di Giampaolo Cadalanu
La Repubblica, 3 giugno 2021
Un documento Onu rivela: un "Kargu-2" ha colpito i miliziani di Haftar senza supporto umano. Sarebbe la prima volta. Per gli analisti è una svolta fondamentale: "Le macchine non sono capaci di decisioni etiche, i rischi di errore sono enormi". Il ghigno terrificante sul volto liquefatto di Arnold Schwarzenegger nelle scene finali di "Terminator" può andare in archivio: il primo robot assassino della Storia ha l'aspetto di un giocattolo innocuo, di quelli che i papà lanciano nei parchi per far divertire i bambini. È un drone di ultima generazione, che sul campo di battaglia non solo spia e minaccia, ma ora colpisce, per la prima volta su propria decisione, senza intervento di operatori umani.
A rivelare che un limite simbolico è stato superato è la lettera datata 8 marzo 2021 che il gruppo di esperti incaricati dall'Onu di seguire gli affari della Libia ha inviato al Consiglio di Sicurezza. Nel marzo 2020, si racconta, un convoglio delle forze fedeli al generale Khalifa Haftar è stato "rintracciato e affrontato da veicoli da combattimento aereo o da letali sistemi d'arma autonomi come l'Stm-Kargu 2" lanciati dai soldati turchi. La parola chiave è "autonomo": il documento spiega che sistemi del genere "sono programmati per attaccare gli obiettivi senza richiedere scambio di comandi fra l'arma e l'operatore", un sistema che i militari chiamano "lancia e dimentica".
Il Kargu 2 è un quadricottero che pesa sette chili, capace di volare per 30 minuti sopra i 70 km orari, fino a cinque chilometri dalla zona del decollo. Può operare in sciame e agire come kamikaze, cioè decidere di lanciarsi su un obiettivo e farsi esplodere, anche puntando, dice il fabbricante, un singolo individuo, grazie al software di riconoscimento facciale. Secondo gli esperti dell'Onu, in Libia è stato uno strumento "molto efficace": le forze di Haftar non sono state in grado di difendersi e hanno subito "perdite significative". L'uso di queste armi, dicono all'Onu, viola l'embargo stabilito nel 2011.
Ma per Zachary Kallenborn, esperto di armamenti non convenzionali, è un'evoluzione sconvolgente. "Un nuovo capitolo nelle armi autonome, in cui sono usate per combattere e uccidere esseri umani basandosi su intelligenza artificiale", scrive l'analista sul Bulletin of the Atomic Scientists. Siamo ben oltre gli attacchi Usa definiti "signature strike", dove un software indirizzava i droni armati Reaper su persone spesso non identificate, il cui comportamento (spostamenti, contatti, eccetera) sembrava indicare che fossero coinvolte in attività terroristica. Questi protocolli, voluti e alla fine abbandonati da Barack Obama, affidavano a un algoritmo la vita e la morte di persone ignare. Unica differenza, rispetto alle armi autonome, era l'intervento di un operatore in fase esecutiva.
Secondo la Campagna per fermare i robot assassini, strumenti dotati di capacità decisionale varcano una soglia morale, perché "mancano di caratteristiche umane come la compassione, necessarie per compiere complesse scelte etiche". L'organizzazione chiede un trattato internazionale, per stabilire che nell'uso della forza deve essere mantenuto un controllo umano significativo. "Solo gli esseri umani sono capaci di distinguere fra combattenti e no, e di valutare la proporzione fra azione e obiettivi", sottolinea Maurizio Simoncelli dell'Archivio Disarmo.
Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, chiede da anni un divieto di armi "moralmente ripugnanti e politicamente inaccettabili". L'anno scorso anche papa Francesco si è schierato contro i sistemi autonomi che "alterano in modo irreversibile la natura della guerra, allontanandola ancora di più dall'azione dell'uomo". Persino la Difesa Usa nel 2012 ha stabilito che una valutazione umana deve essere presente in ogni uso della forza. Ma secondo il Pentagono, Mosca avrebbe invece allestito un sistema automatico per far partire i suoi missili se i sensori sismici, di luminosità, pressione e radioattività registrano un attacco nucleare.
Insomma, se una ribellione dei robot contro l'umanità resta nel complesso improbabile, il pericolo di errori o hackeraggi nei sistemi automatici è concreto. Un possibile primo provvedimento potrebbe essere l'inquadramento dei sistemi autonomi entro la Ccw, la Convenzione del 1980 su certe armi convenzionali, che già vieta o limita l'uso di armamenti capaci di causare sofferenze ingiustificabili. I lavori per ampliare la portata della Ccw sono cominciati, ma per vedere qualche risultato ci vorrà parecchio. C'è solo da sperare che un accordo si trovi presto: per l'applicazione delle sue visionarie Leggi della Robotica, con il divieto ai robot di far del male agli esseri umani, Isaac Asimov aveva immaginato dovesse arrivare l'anno 2058. Ma potrebbe essere già troppo tardi.
di Massimo Gaggi
Corriere della Sera, 3 giugno 2021
Si rompe il silenzio sul giorno più tragico della plurisecolare storia Usa di violenza razziale: in poche ore venne distrutta la più prospera comunità nera d'America. Oggi Biden in visita alla città. Cento anni fa l'America visse il giorno più tragico della sua plurisecolare storia di violenza razziale: il massacro di Tulsa. Un incidente in apparenza irrilevante e forse addirittura inesistente - un giovane nero sospettato di aver fatto avances indesiderate in ascensore a una ragazza bianca, circostanza peraltro da lei non confermata - fu la scintilla che innescò l'incendio: in poche ore venne distrutta la più prospera comunità nera d'America.
Allora Tulsa, in Oklahoma, era la ricca capitale dell'industria petrolifera americana e nel suo centro c'era il quartiere di Greenwood: 35 isolati di case negozi, studi professionali, templi, teatri della comunità nera. Un distretto che per la sua ricchezza era stato soprannominato la Wall Street nera. Il film di quelle ore è mozzafiato: le accuse, probabilmente infondate, al ragazzo, Dick Rowland; il suo arresto; mille bianchi, decisi a linciare il presunto aggressore, che assediano il presidio di polizia; lo sceriffo con sei agenti che cerca di tenere a bada la folla inferocita; l'arrivo, in difesa di Dick, di gruppi di afroamericani armati.
In poche ore un incidente banale si trasforma in una vera e propria guerra: i miliziani bianchi cercano di disarmare un ragazzo nero. Parte un colpo e dal quel momento si scatena il finimondo: mille case ed edifici commerciali distrutti, l'intera popolazione nera, 10 mila abitanti, costretta a fuggire altrove. E, ancora, 800 feriti, mentre il conto dei morti resterà per sempre un mistero: 36 di cui dieci bianchi secondo il conteggio ufficiale delle autorità del tempo. Centinaia, quasi tutti neri, secondo le altre ricostruzioni, compresa quella della Croce Rossa.
L'enormità di quanto accaduto - una comunità distrutta in un giorno e mezzo, centinaia di edifici saccheggiati e dati alle fiamme, i neri bersagliati anche dal cielo da aerei civili pilotati da bianchi che prendevano di mira i residenti e tentavano di appiccare il fuoco alle loro case di legno lanciando ordigni infuocati - spinse gli amministratori della città a cercare di calare, più che un velo, una saracinesca di oblio su questa immane tragedia. Le inchieste non approdarono a nulla, non ci furono condanne, del massacro di Tulsa non si parlò più: silenzio delle autorità, dei giornali, del cinema, della scuola che non inserì mai il massacro - la più grave tragedia razziale della storia americana - nei suoi programmi didattici. Fino a oggi.
Nel clima di risveglio delle coscienze maturato con le proteste dell'ultimo anno, dall'uccisione di George Floyd in poi, è venuto il momento di raccontare anche la guerra di Tulsa a un'America che ignora questa pagina tremenda della sua storia. O che preferisce trincerarsi dietro l'incertezza delle ricostruzioni: le vittime furono soprattutto nere, ma a sparare furono anche afroamericani armati che uccisero molti bianchi. Ora quel velo è stato strappato: diversi documentari su Tulsa vengono proposti in queste ore dalle reti televisive Usa e oggi il presidente Biden si recherà in pellegrinaggio nella città.
Celebrazioni che rischiano di svolgersi in un clima infuocato: le indagini giudiziarie e quelle parlamentari bipartisan condotte dal 2000 in poi hanno attribuito la responsabilità dei disordini ai bianchi, ma i suprematisti non hanno mai accettato questo verdetto e oggi si temono contromanifestazioni che potrebbero degenerare. Forse è anche per questo che all'ultimo momento è stata cancellata la grande manifestazione politico-musicale che doveva essere animata da John Legend e Stacey Abrams.
di Federica Iezzi
Il Manifesto, 3 giugno 2021
Nello Yemen malgrado il cessate il fuoco i civili continuano a morire. E 16 milioni di persone restano senza assistenza umanitaria. Reportage dai villaggi più esposti al confitto e dall'ospedale di Medici senza frontiere a al-Mokha, un gioiello in un Paese distrutto. "Prego Allah perché tu possa tornare presto". Quando il tuo team meraviglioso ti dice questo guardando il cielo e portandosi le mani al cuore, significa che hai toccato l'anima del progetto. Siamo nella città di al-Mokha, nell'ospedale di Medici Senza Frontiere. Mettendo piede nell'ospedale, ci si rende conto di avere tra le mani un gioiello in un Paese interamente distrutto dalla guerra. Strade devastate, case abbattute dalla furia delle bombe, case ricostruite a metà, uomini a piedi nelle vie principali con kalashnikov in spalla, delle donne nemmeno l'ombra.
L'attività dell'ospedale è rivolta alle vittime dirette e indirette del feroce conflitto armato che logora il Paese da più di sei anni. È l'unico ospedale sulla costa occidentale yemenita che fornisce cure chirurgiche di emergenza alla popolazione civile, vittima della violenza legata alla guerra. I pazienti provengono principalmente dalle aree limitrofe alle linee del fronte del governatorato di Taiz (Mawza, Dhubab, al-Wazi'iyah) e da quello meridionale di al-Hudaydah (Khawkah, Hays, at-Tuhayta, ad-Durayhimi, Bait al-Faqih), aree controllate dalla coalizione guidata dall'Arabia saudita, dove l'accesso alle cure è sostanzialmente ineguale. I combattimenti indiscriminati e le ostilità attive presso zone densamente popolate continuano ad essere una delle principali cause di morte per la popolazione civile yemenita. I distretti rurali sono duramente colpiti, con oltre il 60% delle vittime civili, la maggior parte delle quali si trova nel governatorato di al-Hudaydah, nei distretti di at-Tuhayta e Hays, e nel governatorato di Taiz. Proprio in queste aree, l'accesso all'assistenza umanitaria è gravemente limitato. Nonostante il cessate il fuoco mediato dalle Nazioni unite a al-Hudaydah, il numero di incidenti civili nel governatorato è aumentato. Quando le linee del fronte sono dinamiche e mutevoli, l'impatto della guerra sui civili è spesso significativamente maggiore rispetto a quando le linee del fronte sono statiche.
Il conflitto nel governatorato di Taiz è emblematico. Le rivalità regionali tra gli Stati del Golfo e l'Iran e l'ipercompetizione locale per il potere e l'influenza si sono sviluppate e intersecate, espandendosi a macchia d'olio in tutto lo Yemen. In una certa misura, gli scontri locali sono il risultato diretto di dinamiche regionali più ampie. Affermando una politica estera più proattiva negli ultimi anni, gli Emirati arabi uniti hanno promesso di combattere l'Islam politico - incarnato nello Yemen dal poliedrico partito al-Islah - in tutte le sue forme, in tutta la regione e oltre.
Dopo la cittadina di al-Mafraq, a più di 40 km da al-Mokha, lungo la via segnata con i puntini blu su google maps, improvvisamente c'è un'interruzione della strada principale, che segna la vicinanza alla linea del fronte. Siamo a circa un chilometro dai combattimenti. Proprio in quel tratto di strada sono posizionati i tiratori scelti. Si continua su una strada sterrata che allunga il percorso. L'interruzione è segnalata da una montagnetta di terra su cui è piantato un tubo in plastica. Tutti gli autisti sanno che quel segno corrisponde a una deviazione. Da quel momento solo le montagne dividono il terreno di combattimento, le strade e le case. Passiamo attraverso 12 posti di blocco con la medesima coda di controlli e dopo due ore arriviamo nel distretto di al-Wazi'iyah, nel governatorato di Taiz.
Il paesaggio cambia, rispetto alla west coast yemenita arida, ventosa e afosa. Ai piedi delle montagne, con l'acqua del Wadi Rasyan, regna il verde con acacie e palme. Attraversiamo piccoli villaggi. Incontriamo un farmacista che, dopo anni di studio e sacrifici, guida un camion che trasporta thè fino alla città di Aden: "Non ci sono altre opportunità di lavoro", ci dice. Alcune Health Facilities sono state supportate da Save the Children, Yemen Humanitarian Fund e Unicef per anni. Da agosto non arriva più nulla. Nel villaggio di al-Khoba come in quello di al-Khuraif le storie si ripetono. Non arrivano gli stipendi per il personale, le medicine e i reagenti di laboratorio stanno finendo. Chiediamo che fine faranno. Ci dicono che con molta probabilità avranno un sostegno governativo, ma nel frattempo il flusso di pazienti diminuisce fino a scomparire. I movimenti dei civili sono ridotti al minimo per la vicinanza con la linea del fronte, per i posti di blocco militare e per le strade totalmente distrutte. Il risultato è che le cure sono dilazionate in modo preoccupante, con la cronicità dilagante di patologie altrimenti sanabili.
Il personale sanitario offre alcuni servizi a pagamento, come ecografie in gravidanza, esami di laboratorio, esami al microscopio. Alcuni distretti sanitari hanno all'interno farmacie private, i cui farmaci colorati come caramelle sono inconfondibilmente "made in China". L'escalation del conflitto, il deterioramento della situazione economica, l'insicurezza alimentare e le condizioni nutrizionali indicano un imminente collasso. Circa 20 milioni di persone nello Yemen, su una popolazione totale di 24 milioni, necessita di una qualche forma di assistenza umanitaria e protezione. Dal 2015, il conflitto ha costretto 4 milioni di persone ad abbandonare le proprie abitazioni, rendendo il Paese la quarta più grande crisi, se si parla di sfollati interni, al mondo.
Il numero totale di vittime riportate è stimato a oltre 230 mila, principalmente nelle città di Taiz, Aden, Sana'a e Sa'adah. Le agenzie delle Nazioni Unite e le maggiori organizzazioni non governative hanno ripetutamente espresso preoccupazione per le violazioni dei diritti umani, esortando a fermare i bombardamenti indiscriminati. Secondo l'ultima dichiarazione, rilasciata dall'Ufficio delle Nazioni unite per il coordinamento degli Affari umanitari, più di 16 milioni di yemeniti, due terzi della popolazione, hanno bisogno di assistenza umanitaria. Tra questi più di 12 milioni sono in grave bisogno. Nel frattempo, le malattie prevenibili sono diventate pervasive e la morbilità e la mortalità stanno esponenzialmente aumentando. Sono 15 milioni i civili senza accesso all'assistenza sanitaria di base, 400 mila i bambini che necessitano di sostegno psicosociale e 75 mila quelli che contraggono malattie abbattibili con i regolari cicli di vaccinazione.
Il conflitto ha devastato i servizi sanitari. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, più della metà delle 5 mila strutture sanitarie dello Yemen non sono funzionanti o lo sono parzialmente, in 22 governatorati. Migliaia di professionisti sanitari sono sottoutilizzati a causa della distruzione delle strutture sanitarie, della mancanza di farmaci e dell'inaccessibilità della popolazione. Secondo il dataset 2020 dell'Health Resources and Services Availability Monitoring System (Herams), dei 333 distretti dello Yemen, il 18% non ha affatto medici. Ma una particella di vita continua a combattere l'ultima disperata battaglia, nell'ospedale di Medici Senza Frontiere.
A Al-Mokha ci sono sempre rumori: clacson, sirene, armi da fuoco, prove di artiglieria antiaerea, fuochi d'artificio. All'inizio sembra tutto un grande frastuono, tutto si confonde, ma poi inizi a riconoscere esattamente di cosa si tratta. Rumori di granate. Poi sirene. E già sai che devi correre a mettere la tua abaya per saltare nella macchina che ti porta in ospedale. Nell'aria c'è sempre odore di fumo, di polvere da sparo e di sabbia.
di Errico Novi
Il Dubbio, 2 giugno 2021
Dalla responsabilità civile al voto degli avvocati sulle carriere dei giudici: la campagna renderà gli stessi ddl sul processo un grande evento che i partiti non potranno "boicottare". Salvini è un milanese atipico, cita Gaber ed è uno dei tanti piccoli segnali da non sottovalutare, nella sfida referendaria sulla giustizia lanciata ieri in conferenza stampa col Partito radicale.
di Gerardo Villanacci
Corriere della Sera, 2 giugno 2021
Non devono essere confusi gli aspetti degenerativi del corporativismo con quelli elevati dell'associazionismo. Se si intende preservare una effettiva indipendenza e imparzialità bisogna garantirne la autonomia culturale e l'indipendenza istituzionale.
di Giulia Merlo
Il Domani, 2 giugno 2021
La Lega ha presentato insieme al partito radicale sei quesiti referendari: responsabilità civile dei giudici, separazione delle carriere, custodia cautelare, abrogazione della legge Severino, abolizione della raccolta firme alle elezioni al Csm, voto per i membri non togati dei consigli giudiziari. Salvini ripete che la mossa è un aiuto a Cartabia, ma il timore della maggioranza è che la Lega punti a fare il partito di lotta pur rimanendo al governo, cavalcando il tema della giustizia nelle piazze ma senza di fatto affrontarlo nella sede parlamentare già avviata. I quesiti referendari, infatti, potrebbero essere incorporati in emendamenti ai testi già incardinati in parlamento, la cui approvazione è fondamentale per il piano di Recovery. Per ora, però, la Lega non ha seguito questa strada.
di Astolfo Di Amato
Il Riformista, 2 giugno 2021
Dalle scuse di Di Maio (poco credibili) al caso del Mottarone, vacilla lo stato di diritto. Per questo sono importanti i referendum promossi da Radicali e Lega: non contro i magistrati ma a favore dello stato di diritto. Luigi Di Maio, chiedendo scusa all'ex sindaco Uggetti con una lettera pubblicata su II Foglio, ha riscosso un larghissimo consenso.
Tutti i commentatori, o almeno la più gran parte, ne hanno tratto il convincimento di un cambio di rotta così radicale, da parte del leader grillino, da segnare addirittura il tramonto di un'epoca ed il passaggio ad una fase nuova della politica italiana. Anche su questo giornale, Alberto Cisterna ha scritto che "l'analisi del ministro Di Maio segna uno scarto decisivo e irreversibile in un fronte politico che, troppo in fretta, era stato descritto come irrimediabilmente giustizialista".
È giustificato tanto entusiasmo? Le perplessità sono molte, troppe. Già l'analisi del testo della lettera suscita molti dubbi sulla sua reale portata. Vi sono, in particolare, due passaggi che vanno sottolineati. Con riferimento alla vicenda dell'ex sindaco Uggetti, afferma Di Maio che "l'arresto era senz'altro un fatto grave in sé, che allora portò tutte le forze politiche a dare battaglia contro l'ex sindaco, ma le modalità con cui lo abbiamo fatto, anche alla luce dell'assoluzione di questi giorni, appaiono adesso grottesche e disdicevoli".
È l'esito del processo, dunque, e cioè "l'assoluzione di questi giorni" che, siccome favorevole all'imputato, proietta una valutazione negativa su quanto avvenuto. Troppo facile! Non è questo il garantismo. Come ha scritto Sansonetti, con riguardo alla vicenda della funivia del Mottarone, il garantismo consiste in "quel sistema di civiltà e di rispetto della giustizia che scatta in modo più massiccio se il reato è più grave. Tanto più è grave il reato tanto più la giustizia pretende garanzie per l'imputato".
Non è, dunque, l'esito del processo il criterio per giudicare l'ordalia che si è scatenata durante le indagini. L'ordalia è inammissibile in sé e non ha niente a che vedere con la civiltà del diritto. Il secondo passaggio, che va sottolineato, è quello in cui si afferma che "la cosiddetta questione morale non debba essere sacrificata sull'altare di un cieco garantismo".
Cosa significa? Che il garantismo è legittimo se l'imputato è innocente, mentre se è colpevole deve prevalere la persecuzione moralistica? L'affermazione è tanto sconclusionata da rendere evidente il tentativo di conciliare l'inconciliabile e, soprattutto, di non mettere minimamente in discussione il diritto ad invocare la gogna pubblica, quando vi sia il sostegno di pretese ragioni morali. E questa sarebbe la "svolta garantista" dei 5Stelle?
Meglio, dunque, non crogiolarsi nell'illusione che, dopo la lettera di Di Maio, si siano sciolte, anche solo in parte, le difficoltà per una accettabile riforma della giustizia. Anzi, quello che sta accadendo in questi giorni indica che il percorso è tutto in salita. Già con riguardo alla assoluzione di Uggetti, non vi è stato nessuno che abbia levato con forza la voce per chiedere di verificare se vi sia stata superficialità nelle indagini, pregiudizio nelle valutazioni. Nessuno che si sia vergognato della vigliaccheria di non avergli dato solidarietà di fronte alla debolezza delle accuse. Inutile, come ha scritto Gian Domenico Caiazza, rifugiarsi oggi nella retorica consolatoria e mistificante della "giustizia che alla fine trionfa. Una retorica inutile e beffarda".
Emblematico dello stato in cui la giustizia si trova in Italia è anche quanto sta avvenendo con riguardo alla vicenda del Mottarone, cui si é già fatto cenno. Si è scatenata immediatamente una volontà di linciaggio, che ha visto i media, anche quelli che si propongono come moderati, guidare un'opinione pubblica, alla quale si evita accuratamente di ricordare che la civiltà di un paese, anche di fronte a fatti gravissimi, si misura sulla capacità di mantenere fermo il principio che ogni vicenda deve trovare soluzione attraverso una applicazione razionale del diritto e che morale e diritto si collocano su piani diversi.
A questa ondata di indignazione popolare ha fatto seguito la richiesta della Pm di carcerazione preventiva. Ebbene, la Gip ha rilevato che nelle carte dell'indagine mancava quello che tutti davano per scontato e, cioè, addirittura la esistenza di gravi indizi di colpevolezza per due dei tre imputati! Così confermando, per l'ennesima volta, che tra scandalismo moralista e razionale applicazione del diritto vi è un abisso. In proposito, è utile anche ricordare che nessuna richiesta di carcerazione preventiva ha fatto seguito alla tragedia del ponte Morandi, eppure nessuno dubita della estrema serietà della relativa indagine e del giudizio che seguirà.
Queste considerazioni consentono anche di cogliere meglio il significato e la portata dei referendum sulla giustizia, che Partito Radicale e Lega stanno per promuovere. Sbaglierebbe chi ritenesse che la posta più importante in gioco sia il ridimensionamento, approfittando della attuale perdita di credibilità, dei magistrati e, in particolare, delle procure.
Certamente l'ordine giudiziario si batte ormai da tempo, in modo compatto, per ostacolare qualsiasi riforma che limiti lo smisurato potere che oggi ha lo scassato sistema giustizia. In questo, dunque, sta svolgendo il ruolo di una forza conservatrice. La posta in gioco più importante è, tuttavia, costituita dal tentativo, attraverso il referendum, di ripristinare nella collettività il senso delle istituzioni e del diritto, la consapevolezza della complessità delle vicende umane e la totale inadeguatezza della rabbia e del rancore a governare una società.
Specie una società sempre più articolata, che deve affrontare le sfide della modernità. Spetta ai partiti ed agli altri gruppi intermedi intercettare e razionalizzare le istanze di trasformazione e di tutela che vengono dalla collettività, Strumentalizzarle per convogliarle in un disperato desiderio di spietata vendetta collettiva, come purtroppo è spesso accaduto in questi ultimi trenta anni, ha portato il paese sull'orlo del collasso. Ecco, allora, che l'iniziativa referendaria presenta il pregio di offrire l'occasione per aprire nel paese una stagione di dibattito sulla giustizia, e quindi sul diritto.
Il rischio, ovviamente, è che chi ha sinora lucrato su di una giustizia, usata come arma contro l'avversario, ostacoli il dibattito e cerchi di occultare la vicenda referendaria. Non sarebbe la prima volta. Ma significherebbe sottovalutare il rischio che un ulteriore degrado della attuale situazione può rappresentare per la tenuta delle istituzioni democratiche. Non è la rabbia popolare il fondamento di una democrazia.
di Guido Vitiello
Il Foglio, 2 giugno 2021
Siamo stati per quasi trent'anni "garantisti pelosi", da quando Giorgio Bocca - era il 21 marzo 1993 - coniò l'epiteto contro l'avvocato Alfredo Biondi, beccandosi peraltro una risposta memorabile: "Che io sia peloso l'avrà saputo da sua sorella". A quanto pare oggi ci consentono di perdere il pelo (non il vizio, quello ce lo teniamo stretto) e ci propongono di scegliere tra due nuove opzioni: "garantisti ciechi" (Luigi Di Maio) o "impunitisti" (Enrico Letta).
di Adriano Sofri
Il Foglio, 2 giugno 2021
I cambiamenti rapidi e radicali a cui andiamo incontro tutti i giorni devono essere governati. Ma la classe politica e giudiziaria in Italia non sembra essere all'altezza in questo momento. Pannella, chi gli rinfacciasse di essere disposto a fare un patto col diavolo, si sarebbe offeso: "Il diavolo sono io". Matteo Salvini non è il diavolo, almeno non il diavolo in capo, ma è per il momento un tipo che dice: "marcire in galera" e che corre a farsi il selfie con gli agenti penitenziari accusati di torture. D'altra parte, iniziative strampalate - che il cielo le accompagni, del resto - non possono che fiorire nel momento in cui i pensieri forti si sono dimessi e il discredito simultaneo della classe politica e della classe giudiziaria ha spalancato le porte agli incursori.
di Simona Musco
Il Dubbio, 2 giugno 2021
Strage della funivia, la giudice che ha scarcerato i tre indagati smonta le polemiche: "Dovreste essere tutti felici di vivere in uno Stato democratico". "Il pm fa il suo lavoro bene e io faccio il mio lavoro credo altrettanto onestamente. È il sistema, dovreste ringraziare che il sistema è così, dovete essere felici di vivere in uno Stato dove il sistema fa giustizia o è una garanzia e invece sembra che non siate felici. Perché non siete felici? L'Italia è un Paese democratico". Poche parole, rubate dai cronisti assiepati davanti al Tribunale di Verbania. Ma quanto basta al giudice per le indagini preliminari Donatella Banci Buonamici per liquidare una polemica alimentata dai media che, che da giorni, non aspettano altro che l'ennesimo battibecco sulla giustizia, mettendo in secondo piano tutto: la tragedia, le vittime, le regole del diritto, gli equilibri del giusto processo. Così, nel teatrino che è diventata l'inchiesta sulla tragedia della funivia di Stresa-Mottarone, tocca alla giudice rimettere in ordine le cose. Ricordando che esiste lo Stato di diritto e che per tutti, giustizialisti compresi, è una garanzia che dovrebbe far dormire sonni tranquilli.
La decisione del giudice di rimettere in libertà due degli indagati e mandare a domiciliari il terzo ha, infatti, generato l'ennesimo vespaio di polemiche. Perché in tanti, ignari delle regole che stanno alla base del sistema accusatorio, hanno tratto un'unica conclusione: il giudice ha già assolto tutti, mandando in fumo un'inchiesta che, invece, aveva già trovato i colpevoli in pochi giorni, tradendo i familiari delle vittime che, intanto, aspettano giustizia.
Insomma, una sentenza già scritta stracciata in faccia all'opinione pubblica, per la quale quegli indagati non meritano - ovviamente - alcuna difesa. La gip, però, ha chiarito, probabilmente suo malgrado, i fatti: "Io ho osservato - ha detto - che non esisteva il pericolo di fuga, e non ho ritenuto per due persone la sussistenza dei gravi indizi non perché non abbia creduto a uno (Tadini, ndr), ma ho ritenuto non riscontrata la chiamata in correità.
La chiamata in correità - ha aggiunto - deve essere dettaglia e questa non lo era ed anzi era smentita da altre risultanze". Insomma: di elementi concreti, tra quelli - necessariamente parziali - portati dalla procura, non ce n'erano. Non abbastanza, di certo, per tenere tre persone in carcere ipotizzando un pericolo di fuga motivato con il clamore mediatico della vicenda.
Così, sabato sera, ha preso la propria decisione applicando semplicemente la legge, mandando ai domiciliari Gabriele Tadini, responsabile del funzionamento dell'impianto e reo confesso, e lasciando a piede libero Enrico Perocchio, direttore di esercizio dell'impianto e Luigi Nerini, amministratore unico di Ferrovie del Mottarone.
Tutti rimangono indagati per gravi reati: rimozione od omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, omicidio colposo e lesioni colpose, mentre il solo Tadini risulta anche indagato per falsità ideologica, non avendo segnalato nell'apposito registro il malfunzionamento del sistema frenante della cabina numero 3, che il 23 maggio, è precipitata a folle velocità verso valle, sganciandosi dalla fune e schiantandosi a terra, fino ad impattare contro gli alberi, provocando la morte di 14 persone e lesioni gravi all'unico sopravvissuto, un bimbo di 6 anni.
La decisione non è piaciuta alla procuratrice Olimpia Bossi, che commentando l'esito dell'udienza di convalida si è lasciata andare ad un attimo di amarezza: "Prendevamo insieme il caffè - ha detto parlando della gip -, per un po' lo berrò da sola".
Insomma, la non conformità dell'azione del giudice a quella del magistrato è stata interpretata come "un atto di inimicizia", come ha osservato l'Unione delle Camere penali. Ma la procuratrice ha anche fatto una distinzione tra diverse categorie di diritti: "Quelli dei vivi" contro "quelli dei morti", come se appartenessero a due mondi diversi, quasi in conflitto. Delle due donne protagoniste di questa vicenda giudiziaria la stampa fornisce due ritratti opposti: amorevole ed empatica la procuratrice, "gelida" la giudice, diceva ieri La Stampa. E non è difficile immaginare che leggendo tali descrizioni non si finisca per simpatizzare per l'una anziché per l'altra, come se, appunto, la giustizia fosse questione di tifo.
Ma così non è, ricorda Banci Buonamici. La giustizia è fatta di diritti, di garanzie che valgono per tutti, buoni e cattivi, belli e brutti. E il suo provvedimento - che non tradisce alcuna convinzione personale sulla responsabilità degli indagati - ne è la dimostrazione più lampante. La giudice, infatti, non ha fatto altro che constatare la fragilità degli elementi a supporto della richiesta di convalida del fermo, sottolineando che lo stesso è stato eseguito "al di fuori dei casi previsti dalla legge". Illegittimo, dunque, e non avallabile in uno Stato di diritto. Perché illegittimo? Nessun elemento concreto è stato portato a sostegno del pericolo di fuga, "presupposto indefettibile per procedere al fermo di indiziati di reato".
E la richiesta non indica "alcun (scritto tutto maiuscolo nell'ordinanza del giudice, ndr) elemento dal quale sia possibile evincere il pericolo di allontanamento dei tre indagati". Non vale, giuridicamente, il richiamo al clamore mediatico della vicenda ("è di palese evidenza la totale irrilevanza", al punto da definirlo "suggestivo"), né la minaccia di una pesantissima sanzione detentiva ("le situazioni di concreto e attuale pericolo non possono essere desunte unicamente dalla gravità del titolo di reato").
Si tratta, cioè, solo di supposizioni, di ipotesi non riscontrate. Tant'è che il giudice evidenzia dati ovvi, in assenza di altri elementi: i tre vivono, lavorano e hanno famiglia in Italia, uno dei tre ha confessato, gli altri due si sono messi subito a disposizione degli inquirenti. Da cosa si poteva evincere il pericolo di fuga? Così come la chiamata in correità di Tadini nei confronti di Nerini e Perocchio non risulta riscontrata: gli operai sentiti a sit hanno anzi tutti confermato la responsabilità di Tadini, tranne uno, colui che avrebbe dovuto togliere i ceppi al sistema frenante e che, dunque, "ben sapeva del rischio di essere lui stesso incriminato per avere concorso a causare con la propria condotta, che avrebbe benissimo potuto rifiutare, la morte dei 14 turisti".
Insomma: non era totalmente credibile. Così come non lo sarebbe l'indagato principale, che ha mentito laddove ha negato di avere il potere di fermare l'impianto, possibilità, invece, prevista dalla legge. "Certamente - ha evidenziato il gip - tale normativa non poteva essere da lui ignorata trattandosi di perito tecnico con mansioni di responsabilità, operante da 36 anni nel settore dei trasporti su fune".
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