di Simona Musco
Il Dubbio, 22 aprile 2021
Parere favorevole da Palazzo dei Marescialli al ddl bonafede. Ma il magistrato Nino Di Matteo protesta: "Diritti dei magistrati compressi". Il plenum del Csm ha votato favorevolmente allo stop alle porte girevoli tra politica e magistratura, parere arrivato proprio mentre la Commissione Giustizia adottava come testo base della riforma dell'ordinamento giudiziario quello elaborato dall'ex ministro Alfonso Bonafede. Un tema delicato, ha affermato Alessio Lanzi, relatore del parere, data "la diffusa percezione di una insidiosa compenetrazione fra i due ambiti, politico e giudiziario", notevolmente accresciuta dallo scandalo Palamara.
La norma Bonafede, in sostanza, prevede l'ineleggibilità dei magistrati ordinari, amministrativi, contabili e militari alla carica di parlamentare nazionale ed europeo, consigliere regionale o presidente di regione (o di provincia autonoma) nella circoscrizione elettorale nei quali abbiano esercitato le funzioni giurisdizionali nei due anni precedenti la candidatura. Stesso divieto è previsto in relazione alla carica di sindaco di comune con più di 100mila abitanti, nel caso in cui nei due anni precedenti abbiano svolto funzioni giurisdizionali nel territorio della provincia in cui è ricompreso il comune. All'atto dell'accettazione della candidatura il magistrato dovrà essere in aspettativa senza assegni da almeno due mesi. I magistrati candidati e non eletti non potranno poi essere ricollocati in ruolo presso un ufficio avente sede nel territorio della Regione nella cui circoscrizione non sono stati eletti o in un ufficio del distretto nel quale esercitavano le funzioni al momento della candidatura. Previsto, inoltre, per tre anni il divieto di svolgere funzioni di gip/gup e requirenti e di presentare domanda per posti direttivi e semidirettivi.
Per i magistrati eletti, alla cessazione della carica, è prevista la perdita dell'appartenenza ai ruoli della magistratura e il loro inquadramento in un ruolo autonomo del ministero della Giustizia, di un altro ministero o della Presidenza del Consiglio dei ministri. Nella sua relazione, Lanzi ha espresso una valutazione complessivamente positiva della disciplina, pur evidenziando "alcuni profili di problematicità" e auspicando "una maggiore armonizzazione tra le disposizioni complessive del Capo III che sembrano quindi presentare una certa incongruenza, laddove si consideri la severità del regime applicabile al magistrato che abbia svolto un mandato elettivo o un incarico di governo anche assai breve, ovvero di quello riferibile al magistrato candidato che non sia stato eletto".
Un Capo la cui impostazione complessiva è ritenuta eccentrica, in quanto "contiene previsioni funzionali a limitare grandemente le scelte professionali del magistrato considerate a rischio di appannamento della sua immagine d'imparzialità, fino ad imporgli una sostanziale scelta a monte tra esercitare il suo diritto a partecipare alla vita politica in prima persona o continuare a svolgere le funzioni giudiziarie". Secondo Area, rappresentata dal togato Giuseppe Cascini, è "pienamente condivisibile" la proposta contenuta nel ddl Bonafede. "Si tratta di tutelare l'immagine di imparzialità e di indipendenza del magistrato che è compromessa anche nel caso in cui un magistrato si candidi nella sede dove presta servizio", ha detto Cascini.
Il riferimento, pur senza citarlo per nome e cognome, è al pm Catello Maresca, "un magistrato che esercita la giurisdizione nella città dove è, di fatto e agli occhi di tutti, candidato alla carica di sindaco". L'unico voto contrario a questa parte del parere del Csm è stato espresso da Nino Di Matteo, "perché così come è prospettato il ddl rischia di comprimere indebitamente il diritto del magistrato di scegliere un impegno politico finendo per azzerare la presenza di magistrati in Parlamento, presenza che nel tempo ha fornito un contributo importante".
E "il nodo delle commistioni improprie tra politica e giustizia" non si può affrontare "comprimendo il diritto di un magistrato a scegliere di candidarsi ad un un incarico politico". Voto favorevole da parte di Sebastiano Ardita, togato di Autonomia e Indipendenza, che ha definito paradossale il dibattito in cui "ci si occupa in modo formale del problema della candidatura in politica dei magistrati e non si spende neppure una parola sul vero problema che oggi è sotto i nostri occhi: la politica interna alla magistratura, la sua ricerca di consenso, i poteri enormi che determina nelle nomine e la sua capacità di incidere sugli altri poteri dello Stato.
Nelle chat di Palamara di questo delicatissimo aspetto c'è tutto, e qui oggi non ho sentito spendere una sola parola su tutto questo". Caduta, inoltre, la censura di incostituzionalità del Csm al ddl Bonafede sulla riforma del Consiglio superiore della magistratura e dell'ordinamento giudiziario, contenuta nel parere messo a punto dalla Sesta Commissione.
È stato infatti approvato un emendamento, sottoscritto da tutti i componenti laici, con il quale si sopprime la premessa del capitolo sulla nuova disciplina sul conferimento degli incarichi direttivi, secondo la quale la scelta del legislatore di cristallizzare in una legge le norme che il Csm si è già dato con una circolare avrebbe determinato "una complessiva limitazione del potere discrezionale del Consiglio" ponendosi "in contrasto" con i principi di autonomia e indipendenza della magistratura e con il ruolo stesso del Consiglio, delineato dalla Costituzione. Approvata invece la parte del parere sulle norme che riguardano l'organizzazione degli uffici giudiziari.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 22 aprile 2021
La lunga galleria degli orrori del processo mediatico: quando il presunto colpevole è processato e condannato a mezzo stampa. "Quando l'opinione pubblica appare divisa su un qualche clamoroso caso giudiziario - divisa in innocentisti e colpevolisti - in effetti la divisione non avviene sulla conoscenza degli elementi processuali a carico dell'imputato o a suo favore, ma per impressioni di simpatia o antipatia. Come uno scommettere su una partita di calcio o su una corsa di cavalli. Tortora in questo è un caso esemplare": così scriveva il 5 maggio 1987 Leonardo Sciascia su El Pais.
L'articolo iniziativa così: "Marco Pannella è il solo uomo politico italiano che costantemente dimostri di avere il senso del diritto, della legge e della giustizia" e forse anche per questo fu l'unico articolo di Sciascia che nessun quotidiano o periodico volle pubblicare. Ma questa è un'altra storia; però quelle parole sono significative di come il nostro Paese faccia da sempre fatica ad accettare un approccio laico e consapevole della giustizia.
Un sintomo di questo giustizialismo etico e populista è proprio il processo mediatico: potremmo dire che prese il via proprio con Enzo Tortora. Era il 1983 e i militari, per trasferire il noto conduttore, accusato ingiustamente di associazione camorristica, nel carcere di Regina Coeli, aspettarono che fosse mattina presto per garantire ai fotografi la prima fila davanti all'Hotel Plaza e riprendere il giornalista con i ceppi ai polsi. Da allora è stato un susseguirsi di processi mediatici, che sempre più hanno invaso quella sfera che dovrebbe rimanere circoscritta nelle aule giudiziarie.
Il 9 maggio 1997 la giovane studentessa Marta Russo fu raggiunta alla testa da un colpo di pistola che si rivelerà mortale, mentre passeggiava, in compagnia dell'amica Iolanda Ricci, in un viale dell'Università de La Sapienza di Roma. Mai come in quel caso la stampa ebbe la capacità di costruire i mostri, di spettacolarizzare gli eventi e di emettere la sentenza prima dei giudici. Come scrisse Francesco Merlo sul Corriere della Sera "dopo quelle politiche è questa la prima vera, grande istruttoria collettiva, una specie di apocalisse del delitto. Manca solo un numero verde per avere o dare suggerimenti ai pm o al questore o al capo della Mobile o, perché no?, agli imputati. È come se l'Italia intera dirigesse e seguisse le indagini, tutte le indagini minuto per minuto".
Per quel delitto furono condannati Salvatore Ferraro e Giovanni Scattone. Quest'ultimo, scontata la pena, ottenne una cattedra all'Istituto Einaudi di Roma: vi rinunciò a causa del clamore mediatico.
Il tribunale del popolo non perdona: sulla stampa la condanna è a vita, purtroppo. Nel 2002 ad irrompere nelle nostre case fu il delitto di Cogne: il piccolo Samuele Lorenzi, secondo una sentenza definitiva, fu ammazzato nel lettone da sua madre Annamaria Franzoni che lo colpì 17 volte probabilmente con un utensile di rame. Come non scordare l'ormai celebre plastico di casa Lorenzi a Porta a Porta: "Quando ci fu il delitto di Cogne i giornali pubblicarono la pianta della casa. Erano plastici su carta. Noi abbiamo fatto quelli veri", disse Bruno Vespa a Vanity Fair.
Poi arrivò il delitto di Garlasco: il 13 agosto 2007 Chiara Poggi fu uccisa nella sua villetta di famiglia. Dopo cinque gradi di giudizio a finire in carcere è stato il fidanzato Alberto Stasi. La politica in quel mese non offriva spunti e quindi tutta l'attenzione venne data all'omicidio; persino Fabrizio Corona si recò nel piccolo paese in provincia di Pavia per contattare due cugine della vittima, finite per qualche giorno tra le sospettate non dei magistrati ma del popolo.
Alberto Stasi fu subito lombrosianamente condannato dalla stampa, come ricordò lo scrittore Alessandro Piperno sul Corsera: "Mi chiedo se Alberto Stasi, frattanto, abbia fatto il callo alle sue mille foto apparse in questi due anni sui giornali. Nel qual caso a quest'ora saprà che non c'è centimetro quadrato del suo corpo né impercettibile dettaglio del suo contegno che non parli di colpevolezza: l'incarnato diafano, la sobrietà dei lineamenti, la sfuggente pudicizia, tutto lo rende l'interprete ideale del ruolo di Stavroghin in una eventuale trasposizione cinematografica de I demoni di Dostoevskij".
Sempre nello stesso anno ma ad inizio novembre, fu Perugia a finire al centro della cronaca giudiziaria italiana e internazionale: la studentessa inglese Meredith Kercher venne ritrovata priva di vita con la gola tagliata nella propria camera da letto, all'interno della casa che condivideva con altri studenti, in via della Pergola 7. Il processo divenne una grande fiction: due giovani amanti - Raffaele Sollecito e Amanda Knox - il sesso, la droga e le notti brave.
I media, imbeccati soprattutto dalla procura, si schierarono immediatamente sul fronte colpevolista: "No all'orgia e l'hanno uccisa" (La Stampa), "Tre arresti per Meredith: Sono loro gli assassini" (La Repubblica), "Meredith uccisa con il coltello di Raffaele" (Il Giornale), solo per citarne alcuni. Non erano loro gli assassini ma hanno fatto comunque 4 anni di carcere da innocenti, mentre la stampa li mostrificava.
Questa immagine accusatoria non scomparve neppure dopo l'assoluzione definitiva della Suprema Corte di Cassazione. Basti leggere l'articolo di Marco Travaglio, pubblicato il 29 marzo 2015, dopo la sentenza finale, che continuava a sostenere che la verità sostanziale non è quella processuale, è che i due ragazzi sono gli unici a poter essere logicamente considerati concorrenti del Guede nel delitto di omicidio di Meredith Kercher.
Un altro anno orribile fu il 2010: il 26 agosto ad Avetrana, in provincia di Taranto, venne uccisa la piccola Sarah Scazzi. Per la giustizia le colpevoli sono la zia Cosima Serrano e la cugina Sabrina Misseri. La vicenda ebbe un grandissimo rilievo mediatico, culminato nell'annuncio del ritrovamento del cadavere della vittima in diretta sul programma Rai Chi l'ha visto? dove era ospite, in collegamento, la madre di Sarah, Concetta Serrano Spagnolo. Per non parlare del tour dell'orrore; per un periodo alcune agenzie di viaggio hanno offerto un pacchetto all inclusive: viaggio andata e ritorno, pranzo in trattoria, visita a casa Scazzi e villa Misseri, tappa veloce in chiesa, piccolo stop al cimitero dove riposa la vittima, infine il momento clou al pozzo dove era stata seppellita dallo zio Michele Misseri.Di sicuro la guida non avrà spiegato i termini giuridici della questione!
Nello stesso anno ma qualche mese dopo, il 26 novembre, scomparve da Brembate, in provincia di Bergamo, Yara Gambirasio. Il suo corpo fu ritrovato esattamente tre mesi dopo in un campo di Chignolo d'Isola. Il 16 giugno 2014 viene arrestato Massimo Giuseppe Bossetti, un muratore di Mapello incensurato di 44 anni. Probabilmente in questo caso si raggiunse il punto più alto del voyeurismo mediatico-giudiziario: il suo arresto fu mandato in onda da tutte le televisioni. Sono stati i dieci minuti più bui del perverso rapporto tra stampa e forze dell'ordine e procure. Qualcuno potrebbe dire "ma è colpevole": nessuno, neanche il peggior criminale, può essere privato della sua dignità come è accaduto a Bossetti, a maggior ragione se dietro la telecamera c'era un agente dello Stato.
E arriviamo al 2015, a quel terribile 17 maggio quando a Ladispoli, in provincia di Roma, perse la vita il giovane Marco Vannini, colpito accidentalmente da un colpo di pistola sparato dal padre della fidanzata, Antonio Ciontoli. Il 3 maggio la Cassazione si pronuncerà per la seconda volta sul caso. Gli imputati, ossia tutta la famiglia Ciontoli, sono stati perseguitati dalla stampa: agguati sotto casa, sul posto di lavoro, per strada. A causa di questo hanno dovuto abbandonare l'abitazione e rifugiarsi separatamente in altre città. Ben tre ex Ministri - Bonafede, Trenta, Salvini - si sono esposti sul fronte colpevolista senza aspettare una sentenza definitiva.
Qui, purtroppo o per fortuna, non siamo negli Stati Uniti dove due giorni fa, durante il processo per la morte di George Floyd, il giudice Peter Cahill ha bacchettato la deputata democratica Maxine Waters che nei giorni precedenti si era espressa a favore di una sentenza di colpevolezza per il poliziotto: "Mi piacerebbe che i rappresentati politici la smettessero di parlare di questo caso e di farlo in modo non rispettoso della legge", ipotizzando che i commenti della deputata "potrebbero rappresentare la base per un appello".
di Sandra Figliuolo
palermotoday.it, 22 aprile 2021
La decisione del tribunale di Sorveglianza di Torino per il fratello del "capo dei capi" di Cosa nostra. Il detenuto che ha 88 anni non tornerà a Corleone, ma andrà in provincia di Trapani. Potrà uscire dalle 10 alle 12. È affetto da varie patologie e secondo i giudici la sua pericolosità è "scemata". Finirà di scontare la pena nel 2024.
Non erano valse a nulla le istanze di scarcerazione precedenti, nonostante gli 88 anni e svariate patologie, dal tumore a diverse ischemie fino all'asportazione di un rene: Gaetano Riina, fratello del più noto "capo dei capi" di Cosa nostra, Totò, deceduto al 41 bis il 17 novembre del 2017, secondo Procura e giudici di Sorveglianza era pericoloso. Soltanto dopo essersi ammalato di Covid nelle settimane scorse, adesso il tribunale di Sorveglianza di Torino ha deciso di concedergli gli arresti domiciliari.
Riina non tornerà a Corleone, ma andrà in provincia di Trapani. I giudici hanno accolto la richiesta degli avvocati Maria Brucale e Vincenzo Coluccio che lo difendono. In carcere - non è mai stato sottoposto al 41 bis - il fratello di Totò Riina era finito soltanto nel 2011, da incensurato e da ultrasettantacinquenne, per scontare una condanna per mafia (che oggi ha espiato completamente) e successivamente una pena per illecita concorrenza aggravata dall'aver agevolato Cosa nostra. Il fine pena è fissato per maggio 2024.
Riina, mentre sarà detenuto ai domiciliari, avrà diritto di uscire dalle 10 alle 12 "per provvedere alle proprie esigenze di vita", così hanno stabilito i giudici. A settembre scorso, alla vigilia della seconda ondata di Covid, un'istanza simile presentata dagli avvocati era stata invece rigettata. E alla fine il detenuto si è ammalato di Covid proprio nel carcere di Torino. Ora è guarito.
La Procura si era opposta anche a quest'ultima richiesta di scarcerazione per motivi di salute, ribadendo la presunta pericolosità sociale del detenuto, anche se sulla scorta di vecchie dichiarazioni di collaboratori di giustizia. Una pericolosità che il tribunale ha ritenuto ora "scemata". L'Asl piemontese ha poi messo in evidenza che Riina è "un grande anziano, affetto da pluripatologie, che non versa in immediato pericolo di vita, tuttavia a rischio improvviso e non prevedibile peggioramento delle patologie in essere, alla luce della fragilità correlata all'età".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 22 aprile 2021
Il naufragio non volontariamente provocato non spezza il nesso di causalità col favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e le morti conseguenti al reato. Lo scafista non può scaricare sui soccorritori delle Ong il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina aggravato dalla morte e dalle procurate lesioni dei migranti.
L'autore diretto del delitto è in realtà colui che viene tratto in inganno o costretto in buona fede a commettere il reato a tutela di interessi superiori delle persone quale la loro incolumità e l'obbligo appunto di trarli in salvo. E questo anche se lo sbarco - secondo il diritto del mare - non avviene nel porto più vicino al punto dove si realizza il naufragio. La condotta dei soccorritori è scriminata dall'articolo 48 del Codice penale. La Corte di cassazione ha così respinto - con la sentenza n. 15084/2021 - il ricorso di due uomini libici che, in base alle testimonianze dei migranti, erano stati individuati come responsabili dell'illegale trasporto e perciò condannati a 14 anni di reclusione e a una multa di oltre 6 milioni di euro.
Il reato mediato - L'uso di mezzi fatiscenti o la messa in atto di modalità che rendano umanitariamente necessario il salvataggio in mare determinano in capo allo scafista il ruolo di autore mediato del reato. Del reato commesso dalle Ong risponde solo l'autore "mediato", cioè colui che volontariamente abbia indotto in errore l'autore diretto, salvo che il suo errore non sia incolpevole. Solo in tal caso potrebbe l'autore "diretto" del reato essere chiamato a risponderne a titolo di colpa.
Giurisdizione - Riaffermata la competenza del giudice italiano per i migranti soccorsi in acque internazionali e trasportati da altre imbarcazioni sulle coste nazionali. Non scatta perciò la competenza del giudice dello Stato di cui batte bandiera il natante che naufraga in acque internazionali. I ricorrenti contestavano la giurisdizione italiana in quanto l'incidente non era stato provocato al fine di determinare il soccorso umanitario in mare, ma era frutto di un guasto tecnico e quindi la vicenda di cui venivano imputati si era completamente realizzata in acque internazionali senza addivenire direttamente allo sbarco in Italia e quindi senza aver favorito di fatto alcun ingresso illegale.
Comunque - affermano i giudici - il guasto o l'avaria, anche se non volontariamente procurato, non poteva ritenersi imprevedibile date le condizioni vetuste dell'imbarcazione e il sovraffollamento. Non si può, in base a tali presupposti materiali, affermare che scafisti e migranti non ritenessero di poter contare sull'intervento di terzi, cioè i soccorritori. Costringendoli appunto al salvataggio e a concludere il viaggio verso l'Italia.
Scriminanti e attenuanti negate - Non scatta alcuno stato di necessità per la morte delle persone imbarcate su natante in numero esorbitante rispetto ai posti convenzionalmente previsti per quel dato mezzo di trasporto. I migranti - affermano gli imputati - erano tutti portatori di interessi personali in ordine al motivo e alle modalità del viaggio per cui inattendibili. I ricorrenti sostengono perciò che non vi è prova che i dichiaranti che li avevano individuati come gli scafisti non fossero in realtà loro stessi gli scafisti. Gli imputati sostenevano inoltre, a loro discolpa, di essere stati costretti con violenza da altri a condurre l'imbarcazione. Circostanza non provata.
I reati conseguenti - I ricorrenti sostenevano anche che mancasse il nesso causale tra il delitto di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e quello previsto e sanzionato dall'articolo 586 del Codice penale per le morti e le lesioni personali dovute al naufragio, affermando che questo si era determinato per un imprevedibile guasto e per il movimento della folla di migranti reale causa dell'incidente non governabile dalla loro volontà. L'omicidio colposo è stato invece attribuito ai ricorrenti in cooperazione colposa tra loro. In caso di dolo si sarebbe trattato di un'ipotesi di concorso nel reato.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 aprile 2021
La motivazione del Dap sarebbe che il dirigente dell'Ausl abbia messo a conoscenza delle autorità esterne il focolaio al 41 bis del carcere di Parma. Il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ha chiesto la rimozione di Choroma Faissal, il responsabile sanitario del carcere di Parma. La motivazione sarebbe da ritrovarsi nel fatto che abbia messo a conoscenza delle autorità esterne, dai garanti al tribunale di sorveglianza, il focolaio che ha coinvolto il 41 bis del carcere parmense.
Ma soprattutto per aver messo in guardia delle possibili complicazioni per i detenuti che hanno gravi patologie pregresse. Se il motivo è questo, resta lo stupore di tale richiesta, soprattutto perché la sanità penitenziaria è gestita dal Sistema sanitario nazionale, in particolar modo dalle Asl che svolgono il loro lavoro in completa autonomia. Non risulta una normativa che vieti il responsabile sanitario del carcere di avvisare le autorità esterne, oltre che la direzione e il Dap, degli eventi critici dal punto di vista sanitario.
Gli avvocati dei detenuti al 41 bis non erano a conoscenza dei casi di Covid - Anche perché, ricordiamo, gli avvocati che hanno i loro assistiti al 41 bis, non erano venuti a conoscenza del focolaio in atto nel carcere di Parma. Infatti, la Camera penale di Parma ha stigmatizzato l'assenza di informazioni alla Avvocatura circa l'esistenza e l'entità del contagio, con missiva in data 24 marzo 2021 inoltrata alla Ausl Parma e alla direzione del carcere, oltre che, per conoscenza, ai soggetti deputati alla tutela della salute e della sicurezza non solo delle persone detenute, ma altresì di tutti coloro che accedono al carcere per motivi di lavoro.
La Camera penale di Parma ha chiesto che avvocati e parenti siano informati quotidianamente - Non a caso, la Camera penale ha invitato la Ausl di Parma e ai competenti uffici della Amministrazione penitenziaria affinché, al pari dei liberi cittadini che stanno vivendo gli effetti del contagio da Covid-19 e le conseguenti apprensioni, informino quotidianamente i familiari e gli avvocati dei detenuti contagiati sullo stato di salute dei congiunti ristretti e sulle misure che verranno adottate per la loro tutela e per la prevenzione futura. Questo è accaduto all'inizio del focolaio, dopo fortunatamente gli avvocati sono stati messi a conoscenza dello stato di salute dei loro assistiti.
Il responabile sanitario invitava a trasferire i soggetti vulnerabili - Ma ritorniamo alla richiesta di dimissione del responsabile sanitario Faissal. Nella sua segnalazione inviata anche alle autorità esterne, con grande senso di responsabilità ha chiesto di valutare, ove possibile, il trasferimento dei soggetti vulnerabili lontano dal focolaio rilevato nell'istituto. Parliamo dello stesso dirigente che ultimamente ha segnalato la criticità che persiste al centro clinico del carcere di Parma, dove denuncia la difficoltà oggettiva nell'assistere h24 quei detenuti che richiedono tale assistenza.
I continui arrivi di detenuti da altre carceri mette in crisi il centro clinico - A causa dei continui arrivi di detenuti malati che provengono da diverse carceri, lo standard esistenziale di tale centro clinico (ora denominato Sai), è messo in seria difficoltà. Una criticità già denunciata dalla Ausl ai tempi della prima ondata della pandemia.
Ribadiamo che le ragioni della richiesta di dimissioni da parte del Dap sembrano ritrovarsi sul fatto che il dirigente sanitario abbia segnalato la situazione del Covid al 41bis e possibili complicazioni, alle autorità esterne. Forse esiste una legge che lo vieti? Nel caso il Dap ha avuto le sue buone ragioni. Altrimenti sembrerebbe emergere una incomprensibile linea dura. Oltre al fatto che stride con l'autonomia delle Aziende sanitarie che si occupano della sanità penitenziaria come prevede la riforma del 2008.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 aprile 2021
La riforma del 2008 ha previsto il passaggio totale delle competenze dal ministero della Giustizia al Servizio sanitario nazionale. Una tappa di civiltà attesa da anni, anche in aderenza alle direttive emanate ripetutamente dalla Comunità Europea. Si è trattato, infatti, di un passaggio assai importante, epocale per alcuni, frutto di un ampio e lungo dibattito sviluppatosi nel corso degli anni 90, grazie a un movimento di opinione a favore del passaggio delle competenze sanitarie penitenziarie al servizio sanitario nazionale che, partendo dall'esperienza di singoli e passando attraverso le associazioni di volontariato attive nelle carceri, arrivò a coinvolgere enti locali, sindacati, autorità politiche.
Si tratta di una pietra miliare per la tutela della salute dei detenuti e di un importante passo avanti per la civiltà stessa dell'ordinamento penitenziario. Un passo avanti anche nella ricomposizione di un rapporto positivo tra carcere e società. Sin dall'istituzione dell'ordinamento penitenziario con la L. 354 del 1975, una delle materie più controverse e oggetto di acceso dibattito circa la determinazione di competenze è stata la tutela della salute.
Con il passare degli anni, e dopo varie commissioni di studio, si è arrivato al convincimento che era impossibile riformare la sanità dall'interno del servizio penitenziario. In tal senso, importante ruolo di stimolo nei confronti del governo Prodi e dei ministri della Salute Livia Turco e della Giustizia Clemente Mastella, affinché si avviasse il percorso di transito di tutti i servizi sanitari alle Asl, continuava ad essere svolto da alcune Regioni (in particolare Toscana, Emilia Romagna e Lazio), dal Forum nazionale per la tutela della salute dei detenuti (organismo che ha sede presso l'Ufficio del garante dei diritti dei detenuti del Lazio, presieduto all'epoca da Leda Colombini, presidente dell'associazione di volontariato "a Roma Insieme" e responsabile delle politiche sociali di Lega autonomie locali Nazionale), dai Garanti regionali dei diritti dei detenuti, da importanti sigle sindacali (Cgil) e associazioni come Antigone.
Fu una spinta decisiva per compiere i passi concreti per attuare la riforma iniziata precisamente con la legge del 1998 che stabilì il trasferimento dal ministero della Giustizia al Servizio sanitario nazionale di tutte le funzioni sanitarie, dei rapporti di lavoro, delle risorse. Si dovevano attendere però dieci anni, con il Dpcm del primo aprile 2008 (che stabilì il definitivo transito della medicina penitenziaria al Servizio sanitario nazionale), per vedere chiuso il primo, lungo atto di una riforma tanto importante quanto complessa.
Dal 14 giugno 2008 sono state trasferite al Servizio Sanitario Nazionale tutte le funzioni sanitarie, fino ad allora svolte dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e dal Dipartimento della Giustizia Minorile del ministero della Giustizia. Con esso, assieme alle funzioni, sono state trasferite al Fondo sanitario nazionale e ai Fondi sanitari regionali le risorse, le attrezzature, il personale, gli arredi e i beni strumentali afferenti alle attività sanitarie nelle carceri. Il personale sanitario che ad oggi opera nelle carceri italiane è dunque inquadrato contrattualmente quale dipendente dell'Azienda sanitaria e non più del Dap.
Uno dei principi fondamentali della riforma è il "riconoscimento della piena parità di trattamento, in tema di assistenza sanitaria, degli individui liberi e degli individui detenuti ed internati e dei minorenni sottoposti a provvedimento penale". La sanità penitenziaria è stata oggetto di epocali, numerosi e positivi cambiamenti nel corso degli ultimi decenni, tutti aventi lo scopo di parificare - quanto più possibile - l'offerta sanitaria "carceraria" a quella prevista per la popolazione "libera". Molto si è già fatto, tuttavia permangono ancora tantissime difficoltà indissolubilmente legate allo status detentivo, ma anche dovuto da una cultura politica che ancora tende a difendere oltre ogni limite il concetto esasperante della sicurezza. Passando, di fatto, sopra anche sul diritto alla salute.
di Andrea Esposito
Il Riformista, 22 aprile 2021
Spazio di riscatto sociale? Macché. Tutt'al più luogo di espiazione e di sofferenza, se non addirittura di morte. Ecco a che cosa si è ridotto il carcere in Campania. Sono i numeri a restituire una fotografia impietosa degli istituti di pena: dall'inizio dell'anno, nella nostra regione, si sono già suicidati tre detenuti. L'ultimo due giorni fa a Bellizzi Irpino, dove a togliersi la vita è stato un pugliese, padre di tre figli, arrestato a novembre scorso e trasferito da Foggia nell'istituto di pena avellinese il primo aprile scorso. Una tragedia che si somma a quella del 16enne che si è tolto la vita in una comunità del Casertano e a quella del detenuto che ha compiuto il gesto estremo tre giorni dopo essere entrato nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.
Tre morti in meno di quattro mesi, dunque, a conferma di un trend in netta crescita. Nel 2020 i suicidi dietro le sbarre sono stati nove a fronte dei cinque registrati nel 2019. Allo stesso modo, stando a quanto si legge nella relazione annuale presentata dal garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello, sono aumentati gli atti di autolesionismo aumentati (1.232 casi in un anno), gli scioperi della fame (1.072) e il rifiuto dell'assistenza sanitaria (398 casi) come forma di protesta, con conseguente aumento dei provvedimenti disciplinari che portano alla perdita di benefici e, di conseguenza, alimentano il sovraffollamento.
A prescindere dalle motivazioni di certi gesti, i dati dimostrano come il carcere continui a esasperare, straziare e persino a uccidere anziché a rieducare. Soprattutto in un periodo in cui il distanziamento sociale imposto dall'emergenza sanitaria ha ridotto i contatti tra detenuti e familiari, comunicazione, ascolto e presenza di figure sociali. Manca qualcosa? Probabilmente sì, almeno secondo Ciambriello: "Bisogna implementare progetti rieducativi e umanizzanti, distribuendoli nell'arco della giornata, con l'obiettivo di combattere l'isolamento. E poi servono più figure sociali di accompagnamento come psicologi, psichiatri, pedagogisti ed educatori, il che significa più attività di inclusione, lavoro, studio e formazione". Fino a qualche tempo fa, d'altra parte, nei 15 penitenziari della Campania erano in servizio 17 psicologi e 23 psichiatri provenienti dalle Asl ai quali si aggiungevano 43 esperti psicologi inquadrati nel personale dell'amministrazione penitenziaria. E medici e infermieri? I primi non vanno oltre le 108 unità e i secondi non superano le 189.
Poco a fronte di una popolazione carceraria che oscilla tra le 6.300 e le 6.500 persone e nella quale non mancano casi di detenuti affetti da disturbi psichici o da altre patologie. Poco per gestire il trauma della carcerazione che spesso esplode in chi fa ingresso in un istituto di reclusione e che si manifesta con sintomi che vanno dall'ipertensione all'astenia. Così i penitenziari campani - ma il discorso non è diverso per quelli del resto d'Italia - si trasformano in cimiteri. Alla politica tutto ciò interessa? Nemmeno per sogno. Il tema dell'invivibilità del carcere e del reinserimento sociale dei condannati sono del tutto estranei all'agenda dei rappresentanti istituzionali. Stesso discorso per molti organi di informazione. Un'indifferenza comprensibile, in un contesto politico e sociale impregnato di giustizialismo, ma altrettanto inaccettabile per chi fa dei diritti il proprio credo.
di Carmelo Amato
sicilians.it, 22 aprile 2021
Ieri mattina è morto nella casa circondariale Carmelo Magli di Taranto, il 54enne barcellonese Salvatore Piccolo. L'uomo era rinchiuso dal 24 gennaio 2018 a seguito dell'ordinanza Gotha 7 eseguita - mentre si trovava già detenuto - era stato inoltre attinto dall'ordinanza custodiale dell'operazione "Dinastia", in seno alla quale il prossimo 30 di maggio si sarebbe discussa la posizione nello stralcio abbreviato al quale l'imputato aveva fatto accesso e per il quale la Dda di Messina aveva richiesto la condanna a 3 anni. Espletati gli accertamenti del caso, la Procura della Repubblica di Taranto ha disposto la traslazione della salma all'ospedale Annunziata di Taranto dove nei prossimi giorni è probabile che venga eseguito l'esame autoptico per stabilire le esatte cause della morte.
di Nicola Sorrentino
Il Mattino, 22 aprile 2021
Sono stati assolti i due imputati in servizio nel carcere di Secondigliano, un medico e una guardia penitenziaria, accusati di omicidio colposo per la morte di A.E., suicida in cella il 19 giugno 2013. Il ragazzo morì nell'ospedale psichiatrico dov'era ricoverato, dopo essere stato in precedenza a Villa Chiarugi a Nocera Inferiore e ancora presso l'opg di Aversa, a causa di diverse segnalazioni per eventi critici. "Dalle indagini espletate è emerso che il decesso è stato causato da un atto volontario mediante impiccagione", così recitò il referto. La sentenza di assoluzione esclude responsabilità per i due imputati.
La Procura aveva presentato una prima richiesta di archiviazione, seguita da una successiva opposizione presentata dal legale dei familiari dell'uomo, l'avvocato Vincenzo Calabrese, fino al processo a carico dei due imputati disposto dal gup al termine dell'udienza preliminare. Il giovane di Sarno, affetto da problemi psichici, si sarebbe tolto la vita volontariamente nel carcere di Secondigliano, a 29 anni. La famiglia aveva chiesto chiarezza su quanto fosse accaduto quel giorno in carcere. Il ragazzo aveva piccoli precedenti penali alle spalle. Fu trasferito nell'ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa, in precedenza.
Per uccidersi avrebbe usato i pantaloni del pigiama, per poi legarli al cancello della cella dove era recluso, da solo. Nell'ipotesi iniziale della Procura, vi erano presunti e mancati accorgimenti e controlli da parte dei due imputati, parte del personale della struttura, senza controllo utile a prevenire atti autolesionistici del giovane. Le condizioni della detenzione avrebbero aggravato le sue condizioni, con il passare del tempo. Le motivazioni dei giudici, una volta depositate, meglio faranno comprendere i dettagli della sentenza di assoluzione per i due imputati.
di Nicola Cesaro
Il Mattino di Padova, 22 aprile 2021
Il focolaio padovano non è più il maggiore a livello nazionale, ma resta comunque un fronte aperto. Calano i positivi della casa di reclusione e della casa circondariale di Padova, dove fino a due settimane fa i contagiati erano ben 113. Alla rilevazione di ieri, i contagiati tra i detenuti padovani erano 46, dunque più della metà in meno rispetto a inizio mese. Due di questi si trovano in ospedale, pur non in condizioni gravi, mentre tutti gli altri sono asintomatici.
La situazione è dunque nettamente migliorata in questi ultimi giorni. L'8 aprile, su 149 positivi negli istituti penitenziari del Triveneto, ben 113 si trovavano a Padova: 96 detenuti e 8 agenti di polizia penitenziaria in casa di reclusione, 8 detenuti e 3 lavoratori in casa circondariale. Praticamente un ospite ogni cinque del Due Palazzi risultava positivo al Coronavirus.
Il focolaio padovano è uno di quelli che comunque persiste nel panorama nazionale. Il principale resta a Reggio Emilia, ma è in diminuzione: i casi sono diventati 74 (con 4 ricoverati e gli altri tutti asintomatici) ed erano 107 quattro giorni prima. A Pesaro sono 46 (2 ricoverati, gli altri asintomatici) ed erano 55. Nessun miglioramento invece a Rebibbia femminile, dove le contagiate restano 72, tutte asintomatiche, e a Melfi, dove si contano sempre 56 casi.
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