di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 aprile 2021
Giustizia riparativa ed ergastolo ostativo, il discorso della guardasigilli in occasione della cerimonia d'intitolazione della Casa circondariale di Bergamo a don Fausto Resmini. Il ministro della Giustizia, Marta Carabia, ha iniziato la sua prima visita ufficiale in Lombardia con un incontro alla comunità educativa per minori don Lorenzo Milani di Sorisole, in provincia di Bergamo. La ministra ha incontrato i giovani ospiti della comunità che è stata diretta da don Fausto Resmini fino alla sua morte per Covid, avvenuta il 23 marzo del 2020, e ha ascoltato le storie dei ragazzi prima di raggiungere la Casa circondariale.
Dopo la visita "mi rimane innanzitutto questa completezza con cui" don Resmini "affrontava il problema della giustizia", ha detto la ministra intervenendo alla cerimonia di intitolazione del carcere di Bergamo di cui il Don Resmini è stato a lungo cappellano. Don Resmini, "mentre aveva grande attenzione ai detenuti - aggiunge Cartabia - al loro disagio, nel frattempo, ha costruito una grande opera educativa. Il binomio educazione e giustizia è quello che mi colpisce, sia perché la giustizia deve mirare alla rieducazione sia perché credo che nello spirito di don Fausto la forte educazione possa anche prevenire tanti guai con la giustizia e con la società". "Un uomo che praticava la giustizia, un uomo teso a rigenerare, senza facili assoluzioni, il percorso di vita di tutti", ricorda la ministra nel suo discorso.
"Ciascuno di coloro che ha incrociato il suo cammino, dentro e fuori il carcere, ha un suo ricordo particolare, un episodio che fissa in lui la sua memoria" ha aggiunto, spiegando che da don Resmini arrivava "una proposta esigente e nient'affatto buonista come si è tentati di pensare di fronte a testimoni come lui. Ripeteva spesso che per il recupero di chi deve fare i conti con il male commesso occorre un un cammino spesso lungo e sempre segnato da tre momenti: il riconoscimento dell'errore, la richiesta di perdono e la riconciliazione con le vittime". "All'interno del carcere, così isolato da tutto e da tutti in questo lungo anno, il disagio può rischiare a volte di spegnere del tutto la fiducia e la speranza, come provano i drammatici suicidi tra agenti della polizia penitenziaria, tra il personale e tra detenuti. Sono già 16 dall'inizio dell'anno, l'ultimo ieri", ha spiegato la guardasigilli.
"Sono fatti a cui non possiamo abituarci - ha aggiunto -. Sono richiami forti, gridi di aiuto. Questo tempo di pandemia ha acceso un faro sulle tante problematiche connesse alla salute fisica e psichica che in carcere si amplificano e attendono risposte più adeguate di quelle attualmente esistenti. Sono drammi che non possono essere ignorati - ha concluso -. La memoria di don Fausto che oggi consegniamo alla città sia sempre stimolo all'impegno di tutti, soprattutto in questa direzione".
"Il carcere ha molti volti e occorre conoscerli da vicino. Oggi abbiamo dovuto conoscere il carcere della pandemia - pandemia che ha colpito così duramente la città di Bergamo, sin dagli inizi e da cui la città ha saputo riscattarsi grazie alla generosità di tanti. Il carcere della pandemia ha portato in primo piano i problemi della salute.
Oggi, siamo chiamati a farci carico prioritariamente della salute di chi opera nel carcere e di chi nel carcere è ospitato, per proteggere tutta la comunità carceraria", ha affermato Cartabia, assicurando di aver "avuto la comunicazione dal generale Figliuolo che si procederà senza interruzione nel completamento delle vaccinazioni in carcere".
"Occorre procedere con le vaccinazioni - ha aggiunto - e a questo scopo io e il Capo del dipartimento penitenziario, Bernardo Petralia siamo in continuo contatto con le autorità competenti perché il piano vaccinale non subisca interruzioni fino al suo completamento. Desidero rassicurare tutti su questo punto, anche quanti negli ultimi giorni avevano nutrito preoccupazioni a riguardo".
Cartabia ha precisato che "a oggi, a livello nazionale sono risultati positivi al Covid 737 detenuti, 478 agenti di polizia penitenziaria e 41 addetti alle funzioni centrali, mentre sono stati coinvolti nel piano vaccinale 9.624 detenuti, 16.819 agenti di polizia penitenziaria e 1.780 addetti alle funzioni centrali. Ci auguriamo - è il suo auspicio - che il vaccino possa dare sollievo a tutti e speriamo possa essere, oltre che una fondamentale protezione sanitaria da un virus così insidioso, anche una luce capace di alleviare le non meno faticose sofferenze psicologiche che la pandemia ha portato con sé".
"Per tutti, il carcere deve avere finestre aperte su un futuro, deve essere un tempo volto a un futuro di reinserimento sociale, come esige la Costituzione. Ma le modalità debbono diversificarsi, debbono tenere in considerazione le specificità di ogni situazione", ha spiegato quindi la ministra.
"Credo che debba essere letta in questa chiave anche la pronuncia della Corte costituzionale, annunciata dal comunicato stampa dello scorso 15 aprile, sull'ergastolo ostativo - ha aggiunto Cartabia. Bisognerà leggere con attenzione le motivazioni che chiariranno l'esatto significato della decisione. Mi pare che sin da ora si possa ritenere che la Corte ha già individuato nell'attuale regime dell'ergastolo ostativo elementi di contrasto con la Costituzione, ma chiede al legislatore di approntare gli interventi che permettano di rimuovere l'ostatività tenendo conto della peculiare natura dei reati connessi alla criminalità organizzata di stampo mafioso, e quindi nel rispetto di regole specifiche e adeguate".
Nel corso della cerimonia la ministra ha quindi ricordato l'importanza della "giustizia riparativa", come "aspetto della nostra giustizia ancora tutto da sviluppare - ha aggiunto - e che, come ho avuto modo di dire anche in Parlamento, mi sta molto a cuore e desidero sostenere attraverso l'azione di governo, per quanto sarà nelle mie possibilità".
di Pietro Senaldi
Libero, 20 aprile 2021
Franco Coppi: "La verità è che la politica ignora i problemi della giustizia, che si abbattono soprattutto sui cittadini comuni, e che ai magistrati interessa più la loro politica interna, correntizia, piuttosto che quella del Palazzo. E la prova è che tutti parlano dei mali dell'amministrazione dei tribunali, però sono discorsi che sento da più di cinquant' anni senza che sia mai stata trovata una soluzione. Anzi, ho l'impressione che, più se ne parla, meno si fa e più i mali della giustizia si aggravano. Prenda la lunghezza dei processi: sembravano eterni già negli anni Settanta, oggi durano ancora di più La ragione di tutto questo? Sciatteria, è la prima parola che mi viene in mente".
C'è un uomo solo che può parlare delle relazioni tra magistratura e politica senza essere accusato di imparzialità, perché ha difeso da pesantissime accuse dei pm i due leader più longevi della storia della Repubblica, Andreotti e Berlusconi, e li ha fatti assolvere, ma non ha mai ceduto alle lusinghe del Parlamento, che pure lo ha corteggiato. La sua toga è immacolata, il suo nome è Franco Coppi. L'avvocato più famoso d'Italia è disincantato, la passione per il diritto è la stessa di un ragazzino, malgrado gli 82 anni, la disamina è amorevolmente spietata, la diagnosi lascia poche speranze perché non si intravede volontà di ravvedimento operoso. "Riforme ne sono state fatte negli anni", per una volta il tono è quello della requisitoria e non dell'arringa, "ma stando ai risultati sono state quasi tutte inutili, non ho visto miglioramenti".
Devo dedurne che la giustizia italiana è irriformabile?
"Nulla lo è, a patto che ci sia la volontà. Riformare davvero richiede il coraggio delle proprie decisioni e la disponibilità a esporsi a critiche anche feroci. Se pensi a quanti voti perdi se separi pm e giudici o se togli l'abuso d'ufficio, non vai da nessuna parte. Devi fare quel che ritieni giusto, senza curarti delle conseguenze".
I politici dicono che riformare la giustizia è impossibile perché i giudici non vogliono...
"Io penso invece che temano di perdere il consenso se toccano la magistratura".
Ma la magistratura non ha perso credibilità negli ultimi anni?
"Comunque meno della politica".
I politici dicono di temere la reazione dei pm, pronti a indagarli se smantellano il suo potere...
"Io non credo che ci sia una guerra della magistratura contro la politica tout court. Non creiamo falsi problemi: la magistratura ha un potere enorme ma quello del legislatore è ancora più grande. Se il Parlamento avesse la forza di cambiare la legge, alla fine Procure e Tribunali sarebbero costretti ad assoggettarsi".
Secondo lei quindi è stata la politica a cavalcare la magistratura più che la magistratura a tenere sotto scacco la politica?
"Questa è un'analisi che contiene della verità: certo alcune parti politiche hanno speculato sulle disavventure giudiziarie degli avversari. Sgradevole che quasi sempre sia avvenuto prima della sentenza definitiva, che spesso è stata di assoluzione, come nei processi che ho seguito per Andreotti e Berlusconi. Però, se intendo il senso provocatorio della sua domanda, il fatto che una giustizia così screditata sia in un certo senso funzionale agli interessi della politica è una tesi suggestiva e non infondata".
Ma se la politica non è ferma per timore della reazione della magistratura, perché allora la subisce?
"Sudditanza psicologica? O piuttosto anche una forma strana di indifferenza rispetto ai problemi. Il Parlamento oggi sembra avere dimenticato il motto latino "Iustitia fondamentum regni": con istruzione e sanità, il funzionamento dei tribunali è il cardine di un Paese civile. Noi invece abbiamo messo anche la giustizia in lockdown, ma i danni sono irreparabili".
È così difficile apportare queste modifiche?
"Basterebbero 24 ore. Però temo che uno dei grandi problemi sia il deficit di competenza. La politica in realtà non sa dove mettere le mani per migliorare il diritto. Non ha gli uomini, dovrebbe appaltare la riforma della giustizia a una commissione di una dozzina di giuristi".
I giudici insorgerebbero subito...
"Se le proposte fossero concrete e ragionevoli, non potrebbero opporvisi. E anche se lo facessero, chi se ne importa?".
Ritiene che le toghe siano troppo politicizzate?
"Di magistrati ne ho conosciuti tanti. Sono una piccola parte quelli condizionati dalla politica".
Captatio benevolentiae...
"Guardi, ho visto molti più giudici influenzati dall'opinione pubblica, dai giornali o dalle mode che dalla politica. C'è chi mi ha confessato, prima dell'udienza, di essersi fatto un'opinione guardando i talkshow".
Le intercettazioni di Palamara però hanno rivelato che Salvini è a processo perché ritenuto un avversario politico e non un sequestratore di immigrati...
"Sarebbe una cosa spregevole".
Cosa pensa di quello che sta venendo fuori sulla magistratura?
"Non tutto è una novità, di certe cose si parlava da tempo. La cosa più sgradevole è il sistema di nomine, tutte raccomandazioni, dispute, calcoli: se fosse davvero così, sarebbe sconcertante".
Che quadro ne emerge della magistratura?
"Un potere autoreferenziale concentrato su se stesso, più interessato alla politica interna che a quella nazionale".
Vede segnali di pentimento nella casta in toga?
"Vedo imbarazzo nei molti magistrati onesti. È auspicabile che l'intera categoria si senta ferita".
Cambierà qualcosa?
"Per cambiare serve volontà. Quel che vedo non mi fa essere ottimista".
Bisognerebbe abolire l'Associazione Nazionale Magistrati?
"L'abolizione del parlamentino delle toghe è un problema che non mi sono mai posto. La sua esistenza mi lascia indifferente: se c'è, è naturale che si divida in correnti, ma i problemi veri della magistratura sono altri".
Quali, secondo lei?
"Vedo troppa anarchia nei tribunali, ogni giudice fa quel che gli pare e i processi hanno spesso sviluppi cervellotici, sfociano in sentenze imprevedibili. Avrei paura a essere giudicato da questa magistratura".
Colpa del Consiglio Superiore della Magistratura?
"Il Csm non può intervenire sui processi ma sui comportamenti deontologici dei giudici. È il capo degli uffici, il Procuratore o il Presidente del Tribunale che deve far lavorare i suoi sottoposti e mettere un argine a decisioni e comportamenti stravaganti. Solo che, appena lo fa, si parla di attentato all'indipendenza del giudice. Invece secondo me è indispensabile un capo che riprenda e metta ordine".
La sua ex collaboratrice, Giulia Bongiorno, ha detto che nell'esame di magistratura bisognerebbe inserire un test psicologico. Lei sarebbe d'accordo?
"Sono d'accordo che servirebbero mezzi di selezione più rigorosi. Non è ammissibile che si diventi magistrati, acquistando diritto di vita e di morte sugli italiani, dopo due o tre compitini di legge. Ci vorrebbero esami più articolati attraverso i quali saggiare anche la preparazione morale e spirituale e l'equilibrio psicologico e politico del candidato".
Ipotizza anche verifiche nel corso della carriera?
"Queste dovrebbero farle i capi dei giudici. In realtà credo che bisognerebbe dare più importanza alla produzione di un giudice per valutarne gli avanzamenti di carriera. Oggi si procede solo per anzianità, ma questo ti porta in processi importanti, magari in Cassazione, a trovarti davanti a giudici che mai avresti immaginato a certi livelli. Dovrebbero contare anche i processi vinti o persi e le sentenze impugnate o cassate. Come in tutti i lavori, il risultato deve avere un peso nella carriera. Trovo molte diversità nei livelli di preparazione di una toga rispetto a un'altra".
Si dice che i giudici non pagano mai per i loro errori...
"Lavorare sotto il timore di uno sbaglio che può costare caro toglie serenità e distacco".
Però lei se sbaglia, paga...
"Io non ho mai desiderato fare il giudice perché mi angoscerebbe l'idea di decidere sulla sorte di un uomo. Pensi che ci sono certi processi, dove non sono riuscito a far assolvere imputati che ritenevo innocenti, per i quali ancora non dormo la notte a distanza di anni".
Che qualità dovrebbero essere indispensabili per un giudice?
"A parte la preparazione tecnica, che non sempre riscontro, un giudice deve avere equilibrio e umanità, per ricostruire i fatti e valutarli. Deve essere dotato di un alto valore morale e sociale, perché diventa interprete della realtà che sta vivendo".
Si ha l'impressione che certe sentenze vogliano cambiare la società anziché seguirne l'evoluzione...
"Talvolta nelle motivazioni dei verdetti c'è la volontà di impartire qualche lezioncina. Però quando parlo di valore morale non voglio dire intento moralizzatore, che è una cosa dalla quale il giudice dovrebbe sempre rifuggire".
Le mutazioni della società hanno portato anche a una proliferazione delle fattispecie di reato...
"Alcuni nuovi reati sono inevitabili, come quello che punisce le comunicazioni sociali che manipolano il mercato. Altri sono gratuiti".
Tipo il femminicidio o i reati della legge Zan?
"Talvolta introdurre un nuovo reato serve al legislatore per levarsi il pensiero. C'è un problema sociale? Creo un reato e sparo una condanna, così ho la coscienza a posto e mi mostro sensibile. La realtà è che bisognerebbe depenalizzare, non creare nuovi reati; oggi abbiamo liti di condominio che finiscono in Cassazione".
Com' è cambiata la giustizia da che ha iniziato lei?
"Essendo anziano non vorrei passare per un laudator temporis acti, ma non posso evitare di constatare un degrado generale, nella magistratura quanto nell'avvocatura. Ricordo che un tempo, quando andavo ad ascoltare i grandi per imparare, c'erano livelli di discussione giuridica ben più alti. Oggi, a causa anche del carico di lavoro eccessivo, i tribunali sono diventati delle fabbriche del diritto, le sentenze vengono scritte in fretta. Ma sono nostalgico anche anche per quanto riguarda la cifra stilistica: girando per le aule mi sembra che manchino l'eleganza e il decoro di un tempo".
È stato più facile far assolvere Andreotti o Berlusconi?
"Quello di Andreotti è un processo che non si sarebbe dovuto tenere".
E quello di Berlusconi, l'ha vinto in punta di diritto?
"No, l'ho vinto sui fatti: quelli contestati non configuravano un reato".
Però si era messa male ...
Per vincere non ho dovuto scalare le montagne, molto lavoro era stato fatto dai miei predecessori, io ho dovuto solo convincere i giudici che la qualificazione giuridica dei fatti portava necessariamente all'assoluzione".
Fortuna che quella volta non si è imbattuto in un giudice moralista?
"Non sono un mondano, la sera preferisco stare a casa con mia moglie e le mie figlie, abitiamo tutti vicini. Però alle cene di Arcore ci sarei andato, e mi sarei pure divertito".
Perché ha chiamato il suo cane Ghedini?
"Perché me l'ha regalato proprio Niccolò. Io sono un grande cinofilo. Il cane si chiama Rocki, io gli ho dato un cognome, ma è un gesto d'affetto verso chi me l'ha donato. Mi ha fatto un regalo che mi ha commosso e del quale gli sarò sempre grato".
di Carlo Lania
Il Manifesto, 20 aprile 2021
In programma un vertice in Italia con esponenti libici e le agenzie Onu sui diritti umani. Con un occhio al prossimo decreto missioni. L'impegno a organizzare a Roma un incontro tra esponenti del governo libico e le agenzie dell'Onu, Unhcr e Oim, che si occupano di rifugiati e migranti. Ma anche le (ormai) consuete pressioni perché Tripoli eserciti maggiori controlli sulle sue frontiere meridionali dalle quali passano decine di migliaia di migranti, e lungo le coste per arginare le partenze dei barconi. In cambio, l'impegno dell'Italia a sostenere progetti di collaborazione allo sviluppo coinvolgendo anche l'Unione europea.
Nonostante le trasferte già avvenute del premier Mario Draghi e del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, al Viminale preferiscono ancora considerare il viaggio compiuto ieri in Libia dalla ministra Luciana Lamorgese come un "primo approccio", l'avvio di una collaborazione tra Italia e il nuovo governo di unità nazionale guidato al premier Abdlamid Dabaiba che ieri la ministra ha incontrato insieme al presidente del Consiglio presidenziale dello Stato Mohames Younis Ahmed al-Menfi e al ministro dell'Interno Khaled Tijani Mazen. La missione libica ha però anche una forte valenza politica interna, specie dopo che gli apprezzamenti rivolti da Draghi alla Libia per i "salvataggi" compiuti dalla cosiddetta Guardia costiera libica, hanno di nuovo riaperto la questione della sistematica violazione dei diritti umani nel Paese nordafricano.
Per questo Lamorgese è tornata a chiedere una risposta alle osservazioni presentate a luglio dello scorso anno da Roma al Memorandum Italia-Libia con le quali si sollecitava un maggior coinvolgimento proprio di Unhcr e Oim nel controllare le condizioni di vita dei migranti nei centri di detenzione libici, condizioni che saranno anche oggetto del futuro vertice romano. Ottenere rassicurazioni in tal senso, è quindi importante per il governo in vista dell'imminente discussione in parlamento del decreto missioni per provare a disinnescare possibili contestazioni a un nuovo finanziamento alla Marina libica tra le forze della maggioranza che sostiene Draghi. E poco importa se analoghe rassicurazioni erano state fornite anche nel 2020 dal precedente esecutivo guidato a Fayez al-Sarraj senza che nel frattempo nulla sia cambiato.
Il viaggio di ieri è stato preceduto da una telefonata tra Lamorgese e Mazen ed avviene in un momento in cui in Libia l'Italia deve ritrovare il suo spazio. Oltre alla Turchia e alla Russia, che si dividono il Paese, il mese scorso la Francia ha riaperto la sua ambasciata e Macron, insieme alla promessa di finanziamenti per la formazione della polizia di frontiera cerca, per ora senza successo, di assumere il controllo della frontiera con il Niger per arginare i flussi dei migranti ed eventuali infiltrazioni da parte di terroristi. L'Unione europea, invece, si prepara a inviare entro la fine di aprile un proprio ambasciatore a Tripoli. In questo scenario ci sono i dati dell'agenzia europea Frontex che segnalano come il numero dei migranti che a marzo hanno attraversato il Mediterraneo centrale sia quadruplicato (1.800) rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, quando la pandemia era appena cominciata. Numeri che fanno temere al Viminale un'impennata degli arrivi non appena le condizioni del tempo lo permetteranno.
Intervenire nella gestione di questi flussi per Roma diventa quindi fondamentale, anche se la questione migranti più che nelle mani del governo libico è in quelle della Turchia che nella base navale di al Khums, recentemente ricostruita, addestra da mesi la Guardia costiera di Tripoli. Ieri comunque, per non smentirsi, in serata il ministero dell'Interno libico ha ricordato come Mazen abbia tra l'altro chiesto a Lamorgese corsi di formazione per "l'aviazione della polizia, la sicurezza costiera e altri corsi specialistici nel campo della lotta all'immigrazione illegale".
Lamorgese si è impegnata ad alleggerire la pressione in Libia ricominciando a organizzare corridoi umanitari verso l'Italia. Tecnicamente più che corridoi, come spiega l'Unhcr, si tratta di evacuazioni umanitarie dei soggetti più vulnerabili - persone malate, donne sole o incinta, minori e famiglie - e per quanto importanti, finora si tratta ancora di numeri limitati: dal 2017 al 12 settembre 2019 ne sono stati effettuati in tutto appena otto (sei direttamente dalla Libia all'Italia e due passando dal Niger), che hanno permesso il trasferimento in Italia di 913 persone.
di Sofia Segre Reinach*
Corriere della Sera, 20 aprile 2021
Oltre la chemio e le sbarre nel segno della speranza. I ragazzi affetti da patologie gravi che realizzano Il Bullone si sono confrontati con i reclusi del carcere milanese. Le paure del dopo Covid e una certezza: "Insieme imperiamo sempre qualcosa".
I B.Liver, ragazzi affetti da patologie gravi e croniche che realizzano il giornale mensile Il Bullone (nella foto la copertina dell'ultimo numero), e i reclusi del carcere di Opera. Non è la prima volta. Era già successo due volte, prima del lockdown, un confronto in presenza duro e sincero, sulla libertà, il senso della giustizia, la malattia e il confronto, chissà perché inevitabile, tra chemio e sbarre. Anche sabato 10 aprile il bisogno di incrociarsi tra due comunità così diverse ma con tratti simili ha spinto Bill Niada, il fondatore del Bullone e Giovanna Musco, responsabile dell'Associazione In Opera, a mettere insieme ragazzi e detenuti.
Un incontro in remoto, come si dice adesso quando uno sta a casa sua e gli altri tutti insieme in una stanza. In una bolla del carcere. Il Covid ha diviso i raggi in bolle, i detenuti 30-40 stanno insieme dalla mattina alla sera, sempre loro, senza contatti con altri reclusi per ridurre al minimo eventuali contagi. La tecnologia ha aiutato tutti a dimenticare la sofferenza che si aggiunge ad altra sofferenza che ci ha colpito da più di un anno.
Prima domanda: abbiamo davanti a noi ragioni di speranza? Ci sono ragioni che possono preservarci dalla disperazione? Che servono a mantenerci in cammino? E si apre il dibattito tra speranza "che in carcere è forse solo una parola, ma non la perdiamo mai", come ha detto Giuseppe, e la bolla. Bolla tra le celle, negli ospedali, a casa propria, sul lavoro. "Prigioni diverse" ha aggiunto Giulia, una B.Liver stanca di aspettare che tutto finisca.
Carlo, un altro recluso, ha preferito andare oltre: "Io sono oltre la bolla. Che cosa succederà dopo? Come mi adatterò al nuovo corso? Come quando uscirò da qui: riuscirò a reinserirmi in una vita sociale normale?". Mattia: "La bolla? Un modo come un altro per riscoprire se stessi, capiti gli errori che ci hanno portato qua dentro". La B.Liver Oriana accarezza: "Quanto coraggio che avete, mi piace parlate con voi s'impara sempre". Alex, un altro detenuto, accetta la carezza in remoto e rilancia: "Siamo noi che impariamo da voi, stiamo bene insieme quando ci confrontiamo".
Mai nessuno ha chiesto: qual è il tuo reato? Come mai nessuno ha chiesto: qual è la tua malattia? Due citazioni, invece. Un recluso ha parlato di Saramago, Cecità: "Se dovessimo tutti insieme perdere la vista... provate ad immaginare che cosa succederebbe...". Un B.Liver è andato su Kierkegaard che ha definito la speranza "la passione del possibile". E tre ore sono volate via, è mancato solo l'abbraccio finale. Con Andrea, come Carlo, Giuseppe, Alex, Alessio, Mattia, che saluta tutti e dice: "Torniamo nella nostra bolla, a presto". Sarah saluta anche lei da casa con il suo iPad: le parole sono creature viventi. Si sta bene anche così.
*Operatrice de "Il Bullone"
telesudweb.it, 20 aprile 2021
Monsignor Fragnelli ha concelebrato l'eucarestia in occasione del pellegrinaggio della "Croce della misericordia". "Mi hanno raccontato che dopo il terribile alluvione del 1976 che a Trapani provocò 16 vittime travolte dall'acqua e dal fango, si pianificò la costruzione di un invaso. Anche il carcere rappresenta un invaso per proteggere la città dal potere della mafia ma sappiamo che non basta. Tutti dobbiamo lavorare, anche voi, per creare le condizioni per proteggere la società dall'allagamento del male e delle mistificazioni".
Così il vescovo di Trapani Pietro Maria Fragnelli ai detenuti della sezione alta sicurezza "Jonio" del carcere di Trapani dove ha concelebrato l'eucarestia in occasione del pellegrinaggio della "Croce della misericordia" benedetta da Papa Francesco nel 2019 e pellegrina nelle carceri italiane.
La croce, proveniente dal carcere di Sciacca, è rimasta in città un paio di giorni dal 14 al 16 aprile. Sabato scorso, prima di essere consegnata al Carcere Ucciardone di Palermo, è stata accolta nella parrocchia Cristo Re di Valderice, dove, nella Casa Canonica con il parroco e cappellano del carcere don Francesco Pirrera, vivono degli ospiti in misura alternativa.
La presenza della croce, dal forte significato simbolico, è stata occasione per brevi momenti di confronto e riflessione con operatori impegnati nel mondo carcerario, la comunità parrocchiale e il vescovo Fragnelli.
Il 13 aprile 2017 papa Francesco fece visita ai detenuti di Paliano, in provincia di Frosinone. Dopo di allora i detenuti pensarono di realizzare una grande croce, guidati dalla volontaria Luigia Aragozzini, maestra iconografa, nel laboratorio promosso in carcere dalla Comunità di Sant'Egidio.
Il 14 settembre 2019, nel giorno dell'Esaltazione della croce, gli stessi detenuti di Paliano presentano al papa l'icona di un crocifisso sul cui sfondo si vedono scene della Scrittura che riguardano i prigionieri. L'icona hanno voluto chiamarla 'Croce della Misericordia' ed è stata portata all'udienza del Papa in piazza San Pietro dalla Polizia penitenziaria, dal personale dell'Amministrazione penitenziaria e della Giustizia minorile e di comunità.
Dopo la benedizione del Papa, essa ora fa il giro delle carceri italiane: un pellegrinaggio della speranza. Il 9 ottobre 2019 don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani nelle carceri italiane, spiega il significato del pellegrinaggio, che comincia il 15 ottobre 2019 proprio da Paliano: "La Croce che entra nella carceri non deve interpretarsi come messaggio di buonismo, ma deve invece essere percepita come un importante simbolo di fede che accompagna il detenuto nel riconoscere le sue responsabilità, attraverso una revisione critica del passato, ripetutamente compromesso con il male, cercando di vivere la carcerazione come un'opportunità di conversione e di pentimento.
Il Cristo, che varca le porte delle carceri, vuole portare nel cuore dei reclusi la vera libertà, affinché si convertano nel bene, e il bene possa vincere sul male. Entra bussando alla porta del cuore dei ristretti e con amore e tenerezza li ammonisce, invitandoli alla conversione. Cristo non tace di fronte al male, il suo è uno sguardo che ama e corregge.
Questa Peregrinatio Crucis che varcherà i molti luoghi di solitudine e di sofferenza, accompagnata dai cappellani, religiose e volontari, vuole anche ricordare a tutti noi, come viene riportato nel libro dei Proverbi, che anche 'il giusto cade sette volte' e a nessuno è consentito di giudicare solo con la logica umana, perché tutti siamo deboli e peccatori. Cristo Crocifisso, per noi che lo porteremo all'interno degli istituti di pena, è l'icona che ci rammenta il grande amore di Dio per l'umanità e, allo stesso tempo, ci vuole anche far riflettere sui molti innocenti ancora rinchiusi nelle celle che attendono una risposta dalla giustizia umana. Entra nelle carceri per liberare l'uomo dal suo ergastolo interiore, invitando alla speranza e al diritto di ricominciare".
Sul legno sono state dipinte scene bibliche: la Liberazione di Pietro e di Paolo dalle prigioni, il buon ladrone, e i Protettori, San Basilide (Patrono della Polizia Penitenziaria) e San Giuseppe Cafasso (Patrono dei Cappellani delle carceri). Sul fondo della Croce immagini di bambini con le loro madri in carcere. Questa raffigurazione vuole rappresentare il desiderio e la speranza di tante madri di poter scontare in luoghi alternativi al carcere la loro pena. Al Papa furono offerte anche una casula e una stola realizzata dai detenuti del carcere di Larino, in Molise, impegnati in un percorso sartoriale e seguiti dall'area trattamentale dell'istituto e dalle sarte volontarie. Sulla casula emergono le immagini delle mani protese come messaggio di speranza e di fiducia per il futuro.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 20 aprile 2021
Il carcere di Bergamo porta ufficialmente il nome di Don Fausto Resmini, lo storico e amato cappellano della struttura penitenziaria deceduto poco più di un anno fa a causa del Covid. Nell'ambiente, ma anche in città c'era già chi si riferiva all'Istituto come al "Don Resmini" ma l'intitolazione ufficiale avvenuta oggi, fortemente voluta dalla direttrice Teresa Mazzotta, interpreta il desiderio di tutta la comunità carceraria.
"È stato un gesto tutt'altro che formale" - ha precisato la ministra Marta Cartabia, presente alla cerimonia insieme al Capo Dipartimento dell'amministrazione Penitenziaria Bernardo Petralia - "Il nome esprime un'identità. Intitolare il carcere di Bergamo a Don Fausto Resmini significa fare propri i suoi insegnamenti, farne tesoro, custodirli e mantenerli vivi".
A causa delle regole imposte dalla pandemia, all'evento non hanno potuto essere presenti tutti quelli che avrebbero voluto raccontare chi era Don Fausto. A cominciare dai ragazzi della Casa Don Milani di Sorisole, fondata dal sacerdote 43 anni fa per accogliere giovani in condizioni di vulnerabilità. La ministra Cartabia ha voluto per questo fare tappa, prima della cerimonia, nella struttura divenuta nel tempo il laboratorio e il simbolo dell'idea educativa in cui don Fausto credeva. "Di Don Resmini - ha detto la Guardasigilli - resterà la completezza con cui ha affrontato il tema della giustizia. Il binomio educazione e giustizia è quello che mi colpisce di più: sia perché la giustizia deve mirare alla rieducazione, sia perché credo che una forte educazione possa anche prevenire tanti guai con la giustizia".
Presenti alla cerimonia rappresentanze della polizia penitenziaria, del personale amministrativo e i familiari del sacerdote, che hanno scelto di sedere accanto ai sei detenuti presenti. Tra loro anche Vincenza Leone, che, dopo i saluti della direttrice Teresa Mazzotta e dell'intervento del Capo dell'Amministrazione Penitenziaria Bernardo Petralia, ha ricordato il "Don" che passava ogni giorno nell'ufficio dove lei lavorava, sempre indaffarato e con la sua agenda sotto il braccio, ma che non mancava mai di chiederle come stava.
L'intervento della Ministra è stato incentrato sull'attualità del messaggio di Don Resmini, sull'idea di una giustizia non distruttiva ma generativa che comprenda "Il travaglio di un cammino spesso lungo e sempre segnato da tre momenti: il riconoscimento dell'errore, la richiesta di perdono e la riconciliazione con le vittime". "Quello riparativo è un aspetto della nostra giustizia ancora tutto da sviluppare - ha aggiunto la ministra Cartabia - "Come ho avuto modo di dire anche in Parlamento, mi sta molto a cuore e desidero sostenere attraverso l'azione di governo, per quanto sarà nelle mie possibilità".
Nel corso del suo intervento la Guardasigilli ha inoltre comunicato di aver appreso dal generale Figliuolo della ripresa della campagna vaccinale in carcere "Oggi siamo chiamati a farci carico prioritariamente della salute di chi opera negli istituti penitenziari e di chi ne è ospitato per proteggere tutta la comunità carceraria - ha concluso la ministra - "Ci auguriamo che il vaccino possa dare sollievo a tutti nella speranza possa costituire sia protezione da un virus così insidioso e luce capace di alleviare le non meno faticose sofferenze psicologiche che la pandemia ha portato con sé". Dopo la cerimonia di intitolazione, Marta Cartabia ha visitato il reparto femminile della casa circondariale e si è intrattenuta con le detenute.
di Liana Milella
La Repubblica, 20 aprile 2021
Palazzo dei Marescialli si rivolge al Consiglio di Stato contro la decisione del Tar del Lazio che aveva annullato la nomina di Prestipino a favore di quelle del Pg di Firenze e del procuratore di Palermo. Per il Csm Michele Prestipino deve restare procuratore di Roma. Tant'è che oggi pomeriggio - come Repubblica ha scoperto - la commissione per gli incarichi direttivi, con 5 voti contro uno, ha deciso di ricorrere al Consiglio di Stato contro la decisione del Tar del Lazio che invece il 22 febbraio aveva accolto i ricorsi del procuratore generale di Firenze Marcello Viola e del procuratore di Palermo Franco Lo Voi.
È ancora una storia senza una fine certa quella della procura di Roma. Il cui vertice era divenuto nel 2019 un "pezzo" del caso Palamara per via dell'incontro dell'8 maggio all'hotel Champagne in cui Luca Palamara, con i deputati Luca Lotti (Pd) e Cosimo Maria Ferri (allora Pd, oggi renziano), e cinque consiglieri in carica del Csm poi dimessisi, faceva strategie per far vincere il Pg di Firenze Viola.
Ma un anno dopo, il 4 marzo del 2020, il Csm ha scelto Michele Prestipino, già procuratore aggiunto a piazzale Clodio quando al vertice c'era Giuseppe Pignatone, andato in pensione a maggio del 2019. I concorrenti della prima votazione del 23 maggio 2019 - Viola, Lo Voi, il capo della procura di Firenze Giuseppe Creazzo - hanno fatto ricorso al Tar del Lazio. Che ha riconosciuto in parte le ragioni di Viola e di Lo Voi, mentre ha bocciato il ricorso di Creazzo, nel frattempo finito sotto azione disciplinare per via di alcune sue presunte avance nei confronti della collega di Palermo Alessia Sinatra.
Storia complicata questa della procura di Roma, uno degli uffici giudiziari più importanti d'Italia. Ma che oggi vede una nuova puntata. Importante. Perché la commissione che decide i capi degli uffici e i loro vice (direttivi e semi-direttivi) ha deciso di confermare indirettamente la nomina di Prestipino ricorrendo al Consiglio di Stato contro il Tar. Lo aveva già fatto nel caso di Viola, sostenendo che i giudici amministrativi non avevano ragione nel sostenere che la bocciatura del Pg di Firenze - che invece nel 2019, sponsorizzato a sua insaputa (perché non c'è alcuna chat o intercettazione che lo coinvolge) da Palamara e soci, era stato designato come vincitore dalla commissione - non era stata motivata adeguatamente.
Invece il Csm adesso ha sostenuto che proprio i fatti dell'hotel Champagne, nonché le dimissione di due dei 6 componenti della commissione dell'epoca, potevano ben giustificare la mutata decisione. Infatti, a prescindere dalle responsabilità di Viola, comunque la proposta che lo vedeva vincitore era inquinata da comportamenti illeciti altrui.
Stavolta invece, nel caso di Lo Voi, la motivazione del Csm punta su un altro argomento del tutto tecnico e professionale. Che ha convinto cinque dei 6 componenti, il presidente di Autonomia e indipendenza (la corrente di Davigo) Giuseppe Marra, il vice di Area Giuseppe Cascini, nonché il laico di Forza Italia Alessio Lanzi, Michele Ciambellini di Unicost, Filippo Donati laico indicato da M5S. Si è astenuta invece Loredana Micciché, toga di Magistratura indipendente, che quel 4 marzo aveva votato per Lo Voi.
La motivazione della commissione è semplice, anche se contenuta in un lungo parere che sarà votato mercoledì in plenum e poi sarà presentato al Consiglio di Stato. Michele Prestipino "batte" Lo Voi per la sua esperienza più lunga e più variegata nel contrasto alle mafie, poiché per più di vent'anni tra Palermo, Reggio Calabria e Roma - procure dove ha sempre rivestito il ruolo di procuratore aggiunto - ha acquisito più "punti" rispetto a Franco Lo Voi che ha lavorato alla procura di Palermo come pm, ma poi è stato al Csm e giudice di Eurojust. Adesso la partita decisiva la giocherà il Consiglio di Stato dove si è già svolta l'udienza per il ricorso di Viola, e la cui decisione dovrebbe essere depositata tra un mese, e che poi a seguire si pronuncerà su Lo Voi.
di Pasquale Annicchino e Knox Thames
Il Domani, 20 aprile 2021
Le democrazie occidentali sono chiamate a prendere posizione sulla sconcertante repressione in atto nello Xinjiang contro la minoranza musulmana. Stati Uniti, Canada, Paesi Bassi e altri hanno già segnalato in varie forme la disponibilità a qualificare quello che sta succedendo come un genocidio, ma altri paesi sono orientati a cedere alle pressioni economiche della Cina.
La guerra della Cina contro i suoi cittadini musulmani uiguri continua a intensificarsi. Gli abusi sono sconcertanti. Eppure, non è certo se i principali stati europei definiranno come "genocidio" i tentativi della Cina di distruggere l'islam nella provincia occidentale dello Xinjiang. La questione è in esame in diverse capitali e ogni democrazia alla fine sarà chiamata a prendere una decisione importante rispetto alla priorità da attribuire al commercio o ai valori. Pechino non renderà la decisione semplice.
Le atrocità cinesi che, nello specifico, prendono di mira gli uiguri e altri gruppi etnici tradizionalmente musulmani sono sempre meglio documentate. Come in un ritorno ai giorni di Mao, la Cina comunista ha costretto un milione di musulmani in campi di internamento chiamati "centri di rieducazione". È dai tempi del nazismo che la detenzione di massa basata sulla religione e sull'etnia non avveniva a questo livello.
Con la scusa della lotta all'estremismo religioso, le autorità accusano di "crimine" chi porta la barba lunga, rifiuta gli alcolici, o digiuna durante il Ramadan. Questi comportamenti sono sufficienti per vedere un padre scomparire. Come ha riportato la Commissione statunitense per la libertà religiosa internazionale, i detenuti subiscono "torture, stupri, sterilizzazione e altri abusi. Inoltre, quasi mezzo milione di bambini musulmani sono stati separati dalle proprie famiglie e messi in collegi". Un dottore uiguro, recentemente fuggito dalla Cina, ha riferito di ottanta sterilizzazioni forzate al giorno. Una ripresa da drone filtrata fuori dallo Xinjiang ha mostrato file di uiguri legati e imbavagliati come prigionieri di guerra.
Non solo i musulmani - La Cina ha anche dichiarato guerra ad altre religioni. Il programma decennale per sradicare il buddismo tibetano continua, così come i tentativi di annientare l'esercizio indipendente della fede cristiana, nonostante l'accordo con la Santa sede. Tuttavia, quello che i musulmani uiguri si trovano ad affrontare è un genocidio. Con un atto di convergenza bipartisan, cosa rara a Washington di questi tempi, la designazione di genocidio contro la Cina, annunciata dall'allora segretario di Stato Mike Pompeo prima di terminare l'incarico, è stata confermata dal segretario di Stato Antony Blinken. Questi fatti hanno un risvolto personale per il segretario Blinken. Durante l'audizione per la sua conferma ha parlato di come il suo padre adottivo sia sopravvissuto all'Olocausto. Comprende bene il rischio che corrono oggi gli uiguri. Questa non è una discussione che inizia oggi. Come evidenziato da Joanne Smith Finley in un articolo recentemente pubblicato sul Journal of Genocide research, molti nella comunità internazionale, inclusi studiosi, diplomatici, politici e attivisti, hanno sostenuto, con interventi sempre più importanti, la definizione di genocidio.
A causa di queste preoccupazioni è probabile che il Congresso degli Stati Uniti approvi lo "Uyghur Human Rights Protection Act" (una legge per la protezione dei diritti umani degli uiguri), una possibile via per garantire agli uiguri in fuga - e agli altri gruppi oggetto della repressione - lo status di rifugiati dello Xinjiang negli Stati Uniti. Inoltre, a febbraio il parlamento canadese ha votato all'unanimità la definizione di "genocidio" per qualificare gli eventi in Cina, mozione ancor più apprezzabile visto il caso giudiziario ancora aperto contro il cittadino canadese Michael Kovrig.
La risposta dell'Europa - Come risponderà l'Europa? Seguirà gli Stati Uniti e il Canada in un tentativo comune delle democrazie di far fronte a queste violazioni? I Paesi Bassi sono stati il primo paese europeo a definire gli eventi contro gli uiguri come genocidio. Altri paesi sono stati lenti nella risposta, affermando in privato la necessità di una decisione delle Nazioni unite.
A livello superficiale aspettare una decisione delle Nazioni unite appare ragionevole, ma cela la realtà della crescente influenza cinese sulle agenzie dell'Onu. Inoltre, dimentica il potere di veto della Cina sulle risoluzioni del Consiglio di sicurezza. Di fronte a questi eventi drammatici non ci si può nascondere dietro a una decisione delle Nazioni unite. L'Italia e il Regno Unito daranno presto una risposta: la Commissione esteri del Parlamento italiano voterà probabilmente il 21 aprile e la Camera dei comuni britannica discuterà la questione il 22 aprile. Oltre a considerare gli aspetti tecnici dell'uso del termine "genocidio", il sottotesto è se Roma e Londra si uniranno ai loro alleati nordamericani e olandesi o metteranno al primo posto i rapporti con la Cina.
La Cina non renderà la decisione semplice o priva di conseguenze. Ribatterà con un linguaggio iperbolico e reazioni ingiustificate. Pechino ha già sanzionato i funzionari statunitensi e canadesi, i parlamentari inglesi e olandesi e i membri del Parlamento europeo per essersi espressi contro le atrocità commesse dalla Cina. Tutto questo per mettere a tacere le loro critiche. Farà leva sulla propria potenza economica per aumentare la propria influenza, minacciando il commercio e gli affari, strategia che sta dando risultati. Come riferiscono le cronache di questi giorni, l'Ungheria ha bloccato una dichiarazione dell'Unione europea sugli abusi cinesi a Hong Kong. Nonostante il promesso impegno di Budapest nella lotta alla persecuzione dei cristiani, l'Ungheria non ha ancora lanciato alcun allarme sugli abusi cinesi contro pacifici fedeli cristiani. Non toccheranno mai la questione del genocidio e potrebbero bloccare iniziative più articolare a livello dell'Unione europea. Le aziende occidentali potrebbero anche essere disposte a fare pressioni al fine di usare un linguaggio più morbido nel posizionamento dei paesi europei sulla questione per preservare i loro investimenti nel paese e la loro posizione nel mercato cinese. Le organizzazioni statunitensi come la Nba hanno già sperimentato quanto possa essere difficile. Pechino ha interrotto la trasmissione delle partite dell'Nba a causa di un semplice tweet del direttore generale degli Houston Rocket, Daryl Morey, a sostegno della popolazione di Hong Kong.
I valori e gli interessi - Allo stesso modo, nonostante le atrocità di massa contro i musulmani, la Cina è riuscita a a mettere a tacere l'Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC) e i suoi membri, con alcuni addirittura incredibilmente favorevoli alle cosiddette misure antiterrorismo cinesi. Molti membri dell'OIC si affrettano a denunciare le discriminazioni contro i musulmani in Europa e nel Nord America, ma si voltano dall'altra parte di fronte a un effettivo genocidio e perdono la voce per paura della potenza e della diplomazia economica della Cina.
Anche la Turchia, che un tempo alzava la voce, ora ha limitato le proteste a causa delle pressioni cinesi. La Cina ci costringe a chiederci quanto le democrazie europee apprezzino i propri valori. Fanno parte di un'alleanza occidentale basata sui diritti o della nuova Via della seta cinese? Quando si parla dell'espansionismo della Cina, sono finiti i tempi facili della denuncia senza ripercussioni. Non solo gli Stati europei, ma anche Bruxelles, attraverso il ruolo del Servizio europeo per l'azione esterna, è chiamata a prendere una posizione decisa. Tutte le nazioni europee sanno cosa succede quando il mondo tace di fronte a un genocidio.
di Laura Zangarini
Corriere della Sera, 20 aprile 2021
A Minneapolis giurati riuniti per il verdetto al processo contro Derek Chauvin, l'ex ufficiale di polizia che ha usato il ginocchio per inchiodare a terra l'afroamericano per più di nove minuti lo scorso 25 maggio. Tre settimane di audizioni, 46 testimoni, tra cui una bambina, e la continua riproposizione delle ultime immagini da vivo di George Floyd, l'afroamericano di 46 anni, morto a Minneapolis, in Minnesota, il 25 maggio 2020, nel corso dell'arresto da parte della polizia. Ora l'America aspetta il verdetto con il fiato sospeso. Sul banco degli imputati l'ex poliziotto Derek Chauvin, 44 anni, che deve rispondere di tre capi di imputazione: omicidio di secondo grado, omicidio di terzo grado e omicidio preterintenzionale. Nell'ultima giornata di dibattimento, l'accusa, portata avanti dal procuratore Steve Schleicher, ha concentrato la requisitoria su quegli interminabili 9 minuti e 29 secondi in cui l'agente ha tenuto il suo ginocchio premuto sul collo di Floyd, steso per terra, a faccia in giù, le mani bloccate dietro la schiena con le manette.
I giurati dovranno decidere se queste tre settimane di processo hanno stabilito che il poliziotto avesse o no la consapevolezza di uccidere Floyd. Secondo l'accusa, sì. Secondo la difesa, no. Tra omicidio preterintenzionale e omicidio per "negligenza del rispetto per la vita", i giurati dovranno prendere una posizione. Quando la annunceranno? Potrebbero volerci ore o giorni. L'attesa per la sentenza è molto alta. Minneapolis è blindata. A decine, fuori dal Tribunale, aspettano la sentenza. Le famiglie di Floyd e di Daunte Wright, ucciso "per errore" l'11 aprile, a 20 anni, dall'agente di polizia Kim Potter, convinta di aver estratto il taser - la pistola che rilascia scariche elettriche - e non la pistola, hanno tenuto una veglia di preghiere. Da più parti sono arrivati appelli a lasciare da parte la violenza. C'è il timore che, in caso di assoluzione, possano scoppiare incidenti non solo a Minneapolis ma in altre città degli Stati Uniti.
A New York il dipartimento di polizia ha preparato un piano straordinario di intervento; Chicago e Washington si preparano a schierare la Guardia Nazionale; Minneapolis è già blindata. Joe Biden sta valutando la possibilità di un discorso alla nazione, secondo quanto riportano i media americani citando alcune fonti. La Casa Bianca, attraverso la portavoce Jen Psaki, ha preso in considerazione che "possa esserci spazio per proteste pacifiche", come se nell'aria ci fosse la sensazione che i dodici giurati potrebbero assolvere Chauvin. In un caso o nell'altro, la sentenza creerà tensioni. L'America è in attesa. Il giudice Peter Cahill, nel congedare i giurati, li ha invitati a decidere "senza pensare alle conseguenze del loro verdetto".
"Le sue ultime parole - ha detto il procuratore - sono state "per favore, non respiro". Floyd non stava facendo del male a nessuno, non voleva fare male a nessuno. Questo - ha aggiunto - non è un processo alla polizia, è il processo a un imputato. E per la buona polizia non c'è niente di peggio di una cattiva polizia". Il legale di Chauvin, Eric Nelson, ha sostenuto come "la mossa del ginocchio non fosse non autorizzata", nonostante molti poliziotti e addestratori, chiamati a testimoniare, abbiano detto il contrario.
L'avvocato ha puntato sulla dipendenza di Floyd dagli oppioidi, legando la morte a una cattiva condizione dei polmoni, già logorati dalla droga. I dodici giurati, di cui quattro afroamericani, si sono ritirati in camera di consiglio: devono raggiungere l'unanimità su un verdetto: colpevole o innocente. Ogni capo di imputazione verrà giudicato singolarmente. Chauvin può essere condannato, o assolto, per uno, due o tutti e tre i reati. Rischia da un minimo di dieci anni a un massimo di settanta che, nel suo caso, equivarrebbe a un ergastolo.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 20 aprile 2021
Il giornalista accusato di appartenere alla rete di Gulen che avrebbe organizzato il golpe del 2016. "Sto scrivendo questa lettera da una cella di prigione, cercando di raggiungere il mondo libero.... Sono vittima di una caccia alle streghe che è stata condotta sui media liberi, indipendenti e critici in Turchia perché il governo sempre più autoritario non ama le critiche e l'esposizione di gravi illeciti all'interno delle agenzie governative".
Solo un brano di una lettera scritta dal giornalista turco Hydayet Karaca nel 2015 dalla prigione di Silivri. La missiva arrivava dopo un anno di carcerazione a seguito di un'incriminazione per attività terroristica. Karaca è stato l'amministratore delegato del gruppo editoriale televisivo, ormai disciolto, Samanyolu Media Group, la porta della cella per lui si è aperta con l'accusa di appartenere a un'organizzazione armata vicina al movimento Gülen (il nemico numero 1 di Erdogan) nonché di aver diffamato il gruppo islamico radicale Tahsiyeciler sospettato di vicinanze con al-Qaeda.
La corte comminò 31 anni di reclusione a Karaca che in realtà venne portato in prigione insieme ad altri collaboratori e giornalisti della testata poi successivamente liberati. Tra le accuse rientrava quella di aver trasmesso una soap opera dove sarebbe stato preso di mira un esponente del gruppo islamico religioso. Solo un pretesto per vedersi piombare addosso 6 mesi di carcere e l'inizio di quella che è una vera e propria persecuzione con addebiti ben più gravi. Il calvario infatti non è finito perché ora l'apparato giudiziario, completamente asservito ad Erdogan, si accanisce ancora Karaca in maniera ancora più parossistica. Giovedì scorso, Jailed Journos, una piattaforma online che si occupa dei giornalisti incarcerati in Turchia, ha reso noto che i pubblici ministeri chiedono per Karaca la condanna monstre a 2445 anni di detenzione.
Questa volta al giornalista vengono contestati 76 capi d'imputazione che sarebbero relativi ad uno scandalo per alcune partite di calcio truccate emerso nel 2011. Il 2 luglio 2012 un tribunale appositamente autorizzato ha condannato e condannato il presidente della squadra del Fenerbahçe Yildirim a sei anni e tre mesi. Il vicepresidente Mosturoglu a un anno 10 mesi e 10 giorni. Il caso è stato ripresentato nel 2015 e il tribunale ha assolto tutte le persone accusate all'inizio delle indagini in attesa del pronunciamento della Corte suprema d'appello.
Una vicenda che sembra non avere nessun riferimento con le precedenti accuse a Karaca ma che rientra nella guerra iniziata fin dal 2013 da Erdogan contro la stampa libera e la lotta senza quartiere contro il movimento Gulen ritenuto responsabile del fallito "golpe" del 2016. In realtà la liberazione solo pochi giorni fa di Mehemet Altan aveva fatto sperare in un'attenuazione della furia repressiva insieme agli annunciati provvedimenti di riforma del sistema giudiziario. Uno specchietto per le allodole evidentemente viste le nuove richieste contro Karaca. Soprattutto perché per il giornalista è difficilissimo potersi difendere. Nel 2018 un ennesimo atto di accusa per cospirazione ha procurato all'ex capo del network televisivo un nuovo ergastolo, nell'inchiesta erano finiti anche gli ex capi dell'intelligence della polizia Ali Fuat Yilmazer ed Erol Demirhan. I due vennero incarcerati a seguito di indagini sulla corruzione alla fine del 2013 che coinvolgevano il governo Erdogan, allora primo ministro.
Si parlava di crimini come intercettazioni illegali fino al coinvolgimento nell'omicidio del giornalista turco- armeno Hrant Dink. Proprio la televisione Samanyolu aveva scoperchiato lo scandalo mettendo in luce le responsabilità del premier. Si pensa dunque che l'accanimento giudiziario possa essere ricondotto ad una vendetta personale di Erdogan e al tentativo di eliminare personaggi scomodi per il suo potere, soprattutto se capaci di influenzare il gfrande pubblico come i giornalisti. Ma non solo Karaca è stato seppellito sotto una montagna di anni di una reclusione "futuristica" (sarà un uomo libero nel... 4467!), perché anche gli avvocati e alcuni giudici che avevano tentato di impedire le condanne durante questi anni sono stati arrestati e condannati in modo sommario.
Nel 2016 Karaca scriveva queste parole: "Mi sto difendendo in circostanze molto difficili. Alcuni dei miei avvocati se ne sono andati, alcuni sono stati arrestati. Non sono nemmeno riuscito a trovare un avvocato che scrivesse una petizione per me". Difficile che avessero potuto farlo come dimostra il caso di un legale costretto a testimoniare contro il suo cliente per avere la pena ridotta da 10 anni a cinque.
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