di Stefano Montefiori
Corriere della Sera, 19 aprile 2021
"Un grande dibattito nazionale sul consumo di droga e i suoi effetti deleteri" è uno degli annunci fatti dal presidente francese Emmanuel Macron nel corso di una lunga intervista sul tema della sicurezza rilasciata al Figaro in edicola oggi, e intitolata "Mi batto per il diritto a una vita tranquilla".
A un anno dall'elezione presidenziale della primavera 2022, Macron sceglie un dossier cavalcato tradizionalmente dalla destra, come fece a suo tempo Nicolas Sarkozy che è diventato uno dei suoi consiglieri ufficiosi. Il capo dello Stato promette 15 mila posti in carcere in più (sono all'incirca 7000 da anni), ribadisce l'obiettivo di io mila poliziotti e gendarmi supplementari entro la fine del suo mandato, annuncia la creazione di una "specie di scuola di guerra" per poliziotti, e il rinnovo di metà del parco auto delle forze dell'ordine, in modo che abbiamo gli strumenti per combattere "l'aumento delle violenze quotidiane" al quale contribuiscono secondo lui i social media e "la cultura dell'anonimato".
Macron usa toni molto duri contro il consumo degli stupefacenti e l'ipotesi di una depenalizzazione delle droghe leggere, di fatto molto diffuse. "Al contrario di coloro che auspicano una depenalizzazione generalizzata, io penso che gli stupefacenti abbiano bisogno di una frenata e non di pubblicità. Dire che l'hascisc è innocente è più di una menzogna. La Francia è diventata un Paese di consumo e bisogna rompere questo tabù. Ci si fa una canna in salotto, e si finisce con l'alimentare la più importante delle fonti di insicurezza".
Il presidente poi interviene nelle polemiche seguite al mancato processo contro l'assassinio antisemita della signora Sarah Halimi. L'omicida, in preda a una crisi psicotica per il consumo di stupefacenti, è stato dichiarato incapace di intendere e di volere. "Decidere di prendere stupefacenti e diventare quindi "come pazzi" non dovrebbe sopprimere la responsabilità penale. Chiederò al ministro della Giustizia di cambiare la legge al più presto".
di Aristide Police*
Il Dubbio, 19 aprile 2021
Sospenderne l'esclusiva determinerebbe una sorta di esproprio in danno di chi ne ha la titolarità. Nel recente messaggio pasquale Urbi et Orbi, Papa Francesco è tornato di nuovo a segnalare come "in questo tempo in cui tutti siamo chiamati a combattere la pandemia (...) i vaccini costituiscono uno strumento essenziale per questa lotta" ed ha esortato, nello spirito di un internazionalismo dei vaccini, "l'intera Comunità internazionale a un impegno condiviso per superare i ritardi nella loro distribuzione e favorirne la condivisione, specialmente con i Paesi più poveri". Questo auspicio e questa esortazione sono molto significativi perché se da un lato ricordano agli egoismi nazionali come la pandemia possa essere efficacemente superata soltanto se la copertura vaccinale sia estesa all'intera popolazione mondiale (e con il ritmo più sostenuto possibile), dall'altro lato non indulgono a proposte semplicistiche, né alimentano scorciatoie pauperistiche, di impossibile realizzazione e con controproducenti effetti.
Il riferimento è, in particolare, a quelle proposte avanzate dal Premio Nobel per la pace Mohammad Yunus e da altri autorevoli paladini dei diritti umani volte a caducare i diritti di esclusiva connessi alla titolarità dei brevetti dei vaccini anti Covid. La proposta è stata condivisa da alcuni importanti Paesi in via di sviluppo che l'hanno avanzata a marzo scorso in occasione di una riunione del Consiglio sui Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights (Trips) dell'Organizzazione mondiale del commercio (Omc/Wto).
Come ricostruiscono l'emittente britannica Bbc e altre fonti della stampa internazionale, l'iniziativa non ha trovato accoglienza. La maggioranza dei Paesi presenti, infatti, sono convinti che i diritti connessi alla titolarità dei brevetti costituiscano importanti incentivi all'innovazione e le regole in merito sarebbero state rese già sufficientemente flessibili durante la pandemia. Ed è proprio questo aspetto che non può essere trascurato nella ricerca di una soluzione al problema: nel medio periodo, misure straordinarie sui brevetti determinerebbero un grave disincentivo per le imprese farmaceutiche nell'investire in ricerca, laboratori e personale.
La ideologica demonizzazione del giusto profitto delle imprese farmaceutiche e la magica soluzione di sospendere i diritti di esclusiva connessi ai brevetti sono frutto di una valutazione quantomeno superficiale della complessità dei problemi. Il tema vero è che la generazione del profitto è la ragione stessa del fatto che, per nostra fortuna, in tempi estremamente brevi diverse imprese o consorzi di imprese abbiano approntato e reso disponibili rimedi vaccinali.
Se non ci fosse stata prospettiva legittima di un profitto, non ci sarebbe stata impresa privata disponibile ad investire nella ricerca e, se non ci fosse stata una massiccia iniziativa privata ad investire nella ricerca e nella sperimentazione, oggi neppure avremmo dei vaccini (e dei brevetti). I brevetti, in una prospettiva tecnica e non ideologizzata, costituiscono il motore che alimenta l'iniziativa (e l'investimento) privati a vantaggio della collettività. È infatti la prospettiva del profitto garantito dall'uso esclusivo di invenzioni e prodotti dell'ingegno (nella specie farmaceutici) ad alimentare la innovazione tecnica e scientifica. È un dato di fatto che oggi la innovazione venga largamente stimolata e finanziata dal sistema delle imprese private e sia indirizzata alla sua applicazione industriale. Se venissero meno i diritti di esclusiva connessi ai brevetti, l'iniziativa e gli investimenti privati smetterebbero di alimentare la ricerca scientifica e le sue applicazioni industriali.
Ciò senza dire dei problemi giuridici: sospendere l'esclusiva propria dei brevetti determinerebbe - quantomeno temporaneamente- un vero e proprio esproprio in danno di chi legittimamente ne vanta la titolarità. Si porrebbe quindi, alla stregua delle garanzie costituzionali dell'Unione Europea e dei suoi Stati membri (così come di quelle di molte altre Nazioni), un tema di compensazione dei costi sostenuto dalle imprese che hanno sviluppato i vaccini e di indennizzo per le perdite prodotte in termini di minori profitti. In sostanza, sia l'ordinamento giuridico italiano, sia l'ordinamento giuridico europeo non consentirebbero in nessun caso che l'esercizio di poteri ablatori (di esproprio) sui brevetti non si accompagni ad un serio indennizzo.
Peraltro, il costo dei vaccini (ed in questo costo della componente di profitto connessa ai diritti di uso esclusivo dei brevetti) è solo uno e non certo il maggiore degli ostacoli che si pongono per assicurare una copertura vaccinale estesa anche nei Paesi meno sviluppati. Come dimostrano le gravi difficoltà delle campagne vaccinali dei Paesi più sviluppati, i problemi più significativi riguardano l'approvvigionamento dei vaccini e non il loro costo. A prescindere dai diritti (e dai profitti) derivanti dall'utilizzazione dei brevetti, infatti, è oramai ben evidente che bisogna aumentare il numero degli stabilimenti produttivi e la produttività di quelli già esistenti.
Se quindi il problema principale è connesso alla produzione dei vaccini ed alla loro distribuzione, la domanda di giustizia sociale che viene dai Paesi meno sviluppati può trovare una risposta efficace soltanto attraverso gli strumenti della cooperazione internazionale e avvalendosi delle Istituzioni sovranazionali che di tale cooperazione sono gli alfieri, a cominciare dalle Nazioni Unite e dalla Organizzazione Mondiale della Sanità.
Si rende necessario, infatti, il concorso di tutti gli Stati che a tali Istituzioni aderiscono per supportare lo straordinario sforzo finanziario, industriale ed organizzativo necessario per assicurare la diffusione del vaccino anche ai Paesi meno sviluppati. Questo sforzo comune e condiviso, peraltro, produrrebbe anche l'utile effetto di porre fine a quella distonica "diplomazia dei vaccini" che alcuni Paesi (si pensi alla Federazione Russa o alla Cina) hanno già avviato in ragione dei loro più complessivi interessi geopolitici.
*Ordinario di diritto amministrativo Luiss "Guido Carli"
di Riccardo Noury
Il Fatto Quotidiano, 19 aprile 2021
Il 9 aprile Mohammed Hassan Jawad, noto anche come Mohammed Jawaz Parveed, uno dei più importanti difensori dei diritti umani del Bahrein, è uscito dalla prigione di Jaw, dove stava scontando una condanna a 15 anni di carcere per aver preso parte alle manifestazioni pacifiche della rivolta del febbraio 2011. Nell'imponente complesso penitenziario dello stato-isola del Golfo restano altri 11 esponenti della società civile insieme a centinaia di altri detenuti ammassati fino a 10 in celle di tre metri per quattro metri e mezzo.
Un anno fa, per evitare il contagio da Covid-19, le autorità avevano ordinato la scarcerazione di 1500 detenuti. Non è bastato evidentemente: il 23 marzo, a Jaw il coronavirus ci è entrato di gran carriera. I parenti dei detenuti hanno riferito ad Amnesty International che i casi sono ormai una settantina. Non c'è un monitoraggio costante, non vengono forniti dispositivi di protezione come mascherine o disinfettanti (chi ha soldi può andare a comprarli allo spaccio interno, noto come "la cantina"), le comunicazioni con l'esterno vengono limitate. Dal governo, una nota del 28 marzo secondo la quale i prigionieri risultati positivi erano stati isolati e l'annuncio fatto l'8 aprile che 73 detenuti sarebbero stati scarcerati e affidati a misure alternative.
*Portavoce di Amnesty International Italia
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 18 aprile 2021
Scrive Salvatore, ergastolano ostativo: "E alla mia età di 67 anni, di cui 33 di carcere, non ho più la forza e neanche la voglia di farmi ulteriormente logorare da attese senza fine. Per cui non chiedo niente così non dovrò aspettare niente".
Ecco, Salvatore non sarà deluso dall'ultimo pronunciamento della Corte Costituzionale, che definisce l'ergastolo ostativo "incompatibile con la Costituzione", ma dà alla politica un anno di tempo per cambiare la legge relativa alla ostatività, perché Salvatore ha rinunciato a sperare. Ma per tutti gli altri ergastolani ostativi, e le loro famiglie consumate dall'attesa, pensate davvero che un altro anno ad aspettare che qualcosa cambi sia cosa di poco conto?
di Vittorio De Vecchi Lajolo*
Il Fatto Quotidiano, 18 aprile 2021
Il coraggioso comunicato stampa della Corte Costituzionale del 15 aprile scorso è fonte di grande soddisfazione per chiunque sia un cultore della materia o anche solo curioso di comprendere il funzionamento di questa venerabile istituzione. Molti pensavano che una legge potesse essere costituzionale o incostituzionale, ovvero compatibile o incompatibile con i principi della Costituzione. Invece no, tertium datur: esistono anche leggi, come quella sul cosiddetto "ergastolo ostativo", che pur essendo incostituzionali sono meglio del vuoto normativo. Sono incostituzionali, ma non troppo: un po' come andare in motorino senza casco. Sappiamo che può essere molto rischioso, addirittura mortale - ma vuoi mettere il senso di libertà?
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 18 aprile 2021
Le pronunce della Corte costituzionale e della Cassazione che rivedono elementi significativi del regime detentivo dei condannati per criminalità organizzata sono sempre di più. Ora, affermare che la legislazione forse più avanzata di contrasto alla criminalità organizzata, per riconoscimento condiviso anche da agenzie investigative estere, rischia di essere spazzata via sarebbe troppo.
di Franco Corleone
L'Espresso, 18 aprile 2021
Per Aldo Moro l'ergastolo senza aggettivi era peggio della pena di morte. La Consulta ha dichiarato incostituzionale l'ergastolo ostativo. È una pronuncia netta che ha un carattere dirompente dopo anni di leggi d'emergenza e speciali, anche se le conseguenze non sono immediate perché è stato dato un anno di tempo al Parlamento per intervenire con norme appropriate.
di Pietro Mecarozzi
L'Espresso, 18 aprile 2021
Con il Covid-19 il numero dei detenuti è calato ma due terzi sono in attesa di giudizio, la metà stranieri. Manca il personale e cresce la tensione. È stata come una seconda pena. All'inizio la paura era davvero molta ed era impossibile avere contatti con l'esterno per la mancanza di dispositivi e connessione. Poi è subentrata la sensazione di essere dimenticati, isolati nell'isolamento generale".
A metà febbraio Gaetano è uscito da uno dei due Ipm (Istituti penali per minorenni) della Campania, dopo aver scontato circa sei mesi di detenzione per furto a mano armata. Poco più che maggiorenne, Giovanni ha già commesso altri reati e ha scontato altre condanne ma mai come in questo periodo il carcere minorile lo ha segnato. Una piccola stanza, una brandina e intorno mura che con la pandemia sembrano essersi ispessite. All'ombra dei problemi degli istituti penitenziari per adulti, in questo periodo di emergenza sanitaria, anche la vita nelle carceri minorili ha subito un cambiamento traumatico.
Gli Ipm ospitavano al febbraio scorso poco più di 370 ragazzi, a fronte dei circa 13.000 che sono in carico al sistema. Un minimo storico. Oggi il numero dei ragazzi detenuti è ulteriormente sceso a meno di 300 a causa dell'emergenza sanitaria in corso. Secondo i dati raccolti dal rapporto Antigone, però, il 72 per cento di minorenni o giovani adulti entrati in Ipm è in custodia cautelare.
Solo il 17 per cento dei detenuti ha compiuto reati contro la persona, i più gravi, mentre il 62 per cento ha commesso illeciti contro il patrimonio: furti, rapine, estorsioni, riciclaggio. Come Gaetano, molti giovani si trovano dentro "perché nei quartieri da dove veniamo, se vuoi mangiare, o rubi o ti vendi alla criminalità organizzata", spiega il ragazzo. Il decreto legislativo n. 250/2018 che disciplina l'esecuzione delle pene nei confronti dei condannati minorenni ha comunque portato ottimi risultati: il principio di residualità su cui si basa ha come obiettivo limitare la carcerazione, e così molto spesso accade.
Insomma, il sistema cerca sempre di trovare alternative (tra cui la messa alla prova e il sistema delle comunità), e la permanenza media nelle carceri è di soli 102 giorni. Perciò dovremmo "andare fieri del nostro sistema di giustizia minorile, che risulta essere tra i migliori d'Europa", puntualizza Susanna Marietti, coordinatrice dell'osservatorio minori dell'associazione Antigone. Purtroppo nulla è perfetto. E la pandemia da Covid-19 ha acutizzato tutte le criticità che le mura degli Ipm avevano celato fino ad oggi. Manca un'equità nei trattamenti dei detenuti, in primo luogo. Nelle carceri minorili non ci si va solamente a causa della gravità del reato commesso, ma anche e soprattutto a causa della debolezza sociale e dell'assenza di legami sul territorio, che impediscono l'individuazione di percorsi alternativi per i ragazzi.
A conferma di ciò, l'alta percentuale di detenuti stranieri, che si aggira intorno al 50 per cento del totale. Mentre Gaetano verrà infatti reindirizzato verso una comunità di recupero, nei mesi di emergenza da Covid-19 il numero di detenuti stranieri è aumentato, dimostrando come, anche di fronte alla crisi sanitaria, questi ragazzi hanno potuto beneficiare in misura inferiore di collocazioni alternative al carcere. "Si tratta di una falla del sistema, perché anche un solo ragazzo in più in carcere è dí troppo", continua Marietti.
Un altro dato che penalizza i giovani detenuti, e in particolare quelli stranieri, è il numero delle strutture: sono 17 gli Ipm sparsi per tutta Italia, da Caltanissetta a Treviso. Troppo pochi se si pensa che "per il detenuto minorenne la detenzione si traduce in un allontanamento coatto anche per migliaia di chilometri dal proprio territorio e dal nucleo familiare", precisa Elena Mattioli, psicologa e psicoterapeuta esperta di disturbi in età adolescenziale e dell'universo giovanile. I minorenni che delinquono "provengono da situazioni di grave disagio economico, i parenti spesso non hanno la possibilità di far loro visita o di accompagnarli lungo il processo rieducativo", continua Mattioli. Una separazione forzata può quindi influire negativamente sul reinserimento in società e sulla vita dentro il carcere.
"È difficile interagire con i detenuti stranieri: non conoscono la lingua, si coalizzano tra di loro e spesso sono protagonisti di risse con altre bande", spiega un poliziotto penitenziario in servizio a Milano. "Durante questi mesi di emergenza, però, ho visto solo dei ragazzi spaventati, ignari di quello stesse accadendo in quanto mancavano i mediatori culturali", continua il poliziotto. La condizione degli istituti varia poi di regione in regione. Soltanto due le situazioni di sovraffollamento, seppure lieve, a Bologna e a Milano, mentre in questi primi mesi dell'armo, per esempio, non c'è stata acqua calda nel carcere minorile di Airola, che ha 17 camere di detenzione e attualmente ospita 23 ragazzi.
"Gli spazi non sono adeguatamente attrezzati e mancano suppellettili. I materassi sono vecchi e in condizioni igieniche pessime, i problemi di gestione delle videochiamate rendono difficili i colloqui con i familiari. E così vengono meno i diritti dei ragazzi", svela il garante dei detenuti della regione Campania, Samuele Ciambriello. La pandemia ha creato "un totale isolamento per i ragazzi, accentuando problematiche già esistenti. E così i tempi lunghi per interventi e decisioni sono diventati tempi biblici e il personale già insufficiente si è ulteriormente ridimensionato", continua Ciambriello. Capita spesso: negli istituti penitenziari manca il personale. Fortunatamente il basso numero di detenuti consente una copertura equilibrata per la maggior parte degli Ipm. Ma il vero problema è un altro: cioè l'età dei poliziotti in servizio. Gli agenti nelle carceri minorili devono imparare a essere anche un po' psicologi ed educatori, e "a causa dell'invecchiamento delle forze dell'ordine, è difficile non avere un rapporto conflittuale con i detenuti quando come a Firenze, per esempio, l'intero personale è over 50", chiosa il poliziotto.
Il risultato di questo gap generazionale? In questo periodo di emergenza le violenze all'interno delle carceri sono aumentate. L'istituto penale per minorenni Ferrante Aporti di Torino, a fine 2020, è stato teatro di continue aggressioni ai danni di agenti di polizia penitenziaria. "Un collega è stato preso a pugni per il semplice fatto di svolgere il suo dovere richiamando all'ordine i detenuti", mentre nel carcere minorile Casal del Marmo di Roma e nel Beccaria di Milano "sono quattro gli agenti aggrediti senza motivo dai detenuti", aggiunge il poliziotto. Controllare non è così facile. Anche quando si tratta della salute dei detenuti. La pandemia si è abbattuta sugli istituti penali minorili con effetti ancor più deleteri dal punto di vista psicologico. Le proteste sono aumentate, così come la messa in isolamento dei detenuti.
In molti Ipm sono aumentati anche "i casi di autolesionismo, di tentato suicidio e di scioperi della fame", avverte Ciambriello. Dal primo lockdown i "detenuti non hanno mai smesso di avere paura", dice la psicologa Mattioli. E considerato il rischio che "l'ambiente carcerario abbia influssi negativi sulla psiche di chi vi è detenuto, farvi stazionare chi non è ancora stato condannato è un rischio troppo alto per dei ragazzi in un'età così delicata". Complicazioni che si sono riscontrate anche nell'assistenza medica, sia per i detenuti sia per il personale.
A mancare sono le visite specialistiche: "Molti ragazzi hanno dovuto attendere mesi prima poter vedere un dermatologo, un oculista, un chirurgo. Nelle carceri minorili della Campania si sono riscontrati una quindicina di casi di tossicodipendenza, che si sono rivelati molto difficili da gestire sotto l'aspetto clinico", chiosa ancora Ciambriello. La possibilità di accedere facilmente ai medicinali è, quindi, indispensabile. Così come è prioritaria la vaccinazione anti-Covid-19 per personale e detenuti (al momento prevista per i primi ma non per i secondi). A pesare sulla vita nelle carceri è stata anche l'interruzione dei laboratori e delle lezioni scolastiche.
La privazione dello spazio ricreativo e di socialità ha penalizzato gli istituti con minori spazi e disponibilità di servizi, dando vita a forme di ghettizzazione nei confronti dei detenuti stranieri. Almeno in un caso, però, si è riusciti a correre velocemente ai ripari.
"A parte le prime fasi iniziali, il nostro istituto ad oggi ha ripreso la formazione dei detenuti attraverso la Dad e abbiamo riattivato anche alcuni laboratori creativi", racconta Antonia Bianco, direttrice del carcere minorile di Firenze, una delle realtà più virtuose del Paese dove al momento sono presenti 15 detenuti. Dopo una prima fase di attuazione delle procedure di distanziamento e di protezione del personale e dei detenuti, "le attività sono riprese grazie a una suddivisione in piccoli gruppi dei ragazzi e all'utilizzo contingentato degli spazi. E nel 2021 l'anno scolastico è ricominciato in presenza", continua la direttrice.
L'obiettivo del reinserimento, detto ciò, si raggiunge comunque meglio fuori dal carcere. L'ultimo report tracciato dal Dipartimento per la giustizia minorile sottolinea che più tempestiva è la presa in carico da parte dei servizi sociali, tanto più diminuisce il rischio di recidiva. In generale, il 69 per cento dei minori non commette altri reati. Invece il 31 per cento dei ragazzi torna a delinquere. Significativo sembra essere il peso psicologico della condanna: un minore condannato cade in recidiva molto di più (63 per cento) di un minore con la misura della sospensione del processo e messa alla prova (22 per cento).
di Gian Domenico Caiazza
Il Dubbio, 18 aprile 2021
Il dramma di Giovanna Boda e l'ipocrisia della libertà di stampa. Una stimata funzionaria del Miur apprende di essere indagata dalla Procura della Repubblica di Roma per una ipotesi di corruzione. Avrebbe intascato più di 600mila euro per una serie di appalti. Va ad incontrare l'avvocato ma, nell'attesa, cede alla disperazione e si lancia giù dalla finestra. Ora lotta tra la vita e la morte.
Non so nulla, ovviamente, di questa signora e della sua vicenda. Conosco invece perfettamente, come ogni avvocato penalista, le dinamiche sempre drammatiche che si innestano nella mente di una persona che, d'improvviso, raggiunta da un grave sospetto, diventa preda del branco. Perché di questo si tratta. In nome di un malinteso, anzi di un pretesto: il diritto-dovere di informare i cittadini, dicono. Io invece dico che qui l'informazione non c'entra nulla. Come fai a dare informazione di qualcosa che non conosci? Come puoi rivendicare il diritto di diffondere una notizia geneticamente parziale e unilaterale, che non sei in grado di verificare nella sua fondatezza?
Un avviso di garanzia non fornisce informazioni sufficienti nemmeno all'indagato, figuriamoci a chi non sa nulla della vicenda. Per non dire che, di per sé, quella notizia è (non a caso) coperta dal segreto investigativo. Non è divulgabile la notizia della pendenza di una indagine su qualcuno, non dovrebbe. Ma le sanzioni sono ridicole, anzi inesistenti. Ovviamente, se divulghi la notizia di una indagine in corso, non potrà che essere una notizia tutta modellata sulla ipotesi accusatoria. Una notizia parziale rispetto alla quale le persone coinvolte sono disarmate, prive di un qualsivoglia diritto di replica. Cosa dovrebbero dire? Sono innocente? Certo, come no, pensa che notiziona.
L'ipocrisia e la viltà intellettuale che ruota intorno a questa malposta rivendicazione del diritto-dovere di informazione mi è davvero intollerabile. Cosa urge, intorno alla apertura di una indagine? Cosa sottrarremmo alla conoscenza pubblica, vietando la diffusione di quella che è in realtà una non-notizia? Un pm riceve notizia di un fatto che egli reputa potrebbe avere rilievo penale, iscrive l'indagato nell'apposito registro e inizia la sua attività di verifica e di approfondimento investigativo. In nome di quale diritto, e del diritto di chi soprattutto, deve essere lecito rendere pubblico questo fatto, che per sua natura è lontanissimo dall'aver raggiunto connotazioni non dico di certezza, ma nemmeno di ragionevole plausibilità? Si tratta di una ipotesi, ripeto, unilaterale, che ancora non si è nemmeno misurata con una seppur sommaria confutazione difensiva.
L'ipocrisia e la viltà intellettuale di cui dicevo si inverano nella dolosa indifferenza ai costi enormi, ingiustificabili e del tutto sproporzionati, che la pubblicazione della non-notizia qualcuno pagherà inesorabilmente. Sappiamo tutti perfettamente come la notizia di una incriminazione, ma anche solo di un'ipotesi investigativa, è dotata di una forza devastante e già invincibile. L'interesse della pubblica opinione è ovviamente attratto dal disvelamento di un reato, non certo dalla infondatezza della ipotizzata accusa. E l'ipotesi accusatoria, promanando da soggetti assistiti da una presunzione assoluta di affidabilità, attendibilità e imparzialità, si presuppone fondata.
Vi è poi una fortissima prevalenza culturale, nella politica e nella informazione, del più becero populismo giustizialista, secondo cui se un personaggio pubblico -politico, pubblico amministratore- viene raggiunto dal sospetto, ciò merita perciò stesso la massima diffusione notiziale, ovviamente accompagnata dalla presunzione di fondatezza della ipotesi accusatoria. Il costo che la persona raggiunta da una ipotesi accusatoria -questo è l'indagato, null'altro- dovrà pagare è incongruamente sproporzionato rispetto al preteso diritto di informazione che vorrebbe giustificalo. Vita professionale, politica, familiare travolte spesso in modo irreparabile, reputazione personale inesorabilmente compromessa. Solo chi vive sulla propria pelle -insieme alle persone che gli sono vicine- i morsi feroci della pubblica gogna che inopinatamente irrompe nella sua vita, è in grado di comprendere la furia devastatrice e la brutale violenza di una simile esperienza.
Anche perché le vicende penali - come ogni vicenda umana, d'altronde-non sono quasi mai segnate da una linea di demarcazione netta che separa il bianco dal nero, la colpevolezza dalla innocenza. Nessuna vicenda umana può affidarsi a simili semplificazioni. Tra l'innocenza e la colpevolezza si dipanano comportamenti del più vario segno (imprudenze, equivoci, coincidenze, gravi azzardi) che ciascuno di noi deve poter avere il diritto di chiarire e spiegare, a sé stesso ed agli altri, prima di essere trascinato nel fango, e nella disperazione; alla quale ha ceduto questa signora. Qualunque cosa possa aver fatto o non fatto, ha semplicemente capito di non avere già più il tempo per spiegare.
Minori in carcere. Chi si è lasciato la galera alle spalle ora corre il rischio di tornare tra le sb
di Sabrina Pisu
L'Espresso, 18 aprile 2021
Il reinserimento sconta lo stop al lavoro. E senza occasioni il pericolo recidiva è concreto. Il cappellano di Nisida: "Hanno perso tutto, sono disperati e la malavita è in agguato". "Tanti giovani hanno perso il lavoro e sono finiti di nuovo nelle reti criminali": Luca, nome di fantasia, 27 anni, per "un bel po'" è stato nell'Istituto penale minorile Malaspina di Palermo. Ora è aiuto cuoco, si è messo alle spalle quel "brutto sogno" che è la sua vita di ieri.
"A salvarmi è stata una formazione in carcere che poi è diventata un lavoro all'esterno che per fortuna ho ancora", racconta. Se è vero che il Covid-19 ha aperto una crisi epocale, distrutto imprese e reso più fragili e disorientati i giovani, per quelli usciti dal carcere l'impatto è stato ancora più drammatico. Durante il periodo pandemico gli ingressi negli istituti penali minorili italiani "hanno subito un'apprezzabile diminuzione, considerata anche l'impossibilità di movimento", dice Claudio Giovanni Scorza, vice capo dipartimento per la giustizia minorile e di comunità del Ministero della Giustizia.
La dinamica è quella di un arco che si tende indietro per poi tirare con più violenza le sue frecce. Lo conferma Clara Pangaro, direttrice dell'Istituto minorile del capoluogo siciliano: "A Palermo in questi primi mesi del 2021 è aumentato il numero dei ragazzi nei centri di prima accoglienza". Si teme una recrudescenza dei reati: "Il rischio recidiva ora è più elevato. Sono tanti ad aver perso un impiego e a chiederci sostegno. Servono più risorse per offrire opportunità adeguate a questi giovani che sono soprattutto maggiorenni e spesso già con figli. Una borsa di formazione-lavoro di 400 euro al mese non basta".
Con la pandemia c'è stata, e c'è ancora, difficoltà nello strutturare progetti di tirocinio, formazione e lavoro: "Molte aziende hanno chiuso, molte altre hanno dovuto mettere i dipendenti in cassa integrazione, è complicato inserire i ragazzi in percorsi lavorativi", continua Pangaro. È più che mai necessario intensificare le politiche giovanili e creare progetti virtuosi di formazione e lavoro come "Cotti in fragranza", un laboratorio per la preparazione di prodotti da forno, nato nel 2016, senza fondi pubblici, all'interno del carcere Malaspina.
"Nel 2019 è nato anche Al Fresco, un bistrot nel cuore di Palermo", racconta Lucia Lauro, responsabile del progetto con Nadia Lodato. Un'impresa civile che ha inserito oltre trenta ragazzi. "La nostra cooperativa, che fa parte dell'Istituto Don Calabria, è stata costretta a mettere in cassa integrazione metà del personale. Siamo riusciti con grandi sacrifici a garantire un sostengo economico a tutti, ma per tanti altri con un'esperienza penale alle spalle l'impatto è stato terribile, avevano dei lavori stagionali, molti in nero, e quindi sono stati mandati a casa senza nulla in tasca. Siamo molto preoccupati".
A Napoli la storia si ripete. "In tanti hanno perso un lavoro che era in nero, altri avevano un contratto di lavoro per poche ore a settimana, quando invece lavoravano tutto il giorno. Sono disperati, mi cercano costantemente per chiedermi un lavoro, un aiuto, cerco di fare quello che posso, gli pago le bollette. Sono ragazzi che vivono in famiglie segnate dalla malavita", dice Don Gennaro Pagano, cappellano di Nisida dal settembre del 2019. Ragazzi che oltre alla diffidenza delle imprese, subiscono anche l'indifferenza della politica: "Gli operatori sono soli, in trincea, a combattere, anche con i politici", dice Don Gennaro.
A questi giovani ha consacrato la vita Maria Franco, per 35 anni insegnante di italiano a Nisida. Per loro è ancora un punto di riferimento: "In tanti mi scrivono per dirmi che stanno vivendo un momento estremamente duro, è una tragedia che si consuma nel silenzio". L'inerzia delle istituzioni rischia ora di riconsegnare le storie di tanti giovani alla penna criminale. Lo stesso grido di allarme si leva dal carcere minorile di Torino.
"C'è ora un aumento di arresti, un'importante recrudescenza della delinquenza minorile con derive inquietanti. C'è tanta rabbia sociale", dice Simona Vernaglione, direttrice del Ferrante Aporti. "Questi giovani sono i più colpiti e penalizzati, prima riuscivamo a trovare delle opportunità di lavoro in cooperative o associazioni, ora è molto più difficile". Tante voci a chiedere ascolto, a partire da quelle di questi ragazzi a cui il Covid-19 sta togliendo le parole della loro nuova storia, a fatica conquistate.
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