di Luca Attanasio
Il Domani, 20 aprile 2021
Nel 2016, quando era cooperante in Sud Sudan, è stata violentata e torturata da un gruppo di militari. Sopravvissuta miracolosamente è stata costretta a combattere da sola la sua battaglia umana e legale. Sabrina Prioli è una lottatrice. A incontrarla oggi, non si conoscesse la sua terribile storia di violenze ripetutamente subite in Sud Sudan mentre era lì come cooperante, resterebbe solo l'impressione di una donna profondamente radicata nelle sue convinzioni umanitarie e determinata a raggiungere obiettivi per sé e per gli altri e riprendersi la vita. Nel lungo percorso di riabilitazione di sé, però, non le è toccato solo affrontare i fantasmi dello stupro, la tortura, la sensazione di essere a un passo dalla morte. Ha dovuto anche fare i conti con la solitudine e l'abbandono da parte di tutte le istituzioni che si sarebbero dovute occupare di lei. A cominciare da quelle italiane.
L'arrivo a Juba - Dopo un lungo periodo in Sud America, Sabrina, impiegata dalla ong americana Usaid come esperta di pianificazione di progetti, è stata inviata a Juba, la capitale del Sud Sudan. Il paese più giovane del mondo - indipendente dal Sudan dal 2011 dopo una lunga lotta che univa a cause economiche motivi etnico-religiosi (la maggioranza è cristiana a differenza del Sudan a netta prevalenza islamica) - è entrato da subito in una spirale di violenza che ne ha fatto, a partire dal 2013, una delle peggiori emergenze umanitarie del pianeta assieme a Siria e Congo: su una popolazione di poco più di 11 milioni di abitanti, sono circa 4,5 milioni i profughi esterni e interni e 8 milioni gli individui in emergenza alimentare. Secondo l'Unhcr, 3 bambini su 4 non frequentano la scuola: il tasso più alto al mondo.
Ovviamente al drammatico bilancio vanno aggiunte decine di migliaia di morti e molti più feriti. Sabrina si è trovata a Juba in uno dei momenti di maggiore recrudescenza della guerra civile, l'estate del 2016. Per garantire la sua sicurezza e quella dei suoi colleghi, viene fatta alloggiare al compound Terrain, certificato "sicuro" dal dipartimento di Sicurezza dell'Onu, lo stesso che ha dichiarato safe la strada, percorsa dall'ambasciatore Luca Attanasio in Congo il 22 febbraio scorso, dove è stato ucciso.
L'attacco - L'8 luglio sono iniziati gli scontri tra le forze governative Spla e le forze di opposizione Spla/io e attorno al compound si udivano rumori di mitragliatrici, mortai e granate. Gli operatori si sono rifugiati all'interno dell'unico edificio in cemento armato e sono rimasti lì per diversi giorni senza che nessuno della missione Onu (Unmiss) né dalle ambasciate, si interessasse di loro: questo sebbene gli operatori umanitari comunichino costantemente con gli uffici Onu e delle Ong di riferimento oltre che con le rispettive ambasciate, inclusa la nostra ad Addis Abeba (non c'è in Sud Sudan, ndr).
Poi, dopo 3 giorni di lockdown senza risposte, l'inevitabile orrore. "L'11 luglio i soldati si sono introdotti nell'ala del compound in cui eravamo asserragliati. Subito hanno sparato e hanno ucciso un giornalista sud sudanese, gambizzato un collega americano e si sono dedicati a violentare le donne presenti". Sabrina è stata stuprata da cinque soldati sotto minaccia di mitra, percossa ferocemente, torturata e quasi soffocata con una bomboletta di Ddt.
Ma l'agonia non è finita qui. "Nel pomeriggio dell'11 la National Security ha liberato gli ostaggi ma io e altre due colleghe siamo state inspiegabilmente abbandonate lì per altre 16 ore, accanto al cadavere martoriato del giornalista a cui avevano sparato in testa". In questo lasso di tempo Sabrina è vittima di altri due stupri e torture. La mattina dopo trova un cellulare per puro caso e riesce a chiamare la sicurezza di Usaid che finalmente invia effettivi dell'esercito a evacuare le cooperanti. "Con tutta probabilità i nostri liberatori sono gli stessi che avevano attaccato il compound".
Istituzioni latitanti - Archiviato un capitolo drammatico della propria vita, però, Sabrina deve aprirne un altro fatto di ulteriori umiliazioni e caratterizzato da una gravissima latitanza da parte della ong per cui lavorava, dell'Onu e, soprattutto, dell'Italia. "Il 12 luglio sono stata evacuata dal Sud Sudan attraverso un aereo americano. Ho ricevuto le prime cure in Kenya e sono tornata in Italia facendo il viaggio da sola, sotto shock e ferita. Al rientro non sono stata ricevuta da nessuno e non mi è stato dato alcun appoggio medico né legale. Ho sporto denuncia alla procura della Repubblica ma il caso è stato archiviato. Fino a novembre 2020 quando per la prima volta, dopo infinite richieste, la Farnesina mi ha contattata e ha deciso di inviare note verbali al governo del Sud Sudan (ma l'iniziativa, per mancanza di un sostegno convinto da parte di Roma, non ha prodotto alcun risultato significativo, nemmeno una risposta da Juba, ndr). Non sono mai stata ricevuta, neanche ascoltata". In un incredibile precipitare degli eventi, il caso di Sabrina Prioli assume tinte grottesche per quanto attiene alle risposte attese e mai ottenute.
Il 6 settembre 2018, la corte marziale sudsudanese ha condannato due soldati all'ergastolo, altri otto a pene dai 7 ai 14 anni di carcere. Ad assicurarsi un risarcimento, però, è stata solo la società inglese proprietaria del compound che ha ottenuto 2,5 milioni di dollari. Alle vittime, un ridicolo rimborso spese di 4mila dollari. Alla beffa si è aggiunto l'oltraggio: non è possibile fare appello, perché fonti ufficiali sudsudanesi dichiarano che il file del processo è andato "perduto".
Se si eccettua l'appoggio logistico fornito dall'ambasciata italiana di Addis Abeba a Sabrina in transito verso Juba nell'agosto del 2017 per testimoniare al processo (unica vittima presente), l'Italia è totalmente assente. Non c'era durante l'attacco e dopo non c'era ad assicurare i costi sanitari, legali, neanche a pagare le spese di viaggio del drammatico ritorno della Prioli sul luogo del delitto. Oltre che moralmente è del tutto inadempiente in termini giuridici agli articoli della Convenzione di Istanbul e della Convenzione contro la tortura che ha ratificato.
Tornare a lottare - Inascoltata, abusata ripetutamente nel fisico e nella psiche, annichilita dalle violenze e dall'indifferenza, finita in un gorgo da cui sembra impossibile riaffiorare in superficie, Sabrina, per quanto sia difficile crederlo, è riemersa. La sua lotta, dopo un lungo periodo di psicoterapia, è ripresa e a incontrarla oggi si ha la sensazione di essere di fronte a una solida roccia. In Italia per il suo caso, sono state presentate due interrogazioni parlamentari, una nel 2018 e una nel febbraio scorso.
"Ora sono life-coach e aiuto tantissime donne ad affrontare le violenze di cui sono state oggetto e a trovare in sé la forza di ripartire. Ho combattuto sempre da sola, sono vittima di stupro e di tortura non posso accettare il silenzio delle istituzioni. Sono una cittadina italiana, ho testimoniato con coraggio in una corte marziale in Sud Sudan, merito di essere ascoltata e sostenuta nella mia lotta non solo per i miei diritti ma per quelli di tutte noi donne vittime di violenza".
di Andrea Walton
L'Osservatore Romano, 20 aprile 2021
La pandemia rischia di aumentare la povertà e alimentare il radicalismo. La piaga del jihadimo è fortemente radicata nel sud-est asiatico. L'Indonesia è il Paese musulmano più popoloso del mondo ed ha dovuto affrontare il radicalismo islamico sin dall'indipendenza, ottenuta dai Paesi Bassi nel 1949. Il fenomeno ha conosciuto un'accelerazione a partire dal 1998, in seguito alla caduta della trentennale autocrazia del presidente Suharto e al ritorno in patria di molti indonesiani che avevano combattuto in Afghanistan contro l'Unione sovietica. Il gruppo terroristico più noto è quello della Jemaah islamiyah (Ji), inizialmente legata ad Al-Quaeda e poi, dal 2014, al sedicente stato islamico (Is).
I sanguinosi attentati di Bali, nel 2002 e nel 2005, portano la firma della Ji ma queste tragedie hanno anche provocato una forte risposta da parte del governo centrale, che ha passato una serie di leggi volte a smantellare le attività delle cellule terroristiche. La repressione non ha portato alla scomparsa della Jemaah islamiyah che, nel 2009, ha organizzato la doppia incursione contro gli hotel JW Marriott e Ritz Carlton di Giacarta. Da allora il movimento sta ricostruendo, pazientemente, la propria base ed i propri contatti in Indonesia anche se sembra aver abbandonato il progetto di perseguire la costruzione di un califfato trans-nazionale in Asia Sudorientale. L'obiettivo degli islamisti è l'Indonesia anche se potrebbero cercare di consolidare le proprie posizioni nelle Filippine meridionali, che potrebbero fungere da base logistica.
La Jemaah islamiyah non è l'unico elemento che minaccia la stabilità dell'Indonesia. Negli ultimi anni la nazione è stata sconvolta da una serie di attacchi mortali. Tra questi ci sono l'attentato terroristico del 2016 contro lo Starbuck Coffee di Giacarta costato la vita a quattro civili, quello contro una stazione degli autobus della capitale che ha provocato la morte di tre poliziotti, l'attentato contro una chiesa nel Kalimantan che ha portato alla morte di una bambina di due anni ed al ferimento di altri bambini. Un altro episodio di violenza ha avuto luogo nel maggio del 2018 quando due famiglie sono state protagoniste di attentati suicidi nelle chiese di Surabaya ed una dozzina di persone ha perso la vita.
Nel corso della Domenica delle Palme del 2021 è stato portato a termine un attentato suicida contro la Chiesa del Sacro Cuore di Gesù di Makassar, nelle isole Sulawesi meridionali. L'esplosione, che ha portato alla morte dei due attentatori ed al ferimento di venti persone, ha suscitato una forte condanna da parte della comunità internazionale e ad una proclamazione di solidarietà verso la Chiesa in Indonesia.
Il gruppo terroristico locale denominato Jamaah Ansharut Daulah si è dimostrato particolarmente attivo ed è ritenuto responsabile dell'attentato contro tre chiese di Surabaya del 2018 e di altri episodi terroristici che hanno avuto luogo tra il 2016 ed il 2017. Il gruppo, considerato molto vicino all'Is, è stato designato come organizzazione terroristica dagli Stati Uniti nel 2017, mentre nel 2018 la Corte Distrettuale di Giacarta meridionale ne ha chiesto l'immediato smantellamento ai sensi della legge anti-terrorismo del 2002. La polizia indonesiana ha riferito che almeno uno dei due autori dell'attentato suicida della Cattedrale del Sacro Cuore a Makassar è membro del Jamaah Ansharut Daulah.
L'Indonesia, che in passato è stata lodata dalla comunità internazionale per la sua pronta reazione e risposta ad alcuni attentati terroristici, ha di fronte a sé un compito difficile. La pandemia, oltre ad essere una grave emergenza sanitaria, causa danni ai sistemi economici e può aumentare la povertà e l'alienazione sperimentata dalle fasce più fragili della popolazione. Il governo del Presidente Joko Widodo dovrà evitare che questi sviluppi si traducano in maggiori opportunità di reclutamento per i terroristi e per farlo dovrà agire su un doppio fronte. Il contrasto sul campo ai radicali islamici e l'implementazione di programmi di supporto sociale ed economico nei confronti dei più poveri. L'inclusione e il dialogo possono essere molto efficaci nell'arginare la minaccia terroristica.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 20 aprile 2021
Un rapporto di Human Rights Watch del 29 marzo denuncia le discriminazioni contro le donne a causa delle leggi sulla Wilaya maschile (una sorta di guardiano come in Arabia Saudita), che impone il consenso di un uomo della famiglia su questioni fondamentali come il matrimonio, i viaggi e l'accesso a certi tipi di assistenza sanitaria, come le cure ginecologiche.
"Le ragazze vivono in una quarantena perenne - dice Asma, una donna di 40 anni a Hrw - For girls. Quello che il mondo sta subendo ora con la pandemia per le giovani in Qatar è la normalità. Io volevo frequentare un'università all'estero ma non ho potuto, sebbene avessi una borsa di studio".
L'ong con sede a New York, che ha intervistato decine di donne per redigere il suo rapporto, afferma che nonostante alcune iniziative intraprese in favore dei diritti delle donne, inclusa l'istruzione e la protezione sociale, il Qatar resta ancora indietro rispetto ai vicini del Golfo, se si pensa ad esempio all'Arabia Saudita, che nel 2019 ha permesso alle donne adulte di viaggiare senza permesso. Una di loro ha raccontato di vivere in uno stato simile ad una "costante quarantena".
Il rapporto di 94 pagine, dal titolo "Tutto quello che devo fare è legato a un uomo", analizza le regole e le pratiche del sistema di tutela maschile. Tra le altre cose, le donne non sposate sotto i 25 anni necessitano dell'approvazione di un guardiano per viaggiare all'estero. E possono essere soggette a divieti di viaggio a qualsiasi età da parte di mariti o padri.
Il sistema nega inoltre alle donne l'autorità di agire come tutore principale dei loro figli, anche quando sono divorziate e hanno la custodia legale, aggiunge Hrw, secondo cui "la tutela maschile rafforza il potere e il controllo che gli uomini hanno sulle vite e le scelte delle donne e possono favorire o alimentare la violenza, lasciando alle donne poche opzioni praticabili per sfuggire agli abusi delle loro famiglie e dei loro mariti". L'emirato - già sotto i riflettori internazionali per le condizioni dei migranti che lavorano nei cantieri per i Mondiali di calcio dell'anno prossimo - ha descritto il rapporto di Hrw come "impreciso", ma ha spiegato che farà delle indagini sui casi segnalati e punirà eventuali abusi.
di Michela A.G. Iaccarino
Il Fatto Quotidiano, 20 aprile 2021
Il dissidente Aleksej Navalny, che ha iniziato lo sciopero della fame il 31 marzo scorso, è stato trasferito nel reparto ospedaliero della colonia penale dove sconta una pena di quasi tre anni. Ufficialmente il detenuto è stato spostato "per un trattamento vitaminico", riferiscono le autorità penitenziarie. Non era quello che avevano chiesto familiari e collaboratori: per i suoi medici di fiducia, la vita dell'oppositore è gravemente in pericolo: l'accusa rivolta al Cremlino dalla squadra di Navalny è quella di "omicidio al rallentatore" e di "tortura".
Per questo era stato chiesto il trasferimento in un ospedale civile. Entra in gioco anche la Corte europea dei Diritti dell'uomo: Navalny si è appellato ai giudici di Strasburgo denunciando maltrattamenti, deprivazioni del sonno, violenza psicologica e verbale e mancata nutrizione in cella. I togati chiedono al Cremlino chiarezza sulla salute del blogger, ma Mosca ha invece deciso di secretare ogni documento che lo riguarda.
Negli ultimi giorni leader politici, istituzioni e perfino celebrità hanno inviato numerosi appelli al presidente russo Putin affinché permetta al dissidente di curarsi. Ma, ha risposto ieri il portavoce di Putin, Dimitry Peskov, "lo stato di salute dei prigionieri russi non dovrebbe essere di loro interesse, non prendiamo in considerazione queste dichiarazioni in nessun modo".
Domani previste proteste in tutte le città russe: a organizzarle è stato il Fondo anti-corruzione, organizzazione creata dall'oppositore dieci anni fa, che ora i procuratori di Mosca vorrebbero far rientrare nella lista dei gruppi estremisti come Isis e al Qaeda.
Un altro fronte si è aperto nella Repubblica Ceca: le autorità di Praga hanno accusato agenti segreti della Federazione - membri dell'agenzia Gru, la stessa ritenuta responsabile dell'avvelenamento di Serghey Skripal in Gran Bretagna - dell'esplosione di un deposito di munizioni nel 2014. Espulsi 18 diplomatici russi dall'ambasciata. In risposta, Mosca ha subito cacciato 20 diplomatici cechi.
di Davide Varì
Il Riformista, 19 aprile 2021
Si apre lo scontro Pd-FdI. La senatrice dem Rossomando: "È più forte di loro, provare a cambiare le tutele costituzionali sembra un chiodo fisso della destra".
"Fratelli d'Italia rivolge un appello a tutte le forze politiche: difendiamo insieme la legittimità dell'ergastolo ostativo, una norma sacrosanta e fondamentale per combattere la criminalità organizzata. Siamo già al lavoro per presentare una proposta di legge, senza escludere la possibilità di una modifica costituzionale, per mantenere intatto uno dei pilastri della normativa antimafia, da sempre combattuto e osteggiato dai boss. Il Parlamento deve parlare con una voce sola e condurre unito questa battaglia di legalità e civiltà". A lanciare l'appello è la presidente di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni, dopo la decisione della Corte Costituzionale che ha dichiarato "illegittimo" l'ergastolo ostativo e ha dato dato tempo un anno al Parlamento per legiferare.
di Sergio Segio
vita.it, 19 aprile 2021
La pena perpetua è questione che divide opinione pubblica, partiti, Parlamento, "addetti ai lavori". Lo riconfermano i commenti alla sentenza della Corte costituzionale sull'ergastolo cosiddetto ostativo, ma è storia di sempre. Il referendum abrogativo del 1981, promosso dal Partito Radicale, ottenne il 22,63% dei consensi.
di Riccardo Mazzoni
Il Tempo, 19 aprile 2021
La Corte Costituzionale ha definito l'ergastolo ostativo "incompatibile" con i principi di uguaglianza e di funzione rieducativa dettati dagli articoli 3 e 27 della Costituzione, oltre che con il divieto di pene degradanti sancito dalla Convenzione europea dei diritti umani: un pronunciamento che boccia in modo inequivocabile la disciplina che preclude in modo assoluto, per chi è condannato all'ergastolo per delitti di mafia e non abbia collaborato con la giustizia, la facoltà di accedere al beneficio della liberazione condizionale, anche quando il suo ravvedimento risulti sicuro.
rumorscena.com, 19 aprile 2021
Si apre il sipario su Ora d'Arte/eventi culturali per il carcere, il nuovo progetto del Teatro Tragodia di Mogoro e del Teatro d'Inverno di Alghero, con la partecipazione dell'Orchestra da Camera della Sardegna e in collaborazione con Il Miglio Verde OdV. Una rassegna "virtuale" che supera le barriere fisiche e simboliche, per portare il teatro e la musica oltre le sbarre: in cartellone sulla piattaforma Teams due commedie, Just Forever (semplicemente per sempre) di Virginia Garau (sua anche la regia) e Fashion Victims di Giovanni Follesa, e un concerto, con un programma ecclettico che spazia fra Settecento e Novecento.
La cultura viaggia in rete tra la Sardegna e la Penisola - tra la Casa di Reclusione Giuseppe Tomasiello di Alghero e la Casa Circondariale San Lazzaro di Piacenza, la Casa Circondariale Ettore Scalas di Uta (Cagliari), la Casa Circondariale di Monza, la Casa di Reclusione di Asti e la Casa Circondariale Francesco Uccella di Santa Maria Capua Vetere.
Inaugurata lo scorso marzo, l'Ora d'Arte prosegue - a partire da mercoledì 21 aprile - con 13 appuntamenti fino all'8 giugno con un trittico fra prosa e musica in ciascun Istituto di Pena: "L'idea di proseguire l'attività in carcere in questi tempi di pandemia, quando l'isolamento è diventato ancora più duro a causa delle restrizioni imposte dall'emergenza sanitaria ha suscitato interesse e adesioni oltre le nostre aspettative" spiega Giuseppe Onnis del Teatro Tragodia.
"Il teatro rappresenta uno spazio di libertà, la possibilità di far viaggiare la mente e immedesimarsi nei personaggi, vivere altre vite: l'Ora d'Arte è per noi l'occasione di poter ritornare in scena sia pure "a distanza", ma speriamo di poter offrire anche al pubblico un momento di svago, una temporanea "fuga" dalla routine tra spunti di riflessione e divertimento" sottolinea Giuseppe Ligios del Teatro d'Inverno. Per la psicologa Rosella Floris de Il Miglio Verde OdV, che da diversi anni opera all'interno delle carceri: "La cultura e l'arte sono necessarie come l'aria: questo progetto rompe la monotonia della vita carceraria e porta un messaggio di speranza, uno spiraglio di luce".
Just Forever del Teatro Tragodia, originale commedia musicale in scena (d)a La Fabbrica delle Gazzose di Mogoro disegna un sapido affresco del Belpaese dagli Anni Quaranta ad oggi le chiacchere e i litigi di un "gineceo impazzito" di madri, nonne, zie e amiche della sposa impegnate nei preparativi per un matrimonio: nel cast Nigeria Floris, Daniela Melis, Caterina Peddis e Carmen Porcu, con Siparietti Finali a cura di Marco Nateri e musiche originali di Paolo Congia. Fashion Victims, trasposizione teatrale dell'omonimo "pamphlet" di Giovanni Follesa e Fabrizio Demaria, con la regia di Sonia Borsato, in diretta dal Teatro Civico di Alghero, racconta il tempo del lockdown attraverso i monologhi di quattro personaggi, interpretati da Giuseppe Ligios, dal "dandy" Foffo a Samantah, parrucchiera dei vips, da Monica, un'impiegata ligia alle regole a Gabriele, che ha scelto l'isolamento per sfuggire al contagio. Infine - in diretta dal Teatro di Sanluri - il concerto dell'Orchestra da Camera della Sardegna diretta da Simone Pittau, sulle note della Serenata per Archi in mi minore op.20 di Edward Elgar e del Divertimento per Archi in Re maggiore KV136 di Wolfgang Amadeus Mozart, accanto alla Sinfonia per Archi n.10 di Felix Mendelssohn-Bartholdy e alla celebre Simple Symphony di Benjamin Britten.
ilmetropolitano.it, 19 aprile 2021
In Comune si è tenuta la riunione della Commissione Pace, diritti umani, immigrazione e diritti internazionali. Udita nuovamente la Garante dei detenuti. L'avvocato Russo ha introdotto il suo intervento ringraziando tutta la commissione, la Presidente Lucia Nucera, l'Assessore Mariangela Cama presente in quell'occasione, ed i consiglieri di maggioranza e minoranza che con grande sensibilità complessiva stanno interagendo per la realizzazione di politiche sociali all'altezza delle esigenze della cittadinanza.
Ha poi rinsaldato il concetto di quanto oggi più che mai sia necessario ed inderogabile avviare percorsi di formazione professionalizzante. Ce lo dice l'Europa, ce lo chiede l'impianto normativo, ma soprattutto è un'esigenza di chi vuole riscattare la propria vita da un reato commesso. Servono percorsi di reinserimento sociale e lavorativo contemperati alle reali esigenze dei detenuti. Nulla deve essere lasciato al caso.
Ulteriore aspetto di non minore rilevanza è stato il tema della giustizia riparativa che ha una radice antichissima. Cita Zagrebelsky: "diciamo che il crimine determina una frattura nelle relazioni sociali. In una società che prenda le distanze dall'idea del capro espiatorio, non dovrebbe il diritto mirare a riparare quella frattura?
Da tempo si discute di giustizia riparativa, restaurativa, riconciliativa. Studi sono in corso, promossi anche da raccomandazioni internazionali". La giustizia penale riparativa - come la intendiamo oggi - è strettamente legata a quest'ultima modalità, ovvero all'esigenza di sanare l'offesa attraverso azioni "utili" alla vittima, sia essa una persona fisica, una collettività più o meno estesa di persone o la comunità in senso lato. Si tratta, dice la Garante, di una prospettiva nuova che potrebbe modificare le coordinate con le quali concepiamo il crimine e il criminale: da fatto solitario a fatto sociale; da individuo rigettato dalla società a individuo che ne fa pur sempre parte, pur rappresentandone il lato d'un rapporto patologico. Qualcosa si muove, nella giustizia minorile, nei reati punibili a querela. Ma molto c'è da fare.
Ed è da questo pensiero che l'attenzione della Garante si indirizza verso quel brillante progetto denominato Mandela's Office, siglato con apposito protocollo nel 2018. Proprio ieri comunica l'Avv. Russo, dall' Ufficio che oggi rappresento è stata inviata una pec a tutte le Istituzioni coinvolte perché il Mandela's non può e non deve subire più nessuna battuta d'arresto. Non si guardi al passato, si pensi all'oggi, alle responsabilità di ciascuno di noi ed è questa la linea definita con il Sindaco Falcomatà.
In questo contesto, oggi esasperato ancor di più dalla situazione pandemica e da una povertà sociale allarmante, i fenomeni di criminalità e la commissione di reati soprattutto tra i giovani, ci impongono di intervenire e rendere funzionale il Mandela's Office. Ne ha parlato con il suo predecessore la Garante la quale afferma: "con il Garante regionale dei detenuti, l'avv. Siviglia, c'è assoluta sinergia istituzionale e grande rispetto professionale. Stiamo affrontando assieme molte annose vicende che riguardano il sistema penitenziario e le battaglie se condivise hanno un valore diverso, soprattutto quando si ottengono risultati per la tutela dei detenuti troppo spesso ritenuti soggetti invisibili".
Con questo pensiero ci batteremo tutti per riprendere lì dove si è incagliata la nave. Non guardando la pagliuzza del passato nell'occhio altrui, ma lavorando ad un coerente qui ed ora. Abbiamo tutti la responsabilità del presente e della costruzione di un mondo migliore per le generazioni future. Da questo modo di pensarsi, dalle responsabilità individuali in capo a ciascuno di noi, la Garante auspica in tempi brevi una ripresa delle attività.
di Selene Pascasi
Il Sole 24 Ore, 19 aprile 2021
Due episodi di molestie, anche concentrati in un arco di tempo breve. O uno scambio di sms minacciosi, per quanto non seguito da un incontro fisico. Si tratta di fatti che, se spaventano la vittima o la costringono a cambiare abitudini, possono integrare il reato di stalking.
È quanto emerge dall'analisi delle recenti pronunce dei giudici. Il reato di stalking, previsto dall'articolo 612-bis del Codice penale, punisce (con la reclusione da un anno a sei anni e sei mesi) chi, con condotte reiterate, minacci o molesti una persona in modo da causare un continuo e grave stato di ansia o paura o un fondato timore per l'incolumità propria o dei suoi cari, tanto da farle cambiare routine.
Pena più alta se si bersaglia il coniuge, anche separato o divorziato, una persona con cui si è osi è stati legati sentimentalmente, minori, donne incinte, disabili o se si usino mezzi informatici, telematici, oppure armi o travisamenti.
A segnare i confini del reato di stalking è la giurisprudenza. Il punto chiave è la prova di uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma. Quando ricorre il reato Scattalo stalking per chi consapevolmente minacci di morte la donna con cui aveva interrotto i rapporti inviandole sms quotidiani e lasciandole scritte murali offensive vicino al Sert frequentato (Corte d'appello di Ancona 642/2020).
Anche l'ingiuria, una delle forme più frequenti di molestia, può sfociare nello stalking se posta in essere in pubblico o alla presenza di più persone essendo in quelle circostanze idonea a incidere "dolorosamente e fastidiosamente" sulla condizione psichica della vittima (Cassazione 1172/2021). Per la singola offesa come fatto isolato - non inserito in un più ampio contesto di voluta aggressione alla sfera psichica e morale della vittima - si incorre in sanzioni civili. Ma per inchiodare lo stalker può essere sufficiente provare di aver subìto due episodi di minacce, molestie o lesioni idonei a indurre il mutamento di consuetudini.
E ciò anche per atti che si siano svolti in un breve lasso di tempo e persino nell'arco della stessa mattinata e nello stesso luogo (Cassazione 6207/2021): non è essenziale che le persecuzioni si snodino in una prolungata sequenza temporale. Lo stalking può essere integrato anche dall'invio di alcuni messaggi minacciosi e da un'unica telefonata proveniente dall'utenza dell'imputato e rimasta senza risposta, nonostante non sia mai avvenuto un incontro fisico con la vittima, se quest'ultima dimostra di essere stata costretta a cambiare abitudini (Cassazione 61/2019).
Quando non c'è stalking Si configura invece il reato di minaccia (articolo 660 del Codice penale), meno grave di quello di stalking, se si infastidisce qualcuno male dichiarazioni dell'offeso e i fatti non ne dimostrino il turbamento psicologico (Cassazione, 23375/2020). Assolto dall'accusa di atti persecutori, perché il fatto non sussiste, anche l'ex coniuge incriminato per aver instillato nella moglie un serio stato di preoccupazione, se il medico di base abbia espressamente e categoricamente escluso la condizione ansiosa denunciata dalla signora (Corte d'appello di Trento, 11/2021).
Lo stalking, invece, è solo tentato se alla condotta tesa a produrre uno degli eventi tipici (continua ansia o paura, fondato timore per l'incolumità propria o dei cari, cambio d'abitudini) non segua l'effettivo verificarsi di almeno uno di essi (Cassazione, 1943/2021). La tutela Strumento dissuasivo utile a frenare l'escalation delle molestie è l'ammonimento del Questore. Trattandosi di provvedimento che non sancisce la colpevolezza del potenziale stalker (decisione rimessa al giudice), per ottenerlo non serve munirsi di prove rigorose ma basta raccogliere indizi da cui desumere, con un adeguato grado di attendibilità, un comportamento reiterato anomalo, minaccioso o molesto, tale da suscitare ansia e paura (Tar Puglia,1381/2020).
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