di Andrea Carugati
Il Manifesto, 18 aprile 2021
Letta in pressing. Il sottosegretario Della Vedova: saranno avviate le verifiche necessarie. All'assemblea Pd spazio ai militanti. Il segretario: patto sociale come Ciampi nel 1993. Dopo la gaffe del premier Draghi, ieri qualcosa si è mosso sulla vicenda di Patrick Zaki. A palazzo Chigi hanno riconsiderato la posizione di distanza presa venerdì, e dato mandato al sottosegretario agli Esteri (con delega ai diritti umani) Benedetto Della Vedova di dare un segnale: "Il governo darà seguito all'impegno preso in Parlamento, avviando le verifiche necessarie per il conferimento della cittadinanza a Patrick Zaki". Tradotto, la settimana prossima Della Vedova contatterà il Viminale per dare il via all'iter, che potrebbe non essere breve.
Un risultato che piace al Pd. "Parole che sgombrano il campo da freddezze ed equivoci. Ora bisogna andare avanti rapidamente", twitta Filippo Sensi. "Si lavori con impegno per questo e per ogni altra azione di pressione che porti al più presto alla liberazione di Patrick", insiste la responsabile esteri Lia Quartapelle. Enrico Letta ieri aprendo l'assemblea nazionale del Pd aveva insistito sul punto: dare seguito alla decisione presa all'unanimità dal Senato. Un'assemblea diversa dal solito: pochissimi big sul palco virtuale di Zoom ma tanti militanti, quasi 60 interventi in 5 ore di discussione. Che ha preso il "la" dal corposo documento che riassume le risposte dei militanti (circa 40mila coinvolti) ai 20 punti presentati a metà marzo da Letta: con una serie di priorità molto chiare, dal lavoro, al sud alla questione femminile che va ben oltre la presenza di donne ai vertici della politica.
"Il partito esiste, è vivo ed è molto vivace", dice Letta nella sua relazione. "Un mese fa abbiamo rischiato di buttare via un partito che ha una grande ricchezza, ma grazie alla nostra base siamo in grado di superare una crisi di vertici". E ancora: "Non si vincono le elezioni con costose squadre di comunicazione, magari americane, ma con 100mila militanti. Il rapporto centro-base non deve essere di controllo, ma di ascolto e protagonismo".
Risvegliati i militanti, ora Letta punta a andare oltre con l'esperimento delle Agorà che partirà il primo luglio. "Deve essere un processo interno e esterno al Pd, faccio un appello a tutti quelli che ci guardano da fuori o sulla porta e a tutti quelli che hanno un impegno culturale e civico: questo semestre è per voi. Non è per guardarci l'ombelico o per risolvere i nostri problemi interni, quelli li risolveremo solo se guarderemo fuori". Un concetto che sta diventando un cardine della nuova segreteria: bypassare le faide tra correnti aprendo le porte. L'obiettivo, ambizioso, è quello di creare un nuovo modello di partito: non leaderistico e digitale, senza scivolare nel modello Rousseau, che anche il M5S sta archiviando.
Quanto ai temi, il segretario ha ribadito la sua scelta di tenere insieme la lotta alla crisi economica e alle disuguaglianze con le battaglie sui diritti civili. "Dopo questo mese sono ancora più convinto che i diritti e come arrivare alla fine del mese sono temi che si possono tenere insieme", spiega Letta. Sul Recovery, ha ribadito le priorità illustrate a Draghi: sud, donne, giovani. "Vorrei proporre al governo, alle parti sociali, ai partiti, che si faccia un grande patto per la ricostruzione del Paese, come Ciampi nel luglio del '93. Sono convinto che Draghi abbia la legittimazione e la forza per un grande patto europeo che sta dentro il Next Generation Eu".
"Dobbiamo toccare con mano, condividere la disperazione sociale che c'è", avverte il tesoriere Walter Verini. "Nel rapporto col governo non stare col freno a mano tirato, ma con la nostra identità di sinistra". "Il rimbalzo che ci sarà non porterà ad una ripresa occupazionale, quindi dovremo respingere il rischio che si possa dire '"torniamo a forme di precarizzazione"", ha avvertito il ministro del lavoro Andrea Orlando. "Saremo misurati su quanto saranno cresciute le diseguaglianze al termine della pandemia. Nel contrasto alla povertà è ora di smetterla con la retorica che colpevolizza i poveri". Giovanni Crisanti, 21 anni, il delegato più giovane, ha chiesto di fare come Macron: "C'è molta sofferenza tra i ragazzi, bisogna garantire 10 sedute da uno psicoterapeuta gratis". Il piemontese Raffaele Trudu, citando Letta, ha chiesto: "Perché dobbiamo usare il cacciavite e non la falce e il martello?".
di Giampaolo Cadalanu
La Repubblica, 18 aprile 2021
Primo riconoscimento ufficiale da parte di Asmara del ruolo dei propri militari nel conflitto nella regione dell'Etiopia. L'ambasciatrice alle Nazioni Unite respinge le imputazioni su stupri e fame usati come armi di guerra. Ma nuove testimonianze: i soldati eritrei restano, stanno solo cambiando le proprie divise con quelle di Addis Abeba. L'Eritrea ha annunciato ieri al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di aver accettato di ritirare le proprie truppe dal Tigray, in Etiopia. Si tratta del primo riconoscimento ufficiale da parte di Asmara della presenza nella regione dei propri soldati, accusati da Ong e dalle stesse Nazioni Unite di aver perpetrato violenze e massacri.
L'ammissione - contenuta in una lettera inviata ai 15 membri del Consiglio e messa online sul sito del ministero dell'Informazione eritreo - arriva dopo che il capo dell'agenzia Onu per gli aiuti Mark Lowcock ha detto che le Nazioni Unite non hanno ancora avuto prove del ritiro delle forze eritree. "Visto che le minacce sono rientrate Eritrea ed Etiopia hanno concordato al loro massimo livello il ritiro delle forze eritree e il simultaneo dispiegamento di soldati dell'Etiopia alla frontiera", ha scritto l'ambasciatrice eritrea presso le Nazioni Unite Sophia Tesfamariam.
Le forze eritree hanno aiutato il governo federale di Addis Abeba a combattere contro l'ex partito al potere in un conflitto esploso a novembre in Etiopia. Finora però Asmara aveva negato la presenza di propri militari nella regione. Il mese scorso il primo ministro dell'Etiopia Abiy Ahmed ha riconosciuto il coinvolgimento sul terreno dei soldati eritrei e le Nazioni Unite ne hanno chiesto il ritiro. Giovedì Lowcock ha però denunciato: "Nessuna agenzia umanitaria ha visto prove di tale ritiro, anzi ci sono racconti su soldati eritrei che si sono semplicemente cambiati divisa vestendo le uniformi dell'Etiopia". Nel conflitto sono morte migliaia di persone e centinaia di migliaia sono state costrette a lasciare le proprie case in una regione con 5 milioni di abitanti.
"Ci sono racconti supportati da prove della colpevolezza eritrea in massacri e uccisioni", ha continuato Lowcock. Lunedì i soldati eritrei hanno aperto il fuoco uccidendo almeno 9 civili e ferendone decine di altri. Nei briefing al Consiglio di sicurezza sono stati dettagliati numerosi casi di stupri usati come armi di guerra e della diffusa crisi economica che ha portato alla fame la popolazione nel Tigray. "Abbiamo sentito false accuse di stupri e fame usati come armi da guerra", ha scritto Tesfamariam. "Si tratta di accuse oltraggiose, di un attacco alla cultura e alla storia del nostro popolo".
di Adriano Sofri
Il Foglio, 17 aprile 2021
Nessuno poteva dubitare che l'ergastolo cosiddetto ostativo fosse incostituzionale. Nessuno che sia capace di leggere l'articolo 27 della Costituzione, nella frase che dice: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". (La Corte costituzionale le ha aggiunto l'art. 3, dove dichiara tutti i cittadini uguali davanti alla legge). Pronunciamenti precedenti della stessa Corte, sui permessi agli ergastolani "ostativi", e della Corte europea dei diritti dell'uomo avevano già segnato la strada.
di Andrea Pugiotto
Il Riformista, 17 aprile 2021
Ora la palla è nel campo di un legislatore fino ad oggi riluttante a intervenire e che tale si confermerà anche in futuro, come già accaduto nel "caso Cappato". Toccherà allora ai giudici costituzionali dichiarare formalmente ciò che già oggi avrebbero potuto dichiarare, se solo avessero scelto di anteporre a tutto la funzione contro-maggioritaria cui è chiamato il Giudice delle leggi.
di Guido Neppi Modona
Il Riformista, 17 aprile 2021
La Corte ha dichiarato che il Fine Pena Mai non è costituzionale e giustamente ha lasciato al legislatore un anno di tempo per realizzare tutte le modifiche di legge che sono necessarie.
Con un comunicato stampa del 15 aprile la Corte costituzionale ci ha messo al corrente che sta esaminando una delicatissima questione relativa ai condannati all'ergastolo per reati di mafia; in particolare quei condannati che, non avendo collaborato con la giustizia, non possono usufruire della liberazione condizionale, cioè della possibilità di essere messi in libertà dopo avere scontato 26 anni di pena. Più in generale il divieto vale anche per l'ammissione agli altri benefici penitenziari, quali semilibertà, lavoro all'esterno, liberazione anticipata.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 17 aprile 2021
Nessuno poteva dubitare che l'ergastolo cosiddetto ostativo fosse incostituzionale. Nessuno che sia capace di leggere l'articolo 27 della Costituzione, nella frase che dice: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". (La Corte costituzionale le ha aggiunto l'art. 3, dove dichiara tutti i cittadini uguali davanti alla legge). Pronunciamenti precedenti della stessa Corte, sui permessi agli ergastolani "ostativi", e della Corte europea dei diritti dell'uomo avevano già segnato la strada.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 aprile 2021
I numeri sul permesso premio sull'ergastolo ostativo sconfessano quanti, dopo la precedente sentenza della Consulta, hanno gridato al "libera tutti". Ergastolo ostativo: la Consulta ha rimandato a maggio dell'anno prossimo la trattazione della questione di legittimità costituzionale della preclusione assoluta della liberazione condizionale per chi non collabora con la giustizia. Nel frattempo ha auspicato che sia il legislatore ad intervenire, tenendo ben presente che quella parte del 4 bis è incostituzionale. Quindi sì, la preclusione assoluta è illegittima. Ma veniamo al punto. Non si parla di alcun automatismo nel concederla. Attualmente, per chi è in ergastolo ostativo, il magistrato di sorveglianza non può valutare se il detenuto abbia o meno i requisiti per ottenere questo beneficio penitenziario. Questione importante, perché si continua a disinformare sul punto.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 17 aprile 2021
L'ergastolo ostativo, cioè l'unica forma vera di carcere a vita esistente nel nostro ordinamento, è sicuramente in contrasto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione, oltre che con l'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Lo afferma senza ombra di dubbio la Corte Costituzionale, riunita ieri per decidere su stimolo della cassazione. Un'incostituzionalità palese di cui sono convinti i giudici dell'Alta Corte e quelli della Corte suprema, cioè i vertici massimi della giustizia. Ne sono convinti però non emettono una sentenza, ma rimbalzano al Parlamento, dando un anno di tempo per decidere di sbloccare con una legge la situazione di 1.271 detenuti che stanno scontando nel frattempo la pena di morte sociale.
di Giulio Meazzini
Città Nuova, 17 aprile 2021
Elvio Fassone è stato magistrato e senatore della Repubblica. Nel corso della sua carriera di giudice, un giorno ha incontrato Salvatore, mafioso, autore di 15 omicidi. Dopo averlo condannato all'ergastolo, ha iniziato con lui uno scambio epistolare durato oltre 30 anni, grazie al quale Salvatore ha iniziato in carcere un lento ma progressivo cammino per cambiare vita. Nel momento in cui finalmente aveva la possibilità di essere ammesso alla semi-libertà, però, una banale infrazione lo ha ricacciato nella pena senza fine, nell'eternità senza sbocco. Per cui a un certo punto ha tentato il suicidio. Un agente è intervenuto in tempo e lo ha salvato, ma la porta del carcere potrebbe non riaprirsi più per lui. La corrispondenza tra il magistrato e l'ergastolano è descritta nel libro "Fine pena: ora" (Sellerio).
Come è iniziato questo rapporto con Salvatore?
Nel 1985 a Torino si celebrava un maxi-processo alla mafia catanese. Un processo particolare, perché per il numero degli imputati è durato quasi due anni. Di solito, in un processo normale il giudice vede e parla con gli imputati per un'ora, due ore, un giorno, non di più, per cui non c'è tempo per instaurare un rapporto. Invece in quel caso siamo stati di fronte per 20 mesi. In più, essendo io responsabile della gestione di ben 242 persone e relativi familiari, mi sentivo responsabile anche sul piano delle relazioni umane: ero una specie di sindaco di un piccolo paese. Per esempio se un detenuto doveva farsi estrarre un dente e non sapeva come fare perché il carcere non gli procurava l'intervento, o se una convivente, arrivata da lontano proprio nel giorno in cui non c'erano colloqui, chiedeva di non tornare a casa a mani vuote, ero io che dovevo cercare di rimediare. Piccole cose che però costituivano lo sfondo umano della piccola comunità che si era venuta a costituire.
Il momento storico non era dei più sereni...
Esatto. C'era un fortissimo clima di antagonismo. Il processo riguardava la più sanguinaria delinquenza della Sicilia orientale, quindi Catania e dintorni. C'era il gotha della criminalità e si giudicava qualcosa come 60 omicidi. Il clima era di guerra dichiarata, soprattutto agli "infami" che collaboravano con la giustizia e alle loro famiglie: infatti nel corso del processo si verificarono 7 episodi di sangue. Sia per svelenire questa atmosfera, sia per una qualche empatia con queste persone che mi erano affidate, introdussi una prassi anomala: dichiarai in pubblica udienza che dopo la fine dell'udienza mi sarei trattenuto 15 o 20 minuti, insieme al giudice togato, per eventuali problemi e istanze di quel genere, purché non avessero nulla a che vedere col processo.
Un gesto distensivo...
Questo svelenì moltissimo l'atmosfera e indusse in particolare Salvatore, che era il capo dei capi, a instaurare un rapporto non più antagonista con la Corte, in particolare con me. Rapporto che culminò, in una delle ultime udienze, nella sua richiesta di venirmi a parlare proprio in quei 15 minuti. Tra le altre cose mi chiese: "Presidente, lei ce l'ha un figlio?". Risposi che ne avevo tre, e che il più grande aveva più o meno la sua età. "Lo so. Volevo dirle che se suo figlio nasceva dove sono nato io, magari a quest'ora lui era nella gabbia al posto mio, e se io ero nato dove è nato suo figlio a quest'ora facevo l'avvocato". In questa frase lessi quasi una nostalgia di non essere mio figlio.
A quel punto prese l'iniziativa?
La corte lo condannò, come era inevitabile in base agli atti, all'ergastolo. Ma mi rimase dentro una domanda: come farà un giovane di 27 anni come lui a passare tutta la vita in una cella, come potrà resistere? D'impulso gli mandai una lettera facendogli coraggio. Fu un gesto un poco temerario, perché avrebbe potuto mandarmi a quel paese, invece mi rispose con affetto e di lì nacque la corrispondenza descritta nel libro.
Una corrispondenza durata 30 anni. Come l'ha vissuta?
Non posso dire di essere cambiato radicalmente lungo gli anni della corrispondenza, ma mi ha cambiato la stesura e poi l'uscita del libro. Da tempo avevo una sensazione di solidarietà umana, chiamiamola pietà, verso i condannati, e soprattutto i condannati a pene molto lunghe. Intuivo che doveva essere una sofferenza terribile, soprattutto perché con l'ergastolo ti è tolta la speranza. Dieci anni di carcere sono lunghi, ma sai che ogni giorno togli un pezzettino di pena, per cui prima o poi uscirai. Ma quando sulla tua cartella c'è scritto "fine pena: mai", sei portato alla disperazione.
Si diventa pazzi?
Gli studiosi di psicologia affermano che la sofferenza senza speranza innesca una sorta di processo di autodifesa che toglie la ragione ai cervelli più vulnerabili. Diventa una vera e propria patologia. Infatti sono molti i detenuti che si tolgono la vita o tentano di togliersela. Se togli la speranza a un carcerato, gli togli la ragione di vivere.
Ritorniamo all'uscita del libro...
Il libro è uscito nel 2015 e ha avuto un'accoglienza incredibile: 13 edizioni. Ho girato l'Italia perché mi chiamavano da tutte le parti, università, associazioni, scuole. Sono passati tre anni e ancora ricevo inviti ad andare, non tanto a presentare il libro, quanto ad illustrare la situazione carceraria, soprattutto quella degli ergastolani. Questo mi ha cambiato, mi ha coinvolto enormemente nel problema. Sono diventato, in qualche modo, un punto di riferimento per questa problematica.
C'è anche gente che la accusa di non essere obiettivo perché si lascia prendere dall'empatia per il detenuto?
È accaduto molto raramente e non con atteggiamento polemico. Mi hanno detto soprattutto questo: nessuno uccida Caino, va bene, ma ricordiamoci anche di Abele, cioè delle vittime. Ho risposto che nel processo la Corte ha condannato gli imputati all'ergastolo, non si è limitata a pochi anni per pietà. Abbiamo applicato la legge senza sconti. Poi però subentra un altro campo di azione, in cui si può moderare la durezza della legge con un accompagnamento di tipo umano. Nessuno mi ha potuto rimproverare per aver fatto questo.
Nel libro lei ricorda che anni fa è stato bocciato un referendum sull'ergastolo.
È stato bocciato fragorosamente, con il 78% di "no". Ma il referendum era più radicale di quel che sostengo io, che sono contrario al solo ergastolo "ostativo", perché la domanda era: "Volete abolire l'ergastolo?". Io stesso ho votato "no". Secondo me, di fronte a casi di estrema gravità, come una strage o l'omicidio di un bambino, non possiamo subito dire: "Beh, siamo buoni, anche lui è un uomo, chissà quali condizionamenti ha subìto". Oltre alla vittima e ai familiari della vittima, tutta la comunità è profondamente ferita dal crimine nei suoi sentimenti più profondi e deve avere il tempo di elaborare il lutto. Una sentenza di condanna "giusta" aiuta a elaborare il lutto, perché conferma la comunità nella fiducia in certi valori: non si ammazza, non si stupra, non si deruba, non si spaccia. Ecco perché ritengo che a caldo sia sbagliato andare dai parenti della vittima e chiedere: "Lei è disposto a perdonare?". Lasciamo che elaborino il loro lutto.
C'è un tempo per tutto...
C'è il tempo del delitto, che esige una elaborazione da parte di tutti, del reo e della comunità. E poi c'è il tempo dell'espiazione, quello che comincia dopo che le luci si sono spente. Purtroppo il processo interessa solo fino alla sentenza, poi l'attenzione dei media finisce. Invece lì comincia il vero dramma. È lì che la comunità deve, con equilibrio e prudenza, ma anche con generosità, accompagnare il detenuto. Accompagnare non vuol dire metterlo fuori dalla prigione, ma aiutarlo nel percorso di maturazione.
Quindi esattamente cosa propone?
Propongo che nessuna pena abbia il termine finale "mai", perché altrimenti è inutile cercare di rieducare. Cosa mi rieduco a fare se tanto marcirò qui per sempre?
Quindi lei dice: diamo l'ergastolo, ma durante il tempo della detenzione controlliamo se la rieducazione sta funzionando. È così?
È già così, a parte l'ergastolo ostativo. Il nostro ordinamento non è sordo e non è reazionario. Ha recepito, a partire dalla legge Gozzini dell'86, l'istanza del cosiddetto "regime progressivo": tu condannato mi dai qualcosa in termini di maturazione nel modo di guardare il mondo e rapportarti con gli altri, e io-Stato, io-ordinamento dopo un certo numero di anni ti concedo dei permessi, se li hai guadagnati. Dopo un numero ulteriore di anni, se continua la rieducazione, ti do la semilibertà: esci durante il giorno per lavorare e poi rientri. Dopo altro tempo ti do i benefici ancora più estesi: la liberazione condizionale, una sorta di libertà vigilata. Infine, ti do la libertà piena, se hai sempre camminato nella stessa direzione.
Per Salvatore questo progresso si è interrotto...
Purtroppo Salvatore ha avuto qualche deviazione di percorso: i permessi li aveva avuti, il lavoro all'esterno l'aveva avuto, era stato dichiarato idoneo per la semilibertà, poi ha fatto una sciocchezza e ha dovuto rinunciarvi.
Ma gli psicologi sono in grado di capire se effettivamente il detenuto si è rieducato?
Leggere nell'anima non è possibile. Ma la competenza, la sequenza dei rapporti periodici sulla personalità, e l'esperienza offrono una buona probabilità di capire.
Con la rieducazione migliora la sicurezza della società?
Sì, perché il detenuto che esce, poi raramente delinque. Il 97% dei detenuti rientra migliore, perché ha visto la compagna o la moglie, i figli, il mondo. La semilibertà è preziosa perché esci per lavorare, cioè esci per assumere in pieno la qualità di cittadino. Il cittadino è tale proprio perché è immerso in una serie di relazioni sociali positive, tra le quali primeggia il lavoro. Poi se ci sono degli abusi bisogna sanzionarli. L'importante è non sbarrare mai la porta in modo definitivo.
Invece l'ergastolo ostativo?
Questo è il problema che rimane da affrontare. È stato introdotto nel '92, dopo gli assassini Falcone e Borsellino. Lo Stato non poteva non dare un giro di vite alla criminalità di tipo mafioso. Per i condannati a causa di delitti di questo tipo i benefici non sono più ammissibili, a meno che i detenuti accettino di diventare collaboratori di giustizia. Questo ha permesso formalmente alla Corte costituzionale, quando fu investita della questione sulla base dell'articolo 27 della Costituzione (che recita che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato), di dire che anche nel caso di "ergastolo ostativo" il condannato ha comunque una via di uscita, quella di diventare un collaborante con lo Stato. La Corte ritenne allora di non poter smantellare quello che lo Stato aveva fatto sotto l'onda dell'emozione di quei due episodi tragici del '92. E quindi sentenziò: una via di uscita c'è ed è la collaborazione. Sta al detenuto guadagnarsela.
Funziona?
No. Quasi nessuno dei condannati ha accettato di farsi "pentito", quindi gli ergastolani in larga parte sono di nuovo diventati "fine pena: mai". Al momento gli ergastolani ostativi in Italia sono circa 1600. Queste persone vivono con il "fine pena: mai". La mia riserva sulla legislazione attuale è solo su questo punto, ma su questo è forte e netta.
Cosa mi dice delle vittime?
Quando vado in giro a raccontare la mia esperienza, incontro molte persone che manifestano solidarietà con Salvatore, il quale ha raggiunto il livello di 35 anni in carcere, credo sia un record in Italia. Ne trovo anche qualcuna, però, che mi ricorda che pure i parenti delle vittime hanno il "fine pena: mai", in compagnia del proprio dolore. Allora rispondo che mi è ben chiaro il problema di Abele, infatti nel mio libro una delle ultime frasi è: "Nessuno tocchi Caino e nessuno dimentichi Abele". Un'eventuale riforma sarà tanto più accettata se si farà carico anche di Abele, ad esempio con provvidenze a favore dei congiunti delle vittime, a favore di quelli che soffrono a causa del delitto in generale. Non deve trattarsi necessariamente di un omicidio, anche una coppia di anziani depredata in casa andrebbe risarcita. Ci dovrebbe essere un fondo di solidarietà per queste persone. Questo le aiuterebbe ad accettare che nessuno uccida definitivamente Caino. Se una riforma metterà insieme entrambi questi obiettivi, sarà molto più facile farla accettare.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 aprile 2021
Dopo la strage di Capaci è stato inasprito il 4 bis, mettendo la preclusione ai benefici per chi non collabora con la giustizia. L'ergastolo, pena perpetua, fu introdotto nell'ordinamento italiano con il Codice Zanardelli nel 1890 che, all'art. 12, prevedeva per i condannati a tale sanzione, la segregazione cellulare continua con obbligo di lavoro per i primi 7 anni, successivamente l'ammissione al lavoro insieme ad altri condannati, con obbligo del silenzio, pur sussistendo la misura della segregazione cellulare notturna.
In seguito, con il Codice Rocco, venne riformata la disciplina dell'ergastolo che fu spogliato del carattere intensamente afflittivo previsto dal precedente Codice mediante l'abolizione della segregazione cellulare continua. Prevedeva che i condannati scontassero la pena in uno stabilimento ad hoc, l'obbligo del lavoro, l'isolamento notturno e solo dopo l'espiazione di almeno 3 anni di pena l'accesso al lavoro all'aperto.
Con la legge n. 1634/1962 venne introdotta una modifica mediante l'inclusione dei condannati all'ergastolo tra i soggetti ammissibili alla liberazione condizionale, qualora avessero effettivamente scontato 28 anni di pena, in seguito ridotti a 26 anni con la legge n. 663/1986, nota come legge Gozzini. La stessa legge ha introdotto delle ipotesi in cui il detenuto potesse uscire temporaneamente dal carcere, tenuto conto dell'andamento del percorso rieducativo, per lo svolgimento di lavoro all'esterno e per permessi premio dopo aver espiato 10 anni di pena mentre, trascorsi 20 anni, poteva essere disposto l'accesso alla semilibertà.
Sempre la Legge Gozzini ha ammesso che l'ergastolano che avesse dato prova di partecipazione all'opera di rieducazione potesse fruire, come riconoscimento di detta partecipazione, di una detrazione di pena di 45 giorni per ogni semestre di pena scontata con conseguente riduzione dei termini per l'ammissione ai benefici penitenziari. Ma poi arriva l'emergenza mafiosa che oggi non esiste più. I corleonesi trucidarono carabinieri, magistrati, gente comune, figli piccoli dei mafiosi per vendetta.
Grazie a Falcone, nel 1991 il legislatore ha introdotto l'art. 4 bis, norma che detta la disciplina di accesso ai benefici penitenziari, con la quale si sono individuate due categorie di detenuti: quelli di prima fascia, condannati per delitti particolarmente gravi quali quelli di associazione di tipo mafioso, terrorismo ed eversione; quelli di seconda fascia, invece, rientravano gli autori di delitti che facevano presumere una minore pericolosità sociale del condannato, per i quali era richiesta l'assenza di elementi che facessero ritenere ancora sussistente il collegamento con la criminalità organizzata. Per entrambi le fasce, non c'era alcuna preclusione assoluta ai benefici penitenziari. A seguito della strage di Capaci, hanno inasprito il 4 bis, mettendo la preclusione ai benefici per chi non collabora con la giustizia. Venne fato in nome dell'emergenza stragista. Lo Stato vinse, l'emergenza finì, ma la legge è rimasta. C'è voluto l'intervento della Consulta affinché si ritorni sui binari dettati dalla Costituzione.
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