di Luca Miele
Avvenire, 22 aprile 2021
Un paradosso. Terribile. Lo nomina Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International: "Mentre il mondo cercava il modo di proteggere le vite umane dalla pandemia, alcuni governi hanno mostrato una sconcertante ostinazione nel ricorrere alla pena capitale". Il Covid ha reso ancora più atroce la condizione dei condannati a morte: "La pandemia - spiega Callamard - ha fatto sì che molti prigionieri nei bracci della morte non abbiano potuto incontrare di persona i loro legali e che molti che hanno cercato di fornire aiuto si sono dovuti esporre a gravi, e del tutto evitabili, rischi per la loro salute".
Il report annuale di Amnesty International certifica una tendenza ambivalente: una riduzione globale delle esecuzioni, a cui fa da contraltare una "fiammata" concentrata in un pugno di Paesi. Nel 2020 le condanne eseguite, in 18 nazioni, sono state 483 (16 le donne uccise). Si tratta del dato più basso registrato in oltre un decennio, in calo del 26% rispetto al 2019 e del 70% rispetto al picco di 1.634 casi registrato nel 2015.
L'88% delle esecuzioni si sono concentrate in quattro Paesi: almeno 246 in Iran, dove la pena capitale "è sempre più usata come arma di repressione politica contro dissidenti e minoranze etniche", 107 in Egitto (che ha triplicato le uccisioni), 45 in Iraq e 27 in Arabia Saudita. Come nelle edizioni passate, il calcolo globale non include le migliaia di esecuzioni che vengono eseguite in Cina, dove i dati sulla pena di morte sono classificati come segreto di Stato, e pesa anche l'accesso estremamente limitato alle informazioni in Corea del Nord e Vietnam, che si ritiene applichino in larga misura le condanne capitali.
Risultano in calo le nuove sentenze di morte emesse nel mondo, almeno 1.477 ossia il 36% in meno rispetto al 2019. La pena di morte è stata applicata 17 volte negli Stati Uniti nel 2020, e a fine dicembre c'erano 2.485 detenuti condannati alla pena capitale.
Per Agnès Callamard "la pena di morte è una punizione abominevole e portare a termine esecuzioni nel mezzo di una pandemia ne ha ulteriormente evidenziato la crudeltà. L'uso della pena di morte in circostanze del genere è un attacco particolarmente grave ai diritti umani". Nonostante le ombre, c'è anche qualche luce. Come quella che illumina i Paesi che hanno chiuso definitivamente con il boia. Secondo dati aggiornati ad aprile del 2021, 144 Stati hanno abolito la pena di morte nelle leggi o nella prassi, 108 dei quali per tutti i reati.
"Nonostante alcuni governi si ostinino a usare la pena di morte, il quadro complessivo del 2020 è stato positivo. Sono aumentati gli Stati abolizionisti", commenta Callamard. "Alla fine del 2020 un numero record di 123 Stati ha approvato la risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite per una moratoria sulle esecuzioni. La pressione sugli altri stati sta aumentando". Amnesty International non ha dubbi. questa tendenza deve proseguire.
di Bruno Cartosio
Il Manifesto, 22 aprile 2021
Chauvin è stato giudicato colpevole di tutte le imputazioni che gli erano state addebitate. La pena sarà decisa nelle prossime settimane, quando inizierà il processo anche agli altri tre agenti che erano con lui quel 25 maggio.
Stai seguendo, giorno per giorno, il processo a Derek Chovin, l'ex agente che ha ammazzato George Floyd a Minneapolis poco meno di un anno fa. Poi arrivano la notizia e l'immagine dell'omicidio di Adam Toledo: un ragazzino ispanico ammazzato di notte in un vicolo di Chicago mentre si trova fermo, in piedi contro uno steccato, a mani alzate. Possibile, dici, che sia tutto così facile? Ti torna alla mente l'aria indifferente dell'agente Chauvin, che si guarda intorno mentre ammazza George, tenendo una mano in tasca e con gli occhiali da sole alzati sulla fronte come se stesse comprando il giornale all'edicola.
Ripensi all'agente che ha inseguito e ucciso il ventenne Daunte Wright nei pressi di Minneapolis l'11 aprile, dicendo poi di avere confuso il taser con la pistola.
Rifai i conti, e verifichi: la progressione è lineare. Nell'ultima decina d'anni, gli omicidi della polizia negli Usa non sono mai stati meno di mille all'anno. Uno più, uno meno: tre al giorno. In proporzione ai gruppi sociali, gli uccisi bianchi sono tot, gli ispanici sono quasi due volte tot e i neri sono oltre due volte e mezza tot; poi vengono gli asiatici, i fuori di testa e quelli di cui non si conoscono i connotati.
Quelli del processo sono giorni tesi. Sia perché si attende il suo esito, sia perché si addensa una sequenza particolarmente fitta di "massacri" come se quello compiuto da Tim McVeigh il 19 aprile 1995 a Oklahoma City e quello alla scuola Columbine di Denver il 20 aprile 1999 continuassero a esercitare un'attrazione perversa. E destabilizzante.
Alla fine, il processo di Minneapolis arriva alla sua conclusione. La giuria si ritira e resterà in isolamento fino a quando avrà raggiunto il suo verdetto. Quando è sicuro di non interferire con il lavoro dei giurati, il presidente Biden rilascia una dichiarazione: "Prego perché il verdetto sia quello giusto. Per me le prove sono travolgenti". Le polizie di tutto il paese si mobilitano; la tensione è molto alta a Chicago e la Guardia nazionale viene schierata a Minneapolis, nell'eventualità che il verdetto possa essere non-giusto. Non sarebbe la prima volta, come tutti sanno. E invece il verdetto è giusto, e sarà severo. Chauvin è stato giudicato colpevole di tutte le imputazioni che gli erano state addebitate. La pena sarà decisa nelle prossime settimane, quando inizierà il processo anche agli altri tre agenti che erano con lui quel 25 maggio.
La tensione si allenta pressoché ovunque. Biden farà appena in tempo a dichiararsi "sollevato" per il verdetto e perché il paese sembra avere appena scampato il pericolo di una nuova sollevazione. (Il giorno dopo dirà che è stato "un gigantesco passo avanti sulla strada verso la giustizia in America".)
Ma è una questione di minuti e arriverà la notizia di una nuova uccisione poliziesca. Infatti, quello stesso pomeriggio a Columbus, la capitale dell'Ohio, la sedicenne Ma'Khia Bryant è stata ammazzata con quattro colpi di pistola. Chiamato a intervenire in una lite tra ragazze, uno degli agenti ha "riportato la pace", sparando contro Ma'Khia, che dopo avere buttato a terra una delle ragazze, ne stava aggredendo un'altra con in mano un comune coltello da cucina. In pochi secondi, l'agente è sceso dall'auto e ha ucciso Ma'khia.
Così. Anche in questo caso, come in quello di Adam Toledo, a mostrare lo svolgimento conclusivo dell'intervento poliziesco è la body cam, la camera fissata sul petto dell'agente. Era stata introdotta meno di 10 anni fa, presumendo che avrebbe reso meno violenti, più responsabili i comportamenti dei poliziotti. Invece continua solo a mostrare la disinvoltura e indifferenza con cui le polizie usano le armi.
di Emiliano Squillante
Il Manifesto, 22 aprile 2021
Arrestata anche la portavoce. Putin duro contro "le ingerenze occidentali". Una risposta "asimmetrica, rapida e dura" alle provocazioni. Con queste parole Putin, durante il discorso di ieri all'Assemblea federale, ha fatto riferimento alle tensioni tra Mosca e la comunità internazionale, andate crescendo nelle ultime settimane a causa della vicenda Navalnyj, dell'escalation militare nel Donbass e delle nuove sanzioni imposte dagli Usa.
Un intervento incentrato su questioni interne - pandemia, cambiamento climatico e prezzi dei generi alimentari - ma in cui non sono mancati i moniti alla comunità occidentale, invitata a "non oltrepassare la linea rossa" con la Russia. Nessun riferimento all'oppositore Aleksej Navalnyj e alla situazione nel Donbass, dove le tensioni rimangono elevate dopo l'escalation militare delle ultime settimane. Un duro attacco nei confronti dell'Occidente è arrivato invece in relazione al recente tentativo di colpo di Stato in Bielorussia ai danni dell'alleato Aleksandr Lukashenko: una questione che, secondo Putin, avrebbe meritato una condanna da parte della comunità internazionale che invece non è arrivata. "Nessuno sembra accorgersene, e tutti fingono che non sia successo nulla: è caratteristico che simili azioni non siano state condannate dall'Occidente", ha affermato, aggiungendo che i colpi di Stato "superano ogni confine". Una deriva "pericolosa" che Putin ha imputato alla pratica di "imporre la propria volontà agli altri con la forza": un chiaro riferimento alle sanzioni internazionali.
Si susseguono, nel frattempo, i fermi in tutto il Paese nel quadro delle proteste contro la detenzione di Navalnyj, le cui condizioni in carcere si sono aggravate negli ultimi giorni dopo l'entrata in sciopero della fame il 31 marzo scorso. Due importanti arresti sono avvenuti ieri mattina: ad essere fermate Ljubov Sobol (rilasciata in serata), avvocato della Fondazione per la lotta alla corruzione, e la portavoce di Navalnyj Kira Jarmysh, mentre le organizzazioni non governative riferivano nella serata di ieri di oltre 400 fermi in più di 60 città in tutto il paese. Numeri che sembrano evidenziare una partecipazione minore alle proteste rispetto a gennaio, complice forse il discorso alla nazione di Putin. Divergenti anche le stime diffuse dalle autorità russe e dallo staff di Navalnyj in relazione al numero dei partecipanti: i funzionari di polizia hanno riferito di circa 4.500 persone a San Pietroburgo e 6.000 a Mosca, dove al corteo hanno preso parte anche il fratello di Navalnyj, Oleg, la madre Lyudmila e la moglie Julia. Stime che sono state definite "ridicole" dallo staff dell'oppositore.
di Fabrizio Dragosei
Corriere della Sera, 22 aprile 2021
In piazza i sostenitori dell'oppositore, mentre lo zar si prepara a mettere fuori legge l'organizzazione. Vladimir Putin ammonisce gli avversari della Russia a "non varcare la linea rossa", nel senso che qualsiasi azione mirante a colpire il suo Paese riceverebbe una durissima risposta. Questo nel giorno in cui coloro che non si riconoscono nell'attuale governo scendono in piazza a migliaia per protestare contro il trattamento riservato Aleksej Navalny, l'oppositore in carcere (mille i fermati). Non sono molti quelli che hanno deciso di manifestare, meno di quanto si aspettassero gli alleati di Navalny che avevano invitato tutti a far sentire la propria voce in 165 città, non solo Mosca e San Pietroburgo. Ma è sempre più difficile e pericoloso prendere iniziative, anche le più moderate, vista la reazione delle autorità.
L'ultimo esempio viene dalla Fondazione anti-corruzione dello stesso blogger. Sta per essere dichiarata organizzazione estremista e a quel punto chiunque effettuerà una semplice donazione (ma la norma potrebbe riguardare anche il passato) potrà essere denunciato come finanziatore e rischiare fino a otto anni di carcere. Anche il solo dimostrare per le vie delle città non è uno scherzo, pure senza riunirsi in gruppi consistenti. La polizia, gli Omon (truppe anti sommossa) intervengono subito e fermano chiunque ritengano stia in qualche modo protestando, anche se da solo. Così ieri sono state centinaia le persone finite nei cellulari parcheggiati nelle strade secondarie e pronti a portar via grappoli di oppositori, a volte trascinati spesso in malo modo.
Ma Putin è tranquillo, e non solo perché i più recenti sondaggi di opinione confermano che, nonostante tutto, la Russia è con lui. Dopo le ultime vicende che hanno visto protagonista Navalny, la percentuale delle persone che ritengono giusta la sentenza che lo ha inviato in penitenziario per due anni e mezzo è addirittura salito quasi al 50 per cento. L'oppositore, che è in sciopero della fame, è stato trasferito in un ospedale all'interno di un'altra colonia penale. Secondo le autorità, sarebbe anche stato visitato da medici estranei all'amministrazione carceraria, notizia non confermata dagli alleati del blogger.
Il consenso per il presidente è stabilmente sopra il 60 per cento e non sembra destinato a scendere, nonostante quanto stia avvenendo. Anzi, il sempre più aspro confronto con l'Occidente sembra rilanciarlo. Ieri nell'annuale discorso alla nazione il presidente ha parlato di nuove potentissime armi di cui sarà presto dotato l'esercito russo. Ha promesso quattrini a quasi tutti i settori sociali, dalle famiglie alle imprese. Ha ammonito l'Occidente, tirando in ballo anche un fantomatico golpe che sarebbe stato organizzato nella vicina Bielorussia (ma per ora sarebbero coinvolti solo personaggi più che secondari).
Le sanzioni varate contro la Russia sono molto leggere e in più Biden ha riconosciuto il ruolo planetario del Cremlino invitando Putin a un vertice a due. Anche per questo Vladimir Vladimirovich non fa passi indietro nei confronti dei vicini con i quali i rapporti sono pessimi, dalla Repubblica Ceca all'Ucraina. Ai confini Mosca ha ormai schierato ottantamila uomini con aerei d'assalto, ospedali da campo e tutto quello che potrebbe servire per una guerra. Non si tratta, quasi certamente, di un progetto di invasione, come denunciano a gran voce da Kiev, ma di un altro segnale. Tutti, a cominciare dai riottosi vicini, devono fare i conti con la Russia, evitare provocazioni, sedersi rispettosamente al tavolo delle trattative, tenere conto molto seriamente di quello che Mosca dice.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 22 aprile 2021
Il paese sta in quella vigilia, un istante prima della vendetta dei talebani, un istante prima che venga scagliata la pietra della lapidazione su inermi e perseguitati. La violenza contro le donne (e gli animali) sta alla radice della violenza degli animali umani. Ed è la situazione nella quale i due connotati opposti, coraggio e viltà, coincidono teatralmente. L'uomo - il vigliacco - che picchia la "sua" donna, o la donna "di tutti", è tipicamente virile. Una faticosa trafila poetica provò a raddrizzare il tiro facendo dell'uomo valoroso il paladino della debolezza femminile: debolezza che la cavalleria confermava.
La sproporzione, materiale e culturale, nell'esercizio della violenza fra i sessi resta colossale anche dove più forte è il progresso dei costumi, comunque la si misuri: i posti percentuali occupati da donne che hanno ucciso uomini, o da donne detenute, sono incomparabilmente più bassi di quelli occupati da donne nei consigli di amministrazione. Se prendiamo un altro caso esemplare di coincidenza fra viltà e pretesa di audacia virile, la violenza "di branco", o quella della folla, ritroviamo quel contenuto fondante.
L'Afghanistan restituito "agli afghani", cioè, oggi, ai talebani, è il luogo doppiamente esemplare, del vanto del coraggio virile e della metodica violenza su bambine e donne, ora resa più accanita dall'ansia di vendicare l'oltraggio di una parziale loro liberazione. Certo è assurda una guerra internazionale dei vent'anni in una repubblica islamica asiatica di nemmeno 40 milioni di persone. Vent'anni fa si rispondeva all'11 settembre. Siccome non si stana e uccide Bin Laden mettendo più di 100 mila soldati sul campo, si evocò l'effetto collaterale della liberazione dal carcere duro domestico delle donne afghane. Domenica, l'altro ieri, Farhad Bitani, l'autore de "L'ultimo lenzuolo bianco", intervistato da Maria Cuffaro, raccontava che solo qualche giorno fa a una ventina di chilometri dalla base militare italiana di Herat c'era stata la fustigazione pubblica di una donna: lo diceva perché immaginassimo che cosa sarà quando le forze internazionali avranno lasciato il paese. Ospite a Herat, visitai il famoso carcere femminile finanziato dagli italiani (molte cose notevoli facevano quelle e quegli italiani in divisa) e adibito a rifugio per le donne minacciate di morte dai "loro" uomini.
È terribile annunciare una protezione a inermi e perseguitati e poi lasciare il campo. Chi voglia può trovare in rete i video delle lapidazioni pubbliche in Afghanistan (e non solo) e istruirsi sulle modalità delle pietre da scagliare: non troppo piccole che non facciano male non troppo grandi che abbrevino il supplizio.
Il libro importante di Peppino Ortoleva "Sulla viltà" (Einaudi) ricostruisce la "virtù maschile" del coraggio e l'autoindulgenza verso il "delitto collettivo", la folla assassina che perde la testa, come nel linciaggio, e la mattina dopo si rivendica anonima e dunque irresponsabile. "La folla che aggredisce è insieme istigatrice all'azione e riparo dentro cui rifugiarsi".
Ebbene, quel meccanismo ha la sua scena madre nella lapidazione dell'adultera che Gesù sventa in extremis. Quella piccola folla aspetta solo che parta la prima pietra, a scagliarla potrà essere il più vile, fatto forte degli altri che lo spalleggiano, o il più ardito, quello che prende l'iniziativa, e potrà essere la stessa persona: è la prima pietra che occorre fermare, perché fra un istante diventerà la furia della gragnuola. Prima del commiato ortodosso del "non peccare più", Gesù interrompe la legge, e la tradizione più forte della legge, vecchia "come il mondo", e per farlo inventa il più azzardato degli espedienti: scarabocchiare per terra, attirare l'attenzione per distrarla dalla sventurata, riportare gli invasati della sassaiola a individui sconcertati che si interrogano l'un l'altro su quello stravagante.
E fra un momento si interrogheranno, ciascuno, se sia senza peccato, e che cosa voglia dire davvero, e se ne andranno vergognandosi. La prima pietra della lapidazione è come una precipitazione chimica: c'è un breve fermo immagine dentro il quale può insinuarsi una difesa, una deviazione, un interdetto. L'Afghanistan sta in quella vigilia. Le forze di occupazione militare non sono Gesù, e conoscono esse stesse la complicità deresponsabilizzante nella violenza e la viltà della strapotenza. Ma la concretissima, sporchissima scena afghana riproduce sulla scala dall'uno ai milioni la radice in cui si confondono coraggio e viltà, degli antichi e dei moderni.
di Gianpaolo Contestabile e Simone Scaffidi
Il Manifesto, 22 aprile 2021
Oltre nove mesi dopo. Sul caso dell'"international specialist" italiano alle dipendenze dell'Onu si indaga sia in Colombia che in Italia, sono finiti sotto indagine i poliziotti che hanno permesso il presunto inquinamento delle prove, sono state fatte promesse e dichiarazioni di disponibilità a collaborare da parte delle istituzioni italiane e colombiane. Ma niente di concreto è emerso durante tutto questo tempo.
Il 15 luglio 2020 le Nazioni Unite comunicano alla famiglia di Mario Paciolla che il corpo del loro familiare è stato ritrovato senza vita, lo classificano come suicidio e chiedono ai genitori se sono interessati a far rimpatriare la salma. Sono passati oltre nove mesi da quel giorno, più di 270 giorni in cui sono state formulate diverse ipotesi sulle cause della morte. Sono state aperte due inchieste, una in Colombia e una presso la Procura di Roma, sono finiti sotto indagine i poliziotti che hanno permesso il presunto inquinamento delle prove, sono state fatte promesse e dichiarazioni di disponibilità a collaborare da parte delle istituzioni italiane e colombiane, ma nessuna novità ufficiale sul caso è emersa durante questo lungo periodo di attesa.
La Procura di Roma sta portando avanti l'indagine internazionale affidata agli agenti del Ros e ha ritenuto opportuno non condividere le informazioni raccolte tramite l'autopsia del medico legale Vittorio Fineschi, i reperti raccolti sul campo e gli interrogatori ai membri della Missione di Verifica dell'Onu per cui lavorava Mario Paciolla, per non rischiare di compromettere il lavoro investigativo. Dalla Colombia, oltre al referto della prima autopsia che descrive parte della scena del delitto e le ferite trovate sul corpo di Mario Paciolla, sono trapelate solo informazioni ufficiose e non si conoscono i risultati di ulteriori accertamenti o dell'indagine riguardante gli agenti di polizia.
ll silenzio e la discrezione sono anche gli elementi che in questi mesi hanno caratterizzato la strategia comunicativa delle Nazioni Unite. Mario Paciolla era assunto come International Specialist all'interno del programma United Nations Volunteers, posizione che richiede un'esperienza internazionale e un curriculum eccellente ma che inquadra il lavoratore in una posizione gerarchica molto bassa. Secondo la giornalista investigativa e amica di Paciolla Claudia Duque, uno dei motivi delle frizioni tra Mario e la Missione Onu era stato anche il trattamento diseguale nei confronti dei lavoratori delle Nazioni Unite inquadrati come "volontari".
In nove mesi l'Onu non ha fornito spiegazioni pubbliche sull'accaduto, né in forma privata alla famiglia. Quando sollecitato dai giornalisti il portavoce del Segretario delle Nazioni Unite ha manifestato e ribadito la collaborazione dell'organizzazione con le autorità italiane e colombiane. Non è ancora chiaro inoltre se si sia proceduto a sollevare dall'immunità diplomatica i funzionari che potrebbero, attraverso omissioni o inadempienze, essere coinvolti nella vicenda. Il responsabile della sicurezza della Missione, Christian Thompson Garzòn, prima persona accorsa sulla scena del delitto è stato al centro di diverse polemiche perché secondo la giornalista Duque avrebbe ripulito la stanza dove giaceva il corpo di Paciolla e requisito i suoi dispositivi elettronici. Tale comportamento, se confermato, appare in contraddizione con il compito del responsabile della sicurezza della Missione che dovrebbe essere al corrente delle linee guida previste dalle Nazioni Unite in caso di morte di un lavoratore. Nel "Handbook for Actioning in Case of Death in Service", il documento del 2011 che illustra tali procedure, viene specificato che i membri delle Nazioni Unite, in caso di morte di un loro collega, dovrebbero assicurarsi che la scena del delitto non venga manomessa e sono tenuti a chiudere a chiave la stanza in attesa dell'arrivo della polizia e delle autorità competenti.
Nel frattempo la famiglia Paciolla supportata dall'incessante lavoro dei propri legali, da una parte e dall'altra dell'Oceano Atlantico, continua la sua ostinata ricerca della verità e della giustizia, chiedendo a chi ha conosciuto Mario di raccontare, di far emergere cosa è successo nei giorni e nelle settimane precedenti alla sua morte violenta, per capire cos'è che lo ha messo sotto pressione, lo ha convinto a comprare un volo per l'Italia e a scappare, come sostengono i genitori, per salvarsi e ritrovare la tranquillità di un luogo sicuro.
di Simona Musco
Il Dubbio, 21 aprile 2021
Parla Anna Rossomando, responsabile giustizia Pd. Un intervento di sistema, in un'ottica totalmente garantista, partendo da un presupposto fondamentale: riduzione dei tempi. E su questo punterà il Pd con gli emendamenti al ddl sul processo penale, per la cui presentazione la scadenza in Commissione Giustizia è fissata a venerdì.
di Marco Belli
gnewsonline.it, 21 aprile 2021
Un detenuto ogni cinque presenti in carcere ha ricevuto la prima dose di vaccino. È stato infatti superato ieri il traguardo delle prime diecimila somministrazioni: il totale registrato dall'Anagrafe nazionale vaccini del Ministero della Salute ne conta 10.054 (+1.569 rispetto alla settimana scorsa) su una popolazione di 52.471 effettivamente presenti nei 190 istituti penitenziari italiani.
di Thomas Pistoia
iltaccoditalia.info, 21 aprile 2021
Il giurista Vincenzo Musacchio commenta la dichiarazione della Consulta. Il 13 giugno 2019 la Corte Europea dei diritti dell'uomo (Cedu) ha condannato l'Italia, dichiarando che l'ergastolo ostativo non rispetta la dignità umana. La Corte Costituzionale, qualche giorno fa, si è adeguata e ha dichiarato la pena incostituzionale. Abbiamo chiesto a Vincenzo Musacchio, giurista e docente di diritto penale, già allievo di Giuliano Vassalli e amico e collaboratore di Antonino Caponnetto, di aiutarci a comprendere meglio quanto sta accadendo.
di Bernardino Tuccillo
Il Riformista, 21 aprile 2021
Caro Riformista, è una novità clamorosa che persino il pm d'assalto Henry John Woodcock si sia schierato per la separazione delle carriere tra pm e giudici e per sottrarre le nomine ai vertici degli uffici giudiziari alla discrezionalità di un Csm dilaniato dalla lotta tra correnti politicizzate, puntando dunque su merito e sorteggi. Credo che tutto l'arco delle forze davvero riformiste dovrebbero fare dell'iniziativa per una seria ed efficace riforma della giustizia il cuore della propria agenda programmatica. Per 35 anni le posizioni di parte significativa della sinistra si sono identificate con un rigetto delle iniziative prima di Craxi e poi di Berlusconi sul tema, che si riteneva, per il secondo con qualche ragione, fossero più interessate a mettere a mettere la mordacchia all'iniziativa "autonoma" e all'indipendenza della magistratura che a realizzare una compiuta riforma di sistema.
Credo abbia ragione il direttore Piero Sansonetti: "La sinistra nasce garantista, non giustizialista e forcaiola, si è sempre battuta per estendere e consolidare i diritti, anche quelli individuali, e mai per comprimerli". È un'anomalia tutta italiana che posizioni da "Santa Inquisizione" abbiano rappresentato uno dei tratti identitari delle forze cosiddette progressiste che hanno prodotto, di recente, lo sconfortante risultato di una riforma illiberale della prescrizione dei processi (su cui è auspicabile che il nuovo governo voglia intervenire).
Mi sentirei più sicuro in un Paese dove due magistrati non convengono sul fatto che "Salvini forse ha ragione, ma bisogna colpirlo" come emerge dal libro-intervista di Luca Palamara, anche se censuro politicamente le scelte dell'ex ministro degli Interni. Vorrei vivere in una città dove i procedimenti aperti sul primo cittadino non siano esaminati da suoi ex colleghi che magari hanno preparato il suo stesso concorso e con i quali ci sono, probabilmente, rapporti di cordialità e sintonia che culminano nella partecipazione a iniziative comuni come presentazioni di libri e altro.
È pretendere troppo che i magistrati che conducono le indagini siano da reclutare con un concorso diverso dai giudici che su quelle indagini devono pronunciarsi? È eversivo pretendere che accusa e difesa siano posti su un piano di assoluto equilibrio e pari dignità? Perché i magistrati, in caso di evidenti errori giudiziari commessi per colpa grave o negligenza, non dovrebbero rispondere in prima persona, così come avviene per tutte le altre categorie (medici, avvocati, ingegneri, amministratori pubblici), e al loro posto devono essere chiamati lo Stato e l'Erario pubblico a risarcire il danno procurato per una ingiusta detenzione, per esempio?
Non siamo al cospetto di un privilegio castale medievale e intollerabile? Perché non pretendere che le nomine al vertice degli uffici giudiziari siano svincolate da logiche correntizie e quindi politiche? E che i procuratori rispondano esclusivamente alla propria coscienza e professionalità e siano ispirati solo dal dovere di assicurare legalità e giustizia?
Le forze democratiche e di progresso hanno il dovere di impegnarsi per una Giustizia davvero equa e giusta, che rappresenti uno dei cardini della nostra democrazia, incentrata sulla separazione dei poteri, che non solo sia ma che appaia anche libera e indipendente, che si dimostri all'altezza dei compiti fondamentali che la nostra Costituzione le ha assegnato. Si tratta di un tema cruciale per il futuro del nostro Paese. Ambiguità, mediazioni al ribasso e ritardi non appaiono più ammissibili.
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