nello stesso giorno in cui il presidente Vladimir Putin terrà il suo discorso alla nazione si prevede che le forze dell'ordine prenderanno tutte le misure necessarie per fermare queste "illegali" azioni di protesta. Inoltre, sono stati adottati provvedimenti legislativi che inseriscono la Fondazione per la lotta contro la corruzione di Navalnyj tra le "agenzie straniere estremiste" e, come tale, soggetta alla messa in bando e all'incarcerazione sino a dieci anni dei suoi dirigenti, dipendenti e di chiunque abbia condiviso loghi, simboli e contenuti dell'organizzazione.
L'istituto di ricerca indipendente Levada ha pubblicato i risultati di un'inchiesta in base alla quale l'82 per cento dei russi è a conoscenza dell'esito del processo di Navalnyj, il 48 per cento ritiene che la condanna sia giusta, il 29 per cento sia ingiusta e il 23 per cento ha difficoltà a rispondere. Tra coloro che ritengono ingiusta la decisione, il 50 per cento è compreso nella fascia d'età 18-24, il 36 per cento tra i 25-39 mentre il 60 per cento degli over 55 condivide la sentenza. La questione generazionale sembra discriminare meglio l'atteggiamento di protesta o di consenso nei confronti del Cremlino. Navalnyj può contare sulla voglia di cambiamento in atto tra i giovani che guardano con interesse alle opportunità che l'occidente può offrire.
Navalnyj è considerato il principale oppositore del Cremlino molto più all'estero che dall'opinione pubblica russa. Tuttavia, il "caso Navalnyj" costituisce una delle più significative cause di tensione e deterioramento dei rapporti con l'occidente e Putin ormai non può far finta che questo problema non esista. È probabile che il Cremlino abbia sottovalutato le capacità strategiche e il carattere ostinato e irriducibile di Navalnyj quando gli ha concesso lo scorso agosto di recarsi in Germania: rimanendo in Russia la salute di Navalnyj non avrebbe assunto una "rilevanza internazionale".
Se guardiamo ai precedenti illustri dei dissidenti nella storia della Russia di Putin, come i casi di Michail Chodordovskij e Sergej Magnitskyj, Navalnyj sta usando il proprio corpo come l'unica arma politica che gli è rimasta a disposizione per mantenere viva l'attenzione dei cittadini in vista delle prossime elezioni parlamentari. Cosa potrebbe succedere se Navalnyj dovesse morire? I suoi sostenitori rischierebbero l'oblio e l'opposizione extra-parlamentare rimarrebbe frammentata e inefficace: alcuni dei suoi più stretti collaboratori sono già scappati all'estero.
Per l'occidente Navalnyj diventerebbe un martire, ma de facto verrebbe meno uno strumento per sostenere la "promozione dei diritti" in Russia, i leader europei si limiterebbero a dichiarazioni di sconcerto e applicherebbero altre sanzioni. Per Putin si risolverebbe un problema anche di livello internazionale, ma sarebbe indifferente alle accuse di essere un "killer", come ha già dimostrato in passato.
In questo contesto l'occidente non può lasciare solo Navalnyj, ma dovrà rivalutare una più efficace azione persuasiva sostituendo il dialogo e la negoziazione alla politica assertiva che sinora non ha portato risultati.
di Giuseppe Sarcina
Corriere della Sera, 21 aprile 2021
L'agente il 25 maggio 2020 soffocò l'afroamericano di 46 anni. La giuria: "È tre volte colpevole". Attesa la decisione del giudice sull'entità della pena. Colpevole. Tre volte colpevole. Il poliziotto Derek Chauvin ha ucciso George Floyd. La giuria ha deciso rapidamente, dopo solo dieci ore di discussione e senza chiedere chiarimenti alla Corte di Minneapolis. Toccherà ora al giudice Peter Cahill, fissare l'entità delle pene, entro sei-otto settimane.
A carico di Chauvin erano state formulate tre imputazioni. Colpevole in tutti e tre casi: omicidio colposo, ma con il presupposto di un'aggressione o di un assalto contro la persona, senza tenere in conto le possibili conseguenze; omicidio dovuto a una condotta pericolosa e negligente; omicidio preterintenzionale, causato da un comportamento irragionevolmente rischioso. Le punizioni base oscillano tra i 10 e i 15 anni di reclusione per le due prime accuse; cinque anni per la terza. Solo con le aggravanti, per esempio omicidio commesso davanti a testimoni minorenni, si potrà arrivare fino a 40 anni di carcere. È una sentenza storica per l'America. È la condanna attesa da una larga parte del Paese. A cominciare da Joe Biden, che ieri aveva rotto il silenzio prima che arrivasse la notizia: "Prego perché il verdetto sia quello giusto. Per me le prove sono travolgenti. Lo dico solo ora perché la giuria è in ritiro". Il presidente è poi intervenuto ancora in serata, con un discorso televisivo in cui invitato il Paese ora a restare unito. "Siamo sollevati" ha detto Biden, che fra l'altro ha parlato al telefono con i familiari di George Floyd. Ben Crump, avvocato dei familiari della vittima, ha postato su Twitter un video della telefonata. "Non c'è niente che possa far andare meglio le cose" ha detto il presidente commentando la morte del loro congiunto, "ma almeno c'è giustizia". "La condanna è un passo gigante nella lotta contro il razzismo" ha aggiunto Biden.
I dodici giurati, sei bianchi, quattro afroamericani, due di altra etnia, cinque uomini e sette donne, si erano chiusi in Camera di consiglio da lunedì sera. Hanno ripercorso le prove e soprattutto i filmati di un processo inedito, costruito sulle immagini riprese dalle "body camera" degli agenti, dalle telecamere di sicurezza e dai telefonini dei testimoni. La Procura ha mostrato ancora una volta la sequenza che ha indignato il mondo: Chauvin che preme il suo ginocchio sul collo di George, ammanettato e immobilizzato, pancia a terra.Nove minuti e 29 secondi, in quella sera del 25 maggio 2020. Sono i fotogrammi che lo scorso anno sollevarono un'onda di proteste in tante città degli Stati Uniti, guidate dal movimento di "Black Lives Matter". I testimoni convocati in aula hanno commentato con angoscia, spesso piangendo, quella scena. Tra loro una bambina di nove anni: "è molto triste".
Davanti al tribunale, una folla di persone ha accolto la sentenza con sollievo, con canti di gioia. Dentro, sul banco degli imputati, Derek Chauvin ha ascoltato il verdetto di condanna ed è stato subito portato in carcere. Un uomo isolato: nessuno dei suoi ex colleghi lo ha difeso. Anzi, tra le deposizioni decisive c'è sicuramente quella del capo della Polizia Medaria Arradondo, anche lui afroamericano. È stato lui a dichiarare che "quella pratica", cioè quel ginocchio, quel ghigno, quella mano in tasca, "non fanno parte delle regole della polizia di Minneapolis; è stata un'iniziativa, un'improvvisazione di Chauvin". L'avvocato Eric Nelson, il legale di Chauvin, non ha mai avuto grandi margini. Ha cercato di seminare dubbi, di smontare la ricostruzione dei fatti. Ma è andato a sbattere contro la forza insormontabile delle immagini. Contro l'evidenza del referto medico: George è morto per asfissia, non per overdose di oppioidi. Ora la tensione si scioglierà a Minneapolis, la città del Minnesota in bilico da giorni, con la Guardia nazionale schierata in forze, con i distretti di polizia protetti da alti reticolati. Dovrebbe rientrare l'allarme anche nelle altre città, in particolare a Chicago e a Washington Dc. E la parola adesso passerà alla politica, al Congresso degli Stati Uniti, dove la Camera ha già approvato una legge di riforma della polizia, con standard nazionali per l'addestramento e per l'uso della forza.
La sentenza del processo Floyd segnerà la storia del Paese. In tre settimane di dibattimento si sono concentrate le tensioni accumulate da un anno, da quella sera del 25 maggio 2020, quando George, afroamericano di 46 anni, entrò in un negozio per comprare un pacchetto di sigarette, pagò con una banconota contraffatta da 20 dollari, risalì in macchina e poco dopo iniziarono gli ultimi 9 minuti e 29 secondi della sua vita. Ammanettato, sdraiato con il petto contro l'asfalto. Sul collo il ginocchio del poliziotto Derek Chauvin.
Le accuse - A carico di Chauvin sono state formulate tre imputazioni. Proviamo a trasporle nelle nostre fattispecie penali con un inevitabile margine di approssimazione:
• omicidio colposo, ma con il presupposto di un'aggressione o un assalto contro la persona, senza tenere in conto le possibili conseguenze;
• omicidio dovuto a una condotta pericolosa e negligente;
• omicidio preterintenzionale, causato da un comportamento irragionevolmente rischioso.
Toccherà al giudice Peter Cahill fissare l'entità delle pene, che non si possono cumulare in caso di condanna simultanea per tutti e tre i reati. In questo caso viene comminata la pena più alta. Le punizioni base oscillano tra i 10 e i 15 anni di reclusione per le due prime accuse; e di cinque anni per la terza. Solo con le aggravanti, per esempio omicidio commesso davanti a testimoni minorenni, si potrà arrivare fino a 40 anni di carcere.
Il processo 2.0 - È stato un processo inedito, 2.0, costruito sulle immagini girate dalle "body camera" in dotazione agli agenti, dai telefonini dei testimoni, dalle telecamere di sicurezza. Un racconto in presa diretta, crudo e drammatico, dalla periferia di Minneapolis, in Minnesota. Un luogo familiare, perché simile ai quartieri marginali di tante metropoli americane. Le prime sequenze ci mostrano uno sprazzo della vita quotidiana di Floyd. Lo vediamo entrare nell'emporio Cup Food, oggi trasformato in memoriale e in punto di incontro per gli attivisti. Alto, massiccio, in canottiera nera. Farfuglia qualcosa, scherza con i clienti. Alla fine compra le sigarette con 20 dollari falsi. Il referto post mortem rivelerà che era sotto effetto degli oppioidi. Un uomo in lotta con la dipendenza da molto tempo, come ha detto Courtney Ross, la donna che lo frequentava nel 2017.
Quella sera di primavera sembra tutto tranquillo. George rientra in auto, dove lo aspetta un conoscente che sarà rapidamente controllato e poi rilasciato dalla pattuglia di agenti. Ecco la clip registrata dalla body camera di Thomas Lane, uno dei primi agenti a entrare in contatto con Floyd. Il poliziotto si avvicina. Picchetta sul vetro, chiede subito a George di scendere. Poi tira fuori la pistola e la punta contro l'uomo ancora fermo nell'auto: "Non sparatemi, sono una brava persona, dite ai miei figli che gli voglio bene", urla George, spaventato e visibilmente confuso. È un esempio concreto del cosiddetto "razzismo strutturale": i tutori dell'ordine diffidano a priori dei maschi afroamericani. Temono che siano armati, che facciano parte di una gang di trafficanti e così via. Le norme e l'addestramento dovrebbero servire per distinguere. In un altro video lo stesso agente rimette la pistola nella fondina e urla a Floyd: "Metti quelle c... di mani (your fucking hands) sul volante". Non: "Per favore signore, metta le mani in vista sul volante", come prevedono le "regole di ingaggio".
Il ginocchio di Chauvin - Entra in scena Derek Chauvin, 46 anni, da 19 in servizio nel Minneapolis Police Department. Quando arriva altri tre colleghi stanno già cercando di caricare il fermato sulla macchina della polizia. George è ammanettato, protesta, non vuole montare sul sedile posteriore. Si prepara la scena che tutto il mondo ha visto decine e decine di volte. Sono i fotogrammi che lo scorso anno indignarono l'America, sollevarono un'onda di proteste su tutto il territorio degli Stati Uniti, guidate dal movimento di Black Lives Matter. I testimoni hanno commentato con angoscia, spesso piangendo, la scena che abbiamo visto ormai centinaia di volte. Quella sera, su quel marciapiede, ci sono anche una ragazza di 17 anni che riprende tutto con il telefonino. Accanto a lei sua cugina, una bambina di 9 anni: "È triste", dice ai giurati.
La parola del capo - Tra le deposizioni decisive c'è quella di Medaria Arradondo, capo della polizia di Minneapolis, anche lui afroamericano. Dichiara che "quella pratica", cioè quel ginocchio, quel ghigno, quella mano in tasca, "non fanno parte delle regole della polizia di Minneapolis; è stata un'iniziativa, un'improvvisazione di Chauvin". Altri ufficiali del Dipartimento di Minneapolis, convinti o meno che fossero, confermano la linea di Arradondo. L'avvocato Eric Nelson, il legale di Chauvin, non sembra avere grandi margini. Cerca di seminare dubbi, di smontare la ricostruzione dei fatti. Sostiene che l'agente abbia agito "in modo ragionevole" e "seguendo le procedure". Tenta di dimostrare che Floyd non sia morto "per conseguenza diretta" di quella pressione, di quel ginocchio. La versione dei medici, però, è diversa: George è morto per asfissia, non per overdose di oppioidi.
L'attesa e la politica - I dodici giurati erano riuniti da lunedì 19 aprile in un hotel di Minneapolis. Nell'ultima giornata hanno fatto il pieno di raccomandazioni. "Giudicate sulla base di quello che avete visto con i vostri occhi", ha detto il Procuratore Steve Schleider, chiudendo la requisitoria. "Considerate tutti i fatti, non una sola prospettiva", ha replicato l'avvocato Nelson, Gli attivisti afroamericani e non solo, si sono mobilitati da giorni. A Minneapolis è schierata la Guardia Nazionale. Stato di allerta anche in alcune città già segnate dalle manifestazioni e da qualche scontro con la polizia. In particolare Chicago, Portland e Washington. La tensione era già salita al massimo con l'uccisione di un altro afroamericano, Duante Wright, in un sobborgo di Minneapolis, e con il caso del tredicenne Adam Toledo, colpito a morte da un poliziotto a Chicago.
I leader di Black Lives Matter hanno stretto un patto con lo stesso Arradondo. Da una parte c'è l'impegno a isolare i vandali e i saccheggiatori. Dall'altra a vigilare sulle manifestazioni senza abusare della forza pubblica. I gestori di Facebook hanno fatto sapere che cancelleranno i post "che incitano alla violenza". In movimento anche la politica. Il fronte conservatore ha attaccato duramente la deputata democratica e afroamericana Marine Waters che, nel fine settimana, aveva invitato gli attivisti a "non lasciare la piazza, a essere più conflittuali" in caso di "sentenza ingiusta". La Casa Bianca osserva, per ora in silenzio. Ma Joe Biden sta valutando se tenere un discorso alla Nazione.
italiastarmagazine.it, 21 aprile 2021
Un appello degli intellettuali francesi, pubblicato su Le Monde, ribadisce la visione democratica e soprattutto umana la Dottrina Mitterand. Nei giorni scorsi, la ministra Cartabia aveva avuto colloqui con l'omologo francese. Nei giorni scorsi, l'annuncio di un fitto colloquio fra il ministro della giustizia italiana Marta Cartabia e il suo omologo francese Éric Dupont-Moretti aveva riacceso le speranze di una svolta epocale sull'estradizione di terroristi italiani che avevano ottenuto protezione da parte del governo francese, sulla scia della discussa "Dottrina Mitterand". La guardasigilli italiana ha consegnato l'elenco con i nomi degli 11 terroristi latitanti, 4 dei quali condannati all'ergastolo in contumacia.
Tra gli altri Luigi Bergamin, tra gli ideologi dei "Pac" a cui apparteneva anche Cesare Battisti, Ermenegildo Marinelli, accusato di banda armata e omicidio, oggi imprenditore, Maurizio Di Marzio, accusato di assalto e tentativo di sequestro dell'agente Nicola Simone, Enzo Calvitti, con tre condanne per omicidio, Marina Petrella, coinvolta nel sequestro Moro, e ancora Giovanni Alimonti, Raffaele Ventura, Giorgio Pietrostefani, Narcisio Manenti, Roberta Cappelli, Sergio Tornaghi e Paolo Ceriani Sebregondi.
Ma ora, in favore degli "esuli politici italiani" è arrivata una levata di scudi sotto forma di lettera firmata da un gruppo di intellettuali francesi. Pubblicata su "le Monde", la lettera è un appello al governo francese per difendere la dottrina Mitterand, che "non significa dare lezioni all'Italia in materia di giustizia, ma ricordare che in alcuni casi il funzionamento della giustizia italiana faceva temere che non tutte le garanzie di equità sarebbero state rispettate". La lettera prosegue ricordando che tutti gli "esuli" hanno pubblicamente dichiarato di aver "abbandonato la militanza politica, considerando la loro attività come conclusa, ripudiando la violenza".
"Oggi i militanti italiani esuli arrivati all'inizio degli anni Ottanta hanno 40 anni di più. Sono ormai ampiamente nell'età della pensione. Sono stati giornalisti, ristoratori, medici, grafici, documentaristi, psicologi. Hanno avuto figli e nipoti. Non hanno mai smesso di ripetere che la guerra è finita e sono da molto tempo estranei a quello che erano stati, senza mai rifiutare di ammettere la loro responsabilità. È a queste donne e a questi uomini, 40 anni dopo che si chiedono i conti nel nome di una giustizia secondo cui il perdono equivale all'oblio e che la riconciliazione vale meno della riapertura delle ferite. La Dottrina Mitterrand è un modo di rifiutare la concezione della giustizia come puro strumento di vendetta, anche 40 anni dopo, una norma che noi consideriamo come un passaggio illuminato della democrazia".
di Leonardo Fiorentini
Il Manifesto, 21 aprile 2021
New York, New Mexico e Virginia. In poco più di una settimana 30 milioni di americani hanno visto il proprio Stato legalizzare la cannabis. Questi sono diventati 18, più il Distretto della Capitale Washington, le Isole Marianne Settentrionali e Guam: oltre il 40% della popolazione statunitense vive in uno stato che ha abbandonato il proibizionismo sulla cannabis.
Il 30 marzo 2021, esattamente 60 anni dopo la firma, proprio a New York, della Convenzione Unica sugli stupefacenti che aveva introdotto il divieto globale della cannabis, lo Stato della Grande Mela ha legalizzato la cannabis. Il Governatore Cuomo, in difficoltà nei sondaggi ed alla ricerca di una issue popolare ha sfruttato il largo consenso nell'opinione pubblica: il 64% dei newyorchesi è favorevole alla legalizzazione. "Non saremo i primi, ma il nostro programma sarà il migliore" aveva dichiarato, presentando la cannabis come priorità assoluta del suo governo per il 2021 e riuscendo ad approvarla letteralmente dalla mattina alla sera.
In effetti il testo tiene conto di luci e ombre di questi primi anni di regolamentazione legale, a partire dal tema della giustizia sociale e della cancellazione dei precedenti penali. Ricordiamo che New York ha storicamente dato la linea alle politiche repressive sulle droghe, a partire dalle Rockfeller Drug Laws degli anni 70, sino alla zero tolerance di Rudolph Giuliani.
Secondo l'American Civil Liberties Union, nel 2018, quasi 60.000 newyorkesi sono stati arrestati per violazioni della legge sulla marijuana, di questi, il 95% per solo possesso. Secondo la Legal Aid Society nel 2020 nei cinque distretti di New York City, neri e ispanici rappresentavano oltre il 93% degli arrestati per violazioni per cannabis.
Tenendo conto di ciò saranno cancellate automaticamente dalle fedine penali le condanne per condotte rese oggi legali, mentre coloro che consumano cannabis, o lavorano nell'industria saranno protetti contro discriminazioni in materia di alloggi, accesso all'istruzione e diritti genitoriali.
La polizia inoltre non potrà più usare l'odore della cannabis come giustificazione per le perquisizioni. Il sistema di licenze impedisce l'integrazione verticale, onde evitare concentrazioni e favorire i piccoli produttori locali, ad eccezione delle micro imprese e degli operatori già esistenti nel programma della cannabis medica. Per quel che riguarda invece l'equità sociale e la riparazione dei danni del proibizionismo, l'obiettivo è di avere almeno il 50% delle licenze commerciali rilasciate a richiedenti provenienti da "comunità colpite in modo sproporzionato dall'applicazione del divieto della cannabis", nonché imprese di proprietà di minoranze e donne, veterani disabili e agricoltori in difficoltà finanziaria.
Le entrate fiscali, oltre a coprire i costi del programma, saranno ripartite in questo modo: il 40% ad un fondo di reinvestimento sulle comunità, il 40% a sostegno delle scuole pubbliche statali e il 20% alle strutture per il trattamento degli usi problematici di droghe e per campagne e programmi di educazione pubblica. La cannabis vola alto anche nel paese: oltre il 75% degli americani è oggi contrario alla sua proibizione e criminalizzazione. Forte anche di questo il leader della maggioranza democratica al Senato Schumer ha ribadito la sua intenzione di andare avanti con la proposta di legalizzazione a livello federale "con o senza l'accordo di Biden".
Se la legalizzazione in California ha rappresentato il punto di non ritorno del processo di riforma negli USA, è evidente che New York rappresenta un passaggio simbolico decisivo nei confronti di tutto il mondo. Ancora di più pensando che nella città saranno anche consentiti luoghi di consumo sociale della cannabis: New York tornerebbe alle origini, un poco New Amsterdam.
di Annarita Digiorgio
Il Foglio, 20 aprile 2021
Il generale Figliuolo la vaccinazione nelle carceri non la voleva proprio fare. È da febbraio che, fosse stato per lui, l'avrebbe sospesa, eliminandola dalle priorità in cui era stata inserita sin dal piano Speranza/Arcuri di dicembre scorso. L'avvicendamento col nuovo governo aveva rafforzato questa priorità, prima con le parole del ministro Cartabia poi, inaspettatamente, con quelle del presidente Draghi che aveva sottolineato l'importanza di vaccinare i detenuti addirittura durante il discorso di fiducia (votata anche da Salvini).
di Francesco Grignetti
La Stampa, 20 aprile 2021
Il piano con i soldi del Recovery: otto nuovi padiglioni e quattro istituti per minori ristrutturati. "Il carcere deve avere finestre aperte su un futuro, deve essere un tempo volto a un futuro di reinserimento sociale, come esige la Costituzione. Ma le modalità debbono diversificarsi, debbono tenere in considerazione le specificità di ogni situazione".
di Errico Novi
Il Dubbio, 20 aprile 2021
Messaggio sulla necessità di conciliare "diritto alla speranza" e "valore dell'educazione" Poi la guardasigilli assicura: "Riprese le vaccinazioni in cella, col Dap chiediamo rapidità".
"Il carcere deve avere, per tutti, finestre aperte su un futuro, deve essere un tempo volto a un futuro di reinserimento sociale, come esige la Costituzione. Ma le modalità debbono diversificarsi, tenere in conto le specificità di ogni situazione". È la frase chiave di un intervento pronunciato, ieri a Bergamo, dalla guardasigilli Marta Cartabia destinato a essere l'architrave di tutto il futuro dibattito politico sull'ergastolo ostativo. La ministra della Giustizia interviene pochi giorni dopo la sentenza con cui la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima la preclusione, prevista per i mafiosi condannati al fine pena mai, del beneficio più importante, la liberazione condizionale.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 20 aprile 2021
Abbiate il coraggio di dirlo, se volete seppellire in un buco nero quel vecchio che un giorno fu ragazzo crudele. Se volete condannarlo alla morte sociale senza tenere in nessun conto il suo cambiamento, allora siete per la pena di morte. E' così. In Italia c'è una parte della classe politica e della magistratura favorevole alla pena capitale.
Non lo dicono, ma lo pensano. Vogliono eliminare dalla società civile coloro che hanno commesso gravi delitti o che comunque per reati di mafia o terrorismo siano stati condannati. Li vogliono togliere di mezzo, nasconderli dietro l'ergastolo ostativo e non vederli più, cancellarli, annientarli. Esprimono una forma di ferocia vendicativa, anche se ben nascosta, nel momento in cui negano alla persona l'esistenza come individuo e fanno coincidere il reo con il reato.
Per questi soggetti - esponenti politici o pubblici ministeri che siano - non esistono il mafioso o il terrorista, ma solo la mafia e il terrorismo. Chiudendo le porte del carcere con il "fine pena mai", hanno così chiuso la vita stessa del condannato.
Mi ha colpito l'intervista (Sole 24 ore, 18 aprile) alla dottoressa Alessandra Dolci, coordinatrice della Dda di Milano da quando è andata in pensione Ilda Boccassini. Un magistrato che, ne sono certa, si considera di sicura fede democratica e contraria alla pena di morte. E anche, persino, a un eccessivo uso delle manette. Tanto da dire che "in un inondo ideale sarei pure d'accordo nel destinare il carcere solo a pochi criminali a elevatissimo tasso di pericolosità. Purtroppo però non viviamo in un inondo ideale".
Anche perché, in un inondo "ideale", o forse anche soltanto in rum società liberale, dovrebbe essere soprattutto il concetto di prigione come unica forma di pena, a essere messa in discussione, prima ancora che il numero di persone da catturare. E tralasciamo una questioncina piccola piccola, che è quella del carcere preventivo, cioè quella custodia cautelare che riempie le carceri del 40% del totale dei detenuti e che è semplicemente una forma di pena anticipata, nei confronti di colpevoli e innocenti. Ma guardiamo alla qualità della detenzione.
Non è ammissibile che magistrati ed esponenti politici ignorino due riforme essenziali dell'ordinamento penitenziario del passato, quella del 1975 e la Gozzini del 1986. Cui andrebbe aggiunta quella che ha cambiato radicalmente nel 1989 il codice di procedura penale. Stiamo parlando di cose del secolo scorso, certo. Ma se hai vinto un concorso per entrare in magistratura o se hai vinto le elezioni e sei entrato in Parlamento non puoi ignorarle.
Proprio come siamo tutti obbligati, dal momento che abbiamo almeno il diploma della scuola dell'obbligo, a saper leggere scrivere e far di conio. Ma pare non essere così. È vero che nel corso degli anni nessun Parlamento ha avuto il coraggio di abolire l'ergastolo come era stata abolita (per due volte, dopo che il fascismo l'aveva ripristinata) la pena di morte, ma l'insieme delle riforme del secolo scorso l'aveva nei fatti reso inoffensivo, fissando allo scadere dei 26 anni di carcere il momento per poter chiedere l'accesso alla liberazione condizionale.
E le mura dei penitenziari erano state rese valicabili anche dalle misure alternative. Questi importanti cambi di passo erano stati una vera rivoluzione copernicana, che metteva al centro il detenuto, prima del reato. Il "trattamento" è l'apriscatole per il percorso di cambiamento della persona. Il reato è lì, fermo e immutabile, fa parte della storia da cui non si può tornare indietro. Ma l'individuo cambia. Nel suo discorso programmatico alle Commissioni giustizia di Camera e Senato la ministra Marta Cartabia ha messo t'accento con particolare passione sulla necessità che nel processo penale entri la "giustizia riparativa", punto di incontro tra chi ha rotto il patto con la comunità e chi ne è rimasto vittima.
L'opposto del concetto di pena eterna, di carcere senza speranza. Un inno al cambiamento. Vorrei chiedere ai vari Salvini o Meloni (tralasciamo per un attimo la banda dei Cinque Stelle) o Grasso, o ad altri di sinistra, piuttosto che alla dottoressa Dolci e a tutti i suoi colleghi "antimafia", se riescono a volgere i propri occhi all'indietro per un attimo e a guardare se stessi come erano dieci o venti o trent'anni fa. Che cosa vedete, quale persona vedete rispetto a quel che siete oggi? Rispondete con sincerità e poi riflettete.
Quando nel nostro ordinamento furono introdotti l'ergastolo ostativo e l'articolo 41bis, erano appena stati ammazzati dalla mafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il che determinò (cosa dm non dovrebbe mai accadere) una reazione emotiva da parte del Parlamento e la conseguente approvazione di norme incostituzionali. Cosa che l'Alta Corte non ha mai fino a poco tempo fa voluto constatare. Ma i tanti piccoli passi cui ci sta conducendo oggi, insieme a una se rie di sentenze della corte di cassazione, dovrebbero servire a far aprire gli occhi anche a chi finora non ha voluto vedere.
Per esempio, quando vengono sbloccati il divieto di saluto tra detenuti, o l'impossibilità di tenere cibo o di leggere un giornale o di sottoporsi alla fisioterapia se si è gravemente malati, mi domando, quanti leader politici che straparlano di buttare la chiave, conoscevano l'esistenza di questi divieti vessatori? O c'è ancora qualcuno che pensa che il carcere speciale, o anche quello normale, siano hotel di lusso? La Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato più volte l'Italia per i suoi trattamenti inumani e degradanti nelle carceri.
Tra questi c'è il "fine pena mai" dell'ergastolo ostativo. Oso dire che la gran parte dei detenuti al carcere a vita è profondamente cambiato. Non è l'intuizione di un'ottimista sognatrice, è la realtà scritta nero su bianco da decine e decine di operatori e volontari che ogni giorno si dedicano al "trattamento" dei detenuti.
E anche da tanti giudici di sorveglianza, categoria di magistrati spesso sottovalutata. Vede, dottoressa Dolci (e con lei i tanti suoi colleghi "antimafia"), quando lei dice "in assenza di elementi di collaborazione, come è possibile arrivare a dire con esattezza che il detenuto ha rescisso i legami con l'associazione criminale di provenienza?" è a questo inondo carcerario che dovrebbe chiedere. A persone che trattano con altre persone.
Con quei detenuti che non sono la fotografia di quel che ciascuno di loro era alla data in cui hanno commesso il delitto, ma che sono i protagonisti di un film che si è evoluto nel corso del tempo. Se lei, se voi, guardate solo quell'immagine fissa, se volete seppellire in un buco nero quel vecchio che un giorno fu ragazzo crudele, allora dite chiaramente che volete la condanna a morte. Siate sinceri e ditelo, almeno.











