comune.fi.it, 24 aprile 2021
"Verso il 25 aprile in Santo Spirito, Rifondazione organizza un'iniziativa sul superamento delle logiche repressive, a partire da una riflessione sugli istituti penitenziari, insieme al consigliere comunale Dmitrij Palagi e l'Associazione Progetto Firenze".
La Firenze Antifascista ha organizzato il tradizionale 25 aprile in piazza Santo Spirito tenendo conto dell'emergenza pandemica in cui siamo immersi. Si eviteranno quindi situazioni di assembramento, si rispetterà il distanziamento e ci si concentrerà sugli interventi politici, rispettando tutte le disposizioni previste per evitare il diffondersi di Sars-CoV-2.
Il nostro gruppo consiliare sarà ovviamente presente e il consigliere comunale Dmitrij Palagi parteciperà all'iniziativa "verso la Liberazione" organizzata dal Partito della Rifondazione Comunista, dove è stata invitata anche l'Associazione Progetto Firenze.
Si partirà dall'impegno di questi mesi sul tema degli istituti penitenziari, per discutere dei meccanismi di repressione dentro e fuori il carcere, contestando un modello di società dove il controllo si fa sempre più ossessivo e invadente, come dimostra la gara a chi vuole più telecamere sul territorio, tra Partito Democratico e destre. L'iniziativa sarà oggi - alle 18.00 - e si potrà seguire in modalità telematica, su YouTube (https://youtu.be/59w8NOQSp8s) o su Facebook (
Oltre a Dmitrij Palagi e Massimo Lensi (Associazione Progetto Firenze) saranno presenti Italo Di Sabato (Osservatorio Repressione), Bruno Mellano (garante delle persone private della libertà della Regione Piemonte) ed Eleonora Forenza (già eurodeputata e della direzione nazionale del Partito della Rifondazione Comunista).
di Fiorella D'Auria
diritto.news, 24 aprile 2021
La Camera Penale di Bologna "Franco Bricola", unitamente al proprio Osservatorio Carcere, esprime grande preoccupazione per la situazione di allarmante sovraffollamento della popolazione detenuta all'interno della Casa Circondariale.
È stato diffuso un comunicato del Consiglio Direttivo e dell'Osservatorio Diritti umani, Carcere e altri luoghi di privazione della libertà, in cui si legge: "La Camera Penale di Bologna 'Franco Bricola', unitamente al proprio Osservatorio Carcere, esprime grande preoccupazione per la situazione di allarmante sovraffollamento della popolazione detenuta all'interno della Casa Circondariale di Bologna. Attualmente le presenze si attestano sulle 750 unità, a fronte di una capienza regolamentare di 500″.
Secondo la nota, ripresa dal sito bolognatoday.it, lo stato di emergenza dovuto alla pandemia in atto, imporrebbe l'adozione di misure deflattive, allo scopo di ridurre il rischio di contagio all'interno del carcere, che rappresenta, per ovvie ragioni, una realtà in cui è complicato mantenere adeguati parametri di distanziamento.
La nota così prosegue: "Se è vero che l'emergenza sanitaria costituisce solo la punta dell'iceberg del problema di grave sovraffollamento, che caratterizza ormai da troppo tempo l'Istituto di pena bolognese, è altrettanto evidente che si deve porre rimedio a tale gravissima situazione anche attraverso un uso corretto delle misure sostitutive al carcere, sia nella fase della cognizione che dell'esecuzione della pena".
E oltre a ciò: "Sono difatti ancora troppi i detenuti in attesa di giudizio, per i quali l'applicazione della misura cautelare in carcere, prevista dal legislatore quale extrema ratio, è spesso inflitta in maniera spasmodica dal Giudice della Cognizione, talvolta anche in spregio delle eventuali condizioni soggettive che possono essere valorizzate per l'applicazione di una misura diversa dal carcere. Parimenti, le misure alternative alla detenzione meriterebbero una più ampia applicazione, in ottemperanza alla finalità rieducativa della pena prevista dall'art. 27 della Costituzione".
di Emiliano Squillante
Il Manifesto, 24 aprile 2021
L'annuncio dal carcere dell'oppositore russo dopo le manifestazioni di mercoledì scorso, a cui sono seguiti centinaia di arresti. Mosca alla comunità internazionale: "Concentratevi sui vostri problemi". L'oppositore russo Aleksej Navalnyj ha annunciato la fine dello sciopero della fame, iniziato il 31 marzo scorso per protestare contro le condizioni della sua detenzione a seguito dell'arresto nel quadro del caso Yves-Rocher. L'annuncio arriva dopo le manifestazioni di mercoledì scorso, durante le quali, secondo Navalnyj, è stato "ottenuto abbastanza da revocare lo sciopero".
Le condizioni dell'attivista erano andate peggiorando negli ultimi giorni, tanto da richiedere un trasferimento in una struttura civile nella regione di Vladimir - dove sta scontando la sua detenzione - per accertamenti: una situazione che ha spinto giovedì anche i suoi medici personali a esprimersi contro un ulteriore digiuno che a loro dire avrebbe potuto causarne la morte.
Dopo aver esaminato i referti delle analisi svolte in ospedale, lo staff ha richiesto il trasferimento in una struttura a Mosca, per consentirgli di ricevere un trattamento adeguato alle sue attuali condizioni. Lo stop allo sciopero della fame arriva a seguito delle manifestazioni di mercoledì che secondo i dati di organizzazioni come Ovd-Info hanno portato a un totale di 1.631 arresti in tutta la Russia. Le proteste sono state particolarmente intense a San Pietroburgo, in cui si contano 743 fermi, mentre sono solo 26 quelli registrati a Mosca.
Sempre divergenti, invece, i numeri forniti dalle autorità e dallo staff di Navalnyj sulla partecipazione alle manifestazioni: mentre il ministero dell'Interno parla di 6mila persone a Mosca e 4.500 a San Pietroburgo, lo staff dell'attivista riferisce rispettivamente di 10-15 mila e 6-8 mila. Numeri che, anche considerando le grandi manifestazioni in città come Ekaterinburg, Novosibirsk e Omsk, appaiono ridotti rispetto allo scorso gennaio, complice anche il discorso alla nazione di Vladimir Putin mercoledì scorso.
Nel frattempo, con la possibilità di nuove manifestazioni nel fine settimana, dalla comunità internazionale proseguono le richieste per il rilascio dell'oppositore, a cui le autorità di Mosca hanno risposto in maniera secca. La portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova ha invitato i "paesi occidentali" a "concentrarsi sui loro problemi": "Molti associano le sue condizioni a un avvelenamento da armi chimiche: se siete così preoccupati fornite tutto il materiale su ciò che gli è successo, cosa che non è stata ancora fatta".
Il Riformista, 24 aprile 2021
Affetto da una grave forma di artrite reumatoide che lo immobilizza da anni, il prossimo 27 aprile alle ore 12, presso la Procura di Arezzo, Walter De Benedetto affronterà la udienza decisiva del processo che lo vede imputato per coltivazione di sostanza stupefacente in concorso. Il paziente, indagato per aver coltivato cannabis, si era trovato a lungo senza terapia - nonostante la regolare prescrizione - a causa delle carenze del Sistema Sanitario.
Rinviato a giudizio lo scorso 23 febbraio, in quell'occasione era stato incardinato il rito abbreviato, condizionato alla produzione documentale, come aveva spiegato l'avvocato Claudio Milgio che, insieme al collega Lorenzo Simonetti, segue il caso. "Non è un problema solo di Walter. La filiera degli attori che compaiono in questo caso è molto più ampia del semplice rapporto imputato/tribunale: dal momento in cui la farmacia ospedaliera non procura al paziente la medicina per la quale ha una regolare prescrizione, lasciandolo di fatto senza terapia, il paziente è lasciato solo dallo Stato" aveva dichiarato il legale Simonetti.
A febbraio, uscendo dall'aula dove era arrivato in ambulanza, De Benedetto aveva dichiarato: "Mi assumo la mia responsabilità, questa è una battaglia in cui non ci sono solo io, credo nella giustizia e nella legge, mi sento a posto con la mia coscienza".
Sono numerosi infatti i pazienti che, trovandosi in condizioni analoghe, hanno deciso di raccontare la propria storia attraverso la campagna Meglio Legale. È il caso di Alfredo Ossino, Maresciallo Capo della Guardia di Finanza, in congedo a causa di un deficit-funzionale della colonna vertebrale. Oppure la quarantenne Stefania Lavore affetta dalla malattia di Parkinson di origine genetica. E ancora, Mara Ribera, che denuncia come "il dolore non può essere parte integrante della vita delle persone, soprattutto laddove si è riscontrato che l'utilizzo di cannabis terapeutica riesce a garantire una vita migliore".
E poi il trentenne Carlo Monaco, affetto da anoressia nervosa, e Paolo Malvani che soffre di dolore neuropatico causato da un incidente stradale, e Rosario D'Errico la cui decisione di procedere con la coltivazione domestica, data l'assenza di terapia, l'ha portato ad avere problemi con la giustizia e un processo penale con conseguente perdita del lavoro. Donato Farina, trentunenne di Padova, ha dovuto supplire con gli antidolorifici le lungaggini della prescrizione medica; fino alla storia di una bambina di dodici anni che solo grazie alla cannabis terapeutica riesce a controllare gli spasmi epilettici causati dalla sua rarissima patologia.
In Italia la cannabis terapeutica è legale dal 2007 ma, a causa dello scarso quantitativo prodotto dallo Stato, la distribuzione è spesso assente. Per quanto la legge preveda che il medico possa prescrivere questa terapia a carico del Servizio Sanitario Nazionale, molto spesso il farmaco non si trova in farmacia, portando chi ne fa uso all'assenza di terapia. Inoltre, lo stigma creato intorno alla pianta rende difficile anche il processo di prescrizione. Due fenomeni, questi, che legati alla scarsa informazione in merito rendono molto complesso l'approvvigionamento della terapia.
"Era il 28 aprile del 2007 quando con il Decreto Turco si riconobbe in Italia l'efficacia terapeutica del THC riconoscendo la cannabis terapeutica come adiuvante nella terapia del dolore. Quattordici anni dopo, il prossimo 27 aprile, Walter comparirà davanti a un giudice rischiando fino a sei anni di carcere per aver coltivato la sua medicina.
Noi di Meglio Legale naturalmente saremo ad Arezzo per supportarlo." - ha detto Antonella Soldo, coordinatrice della campagna - "Il suo caso è tra i più conosciuti, ma non è l'unico: migliaia di pazienti si sono scontrati con l'impossibilità di avere diritto alle cure con questa terapia. Meglio Legale ogni giorno riceve messaggi con storie simili alla sua e richieste di supporto. Storie alle quali il Parlamento dovrebbe rispondere con urgenza".
Lo scorso ottobre De Benedetto si era rivolto al Presidente della Repubblica chiedendo che fosse rispettato il diritto alle cure previsto dalla Costituzione: l'appello, supportato da Meglio Legale insieme all'Associazione Luca Coscioni, ha raccolto oltre 20.000 firme depositate presso il Quirinale lo scorso 16 aprile.
di Leo Lancari
Il Manifesto, 24 aprile 2021
Per due giorni nessuno ha risposto alle segnalazioni di Alarm Phone in un tragico scaricabarile tra autorità libiche ed europee. È l'immagine di una strage. Il corpo senza vita di un uomo che galleggia nell'acqua del mare, leggermente piegato sul lato sinistro, il volto rivolto verso il fondale, le gambe unite e le braccia che sembrano conserte. Una immagine che ricorda altre stragi del passato. Se non fosse per il giubbotto che gli cinge il torace in un vano tentativo di salvezza, potrebbe essere la vittima di un disastro aereo, cosa che sicuramente avrebbe impegnato navi e aerei di molti Stati nelle operazioni di soccorso.
Invece è il corpo di un migrante, uno dei 130 dispersi in un naufragio avvenuto giovedì a nord est di Tripoli, in Libia, e del quale fino a ieri sera erano stati ritrovati solo tredici corpi. "Abbiamo navigato in un mare di cadaveri" ha raccontato Alessandro Porro, il presidente di Sos Mediterranée che si trova a bordo della Ocean Viking, la nave che insieme a tre mercantili ha disperatamente provato a soccorrere i migranti. Cosa che non ha fatto la cosiddetta Guardia costiera libica, sebbene allertata in tempo da Alarm Phone. Ma neanche le autorità europee, italiane comprese, rimandando a Tripoli il compito di intervenire.
L'accusa arriva dalle ong, ma non solo. A puntare il dito contro l'Europa che ancora una volta ha fatto finta di non vedere è direttamente l'Onu: "Gli Stati sono rimasti inerti e si sono rifiutati di agire per salvare le vite di oltre cento persone" ha denunciato su Twitter la portavoce dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), Safa Msehli.
"Loro hanno implorato e lanciato chiamate di emergenza per due giorni, prima di affondare nel cimitero blu del Mediterraneo. È questa l'eredità dell'Europa?", ha chiesto la portavoce. Accuse che arrivano nello stesso giorno in cui al Viminale la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese riceve la ministra degli Esteri di Tripoli Najitla el Mangoush alla quale ha assicurato il sostegno italiano al nuovo corso libico.
Ripercorse oggi, le ore che hanno preceduto l'ultima strage del Mediterraneo sono la cronaca di un'omissione di soccorso. La prima segnalazione sul barcone affondato e su altre due imbarcazioni in difficoltà è di mercoledì 21 aprile. A lanciarlo è Alarm Phone che da qual momento rimane per dieci ore in contatto con i migranti che chiedono aiuto. Alle 11.51 invia via email la richiesta di intervento alle autorità competenti: "Ciò significa - spiega Alarm Phone - che da quel momento in poi, i seguenti attori erano a conoscenza di questa imbarcazione in difficoltà: Mrcc Italia, Rcc Malta, la cosiddetta Guardia costiera libica, Unhcr, e i soccorritori delle ong".
Alle 13 - dopo vari tentativi, Ap riesce a contattare il barcone: "Ci hanno trasmesso la loro posizione Gps e hanno dichiarato che c'erano circa 130 persone a bordo, tra cui 7 donne, una delle quali era incinta. Erano su un gommone e hanno detto che il mare era agitato. Abbiamo immediatamente informato le autorità competenti e reso pubblico il caso".
Verso mezzogiorno, prosegue Alarm Phone, "abbiamo informato Mrcc Italia, il centro di coordinamento dei soccorsi marittimi di Roma, che la nave mercantile Bruna era vicina al caso di emergenza e sarebbe potuta intervenire. Tuttavia, Bruna ha proseguito la sua rotta". Alle 16:11 "Mrcc Italia ci comunicava, in una conversazione telefonica, che avremmo dovuto informare le autorità competenti sul caso di emergenza". Il riferimento è a Tripoli, che però AP riesce a contattare solo alle 16:44 quando a rispondere è "un ufficiale libico che ha dichiarato che erano a conoscenza di tre barche e che le stavano cercando con la loro motovedetta Ubari".
Non succede nulla però fino alle 19,53, quando la Ocean Viking annuncia di aver cambiato la sua rotta per soccorrere i naufraghi. "Alle 22.52 - prosegue AP - abbiamo parlato di nuovo con Mrcc Italia e spiegato che non eravamo mai stati in grado di contattare le autorità libiche. L'ufficiale italiano ci ha detto: "Stiamo facendo il nostro lavoro, chiamate se avete nuove informazioni". Alle 00:22 ci siamo finalmente messi di nuovo in contatto con le autorità libiche. L'ufficiale libico ci ha detto che non avrebbero cercato la barca in difficoltà perché le condizioni meteorologiche erano troppo brutte. Abbiamo scoperto che la cosiddetta Guardia costiera libica aveva nel frattempo intercettato un'altra imbarcazione, che aveva a sua volta allertato Alarm Phone, con a bordo circa 100 persone - in questo caso, una donna e il suo bambino sono morti. Alle 00:55 viene informata Mrcc Italia che la Guardia costiera libica non avrebbe condotto un'operazione di ricerca. Il giorno dopo, il 22, alle 9:30, abbiamo parlato di nuovo con Mrcc Roma, chiedendo un'azione immediata. L'ufficiale italiano ha detto: "Chiamateci se avete nuove informazioni, sappiamo della barca".
Il risultato è che nessuno tra quanti vengono contattati interviene e quando la Ocean Viking arriva nel punto indicato è ormai tropo tardi. "130 persone annegate. Le autorità dell'Ue e Frontex sapevano del caso di emergenza, ma hanno negato il salvataggio", accusa la ong tedesca Sea Watch. In serata fonti della Guardia costiera italiana rispondono alla ricostruzione fatta da Alarm Phone spiegando di aver individuato i mercantili che erano più vicini all'area nella quale era stata segnalata la presenza di imbarcazioni con a bordo migranti e di averli comunicati alle autorità libiche.
Sempre in serata si fa sentire il presidente del parlamento europeo, David Sassoli: "È oramai chiaro - afferma - che le politiche nazionali non sono in grado di gestire con umanità ed efficacia i movimenti di migranti e richiedenti asilo. È su queste omissioni che si misurano le responsabilità delle morti in mare". Da parte sua, invece, Matteo Salvini non perde l'occasione per attaccare chi difende le ong: "Altri morti, altro sangue sulla coscienza dei buonisti che, di fatto, invitano e agevolano scafisti e trafficanti", dice il leader della Lega.
di Maurizio Ferrera
Corriere della Sera, 24 aprile 2021
In questa fase ciò che divide è la questione della "soglia": a che punto i rischi economici diventano più rilevanti di quelli sanitari? Aperturisti e chiusuristi: questi due neologismi segnalano la comparsa di una nuova linea di conflitto intorno alla gestione della pandemia.
Come mostrano le tensioni di questi giorni fra governo, regioni e partiti, da un lato c'è chi spinge per aprire subito le attività, dall'altro chi le vorrebbe tenere ancora chiuse, almeno in parte. Ciò che divide è la questione della "soglia": a che punto i rischi economici diventano più rilevanti di quelli sanitari? Gli aperturisti ritengono che il punto sia stato raggiunto e stanno dando battaglia politica per abolire i vincoli. La loro quota oscilla fra il 30 e il 50 per cento di chi risponde ai sondaggi.
Secondo gli scienziati, la pandemia durerà ancora a lungo. Dovremo perciò abituarci al tira e molla. Ma c'è di più. La sfida del Covid è destinata a intrecciarsi con quella ambientale. In parte è già così: sappiamo che l'inquinamento aumenta il rischio di contagio. Le forti preoccupazioni emerse dal Summit sul cambiamento climatico, conclusosi proprio ieri, indicano che il degrado ecologico richiede sforzi massicci non solo per la prevenzione e la tutela della salute, ma anche per una radicale svolta nei modelli di produzione e consumo, di organizzazione sociale e del welfare.
Come per la pandemia, la battaglia contro le minacce ambientali imporrà molti sacrifici, inevitabilmente distribuiti in modo diseguale. I costi saranno infatti concentrati su quei settori che causano maggiori emissioni nocive, più danni all'ambiente. La spesa pubblica e il prelievo fiscale dovranno essere ricalibrati in base al nuovo mix di rischi e bisogni. Ad esempio occorrerà prevedere compensazioni eque per i gruppi sociali e i territori perdenti, nonché finanziare la riqualificazione ecologica. Sarà necessario aumentare le imposte o tagliare alcune voci di spesa, per salvaguardare la sostenibilità di bilancio. Programmare una transizione "giusta" non è troppo difficile sulla carta ma, come ha insegnato l'esperienza dei ristori, l'attuazione pratica sarà tutt'altro che agevole.
Per qualche anno, i costi saranno almeno in parte assorbiti dai fondi Ue. Ma la questione della soglia è destinata a diventare più scottante e controversa. Il virus uccide qui e ora, i suoi effetti sono immediatamente visibili, tutti siamo esposti al rischio. Invece il cambiamento climatico produce danni in modo meno evidente, spalmati nel tempo. Il saldo costi/benefici delle misure di sostenibilità avrà livelli di tolleranza più bassi rispetto al Covid, aumentando così il potenziale di protesta sociale.
Ogni fase storica ha le proprie sfide di governo e le sue dinamiche di conflitto. Nella seconda metà del Novecento la sfida principale è stata quella di conciliare capitalismo, democrazia e welfare, rispondendo alla lotta di classe. La nuova fase riguarda soprattutto la conciliazione fra benessere e sostenibilità e dunque la gestione dei conflitti "eco-sociali". Questi ultimi saranno più complessi di quelli novecenteschi. Si incroceranno infatti due diverse linee di contrapposizione. La prima opporrà chi è a favore di regole più stringenti sulle varie attività produttive, da un lato, e chi è invece preoccupato della redditività e persino della sopravvivenza di quelle stesse attività. La seconda divisione opporrà chi appoggia un nuovo modello di spesa e di tassazione a chi invece difende il welfare e il fisco così come sono oggi.
Il nostro Paese è pronto e attrezzato per affrontare questo scenario? Come gli altri europei, secondo i dati Eurobarometro la maggioranza degli italiani è preoccupata per i nuovi rischi che riguardano salute e ambiente. Vi sono però significative differenze: i ceti più disagiati, i lavoratori autonomi e in generale quelli con basse qualifiche, nonché coloro che si dichiarano di destra tendono ad essere meno preoccupati. Altre ricerche segnalano che in Italia è particolarmente ampio il segmento che privilegia il mantenimento del welfare esistente rispetto a misure con finalità ecologiche. Abbiamo anche una quota più alta di eco-scettici: chi attribuisce poca importanza alle sfide ambientali.
Se è così, la strada della sostenibilità incontrerà da noi parecchi ostacoli, incluso il rischio di una intensa polarizzazione eco-sociale. Nel breve periodo, è molto importante che il governo riesca a spendere in modo efficace tutti i fondi europei, in modo da promuovere la transizione verde e digitale limitando i sacrifici economici per i cittadini. I leader politici responsabili farebbero bene tuttavia a elaborare strategie di medio e lungo periodo per sensibilizzare l'opinione pubblica e aggregare intorno all'obiettivo della sostenibilità un'ampia coalizione sociale, motivata - per dirla con Weber - da interessi non solo materiali, ma anche ideali. Proprio come avvenne in passato, e in tutta Europa, per la costruzione di quel modello sociale che tutto il mondo ci invidia.
di Nello Scavo
Avvenire, 24 aprile 2021
È vietato ma gli uomini di Tripoli recuperano i barconi e i motori usati dai migranti e li riportano a terra perché siano riutilizzati. E bloccano i voli della Ong che li riprendono, smascherandoli
Ciò che resta di un naufragio in mare. Migranti vittime dei trafficanti e di chi si gira dall'altra parte. La Sar libica è un'invenzione italiana. E lo è anche l'ultima nata tra le milizie del mare. Solo che è stata avvistata a recuperare gommoni e motori. L'assenza di testimoni scomodi spesso impedisce di sapere cosa accade davvero a ridosso delle coste libiche. Ma stavolta alcune immagini gettano nuove ombre sui guardacoste equipaggiati dall'Italia. Le regole sono chiare. Se un barcone di migranti viene individuato in mare deve essere distrutto e affondato dopo avere messo al sicuro i naufraghi. Invece l'ultima arrivata tra le guardie costiere libiche ha preso l'abitudine di riportare a terra gli scafi ancora in grado di navigare.
Le immagini ottenute da "Avvenire" sono di alcuni giorni fa. Recentemente il comando della missione Ue Irini ha ammesso che esistono "diverse guardie costiere in Libia", ma le marine militari dell'Ue si fidano solo "di quella di Tripoli". In particolare si tratta del Gacs, una polizia marittima che risponde al ministero dell'Interno libico e viene formata a Gaeta, presso strutture della Guardia di finanza. All'ultimo corso di formazione un ufficiale libico non si è presentato in aeroporto per tornare in patria, ed ora è irregolare da qualche parte in Europa.
di Andrea De Lotto
pressenza.com, 24 aprile 2021
Un paio di settimane fa, quando intervistai il Garante per i detenuti nominato dal Comune di Milano, Francesco Maisto, scoprii che il Garante nazionale, Mauro Palma, aveva visitato il CPR di via Corelli, aperto 5 mesi fa, più di quello del comune di Milano. Scrissi quindi una mail sul loro sito ufficiale, chiedendo la possibilità di fargli un'intervista. Della serie: tentar non nuoce. Sarà una coincidenza, ma dopo poco più di un'ora dalla pubblicazione del mio articolo in cui trattavo del suo rapporto, ricevo una breve mail dalla sua segreteria che dice di chiamare il giorno dopo un certo numero di cellulare per parlare con il "Presidente". Non capisco se è per fare direttamente l'intervista, chiedo, ma non mi dicono di più...
Il giorno dopo sono a scuola, saluto i miei studenti alle 14 e mi attacco al telefono. Occupato. Alle 14 e 15 provo un'ultima volta, scendo le scale e vado a prendere la mia bici. Proprio in quel momento suona il telefono: "Sono Mauro Palma...."
Ferma tutto!!! Rilega la bici, torna su per le scale, col fiatone mi presento, lo saluto e lo ringrazio, non voglio perdere l'occasione per poter parlare con lui. Si scusa, era dentro a Regina Coeli (o Rebibbia... non ricordo). Iniziamo a parlare. Ha letto il mio articolo e non ha nulla da eccepire. Gli spiego il lavoro che faccio: insegno in un Cpia (Centro Provinciale Istruzione Adulti), gli racconto che quando chiusero il Centro di accoglienza straordinaria (CAS) di via Corelli noi perdemmo dalla sera alla mattina decine di studenti. Fu duro per noi, ma ancor più per loro. Gli dico, affettuosamente, che sono di parte. Lui capisce.
Gli chiedo come fa ad occuparsi di tutte le carceri italiane e in più dei CPR, mi sembra un'impresa titanica. Mi risponde che si deve occupare anche delle RSA. Rimango sbalordito, temo di aver capito male, tanto che il giorno dopo vado a verificare sul sito ed è proprio così: vi trovo una lunga relazione che parla di RSA... certo che andrebbe fatta una seria riflessione sul fatto che le RSA siano "avvicinate" a carceri e CPR.... Quasi si prevedesse quello che è successo in quest'ultimo anno di vera reclusione...
Mi dice che il lavoro è tanto, ma ci sono 30 persone che lavorano con lui. Il suo incarico è avvenuto per nomina del Presidente della Repubblica, dura sette anni, ne ha ancora due. E' stato il primo, era tutto da costruire, da inventare, è riuscito a fare molto per coordinare i garanti locali, regionali, c'è ancora molto da fare, ma, appunto, ha ancora due anni.
Gli chiedo se le visite che ha fatto ai CPR è riuscito a farle a sorpresa e se ha potuto parlare con i detenuti.
Mi spiega di si, è importante che vengano fatte così, sulla possibilità di parlare con i detenuti, può farlo sempre e "in maniera non monitorata", ed è accompagnato da interpreti. Mi racconta, prendo nota più che posso, ma non è facile. Ci soffermiamo su come avvengono i rimpatri. Mi conferma che la sua attenzione e vigilanza deve avvenire anche in quei momenti, tanto che quel giorno stesso due "dei suoi" sono su un aereo che sta effettuando dei rimpatri.
E qui mi racconta qualcosa che non sapevo: "Sono sostanzialmente quattro i Paesi verso i quali stanno avvenendo la gran parte dei rimpatri: Tunisia, Egitto, Marocco e Nigeria. Attualmente solo per la Tunisia è possibile effettuare dei voli charter regolari, Marocco ed Egitto pretendono che i rimpatri avvengano su voli di linea. Verso la Nigeria vengono rimpatriate soprattutto donne, attraverso dei charter".
Chiedo di descrivere meglio questi momenti, la possibile tensione che ci può essere nel trasbordo. "La tensione è soprattutto il giorno prima. Ci sono per esempio due voli charter alla settimana verso la Tunisia, loro sanno quando avvengono e il giorno prima è il momento più difficile. In Tunisia possono essere rimpatriate al massimo 80 persone a settimana, ma nei due voli di solito ci sono circa una trentina di immigrati. Ad accompagnarli ci sono due poliziotti per ogni immigrato. Se poi aggiunge un medico, il personale di bordo, viaggiano un centinaio di persone. Quando arrivano, gli italiani non sbarcano neppure. I rimpatriati scendono e vengono consegnati alla polizia locale. L'aereo riparte".
Missione compiuta: scaricato il carico di rabbia, dolore, frustrazione, l'aereo riparte, forse non ha neppure spento il motore. Mi si stringe un groppo in gola. Immagino quei volti, quei polsi tenuti, magari con discrezione, quegli sguardi, le parole che si diranno. Penso ai miei alunni che parlano arabo in classe e chiedo loro di parlare in italiano. Penso a quell'unica volta in cui la polizia mi fermò e mi portò via. Uno di loro, un distinto signore in borghese aveva infilato un braccio sotto la mia giacca e mi piantava un pugno nella schiena, nelle reni. Non si vedeva nulla, ma la spinta c'era, eccome. Ci vuole arte.
Mauro Palma mi racconta, con grande disponibilità. Gliene sono grato. Non invidio per nulla il lavoro che fa. Racconta delle sbarre e del plexiglass di Gradisca d'Isonzo, tristissimo. Racconta di come attualmente si mescolino nei CPR persone che arrivano dal carcere con persone arrivate da poco, e che le differenze sono enormi: tra gli immigrati che incontra ci sono ex detenuti, altri appena arrivati in Italia, chiaro che alcuni sono più disinvolti e si permettono di dire "ci rivediamo presto"... altri invece sono disperati, perché vedono il loro sogno infranto.
Lo stesso Garante sembra essere ben cosciente che il fenomeno dell'immigrazione non possa essere affrontato così, quasi si volesse svuotare un mare con un cucchiaio. Mi permetto di chiedergli alla fine se crede che i CPR abbiano senso, mi risponde quello che mi aspettavo: "Non posso esprimermi, diciamo che se gli obiettivi erano quelli di contenere e ridurre l'immigrazione, ecc. (cioè tutto quello che sta scritto sulla carta), direi di no". Se c'erano già parecchi motivi per manifestare contro i CPR il 24 aprile e oltre, ora ce n'è un altro ancora: far sì che il Garante nazionale dei detenuti possa dedicarsi con più calma alle carceri, crediamo ne abbia abbastanza di quelle. Delle RSA ne parleremo un'altra volta.
lanuovasavona.it, 24 aprile 2021
"Una figura che in Liguria manca, e che svolge un ruolo di mediazione tra chi vive dentro il perimetro carcerario (persone detenute, agenti e operatori penitenziari) e le istituzioni, cercando di prevenire e di risolvere conflitti che dentro una realtà così complessa rischiano di essere alquanto negativi".
In settimana il capogruppo di Linea condivisa Gianni Pastorino, accompagnato dall'avvocata Alessandra Ballerini (osservatrice di Antigone), si è recato in visita al carcere genovese di Marassi. "È la mia seconda visita in questa legislatura, la prima è stata nel 20 novembre 2020 - dichiara il consigliere regionale Gianni Pastorino - e la ritenevo necessaria, vista anche l'emergenza sanitaria in atto che, in un perimetro come quello carcerario, rappresenta un problema enorme".
La nuova direttrice ha fornito al consigliere Pastorino i dati relativi alla casa circondariale di Marassi: sono circa 624 i detenuti, in calo rispetto al 20 novembre scorso di circa 50 unità, ma sempre in sovrannumero rispetto alla capienza standard che è di circa 550 persone; sono circa 275 gli agenti di polizia penitenziaria, a fronte di una dotazione organica di circa 365. "Certamente questo, del sovraffollamento, rimane un grande problema perché, a fronte di una capienza di 500/550 detenuti, ne abbiamo per lo meno tra i 70-90 in più e, inoltre, molte stanze con sei detenuti nello stesso spazio", rimarca Pastorino.
"Abbiamo posto alla dirigenza del carcere soprattutto il problema, sollevato da associazioni e detenuti, dei prezzi del sopravvitto e del necessario controllo da esercitare su questo servizio, portato avanti dall'azienda Landucci - prosegue il capogruppo Pastorino -. In precedenza ci era infatti stato segnalato un aumento dei prezzi che non trovava giustificazione, a tal proposito la dirigenza di Marassi ha assicurato il massimo controllo e il rigore sul prezziario che viene proposto dall'azienda".
Il consigliere Pastorino e l'avvocata Ballerini sono stati accompagnati dal vicecomandante e dall'ispettrice, oltre che dagli agenti penitenziari preposti, attraverso un sopralluogo in sezione prima, mentre per motivi di sicurezza non è stato possibile fare altrettanto in sezione seconda. La visita è proseguita poi nella sezione sesta, nel centro clinico e in altri settori del carcere, comprese le stanze destinate all'osservazione di persone detenute con patologie psichiatriche, attualmente vuote da circa 15 giorni.
"Ribadiamo un giudizio positivo sulla gestione dell'emergenza sanitaria, sull'andamento delle vaccinazioni e sul fatto che a detta della dirigenza non vi siano in questo momento casi positivi, inoltre quelli che si sono verificati sono stati gestiti in maniera tempestiva", aggiunge Pastorino.
Sul fronte vaccini sono state vaccinate circa 230 persone tra la popolazione detenuta, solo negli ultimi due giorni sono stati 20 i detenuti che hanno ricevuto la dose del vaccino anti-covid.
Sono più o meno 220 invece gli agenti di polizia penitenziaria vaccinati e oltre 90 le persone che collaborano con l'attività carceraria. Tutti sono stati vaccinati con la prima dose di AstraZeneca.
"Questa visita rinsalda in me l'ulteriore necessità di nominare il garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà, - aggiunge il capogruppo di Linea condivisa Gianni Pastorino - figura che manca in Liguria e che svolge un ruolo di mediazione tra chi vive dentro il perimetro carcerario (persone detenute, agenti e operatori penitenziari) e le istituzioni, cercando di prevenire e di risolvere conflitti che dentro una realtà così complessa rischiano di essere alquanto negativi".
Il consigliere Pastorino si riferisce a una figura che deve avere la capacità di partire da un'analisi delle condizioni delle carceri in Liguria, sia dal punto di vista delle strutture che da quello delle condizioni di vita delle persone detenute e degli operatori penitenziari. "Una figura indipendente e competente a mio giudizio importante, che deve guardare a tutto tondo alla realtà carceraria, senza rischiare mai di subire pressioni o condizionamenti di sorta", spiega il consigliere.
"Proprio per questo è necessario che anche la classe politica ligure invii da una parte segnali di attenzione alle realtà carcerarie e ai disagi di chi vive dentro, persone detenute e operatori penitenziari, riuscendo però, dall'altra, a mantenere un netto distacco da pressioni strumentali di gruppi organizzati, magari sottoposti a regimi penitenziari particolari (vedi 41-bis o altre realtà)", chiosa Pastorino.
adnkronos.com, 24 aprile 2021
Sono complessivamente 373 i maltrattanti e sex offenders presenti nelle 11 carceri del Piemonte. Di questi 173 al Lorusso e Cutugno di Torino, 106 a Biella, 49 a Vercelli, 11 a Ivrea, 10 a Cuneo, 6 rispettivamente al San Michele e al Don Soria di Alessandria, 4 a Verbania, 3 rispettivamente a Fossano e a Novara e 2 ad Asti" Il dato è stato reso noto in occasione del convegno 'Tempo perso? Il ruolo del carcere nei percorsi trattamentali di sex-offenders e maltrattanti', organizzato e moderato dal garante regionale delle persone detenute Bruno Mellano. "Un'occasione - ha sottolineato Mellano - per riflettere su esperienze e buone pratiche nell'ambito dei trattamenti previsti in ambito carcerario per le persone detenute per reati da 'codice rosso', anche alla luce del fatto che la legge finanziaria nazionale ha previsto nel bilancio 2 milioni di euro annui, per il triennio 2021-2023, per garantire e implementare la presenza di professionalità psicologiche esperte all'interno degli Istituti penitenziari per consentire un trattamento intensificato cognitivo-comportamentale nei confronti degli autori di reati contro le donne e per la prevenzione della recidiva".
All'incontro è intervenuta la responsabile dell'Ufficio detenuti e trattamento del Provveditorato dell'Amministrazione penitenziaria regionale Catia Taraschi, che ha sottolineato "l'importanza dello stanziamento statale, che consentirà di implementare gli interventi già attivi sul territorio e, soprattutto, di prevederne di nuovi per averne almeno uno in ogni sezione che ospita questa tipologia di detenuti". Dea Demian Pisano, assistente sociale ed esperta presso l'Ufficio del garante regionale della Campania ha raccontato, invece, un progetto messo in atto con 17 sex offenders del carcere napoletano di Poggioreale osservando che "in alcuni casi non si rendevano pienamente conto del male compiuto per via dei pregiudizi e delle mentalità in cui sono cresciuti. Avere avuto la possibilità di avvicinarli e confrontarsi - ha osservato - ha contribuito a modificare il loro punto di vista".
La coordinatrice della formazione e dei progetti speciali del dipartimento di salute mentale dell'Asl Roma 1 Adele Di Stefano ha evidenziato che "non è detto che tutti i trattamenti siano validi per tutti i tipi di detenuti che hanno commesso questi tipi di reato, ma per l'Italia l'importante è cominciare, dal momento che è ancora piuttosto indietro rispetto a molti Paesi d'Europa" e ha richiamato la necessità "di imparare a lavorare in rete a cominciare dai Tribunali, dagli avvocati e dal Servizio sanitario regionale. Se non cominciamo ora che ci sono le possibilità, anche economiche, per farlo, rischiamo di perdere un'occasione importante".
Il presidente del Centro italiano di promozione della mediazione (Cipm) di Milano Paolo Giulini ha rimarcato la necessità che "la pena, soprattutto in questo ambito, sia utile ed efficace. E l'Ue insiste sulla necessità che la pena non sia solo retributiva, ma 'riparativa del sé e delle relazioni future che l'autore del reato intratterrà al termine della pena' e miri a far comprendere appieno il male commesso nei confronti delle vittime". Per Georgia Zara, docente del dipartimento di Psicologia dell'Università di Torino e vicepresidente dell'Ordine degli psicologi del Piemonte, illustrando il progetto pilota 'Sorat' destinato a chi ha commesso reati sessuali ed è recluso nel carcere torinese delle Vallette ha spiegato che "il reato sessuale non è una 'questione privata', non ha nulla a che fare con il desiderio di contatto con la vittima".
Concludendo i lavori, il portavoce dei garanti territoriali Stefano Anastasia, garante dei detenuti del Lazio e dell'Umbria e docente del dipartimento di Giurisprudenza dell'Università di Perugia, ha messo in guardia sul fatto che "si tratta di una sfida ardua, poiché non di rado la pena detentiva è 'condanna al tempo perso', ma non impossibile, orientando la prospettiva entro cui operare alla rieducazione dell'autore di reato, alla tutela della vittima del reato e alla prevenzione di comportamenti d'inciviltà una volta scontata la pena".











