di Fulvio Paloscia
La Repubblica, 31 maggio 2021
Massimo Altomare è musicista scafatissimo. Ma che, come un bambino, non finisce mai di entusiasmarsi. Il progetto Orkestra Ristretta, ensemble nato dai suoi laboratori musicali nel carcere di Sollicciano, è la luce emanata da quella inossidabile capacità di meraviglia; è entusiasmante, festosa energia nonostante le radici siano in un luogo di sofferenza e di espiazione, un'esplosione gioiosa di ritmo, di entusiasmo collettivo che fa da ricarica per chi ascolta, figuriamoci per chi vive nella libertà e si trova a fare arte con chi la libertà l'ha persa.
Lo spiega chiaramente il nuovo album dell'Orkestra, realizzato in collaborazione con Tempo Reale: nelle dieci canzoni di In/Out (MP Records) i detenuti hanno rovesciato senza dubbi e remore l'orgoglio identitario, lo sguardo positivo verso il futuro (nonostante tutto), il desiderio di raccontarsi nel bene e nel male, con sincerità. Elementi che per un musicista sensibile come Altomare non possono essere che scintille creative benefiche. Sebbene nelle tracce circolino riverberi diversi che vanno dal rock più tradizionale al reggae, dal rap alle più differenti radici etniche (cuore pulsante è la cover di Ring of fire, classico del country già cavallo di battaglia di Johnny Cash, che fece della propria detenzione una svolta artistica), l'album ha un'omogeneità sonora farina del sacco di Altomare, che si è lasciato permeare e allo stesso tempo ha saputo dominare l'eccezionalità del materiale umano a disposizione.
Chi suona con i detenuti e ascolta ciò che hanno da dire è, dice Altomare, «investito da una scossa elettrica impressionante, che ti tramortisce se non sei preparato». Lui questa preparazione la ha, ma anche l'umanità per canalizzare tanto carico emotivo in un suono che valica i tempi e gli spazi, che attraversa le ere e le terre per diventare assoluto, rappresentativo di un'idea atemporale di fare musica, immutabile nonostante cambi il mondo. Ovvero suonare per assoluta necessità, per urgenza espressiva; suonare come percorso di libertà creativa e civile.
Non a caso libertà è la prima parola a risuonare in un album dove l'in e l'out, il fuori e il dentro si sono stretti la mano, hanno solidarizzato con il coinvolgimento di musicisti quali Andrea Gozzi, Lorenzo Lapiccirella, Michele Lombardi, Federico Pacini (Bandabardò), Stefano Rapicavoli (Zumtrio), il compositore Francesco Giomi (Zumtrio, direttore di Tempo Reale) e il coro CONfusion, formato da immigrati, rifugiati e cittadini italiani.
Ne sono emerse canzoni contagiosissime nel loro vigore, ognuna contenente in sé il germoglio del "classico": «La musica di Orkestra Ristretta - dice Altomare - è materica, fatta di carne e sangue, di sudore e lacrime, rabbia e amore disperato, voglia profonda di condividere e timore di essere incompresi o derisi. Caratterizzano i nostri pezzi, l'energia e l'urgenza di comunicare le emozioni compresse in un mondo chiuso da sbarre. In sostanza, si tratta di cantare e suonare per essere finalmente ascoltati con rispetto: non soltanto musicisti che hanno qualcosa da dire, ma esseri umani in grado di crearsi un nuovo destino». Quindi, artisti veri.
laringhiera.net, 31 maggio 2021
Giunge a conclusione il progetto "Fuori dall'orto", promosso all'associazione "Noi e Voi" onlus insieme all'Amministrazione penitenziaria di Taranto. Il percorso, iniziato nell'estate del 2019, ha coinvolto 15 detenuti del carcere Magli in misura alternativa che, per l'articolo 21 dell'ordinamento penitenziario, hanno potuto svolgere attività formativa all'esterno della struttura.
E così un primo cancello lo hanno varcato, andando a piantare cipolla, insalata, finocchi, sedano, nel terreno che circonda il carcere. Il raccolto poi lo hanno donato al Banco Alimentare, per aiutare chi non ce la fa. Una storia di successo, nonostante le complicazioni logistiche causate dal Covid19. "Si è trattato di un corso teorico-pratico su come si realizza un orto - spiega il presidente dell'associazione Noi e Voi Onlus, don Francesco Mitidieri - dalle tecniche di impianto ai sistemi di irrigazione, le stagioni, i tempi di semina e di coltura.
Nella parte teorica, che ha coinvolto 4 docenti, sono stati fatti anche piccoli esperimenti nei vasi. Poi quanto imparato è stato riportato alla pratica, proprio sul terreno messo a disposizione dalla direzione penitenziaria. Nonostante la pandemia, siamo riusciti ad arrivare alla fine e siamo contenti che pur essendo stato pensato per una decina di persone, il progetto in realtà sia riuscito ad appassionarne 15, andandosi ad integrare con altre attività, portate avanti già autonomamente dall'istituto penitenziario".
"Fuori dall'orto" rientra nel bando "Puglia capitale sociale 2.0" e ha coinvolto professionisti del settore, come Marcella Candelli, dottore agronomo, uno dei 4 docenti. Un progetto con una finalità anche solidale: donare il raccolto a chi ne ha bisogno. "Da tempo abbiamo iniziato una collaborazione con la casa circondariale di Taranto - spiega Luigi Riso, responsabile regionale del Banco Alimentare - perché a tanti venga data la possibilità di reintegrarsi all'interno della società".
Il progetto porta a casa altri due importanti risultati: la possibilità per uno dei partecipanti di ottenere una borsa lavoro finanziata dall'Uepe (Ufficio per l'Esecuzione Penale Esterna, ndr) per lavorare in agricoltura nella cooperativa omonima "Noi e Voi" e l'acquisto di attrezzature per proseguire l'attività dell'orto, oltre i tempi dettati dal finanziamento regionale.
"Abbiamo acquistato pompe che portano l'acqua - ha spiegato don Francesco Mitidieri - ripristinato l'impianto di irrigazione, un lavoro svolto dagli stessi corsisti sulla base delle conoscenze acquisite, comprato macchinari e tutto il necessario per proseguire e ringraziamo vivamente la direttrice della casa circondariale di Taranto, Stefania Baldassari, per aver creduto in noi e aver sposato con entusiasmo il progetto".
di Angelo Picariello
Avvenire, 30 maggio 2021
Giustizia banco di prova della grande coalizione. Mentre Marta Cartabia lavora lontano dai riflettori, i partiti si riposizionano. Il segretario del Pd Enrico Letta indica una terza via "fra giustizialisti e impunitisti".
di Matteo Pucciarelli
La Repubblica, 30 maggio 2021
Il ministro fa tutto da solo e si muove come fosse ancora leader del Movimento. Malumori fra i parlamentari grillini: "La questione morale resti una priorità". Buffagni propone di candidare l'ex sindaco di Lodi nel collegio di Siena lasciato libero da Pier Carlo Padoan.
di Emilio Pucci
Il Messaggero, 30 maggio 2021
Per capire il rapporto causa-effetto dopo la conversione garantista di Luigi Di Maio sul caso Uggetti, il sindaco piddino di Lodi assolto con le pubbliche scuse del ministro della Giustizia per l'atteggiamento assunto da M5s nei suoi confronti, andrà monitorata la trattativa sulla riforma del processo penale. Il centrodestra e il Pd si aspettano ora un ammorbidimento delle posizioni da parte dei pentastellati.
di Errico Novi
Il Dubbio, 30 maggio 2021
Scettici contro ottimisti, dopo la svolta garantista di Luigi Di Maio c'è chi punta su una nuova stagione del Movimento e chi resta cauto. "Se partiamo da questa base, arrivare a una riforma del processo penale che metta al centro tempi certi e garanzie, diventa un obiettivo raggiungibile", si augura Anna Rossomando (Pd).
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 30 maggio 2021
Parla il costituzionalista Stefano Ceccanti: "È una soluzione a doppia chiave: una spetta al Parlamento in dialogo col Csm e la seconda spetta agli uffici giudiziari". Con la consegna alla ministra della Giustizia, Marta Cartabia, della relazione finale redatta dalla Commissione di studi sul processo penale e sulla prescrizione del reato si è aperto il dibattito tra i giuristi e tra i parlamentari su quella che potrebbe essere la giustizia penale.
Sarà adesso la Guardasigilli a valutare le conclusioni alle quali sono giunti Giorgio Lattanzi, presidente della Commissione tecnica e presidente emerito della Corte costituzionale, con gli altri esperti nominati lo scorso 16 marzo. Gli spunti di riflessione sono innumerevoli. La relazione di 76 pagine porterà alla presentazione da parte della ministra Cartabia degli emendamenti governativi al disegno di legge che mira a rendere più efficiente il processo penale e a definire più velocemente i procedimenti giudiziari prendenti davanti alle Corti di appello.
L'articolo 3 della relazione finale, in materia di indagini preliminari e udienza preliminare, attribuisce al Parlamento un ruolo rilevante. Avrà, infatti, il compito di determinare periodicamente, anche sulla base di una relazione presentata dal Consiglio superiore della magistratura, i criteri generali necessari a garantire efficacia e uniformità nell'esercizio dell'azione penale e nella trattazione dei processi.
È previsto, inoltre, che, nell'ambito dei criteri generali adottati dal Parlamento, gli uffici giudiziari, previa interlocuzione tra uffici requirenti e giudicanti, "predispongano i criteri di priorità nell'esercizio dell'azione penale e nella trattazione dei processi". Tutto ciò tenuto conto della specifica realtà criminale e territoriale, nonché del numero degli affari e delle risorse disponibili. Dunque, le singole realtà giudiziarie - e le condizioni in cui versano - verranno direttamente connesse alle Camere.
Abbiamo interpellato il costituzionalista Stefano Ceccanti, che è anche deputato del Pd, per conoscere il suo punto di vista rispetto a quanto appena partorito dalla commissione Lattanzi. "Ragionando da costituzionalista - dice al Dubbio Ceccanti - e non tanto da tecnico della materia, la proposta sull'azione penale mi sembra ragionevole in termini di modello. Sono largamente in sintonia con il commento di Vladimiro Zagrebelsky.
È una soluzione a doppia chiave, per così dire. Una spetta al Parlamento in dialogo col Csm, perché in effetti alcuni profili richiamano una responsabilità politica, però esso non può esser l'unico attore, altrimenti tutto ricadrebbe, comunque, anche senza dare prerogative esplicite al Governo su una maggioranza politica pro tempore. La seconda spetta agli uffici giudiziari, che però agiscono dentro un quadro, non sono sovrani. Si tratta quindi di una logica di opportuna corresponsabilità".
Le conclusioni alle quali è giunta la Commissione istituita dalla ministra Cartabia convincono Ceccanti per il modus operandi dal quale sono scaturite proposte dettate da equilibrio. "Una soluzione tutta spostata sulla politica - prosegue - andrebbe in tensione con gli articoli 101 e 104 della Costituzione, ossia con la soggezione del giudice solo alla legge e con l'autonomia della magistratura, mentre una tutta spostata sul giudiziario finirebbe per ratificare non un'autonomia, ma una discrezionalità sovrana che scardinerebbe la logica dell'equilibrio dei poteri".
Il modello proposto dalla commissione Lattanzi è perfettibile, per questo saranno preziose le valutazioni finali che verranno formulate dalla Guardasigilli. A tal riguardo l'onorevole Ceccanti si pone pure degli interrogativi. "Ovviamente - evidenzia - una volta vista la positività del modello ci possono essere problemi nel modello per garantire anche al suo interno, nelle conseguenze pratiche, l'equilibrio promesso. Il primo è che partecipano alla decisione gli uffici requirenti e quelli giudicanti. Possono essere considerati un unico potere, anche a questo fine? Il secondo, più importante, è sui meccanismi di responsabilizzazione. Al momento non mi è chiaro cosa succede se le procure non dovessero attuare gli indirizzi. Cosa succederà? Può essere considerata sufficiente la responsabilità disciplinare da parte del Csm?".
di Claudio Bozza
Corriere della Sera, 30 maggio 2021
Dopo le scuse del ministro M5S al sindaco Uggetti (Pd) per la "gogna", secondo round su Il Foglio: "Luigi sostenga la consultazione per riformare la giustizia assieme a noi e radicali". La svolta garantista di Luigi Di Maio innesca un duplice effetto politico: da una parte avvia la conta interna tra la vecchia guardia giustizialista grillina e i governisti; dall'altra riaccende gli animi sulla riforma della giustizia. Le scuse (presentate con una lettera a Il Foglio) per la gogna riservata nel 2016 all'ex sindaco di Lodi Simone Uggetti (Pd) segnano, insomma, uno spartiacque storico nel M5S, avviando un profondo lifting in vista delle alleanze (con il Pd e non solo) per le Amministrative ormai alle porte. Se la mossa del ministro degli Esteri è piaciuta all'ex premier Conte, sul fronte opposto pesa il silenzio, gelido, degli ortodossi.
Uscendo dal recinto grillino, registrato il mea culpa di Di Maio, sempre tramite le pagine de Il Foglio, Matteo Salvini invita il ministro M5S, come passo conseguente, a procedere con la riforma della giustizia, ma non nella sede parlamentare, come aveva esortato a fare il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, bensì sostenendo i referendum sulla giustizia che Lega e Partito Radicale lanceranno la prossima settimana. E Salvini invita pure lo stesso Uggetti a sostenere la stessa consultazione.
Una vera e propria sfida, quella avviata dal leader della Lega, che preoccupa le altre forze della maggioranza, con il segretario del Pd Enrico Letta che - pur tenendo le redini del dialogo - chiede piuttosto di "aiutare" la Guardasigilli Marta Cartabia a portare avanti la mediazione con il Parlamento. "Credo - dice però Salvini - che i tempi siano finalmente maturi per mettere mano a un settore vitale per la nostra democrazia e che non può più andare avanti come se nulla fosse".
Un impegno in sede di commissione Giustizia della Camera dove si sta affrontando la riforma del processo penale? Non proprio, visto l'invito di Salvini: "Propongo a Di Maio di sostenere i referendum che la Lega e il Partito Radicale stanno preparando: mirano prima di tutto a restituire ai magistrati indipendenza". E tra questi c'è quello sulla separazione delle carriere, che però non è nell'agenda della ministra Cartabia, più impegnata semmai con la riforma del Csm.
Dal Nazareno filtra intanto preoccupazione. Perché il segretario Letta, pur dicendo di aver "molto apprezzato" la svolta garantista di Di Maio, rilancia la necessità di sostenere Cartabia a portare avanti la riforma incardinata: "Dobbiamo superare l'attuale sistema di autogoverno della magistratura, che non significa minare l'autonomia delle toghe, ma rafforzarla". E riguardo i roventi rapporti con il Carroccio: "Ho trovato un volto vero in Salvini, tutt'altro che finto - conclude il leader dem -. In politica ci sono molte maschere, è vero. Con lui ho rapporti franchi, sappiamo che rappresentiamo due Italie diverse e contrapposte, ma tutti e due sappiamo che abbiamo una grande responsabilità nella gestione del Recovery".
di Gianni Vigoroso
ottopagine.it, 30 maggio 2021
I detenuti vaccinati in Campania ad oggi sono 4.848 su una popolazione di 6.570. "Il carcere è una comunità dolente che accomuna agenti, operatori, volontari e ristretti, spesso in grado di insegnare a chi sta fuori senso di sacrificio, responsabilità e speranza di riscatto. È un luogo di comunità nel quale il benessere di ciascuno alimenta quello di tutti. Se c'è una storia che abbiamo imparato dalla pandemia è che la storia di ciascuno non può prescindere dalla storia di tutti", così Samuele Ciambriello, garante campano dei detenuti che poi snocciola i dati dei detenuti vaccinati in Campania.
I detenuti vaccinati in Campania ad oggi sono 4848 su una popolazione di 6570. Si sono vaccinati anche 33 giovani di Nisida ed Airola e 52 su 54 detenuti del carcere militare di Santa Maria Capua Vetere. E poi 31internati delle Rems di Calvi Risorta e San Nicola Baronia A Poggioreale 1143 detenuti su 2124, a Secondigliano 973 su 1082, al carcere femminile di Pozzuoli 132 detenute su 144. Ed ancora al carcere di Benevento 305 detenuti su 352, ad Avellino 383 su 430, mentre a Salerno 259 su 401e a santa Maria Capua Vetere 799 detenuti su 928.
Il garante Ciambriello così conclude:" Sono grato alle strutture sanitarie per il lavoro che hanno fatto e stanno facendo, anche utilizzando il codice Stp (stranieri temporaneamente presenti) per far vaccinare tantissimi immigrati e tanti detenuti senza documenti, presenti nelle carceri. Le clausure imposte dal Covid-19 hanno alimentato nelle carceri ansie, paure, forme di autolesionismo. Ne esce fuori un mondo molto spesso dimenticato, a volte rimosso, forse considerato marginale, ma che a ben pensarci rappresenta lo specchio dei vizi e delle virtù della nostra società".
di Tommaso Fregatti
Il Secolo XIX, 30 maggio 2021
Sulle mani della vittima tracce di lotta. Detenuto morto a Marassi, interrogati i quattro compagni di cella: "Stavamo dormendo". Sotto analisi la maglia sporca di sangue. Sulle mani di Emanuele P., il detenuto di 41 anni trovato impiccato venerdì mattina in circostanze misteriose all'interno della sua cella della seconda sezione del carcere di Marassi, sono stati trovati lividi, traumi e ferite. Compatibili, viene evidenziato in una nota interna, "con segni di colluttazione".
Ma non solo. I quattro detenuti che si trovavano nella cella stessa al momento della morte di Emanuele (due erano usciti per andare a lavorare), interrogati a lungo dalla sezione omicidi della squadra mobile non hanno certo collaborato alle indagini. E hanno detto "di non aver visto e sentito nulla venerdì mattina".
Nonostante il corpo dell'uomo sia stato trovato accanto al suo letto a castello a pochi metri di distanza da loro. "Stavamo dormendo", è la loro versione, ribadita ai detective della Questura da tutti e quattro. Atteggiamento omertoso quantomeno sospetto secondo gli investigatori. Visto che, secondo il medico legale, Emanuele P. si è tolto la vita intorno alle nove del mattino e un agente della polizia penitenziaria ha messo a verbale di averlo visto "in vita almeno alle 8.45".
A quell'ora è difficile ipotizzare che tutti stessero dormendo e non abbiano visto o sentito nulla. E ancora. Durante il sopralluogo nella cella, la squadra mobile oltre allo sgabello insanguinato ha trovato la maglietta di Emanuele sporca di sangue e nascosta in fretta e furia in un sacco di biancheria. E altra sostanza ematica sulle lenzuola ma non ne ha rinvenuto invece nessuna traccia sulle braccia o sulle mani della vittima. Insomma, come avrebbe potuto compiere un atto di autolesionismo Emanuele senza sporcarsi di sangue? Si chiedono gli investigatori. Spuntano, dunque, altri elementi dalle carte dell'inchiesta che spostano l'asse degli accertamenti verso l'omicidio allontanando l'ipotesi del suicidio.
L'autopsia sul corpo della vittima (prevista per lunedì mattina e affidata al medico legale Sara Lo Pinto), dovrà stabilire dire se Emanuele P. abbia perso o meno conoscenza dopo il colpo alla testa. Per non lasciare nulla al caso, il sostituto procuratore Giuseppe Longo, di concerto con il procuratore capo Francesco Cozzi, dopo aver aperto un'inchiesta per omicidio volontario, ha firmato un ordine di sequestro della cella dove è avvenuta la tragedia. Questo per permettere nelle prossime ore di svolgere un importante esame di polizia scientifica. E si tratta dell'esame del luminol.
"Occorre rendere buio tutto l'ambiente, utilizzare una speciale colla e con luci particolari si riescono a trovare le tracce di sangue" spiega al Secolo XIX una qualificata fonte della polizia scientifica. Questo accertamento insieme all'esame autoptico dovrebbe permettere di chiudere il cerchio. Anche perché il vantaggio negli inquirenti in questo caso sta nel fatto di avere già sia il dna dei quattro detenuti che le loro impronte digitali. Si tratta di una schedatura che viene effettuata su tutti i detenuti. Insomma, nelle prossime ore l'auspicio è quello di capire con certezza cosa sia avvenuto nella cella del carcere di Marassi e se si sia trattato di un omicidio oppure di un suicidio.
Emanuele P., condannato a dieci anni di reclusione per aver compiuto una rapina ai danni di un commerciante in un portone nel centro di Genova, era molto preoccupato per il processo di appello che avrebbe dovuto cominciare nelle prossime settimane. In carcere dopo la condanna di primo grado dall'ottobre del 2019, voleva uscire per vedere le due figlie alle quali era molto legato. Proprio a causa dello stato emotivo di Emanuele, il suo legale Silene Marocco aveva chiesto nelle scorse settimane che il detenuto venisse seguito da uno psicologo.
Erano così cominciati una serie di colloqui che avevano migliorato lo stato di salute psicofisica di Emanuele. "Lo avevo trovato meglio rispetto al passato - ha spiegato al Secolo XIX l'avvocato - tanto che ci eravamo dati appuntamento la mattina della tragedia per incontrarci e preparare l'udienza. Ma quando sono arrivata in carcere mi hanno detto che era successa una disgrazia e il cliente era morto". Emanuele P., già noto alle forze dell'ordine per reati contro il patrimonio, lavorava come artigiano nel campo della compravendita dei metalli.
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