Il Gazzettino, 30 maggio 2021
Un piatto, un tetto e lavoro per riconciliarsi con la vita. La generosità di Claudia Francardi e Irene Sisi ha segnato il senso dell'apertura della Casa d'accoglienza Oasi 2, in via Seduzza, quasi sette anni fa. Claudia è la vedova dell'appuntato Antonio Santarelli.
Nel 2011 una pattuglia di carabinieri fermò alcuni ragazzi che stavano andando a un rave party, in provincia di Grosseto. Mentre controllavano i documenti, uno di loro ha preso un bastone, ha colpito i due carabinieri ed è scappato. Antonio, il marito di Claudia, è morto dopo un anno di coma. Nel frattempo è stato individuato il responsabile di quell'atto così violento, un ragazzo giovanissimo, Matteo Gorelli, che fu arrestato, processato e condannato all'ergastolo; la pena all'appello è stata ridotta a vent'anni. Irene è, invece, proprio la madre di Matteo. Fu un evento testimonianza di giustizia riconciliativa.
Le due mamme si cercarono, si incontrarono e si sentirono capaci di condividere la loro storia di ascolto vicendevole e di sintonia spirituale. In noi c'era il bisogno di "sentire" come sia stata possibile, e lo possa essere ancora, un'esperienza di riconciliazione e perdono così importante: una giustizia riconciliativa, quindi, e non solo punitiva.
Per questo stava nascendo a Cordenons la Casa di Accoglienza Oasi 2, per imparare a ricomporre esistenze sconvolte, dal punto di vista individuale e sociale. Oggi sono 5 gli "ospiti", ma presto saranno 8. Una provvidenziale collaborazione e intesa con Sandro Castellari, responsabile della Coop Oasi e iniziatore dei processi di accoglienza e reinserimento sociale, rende possibile ravviamento, nel mondo del lavoro, delle persone accolte all'Oasi 2. Lo slogan di Sandro è "dare un piatto, un tetto e un lavoro".
Il vescovo, Giuseppe Pellegrini, oltre a incoraggiare questi progetti, ne è un fervente sostenitore: "Invito le parrocchie e le persone di buona volontà a guardare con delicata attenzione e ragionevole speranza a queste iniziative".
L'Oasi 2 ha bisogno attualmente di una lavatrice, se non nuova, usata e in buono stato, e di un box metallico per custodire gli attrezzi da lavoro. Il riferimento per eventuali donazioni è don Piergiorgio Rigolo, cappellano del carcere e responsabile dell'Oasi 2, che risponde al numero 335.1874835.
di Paolo Salom
Corriere della Sera, 30 maggio 2021
L'Europa, gli Stati Uniti sono teatro di pestaggi di uomini identificati come ebrei dai loro indumenti, insulti gridati davanti a sinagoghe e centri culturali ebraici, svastiche riprodotte sui muri nei quartieri abitati prevalentemente da ebrei. Denunciare l'antisemitismo, oggi, appare una fatica pleonastica. Difficile trovare qualcuno che non sia d'accordo nel ritenere l'odio nei confronti degli ebrei un sentimento che appartiene ai momenti più bui della Storia. Eppure ci troviamo, in questi difficili giorni, di fronte a un aumento esponenziale degli episodi che è davvero faticoso definire in altro modo. L'Europa, gli Stati Uniti sono teatro di pestaggi di uomini identificati come ebrei dai loro indumenti, insulti gridati davanti a sinagoghe e centri culturali ebraici, svastiche riprodotte sui muri nei quartieri abitati prevalentemente da ebrei.
Sui social questa campagna aggressiva raggiunge livelli sconcertanti. Per fare solo un esempio: la frase "Hitler doveva finire il lavoro", in varie declinazioni, è comparsa di recente in 17 mila messaggi su Twitter. La ragione di tutto questo? Il conflitto tra Hamas e Israele, ennesimo confronto in un Medio Oriente dove la pace appare in fuga ogni volta che sembra a portata di mano. Ora, senza entrare nelle ragioni di una guerra che prosegue da oltre un secolo né proclamare che Israele - o meglio il suo governo - sia esente da critiche, dobbiamo però chiederci perché ogni volta che la parola, in quel difficilissimo contesto, passa alle armi, nel mondo si crei uno tsunami di invettive (e azioni) contro Israele e gli ebrei.
E non sono solo le frange islamiste il motore di tutto questo: larga parte della politica e anche dell'opinione pubblica, non importa in quale Paese, rilancia regolarmente il veleno. Dunque: cos'è l'antisemitismo? Come distinguerlo da una legittima critica dello Stato ebraico? La risposta è semplice. È antisemitismo qualunque affermazione che, partendo dall'irrisolta questione palestinese, nega agli ebrei - e solo a loro - il diritto a vivere come una nazione indipendente. Così come il pugno scagliato contro un ebreo incontrato per caso a diecimila chilometri da Tel Aviv o Gerusalemme.
di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 30 maggio 2021
La morte dell'operaia 22enne Luana D'Orzio, quelle di Christian, schiacciato da un tornio meccanico, e di Maurizio, colpito da una lastra di cemento armato, e tante altre. Vittime che devono spingerci a riflettere su quanto avevano scritto i padri costituenti, "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro": questo è l'inizio dell'inizio, il principio del principio, le prime parole dell'Articolo 1 della Costituzione italiana. Quante volte le avrete lette o sentite... Vi siete mai chiesti perché, proprio dove viene stabilita la forma di governo, troviamo l'inciso sul lavoro? Perché il lavoro è un diritto, certo, ma non è solo per dire questo che i padri costituenti hanno messo lì quell'inciso. Mi sono dato un'altra spiegazione. La forma più "naturale" di lavoro è lo sfruttamento, perché il lavoro, prima di essere un diritto, è da sempre soprattutto una necessità vitale. Quanto spazio esiste per chi approfitta di una necessità altrui? E quanto poco ne resta a chi è disposto a tutto pur di portare a casa uno stipendio? Vi sembrerà che io stia descrivendo realtà marginali, ma non è così.
La pratica del lavoro è sottratta all'arbitrio da leggi che, se non vengono rispettate, riportano tutto a uno stato di natura più o meno evidente, una natura che è matrigna, fatta di sfruttati e di sfruttatori. La foto che ho scelto questa settimana è totalmente fuori fuoco e ritrae un cameriere che non è riconoscibile perché è un lavoratore a nero, senza contratto e quindi senza tutele. Vedere le cose leggermente fuori fuoco, come suggeriva il fotografo Robert Capa, significa avere la giusta vicinanza, ma a vederle totalmente sfocate si corre il rischio di non comprendere cosa accade, dove siano i torti e dove le ragioni. Datemi pure del buonista, ma non riesco a puntare il dito sui lavoratori.
In una delle sue solite dirette sui social, il governatore della Campania Vincenzo De Luca se la prende con quei lavoratori che, dice, preferiscono i 700 euro del reddito di cittadinanza al lavoro. De Luca conosce bene la realtà nel Sud Italia - anzi nell'Italia intera! - del lavoro nero; sa bene che spesso la scelta tra 12 ore di lavoro - con stipendio di neppure 700 euro - e qualcosa di più accettabile non esiste. Si può criticare il reddito di cittadinanza, ma non attribuire al lavoratore la responsabilità di preferirlo a un lavoro mal retribuito e spesso senza garanzie e diritti. La morte di Luana D'Orazio, l'operaia di 22 anni rimasta intrappolata nel macchinario su cui lavorava, ha gettato luce sul dramma non solo delle morti sul lavoro in Italia, ma anche sull'arbitrio a cui è sottoposto questo mondo: se lo Stato non controlla, il rispetto delle regole è demandato alla sola coscienza del datore di lavoro.
Dopo la morte di Luana, i media si sono accorti anche di Christian, schiacciato da un tornio meccanico; di Maurizio, colpito da una lastra di cemento armato; di Andrea, travolto da 14 quintali di mangime; di Samuel, studente lavoratore di 19 anni, morto nell'esplosione di un capannone con la collega Elisabetta; di Marco, caduto da un ponteggio; di Mario precipitato dall'impalcatura di un viadotto su cui faceva manutenzione. Dal clamore scatenato dalle morti, pareva ci si fosse accorti dell'emergenza. Ma una settimana dopo già non se ne parla più. In media muoiono in Italia sul lavoro 3 persone al giorno, calcolo per difetto perché il lavoro nero non è tracciabile. E in Italia si stimano almeno 3 milioni e 600mila lavoratori in nero, altro numero calcolato per difetto: trattandosi di lavoro sommerso, vediamo solo la punta dell'iceberg. Io sono cresciuto in una terra dove per farsi assumere regolarmente nei cantieri bisognava morire: quando qualche operaio in nero moriva, per coprire l'illecito lo assumevano.
Nel 2020 l'Ispettorato nazionale del lavoro ha controllato tutela della salute e sicurezza in 10.069 aziende: 8.068 sono risultate irregolari, il 79,3%, non a norma 8 su 10. Le politiche a tutela dei lavoratori sono ritenute un costo, non un investimento in qualità del lavoro. E il primo a non investire nel lavoro è lo Stato. Negli ultimi 10 anni tagli alla spesa pubblica hanno ridotto gli ispettori del lavoro e gli addetti Asl per i controlli nelle imprese di oltre la metà: 2.000 ispettori vigilano oggi su circa 4 milioni e mezzo di imprese. Se le cose stanno così, allora è offensivo dover ascoltare politici di lungo corso affermare che il lavoratore deve rinunciare al reddito di cittadinanza e mettersi sul mercato, un mercato nero, spesso senza garanzie e senza diritti. Questa è davvero la fine della politica.
sardiniapost.it, 30 maggio 2021
La compagnia Cada Die Teatro apre le porte della Vetreria di Pirri a ex detenuti che hanno da poco scontato la pena e che desiderano, anche attraverso il teatro, riprendere in mano i fili della loro vita sociale. Parte martedì primo giugno il nuovo laboratorio gratuito ideato e diretto dagli attori e registi Alessandro Mascia e Pierpaolo Piludu che, parallelamente alle esperienze artistiche vissute dentro le carceri (anche in questo anno di pandemia), hanno deciso di fare un passo ulteriore partendo da una semplice domanda "che ne sarà di loro finito il percorso detentivo?". Si cercherà di favorire l'acquisizione di tecniche e competenze teatrali in un contesto protetto dove tutti potranno mettersi in gioco e dove verranno incentivati la collaborazione e l'ascolto reciproco. "Compagni di viaggio irrinunciabili per la realizzazione del progetto sono i docenti del Cpia 1 Karalis (Centro provinciale per l'istruzione degli adulti di Cagliari), grazie ai quali sono coinvolti studenti e giovani e adulti che hanno avuto esperienze carcerarie, di affidamento, o che abbiano vissuto o vivano situazioni di particolare disagio - si legge in una nota -. Sarà fatta una selezione tra le domande dei partecipanti per un massimo di sette allievi. Se in questa prima fase gli incontri si svolgeranno a Pirri, da settembre ci si sposterà all'interno di un edificio scolastico dove opera il Cpia e si concluderà a dicembre con un saggio finale".
"Il laboratorio sarà incentrato su un testo inedito della scrittrice sarda d'origine danese d'adozione, Maria Giacobbe, che suggella una volta di più la collaborazione con i Cada Die - spiegano gli organizzatori -. Ci si concentrerà sulla realtà della Sardegna degli anni 60 e 70 quando, attraverso il Piano di Rinascita, venne finanziata l'industrializzazione dell'Isola e nacquero poli chimici e petrolchimici a Ottana, Porto Torres, Sarroch. In tanti si illusero che quei grandi investimenti sarebbe stati un'opportunità di crescita e di riscatto; altri, già da allora, temevano che un'improvvisa trasformazione della millenaria economia agropastorale in economia incentrata sul petrolio e i suoi derivati avrebbe avuto effetti devastanti sul territorio, sulla salute, sull'identità di un intero popolo".
"L'iniziativa si inserisce nel più ampio progetto nazionale "Per Aspera ad Astra-Come riconfigurare il carcere con la cultura e la bellezza", giunto alla sua terza edizione, finanziato nell'Isola dalla Fondazione di Sardegna. L'idea promossa da Acri (associazione di Fondazioni e di Casse di risparmio) e sostenuta da 10 fondazioni bancarie, da 3 anni coinvolge circa 250 detenuti di 12 carceri italiane in percorsi di formazione artistica e professionale nei mestieri del teatro. In Sardegna è coinvolta la Casa Circondariale di Uta che ormai da diversi anni collabora con la compagnia cagliaritana.
lecceprima.it, 30 maggio 2021
L'accordo tra il Comune di Nardò e i servizi della Giustizia Minorile di Lecce sarà sottoscritto lunedì alle 12.30 in municipio. Diverse le iniziative e le attività previste su un fronte molto delicato. Combattere il disagio giovanile: è questo l'obiettivo del Comune di Nardò e dei servizi della Giustizia Minorile di Lecce (Ufficio di Servizio Sociale Minorenni e Centro di Prima Accoglienza - Centro Diurno Polifunzionale di Lecce) che lunedì sottoscriveranno un accordo operativo di collaborazione, finalizzato a rispondere al bisogno di legalità e al disagio sociale delle fasce giovanili correlate a forme di devianza, dando concretezza a strategie e azioni condivise, implementando la cultura del dialogo, della cittadinanza attiva e della convivenza civile e democratica.
L'accordo sarà siglato presso la sede del Comune alle 12:30 dal sindaco Pippi Mellone, dall'assessora alle Politiche Sociali Maria Grazia Sodero, dalla direttrice dell'Ufficio di Servizio Sociale Minorenni Antonella Giurgola e dal direttore del Cpa-Cdp Pietro Sansò. L'intento è quello di rafforzare le azioni e le attività di sostegno ai giovani (anche minori) e alle famiglie, monitorando e prevenendo il disagio giovanile con il coinvolgimento di tutte le risorse presenti sul territorio, intercettandone contestualmente di nuove.
Si procederà quindi ad istituire una sede recapito dei Servizi Minorili della Giustizia di Lecce (Ussm e Cdp) presso gli uffici del Comune di Nardò. Sarà costituita un'equipe locale per la rilevazione di bisogni e problematiche inerenti preadolescenti e adolescenti al fine di progettare efficaci attività congiunte di prevenzione dei fenomeni devianti.
Si progetteranno attività di prevenzione dei fenomeni del bullismo e cyber-bullismo nelle scuole secondarie di primo e secondo grado, anche attraverso l'istituzione di uno sportello di ascolto per segnalazione e richieste di aiuto. E ancora, saranno attivati percorsi di educazione alla legalità, rivolti a gruppi di minori in carico all'Ufficio di Servizio Sociale per i Minorenni e al Centro Diurno Polifunzionale, sottoposti a percorsi di messa alla prova, condotti dalle figure professionali dei servizi coinvolti. Sarà valorizzata la prosecuzione della collaborazione già avviata e consolidata nel tempo per il trattamento dei minori in area penale esterna e delle loro famiglie. Il Comune di Nardò, in particolare potrà favorire il coinvolgimento nelle azioni proposte di giovani residenti nel comune, che necessitano di un supporto pedagogico.
Altra attività di interesse condiviso sarà l'individuazione di spazi pubblici presenti sul territorio neretino da recuperare e valorizzare con una partecipazione attiva degli adolescenti a rischio di devianza. Le attività saranno quindi co-programmate e co-progettate, tenderanno allo scambio di risorse e competenze, al fine di creare percorsi educativi, di autonomia, responsabilizzazione civica, in un'ottica preventiva a favore dell'adolescenza a largo raggio.
"Ci sono, anche nella nostra città, forme di devianza giovanile che poi portano a fenomeni illegali e a situazioni di disagio, di fronte alle quali sarà utilissima questa collaborazione. Parole d'ordine saranno "prevenzione" ed "educazione", antidoti straordinari contro queste problematiche così delicate", ha spiegato il sindaco Pippi Mellone. "Contro il disagio giovanile e tutto quello che comporta serve un lavoro di squadra e questa collaborazione sarà importantissima. Non è un fronte sul quale il Comune parte da zero, ma è evidente che la sinergia con i Servizi della Giustizia Minorile di Lecce può essere davvero decisiva", ha dichiarato l'assessora Sodero.
di Antonio Maria Mira
Avvenire, 30 maggio 2021
Tre anni fa l'inchiesta di Avvenire nei luoghi dello sfruttamento. E oggi nuovi arresti di imprenditori che fanno lavorare 12 ore al giorno per una paga tra i 2 e i 4 euro l'ora. A Mondragone lo sfruttamento dei braccianti immigrati non si è mai fermato. Neanche durante questo anno di pandemia. Anzi, è peggiorato. Non solo i lavoratori bulgari ma anche nordafricani. Ancora una volta moltissime donne. Al lavoro per 12 ore al giorno e pagate tra 2 e 4 euro l'ora. Schiave di imprenditori italiani senza scrupoli. Tre anni fa l'inchiesta di 'Avvenire' fece emergere questa realtà di gravissimo sfruttamento. Ma l'Italia la scoprì un anno fa quando nella comunità bulgara scoppiò un focolaio di Covid-19.
Un'attenzione durata pochissimo. E lo sfruttamento è ripreso come e peggio di prima. Lo conferma l'inchiesta dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, coordinati dalla procura di Santa Maria Capua Vetere, che ha portato in carcere un imprenditore agricolo, molto importante e famoso, e un altro ai domiciliari, entrambi di Mondragone ma operanti anche a Falciano del Massico, accusati di associazione a delinquere dedita allo sfruttamento del lavoro e all'intermediazione illecita di manodopera (il cosiddetto caporalato) a beneficio delle proprie aziende e di altre. A due caporali sono state invece notificate le misure dell'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.
"Gli immigrati sono gli sfruttati, gli sfruttatori e i caporali sono italiani. E quella dell'imprenditore arrestato non è una piccola azienda, ma ben strutturata", sottolinea il capitano Simone Vecchi, comandante della compagnia della Guardia di Finanza di Mondragone che ha proceduto all'esecuzione del sequestro preventivo dell'intero complesso aziendale di due imprese agricole utilizzate nelle attività criminose nonché di beni, denaro e valori ritenuti proventi diretti e/o indiretti delle medesime attività, per un valore complessivo di oltre 1,8 milioni di euro.
L'azienda dell'imprenditore finito in carcere era l'azienda 'madre', a cui si raccordavano le aziende satelliti dislocate sul territorio mondragonese e di altri paesi casertani come Castel Volturno, Grazzanise e Villa Literno. Lo sfruttamento ha riguardato centinaia di braccianti bulgari e nordafricani, prevalentemente donne, impiegati sia in serra che in campo aperto. "In condizioni di lavoro estreme - spiega ancora il capitano -. Dodici ore di lavoro sollevando casse di pomodoro da 20 chili è una condizione disumana. E con qualunque tempo".
Questo per 6-7 giorni alla settimana, con una retribuzione oraria media che non superava i 4 euro e in parte finiva nelle tasche dei caporali, peraltro loro stessi imprenditori. Condizioni che si è riusciti ricostruire tramite attività di intercettazione e di prolungati servizi di appostamento, osservazione occulta e pedinamento, svolti anche tramite l'utilizzo di 'droni' per monitorare dall'alto sia il lavoro nei campi che il trasporto su furgoni stipati di braccianti, 'arruolati' come sempre in alcune piazze di Mondragone. Venivano effettuati dai 20 ai 60 'trasporti' al giorno che sono stati seguiti dai droni che hanno offerto una precisa mappatura delle prestazioni lavorative illecite nei campi e delle condizioni di sfruttamento. Tutto reso possibile dalla legge 199 del 2016, la cosiddetta 'anti caporalato', ancora una volta rivelatasi strumento fondamentale. Anche perché, osserva il capitano, "nessuno dei braccianti ha denunciato. La denuncia è più unica che rara. La condizione dell'immigrato è una condizione precaria, soprattutto se ha qualche irregolarità nei documenti". E lo sfruttamento non si è fermato col Covid. "Questi imprenditori non sono tra quelli che si sono bloccati. Nessuna precauzione sanitaria, era l'ultimo dei problemi". Sfruttamento in una terra di agricoltura ricca e di qualità. Eppure, riflette ancora l'ufficiale, "purtroppo è un fenomeno molto diffuso che, al di là della brutalità del reato nei confronti dei lavoratori sfruttati, inquina il mercato. Crea una concorrenzialità disumana, un risparmio del 200% sul costo del lavoro, non pagando ovviamente sui lavoratori né tasse, né contributi".
di Maso Notarianni
Il Domani, 30 maggio 2021
Nell'indifferenza della civile Europa "ogni anno le persone affogano perché gli aiuti arrivano troppo tardi, o non arrivano mai". Sotto accusa anche l'agenzia europea Frontex. I sostegni europei, gli ingenti finanziamenti alla cosiddetta Guardia Costiera libica aumentano, mentre continuano a non cessare ma nemmeno a diminuire gli "orrori inimmaginabili che continuano a subire i migranti che intraprendono il viaggio attraverso la Libia".
Durissimo atto di accusa dell'Alto commissario per i diritti umani della Nazioni Unite all'Europa e alla Libia. "La vera tragedia è che gran parte delle sofferenze e delle morti lungo la rotta del Mediterraneo centrale sono prevenibili", ha detto Michelle Bachelet presentando il nuovo rapporto dell'Unhcr intitolato "Lethal disgregard", perché nell'indifferenza della civile Europa "ogni anno le persone affogano perché gli aiuti arrivano troppo tardi, o non arrivano mai. E chi viene soccorso è costretto ad aspettare giorni o settimane per essere sbarcato in sicurezza o, come sempre più spesso, viene rimpatriato in Libia. Un Paese che, come è stato sottolineato in innumerevoli occasioni, non è un porto sicuro in questo periodo di violenze".
Anche l'Alto Commissariato per i diritti umani mette sotto accusa sia l'agenzia Frontex che Irini, la missione navale congiunta delle marine militari europee nel Mediterraneo: "Hanno sostenuto la guardia costiera libica nell'assumersi maggiori responsabilità nelle operazioni di ricerca e soccorso in acque internazionali, ma senza garanzie sul rispetto dei diritti umani, portando a un aumento delle intercettazioni e dei ritorni in Libia, dove i migranti continuano a subire gravi violazioni e abusi". "Nessuno - ha detto Michelle Bachelet - dovrebbe sentirsi obbligato a rischiare la propria vita o quella delle proprie famiglie su barche inadatte alla navigazione in cerca di sicurezza e dignità. Ma la risposta non può essere semplicemente impedire le partenze dalla Libia o rendere i viaggi più disperati e pericolosi".
I sostegni europei, gli ingenti finanziamenti alla cosiddetta Guardia Costiera libica aumentano, mentre continuano a non cessare ma nemmeno a diminuire gli "orrori inimmaginabili che continuano a subire i migranti che intraprendono il viaggio attraverso la Libia. Sopportano abitualmente disidratazione, fame, detenzione arbitraria, abusi sessuali e maltrattamenti. In mare, rischiano la vita su navi sovraffollate e non idonee alla navigazione e spesso vengono lasciate alla deriva per giorni senza cibo, acqua o cure mediche adeguate". E anche in mare, "Permane un modello di comportamento sconsiderato e violento da parte della Guardia costiera libica che spara contro o vicino alle navi dei migranti, a volte addirittura provoca collisioni volontariamente con le imbarcazioni dei migranti verso i quali spesso sono compiute violenze fisiche, intimidazioni e insulti razzisti". Per questo, l'Alto Commissariato chiede all'Unione europea e ai suoi stati membri, di "astenersi dall'incoraggiare il trasferimento della responsabilità delle operazioni SAR in acque internazionali alla guardia Costiera Libica" e di garantire, anche con il sostegno alle organizzazioni della società civile "un numero sufficiente di servizi marittimi dell'UE e degli Stati membri".
La Libia è orribile - "Devi capire - racconta all'Unhcr un uomo del Bangladesh - che la Libia è orribile. Nessuna parola può spiegare la nostra sofferenza lì. La situazione lì è così pericolosa, devi rischiare la tua vita nell'acqua". E la vita la si rischia sapendo, come ha detto una donna somala,che "In acqua le probabilità sono 50-50. Il mare non è facile, o finisci al sicuro o muori". Ma per troppi, nemmeno l'Europa è un arrivo al sicuro. Migliaia di persone - denuncia l'Alto Commissariato - sono sottoposte a detenzione prolungata o arbitraria e non sono in grado di accedere all'assistenza sanitaria fisica e mentale, ad alloggi adeguati, e persino al cibo, all'acqua e ai servizi igienici.
di Sofia Basso
Il Domani, 30 maggio 2021
Oltre trenta Ong, tra cui Rete Disarmo, Amnesty, Greenpeace e Save the Children, denunciano "un'azione concentrica per smantellare le norme che regolamentano le esportazioni di armi e di sistemi militari". A suscitare l'allarme delle organizzazioni pacifiste è stata in particolare l'inedita presa di posizione del Capo di Stato Maggiore della Difesa Enzo Vecciarelli che, nella relazione annuale sulle esportazioni militari trasmessa alle Camere ha criticato esplicitamente la scelta del secondo governo Conte di revocare alcune autorizzazioni. Il sottosegretario alla Difesa Mulé ha detto che bsiogna intervenire sulla legge. L'attacco alla legge sull'export di armi non è una novità, ma la simultaneità delle recenti prese di posizione ha allarmato i sostenitori.
La legge che vieta l'export di armi a paesi in guerra o responsabili di violazioni dei diritti umani non si tocca: a lanciare un appello a tutela della 185/90 sono 33 Ong, tra cui Rete Disarmo, Amnesty, Greenpeace e Save the Children, che denunciano "un'azione concentrica per smantellare le norme che regolamentano le esportazioni di armi e di sistemi militari". In queste settimane, "diversi think tank e opinionisti del settore della difesa, insieme ad alcuni parlamentari ed esponenti militari, stanno facendo pressioni per rivedere le norme in vigore allo scopo di facilitare le esportazioni di armamenti e la competitività dell'industria militare".
A suscitare l'allarme delle organizzazioni pacifiste è stata in particolare l'inedita presa di posizione del Capo di Stato Maggiore della Difesa Enzo Vecciarelli che, nella relazione annuale sulle esportazioni militari trasmessa alle Camere il 27 aprile, ha criticato esplicitamente la scelta del secondo governo Conte di revocare alcune autorizzazioni: "Recenti interpretazioni in termini restrittivi delle esportazioni verso alcuni Paesi dell'area Mediorientale (in particolare Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti) hanno suscitato perplessità e rammarico da parte delle massime Autorità locali, configurando potenziali rischi trasversali per tutto il Sistema Paese". Subito dopo, l'affondo: "ipotizzare di poter confermare anche in futuro le posizioni ostative sopra citate, potrà comportare unicamente degli evidenti svantaggi per il nostro Paese che vanno assolutamente evitati". Senza troppi giri di parole, il capo delle Forze armate italiane chiede, insomma, a Governo e Parlamento un'interpretazione meno rigorosa della 185 e l'archiviazione dell'embargo sulla vendita di bombe e missili a Riad e Abu Dhabi. Netto il commento delle Ong: "È inaccettabile che esponenti delle istituzioni si facciano promotori di istanze per modificare le leggi e ridurre i controlli".
Non solo lo Stato Maggiore - La posizione dello Stato Maggiore non è certo isolata. Una pubblicazione dell'Istituto affari internazionali (Iai), uscita il 30 aprile, chiede urgenti "modifiche normative alla legge 185/90 per mantenere rapporti privilegiati ed efficaci con i Paesi partner e alleati esterni all'Unione". Lo spunto è la Brexit, che ha portato il Regno Unito fuori dall'Unione, ma nel contesto di un export militare orientato soprattutto a Paesi extra Nato e Ue, anche altre destinazioni potrebbero beneficiare del "grado di flessibilità e semplificazione" richiesto dal think tank.
Che il bersaglio sia proprio la legge nata 31 anni fa con il sostegno della società civile lo si evince anche da un articolo uscito poco prima a firma di Michele Nones, vice presidente dello Iai ed ex consulente del ministero della Difesa: "Pensare di regolamentare l'interscambio di equipaggiamenti militari con vecchie regole è come provare a regolamentare il traffico aereo con le norme e le procedure in vigore quando c'erano solo gli aerei a elica. Ma, avendo trasformato questa legge in un tabù e avendo ostracizzato ogni tentativo di adeguamento, l'impianto normativo è rimasto in gran parte lo stesso".
Ancora più esplicito Gianandrea Gaiani - direttore di Analisi Difesa e consigliere per le politiche di sicurezza del Viminale quando il ministro era Matteo Salvini - che di recente ha placidamente sottolineato che "con la sola logica dei diritti umani, sarebbero ben pochi i Paesi a cui esportare".
A quale altra bussola dovrebbe far quindi riferimento il nostro export secondo Gaiani? "L'unica valutazione legittima per un Paese che vuole essere potenza di riferimento, almeno nel Mediterraneo allargato", sostiene, è vendere armi "ai paesi che sosteniamo" e negarle "ai competitor, ai rivali e ai potenziali nemici". Senza, ovviamente, preoccuparsi dell'eventuale coinvolgimento dell'acquirente in conflitti armati o nella repressione del dissenso.
Il sottosegretario Mulé - Tra le prese di posizione più recenti, quella del sottosegretario alla Difesa Giorgio Mulè che il 21 maggio, nel corso di un webinar organizzato dalla testata Formiche, ha ribadito la necessità di una "riflessione, non più rinviabile, per aggiornare la legge 185/90", definita "antiquata". Obiettivo: permettere "un adeguato livello di flessibilità e semplificazione" per garantire l'interscambio dei materiali di armamento non solo con il Regno Unito post Brexit "ma anche con Paesi terzi affidabili".
A fargli eco, il generale Leonardo Tricarico, presidente della Fondazione Icsa ed ex capo di Stato maggiore dell'Aeronautica, che ha auspicato la bonifica del percorso autorizzativo dalle "numerose trappole in cui si incagliano regolarmente ormai quasi tutte le iniziative commerciali della nostra industria del settore". Nel mirino del generale finiscono, in particolare, la giustizia, la politica e, ovviamente, la 185/90, ritenuta "la madre di tutte le controversie": "oltre 30 anni di vigenza la hanno resa difficilmente rapportabile agli odierni scenari di crisi interni e internazionali, nessuno dei quali è praticamente risparmiato dal dettato normativo italiano, soprattutto se applicato in maniera ottusa o da funzionari la cui firma potrebbe aprir loro le porte del tribunale".
L'attacco alla legge sull'export di armi non è una novità, ma la simultaneità delle recenti prese di posizione ha allarmato i sostenitori della legge. A scatenare la controffensiva, secondo le Ong, è stata la revoca delle autorizzazioni in corso per l'esportazione di missili e bombe verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti decisa dal Conte II e sostenuta da recenti sentenze della magistratura. "Per la prima volta in trent'anni, il complesso militare-industriale ha dovuto registrare la revoca di un'autorizzazione all'export armato, vedendo così messa a rischio la propria posizione privilegiata", fanno notare i pacifisti, che sottolineano come il comparto della Difesa, indicato spesso come "strategico per il sistema Paese", valga "meno dell'1 per cento sia del Pil sia delle esportazioni nazionali, così come per tasso occupazionale".
Un settore marginale per l'economia reale, ma con grande capacità di conquistare sostegno e finanziamento pubblico. Ecco perché, tra le richieste delle Ong, oltre all'applicazione rigorosa e trasparente della 185, c'è anche l'apertura di un approfondito confronto parlamentare sulle esportazioni militari che coinvolga anche le associazioni della società civile. Per evitare che a suggerire le politiche sull'export di armi siano sempre gli stessi.
di Roberto Gressi
Corriere della Sera, 29 maggio 2021
Di Maio e le scuse dopo l'assoluzione di Simone Uggetti. Sarebbe un errore da matita blu se la politica, ma anche la magistratura, non cogliesse l'occasione offerta da Luigi Di Maio, che in una lettera a Il Foglio, chiede scusa, senza giri di parole, per l'aggressione politica e mediatica al sindaco di Lodi, Simone Uggetti, assolto dopo cinque anni per non aver commesso il fatto, dopo aver subito l'offesa del carcere e delle dimissioni.
di Luca Luparia Donati e Guido Sola
Il Domani, 29 maggio 2021
Festival della Giustizia penale. Tre giorni di lavoro intenso, 108 relatori in 36 sessioni, spettacoli di danza e di teatro, dibattiti e convegni. Tutti completamente a disposizione per essere visti o rivisti come contributo originale ed eredità del Festival. La seconda edizione del Festival della Giustizia Penale "Vittime di ieri, vittime di oggi", svolto a Modena e nella provincia (con eventi da Carpi, Sassuolo e Pavullo nel Frignano) dal 21 al 23 maggio, è stata trasmessa online in diretta streaming e ha già fatto registrare numeri lusinghieri (oltre 15mila visualizzazioni nella tre giorni), numeri che sono destinati a salire grazie al fatto che, appunto, la grande ricchezza di contenuti è interamente a disposizione online su www.festivalgiustiziapenale.it e sul canale Youtube, oltre che sulla pagina Facebook del festival.
- Non ci sarà nessuna riforma sistematica della giustizia penale
- "Caro Di Maio, accetto le tue scuse. Ma non ci siano più vittime come me"
- "Ergastolo ostativo uguale tortura", così Woodcock si conferma garantista vero
- Svolta di Di Maio: "Mai più gogna per arresti"
- "Mandato bis, o niente appello": limiti ai legali confermati dai "saggi"










