di Simona Musco
Il Dubbio, 2 giugno 2021
Il sindacato delle toghe "dimentica" i giudici. "Sulla separazione delle carriere ci sono criticità che a me sembrano non superabili. Creare un corpo di pubblici ministeri separato da tutto è probabilmente più pericoloso dell'attuale assetto". La frase tra virgolette è stata pronunciata il 29 aprile scorso, poco più di un mese fa, da Giuseppe Santalucia, presidente dell'Associazione nazionale magistrati. Una frase con la quale il numero uno del sindacato delle toghe ha ribadito la linea del no alla separazione delle carriere, considerata addirittura pericolosa, in quanto la conseguenza che ne deriverebbe sarebbe quella della dipendenza del pm dal potere politico. "È proprio necessario allontanarlo dalla giurisdizione, recidere quel legame di formazione comune e di condivisione di percorsi professionali, pur nella già accentuata separazione delle funzioni, che allo stato definiscono la cornice entro la quale il pubblico ministero può alimentarsi di una cultura delle garanzie?", aveva dichiarato in un'intervista al Riformista.
Per le toghe, d'altronde, è sciocco auspicare una divisione, perché l'indipendenza di inquirenti e giudicanti sarebbe garantita già oggi, senza bisogno di sconvolgere alcunché. Ne è certa, ad esempio, la procuratrice di Verbania, Olimpia Bossi, che ha preso come esempio la decisione della gip Donatella Banci Buonamici - che ha smontato l'impianto accusatorio formulato dalla procura nelle indagini sulla tragedia di Stresa-Mottarone - per ribadire che, nonostante la vicinanza ("prendevamo sempre il caffè insieme"), ognuno riesce a fare il proprio lavoro con il dovuto distacco.
Eppure proprio questo caso ha dimostrato il contrario: non solo grazie al commento della stessa Bossi, che ha deciso di cambiare abitudini rimandando quel quotidiano caffè ad un domani non meglio specificato, come se le decisioni di un giudice contrarie alle posizioni di un pm fossero da considerare una sorta di sgarbo, ma anche grazie alla reazione dell'Anm. È lo stesso sindacato delle toghe, infatti, ad usare due pesi e due misure, difendendo a spada tratta i magistrati che hanno formulato le accuse dai presunti attacchi dei penalisti, accusati di voler esercitare indebite pressioni sulla procura (anzi, sulle procure in generale), solo per aver affermato che quel fermo è stato eseguito in maniera illegittima. Parole considerate un attacco e, dunque, respinte come una minaccia.
Ma la stessa giunta piemontese dell'Anm, che si è espressa dopo il provvedimento del gip, non ha tenuto in considerazione proprio quanto detto dal giudice, che non la sua decisione ha sconfessato il lavoro di quelle toghe, peraltro confermando le osservazioni ritenute "indebite" degli avvocati. "Il fermo è stato eseguito al di fuori dai casi previsti dalla legge", ha scritto Banci Buonamici, di fatto ribadendo quanto già detto dagli avvocati, che pure non erano entrati nel merito della questione. La domanda, formulata anche dalla Camera penale del Piemonte orientale, è d'obbligo: l'Anm non rappresenta, forse, anche i giudici? E perché la difesa d'ufficio è scontata per quei giudici che condannano o confermano le misure cautelari (aderendo alla tesi del pm) e per gli stessi organi inquirenti e non lo è per chi decide, con la stessa autonomia e indipendenza, di sconfessare le tesi dell'accusa? Il legame, allora, è già reciso. E l'Anm, ad oggi, appare proprio essere il sindacato dei soli pm. In caso contrario batta un colpo.
di Giovanni Fiandaca
Il Foglio, 2 giugno 2021
L'ormai lungo romanzo mediatico-giudiziario della cosiddetta trattativa Stato-mafia si arricchisce di un ulteriore capitolo, suggestivo forse sul piano drammaturgico, ma discutibile in punto di diritto: la memoria di 78 pagine depositata dai sostituti procuratori generali Fici e Barbiera nel processo-trattativa con rito ordinario attualmente in fase di appello per contestare la fondatezza dell'assoluzione definitiva dell'ex ministro Calogero Mannino nel processo parallelo con rito abbreviato già conclusosi anche in Cassazione.
Che la procura generale palermitana abbia interesse a tentare di smontare in profondità il predetto giudicato assolutorio è in sé comprensibile: l'accusa originaria rivolta a Mannino (di avere cioè sollecitato per primo il dialogo che esponenti delle istituzioni avrebbero avviato con i vertici mafiosi corleonesi per stipulare patti compromissori in vista dell'interruzione della strategia omicidiaria ai danni di uomini politici colpevoli, secondo Cosa nostra, di non aver voluto o saputo impedire l'avallo in Cassazione delle pesanti condanne piovute nel maxiprocesso) costituiva e continua infatti a costituire il presupposto di tutta la costruzione accusatoria della trattativa; per cui, se cade il primo pilastro, incombe il rischio concreto di un crollo dell'intera struttura argomentativa.
Nondimeno, rimane da chiedersi: è ammissibile che l'organo di accusa del processo-madre prenda in mano la matita blu per segnare i (presunti) numerosi errori motivazionali in cui sarebbero incorsi i giudici di un altro processo per giunta passato al vaglio del giudizio di legittimità? I sostituti procuratori generali ritengono di potersi ergere a super-censori del già deciso avvalendosi del ricorso all'art. 238 bis del codice di procedura penale, cioè di una disposizione normativa approvata subito dopo la strage di Capaci (in cui perse la vita Giovanni Falcone) e concepita appunto per essere applicata soprattutto nei processi di criminalità mafiosa: questa disposizione stabilisce che le sentenze divenute irrevocabili possono essere acquisite in altri procedimenti ai fini della prova dei fatti da esse accertati e sono valutate a norma degli artt. 187 e 192, comma 3, dello stesso codice di procedura (vale a dire unitamente agli altri elementi di prova disponibili).
Evidentemente il legislatore del 1992, disponendo in questo modo, muoveva dalla premessa - funzionale ad una esigenza di economia probatoria - che, essendo Cosa nostra una realtà criminosa unitaria, ogni singolo processo già concluso potesse contenere acquisizioni utili ai fini della condanna di altri mafiosi in processi ancora in corso: insomma, ciascun processo come un tassello che contribuisce alla messa in stato di accusa e alla punizione dell'intera organizzazione criminale. Se così è, sembra allora quantomeno dubbio che lo stesso art. 238 bis possa essere senza obiezioni utilizzato per uscire dal vicolo cieco di giudizi contraddittori sugli stessi fatti, la cui esistenza indebolisce fortemente un'ipotesi accusatoria che si intende nonostante tutto perseguire, e ciò sino al punto di pretendere di ribaltare di fatto e nella sostanza l'esito di processi già legittimamente chiusi.
È vero che esiste pur sempre - come gli stessi procuratori riconoscono - lo sbarramento opposto dal principio del ne bis in idem, grazie al quale Mannino una volta assolto in via definitiva non può essere più formalmente riprocessato per gli stessi fatti. Ma è altrettanto vero che Mannino finisce, per effetto della mossa della procura, col subire ancora una volta la medesima imputazione su di un piano per così dire sostanziale, tornando a rivestire - anche agli occhi della pubblica opinione - il ruolo di un (presunto) colpevole fortunosamente sfuggito alla condanna a causa della (presunta) scarsa perizia dei suoi giudici. È tollerabile un tale accanimento accusatorio fuori tempo massimo, sia pure strumentale alla perseguita condanna di altri supposti protagonisti della trattativa, in uno Stato di diritto degno di questo nome?
Comunque sia, due assunti sembrano a questo punto ricevere una significativa conferma. Il primo è questo: l'esistenza di sentenze contrastanti riprova che l'impalcatura della trattativa è basata su di un teorema che non può in ogni caso essere provato oltre ogni ragionevole dubbio, per cui l'esito dovrebbe essere sempre assolutorio. Il secondo: l'auspicato salto di qualità della nostra giustizia penale esigerebbe, prima ancora che ennesime riforme legislative, un riorientamento culturale volto a contrastare la duplice patologia del teoremismo accusatorio e di un punitivismo oltranzista che tende, per di più, ad assimilare indebitamente giudizio penale, giudizio storico-politico e giudizio morale.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 2 giugno 2021
Nella memoria, depositata alla Corte d'appello dove è in corso il processo trattativa, si criticano le sentenze di assoluzione di Calogero Mannino. Quasi a voler dire, parafrasando Orwell, che ci sono sentenze più uguali delle altre. "Travisamento dei fatti", "mancata assunzione di prova decisiva", "grave illazione fondata sul nulla", "mera illazione", "evidente abbaglio", sono una delle tante considerazioni che il procuratore Generale di Palermo riserva alle motivazioni delle sentenze di primo e secondo grado che hanno assolto, con tanto di pronuncia definitiva della Cassazione, l'ex ministro democristiano Calogero Mannino. Parliamo della memoria depositata alla Corte d'appello di Palermo dove è in corso il secondo grado del processo trattativa Stato-mafia. Più specificatamente la procura generale è entrata nel merito della decostruzione della tesi trattativa e della gestione del procedimento del famoso dossier mafia-appalti, di cui uno dei pubblici ministeri titolari era proprio l'attuale procuratore generale di Palermo, che rappresenta oggi l'accusa nel processo trattativa.
Sono tre le giudici che - avrebbero omesso, travisato, fatto contradditorie motivazioni - In particolare, sono tre le giudici che - a detta del Pg - avrebbero omesso, travisato, fatto contradditorie motivazioni: la gup Marina Petruzzella, il collegio presieduto da Adriana Piras e la compianta Gip di Caltanissetta Gilda Loforti. Quest'ultima merita un ricordo. Era nata a Cefalù il 31 agosto del 1959 ed è scomparsa a soli 49 anni, per una grave malattia che l'aveva colpita nel 2000 e che pareva avere superato con grande energia, sino a un ultimo devastante episodio che il primo aprile del 2008 l'ha portato via. Nella sua breve ma intensa carriera, è stata prima giudice al Tribunale di Nicosia e, poi, al Tribunale e alla Corte di Appello di Caltanissetta. Oggi c'è un'aula del tribunale nisseno a lei dedicata.
Gilda Loforti aveva smentito la teoria della doppia informativa per mafia-appalti - Nella memoria della Procura generale viene citata anche la Loforti, poiché la giudice di primo grado Petruzzella ha reso noto la sua ordinanza di archiviazione del 15 marzo 2000. In particolare il riferimento è al capitolo relativo alla teoria della doppia informativa, ovvero l'accusa da parte dei titolari del procedimento mafia-appalti di allora (e rievocata nuovamente dall'accusa del processo Mannino) che consisteva nel dire che i Ros avrebbero depositato un dossier depurato appositamente dei nomi dei politici importanti.
La compianta Loforti, invece, attraverso un'analisi capillare dei fatti (con tanto di indagini svolte) aveva smentito tale teoria. La giudice Petruzzella l'ha fatto presente nelle motivazioni, respingendo le accuse del pm che, a detta della procura generale di Palermo - così come scrive nella memoria appena depositata - avrebbe fatto "ineccepibili e gravissime considerazioni". Per il Pg l'accusa è ineccepibile, per la giudice Petruzzella evidentemente no. Motivazioni che saranno confermate e ampliate dal collegio guidato dalla giudice Piras. Ma anche in quel caso, come si evince dalla memoria depositata dal Pg, evidentemente non ci hanno capito nulla.
La memoria del Pg è tutta concentrata sulla trattativa - Ma la memoria è tutta concentrata sulla trattativa. Una giudice e un intero collegio, secondo il Pg, non avrebbero assunto prove, a detta loro, decisive. Così come, sempre secondo la procura generale, ci sarebbe stata in più punti una "manifesta illogicità della motivazione assolutoria del Mannino". Tra gli altri rilievi compare anche "l'omessa e contraddittoria motivazione in merito alle dichiarazioni rese da Ferraro Liliana". In sostanza, la Corte d'Appello presieduta dalla Piras avrebbe dunque sbagliato concentrandosi sulle dichiarazioni dibattimentali della Ferraro del 28 settembre 2010, nel procedimento instaurato nei confronti dei carabinieri Mori e Obinu, imputati (e assolti definitivamente) della cosiddetta mancata cattura di Provenzano.
Secondo il Pg la Corte che ha assolto Mannino avrebbe dovuto bacchettare la Ferraro - Come mai questa obiezione? Secondo la memoria del Pg, concentrandosi solo su questo, la Corte presieduta dalla Piras "ha omesso di valutare significative divergenze, palesi omissioni ed evidenti contraddizioni in precedenti e successive audizioni della stessa nella fase delle indagini". Ed ecco che, secondo la procura generale di Palermo, la Corte che ha assolto Mannino avrebbe dovuto bacchettare la Ferraro. Sì, proprio colei che lavorò al fianco di Giovanni Falcone fino alla fine dei suoi giorni. Dedicò vent'anni della sua esistenza professionale alla collaborazione con gli uffici giudiziari, prima per la lotta contro il terrorismo, poi contro la mafia. Fu lei che contribuì alla ristrutturazione del carcere dell'Asinara per far rinchiudere le Brigate rosse, così come dopo, assieme all'ex ministro della Giustizia Claudio Martelli, fu sempre lei a far riaprire le carceri speciali per rinchiudere i mafiosi dopo le stragi di Capaci e via D'Amelio.
Il ricorso rigettato dalla Cassazione - Una vita dedicata alla lotta alla criminalità organizzata. Parliamo della stessa Ferraro che nella sentenza di primo grado sulla presunta trattativa Stato-mafia viene fortemente bacchettata, sottolineando che ha avuto "eclatanti dimenticanze". In questo caso nessuno ha avuto nulla da dire. Ma se delle giudici serie, come quelle del processo Mannino, che non si lasciano fuorviare dalle suggestioni e pressioni massmediatiche, decidono di restituire la giusta dignità a una donna che ha svolto con amore il proprio dovere - per questo rispettata da Falcone e Borsellino -, allora no, non va bene: arriva un pezzo, in realtà molto piccolo ma più rumoroso, della magistratura che si sente superiore ai giudici stessi e addirittura, come in questo caso, alla Cassazione che ha rigettato il loro ricorso.
Lo Stato di diritto e il giudice terzo - Una superiorità manifestata tramite una memoria che, di fatto, colpisce il lavoro del giudice che deve essere terzo e che si pone in una posizione di assoluta indifferenza e di effettiva equidistanza dalle parti contendenti. Questo recita la Costituzione e questo è il pilastro dello Stato di diritto. D'altronde, la memoria dei Pg, ironia della sorte, arriva proprio nel momento in cui è sotto tiro un'altra Gip. Parliamo di Donatella Banci Buonamici, "rea" di aver scarcerato sabato i tre fermati per l'incidente della funivia del Mottarone, mettendo ai domiciliari Gabriel Tadini. L'Associazione nazionale dei magistrati, invece di difendere lei, ha attaccato le Camere penali.
Secondo la memoria depositata la sentenza di primo grado sulla trattativa è l'unica via maestra - Ma ritorniamo alla memoria depositata dalla procura generale. Oramai siamo nella fase in cui si prende come unica via maestra la sentenza di primo grado sulla trattativa: tutte le altre sentenze, anche definitive, valgono come la carta straccia. Sbagliano i tre gradi giudizio sul processo a Mannino che smentiscono la trattativa, sbagliano le sentenze del Borsellino Quater che escludono categoricamente la presunta trattativa collegata con l'accelerazione della strage di Via D'Amelio, sbagliano le due decisioni del processo Capaci Uno e Capaci bis che individuano il movente mafia- appalti come causa della strage, escludendo teorie fantasiose come quelle del "doppio cantiere" nella fase di esecuzione della strage dove perse la vita Giovanni Falcone. Sembrerebbe proprio che gli unici a non sbagliare siano quelli che - inquirenti e giudicanti - da Palermo sostengono la tesi della trattativa.
Parafrasando Orwell "ci sono sentenze più uguali di altre" - Siamo arrivati quindi ad Orwell. In particolare parliamo del suo famoso libro "La fattoria degli animali". Un romanzo, tra l'altro, che aveva il compito di smascherare talune ipocrisie. Sì, perché, così ha affermato Orwell, "se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire". Ebbene, il libro parla di un regime che diventa ben presto dittatoriale. Al motto "tutti gli animali sono uguali" viene aggiunto "Ma alcuni sono più uguali degli altri".
di Giuseppe Pignatone
La Repubblica, 2 giugno 2021
I collaboratori di giustizia rimangono a oggi uno strumento fondamentale per conoscere i clan dall'interno ed essere così nelle condizioni di meglio contrastarne le attività criminali. La definitiva scarcerazione di Giovanni Brusca ha suscitato un vivace dibattito nell'opinione pubblica e reazioni molto negative specialmente tra alcuni familiari delle vittime dei delitti di cui egli si è riconosciuto colpevole. Maria Falcone, sorella del giudice assassinato a Capaci, ha invece correttamente commentato la notizia, dicendo: "Umanamente è una notizia che mi addolora, però questa è la legge, che peraltro ha voluto mio fratello, e quindi va rispettata".
In effetti Brusca è stato scarcerato perché ha interamente scontato la pena massima di trent'anni di reclusione inflittagli, in quanto collaboratore di giustizia, invece dell'ergastolo, secondo quanto previsto dalla legge 15 marzo 1991 n. 82, approvata due mesi prima dell'arrivo di Giovanni Falcone al ministero della Giustizia, ma da lui ispirata e fortemente voluta sulla base delle esperienze palermitane, a cominciare dalle dichiarazioni rese nel 1984 da Tommaso Buscetta.
Negli anni precedenti erano stati approvati - a partire dal decreto legge 15 dicembre 1979 n. 625 - ben dieci provvedimenti che prevedevano benefici e agevolazioni sempre più ampie per i terroristi che decidevano di collaborare con lo Stato. Nulla, invece, era stato deciso per la mafia, forse nel convincimento - errato - che per i crimini "politici" si potesse sempre ravvisare una scelta ideologica, non ipotizzabile nel caso dei mafiosi. Oltre a ciò, ragione ben più grave, pesava il fatto che mentre il terrorismo era visto come un pericolo mortale per la Repubblica, nell'opinione pubblica, anche la più qualificata, mancava la consapevolezza della ben maggiore gravità rappresentata dalla minaccia mafiosa. Una miopia che sarebbe perdurata fino alla stagione delle stragi.
La legge del 1991 è invece determinata proprio da questa consapevolezza all'epoca patrimonio di pochi, maturata a fronte della serie infinita di omicidi di esponenti delle istituzioni in Sicilia, specialmente a Palermo, e dei risultati, eccezionali ma non decisivi, del primo maxi-processo. Fu così che 30 anni fa vide finalmente la luce quella disciplina complessiva dei benefici per i mafiosi che decidevano di collaborare con la giustizia, a partire proprio dalla sostituzione dell'ergastolo fino a un articolato sistema di protezione esteso ai familiari.
La legge fa chiarezza anche sui termini e sulle ragioni di questo trattamento premiale: non è in gioco un ravvedimento ideologico, religioso o morale (cui alludeva il termine improprio di "pentiti"), si tratta invece di un contratto tra lo Stato e l'aspirante collaboratore, che si impegna a riferire ciò che sa sull'organizzazione e sui delitti da questa commessi, a cominciare dai propri, ricevendo in cambio la tutela dello Stato. A trent'anni dalla sua approvazione, va riconosciuto che la legge ha raggiunto il suo scopo: centinaia di capi e gregari di Cosa nostra, 'ndrangheta, camorra e mafie pugliesi hanno deciso di collaborare, consentendo di fare luce su numerosissimi delitti, facendone condannare (dopo i necessari riscontri) gli autori, permettendo la cattura di latitanti e la confisca di beni per miliardi di euro. Particolarmente importanti in questo percorso sono state, ovviamente, le dichiarazioni di personaggi apicali quali Giovanni Brusca. Ed è significativo che oggi l'organizzazione mafiosa più potente e pericolosa sia la 'ndrangheta: i collaboratori provenienti dalle sue file sono stati finora in numero ridotto e di rango abbastanza basso, quindi con limitate informazioni a disposizione.
Questo contesto non può essere dimenticato di fronte alla (pur comprensibile) reazione emotiva per la scarcerazione dell'autore materiale della strage di Capaci nonché responsabile dell'assassinio del piccolo Giuseppe Di Matteo, e va anche aggiunto che in passato altre figure responsabili di identica ferocia sono state scarcerate in tempi persino più brevi, nel disinteresse generale. Né va dimenticato che solo poche settimane fa la Corte Costituzionale ha affermato che la possibilità di liberazione condizionale va introdotta anche per i mafiosi condannati all'ergastolo che non abbiano mai collaborato con la Giustizia.
Massimo rispetto, dunque, per le accorate reazioni di famiglie colpite dal lutto per mano mafiosa, ma come ha detto Maria Falcone, lo Stato deve rispettare per primo le leggi che emana. Né alcuna critica può essere rivolta ai giudici della Corte di Appello di Milano che hanno disposto la scarcerazione di Brusca senza alcuna valutazione discrezionale, ma solo conteggiando la riduzione di 45 giorni di pena per ogni sei mesi espiati, secondo la norma da applicare a qualunque condannato che abbia tenuto negli anni un positivo comportamento in carcere. Peraltro, nei prossimi quattro anni Brusca sarà sottoposto a libertà vigilata e per un periodo probabilmente maggiore anche alla sorveglianza connessa alle misure di protezione disposte nei suoi confronti.
Un'ultima notazione. Ormai da anni la prova principale nei processi di mafia è costituita dalle intercettazioni, una prassi investigativa oggetto di feroci critiche da quegli stessi che di fronte alle dichiarazioni dei "pentiti" invocano riscontri "oggettivi", basati su acquisizioni tecniche e non su altri dichiaranti. Tuttavia, i collaboratori di giustizia rimangono a oggi uno strumento fondamentale per conoscere le mafie dall'interno ed essere così nelle condizioni di meglio contrastarne le attività criminali. Sempre che si sia realmente convinti, come ha detto pochi giorni fa il presidente Mattarella, che la lotta alle mafie "deve restare una priorità nell'agenda politica".
di Andrea Carugati
Il Manifesto, 2 giugno 2021
L'amarezza della vedova Montinaro. Maria Falcone: applicata la legge voluta da Giovanni. Salvini: ora cambiare quelle norme. La scarcerazione - dopo 25 anni - del killer di Giovanni Falcone, dell'uomo che ammesso di aver sciolto nell'acido il piccolo Giuseppe Di Matteo, scuote l'Italia. A partire dai parenti delle tante vittime (150) di Giuseppe Brusca, per anni braccio destro di Toto Riina e poi collaboratore di giustizia. Ed è proprio grazie a questa collaborazione che la sua condanna è stata ridotta, e che lui ha potuto lasciare il carcere di Rebibbia per "fine pena" (anche se per 4 anni sarà in libertà vigilata).
"Sono veramente indignata. Lo Stato ci rema contro. Noi dopo 29 anni non conosciamo ancora la verità sulle stragi e Brusca, l'uomo che ha distrutto la mia famiglia, è libero. Io adesso cosa racconterò al mio nipotino?", si domanda Tina Montinaro, vedova di Antonio, il caposcorta di Falcone.
È Maria, la sorella del magistrato ucciso a Capaci, a risponderle indirettamente: "Umanamente è una notizia che mi addolora, ma questa è la legge, una legge che peraltro ha voluto mio fratello e quindi va rispettata. Mi auguro solo che magistratura e le forze dell'ordine vigilino con estrema attenzione in modo da scongiurare il pericolo che torni a delinquere, visto che ha avuto un percorso di collaborazione con la giustizia assai tortuoso". Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, parla di una cosa che "umanamente ripugna". "Ma nella guerra contro la mafia è necessario anche accettare delle cose che ripugnano, accettare la legge anche quando è duro farlo, come in questo caso". Parla anche il fratello del piccolo Di Matteo, Nicola: "Abbiamo fiducia nella magistratura che ci è stata sempre vicina. Se non crediamo nella magistratura non crediamo più nello Stato. Brusca ha ucciso mio fratello ma ha espiato la pena nel rispetto della legge".
Salvini e Meloni cavalcano l'indignazione. "Una schifezza. Non è questa la "giustizia" che gli italiani si meritano", tuona il leghista. "Il 90% degli italiani è contrario alla scarcerazione, Brusca è una bestia. Bisogna cambiare questa legge. Se c'è l'ergastolo a chi dovremmo darlo se non a lui?". "Cambiare la legge", gli fa eco da Forza Italia Licia Ronzulli. "Mai più sconti di pena ai mafiosi", dice Mara Carfagna.
Salvini fa un paragone con sé stesso: "Con 100 omicidi sulle spalle Brusca ha fatto 25 anni di carcere, io ne rischio 15 per aver rallentato e limitato gli sbarchi di immigrati clandestini". Così anche la leader di Fdi: "L'idea che un personaggio del genere sia di nuovo in libertà è inaccettabile, un affronto per le vittime, una vergogna per l'Italia intera".
Per il leader del Pd Enrico Letta è "un pugno nello stomaco che lascia senza respiro e ti chiedi come sia possibile. La sorella di Falcone ricorda a tutti che quella legge applicata oggi l'ha voluta anche suo fratello, che ha consentito tanti arresti e di scardinare le attività mafiose, ma è un pugno nello stomaco". Sulla stessa linea il senatore dem Franco Mirabelli: "No alle strumentalizzazioni, creare le condizioni per ottenere la collaborazione è certamente doloroso ma necessario". A sorpresa il sottosegretario agli Interni Carlo Sibilia, M5S, difende la legge che "dimostra la grandezza della civiltà del nostro paese". "Ben venga che ci sia stata la collaborazione, che ci siano state delle agevolazioni". "Il legista Stefano Candiani s'infuria: "Parole superficiali, sorprende il silenzio del ministro Lamorgese".
Anche Luciano Violante si dice d'accordo con Maria Falcone: "È una legge che ci è servita contro il terrorismo, contro la mafia. Capisco bene lo stato d'animo dei familiari delle vittime, ma come c'è stato l'ergastolo per altri, tipo Riina o Provenzano, che sono morti in carcere, per chi ha collaborato non è così". Claudio Martelli, che da ministro della Giustizia chiamò Falcone a via Arenula, non è d'accordo: "Parlerei di trattamento speciale, anzi indulgente. Mi piacerebbe che venissero messi sul tavolo i conteggi di questo scambio tra Brusca e lo Stato. Il ministero dovrebbe mettere a disposizione le carte, basterebbe un'interrogazione parlamentare".
Pietro Grasso, ex procuratore nazionale antimafia, spiega di "non vedere scandalo nella scarcerazione". "Con Brusca lo Stato ha vinto non una ma tre volte. La prima quando lo ha arrestato, la seconda quando lo ha convinto a collaborare, perché le sue dichiarazioni hanno reso possibili processi e condanne. La terza quando ne ha disposto la liberazione, rispettando l'impegno preso con lui e mandando un segnale potentissimo a tutti i mafiosi che sono rinchiusi in cella e la libertà, se non collaborano, non la vedranno mai". "L'indignazione di molti politici che di codice penale e di lotta alla mafia capiscono ben poco mi spaventa", conclude Grasso.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 2 giugno 2021
La sorella del giudice: doloroso, ma è la legge voluta da mio fratello. Salvini: non è giustizia. Il killer della mafia innescò l'ordigno della strage di Capaci, poi collaborò con i magistrati. Il fine pena è arrivato puntuale, lento ma inesorabile: trent'anni di carcere, che con la liberazione anticipata che si applica a tutti i detenuti - 45 giorni di sconto ogni sei mesi passati in cella, unico beneficio concesso anche ai mafiosi - sono diventati venticinque.
E così Giovanni Brusca, il boss di San Giuseppe Jato che era nel cuore di Riina, l'artificiere che fece esplodere la bomba di Capaci, arrestato nel 1996, è uscito lunedì per l'ultima volta dal carcere romano di Rebibbia. Libero, seppure con qualche residua limitazione e sempre sotto protezione, inserito a pieno titolo nel programma per la sicurezza dei pentiti.
Pentito - Perché questo ha consentito all'esecutorie materiale della strage di Capaci, l'assassino di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e dei tre agenti di scorta di non morire in galera come gli altri boss di Cosa nostra che decisero quello e altri eccidi, e centinaia di omicidi: la collaborazione con la giustizia. Brusca i delitti commessi non riusciva nemmeno a contarli, per quanti erano. Ma grazie alla decisione di confessare, denunciare e far condannare gli altri mafiosi, capi, sottocapi e gregari, ha evitato l'ergastolo; trent'anni sono tanti, ma hanno comunque un termine, e adesso quel termine è arrivato.
Le reazioni - Il leader della Lega Matteo Salvini accusa: "Non è la giustizia che l'Italia merita", mentre Maria Falcone, sorella di Giovanni, commenta: "Umanamente è una notizia che mi addolora, però questa è la legge, che peraltro ha voluto mio fratello e quindi va rispettata". Ma Brusca è l'ultimo pentito della strage a uscire; gli altri che contribuirono a far saltare in aria l'autostrada Palermo-Punta Raisi e che subito o quasi scelsero la via della collaborazione, sono liberi da tempo: Gioacchino La Barbera, Santino Di Matteo e non solo.
Di Matteo fu il primo a confessare, nell'autunno del '93; per vendetta gli rapirono il figlio Giuseppe appena dodicenne, tenuto segregato per oltre due anni, poi ucciso e sciolto nell'acido. Per ordine di Giovanni Brusca. Era l'inizio del '96, al killer chiamato 'u verru, il porco, erano rimasti pochi mesi di libertà. Lo presero il 20 maggio di quell'anno, in provincia di Agrigento, dopo alcuni tentativi falliti in cui agli investigatori erano rimaste in mano solo le camicie firmate che a Brusca piaceva indossare, abbandonate nella fuga. Quella volta invece centrarono l'obiettivo, e il boss non ancora trentenne (è nato il 20 febbraio 1957) venne catturato assieme al fratello Enzo, altro manovale dei Corleonesi, altro pentito libero da tempo.
La collaborazione - La collaborazione di Giovanni Brusca - figlio del boss Bernardo, condannato al maxiprocesso istruito da Falcone e da Paolo Borsellino -- cominciò con un tentativo di depistaggio. All'inizio parlò di patti sottobanco, provò a svelare ambigui contatti con lo Stato e cercò di tirare in ballo l'ex presidente dell'Antimafia Luciano Violante, ma erano bugie orchestrate per mettere in crisi le istituzioni e il pentitismo. Fallito quel tentativo, Brusca decise di collaborare per davvero, e rivelò tanti particolari della strategia messa in campo da Totò Riina, prima per conquistare Cosa nostra e poi per attaccare lo Stato. E lui, Brusca, fu uno dei suoi bracci operativi; se non il più fedele, uno dei più efficaci.
La strage di Capaci - Quando nel 1992 il capo corleonese stabilì di chiudere i conti con i referenti politici da cui si sentiva tradito e di avviare la stagione del terrorismo mafioso per fare fuori i nemici storici, Falcone e Borsellino, Brusca fu l'uomo incaricato di procedere; altri killer inviati a Roma per mettersi sulle tracce del giudice antimafia trasferitosi al ministero della Giustizia avevano fallito la missione, e a quel punto Riina affidò a Brusca la pratica che si sarebbe chiusa il 23 maggio 1992, con l'esplosione sull'autostrada provocata dal radio-comando attivato da 'u verru. Poi - così ha raccontato da pentito - lo zio Totò gli ordinò di organizzarsi per uccidere l'esponente democristiano Calogero Mannino, ma subito dopo gli chiese di rallentare, perché c'era da dare la precedenza a un'altra vittima: Paolo Borsellino.
La trattativa Stato-mafia - Con le sue dichiarazioni Brusca ha dato il via anche alle indagini sulla trattativa Stato-mafia, parlò del papello con le richieste del boss consegnato ai rappresentanti delle istituzioni che "si erano fatti sotto" per chiedere che cosa voleva, e dei successivi rapporti con la politica. Sempre discusso, ma sempre ritenuto sostanzialmente attendibile, Brusca godeva da tempo di permessi premio, talvolta sospesi quando ne ha approfittato per violare qualche regola ma poi sempre ripristinati. Più volte ha chiesto gli arresti domiciliari, puntualmente negati dai giudici. Fino alla fine della pena, arrivata lunedì.
di Giuseppe Di Lello
Il Manifesto, 2 giugno 2021
Giovanni Brusca, pluriomicida di mafia, esce dal carcere dopo aver espiato la pena con 25 anni di reclusione. Ricordando alcune delle sue numerosissime vittime come Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, gli agenti della scorta e, soprattutto, il piccolo Di Matteo, c'è in giro una grande indignazione e perfino stupore per l'entità della pena e, ovviamente per la scarcerazione. Quest'ultima però ha una sua spiegazione nella legge che, per essere uguale per tutti, deve essere uguale anche per Brusca.
La pena di morte è stata cancellata nel nostro sistema sanzionatorio con l'articolo 27 della Costituzione. La pena massima ora è quella dell'ergastolo che però non si sconta mai interamente dato che un ergastolano (o un condannato ad altra pena detentiva), dopo aver superato un percorso rieducativo può essere ammesso ai vari benefici quali l'assegnazione al lavoro esterno, i permessi premio e le misure alternative alla detenzione, fino alla liberazione anticipata.
Una concatenazione di leggi riguardanti i condannati per molti specifici reati (mafia e terrorismo in testa), però, ammette la concessione di questi benefici solo a chi collabora con la giustizia. Così stabilendo, il legislatore ha reso, con l'articolo 4 bis dell'Ordinamento penitenziario, l'ergastolo perpetuo, detto ostativo, per quanti non vogliono collaborare. Giovanni Brusca non ha dovuto dare segni di pentimento interiore, (facili da spendere e difficili da controllare) ma ha collaborato dando così ai giudici elementi per far luce su Cosa nostra e su molti delitti. Brusca ha stretto, cioè, un patto con lo Stato sul piano della reciproca utilità e questo patto lo Stato lo ha rispettato, ieri sottraendolo alla pena dell'ergastolo e oggi scarcerandolo per espiata pena. Uno stato di diritto non poteva fare altrimenti: le leggi sui collaboratori non possono essere esaltate quando permettono successi giudiziari e poi denigrate quando mostrano i loro frutti amari, specie per le vittime e i loro parenti.
La vicenda di Brusca richiama alla mente la quasi coeva indignazione per la recente sentenza della Corte costituzionale proprio sull'ergastolo ostativo. È ovvio che questo tipo di ergastolo, che implica il "fine pena mai", è in conflitto con l'articolo 27 della Costituzione dove si stabilisce tra l'altro che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato", una rieducazione che dovrebbe logicamente portare prima o poi ad una liberazione di quest'ultimo.
L'ergastolo ostativo è stato concettualmente inquadrato nel divieto di cui all'articolo 3 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali per il quale "nessuno può essere sottoposto a torture né a pene o trattamenti inumani o degradanti". Conseguentemente la Corte europea per i diritti dell'uomo (Cedu) da tempo ha stabilito la non conformità alla Convenzione di questa pena.
Anche la nostra Corte costituzionale aveva rilevato la non conformità alla Carta di un divieto che poteva riguardare un condannato che pur non collaborando aveva seguito un percorso rieducativo e non aveva più nessun contatto con la criminalità organizzata. Da poco, comunque, nell'inerzia del parlamento, la Corte con la sentenza del 15 aprile scorso, ha dichiarato la incostituzionalità (condizionata) di quella disposizione per contrasto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione. Dando al legislatore anno di tempo per adeguarla alla Carta poiché "l'accoglimento immediato della questione rischierebbe di inserirsi in modo non adeguato nell'attuale sistema di contrasto alla criminalità organizzata".
Un anno di tempo, quindi, ma la fine dell'ergastolo ostativo è segnata dato che l'inerzia eventuale del parlamento comporterebbe un ulteriore intervento della Corte che, a questo punto, ne sancirebbe la incostituzionalità immediata: c'è da rallegrarsi perché certi meccanismi istituzionali funzionano e riaffermano lo stato di diritto. Comunque apriti cielo anche per questa decisione che, detto per inciso, il consigliere del Csm Di Matteo in televisione ha visto in consonanza con una delle richieste del famoso "papello" di Riina: un quasi concorso esterno in trattativa dei giudici di Strasburgo e della Corte costituzionale?
Alcuni stati hanno già iniziato a togliere l'ergastolo dal loro sistema penale (Spagna, Svezia, ecc.) ma quello che dovrebbe impressionarci di più è l'abolizione dell'ergastolo nella legislazione del Vaticano, una pena che Papa Francesco ha più volte equiparato a una condanna a morte dilazionata nel tempo. Certo con questi chiari di luna è difficile pensare che l'Italia possa raggiungere a breve un tale livello di civiltà giuridica, ma almeno che si contrasti l'indignazione per decisioni che rispettano la Costituzione e le leggi che da essa promanano.
di Davide Varì
Il Dubbio, 2 giugno 2021
Il presidente dell'Anm sulla scarcerazione di Brusca: "Le regole sono state correttamente applicate". "Non credo che il pentitismo abbia esaurito la sua funzione e la sua efficacia nel sistema giudiziario". Lo ha affermato Giuseppe Santalucia, presidente dell'Anm, intervenendo a Studio24, su RaiNews24, commentando la scarcerazione di Giovanni Brusca. Brusca, ha aggiunto, "ha collaborato con la giustizia, ha dato un apporto importante per la ricostruzione di quei fatti e quelle stragi. La legislazione premiale è appunto questo: tu collabori e ti do un premio". È questa "la logica della normativa sul pentitismo, una normativa che ha dato buona prova di sé, perché tanti fatti gravissimi sono stati accertati con sentenze passate in giudicato. Posso capire il turbamento di molti - ha concluso - ma queste sono le regole che sono state correttamente applicate. Non credo che il pentitismo abbia esaurito la sua funzione e la sua efficacia nel sistema giudiziario".
"La liberazione di Brusca, che per me avrebbe dovuto finire i suoi giorni in cella, è una cosa che umanamente ripugna. Però, quella dello Stato contro la mafia è, o almeno dovrebbe essere, una guerra e in guerra è necessario anche accettare delle cose che ripugnano. Bisogna accettare la legge anche quando è duro farlo, come in questo caso", ha invece detto all'AdnKronos Salvatore Borsellino, fratello di Paolo ucciso da Cosa nostra nella strage di via D'Amelio.
"Questa legislazione premiale per i collaboratori di giustizia - ricorda l'ideatore del Movimento delle agende rosse - fa parte di un pacchetto voluto da un grande stratega, Giovanni Falcone, per combattere la mafia, dentro ci sono l'ergastolo ostativo, il 41 bis. Va considerata nella sua interezza ed è indispensabile se si vuole veramente vincere questa guerra contro la criminalità organizzata".
"L'alternativa, in assenza dell'ergastolo ostativo - sottolinea ancora Salvatore Borsellino- sarebbe stato vedere tra cinque anni questa persona libera senza neppure aver collaborato con la giustizia e senza aver permesso di assicurare alla giustizia tanti altri criminali come lui". Al pentimento di Brusca, però, Salvatore Borsellino non crede. "Anche perché la sua collaborazione con la giustizia è stata molto travagliata: in un primo tempo aveva cercato di fingere per minare le istituzioni. Non credo si sia veramente pentito, come, invece, ha fatto Gaspare Mutolo, assassino anche lui, che ha ucciso, strangolandole, 50 persone a mani nude, ma che oggi penso sia una persona veramente cambiata. Di Brusca non ho questa impressione".
Anche perché, è la tesi del fratello del giudice antimafia, "non ha raccontato neanche tutto quello che sa e che avrebbe potuto dire. Sicuramente, però, quello che ha detto è stato tanto e ha permesso di fare tanti processi, di assicurare tanti criminali come lui alla giustizia". Il ritorno in libertà di Brusca può costituire un pericolo? "È fondamentalmente un criminale, di una persona che uccide un bambino e lo scioglie nell'acido dicendo che era come un cagnolino non ci si può fidare appieno. Ma non credo che possa costituire oggi un pericolo".
di Alberto Cisterna
Il Dubbio, 2 giugno 2021
L'evocazione dei demoni mafiosi non basta a condannare se non è accompagnata dalla concreta messa a disposizione della propria opera per conseguire i fini dell'associazione. Ci stanno dentro un mucchio di cose diverse. Ma l'antropologia, la sociologia, la criminologia, la letteratura, la psicologia - ciascuna per la propria parte - non fanno altro che restituirci un'immagine imperfetta di quel cosmo apparentemente noto, continuamente esplorato e anche ampiamente narrato che è la mafia. Da decenni relazioni, libri, sentenze, articoli, pellicole riempiono librerie intere, eppure tutto questo sapere - dall'ondivaga e incerta qualità - non è riuscito a generare punti condivisi, opinioni accettate, posizioni unanimi negli osservatori più attenti.
È vero che, da qualche tempo, di mafia si parla sempre meno e questo, lo diciamo subito, in fondo è un bene. Dopo l'abbuffata mediatica degli ultimi tempi, dopo libri di cassetta frutto di sospette premonizioni su indagini e arresti, dopo serie televisive ampiamente romanzate, dopo carriere discutibilmente lucrate, il chiacchiericcio mafiologico sembra tacere incapace com'è di trovare nuove storie da narrare, nuove gesta da mitizzare.
In questo silenzio il lavoro dei giudici ha però continuato a dipanare matasse e ad affrontare vicende, ponendosi - nella ritrovata continenza mediatica - quesiti importanti e cercando soluzioni che per troppo tempo erano state rimandate. Questa volta è toccato alle Sezioni unite della Cassazione dar risposta a una domanda che a lungo era rimasta latente; forse perché per troppe volte il rumore assordante delle semplificazioni e delle congetture era di ostacolo a una visione laica, moderna, lucida della criminalità mafiosa. Ci si chiedeva da anni ormai, e da oltre un decennio in modo più assillante, se a fondare una condanna per mafia fosse sufficiente sorprendere taluno a recitare giaculatorie e giuramenti, a salmodiare su "Osso, Mastrosso e Carcagnosso", a discettare di pungiute e di pungiuti.
La mainstream giudiziale e le connesse salmerie giornalistiche erano irremovibili sul punto: certo che basta, si ripeteva; l'affiliazione, la ritualità, i santini bruciati, le invocazioni pagane alla divinità sono la sostanza stessa della mafia, sono le stimmate del mafioso che - assoggettandosi a quegli esorcismi - scaccia da sé ogni bene e vende la propria anima al male. Nel cuore di questa visione della mafia e dei mafiosi stavano cose importanti.
C'erano "Il Padrino" di Puzo insieme con "Il giorno della civetta" di Sciascia solo per citare le opere più prestigiose e autorevoli che hanno ampiamente orientato la percezione collettiva del fenomeno mafioso e della personalità dei suoi adepti. La mafia è stata per decenni ostinatamente costretta negli argini di una sorta di sacerdozio malefico in cui i delitti affondavano le proprie radici in personalità ammaliate da riti antichi che gratificavano e, al tempo stesso, rendevano comprensibile il male più efferato.
La parodia degli uomini d'onore intesa come selezione eugenetica di una razza superiore di criminali che - depurato il delitto della sua quotidiana quanta banale contingenza - lo traducevano come parte di una trama di potere più ampia e misteriosa. Quanto di attuale ci sia in questa visione è un altro paio di maniche. Quanto questa impostazione antropologica abbia ispirato indagini, sentenze e condanne è un'altra cosa ancora. Negli anni strumenti d'indagine sempre più sofisticati e pervasivi hanno consentito di documentare, filmare, ascoltare i riti del paganesimo mafioso e hanno concluso che questo fosse sufficiente, che la sola condivisione di questo pantheon ideale popolato di idolatrie pagane potesse bastare per una condanna.
Ora la Cassazione ha posto un punto fermo. Le motivazioni più complete arriveranno, ma la prima informazione provvisoria rilasciata da piazza Cavour rende chiaro che la sola affiliazione, la sola evocazione dei demoni mafiosi non basta a condannare se non è accompagnata dalla concreta ed effettiva messa a disposizione della propria opera per conseguire i fini dell'associazione. Si può essere mafiosi "dentro", nel circuito interiore delle proprie convinzioni, della propria arretratezza culturale e delle proprie aspirazioni, si possano idolatrare gli uomini d'onore e si può anche aspirare a emularli, ma tutto questo non basta per incorrere nel carcere. È una rivoluzione. Forse la più importante da quando, nel 1982, il reato di associazione mafiosa trovò ospitalità nella cittadella codicistica. In quel recinto di norme la mafia, il suo carico di semitoni, di sfumature, di ambiguità persino caratteriali entrarono portandosi dietro commissioni parlamentari, libri, cinema, serie televisive, Joe Petrosino e don Mariano Arena, un cosmo complesso, una filigrana sconnessa in cui cosmologie letterarie e processi penali, in gran parte falliti, nella Sicilia degli anni ' 60 delineavano il mito dell'invincibilità e descrivevano una razza di uomini geneticamente vocati al male. In quella epifania del delitto, in parte reale e in parte immaginifica per opera di un'ineguagliabile letteratura, l'affiliazione era decisiva poiché era la prova stessa di quella scelta irreversibile in favore della violenza e della sopraffazione.
Ora la Cassazione pone un argine a questa impostazione che non solo ha confuso (e non sempre in buona fede) un fossile antropologico con una effettiva realtà criminologica, ma che rischiava di concedere spazio a un diritto del foro interiore, a una diagnostica della morale priva dei requisiti di concretezza e di offensività che devono contraddistinguere ogni delitto. Una visione arretrata, colpevolmente arretrata della mafia e della sua modernità che veniva annacquata da esibizionismi rituali, utili per le conferenze stampa e per vendere libri, ma inidonea a rincorrere la vera e più pericolosa evoluzione delle consorterie, laicizzate dalla politica e dal denaro e spogliate di orpelli sacramentali nelle sue propaggini più temibili.
di Claudia Fusani
tiscali.it, 2 giugno 2021
Brusca è fuori in applicazione della legge sui collaboratori di giustizia. Grazie a lui fatta luce sull'attentato di Capaci e il tema della trattativa tra Stato e Cosa Nostra. Ora è un uomo di 64 anni, libero e con un tesoretto da qualche parte. Il ritorno in libertà di Giovanni Brusca provoca reazioni di legittimo disgusto e qualche insopportabile strumentalizzazione giustizialista. Pochi però, nel corso delle ultime 24 ore, centrano il vero non detto della questione: che pentito è stato U Verru, il porco, il killer di Capaci? Ha raccontato tutto quello che sa o solo quello che gli tornava utile per contrattare con lo Stato una via di uscita? Soprattutto, dov'è il suo patrimonio che non ha mai consegnato e che le indagini hanno confiscato solo in parte?
La collaborazione - Familiari delle vittime, magistrati, forze dell'ordine, tutti sapevano che per la sua liberazione era solo una questione di tempo. Arrestato il 20 maggio 1996 in una villetta nella contrada Cannatello (guidava le indagini Renato Cortese che dieci anni dopo arrestò anche Provenzano), campagna di Agrigento, Brusca inizia a collaborare subito con un gigantesco depistaggio subito smascherato dai magistrati della dda di Firenze Piero Luigi Vigna e Gabriele Chelazzi. Dopo qualche mese inizia a fare sul serio, a svelare preparativi e protagonisti dell'attentatuni di Capaci, a parlare del papello, le richieste di Riina allo Stato per far cessare le bombe dopo le bombe e gli attentati del biennio '92-'93, il primo tassello della trattativa Stato-Cosa Nostra.
"Il porco" diventa tecnicamente collaboratore di giustizia nel 2000 (fu un percorso controverso, pieno di dubbi), questo status consente di evitare l'ergastolo e di ottimizzare la condanna ad un massimo di trenta anni. Che se trascorsi con buona condotta, come Brusca ha fatto, garantiscono a loro volta uno sconto di 45 giorni ogni sei mesi. E così i trenta anni sono diventati 25 e le porte del carcere si sono aperte lunedì sera. Tutto regolare.
Tutto scandito dal contratto che un criminale sottoscrive con lo Stato nel momento in cui si decide che il contributo alle indagini e alla verità di quell'individuo è più importante dell'ergastolo a vita. Che è il massimo della pena prevista dal sistema delle pene italiano. Può risultare una beffa ma Brusca è uscito dal carcere così come stabilito dalla legge. Legge, sui collaboratori di giustizia, voluta proprio da magistrati come Giovanni Falcone, Piero Vigna e Gabriele Chelazzi.
La rabbia - Ma la notizia della liberazione di Brusca è stata deflagrante e non poteva essere diversamente. L'ex capomafia di San Giuseppe Jato che ha confessato "più di cento omicidi ma meno di duecento" tanto fa non aver saputo (o voluto) neppure indicare i loro nomi. Tra queste le cinque vittime di Capaci, Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.
Ha descritto con i dettagli la brutalizzazione del piccolo Giuseppe Di Matteo, sciolto nell'acido mentre Brusca mangiava un panino. Aveva solo 13 anni e pagò per "colpa" del padre, Santino Mezzanasca che aveva deciso di collaborare. Brusca è per tutti, anche per chi segue meno i fatti di mafia, il male fatto persona, l'arroganza del boss di Cosa Nostra che pensa sempre di farla franca, l'uomo che pigiò il bottone sulla collinetta che guardava Capaci e fece saltare in aria 500 kg di tritolo, un km di autostrada e il giudice che aveva trovato il modo di sconfiggere la mafia consapevole che "come ogni fatto umano è destinata ad avere un inizio e una fine". Insomma, un criminale del genere dove può stare se non in carcere a vita?
Le reazioni - Legittime quindi rabbia e indignazione. Soprattutto quelle di famigliari e parenti di vittime. "Un pugno nello stomaco che lascia senza respiro" ha detto Maria Falcone, sorella del giudice assassinato. E però, come lei stessa ha ricordato, "quella legge l'ha voluta anche mio fratello, ha consentito tanti arresti e di scardinare le attività mafiose".
Lucidissimi il fratello e la madre del piccolo Di Matteo: "Umanamente non si potrà mai perdonare. Il dolore della morte di mio fratello non si rimarginerà mai, per mia madre la sofferenza è ancora più grande. Ma abbiamo fiducia nella magistratura che ci è stata sempre vicina. Brusca ha ucciso mio fratello ma ha espiato la pena nel rispetto della legge". Non se ne fa, invece, una ragione Tina Montinaro, vedova del caposcorta di Falcone: "Sapere che uno come Brusca è tornato libero nel rispetto delle leggi, significa che quelle leggi sono sbagliate".
Quello che invece non si comprendono affatto sono le reazioni di politici e parlamentari, soprattutto di centrodestra, che utilizzano questa occasione per piantare le solite bandierine. Quelle del garantismo a senso unico. Per cui, ad esempio, guai a parlare di revisione dell'istituto dell'ergastolo ostativo e del regime del 41 bis come invece hanno chieste due sentenze, una della Corte Costituzionale e anche la Corte europea dei diritti dell'uomo. Tema su cui gli stessi boss stanno da tempo facendo i conti per strappare vantaggi e benefici. Una cosa è certa: quello delle misure antimafia è un terreno minato che deve stare fuori dalle dispute politiche. È un tema di unità nazionale, senza fughe in avanti. Ieri invece i 5 Stelle, alle prese con un'altra giornata no sul fronte del partito che verrà, sono subito partiti lancia in resta chiedendo "svolte sul piano normativo" e alzando polveroni sul rischio che "altri boss possano uscire dal carcere".
Nessun'altra scarcerazione - Tranquilli. Il ministero della Giustizia tramite il Dap ha subito verificato l'esistenza di altre situazioni simili e non ne ha trovate. Nessun altro boss o pentito di elevata caratura criminale sembra destinato a lasciare presto il carcere. Tutti i grandi nomi di Cosa nostra, con l'eccezione del superlatitante Matteo Messina Denaro, stanno scontando l'ergastolo ostativo (che non può essere in alcun modo addolcito da sconti e benefici) al regime del 41 bis sulla base di sentenze definitive.
È il caso dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, mandanti delle stragi del 1992 e del 1993 e dell'uccisione di don Pino Puglisi; del boss catanese Nitto Santapaola e del nipote Aldo Ercolano; di Nino Madonia. Altri boss, tornati in libertà per l'emergenza Covid - tra cui Giuseppe Sansone e Francesco Bonura - sono tornati in cella. Tra i collaboratori più in vista non tornerà in libertà neppure Gaspare Spatuzza, che pure viene considerato uno dei pentiti più affidabili. Al momento sconta l'ergastolo. Piuttosto, occhi e orecchie dei boss sono direzionati sulla riforma dell'ergastolo ostativo e del 41 bis.
Brusca, pentito, collaboratore, opportunista? - Fatta dunque chiarezza su regole, leggi e motivi della scarcerazione, si apre grossa come una casa un'altra domanda: chi è stato veramente Brusca, un pentito vero o un opportunista? Intanto è necessaria una premessa: una cosa è un pentito (lo sono stati Buscetta e Spatuzza che ha attraversato una vera crisi mistica), altra cosa è un collaboratore di giustizia. Il fatto è che la maggior parte dei cosiddetti "collaboratori di giustizia" non sono affatto pentiti di quello che hanno fatto ma "vendono" parte della propria storia, quel tanto che basta, per avere sconti di pena.
Brusca è stato un collaboratore di giustizia. Non un pentito. Utile, anzi necessario per alcune cose. Muto su altre. Lo "scannacristiani" - altro nomignolo conquistato sul campo - ha riempito migliaia e migliaia pagine di verbale, decine e decine di faldoni. L'attentato di Capaci è l'unico fatto del biennio '92-'93 per cui è stato possibile ricostruire dinamica, mandanti e protagonisti.
Senza Brusca non sarebbe stato possibile. Come dimostra il processo gemello di via d'Amelio giunto ormai alla sua quarta edizione (per colpa di un falso pentito, Vincenzo Scarantino). Brusca è stato decisivo anche per ricostruire i rapporti tra Stato e Cosa nostra.
È stato il primo a parlare del famoso papello, nel 1997-1998, con i magistrati di Firenze (titolari dei processi per le bombe in continente Roma, Firenze, Milano) spiegando l'elenco delle richieste di Totò Riina per far cessare l'aggressione a colpi di bombe contro lo Stato. Fu Brusca, insomma, ad aver messo in moto il meccanismo che ha indicato la strada dei "mandanti occulti delle stragi" (un'altra intuizione di Chelazzi), un fascicolo che si rinova nel tempo senza però arrivare ad una conclusione. È stato Brusca che ha fatto scrivere nelle motivazioni della sentenza della corte d'assise di Firenze sulle bombe del '92-'93 che "ci fu una trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra". Così come è stato Brusca a costituite le basi - al di là della modalità e degli esiti di quei processi - per l'inchiesta e poi il processo Trattativa che tra pochi giorni arriverà alla sentenza d'Appello. Cosa nostra miliare ha cominciato ad agonizzare anche grazie a Brusca.
I non detti e i misteri di quel biennio - Così come è vero che Brusca ha taciuto su molti aspetti. Ha deciso cosa dire e cosa no. Sicuramente ha puntato il dito più sui nemici (altre famiglie) che sui compari. E poco nulla ha detto del suo patrimonio. Brusca non ha aiutato, o meno di quello che avrebbe potuto, a raccontare il prima della strage di via d'Amelio, cosa è successo in quei due mesi tra il tritolo di Capaci e quello di via D'Amelio.
Non ha spiegato come sia stato stato possibile che un balordo come Vincenzo Scarantino abbia potuto depistare per sedici anni investigatori e procuratori di razza come Tinebra e Caselli. È stato necessario aspettare il 2008 e la decisione di Gaspare Spatuzza di parlare con magistrati come Piero Grasso, Piero Vigna e Gabriele Chelazzi. Sono ancora tanti i misteri di via d'Amelio: l'agenda rossa, il ruolo dei servizi segreti, per quale dannato o spaventoso motivo in quei mesi dopo Capaci e la morte di Falcone, il suo alter ego, Borsellino non era stato blindato in ogni suo passo. Sono tanti ancora e purtroppo i misteri di quella stagione. Non c'è dubbio che Brusca avrebbe potuto dire di più. Essere più collaborativo.
I silenzi - Di sicuro il killer di Capaci è stato bravissimo a dire poco o nulla del suo tesoretto. È agli atti un dialogo avvenuto in aula a Palermo durante una misura di prevenzione. Brusca ha raccontato ai magistrati che avrebbe "guadagnato 200 milioni di vecchie lire solo con gli appalti truccati", altri 200 milioni sarebbero arrivati "per aver realizzato una stradella".
Insomma, Giovanni Brusca ha molto probabilmente un tesoretto da qualche parte che non ha mai messo a disposizione della magistratura. E che ora, libero a 64 anni, può immaginare di andare ad usare per una serena pensione. Se c'è qualcosa di giuridicamente sbagliato in questa storia è questo: chi decide che è sufficiente dire un po' e non tutto? Perché la consegna dei beni materiali non diventa imprescindibile per accedere agli sconti di pena? Brusca ha sempre negato di avere altri beni. L'ex procuratore antimafia, poi presidente del Senato Piero Grasso ieri ha detto che "lo Stato ha vinto tre volte contro Brusca: quando lo ha arrestato, quando lo ha convinto a collaborare, quando ne ha disposto la scarcerazione rispettando l'impegno preso". Ora lo Stato deve mettere in conto una quarta partita: la confisca totale dei beni frutto di malaffare, se esistono da qualche parte esistono.
L'ultima zampata - Per dire che tipo è Brusca, basta raccontare cosa ha fatto tre giorni prima di uscire dal carcere. Lo ha raccontato il suo avvocato storico Luigi Li Gotti all'agenzia Adnkronos. "Brusca mi ha chiamato tre giorni fa al telefono e mi ha detto di fare attenzione perché 'faccia da mostro' non è il poliziotto Giovanni Aiello (presunto agente dei servizi segreti, ndr)". Così, all'improvviso, giusto tre giorni prima di uscire, Brusca si ricorda di aggiungere un pezzo alla storia. Un pezzo che conta perché riguarda la regia e l'esecuzione della strage di via d'Amelio. E gli indizi che sembrano portare alla presenza di servizi segreti (deviati?) Sia nella fase della preparazione della 126 che nelle ore dell'attentato. Tre giorni prima di uscire dal carcere Brusca si preoccupa di dire che "i servizi segreti in quella storia non c'entrano". Anzi, il boss suggerisce: "Andate a guardare la fotografia del mafioso pentito Vito Galatolo e vedete che faccia ha". Sarebbe Galatolo l'uomo con la faccia butterata di cui parla Spatuzza?
Spatuzza all'epoca non era affiliato a Cosa Nostra e dunque potrebbe non aver conosciuto Galatolo. Ma "è lui - dice Brusca - l'uomo con la faccia deturpata presente in quel garage". Li Gotti parla di "sfogo". "Ma quale agente dei servizi segreti, non ce n'era bisogno" si è "sfogato" Brusca con il suo avvocato. È questo il problema dei collaboratori di giustizia: non la raccontano mai tutta. E aggiungono sempre un pezzo.
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