di Laura Sabbadini
La Repubblica, 2 giugno 2021
La Costituzione sancisce i nostri diritti fondamentali e richiede a tutti noi solidarietà. La solidarietà nell'articolo 2, è un insieme di doveri in riferimento alla politica, all'economia, alla società. Ognuno di noi ha ricevuto alla nascita un grande scrigno pieno di gioielli preziosi: i diritti. Una ricchezza incredibile di cui spesso non siamo consapevoli. E di cui dobbiamo prendere coscienza, perché la nostra democrazia ha bisogno di cura, consapevolezza, azione attiva per crescere, rafforzarsi e vivificarsi. 75 anni fa gli italiani sancirono con il voto la nascita della Repubblica, milioni di donne emozionate votarono per la prima volta. Non possiamo che ringraziare i nostri padri e madri, nonni e nonne per averci donato la democrazia.
Non è vero che le dittature siano più efficienti. Nei Paesi democratici si sono trovati vaccini realmente efficaci contro la pandemia, negli altri, troppo spesso non si sa quel che accade. Non è vero che la compressione delle libertà e la mancanza di trasparenza aiutino a risolvere i problemi. Serve solo ad occultarli. La democrazia, con tutti i suoi problemi, è dinamica, progressiva, rigenerativa. La dittatura frena il pensiero e le energie dei popoli, comprime la libertà degli individui, cosa peggiore di qualunque pandemia.
In questi anni abbiamo corso uno dei rischi più seri per le nostre democrazie, ma abbiamo visto il legame profondo, inscindibile, fra noi che uscimmo provati dalla tragedia delle dittature e noi, che forgiammo nella sofferenza l'unione dei Paesi democratici. E le vicende di questi anni ci hanno insegnato ancora che non è vero che democrazia è dittatura della maggioranza ma, con tutti i limiti di attuazione, è comunque dialettica, capacità di rispettare le opinioni diverse, rispetto di diritti e libertà degli individui.
La Costituzione sancisce i nostri diritti fondamentali e richiede a tutti noi solidarietà. La solidarietà nell'articolo 2, è un insieme di doveri in riferimento alla politica, all'economia, alla società. La solidarietà diventa tanto più centrale tra i nostri valori fondanti, quanto più siamo interconnessi nel mondo. La modernità della nostra Costituzione è incredibile. Non cede il passo ai tempi, li anticipa. Certo, ha bisogno di ampliarsi alle nuove frontiere dei diritti, in primo luogo al diritto di accesso a internet, perché questo grande spazio pubblico sia fruibile e al tempo stesso sicuro per tutti. Ma regge. Alla luce della pandemia, è chiaro che o siamo solidali globalmente o la pandemia non finirà. Il Pnrr è stato possibile grazie alla solidarietà europea. E noi ce ne siamo avvantaggiati, così come domani se ne avvantaggerà qualcun altro.
Ma abbiamo un vulnus. C'è qualcosa che è mancato nella azione politica dei governi che si sono succeduti nel Paese. La concretizzazione del principio costituzionale della solidarietà in politiche sociali avanzate, fondamentali per garantire uguaglianza, libertà e dignità. Siamo carenti nelle politiche sociali. Sempre residuali. Le prime a essere tagliate, viste come costi e non come investimenti. Le ultime ad essere finanziate. Arranchiamo, in primis, nella consapevolezza della loro importanza. Subito pronti ad investire in infrastrutture economiche, fondamentali anche certo, ma non altrettanto per le infrastrutture sociali. I servizi sociali per la collettività sono un bene comune prezioso.
C'è un qualcosa che frena a comprendere l'importanza della centralità della persona, del welfare di prossimità, della cura come pratica sociale, del ruolo del Terzo settore. C'è un qualcosa che frena a capire l'ingiustizia che subiscono tante donne nel sostenere il carico di lavoro di cura al prezzo di tante rinunce, ai propri sogni, al lavoro, a traguardi, persino ad avere i figli che desiderano. Questo qualcosa è un approccio antico, il primato culturale dell'economia sulla società che ancora domina il nostro Paese, ma non la nostra Costituzione che è molto chiara al riguardo. Una forte resistenza culturale. È necessaria una presa di coscienza collettiva. Tante leggi importanti sul piano sociale e di genere sono state adottate nella storia del Paese, ma scarsa ne è la attuazione, e scarsa la traduzione in realtà viva. Rimuoviamo questa resistenza culturale, poniamo economia e società sullo stesso piano. Rimettiamo al centro la persona, come indica la nostra Costituzione.
*Direttora centrale Istat
di Claudio Cippitelli
Il Manifesto, 2 giugno 2021
I francesi si sono scagliati contro i Måneskin, vincitori all'Eurovision Song Contest di Rotterdam accusandoli di essere drogati. In una nota il Quai d'Orsay afferma che "È la commissione di deontologia che deve risolvere la questione. Se c'è bisogno di sottoporsi ai test, faranno i test". Il gesto incriminato è del cantante Damiano David, che in diretta si china su un tavolo, gesto interpretato come un'assunzione di cocaina.
Ora, se la Francia ha una così spiccata sensibilità e intolleranza verso gli artisti che consumano stupefacenti dovrebbe spiegare perché ha scelto di tumulare le ceneri di Alexandre Dumas Padre nel Panthéon di Parigi. E sì, perché il grande scrittore era solito frequentare il Club des Hashischins in compagnia di altri mostri sacri della cultura transalpina come Charles Baudelaire, Victor Hugo, Honorè de Balzac e Thèophile Gautier, un bel gruppo di scrittori che in pieno Ottocento sfidavano la morale borghese coniugando arte e consumo di droghe.
Forse, prima di richiedere il drug test ai Måneskin, i cugini d'oltralpe dovrebbero rivisitare la loro storia artistica, a partire dalla grandissima Edith Piaf, o da Johnny Hallyday che in una intervista a Le Monde del '98 raccontava di abusare di droghe e medicinali: "Ne prendo per lavorare, per riaccendere la macchina, per reggere. D'altra parte non sono il solo. La polvere e l'hashish circolano a fiumi fra i musicisti". Va detto, a parziale giustificazione dell'intemerata transalpina, che i francesi si aspettavano la vittoria della loro cantante Barbara Pravi, arrivata però solo seconda.
Dunque, "I francesi rosicano": questa l'elegante espressione utilizzata da una parte dei media italiani (adnkronos, ilGiornale.it, liberoquotidiani.it), soddisfatti dalle affermazioni dell'artista che si dichiara contro la droga e disponibile a fare il test. Ecco, da un cantante che gira il video ufficiale di Zitti e Buoni truccato da Marylin Manson e che canta "Siamo fuori di testa, ma diversi da loro", magari ci si aspettava qualcosa di più del semplice balbettio: "sono contro la droga, fatemi il test". Perché? Forse i Måneskin, come scrive Massimo Coppola sul Domani, sono anche loro vittime di "una grave psicopatologia sociale, collettiva e individuale, (...) doversi discolpare senza la prova della colpa, e quando suddetta colpa non è chiaro che rilievo abbia."
Paura di perdere il successo appena raggiunto? Una paura che non ha avuto Kate Moss, che non ha mai rilasciato abiure e pentimenti per i suoi fotografati consumi di coca, o Vasco Rossi, che in una recente intervista afferma: "Mi definisco un tossico indipendente. Le sostanze le ho provate tutte, perché volevo farlo. Tranne l'eroina. E chi dice che sono tutte uguali è un criminale".
Eppure, avremmo tutti bisogno di coraggio per opporci ai danni che le politiche basate sulla guerra alla droga producono: i drug test non sono strumenti neutri, ma metodiche spesso usate come clave per colpire studenti e lavoratori con stili di vita non graditi: sono mezzi che, fuori da un contesto terapeutico, sono utili solo a rassicurare gli adulti, o a promuovere un rapporto tra le generazioni informato dal sospetto e pochissimo dalla genuina ricerca della salute.
Esempio: una recente Proposta di Legge presentata dalla Lega in Consiglio Regionale del Lazio, ha come titolo "Osservatorio regionale per l'educazione alla salute e la prevenzione delle tossicodipendenze tra i giovani". In verità, la reale finalità della proposta è realizzare uno screening indistinto e di massa sulla popolazione scolastica del Lazio.
Risponderemo anche noi come il Blasco, che ha postato una foto dei Rolling Stone con l'ironica scritta "Facciamo anche noi il test antidroga".
di Claudio Cippitelli
Il Manifesto, 2 giugno 2021
I francesi si sono scagliati contro i Måneskin, vincitori all'Eurovision Song Contest di Rotterdam accusandoli di essere drogati. In una nota il Quai d'Orsay afferma che "È la commissione di deontologia che deve risolvere la questione. Se c'è bisogno di sottoporsi ai test, faranno i test". Il gesto incriminato è del cantante Damiano David, che in diretta si china su un tavolo, gesto interpretato come un'assunzione di cocaina.
Ora, se la Francia ha una così spiccata sensibilità e intolleranza verso gli artisti che consumano stupefacenti dovrebbe spiegare perché ha scelto di tumulare le ceneri di Alexandre Dumas Padre nel Panthéon di Parigi. E sì, perché il grande scrittore era solito frequentare il Club des Hashischins in compagnia di altri mostri sacri della cultura transalpina come Charles Baudelaire, Victor Hugo, Honorè de Balzac e Thèophile Gautier, un bel gruppo di scrittori che in pieno Ottocento sfidavano la morale borghese coniugando arte e consumo di droghe.
Forse, prima di richiedere il drug test ai Måneskin, i cugini d'oltralpe dovrebbero rivisitare la loro storia artistica, a partire dalla grandissima Edith Piaf, o da Johnny Hallyday che in una intervista a Le Monde del '98 raccontava di abusare di droghe e medicinali: "Ne prendo per lavorare, per riaccendere la macchina, per reggere. D'altra parte non sono il solo. La polvere e l'hashish circolano a fiumi fra i musicisti". Va detto, a parziale giustificazione dell'intemerata transalpina, che i francesi si aspettavano la vittoria della loro cantante Barbara Pravi, arrivata però solo seconda.
Dunque, "I francesi rosicano": questa l'elegante espressione utilizzata da una parte dei media italiani (adnkronos, ilGiornale.it, liberoquotidiani.it), soddisfatti dalle affermazioni dell'artista che si dichiara contro la droga e disponibile a fare il test. Ecco, da un cantante che gira il video ufficiale di Zitti e Buoni truccato da Marylin Manson e che canta "Siamo fuori di testa, ma diversi da loro", magari ci si aspettava qualcosa di più del semplice balbettio: "sono contro la droga, fatemi il test". Perché? Forse i Måneskin, come scrive Massimo Coppola sul Domani, sono anche loro vittime di "una grave psicopatologia sociale, collettiva e individuale, (...) doversi discolpare senza la prova della colpa, e quando suddetta colpa non è chiaro che rilievo abbia."
Paura di perdere il successo appena raggiunto? Una paura che non ha avuto Kate Moss, che non ha mai rilasciato abiure e pentimenti per i suoi fotografati consumi di coca, o Vasco Rossi, che in una recente intervista afferma: "Mi definisco un tossico indipendente. Le sostanze le ho provate tutte, perché volevo farlo. Tranne l'eroina. E chi dice che sono tutte uguali è un criminale".
Eppure, avremmo tutti bisogno di coraggio per opporci ai danni che le politiche basate sulla guerra alla droga producono: i drug test non sono strumenti neutri, ma metodiche spesso usate come clave per colpire studenti e lavoratori con stili di vita non graditi: sono mezzi che, fuori da un contesto terapeutico, sono utili solo a rassicurare gli adulti, o a promuovere un rapporto tra le generazioni informato dal sospetto e pochissimo dalla genuina ricerca della salute.
Esempio: una recente Proposta di Legge presentata dalla Lega in Consiglio Regionale del Lazio, ha come titolo "Osservatorio regionale per l'educazione alla salute e la prevenzione delle tossicodipendenze tra i giovani". In verità, la reale finalità della proposta è realizzare uno screening indistinto e di massa sulla popolazione scolastica del Lazio.
Risponderemo anche noi come il Blasco, che ha postato una foto dei Rolling Stone con l'ironica scritta "Facciamo anche noi il test antidroga".
di Daniele Mencarelli
Avvenire, 2 giugno 2021
Nel settembre del 2015 il mondo gridò di orrore. Una fotografia stravolse l'opinione pubblica, fermò di colpo tutte le questioni interne ai singoli Stati, sembrò quasi cancellare qualsiasi forma di ordinaria amministrazione. La fotografia era quella del piccolo Alan Kurdi, ritrovato senza vita su una spiaggia dell'Egeo. La sua famiglia, in fuga dalla Siria, tentò come altre migliaia di profughi di raggiungere l'occidente attraverso le tratte clandestine, nel loro caso dalla Turchia verso la Grecia. Partirono da Bodrum, ma il loro viaggio durò poco, pochissimo, il gommone sul quale viaggiavano si capovolse per il mare grosso e il peso eccessivo. Della famiglia Kurdi sopravvisse solo il padre, mentre la madre e i due figli, Ghalib e Alan, affogarono.
La fotografia di Alan con il volto nella sabbia, bagnato dalle onde del mediterraneo, con la sua magliettina rossa, i pantaloncini blu, ci rimase negli occhi per settimane. Una civiltà che permette una simile sciagura non è più una civiltà. Questo dissero, dicemmo, tutti. Talmente forte lo sdegno collettivo, e sincero, che in molti pensarono che quel sacrificio potesse aprire un nuovo capitolo della Storia. Una nuova era. Dove i bambini, tutti, ma proprio tutti, avessero stessi diritti e possibilità.
Poi l'umanità riprese la corsa, dimenticò quegli attimi di commozione, come succede sempre, in preda alla sua smania frenetica. Qualche giorno fa, Oscar Camps, il fondatore della Open Arms, l'organizzazione non governativa che si occupa di aiuto ai migranti, ha diffuso delle fotografie scattate in Libia. Si vedono i corpi di tre bambini. Altre foto ritraggono adulti. Tre bambini, di cui uno neonato. Vittime di un naufragio, uno dei tanti. Dalla foto di Alan Kurdi a queste sono trascorsi poco meno di sei anni. Un dato salta agli occhi, evidente per quanto preoccupante. Il piccolo siriano, la sua immagine straziante, divenne icona di una crisi che riguardava tutti, perché tutti hanno una coscienza e da che mondo è mondo i bambini si proteggono.
Perché tutto questo non è successo per quelli ritrovati in Libia? Perché quei tre corpi bambini non hanno prodotto nulla? Se ne è parlato per mezza giornata, poi basta. Qualsiasi spiegazione è a dir poco terribile. La prima cosa che viene in mente è questa: nel giro di poco meno di sei anni l'opinione pubblica, tutti noi, ha vissuto una specie di assuefazione-regressione all'orrore, al punto da rendere digeribile una foto che ritrae tre bambini morti su una spiaggia. Un'altra chiave di lettura potrebbe essere questa, forse ancora più disumana della prima. Le foto diffuse da Camps sono state scattate a Zuwara, in Libia, e si sa, la nostra coscienza ha oggi un confine geografico, e quel confine è proprio il Paese nordafricano, tutto ciò che accade da lì in poi e affare di altri, ed è sempre lecito. E poi, a guardare bene, quei tre bambini erano dalla pelle scura. Ma delle spiegazioni possibili interessa il giusto. Anzi niente. L'orrore, un tanto al giorno, come una cura omeopatica somministrata ai nostri occhi, ci sta invadendo la coscienza e non ce ne accorgiamo. È la storia. La nostra storia. Quella che fa di ogni sciagura del passato, dai lager ai roghi, qualcosa che deve ancora avvenire.
di Irene Famà
La Stampa, 2 giugno 2021
Dopo il suicidio di Musa Balde, vittima di una brutale aggressione a Ventimiglia e finito al Cpr di Torino perché senza documenti. "I Cpr andrebbero chiusi e andrebbe trovata un'altra soluzione al più presto. È inaccettabile che ci siano luoghi come questi, come meno trasparenza e meno diritti delle carceri". Così il consigliere regionale Marco Grimaldi di Leu e il consigliere regionale Domenico Rossi del Partito Democratico al termine di una visita al Centro di permanenza per il rimpatrio di corso Brunelleschi. Hanno visitato il Cpr così come i deputati del Pd Anna Rossomando e Andrea Giorgis. Un sopralluogo dopo il suicidio domenica 23 maggio di Musa Balde, il 23enne della Guinea vittima di una brutale aggressione a Ventimiglia e finito al Cpr perché senza documenti.
"Da questo sopralluogo è emerso che è necessario chiudere definitivamente la stagione dei decreti Salvini e dei tagli ai servizi organizzati all'interno di queste strutture" spiegano gli onorevoli Anna Rossomando e Andrea Giorgis. "Bisogna che il prossimo capitolato ripristini ad esempio la presenza h24 di un medico, e non di sole cinque ore al giorno com'è la situazione attuale, gli investimenti per i mediatori culturali e per gli psicologi". Il "paradosso" è che nei Cpr, che non sono strutture di detenzione, "ci sono meno tutele e garanzie che nelle carceri". È necessario, aggiungono, ripensare la procedura che riguarda le persone irregolari, "investire risorse per dare effettività e disciplina al rimpatrio volontario". Il caso Musa, poi, pone un'ulteriore questione: "La direttiva comunitaria prescrive a tutti i paesi membri di predisporre una disciplina a tutela delle vittime di reato. La condizione di vittima deve prevalere sulla condizione di irregolarità".
"Sull'accaduto farà chiarezza la magistratura, a cui ci rivolgeremo per fornire gli elementi raccolti oggi - spiegano Grimaldi e Rossi- A quanto ci è stato detto oggi, pare che nessuno, né la Questura di Imperia né l'Asl di Imperia, abbia comunicato agli operatori chi era Musa, della violenza che aveva subito". Musa era in isolamento per questioni sanitarie, nella zona chiamata Ospedaletto.
"Un'area - dicono Grimaldi e Rossi - in cui non ci sono nemmeno le telecamere. Per cui è impossibile intervenire in caso di malore o di un gesto anti-conservativo". In tanti, spiegano, "ci hanno raccontato di essere al Centro solo perché senza documenti. Di non aver fatto nulla di male. Altri, invece, ci hanno raccontato di aver avuto qualche problema con la giustizia e di aver scontato la pena in carcere. Ci hanno anche detto che piuttosto che stare al Cpr preferirebbero tornare in cella".
I due consiglieri regionali aggiungono: "I Cpr sono luoghi indegni di un paese civile. Vanno chiusi, ma sino a che rimangono aperti bisognerebbe renderli il più umani possibile. Abbiamo saputo che i fondi previsti dal Ministero sono stati ridotti drasticamente negli anni". Grimaldi e Rossi denunciano mancanza di "trasparenza": "Per poter ottenere il permesso per questo sopralluogo c'è voluta una settimana. La politica deve avere libertà d'accesso immediata". E concludono: "Abbiamo appreso che negli 'ospedaletti', la struttura di isolamento dove si trovava Moussa, continuano a non esserci dispositivi di videosorveglianza. Un luogo come questo non è in grado di gestire la sofferenza, ma la fa esplodere, a maggior ragione per chi viene da una storia di vulnerabilità". Tra i racconti dei detenuti raccolti da Grimaldi e Rossi c'è quella di "chi nonostante un regolare contratto si trova nel Cpr perché ha il permesso di soggiorno scaduto. C'è chi è finito qui dentro perché ha attraversato il confine dalla Francia per salutare la fidanzata o dopo aver scontato una lunga pena in carcere senza essere stato identificato - spiegano - Ci sono giovani che appena compiuti i 18 anni sono usciti dalla comunità per finire al Cpr. E c'è chi vive in Italia da anni e ha figli nati qui che nemmeno parlano la lingua del paese di provenienza".
di Erika Antonelli
linkiesta.it, 1 giugno 2021
Molti carcerati imparano un mestiere nei penitenziari, preparandosi al reinserimento in società. I numeri sono ancora troppo bassi, ma negli ultimi anni imprese e cooperative stanno svolgendo un ruolo importante. Dice: "Il magistrato ha capito che in Brasile avevo una vita brava". Una condanna iniziale di oltre nove anni, poi scesi a quattro, poi trasformati in sedici mesi di carcere "che mi sono sembrati infiniti". Notti e giorni tutti uguali, la monotonia spezzata imparando l'italiano con la Bibbia in una mano e il dizionario di portoghese nell'altra. Rodrigo viene arrestato in aeroporto il 27 luglio del 2017 perché ha nascosto quattro chili di cocaina nell'imbottitura di una coperta. Poi l'ha infilata in una delle due valigie che si porta dietro e dal Brasile ha preso un aereo in direzione Roma. Ancora non lo sa, ma da quel giorno la vita gli è cambiata in meglio.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 giugno 2021
La Consulta dovrà occuparsi di un altro caso di legittimità costituzionale in merito al 41-bis. Secondo la sentenza numero 20338 della Cassazione è incostituzionale sottoporre a censura delle lettere che un detenuto al 41-bis manda al proprio avvocato difensore. Anche perché, come ha ben sottolineato la Corte Suprema, se da una parte censurano le lettere inviate ai propri avvocati, dall'altra la legge permette i colloqui riservati al 41-bis con gli avvocati stessi.
filodiritto.com, 1 giugno 2021
Nel 2018 una madre uccise i suoi due figli che erano rinchiusi con lei nel carcere di Rebibbia. Grande commozione e tanti impegni per eliminare la distorsione di un sistema che prevede la presenza dei figli e bambini minori in carcere. Sono trascorsi tre anni è la situazione non è cambiata. Secondo i dati forniti dal monitoraggio mensile del Ministero della giustizia, nel 2018 i bambini ristretti in carcere con le madri condannate erano 69.
agi.it, 1 giugno 2021
Il presidente della Camera Roberto Fico ricorda la proposta di legge "per introdurre stabilmente le attività teatrali in tutte le carceri italiane. Confido che le commissioni competenti possano esaminarla valutando le eventuali soluzioni alternative appropriate. Credo sia questa la giusta direzione da seguire perché gli istituti penitenziari si trasformino in cantieri e laboratori", ha spiegato la terza carica dello Stato in un video messaggio al convegno organizzato dall'Università Federico II sui percorsi di riabilitazione e sui laboratori di teatro negli istituti penitenziari.
di Valerio Valentini
Il Foglio, 1 giugno 2021
L'idea dell'incontro, ancora da definire, pare sia venuta proprio a lui, quell'Alfonso Bonafede che di Giuseppe Conte è stato figlioccio in Accademia e padrino in politica, e che di Marta Cartabia è predecessore riluttante. E pare insomma sia un po' per la sua paura di restare lì, schiacciato nella morsa tra quel che è stato e quel che dovrà essere, che il fu dj Fofò ha deciso che forse è il caso di defilarsi un poco, chiedendo proprio all'ex premier di confrontarsi direttamente con la responsabile di Via Arenula.
La quale, dal canto suo, procede con una implacabile flemma, un misto di cautela e di risolutezza che se da un lato evita gli strappi in una maggioranza assai composita, dall'altro impedisce a ciascuno di incapricciarsi più di tanto, di nascondersi dietro ai propri tatticismi. E così, mentre i senatori attendono a giorni la bollinatura della Ragioneria generale dello stato sugli emendamenti che il governo ha già presentato al progetto di riforma del processo civile, venerdì la Cartabia convocherà i rappresentanti dei vari partiti per illustrare le proposte di revisione dell'ordinamento giudiziario elaborate dalla commissione che la stessa ministra ha allestito al momento della sua nomina, volendo che a presiederla fosse il professor Massimo Luciani.
E dunque si arriverà a uno dei nodi più delicati: quello della modifica dei processi elettorali in senso al Csm, e della ridefinizione dei parametri meritocratici per la valutazione dei magistrati, con l'obiettivo generale di combattere le degenerazioni correntizie tra le toghe e dare seguito all'appello recentemente rinnovato da Sergio Mattarella. Poi, sempre seguendo questo cadenzato passo di corsa, all'inizio della prossima settimana è previsto un nuovo vertice per la presentazione ufficiale degli emendamenti governativi al disegno di legge sul processo penale.
Ed è qui che le tensioni politiche potrebbero condensarsi. Perché le proposte avanzate dal gruppo di lavoro di Via Arenula costituiscono una sostanziale rimozione della legge che prende il nome da Bonafede. E lui infatti sta lì, in mezzo al guado, incerto tra il furore identitario degli irriducibili del travagliamo ("Mi chiedono addirittura di disertare il tavolo con la ministra. Ma come potrei?", s'è sfogato lo sventurato, giorni fa), e la fredda eloquenza dei numeri.
"Noi del Pd le nostre proposte, anche sulla prescrizione, le abbiamo già annunciate", allarga le braccia Alfredo Bazoli, capogruppo dem in commissione Giustizia. Come a ribadire che no, stavolta di soccorsi rossi a sostegno del M5s non potranno arrivarne. Anche per questo, a dispetto delle pose recitate, i ministri grillini hanno provato a convincere Bonafede che "i cambiamenti è meglio governarli, che subirli". E anche per questo la scorsa settimana il deputato grillino s'è recato a Via Arenula, per confrontarsi con la ministra.
A lei ha ribadito che delle due proposte di revisione della "Spazza-corrotti", quella che introduce la prescrizione processuale è impraticabile per il M5s. Provocando, con questo, una certa sorpresa dalle parti del Nazareno, dove quell'ipotesi era stata prospettata proprio come una mediazione indolore per i grillini. Resta dunque l'altra via: quella che porta alla definizione di fasi processuali certe, e che dunque, nei fatti, obliterebbe in modo ancor più deciso la riforma Bonafede.
Il quale lascia intendere che però il massimo che il M5s potrà accettare è il lodo avanzato mesi fa da Federico Conte di Leu: una revisione minimale della "Spazza-corrotti" che non verrebbe mai accettata da Iv, FI e Lega. E che pure nel Pd genererebbe parecchi malumori, a giudicare dalla nettezza con cui il deputato Carmelo Miceli prova quasi a catechizzare i colleghi del M5s: "Se si isolano nella difesa dei loro totem, commettono un errore".
E del resto la Cartabia è stata chiara. Ci si confronta e si discute, certo, ma al dunque bisogna arrivarci entro fine giugno, quando il disegno di legge dovrà approdare in Aula, anche perché in ballo c'è il rispetto delle scadenze europee per il Recovery. Che fare? Ecco allora l'ipotesi di chiedere a Conte di assumersi fino in fondo la responsabilità del suo ruolo di leader del M5s. "Perché non chiediamo a lui di confrontarsi con la ministra, di trovare una soluzione?".
Questo, ieri, si chiedevano un paio di parlamentari grillini che seguono il dossier, commentando il post con cui l'ex premier ha provato a ribadire la linea dell'intransigenza sulla giustizia, contraddicendo almeno in parte la svolta garantista di Luigi Di Maio. Che a sua volta, dopo aver lanciato il sasso nello stagno, si ritrae dietro la sua compostezza di ministro degli Esteri che parla di Libia e di futuro del Mediterraneo. "Se davvero Conte vuole impuntarsi sulla prescrizione, vada avanti lui", se la ridevano intanto i fedelissimi de capo della Farnesina.
di Giulia Merlo
Il Domani, 1 giugno 2021
La ministra Cartabia deve presentare gli emendamenti del governo, che dovrebbero raccogliere le posizioni dei partiti e cogliere gli spunti della relazione dei tecnici. Tuttavia i fronti politici sono molto lontani e il dibattito interno ai Cinque Stelle non aiuta a trovare la sintesi: da una parte Luigi Di Maio sembrerebbe aprire a una riflessione sulla giustizia, dall'altra Giuseppe Conte la chiude. In questa situazione rischia di saltare il lodo Conte bis, che era stato il punto di mediazione della precedente maggioranza giallorossa e che doveva dividere i percorsi di prescrizione tra condannati e assolti.
L'intervento del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che ha chiesto scusa per la gogna mediatica a cui è stato sottoposto l'ex sindaco di Lodi, ha incrinato uno dei dogmi del Movimento 5 Stelle. Un passo inaspettato, quello dell'ex capo politico, che ha spiazzato buona parte della dirigenza del movimento e costretto il leader Giuseppe Conte a intervenire. Conte non ha potuto smentire il collega ma ha smorzato la portata politica del gesto: "Chi pensa che il nuovo Movimento possa venire meno a queste convinzioni o pensa di strumentalizzare questo percorso di maturazione, rimarrà deluso", ha scritto in un post su Facebook.
Il senso è chiaro: nessuno si aspetti che dall'ammissione di colpa di Di Maio derivi un ammorbidimento delle posizioni del Movimento, in particolare sulla prescrizione. La rettifica di Conte ha anticipato il coro, levatosi in particolare da Forza Italia e Italia Viva, di chi chiedeva di allineare le posizioni parlamentari dei grillini alla svolta garantista di Di Maio, visto che quella della giustizia soprattutto penale è una delle più attese e controverse per l'attuale governo. Invece, proprio sul ddl penale i Cinque stelle non hanno intenzione di arretrare e le difficoltà rimangono tutte sulla ministra della Giustizia, Marta Cartabia, che è chiamata a elaborare la proposta di sintesi del governo per emendare il testo base. Proprio la modifica della prescrizione voluta dai grillini, che prevede lo stop del decorrere del tempo per celebrare il processo dal momento della sentenza di primo grado sia di assoluzione che di condanna, è uno dei nodi più difficili da risolvere.
La proposta dei tecnici - La commissione Lattanzi ha elaborato e depositato due distinte proposte di riforma. La prima prevede che dopo la condanna in primo grado scattino due anni di sospensione della prescrizione e dopo la condanna in appello ne scatti uno. Se però in questo lasso di tempo non interviene una decisione del giudizio, la prescrizione riprende il suo corso. La seconda, invece, è più drastica: la prescrizione si interrompe dopo l'esercizio dell'azione penale, ma il processo diventa improcedibile se i tempi superano i quattro anni in primo grado, tre in appello e due in cassazione (portati a 11 in tutto in caso di reati che prevedono la pena dell'ergastolo). In pratica, se il processo dura più del tempo previsto, si estingue automaticamente. Entrambe le proposte, che introducono anche un aumento dei risarcimenti in caso di processo dalla durata non ragionevole, puntano all'obiettivo di ridurre i tempi dei processi e non permettere l'esito patologico che, senza la prescrizione, un processo possa durare un tempo indeterminato.
Il lodo Conte Bis - In questa situazione, rischia di saltare anche la mediazione trovata nel precedente governo. Movimento 5 Stelle, Leu e Partito democratico si erano accordati sul lodo Conte bis (dal nome del deputato di Leu Federico Conte), che è già inserito nel testo base del ddl e prevede di dividere il percorso: per gli assolti in primo grado la prescrizione continua a decorrere, si interrompe invece per i condannati. Ad oggi, l'unico gruppo che punta a mantenere questa modifica sarebbe Leu, con una aggiunta sempre a firma Conte che prevede, in caso di condanna, una riduzione di 45 giorni di pena ogni semestre di ritardo rispetto ai termini di durata delle fasi previsti dal ddl.
Rimane la Bonafede - Una parte dei Cinque stelle sarebbe disposta a mantenere questa proposta, ma è stato anche depositato un emendamento a prima firma dell'ex sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi che punta a tornare indietro eliminando la distinzione. Un po' a sorpresa, anche la Lega ha presentato emendamenti per eliminare il lodo Conte bis e ripristinare la Bonafede. Una scelta, quella leghista (che aveva avversato lo stop alla prescrizione quando era stato approvato) che potrebbe rientrare in un tentativo di incrinare l'asse giallorossa.
Prescrizione per fasi - Anche il Pd punta a superare il lodo, tanto che ha depositato un emendamento soppressivo. La nuova proposta dem, infatti, è per la prescrizione per fasi: eliminata la distinzione tra assolti e condannati, la prescrizione si interrompe per tutti dopo il primo grado ma, nel caso di superamento dei termini di fase sia in appello che in Cassazione, si dichiara l'improcedibilità in favore dell'imputato che viene assolto, la riduzione della pena di un terzo in favore dell'imputato la cui la condanna sia confermata o passi in giudicato, un equo indennizzo in favore dell'imputato che all'esito del giudizio di impugnazione contro una sentenza di condanna sia assolto. In questo modo, è la riflessione del Pd, si manterrebbe ferma la Bonafede cara ai grillini, ma si implementerebbe il principio della ragionevole durata del processo.
Torna la prescrizione - A puntare, con diverse sfumature, all'abrogazione della legge Bonafede sono Azione con Enrico Costa, Italia Viva e Forza Italia. Lo stesso vale anche per Fratelli d'Italia, unica forza di opposizione, che propone di abrogare il lodo Conte bis e di introdurre invece la prescrizione di un anno dopo il deposito della sentenza di condanna o proscioglimento, con una sospensione del termine di 6 mesi dopo il primo grado e 4 mesi dopo l'appello.
A fronte di questa frammentazione, il lavoro della ministra Cartabia è quanto mai complicato. Gli emendamenti depositati sulla prescrizione sono 82 ed è difficile intravedere quale tipo di mediazione sia possibile. Tuttavia, un punto di convergenza dovrà essere trovato: la modifica della Bonafede era tra gli accordi presi con la nascita del governo Draghi e il ddl penale deve procedere nel suo corso di approvazione stabilito nel Recovery Plan, di cui è pilastro irrinunciabile. Del resto, nell'incontro delle scorse settimane con i capigruppo della maggioranza, Cartabia è stata chiara: le riforme sono necessarie e chiunque le ostacoli se ne assumerà la responsabilità.










