di Liana Milella
La Repubblica, 20 aprile 2021
Venerdì 23 aprile, nella commissione Giustizia della Camera, scade il termine per presentare gli emendamenti alla riforma del processo penale. Tutto il centrodestra e Italia viva vanno all'assalto della "odiata" riforma Bonafede. Il caso Grillo acuisce i contrasti. In via Arenula gli esperti di Cartabia sono al lavoro per le modifiche proporrà la ministra.
Si avvicina l'ora del destino della prescrizione dell'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede. E non solo, ma anche quella dei futuri tempi del processo, la cui rapidità figura come una promessa nel piano per ottenere i miliardi del Recovery plan. Ma il destino coinvolge anche il processo di Appello, con quali limiti continuerà ad esistere. E le azioni disciplinari contro il pm "colpevole" di impiegare troppo tempo nelle sue indagini e che non deposita rapidamente, e con i dovuti omissis, le carte per garantire un congruo diritto di difesa. E ovviamente anche le intercettazioni, il loro uso (e per i nemici dello strumento "l'abuso"). E la sorte che avranno il rito abbreviato e il patteggiamento, antichi fiori all'occhiello del nuovo codice del 1989.
Venerdì 23 aprile, ore 12. È la data segnata in rosso sul calendario della commissione Giustizia della Camera. Scadenza rossa soprattutto per il centrodestra di governo, Lega, Forza Italia, Azione, e all'opposizione, Fratelli d'Italia. Data rossa anche per Italia viva. Mentre il M5S gioca in difesa per salvare il più possibile della riforma Bonafede. Il Pd punta soprattutto sulla giurista Marta Cartabia, la ministra che in via Arenula ha messo al lavoro il gruppo presieduto da Giorgio Lattanzi, l'ex presidente della Consulta che l'ha preceduta nello stesso incarico, giurista ed ex presidente della prima sezione penale della Cassazione, quella deputata ad affrontare e risolvere i casi giuridicamente più difficili.
Sarà una partita difficilissima, sulla quale da ieri incombe anche il caso di Beppe Grillo, il suo video a difesa del figlio, le polemiche durissime che ne sono scaturite. Un giustizialista divenuto improvvisamente garantista se a finire nelle mani dei pm è un parente strettissimo. Una partita sicuramente ricca di colpi di scena. Sulla quale, almeno fino a ieri sera, tutti giocavano a carte molto coperte. Nessuna indiscrezione ancora sulle richieste di emendamento. "Sicuramente saranno molte..." ammette Pierantonio Zanettin di Forza Italia ed ex laico del Csm che se ne sta occupando. E che aggiunge: "Anche se la Cartabia ci ha raccomandato di limitarci...".
di Alberto Cisterna*
Il Riformista, 20 aprile 2021
La decisione della Corte costituzionale sull'ergastolo ostativo ha suscitato contrapposte prese di posizione, e prevale tra quanti si attendevano una decisione definitiva l'impressione che la Consulta abbia voluto guadagnare tempo e riservarsi l'ultima parola sul punto solo se costretta (chiare le parole di V. Zagrebelsky, "Se la Corte sceglie di non decidere", su La Stampa del 16 aprile).
Dar tempo al Legislatore, come insegna la vicenda Cappato, è in gran parte inutile in questo paese e l'ostinazione con cui la Corte applica un rigido self-restraint in casi come questo è il segno che anche questa partizione della Costituzione dovrebbe essere ampiamente rimaneggiata per conferire all'Alto consesso i poteri di intervento che la modernità e il consolidarsi di una legislazione multilivello (regionale, nazionale, europea, sovranazionale) esigerebbero ormai. Certo la presenza di un ministro della Giustizia di altissimo spessore induce, questa volta, a qualche speranza.
Se non fosse che l'oculato e misurato comunicato stampa della Consulta evoca scenari tutt'altro che rassicuranti circa la possibilità di una reale riforma; soprattutto in presenza di una legislatura al suo secondo quadrante e con una maggioranza eterogenea e fortemente contrapposta sui temi della giustizia. Veniamo al pronunciamento della Corte, o meglio, all'anticipazione delle motivazioni a sostegno della dilazione temporale concessa al Parlamento (maggio 2022).
Poche righe che, per un verso, hanno dato forza alle tesi abolizioniste e, per altro, hanno lasciato un barlume di speranza ai teorici dell'oltranzismo sanzionatorio. Una scelta, certo, non casuale che concede al legislatore poche opzioni sul versante dell'ergastolo ostativo, ma che gli lascia mano ampia sul crinale della collaborazione di giustizia. Il regime attuale è chiaro: se sei mafioso e non collabori non puoi accedere alla liberazione condizionale.
Questo regime è, secondo il giudizio già anticipato dalla Corte, incostituzionale perché "...tale disciplina ostativa, facendo della collaborazione l'unico modo per il condannato di recuperare la libertà, è in contrasto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione e con l'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo".
Punto e a capo. Sennonché la Consulta non si è limitata a questo rilievo sulla singola norma - con un contegno per così dire ortodosso e in linea con le sue funzioni - ma è andata oltre constatando che "... l'accoglimento immediato delle questioni rischierebbe di inserirsi in modo inadeguato nell'attuale sistema di contrasto alla criminalità organizzata".
Ragione per cui si deve "consentire al legislatore gli interventi che tengano conto sia della peculiare natura dei reati connessi alla criminalità organizzata di stampo mafioso, e delle relative regole penitenziarie, sia della necessità di preservare il valore della collaborazione con la giustizia in questi casi".
Qui la questione si complica, e non di poco. Si prefigura una sorta horror vacui, ossia il timore che - rimuovendo il divieto per i condannati per mafia - si possa aprire una falla nell'intero sistema di contrasto alla criminalità organizzata. Una valutazione di scenario certamente politica, anche se non irrituale nella giurisprudenza della Corte. Veniamo alle parole. Il tema della "peculiare natura" del delitto di mafia introduce argomenti e suggerisce riflessioni molto ampie che, in questa sede, possono essere solo menzionate.
È chiaro che, negli ultimi tre decenni, si è costruito non solo un binario sanzionatorio, processuale e penitenziario alternativo a quello applicato ai reati ordinari, ma si sono anche poste le basi per una più profonda classificazione dei detenuti distinguendoli non sulla scorta della loro personalità, ma delle condotte di cui rispondono.
Un approccio antropologico radicale ed esclusivo fondato su una sorta di teorema per cui il mafioso non si deduca mai, almeno che non diventi un pentito. Secondo questo pensiero solo la collaborazione di giustizia può smentire la presunzione assoluta che avvinghia il condannato per mafia, poiché l'umanità del mafioso non è emendabile in alcun modo e ogni atteggiamento remissivo durante la sua detenzione è una mera finzione.
Libri di basso conio, film, serie televisive, interviste, dichiarazioni di asseriti esperti hanno alimentato e sostenuto questa presunzione conseguendone la inevitabile implementazione normativa; proprio quel radicamento legislativo con cui le Corti nazionali ed europea sono ora chiamate a fare in conti tra mille dubbi e cautele. Per sviluppare un dibattito sul punto che coinvolge l'etica del legislatore, la sua capacità di costruire un sistema normativa scevro da suggestioni, campagne di stampa e connessi carrierismi, occorrerebbe trovare un punto di riflessione in comune. Punto di riflessione che, al momento, semplicemente non esiste.
Talmente sedimentata è la convinzione che il mafioso sia sempre mafioso - ossia che la mafia sia innanzitutto una scelta esistenziale e interiore irretrattabile e non uno dei modi (neppure il più conveniente) per arricchirsi illecitamente - che in questa impostazione è impossibile ritenere che il carcere possa davvero emendare, correggere, purgare, risollevare.
Solo se ti penti e collabori, solo allora lo Stato può fidarsi di te, perché compi una scelta incompatibile con il tuo status interiore, rinnegandolo. Uno stereotipo vetero-antropologico, ovviamente, ma ampiamente e agguerritamente sostenuto da un manipolo di agitatori più o meno interessati. Ecco la Corte, con le poche parole di quel comunicato, sembra voler infrangere definitivamente il muro di questo teorema e riportare al centro della discussione l'idea, democratica e costituzionale, che non si possono creare correlazioni tra pena e pentimento o generalizzazioni tra mafia e collaborazione di giustizia.
Eppure il punto di crisi dell'assolutismo carcerario sarebbe abbastanza evidente se la detenzione non corregge e non rieduca di per sé, ci si dovrebbe chiedere il pentimento cosi auspicato da quali pulsioni interiori deriva. Se il trattamento non aiuta l'emenda interiore, perché la delazione dovrebbe meritare una così decisa considerazione. In fondo sono, sono state quasi sempre, scelte di mero interesse.
L'ergastolano collabora, quasi sempre, perché soffre la detenzione e la sua durezza. Ma questo cosa abbia a che vedere con la Costituzione e con la funzione rieducativa della pena, non è chiaro. Certo si può e si deve conservare l'importanza della collaborazione di giustizia in tema di mafia che, però, già l'ordinamento (dal 1991) favorisce e incoraggia.
Impedire la concessione personalizzata e motivata dei benefici carcerari da parte del giudice di sorveglianza sino a quando non si collabori è un modo per ammettere che il carcere è uno strumento di pressione e di coercizione e non il luogo della rieducazione.
Ecco chi sostiene le ragioni infrante dalla Corte costituzionale dovrebbe uscire dalla penombra dei giudizi morali e delle valutazioni antropologiche e dire la verità sul punto. Certo non guasterebbe prima aver letto qualcosa di serio e proveniente da ambienti scientifici non contaminati dal sospetto, a esempio Frederick Schauer, "Di ogni erba un fascio. Generalizzazioni, profili, stereotipi nel mondo della giustizia", Cambridge Mass., 2003, d'alt. 2008. Ma per troppi è chiedere troppo.
*Magistrato
di Vincenzo Vitale
L'Opinione, 20 aprile 2021
Per capire come e quanto la Corte costituzionale sia ormai preda di una pericolosa deriva - e noi tutti vi siamo trascinati - basti considerare ciò che essa ha fatto pochi giorni or sono. Chiamata a valutare la eventuale illegittimità costituzionale di una norma, che esclude dal beneficio della liberazione condizionale gli ergastolani condannati per reati di mafia che non abbiano collaborato con gli investigatori, la Corte ha dichiarato illegittima la norma, ma ha evitato di cassarla - come avrebbe dovuto per semplice rispetto delle norme costituzionali e delle leggi che gliene fanno specifico obbligo - dando al Parlamento oltre un anno di tempo per modificarla.
di Stefano Anastasìa
Il Domani, 20 aprile 2021
La decisione era attesa quanto contrastata, e così la Corte costituzionale ha tirato fuori dal suo cilindro l'ultimo dei suoi ritrovati: la sentenza a efficacia differita. Era stato così nel caso Cappato, del suicidio assistito di Dj Fabo, ed è stato così nel caso del reato di diffamazione a mezzo stampa. La Corte ha dato al legislatore un anno di tempo per sanare "per via politica" le violazioni della Costituzione e della Convenzione europea dei diritti umani insite nel cosiddetto "ergastolo ostativo", l'ergastolo senza possibilità di revisione, se non nel caso della collaborazione con l'autorità giudiziaria.
di Giulia Merlo
Il Domani, 20 aprile 2021
Di rinvio in rinvio, il termine per gli emendamenti al disegno di legge di riforma del processo penale sta per scadere. Tutti i gruppi parlamentari sono al lavoro per presentare le loro proposte entro venerdì 23 aprile alle 17 e il testo rischia di essere l'ennesimo campo di battaglia in commissione Giustizia alla Camera, che ha visto contrapporsi due schieramenti all'interno della maggioranza. Da una parte il centrodestra di Lega e Forza Italia insieme a Italia viva, dall'altro Partito democratico con Leu e Movimento 5 stelle.
Il fronte politicamente più caldo è quello della modifica della prescrizione, che è stato il cuore della riforma Bonafede e uno dei baluardi dei grillini. La ministra della Giustizia, Marta Cartabia, sta vigilando per evitare scontri e, al momento del suo insediamento, ha ottenuto la fiducia di tutta la maggioranza con il ritiro degli emendamenti che avrebbero potuto far esplodere una crisi. Il patto, però, era che comunque la norma che stoppa la prescrizione dopo il primo grado sarebbe stata modificata.
Ora il tentativo di Pd e Leu è quello di proporre una modifica che non sconfessi interamente il progetto di Bonafede ma che ne corregga alcuni effetti, offrendo garanzie maggiori agli assolti. Obiettivo: "smitizzare" la prescrizione e riportarla nell'alveo del più ampio meccanismo processuale penale e nello sforzo di ridurre la durata dei processi. Sul fronte di Leu il più impegnato è il deputato Federico Conte, da cui ha preso il nome il cosiddetto lodo Conte bis, redatto durante il governo Conte II e che aveva trovato l'accordo anche dei Cinque stelle, che doveva modificare la norma Bonafede differenziando i condannati in primo grado dagli assolti, ripristinando per questi ultimi il decorso della prescrizione.
La proposta - Proprio a partire dall'accordo politico su questo testo, Conte sta redigendo un emendamento che recepisca il lodo Conte bis, a cui aggiungere anche un meccanismo di prescrizione processuale per il secondo grado.
L'emendamento prevedrà l'introduzione di una sanzione processuale: in caso di condanna in primo grado la prescrizione si stoppa ma se l'appello dura più di due anni (tempo considerato nel ddl penale come congruo per la durata di questo grado di giudizio), il condannato in secondo grado ottiene uno sconto di pena, fissato in 45 giorni per ogni 6 mesi di durata del processo in più rispetto ai due anni previsti.
Nel caso di assoluzione in primo grado in cui la sentenza sia stata impugnata, se il processo di appello non si svolge entro due anni, la conseguenza processuale dovrebbe essere l'estinzione del processo (ferme restando le azioni civili), traducendo l'inerzia dello stato in perdita di interesse all'azione penale.
"Questa proposta muove dallo schema del lodo Conte bis, di cui rappresenta uno sviluppo e interviene nella fase di appello per introdurre presidi processuali ai termini di fase già individuati nel disegno di legge delega. In piena coerenza con l'impostazione sul tema data dalla ministra Cartabia", ha detto Conte. Se ogni gruppo presenterà propri emendamenti, l'impostazione di Conte è coerente anche con le intenzioni del Pd.
I dem stanno lavorando alle loro proposte ed "è ragionevole pensare anche al tema del rispetto dei tempi e dei termini dei gradi processuali, oltre i quali - se sussistono determinate condizioni - si potrebbe lavorare a una sorta di prescrizione processuale. Ma con una drastica riduzione dei tempi del processo il tema della prescrizione si ridimensiona drasticamente", ha detto Water Verini, membro della commissione Giustizia.
L'obiettivo di Pd e Leu sarebbe quello di trovare una soluzione condivisa di compromesso che non tagli fuori il Movimento 5 stelle ma che si muova in coerenza con le richieste di Cartabia e soprattutto non presti il fianco agli attacchi di quella parte di maggioranza - Enrico Costa di Azione, Italia viva e Forza Italia in testa - che punta a cancellare la riforma grillina.
di Liana Milella
La Repubblica, 20 aprile 2021
Ma come trattenersi se in ballo c'è l'odiata/amata prescrizione? Amata dai 5S che l'hanno proposta con Bonafede. Per dire che i tempi della prescrizione si fermano dopo la sentenza, ma solo di condanna, di primo grado. Anche quella volta - era novembre del 2018 - con un emendamento che cambiava a sorpresa pure il titolo della legge penale inserendo in un articolo di poche righe la nuova prescrizione, e che scatenò subito una bufera perché a presentarlo non fu il Guardasigilli, ma la relatrice Francesca Businarolo di M5S.
C'era il governo gialloverde, e subito la Lega con la ministra per la Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno protestò parlando di "bomba atomica sul processo penale". Adesso l'ora della prescrizione è arrivata. La Lega, come allora, fa parte del governo. La Bongiorno muove le pedine della giustizia con i suoi parlamentari. Come si è visto nel caso delle intercettazioni.
Fioccheranno le richieste per buttare giù la prescrizione di Bonafede perché anche il compromesso raggiunto con la mediazione dell'ex premier Giuseppe Conte - il lodo Conte-bis - non piace a nessuno. Perché le Camere penali con il loro leader Gian Domenico Caiazza martellano ogni giorno. E questo sarà certamente il punto più sofferto dell'intero disegno di legge.
L'unica via d'uscita, il compromesso possibile, adombrato dallo stesso Bonafede nelle ultime ore del suo governo, quando il precipitare degli eventi gli impedirono - il 27 marzo al Senato, il 29 all'inaugurazione dell'anno giudiziario in Cassazione, il 30 in Calabria, dov'era riuscito a realizzare l'aula bunker di Lamezia Terme per il processo Rinascita Scott del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri - di spiegare quale fosse la sua soluzione. E cioè un processo penale talmente breve e celere - due anni in primo grado, uno in appello e uno in Cassazione per 4 anni complessivi - tale da annullare per ciò stesso la prescrizione. Una formula che vedrebbe d'accordo sia M5S che Pd e che sarebbe difficile da contestare da parte delle opposizioni.
"Stiamo predisponendo gli emendamenti. Certo. Ma non so dire quanti saranno alla fine. Certo i punti da modificare della legge sono tanti per noi..." ammette Lucia Annibali, la responsabile Giustizia di Italia viva che proprio sulla prescrizione ha fatto una battaglia nel precedente governo cercando di spostare il termine di entrata in vigore il più avanti possibile.
La stessa battaglia di Enrico Costa, responsabile Giustizia di Azione, che già dalle fila di Forza Italia aveva cannoneggiato contro la prescrizione di Bonafede in tutte le occasioni possibili cercando di far cadere il governo in un tranello parlamentare. Anche lui non vuole rivelare nulla degli emendamenti: "Ci sito lavorando - dice -. Saranno molti. La legge va cambiata in tantissimi punti. Non soltanto sulla prescrizione". C'è da scommettere che da lui arriveranno richieste sulle responsabilità del pm quando le indagini durano troppo.
Il Pd cerca di fare da pontiere tra l'ansia della destra per una giustizia del tutto garantista e il giustizialismo di M5S. Il capogruppo in commissione Giustizia Alfredo Bazoli dice che "sì, gli emendamenti non saranno moltissimi, ma non saranno neppure pochi". E quel fascicolo, sul tavolo di Cartabia, rivelerà il necessario compromesso tecnico da raggiungere per non spaccare la maggioranza. Non sarà una sfida facile. Neppure per una mediatrice nata come Marta Cartabia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 aprile 2021
È la risposta dell'azienda locale, sollecitata dal Garante nazionale sul caso di Vincenzino Iannazzo, detenuto al 41 bis al carcere di Parma. La pena, recita la nostra Costituzione, non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Vale per tutti, anche per chi si è macchiato di delitti mafiosi. In più aggiunge che non è ammessa la pena di morte. Eppure in questo momento è in atto un grave problema che rischia di disattendere tali principi, compreso il preservare la vita dei reclusi. Nel carcere di Parma, in particolar modo il centro clinico, non si è più in grado di dare assistenza ai detenuti che hanno gravi patologie fisiche.
Lo scrive nero su bianco la Asl locale tramite una segnalazione alle autorità. Accade così che Vincenzino Iannazzo detenuto al 41 bis nel carcere di Parma, con gravi patologie fisiche e psichiche, necessiti di assistenza intensiva, ma l'autorità sanitaria scrive nero su bianco che "l'assidua assistenza nello svolgimento delle attività quotidiane (H24), così come la corretta assunzione sopraindicata (terapia e alimentazione, ndr), non sono garantite in questi istituti". Non solo. La Asl approfitta per segnalare un problema generale.
Vale la pena riportare il passaggio del documento che Il Dubbio ha potuto visionare. "Si approfitta dell'occasione per segnalare che tali assegnazioni senza preavviso presso i nostri Istituti al fine di avvalersi del Sai per soggetti con patologie - si legge nella missiva - , necessitanti in ogni caso assistenza sanitaria intensiva, sta mettendo in seria difficoltà lo standard assistenziale di questa Unità Operativa: ad oggi si contano in Istituto circa n. 220 persone malate e con età avanzata, per la maggior parte allocate presso le Sezioni Ordinarie comprensibilmente inadeguate per la loro assistenza".
La relazione della Asl dopo la richiesta del garante sulle condizioni di un recluso - Tale relazione sul carcere di Parma nasce su richiesta del Garante nazionale delle persone private della libertà, per accertare le problematiche segnalate dall'associazione Yairaiha Onlus in merito alla vicenda del recluso Vincenzino Iannazzo.
Il responsabile sanitario infatti, dopo aver illustrato la modalità di trasferimento (senza preavviso e privo dei farmaci necessari, condizione questa già segnalata dal dirigente sanitario al direttore che a sua volta informava il Gip, il ministero, il provveditorato regionale e l'ufficio di sorveglianza e anche dall'associazione Yairaiha all'ufficio del Garante) riassume le patologie di cui è affetto Iannazzo: insufficienza renale cronica in paziente trapiantato di rene e fistola arterovenosa arto sup. sn.; demenza a corpi di Lewy con deterioramento cognitivo grave e Vasculopatia cerebrale cronica; cardiopatia ipertensiva; calcolosi della colecisti; sindrome ansioso-depressiva; spondiloartrosi diffusa. Una volta giunto al centro clinico, i medici hanno potuto accertare non solo tutte queste malattie, ma anche un aggravio. Soprattutto quello mentale. Iannazzo, che ricordiamo è al 41 bis, presenta allucinazioni visive e uditive. Si apprende che dal punto di vista cognitivo è presente un deterioramento cognitivo di grado grave caratterizzato da "una compromissione multi-dominio con gravi deficit di tutte le funzioni cognitive (memoria, funzioni esecutive, attenzione, prassi, ragionamento e linguaggio)".
Viene da pensare perché sia al 41 bis, visto che tale regime nasce non per torturare o per estorcere confessioni, ma per evitare che un boss dia ordini al proprio gruppo mafioso di appartenenza. Nonostante tutte queste patologie, su richiesta dell'Ufficio di Sorveglianza di Reggio Emilia, è stata prodotta una relazione medico legale nella quale il dottore si è espresso, nel complesso, per una situazione gestibile anche in ambiente carcerario, nonostante le criticità neurologiche, ma solo a patto "che al detenuto venga garantita un'assidua assistenza nello svolgimento delle attività quotidiane in merito alla corretta assunzione sia della terapia che dell'alimentazione".
Sandra Berardi, presidente dell'associazione Yairaiha: "Questa è la rieducazione?" - Ma, com'è detto, la Asl dice chiaramente che al carcere di Parma non sono in grado di poter garantire un'assidua assistenza sanitaria. Sandra Berardi, presidente dell'associazione Yairaiha, spiega a Il Dubbio che la prevalenza delle loro segnalazioni sono relative a gravi, se non gravissime, problematiche di salute che all'interno delle strutture penitenziarie non riescono ad essere affrontate e ciò vanno a "configurare quel trattamento inumano e degradante che la nostra Costituzione, e prima ancora la nostra umanità, vietano espressamente".
Berardi denuncia con forza: "Mi chiedo che senso abbia la detenzione per una persona come Iannazzo e per tutti quelli si trovano in condizioni simili. Qual è la funzione che esercita su di loro? Questa è la rieducazione? È così che si realizza la sicurezza dell'Italia? Qual è il pericolo che corre la società da questa persona tanto da dovergli continuare ad applicare il regime di 41 bis?". E conclude: "La scorsa estate, per Iannazzo è stato rinnovato il decreto applicativo del 41 bis ed è stata presentata opposizione dai suoi legali (ad oggi il ricorso risulta ancora pendente al Tribunale di Sorveglianza); un caso in cui mi sembra corra l'obbligo del differimento della pena, come da Costituzione e leggi attualmente in vigore".
Una situazione critica già segnalata in un documento del marzo 2020
Il carcere di Parma è una casa di reclusione che al suo interno è suddivisa in quattro strutture: una per i detenuti in alta sicurezza (AS3), un'altra per i detenuti comuni di media sicurezza, un'altra ancora per l'alta sicurezza per gli ex 41 bis (AS1) e infine il 41 bis. Oggi risultano 14 detenuti positivi al covid, 10 solo al 41 bis. Fortunatamente non hanno condizioni preoccupanti.
A prescindere dall'emergenza covid, la questione sanitaria è in difficoltà. Il centro clinico del carcere di Parma - adibito per un massimo di 29 posti - è diventato un punto di riferimento anche per gli altri penitenziari: inviano i loro detenuti (anche comuni) malati che, una volta superata la fase diagnostica, rimangono però nel carcere. Il risultato è quello denunciato dalla relazione della Asl che Il Dubbio ha reso pubblico oggi: 220 persone malate e con età avanzata, per la maggior parte allocate presso le Sezioni Ordinarie comprensibilmente inadeguate per la loro assistenza.
Questo fa il paio con l'altro documento, sempre reso pubblico da Il Dubbio, che uscì nel pieno della prima ondata. Vale la pena ricordarlo, anche perché - paragonato con la relazione attuale - sembrerebbe che la situazione sia rimasta invariata. Il centro clinico ospita detenuti con trapianti, immunodepressi, diabetici scompensati, carcinomi, lesioni ossee. A tutto questo si aggiunge un altro elemento critico. "Preme segnalare - si legge nel documento risalente a marzo del 2020 - che sono state disposte allocazioni inappropriate direttamente dall'amministrazione penitenziaria, senza alcuna certificazione o parere medico".
Non solo. La Asl parte dal presupposto che il centro clinico - secondo l'accordo Stato- Regioni del 2015 - ospita in ambienti penitenziari detenuti che, per situazioni di rischio sanitario, possono richiedere un maggiore e più specifico intervento clinico non effettuabili nelle sezioni comuni, restando comunque candidabili per una misura alternativa o per il differimento o la sospensione della pena per motivi di salute. Quindi l'inserimento in tali strutture risponde a valutazioni strettamente sanitarie e il venir meno delle motivazioni cliniche che giustificano la presenza nel centro clinico, dovrebbero essere sufficienti di per sé a portare la direzione degli Istituti penitenziari alla tempestiva ritraduzione del paziente all'istituto di provenienza. Invece accadrebbe il contrario. È stato preso in considerazione ciò che si denunciava già a marzo del 2020?
di Rossella Grasso
Il Riformista, 20 aprile 2021
Una nuova tragedia si abbatte nelle carceri campane. Domenico, 55enne, si è tolto la vita nel carcere di Bellizzi Irpino. Era arrivato il primo aprile. Il suo è il terzo suicidio in pochi giorni. Padre di tre figli, la prima figlia oggi festeggiava il suo 28esimo compleanno. Pugliese di nascita, arrestato nel novembre dello scorso anno era giunto da Foggia da poco. L'ultimo suicidio nel carcere di Bellizzi risale al 2018.
Durante la notte Domenico approfittando del sonno dei compagni di cella si è tolto la vita impiccandosi a un termosifone. A darne notizia è stato Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Regione Campania. "In Italia dall'inizio dell'anno ci sono stati 15 suicidi nelle carceri - ha detto il Garante - Nei primi mesi dell'anno si sono già registrati due suicidi in Campania: un sedicenne che si è tolto la vita in una comunità del Casertano e un detenuto del carcere di Santa Maria Capua Vetere che si è ucciso dopo appena tre giorni dal suo ingresso in cella. Domenico, che si è suicidato oggi era giunto il primo aprile nel carcere di Bellizzi Irpino, è il terzo".
"Anche se i suicidi sono ascrivibili a diverse motivazioni - continua Ciambriello - il carcere continua ad uccidere. Continuo a ribadire la necessita di implementare progetti rieducativi e umanizzanti, distribuendoli su tutto il corso della giornata, al fine di combattere l'isolamento. E poi più figure sociali di accompagnamento (Psicologi, psichiatri, pedagogisti, educatori), più attività di inclusione, di lavoro, di studio e formazione". "In questo periodo di distanziamento sociale dovuto all'emergenza sanitaria sono ancor più venuti a mancare i contatti con i propri affetti, la comunicazione, l'ascolto e la presenza di figure sociali", conclude Ciambriello.
di Giorgio Barbieri
Il Mattino di Padova, 20 aprile 2021
Al terzo tentativo fumata bianca in Consiglio comunale. Il professore designato: "Metto a disposizione la mia esperienza". Per il garante dei detenuti è finalmente arrivata l'attesa fumata bianca. Dopo due sedute andate a vuoto, la prima con il voto a Messina Denaro che ha fatto scandalo e la seconda nella quale non si è raggiunta la maggioranza di due terzi, ieri finalmente il Consiglio comunale è riuscito a eleggere Antonio Bincoletto grazie a 20 voti, ossia la maggioranza semplice e non quella assoluta del Consiglio. Nove le schede nulle, una scheda bianca e un voto a Maria Pia Piva.
La settimana scorsa era stato anche il sindaco Sergio Giordani a chiedere all'aula un gesto di serietà. Parole attaccate da Ubaldo Lonardi, vicepresidente del Consiglio comunale a nome dei gruppi consiliari di centrodestra. "Questa brutta figura", ha detto Lonardi, "è ascrivibile solo a lei e alla maggioranza che rappresenta, evidentemente capace di ragionare solo con la logica dei numeri, per cui quando gliene manca uno, per regolamento, si trova incapace a favorire quel percorso di dialogo sostanziale e non ricattatorio, compito che almeno la figura del sindaco dovrebbe garantire per il bene di tutta la città".
Ma indipendentemente da assenze e "mal di pancia" nella maggioranza, si è finalmente riusciti a eleggere il garante dei detenuti. Ma per farlo è stato necessario arrivare alla terza votazione, dopo che lunedì scorso erano stati raccolti 19 voti sui 22 necessari. Il caso era scoppiato dopo che nella prima votazione, lo scorso 3 marzo, era emerso un voto dato segretamente al superlatitante Matteo Messina Denaro. Una vicenda che ha fatto molto discutere. Una scelta non troppo opportuna (coperta dal segreto del voto) che ha scatenato le reazioni di mezzo consiglio comunale, e in pochi giorni è finito anche sui tavoli delle ministre di Giustizia e Interno, dopo una pioggia di interrogazioni portate a Roma dai parlamentari di Pd e Fratelli d'Italia.
"Certo non posso negare che mi aspettavo maggiore linearità in questa vicenda", ha detto Bincoletto che ieri non è andato in Consiglio comunale attendendo da casa l'esito della votazione, "sarà un impegno importante che dovrà garantire il dettato costituzionale. Quella carceraria è una realtà che conosco bene".
Antonio Bincoletto, il candidato che è stato eletto della maggioranza, è nato a Noventa di Piave (nel Veneziano) ma vive a Padova ormai da molti anni. Nella città del Santo si è laureato e specializzato in filosofia. Dagli anni Ottanta insegna letteratura e storia negli Istituti superiori. Ha frequentato anche corsi di Perfezionamento e di Alta formazione presso il Centro Diritti umani del Bo.
di Ciro Cuozzo
Il Riformista, 20 aprile 2021
A Secondigliano e Poggioreale adesioni e rinunce: "Troppe fake news". Due ultra ottantenni nel carcere di Secondigliano e altri due nella casa circondariale di Poggioreale si sono registrati per la vaccinazione anti-covid. È quanto fa sapere il garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello al Riformista che nei giorni scorsi ha inviato una lettera ai vertici dell'Unità di Crisi regionale e ai direttori delle Asl delle cinque province campane ringraziandoli per la sensibilità mostrata verso i "diversamente liberi che non devono subire una doppia pena: carcere ed esclusione sociale" suggerendo di accompagnare la campagna vaccinale con "provvedimenti incisivi per coloro che decidono volontariamente di essere vaccinati".
Oltre agli over 80, sempre tra Secondigliano e Poggioreale sono 39 i detenuti nella fascia d'età 70-79 che hanno deciso di vaccinarsi mentre un gruppetto ha deciso invece di non farlo. A tal proposito "ho potuto constatare dalle mie visite presso gli istituti penitenziari - ricorda Ciambriello ai vertici della sanità campana - che c'è necessità di incrementare la campagna informativa in maniera incisiva circa l'importanza dei vaccini, essenziale in un momento come questo caratterizzato da una forte disinformazione e da fake news che determinano una particolare riduzione di coloro che risultano predisposti alla somministrazione vaccinale".
Figliuolo annuncia ripresa campagna - Sulla campagna vaccinale nelle carceri, il commissario per l'emergenza Francesco Figliuolo, d'intesa con il ministero della Salute, ha disposto la ripresa delle vaccinazioni "per mettere in sicurezza il comparto".
Somministrazioni che procederanno "parallelamente" a quelle delle categorie prioritarie, vale a dire over 80, fragili, fasce d'età 70-79 e 60-69. Le vaccinazioni interesseranno "il personale della Polizia Penitenziaria e i detenuti negli istituti penitenziari non ancora sottoposti alla prima somministrazione tenendo in considerazione anche il personale amministrativo che opera in presenza".
Riguardo le fasce fragili, ecco l'elenco dei soggetti che possono richiedere la vaccinazione: diabetici, cirrotici, trapiantati, gravi obesi, oncologici, ematologici, affetti da patologie gravi e croniche a carico dell'apparato respiratorio, dializzati, immunodepressi, riconosciuti portatori di legge 104/ 90 con connotato di gravità.
Cartabia: "Oltre 9600 detenuti vaccinati, ora si procederà senza interruzione" - "Ho avuto la comunicazione dal generale Figliuolo che si procederà senza interruzione nel completamento delle vaccinazioni in carcere" ha dichiarato il ministro della Giustizia, Marta Cartabia, in un passaggio del suo intervento alla cerimonia di intitolazione del carcere di Bergamo a don Fausto Resmini.
"Ad oggi, a livello nazionale sono risultati positivi al Covid 737 detenuti, 478 agenti di Polizia Penitenziaria e 41 addetti alle funzioni centrali - ha ricordato Cartabia - mentre sono stati coinvolti nel piano vaccinale 9.624 detenuti, 16.819 agenti di Polizia Penitenziaria e 1.780 addetti alle funzioni centrali". "Ci auguriamo che il vaccino possa dare sollievo a tutti e speriamo possa essere, oltre che una fondamentale protezione sanitaria da un virus cosi insidioso, anche una luce capace di alleviare le non meno faticose sofferenze psicologiche che la pandemia ha portato con sé", ha aggiunto.
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