Il Dubbio, 31 maggio 2021
Il marito dell'avvocata attivista per i diritti umani ricorda le condizioni di detenzione della donna. "Oggi, 30 maggio, è il compleanno di Nasrin. Questo è il sesto compleanno che trascorre in custodia negli ultimi dieci anni. Uno dei migliori regali che Nasrin ha ricevuto oggi è stata una serie di messaggi vocali dei bambini registrati per lei da un gruppo dei nostri carissimi amici e colleghi di Nasrin presso le Ong. Sentire la loro dolce voce l'ha fatta annegare nella gioia".
Sono le parole di Reza Khandan, marito di Nasrin Sotoudeh, avvocato e difensore dei diritti umani in Iran, in carcere dal 14 giugno 2016 e condannata, nel 2018, a 33 anni di prigione e 148 frustate. L'accusa è di "propaganda sovversiva" per aver difeso alcune donne che avevano sfidato il divieto di non portare l'hijab (il tradizionale velo femminile obbligatorio nella Repubblica sciita) in pubblico. Sotoudeh, che assieme al marito è fra i principali attivisti iraniani per i diritti umani, si è sempre detta innocente, dicendo di aver soltanto manifestato pacificamente per i diritti delle donne e contro la pena di morte.
La situazione nelle carceri iraniane è disumana: "I prigionieri che hanno problemi fisici e malattie tollerano condizioni più difficili - ha spiegato Khandan. La prigione di Qarchak è un disastro per centinaia di donne prigioniere. La maggior parte delle stanze di Gharchak sono di 10 metri quadrati, compresa la stanza dove Nasrin e altri 40 prigionieri sono imprigionati in un salone chiamato "Counseling Hall 2".
Queste stanze della prigione definite "capanna" hanno 12 posti letto e mancano le finestre. Questa è la struttura progettata dai costruttori di questa prigione. L'orribile odore di questa prigione assomiglia al fetore dei cadaveri".
In un recente post su Facebook Khandan ha descritto ulteriormente la terribile condizione del carcere. "L 'odore delle fognature è talmente forte che sembra di vivere dentro una fogna. Lettere e denunce diverse sulla situazione del carcere di Qarchak sono rimaste finora senza risposta.
I servizi sanitari in carcere sono un'altra triste storia che non può essere descritta. Ho scattato una foto di un bagno con sede in un parcheggio della prigione di cui possono usufruirne soldati, autisti di servizio e avventori, compresi gli avvocati. Questo bagno (wc) è così sporco e distruttivo che non può essere immaginato. Un amico che ha avuto l'esperienza solitaria della prigione di Qarchak ha detto che i bagni solitari di Qarchaka sono molto peggiori di questo - ha scritto suo profilo. Il mese del Ramadan ha dato il pretesto di non concedere il pranzo ai prigionieri. I prigionieri non hanno mezzi per riscaldare il cibo. Il pranzo si mangia a mezzogiorno dalle 10 alle 12 ore dopo la consegna, senza possibilità di riscaldamento (se non è marcio). Naturalmente il cibo carcerario non è mangiabile nemmeno in condizioni normali".
di Riccardo Noury*
Il Fatto Quotidiano, 31 maggio 2021
Per chi si oppone al dominio del gruppo armato huthi nelle zone dello Yemen sotto il suo controllo, non c'è scampo: attivisti politici, giornalisti, credenti di religioni minoritarie vengono arrestati, condannati e, una volta rilasciati, espulsi o esiliati in altre zone del paese. Un rapporto di Amnesty International racconta le vicende di 12 yemeniti - sette giornalisti, un funzionario civile e quattro fedeli baha'i - rilasciati nell'ottobre 2020 dopo anni di carcere a seguito di un accordo politico con gli huthi negoziato dalle Nazioni Unite e dal Comitato internazionale della Croce Rossa che aveva riguardato 1056 detenuti, quasi tutti ex combattenti.
I resoconti forniti ad Amnesty International dai 12 ex detenuti sono agghiaccianti: pestaggi, scariche elettriche, obbligo di rimanere a lungo in posizioni dolorose, minacce di morte, estenuanti periodi di isolamento, diniego di cure mediche. I baha'i sono stati espulsi dallo Yemen, gli altri sono stati obbligati all'esilio in altre parti del paese controllate dal governo riconosciuto a livello internazionale. Tutti separati dalle loro famiglie. Era già successo mesi prima.
Il 30 luglio 2020, sei baha'i erano stati rilasciati dopo sette anni di carcere, portati direttamente all'aeroporto della capitale San'a e fatti salire a bordo di un aereo delle Nazioni Unite diretto in Etiopia. Non è ancora terminato l'incubo di un gruppo di giornalisti condannati a morte per avere, secondo un tribunale huthi, passato informazioni al nemico (la coalizione guidata dall'Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti che nel marzo 2015 ha avviato una campagna militare contro gli huthi). Potrebbero rientrare anche loro in qualche negoziato per lo scambio di prigionieri.
*Portavoce di Amnesty International Italia
di Michele Farina
Corriere della Sera, 31 maggio 2021
Dopo 27 anni la Francia ha riconosciuto le sue "enormi responsabilità". Il Ruanda applaude. Ferita chiusa? Emmanuel Macron depone una corona di fiori al Memoriale del Genocidio a Kigali il 27 maggio scorso. A sinistra in alto, François Mitterrand con il presidente ruandese Juvénal Habyarimana. Sotto, un soldato con i resti dell'aereo di Habyarimana, abbattuto con due missili la sera del 6 aprile 1994: ancora ignoti gli autori dell'attentato, che fu la scintilla per il genocidio.
Cento giorni per compiere un genocidio, 27 anni per chiedere scusa.
La Francia riconosce le sue "enormi responsabilità" nello sterminio di 800 mila persone (in stragrande maggioranza di etnia tutsi) avvenuto in Ruanda nel 1994. L'ammissione di colpa arriva ora, manco fosse una lettera smarrita per un quarto di secolo nei meandri dell'Eliseo.
Quel messaggio mai scritto l'ha "consegnato" con voce commossa ai ruandesi Emmanuel Macron, giovedì 27 maggio. Con le parole pronunciate a Kigali, davanti al memoriale dove sono sepolti i resti di 250 mila vittime, Macron ha ammesso per la prima volta il ruolo svolto prima e durante lo sterminio, pur affermando che il suo Paese "non fu complice" del genocidio. Ma "volendo fermare un conflitto regionale o una guerra civile", ha detto Macron, Parigi "sostenne di fatto un regime genocida".
Il gesto di Macron è diretta conseguenza del rapporto di 1.200 pagine presentato a fine marzo dalla commissione d'inchiesta da lui voluta. Dopo aver studiato ottomila documenti (rimasti troppo a lungo segreti) fra cui telegrammi, manoscritti, note diplomatiche, gli storici guidati da Vincent Duclert hanno puntato il dito contro la "cecità" dimostrata dalla Francia verso "il regime razzista, corrotto e violento" di Juvénal Habyarimana, il grande protetto di François Mitterrand. Fu l'allora inquilino dell'Eliseo a dare sostegno alla cerchia governativa dell'"Hutu Power" a Kigali.
La missione militare francese supervisionò il potenziamento dell'esercito ruandese, che nell'anno precedente il genocidio passò da 5 mila a 30 mila effettivi, con l'aggiunta di miliziani che di lì a poco avrebbero guidato le stragi dei tutsi con mezzo milione di machete nuovi di zecca. Sostenendo "i razzisti" al potere, Mitterrand pensava di salvaguardare il ruolo della Francia in Africa contro l'espansionismo americano che a suo dire, attraverso il vicino Uganda, appoggiava i ribelli tutsi del Fronte Patriottico guidato da Paul Kagame.
All'epoca dei fatti l'attuale capo dell'Eliseo, che oggi parla con il presidente Kagame in inglese, aveva 16 anni. Perché non ha chiesto chiaramente perdono ai ruandesi? "Solo coloro che hanno attraversato la notte possono forse perdonare - ha detto Macron davanti al memoriale delle vittime che ha nome Kwibuka ("Ricorda"). Io sono qui al vostro fianco oggi, umilmente, per riconoscere l'ampiezza delle nostre responsabilità". Kagame, liberatore e dopo 27 anni ancora padre-padrone del Ruanda, ha definito il discorso di Macron "un atto di grande coraggio", perché "più delle scuse è la verità che conta".
Il disgelo tra i due Paesi sul terreno duro e spaventoso della memoria è un evento significativo, non soltanto per la Francia. Come riconobbe molti anni dopo Kofi Annan, che nel 1994 da New York guidando le forze di peacekeeping dell'Onu non seppe fermare i massacri, "nell'ora del bisogno più grande, il mondo voltò le spalle al Ruanda".
Un fallimento internazionale, certo. Ma è pur vero che gli occhi del "mondo", nell'ex colonia belga nel cuore dell'Africa, nei primi anni Novanta erano soprattutto quelli della Francia. E quando fu abbattuto l'aereo di Habyarimana il 6 aprile 1994 (da chi non si è mai saputo), prima di bruciare gli archivi in giardino e chiudere la sede diplomatica, fu l'ambasciatore di Parigi a seguire da vicino la nascita del governo che stava per scatenare un genocidio a lungo accarezzato. Già alla fine del 1990, il capo della missione di cooperazione militare francese a Kigali, il generale Jean Varret, fece rapporto all'Eliseo dopo i colloqui con il responsabile della polizia, colonnello Rwagafilita, che chiedeva alla Francia più mortai e mitragliatrici. Varret pensava servissero per contrastare i ribelli, ha raccontato il generale poche settimane fa a Le Monde. Ma il colonnello ruandese fu chiaro: "Le armi ci servono per risolvere il problema dei tutsi. Li spazzeremo via tutti dal territorio, non sono molti, sarà una cosa veloce".
Varret fece rapporto. E il suo mandato durò meno del previsto. Il colonnello Rwagafilita azzeccò le previsioni. Tre anni dopo, bastarono 100 giorni per uccidere 800 mila persone nel genocidio più veloce della storia: in gran parte tutsi, ma anche hutu "non allineati" con i piani del governo amico della Francia. Secondo alcune stime, un centinaio di ruandesi implicati nei massacri vivono oggi Oltralpe. Impunemente. Proteggere i carnefici, piccoli o grandi che siano: non è anche questa, 27 anni dopo, una forma di complicità?
di Matteo Carnieletto
it.insideover.com, 31 maggio 2021
L'isola a due passi dall'Italia dove il maresciallo Tito imprigionò 30mila oppositori, tra cui centinaia di italiani. Da lontano Goli Otok sembra un'isola come tante, forse solo un po' più brutta. Guardandola mentre solcavano il mare, gli uomini hanno iniziato a chiamarla "isola calva" perché su questo scoglio che sorge in mezzo all'Adriatico ogni forma di vita fatica a crescere. La natura infatti - fatta eccezione per alcuni arbusti ostinati - si spegne in poco tempo. D'estate il sole martella le rocce. D'inverno la bora le ghiaccia. Nessuno ha mai provato ad abitare qui. Nessuno ha mai osato restare più di qualche giorno a Goli Otok. Almeno fino al 1948.
In quell'anno, infatti, ci furono insoliti viaggi verso l'isola. Moltissimi dissidenti - per lo più jugoslavi rimasti fedeli all'Unione sovietica, e pure centinaia di italiani - vennero portati nel campo di rieducazione che Josip Broz Tito, il Maresciallo, aveva allestito in fretta e furia con lo scopo di "rieducarli". Che colpa avevano queste persone? Perché finirono in uno dei peggiori campi di concentramento che la storia ricordi? Erano comunisti di stretta osservanza che, per un tragico gioco del destino, si erano trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Nel 1948, infatti, si era consumato lo strappo tra l'Unione sovietica e la Jugoslavia socialista e chi decise di stare con l'Urss venne internato da Tito perché percepito come un nemico del popolo. Scrive Orietta Moscarda Oblak: "La maggioranza, tra cui molti immigrati politici (in primis i "monfalconesi") venuti in Jugoslavia a 'costruire il socialismo', si schierarono dalla parte di Stalin. (...) Nei confronti dei 'cominformisti' le autorità jugoslave avviarono una violenta epurazione, che lasciò ai comunisti italiani, schieratisi quasi compattamente con Stalin, la sola via dell'emigrazione, attraverso la richiesta d'opzione a favore della cittadinanza italiana prevista dalle clausole del Trattato di pace, quale possibilità di scampare ai processi, alle condanne al "lavoro socialmente utile" e alla deportazione nel campo di prigionia dell'Isola Calva (Goli Otok)".
Immaginare la vita in questo campo di concentramento è quasi impossibile, nonostante i ricordi di chi ha avuto la sventura di finire sull'isola siano più lucidi che mai. Una sorta di girone infernale dove tutto doveva esser fatto di fretta, come ricorda Silverio Cossetto: "Tutto il lavoro doveva esser fatto sempre di corsa. Chi, come me, non era abituato ai lavori pesanti se la passava veramente male. Per ogni minima infrazione erano pronte le più severe punizioni.
Tutto era predisposto al fine di demolire, non solo fisicamente, ma soprattutto moralmente anche la più forte personalità. A questo scopo erano stati studiati ogni sorta di espedienti, tra i quali figurava anche la sete". Ma non solo: le botte accompagnavano i detenuti. Si veniva accolti dal cosiddetto kroz stroj, ovvero "attraverso la fila", un tunnel in cui coloro che si trovavano da più tempo sull'isola pestavano i nuovi arrivati.
Il lavoro serviva ad annichilire non solo il corpo, ma anche l'animo dei detenuti, affinché si convertissero al socialismo jugoslavo. Gli anni del terrore furono sette e tutti in autogestione, come ricorda Eligio Zanini: "Si venne a sapere in seguito che tra i campi organizzati dai vari regimi totalitari i nostri erano di gran lunga i più efficienti, in quanto erano gli stessi detenuti a controllarsi, bastornarsi, denunciarsi e auto-amministrarsi, facendosi del male tra di loro".
Oggi Goli Otok è tornata ad essere l'isola calva, abitata solamente di arbusti e pietraie. Le baracche dove trovavano effimero riposo i detenuti sono ormai distrutte e le barche la guardano con diffidenza. Restano soltanto i fantasmi di un orrore dimenticato. Che però non è mai scomparso.
di Elisabetta Andreis
Corriere della Sera, 31 maggio 2021
Pochi posti letto in ospedale e servizi territoriali carenti. Una donazione salva il consultorio gratuito del centro fondato da Gustavo Pietropolli Charmet: "Seguiamo più di cento famiglie. Ma negli ultimi cinque mesi abbiamo preso in carico 31 nuovi casi".
Una ragazza si è tagliata l'altro giorno sulle braccia e sulle gambe nel bagno del suo liceo ed è stata portata via in ambulanza, la stessa cosa succedeva quasi in contemporanea in una scuola media, una terza adolescente si è voluta fare male in un istituto professionale e qualche settimana fa purtroppo un quindicenne è precipitato dal secondo piano dell'istituto dove frequentava il liceo scientifico. I casi di giovani che si abbandonano a gesti di autolesionismo "in preda all'ansia e allo stress" o "per sentirsi vivi", come cercano di spiegare loro, continuano a moltiplicarsi. Nei reparti di neuropsichiatria infantile mancano in modo drammatico i posti letto, i servizi territoriali sono carenti e molte famiglie non possono permettersi di essere seguite da professionisti del settore privato, come hanno sottolineato nei giorni scorsi anche le consigliere del Pd Paola Bocci e Antonella Forattini in una mozione depositata in Regione.
Il Minotauro, centro attivo dal 1985 con servizi a pagamento, dal 2012 con un suo consultorio gratuito ad hoc segue più di cento famiglie con Isee inferiore ai 20 mila euro. E in questo momento quel servizio, complici la povertà che cresce e gli scompensi psicologici derivanti dalla pandemia, è sommerso di richieste che arrivano da genitori, insegnanti o assistenti sociali. "Solo negli ultimi cinque mesi abbiamo preso in carico 31 nuovi casi che altrimenti non avrebbero potuto contare su altri aiuti tempestivi e a costo zero.
Ma proprio in questa fase d'emergenza, rischiavamo di chiudere per mancanza di fondi", spiega il fondatore, lo psichiatra e psicoterapeuta Gustavo Pietropolli Charmet. È corsa in aiuto muovendosi in modo deciso e generoso la Fondazione europea Guido Venosta presieduta da Giuseppe Caprotti: grazie alla donazione le attività gratuite potranno continuare per almeno un altro anno. "I 15 psicoterapeuti del consultorio per anni hanno aiutato i ragazzi e le loro famiglie, e ora si trovano in difficoltà perché a causa della pandemia non hanno potuto organizzare le tradizionali aste con cui si autofinanziavano - racconta Caprotti.
La fondazione, onorando la memoria di mio nonno Guido Venosta, intende promuovere e contribuire ad elevare l'educazione del pubblico verso i più alti ideali culturali e di solidarietà e in generale si muove in due direzioni: la lotta alla povertà e la ricerca scientifica".
Del Minotauro, l'imprenditore aveva sentito parlare da Nicolò Fontana Rava e Francesco Niutta, gli amici con cui aveva ideato un altro progetto, allo Ieo, a maggio dell'anno scorso, in piena pandemia. "Un progetto importante, che ha visto l'allestimento di laboratori per l'esecuzione di tamponi e test sierologici a dipendenti e pazienti, facendo dello Ieo il primo istituto Covid free. L'esperimento è stato poi esteso ad altre strutture sanitarie lombarde e non", ricorda Caprotti.
Quanto al Minotauro, l'appello era stato lanciato una prima volta dalle pagine del Corriere della Sera in ottobre con Charmet che paventava il rischio concreto di interruzione delle attività gratuite: "Servono almeno 300 mila euro l'anno e per la prima volta nella nostra storia non li abbiamo", diceva lo psichiatra. La richiesta di aiuto non era rimasta inascoltata.
Decine di milanesi avevano mandato piccole donazioni, era stato avviato un crowdfunding, lo stesso Comune di Milano si era reso disponibile a promuovere raccolte di fondi. Una vera e propria staffetta solidale. Ma soprattutto, a regalare un aiuto sostanzioso che aveva permesso di tamponare l'emergenza, era stato il duo di stilisti più famoso al mondo, Domenico Dolce e Stefano Gabbana.
di Rosalba Castelletti
La Repubblica, 31 maggio 2021
Varsavia, Vilnius, Berlino, Milano, ma anche Stati Uniti e Australia. Centinaia di persone hanno manifestato ieri per la liberazione dei prigionieri politici. A cominciare da Roman Protasevich e Sofia Sapega, rapiti con il dirottamento del volo Ryanair. Presente anche Svetlana Tikhanovskaya.
Dall'Europa agli Stati Uniti all'Australia, centinaia di persone sono scese in piazza ieri in solidarietà con chi in Bielorussia si oppone al regime di Alexander Lukashenko, da 27 anni al potere, e per chiedere la liberazione del dissidente Roman Protasevich e della sua compagna Sofia Sapega, arrestati domenica scorsa dopo che il loro volo Ryanair da Atene a Vilnius era stato fatto atterrare a Minsk, proprio per la loro presenza, da jet militari bielorussi: un clamoroso "dirottamento" di Stato difeso dalla Russia ma che ha fatto infuriare le cancellerie occidentali, con l'Ue che ha reagito all'affronto (il volo trasportava cittadini europei da una capitale all'altra dell'Unione) con nuove sanzioni verso Minsk.
Le manifestazioni più partecipate sono state quelle svoltesi in Polonia e Lituania, Paesi confinanti in cui è consistente la presenza di esuli bielorussi, ma si è protestato anche a Berlino, a Milano, in Ucraina, Irlanda e Paesi Bassi. A Varsavia erano presenti anche la madre e il padre di Protasevich, Natalia e Dmitry, che si sono appellati ai Paesi dell'Ue e agli Stati Uniti perché si arrivi alla liberazione di Roman e Sofia e di tutti gli altri prigionieri politici, 421 in tutto secondo l'associazione per i diritti umani Viasna. Protasevich, che dal suo esilio lituano ha aiutato a organizzare le manifestazioni anti-regime in Bielorussia grazie a un popolare canale Telegram, rischia fino a 15 anni di carcere.
"Passo dopo passo, stanno creando una Nord Corea" ha detto a Kiev il manifestante Syarhey Bulba. Dalla Lituania ha parlato invece la leader dell'opposizione, Svetlana Tikhanovskaya, anche lei in esilio. "Credo che molto presto ci saranno dei cambiamenti, ci saranno nuove elezioni", ha detto, "non può essere altrimenti, la Bielorussia non cederà". Intanto, nonostante le decine di migliaia di arresti degli ultimi mesi e il pugno sempre più duro del regime, ieri anche a Minsk c'è chi ha osato protestare, mostrando cartelli dell'opposizione in una via centrale, mentre Lukashenko si incontrava sorridente a Sochi con il presidente russo Vladimir Putin, suo grande protettore internazionale.
di Riccardo Noury*
Corriere della Sera, 31 maggio 2021
Dopo che, due settimane fa, il governatore della Carolina del Sud ha firmato la legge che obbliga i condannati a morte a scegliere, in assenza dei componenti per l'iniezione letale, tra sedia elettrica e plotone d'esecuzione, c'è già la prima data. Brad Sigmon, condannato alla pena capitale nel 2002 per aver ucciso i genitori della sua fidanzata, verrà messo a morte il 18 giugno. Gli avvocati di Sigmon hanno presentato un ricorso, sostenendo che il loro assistito è stato condannato a morte quando la legge in vigore prevedeva l'esecuzione tramite iniezione letale a meno che il detenuto non optasse per la sedia elettrica.
All'inizio di quest'anno, l'esecuzione di Sigmon era stata sospesa per la ormai cronica assenza dei medicinali usati per l'iniezione letale. Proprio questa decisione aveva spinto i legislatori della Carolina del Sud a votare la nuova legge. L'ultima esecuzione in questo stato è avvenuta nel 2011, mentre l'ultima esecuzione mediante plotone d'esecuzione negli Usa risale al 2010: quella di Ronnie Lee Gardner nello stato dell'Utah.
Intanto, per gli stessi motivi per cui la Carolina del Sud ha cambiato la legge, in Arizona - dove non ci sono esecuzioni dal 2014 - si sta riallestendo la camera a gas, già prevista come metodo alternativo di esecuzione ma mai più usata dal 1999. Incurante del tremendo precedente storico - la sostanza usata nella camera a gas è l'acido cianidrico, utilizzato dai nazisti nel lager di Auschwitz - la direzione delle carceri dell'Arizona ha già individuato i primi due detenuti da mettere a morte in questo modo: due sessantacinquenni, Frank Atwood e Clarence Dixon, condannati alla pena capitale negli anni Ottanta.
*Portavoce di Amnesty International Italia
di Francesca De Benedetti
Il Domani, 31 maggio 2021
Max Schrems è l'icona delle lotte europee contro l'ingerenza di Big Tech e del governo Usa sui nostri dati Ma "non basta aver ottenuto più regole se non le facciamo rispettare, gli Usa ci sorvegliano ancora".
La nuova battaglia di Max Schrems inizia stamattina e ha l'aspetto di una pioggia di bozze di reclami - 500 ora, fino a 10mila in futuro - da far avere alle aziende che secondo lui usano cookie banner illegali sui loro siti. Tra quelle che ha individuato in Italia, Adecco, Mediaworld, Maggioli, Condé Nast, Novartis, Findus, Kijiji, Walt Disney.
"Hai presente quella giungla di quiz e opzioni che compaiono quando proviamo a entrare in un sito e che ci portano all'esasperazione, oltre che a cliccare a caso pur di liberarcene?", dice collegato in video da Vienna, con poche ore di sonno alle spalle perché "ho fatto la notte su queste carte". Se entro un mese le compagnie non renderanno i loro siti rispettosi della privacy, Schrems e il team di Noyb, il centro per i diritti digitali da lui fondato, spediranno i reclami ai garanti per la privacy europei.
Schrems ora vuole sollevarci la vita dai banner ingannevoli, ma in meno di dieci anni, mentre si trasformava da studente a icona della privacy d'Europa, è riuscito a fare ben altro. Per la sua tenacia nel proteggere i dati degli europei dalla sorveglianza di massa americana, ha fatto crollare come un castello di carta un accordo tra Stati Uniti e Unione europea; e poi un altro ancora.
Due sentenze della Corte di giustizia europea portano il suo nome. Dietro il regolamento per la privacy europeo di ultima generazione c'è anche la sua spinta. Ma i nostri dati non sono ancora al sicuro.
Siamo ancora sorvegliati - Tutto inizia con una domanda: "Quanto sa Facebook di me?". Dieci anni fa, nel 2011, durante un viaggio studio in California, Schrems si rende conto di quanto Zuckerberg abbia tracciato la sua vita: solo su di lui, 1200 pagine di dati personali. La sfida contro Facebook in nome della privacy nasce perché "ero uno studente insistente e non avevo nulla da perdere né nulla da guadagnarci".
Nel giro di un paio di anni, le rivelazioni di Edward Snowden sulla sorveglianza di massa a opera della National Security Agency trasformano la domanda degli inizi in: "Quanto sa Facebook di me, e quanto è venuto a sapere il governo americano?". Nel 2015, con la sentenza Schrems, la Corte di giustizia europea dice che, vista l'attività di sorveglianza praticata dagli Usa, il sistema utilizzato fino a quel momento per spostare i dati verso gli Stati Uniti, e cioè l'accordo commerciale Safe Harbor, non è più valido. Si profila la paralisi: senza una soluzione alternativa, i dati non possono circolare.
Cominciano i viaggi della commissaria Vera Jourova verso Washington, e si concludono con un nuovo accordo, il Privacy Shield. Che però a luglio scorso viene pure esso invalidato dalla Corte con la sentenza Schrems II. Sono stati inutili quei viaggi di Jourova?
"La verità - dice Schrems - è che all'epoca Bruxelles e Washington non hanno negoziato proprio nulla. Il dipartimento del Commercio americano se ne è lavato le mani, ha detto che non poteva disporre di quel che faceva l'Nsa. In tema di sorveglianza Washington non ha cambiato nulla. Ha preso Safe Harbor, ha fatto copia-e-incolla, ha aggiunto la figura di un ombudsman inefficace. E Bruxelles ha annunciato un "nuovo" accordo". Se dopo tanti anni siamo al punto di partenza è per mancanza di volontà politica? "Ci sono due cose che bisogna sapere. La prima è che l'industria tech ha una influenza fortissima anche nel mondo della privacy, tramite i consulenti legali e avvocati che istruiscono i lavori dei decisori.
La seconda è che, per come è costruito l'impianto europeo, puoi approvare una legge anche se sai che è illegale: passano circa tre anni perché la Corte la invalidi. Ed è proprio questo che è successo: il Privacy Shield nasceva prevedibilmente debole, e infatti l'estate scorsa la Corte l'ha invalidato". Mentre gli anni passavano, noi nel frattempo siamo più protetti di prima dalla sorveglianza di massa? "Assolutamente no". Nella sentenza "Schrems II" di luglio scorso, la Corte di giustizia europea conferma che gli Usa, con i programmi di sorveglianza, possono ancora frugare tra i dati degli europei: non solo la protezione della privacy negli Usa è meno avanzata che nell'Ue, ma i non americani non godono neppure delle stesse tutele di base dei cittadini Usa. Nel tempo "le cose non possono che essere peggiorate", dice Schrems.
"Per quel che sappiamo, le richieste fatte dal governo americano alle corporation come Google sono semmai aumentate". Dal 2010 al 2020, del 510 per cento. Ma due sentenze della Corte e due accordi invalidati non hanno fermato il trasferimento dei nostri dati verso la patria dell'Nsa. Né fermano Schrems: ad agosto, Noyb ha presentato 101 reclami contro siti europei che "continuavano a spedire i dati di noi europei a Google e Facebook"; il 6 maggio, si è mosso contro Google perché "continua a spedire quei dati verso gli Usa" e ha invocato una multa da sei miliardi.
Questione di autorità - Per uscire dallo stallo, Max Schrems formula alcune ipotesi, che vanno dalla riforma del sistema di authority per la privacy a un cambiamento radicale di direzione politica che coinvolga Washington. Il dato di realtà da cui parte è che "in un contesto in cui le regole non vengono fatte rispettare, nessuna corporation si muoverà mai per prima per essere più rispettosa: farlo le creerebbe un danno competitivo. Lo chiamo "sistema mikado": la prima che si muove è fottuta, come quando si sposta un bastoncino e il resto crolla". Eppure in Ue le regole esistono eccome, c'è chi - come la giurista della Columbia Anu Bradford - ci definisce una "superpotenza regolatoria", capace di estendere le sue norme al resto del mondo. "È vero, in Europa siamo attenti ai diritti, approviamo leggi nobili, ma tutto questo a cosa serve se poi manca l'enforcement, se non le facciamo rispettare? C'è chi ride di noi per questo, c'è l'industria che vìola deliberatamente quelle leggi..." dice Schrems.
Quando ancora era un ragazzo - era il 2013 e aveva intrapreso la sua battaglia per la privacy contro Facebook - Schcrems si sentì rispondere che "non c'è proprio nulla da investigare", che "esiste l'accordo Safe Harbor" e che "tanto la certezza di non essere controllati non c'è mai". Parole pronunciate da Billy Hawkes, l'allora garante per la privacy irlandese: fosse per lui, il caso sarebbe finito lì. L'Irlanda era coinvolta perché Facebook Europa, alla luce dei vantaggi fiscali garantiti dal paese, ha stabilito lì la sede legale, dunque la competenza è di quel garante. Due anni dopo, la Corte di giustizia Ue ha smentito seccamente la tesi di Hawkes e ha invalidato Safe Harbor.
Sembra una storia vecchia, invece si ripete. Questo 14 maggio l'alta corte ha dovuto chiedere al garante irlandese di far rispettare le sentenze Schrems: cosa aspetta a fermare il trasferimento dei dati da Ue a Usa? Giovedì 20 anche l'Europarlamento ha rincarato la dose: in una risoluzione, si rammarica per i ritardi del garante irlandese e la sua scarsa iniziativa. Di 10mila reclami ricevuti in un anno, Dublino ha chiuso solo sette casi. Gli eurodeputati chiedono alla Commissione una procedura di infrazione contro l'Irlanda per mancato enforcement del regolamento Ue sulla privacy (Gdpr). "Per far rispettare le regole serve un'agenzia europea", dice Schrems.
"L'Irlanda interviene nell'un per cento dei casi, ma l'Ue non può essere in balìa di inerzia e interessi nazionali, deve mettere in campo tutta la sua potenza di fuoco per far rispettare le regole". Finché l'Irlanda ha il potere (o l'impotenza) di congelare tutto, e "il 99 per cento dei casi rimane inaffrontato, siamo come un popolo che ha diritto di voto ma non può esercitarlo". Alcuni garanti - ha iniziato Roma con TikTok, poi Amburgo con Facebook - si stanno muovendo da soli: "motivazione di urgenza". Parigi lavora a livello politico in Ue per non lasciare in mano a Dublino la lotta con Big Tech.
Quale Internet - Se il trasferimento dei dati viene effettivamente bloccato, si rischia la "split internet", la frammentazione della rete? "Non è certo questo il mio auspicio", dice Schrems. Sì, ma come evitarlo? "Nell'immediato, una strada è quella di tenere i dati lontani dalle grinfie e dall'accesso degli Usa, ma per me la soluzione a lungo termine non è questa. Se vogliamo che l'Internet globale non resti solo un vecchio ricordo serve un no-spy agreement, un accordo anti-sorveglianza che coinvolga almeno i paesi occidentali che si definiscono democratici.
Per fermare la sorveglianza sui nostri dati ci vuole una volontà politica. Sarebbe sciocco e anche noioso pensare che questo tema sia puramente tecnico, che lo si risolva con una privacy policy dettagliata meglio. Qui c'è un conflitto tra giurisdizioni e deriva da scelte politiche: è quelle che bisogna affrontare". Responsabilizzando quindi l'amministrazione Biden perché "gli Usa negano diritti a noi cittadini non statunitensi".
Per Schrems il "conflitto tra leggi" riguarda non solo la privacy ma "anche i modi diversi di affrontare temi come la neutralità della rete o la libertà di parola". Ai suoi esordi, "Internet era lasciata allo stato brado, nessuno la regolava. Nel decennio scorso sono state prodotte in gran rapidità molte regole, spesso mal fatte. È doveroso compararle e concepire un approccio condiviso".
Biscotti indigesti - Servono volontà politica e capacità di far rispettare le regole, altrimenti "avere diritti non implica di per sé ottenere giustizia". Vale anche per le regole europee più d'avanguardia nel panorama globale, come il regolamento sulla protezione dei dati (Gdpr) di cui Schrems è considerato ispiratore e che ha festeggiato martedì il terzo compleanno.
"Per decenni le aziende non ci avevano mai chiesto il consenso sui nostri dati anche se avrebbero dovuto. Con la Gdpr, sono state forzate a farlo. Ma la Gdpr dice che devono farlo in modo semplice, immediato, comprensibile: basta un sì o un no". Prima di accedere ai contenuti di un sito, dovremmo semplicemente scegliere se dare o meno il consenso ai cookie e quindi al trattamento dei dati. Invece, rivela Noyb oggi, molte aziende "illegalmente usano dark pattern", modelli disegnati apposta per essere ingannevoli e fuorvianti. Ecco perché ci ritroviamo quei format pieni di opzioni che ci rendono la vita complicata.
"Così il 90 per cento di noi finisce per dare il consenso, mentre solo il tre lo vuole fare davvero. La gente finisce per odiare la Gdpr e la privacy, mentre questi aspetti nefasti sono dovuti alle aziende. Purtroppo chi ha il design delle piattaforme dà forma anche alle nostre interazioni, e quindi ha un potere enorme". I cookie banner illegali sono così diffusi che Noyb ha sviluppato un software per individuarli e se i siti europei non rispettano in fretta le regole i reclami diverranno 10mila.
di Rocco Cotroneo
Il Domani, 31 maggio 2021
Nel 2019 in Colombia sono stati distrutti quasi 100mila ettari di piante di coca, circa la metà dell'intera produzione nazionale. Se la guerra all'offerta di droga fosse efficace, come conseguenza sarebbero crollati la produzione di cocaina e il suo commercio; nel mondo i consumi si sarebbero ridotti e i prezzi esplosi. Ma l'economia della polvere bianca non risponde a una idea perversa delle leggi di mercato. Anzi, se ne fa beffe da mezzo secolo.
Oggi si stima che in Colombia le coltivazioni siano stabilmente sopra i 200mila ettari, quindi l'intera quantità di piante estirpata in un anno è stata ricollocata in poco tempo. Intatta anche la catena del business: lo scorso anno la produzione di cocaina pura è cresciuta dell'8 per cento, a 951 tonnellate, e i prezzi finali in Europa e negli Stati Uniti sono stabili, come da parecchi anni. I prossimi dati ufficiali - a cura dell'Unodc, l'agenzia antidroga dell'Onu - ci diranno piuttosto quali sono stati gli effetti della pandemia.
Probabile nell'intero pianeta una riduzione dei consumi di sostanze "festaiole" (coca e droghe sintetiche varie) e un aumento di quella per eccellenza da divano, la marijuana. Ma il trend generale non dovrebbe essere cambiato. La sconfitta Dopo aver raccontato la situazione in Brasile, la seconda puntata del nostro viaggio nella guerra perduta contro i narcos ci porta sull'asse Stati Uniti-Colombia, dove è in corso da decenni il confronto tra il primo paese consumatore al mondo e il maggior produttore.
Dai tempi cinematografici di Pablo Escobar, tutto è cambiato ma nulla è davvero cambiato. A quell'epoca la Colombia era il pusher del pianeta, grazie cartelli di Medellín e Cali che si ai occupavano di raffinazione e traffico, mentre la coltivazione delle piante era lasciata ai due paesi vicini, Perù e Bolivia.
Oggi la prima parte della catena si è trasferita nella stessa Colombia, dove si coltiva il 70 per cento della coca; gli attori sul mercato sono molti di più, mentre i cartelli con il loro strascico di sangue si sono ingigantiti più prossimi alla destinazione della "roba", vale a dire in Messico. Invece non si è spostato di una virgola il paradigma della guerra alla droga, iniziata all'epoca della presidenza Nixon ma i cui contorni sono stati meglio definiti negli anni Ottanta di Ronald Reagan: i paesi consumatori vogliono colpire l'offerta, distruggere il prodotto, convincere i campesinos a fare altro, perché così pensano che la cocaina e le altre droghe spariranno dalle loro piazze.
Da11999, quando venne lanciato dalla presidenza Clinton il plan Colombia, gli Stati Uniti hanno iniettato invano 11 miliardi di dollari nella guerra ai narcos, che in realtà sono finiti quasi tutti in armi per combattere la guerriglia. Al congresso di Washington è recente la più clamorosa ammissione di sconfitta. Nel rapporto (dicembre 2020) della commissione bipartisan sul tema droghe si legge che il "flan" è stato un fallimento totale.
Negli ultimi vent'anni sono cresciuti produzione, traffico e consumi. Non hanno funzionato né le fumigazioni con gli aerei, durate fino al 2015, né l'estirpazione a mano delle piantine da parte dei soldati colombiani che scendono sui campi in elicottero. I sequestri intercettano solo una piccola parte dell'export e lo scenario preoccupa, perché la crisi economica potrebbe far tornare indietro i coltivatori andini che erano stati incentivati economicamente a passare ad altri prodotti, come banane e avocados.
Danni ambientali - E poi la peggiore notizia per gli Stati Uniti: dice il rapporto del Congresso che in dieci anni sono morte 500mila persone per overdose, il numero più alto (7lmila) nel 2019. La cocaina non è la principale responsabile, d'accordo, ma la sostanza non cambia. Le droghe sono un problema di salute pubblica, e il rapporto riconosce che la domanda traina l'offerta e non viceversa.
"Non solo non si ammettono i fallimenti del passato, ma adesso in Colombia abbiamo un governo che appoggia la repressione più tradizionale e vuole addirittura tornare indietro nel tempo", dice Catalina Gil Pinzon, esperta in politica di droghe e studiosa del processo di pace nel suo paese. Intenzione del presidente Ivan Duque è riprendere a spargere erbicidi sui campi di coca con gli aerei, le temute fumigaciones, che erano state sospese nel 2015. Si tratta di una pratica nociva per l'ambiente e la salute di chi vive nelle campagne interessate, che venne dichiarata tale dall'Oms e il cui stop è stato determinato da una sentenza della Corte suprema colombiana.
La sostanza che si utilizza, il glifosato, è un potente diserbante considerato cancerogeno. La Colombia è l'unico paese dove da11994 al 2015 è stato usato, mentre Perù e Bolivia si sono sempre rifiutati, limitandosi all'estirpazione manuale. "oltre ai rischi sanitari, il ritorno ai diserbanti è segnale che il nostro governo è tornato a narcotizzare tutta l'agenda politica.
Tutto quel che conta è la coca - dice Gil - Siamo ancora nel mezzo di un accordo di pace molto complesso, dopo la resa delle Farc (la guerriglia marxista che ha combattuto il governo per oltre 60 anni, ndr), che prevedeva incentivi pubblici per sostituire le coltivazioni, poiché molti campesinos rifornivano i guerriglieri. Ma tutto è stato abbandonato a favore dell'opzione militare. Si torna alla guerra di un tempo". posti al mondo, ma offre raccolti continui, non ha bisogno di cure particolari o di irrigazione. L'attacco dal cielo è invece una pratica estremamente cara. Secondo uno studio si spendono tra i 70mila e i 100mila dollari per eliminare appena un ettaro, che può essere ripiantato da un'altra parte in una settimana.
Per questo le curve di riduzione dei campi coltivati citate da chi canta vittoria (sia all'epoca degli aerei, sia oggi con le estirpazioni manuali) tornano sempre verso l'alto. Il conto è semplice. Quando venne lanciato il Plan Colombia nel 1999, la Colombia aveva 160mila ettari coltivati; oggi, come si diceva, sono sopra i 200mila.
Sono cambiate anche le tecniche, per cui con meno foglie si produce più pasta base. Come risultato, nonostante gli attacchi all'offerta, i prezzi finali della cocaina sono stabili da anni sulle piazze internazionali, e sono enormemente più bassi di quando tutta la guerra iniziò, nel secolo scorso, e la polvere bianca era un lusso per pochi. Ivan Marulanda, un senatore del Partido verde colombiano, ha presentato di recente un progetto di legge per regolare produzione e commercio delle foglie di coca, al fine di stroncare il narcotraffico.
"Con l'aria che tira le possibilità che venga approvato sono praticamente zero dice Catalina Gil - Ma ciò non impedisce che si possa andare avanti in questa direzione. Perù e Bolivia hanno da tempo zone di coltivazione legale e un mercato per uso medicinale. Sono esperienze che stanno funzionando". Uno studio comparativo tra i tre paesi produttori di coca ha dimostrato le differenze. In Colombia, dove tutto il mercato è illegale, i narcos comprano ai contadini 25 libbre di foglie a 18 dollari, mentre nel commercio legalizzato a Lima ce ne vogliono 50 e a La Paz ben 85.
Significa che l'illegalità spinge la produzione e La polvere non è un lusso E non ci sono segnali che possa funzionare. Tanto i campi colpiti con la chimica che quelli distrutti con il machete vengono sempre ripiantati da altre parti. La coca si spinge in regioni più impervie, nascosta sotto gli alberi. Gli incas la consideravano una pianta magica, un dono degli dei, e avevano ragione: cresce in poco tempo, abbassa i prezzi, e non viceversa.
E poi nella catena della coca-cocaina quel che resta ai coltivatori sono le briciole, meno del 10 per cento, mentre tutto il resto va al traffico. I fautori di una linea alternativa in Colombia si augurano che il cambio politico a Washington e alcune esperienze di liberalizzazione negli stessi Usa possano cambiare il vento, o almeno scoraggiare Duque sulle fumigazioni.
Se nella politica interna sulle droghe gli Stati Uniti stanno rivedendo le loro certezze, perché non dovrebbe succedere anche con la loro politica estera? Al momento le indicazioni del dipartimento di Stato all'ambasciata in Colombia sono a favore che si compia il processo di pace, quindi che si realizzino le promesse dei governi precedenti a favore dei campesinos e degli ex guerriglieri che hanno abbandonate le armi. Nessuno di questi progetti prevede il ritorno della guerra chimica.
di Giorgia Serughetti*
Il Domani, 31 maggio 2021
La pandemia sembra già un ricordo. Basta una passeggiata nel centro di Roma o di Milano, in questi giorni di tarda primavera, per tastare l'intensità del desiderio di socialità, movimento, consumo. La frenesia da tempi nuovi, però, suscita allarme per la tenuta non solo economica e sociale, ma anche morale, di un paese sfinito. Lo raccontano tragedia di Stresa e l'aumento di morti sul lavoro. Accanto alla cautela cui invitano gli esperti sanitari, servirebbe la capacità di mantenere viva la "lezione" del Covid-19, con il sovvertimento che ha provocato nel rapporto tra difesa della vita e difesa del profitto.
Con tre regioni che passano in "zona bianca" e le partenze per il ponte del 2 giugno, si comincia anche in Italia a parlare di ritorno alla "normalità". Con la campagna vaccinale che procede a pieno ritmo, la scarsità di dosi, farmaci, dispositivi di protezione, respiratori, sembra già un ricordo. Basta una passeggiata nel centro di Roma o di Milano, in questi giorni di tarda primavera, per tastare l'intensità del desiderio di socialità, movimento, consumo.
La frenesia da tempi nuovi, però, suscita anche allarme per la tenuta non solo economica e sociale, ma anche morale, di un paese sfinito. La tragedia di Stresa e l'aumento di morti sul lavoro nel 2021 raccontano il danno che può provocare la ricerca del profitto, nell'assenza di controlli di sicurezza. Non siamo usciti "migliori", a quanto pare, dalla pandemia. Ne siamo usciti peggiori?
Un anno fa, nello shock della prima ondata del virus, filosofi e intellettuali dipingevano scenari di mutamento radicale. Giorgio Agamben preconizzava l'avanzata di un nuovo totalitarismo, teso a ridurre gli esseri umani a corpi senza volto. Naomi Klein metteva in guardia contro l'avanzata del "capitalismo dei disastri". Slavoj Žižek vedeva emergere dalla pandemia l'urgenza di una nuova organizzazione globale in grado di controllare e regolare l'economia, pena altrimenti la morte di massa: "comunismo o barbarie".
Cosa ne è oggi di queste visioni? Ognuna, si può dire, ha avuto in parte ragione ed è stata in parte smentita. Le garanzie costituzionali delle libertà fondamentali escono intatte dalla pandemia, ma esce anche aumentato il livello di sorveglianza digitale sulle nostre vite.
Il Covid-19 ha arricchito i colossi della Silicon Valley e dell'industria farmaceutica, mentre ha causato la perdita di decine di milioni di posti di lavoro. Ma ha anche indotto, negli Stati Uniti, in Europa, in Italia, la crisi della dottrina neoliberista dell'austerità e un cambio di rotta rispetto all'investimento pubblico nell'economia. Non il comunismo, ma nemmeno la barbarie.
Nella ripartenza, quindi, il quadro non è immutato. Eppure non è avvenuto quel rivolgimento radicale che qualcuno ha temuto, qualcuno sperato. Gli investimenti sociali - in Italia, i fondi del Next Generation Eu - potrebbero frenare gli impulsi verso la "restaurazione", ma è ancora assai dubbio che il tempo a venire possa garantire un'effettiva riduzione delle diseguaglianze sociali, territoriali, di genere, e un nuovo rapporto tra umano e ambiente. Intanto, l'Italia torna al business as usual con i difetti di sempre, aggravati dall'incertezza sul futuro. Non è bastata una pandemia, con il sovvertimento che ha provocato nel rapporto tra difesa della vita e difesa del profitto, per modificare in profondità la scala dei valori collettivi. Ora, accanto alla cautela cui invitano gli esperti sanitari, servirebbe anche la capacità di mantenere viva la "lezione" del Covid-19 nella sfera pubblica. Perché la rimozione del nostro vissuto, nell'ansia di ripartire, lascia aperto l'interrogativo inquietante: verso dove?
*Ricercatrice in Filosofia Politica all'Università di Milano-Bicocca
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