di Carlo Bonini
La Repubblica, 29 maggio 2021
A Guantánamo restano ancora oggi quaranta detenuti. Ma che quella prigione fosse nata per sete di vendetta e non di giustizia era già chiaro troppi anni fa. Il 18 maggio scorso, il cittadino pachistano Saifullah Paracha, 73 anni, diabetico e con un cuore malato, si è voltato un'ultima volta verso la prigione in cui aveva trascorso gli ultimi 18 anni della sua vita. Era il prigioniero più anziano di Guantánamo. E, in un'altra vita, quella pre 11 settembre 2001, aveva vissuto da uomo di affari, quale era, a New York e quindi in Tailandia, dove, nel 2003, era stato catturato e inghiottito dalla war on terror. Con lui, Uthman Abd al-Rahim Uthman, yemenita, detenuto da 19 anni senza che nei suoi confronti fosse mai stata formalizzata alcuna accusa.
Un commiato silenzioso, il loro. Annotato a margine dalle cronache. Primo rilascio di prigionieri autorizzato dall'amministrazione Biden dopo quattro anni di presidenza Trump in cui una sola era stata la partenza dall'isola. E che porta la contabilità del carcere in questa baia nell'angolo sud-est dell'isola di Cuba, scoperta da Colombo nel 1494 e concessa agli Stati Uniti durante le guerre ispano-americane per un assegno annuo di 4 mila dollari, a 40 reclusi. Uomini piegati dal nulla ossessivo di anni di isolamento, feriti nel corpo e nella psiche dalla memoria di torture, fisiche e psicologiche. Soprattutto, prigionieri due volte. Perché chiamati a camminare sul filo sottile della pazzia che è peculiare di chi non sa quale sarà il proprio destino. Se ci sarà cioè, prima ancora di un perché alla propria pena, anche un quando che le metta fine.
Già, perché nella nemesi della Guerra al Terrore, Guantánamo ha finito per fare prigionieri vittime e carnefici insieme. Le prime, in balìa di un diritto penale sostanziale e processuale speciale, battezzato dall'amministrazione Bush nella stagione successiva al martedì di sangue delle Torri gemelle e del Pentagono che, consegnandoli alla condizione di enemy combatants (combattenti nemici), li ha sottratti alle coordinate del diritto internazionale, alle convenzioni di guerra, scaraventandoli in un limbo giuridico che solo raramente ha avuto il suo naturale sbocco in un processo. I secondi, vittime della loro stessa macchina di detenzione che doveva essere, nelle intenzioni, il più formidabile, crudele, ed esemplare deterrente globale del terrorismo jihadista. Ma che è diventata una macchia indelebile nella reputazione della più grande democrazia del mondo libero, incubatrice di sistematiche violazioni dei diritti umani. Fantasma di ogni presidente Usa nel giorno del suo insediamento: Barack Obama (nel 2008 e nel 2012); Donald Trump (2016) e ora Joe Biden. Tutti pronti a promettere la chiusura di quelle gabbie tropicali. Nessuno in grado di tenere fede all'impegno.
Passi da marionette - Eppure, a voler leggere i segni, la premonizione della fine era scritta nel principio. Nelle prime immagini che, l'11 gennaio 2002, le televisioni americane recapitarono a domicilio nei tinelli di un Paese che aveva mosso guerra all'Afghanistan, che colpirono come un pugno l'alleata Europa culla del diritto, per rimbalzare nelle periferie di Asia, Medioriente, Africa, dove Al Qaeda giocava la partita decisiva del proselitismo e della Jihad. In quegli uomini in tuta arancione, costretti dalle catene ai polsi e alle caviglie a un movimento dinoccolato da marionette, resi ciechi da occhiali da saldatore che ne trasfiguravano il volto in qualcosa che ricordava quello di giganteschi insetti, mentre venivano infilati nella pancia di aerei militari per essere scaricati in un inferno caraibico agli antipodi della loro terra di origine, erano le stimmate di una vendetta più che di un atto di giustizia. E la loro ostensione dal vivo avrebbe poi reso quella sensazione una certezza.
Capitò una prima volta nel 2002, quando scortato dai marines, arrivai per Repubblica sull'isola insieme a un pool di giornalisti internazionali. Quando la prigione si chiamava "Camp X-Ray" e altro non era se non un'immensa stia di rete metallica e filo spinato, dove uomini in ginocchio sotto un sole assassino si offrivano allo sguardo di chi non potevano vedere dietro i loro occhiali da saldatore. Ma a cui potevano gridare nella loro lingua parole che potevano essere una maledizione, piuttosto che un'invocazione.
E capitò ancora nel 2003, quando, tornato a Guantánamo, potei documentare come l'ingegneria concentrazionaria, di fronte a un numero di prigionieri salito quell'anno a 700 (un picco mai più raggiunto), avesse trasformato nel nome (Camp Delta) e nella struttura (cemento armato, celle, reparto ospedaliero, sezione per minorenni) la sterrata della disperazione in una meticolosa macchina dell'afflizione. Di cui ogni dettaglio - quelli ostensibili, evidentemente, e non quelli chiusi nel segreto delle camere di interrogatorio riservate al personale della Cia, del Fbi e dell'Intelligence militare - veniva mostrato.
Dal contenuto calorico delle razioni di cibo per i prigionieri, alla consunta biblioteca di volumi e dvd in lingua inglese e araba, alle statistiche sull'incidenza dei disturbi psichiatrici negli "ospiti" in tuta arancione e, da quell'anno, anche bianca. Secondo una scala cromatica ritagliata sull'indice di pericolosità del prigioniero che voleva il colore più chiaro indice di avvenuta pacificazione con la condizione di detenuto sine die.
Per scrivere la vera storia di Guantánamo ci sono voluti anni e un paziente lavoro di svelamento. E dunque i rapporti della Croce Rossa Internazionale, quelli di Amnesty, le testimonianze di whistleblower (carcerieri e addetti agli interrogatori). E, naturalmente, la verità dei prigionieri che, nel tempo, sarebbero stati rilasciati, restituiti ai Paesi di origine. Molti, come Mohamedou Ould Slahi, per essere riconsegnati alla vita. Altri per constatarne il ritorno sui fronti della Jihad, nel perpetuarsi di quella maledizione della guerra che vuole che l'odio chiami odio.
padovaoggi.it, 29 maggio 2021
"Dialoghi sulla costituzione". Nella tarda mattinata di venerdì 28 maggio, dalle ore 12,00 alle ore 13,30 il prof. Luca Antonini, giudice della Corte Costituzionale ha tenuto una lectio magistralis sul principio di uguaglianza, inaugurando il progetto voluto dal direttore del Due Palazzi, Claudio Mazzeo, dal titolo "Dialoghi sulla Costituzione".
Costituzione - Il progetto condiviso con l'Università di Padova, il Cpia e l'itc Einaudi/Gramsci, ha interessato oltre gli studenti delle scuole di Padova e i detenuti iscritti all'università, anche gli alunni di alcuni classi 4 e 5 del liceo Curiel e gli iscritti al master di criminologia. Hanno partecipato, l'incontro si è tenuto online, quindi virtualmente ma attivamente, anche i magistrati di sorveglianza e il terzo settore che da anni opera nell'istituto.
Progetto - "Il progetto - spiega il direttore Claudio Mazzeo - mira a promuovere la conoscenza di principi della carta costituzionale e prevede approfondimenti con la partecipazione di personalità in grado di offrire ulteriore spunti di riflessione e analisi sui valori fondanti la nostra carta costituzionale". Durante l'incontro, che è stato aperto proprio dal direttore Mazzeo, c'è stata la possibilità di interagire con il giudice Antonini, opportunità molto gradita dai partecipanti tanto che l'incontro si è chiuso tra applausi scroscianti.
gnewsonline.it, 29 maggio 2021
A conclusione del progetto "Trasformare le dipendenze patologiche in dipendenze generative" curato dall'Ufficio di esecuzione penale esterna di Caltanissetta e nato con l'obiettivo di promuovere strategie di prevenzione rivolte sia al mondo giovanile, sia alla presa in carico dei soggetti in esecuzione penale esterna affetti da dipendenze comportamentali e da sostanze, si è tenuto oggi, 28 maggio, un webinar in cui la rete costituitasi con questa iniziativa, e comprensiva dei Servizi per le tossicodipendenze, della Polizia stradale e della Polizia postale di entrambe le province di Caltanissetta ed Enna, ha incontrato gli studenti di quattordici classi di scuole superiori cittadine.
Hanno aperto i lavori Anna Internicola, direttore dell'Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna per la Sicilia, e Filippo Ciancio, dirigente dell'ambito territoriale di Caltanissetta ed Enna - Ufficio scolastico regionale per la Sicilia. Ha concluso i lavori Maria Grazia Vagliasindi Presidente della Corte di Appello di Caltanissetta.
casertanews.it, 29 maggio 2021
I colloqui vengono permessi solamente con la separazione da un plexiglass o in videochiamata. "È un qualcosa di inumano". Il Garante dei detenuti Samuele Ciambriello, scrive al Provveditore regionale del ministero della giustizia: "Uniformare le linee guida per i colloqui in tutte le carceri campane". L'altra sera e per tutta la mattinata di martedì scorso (25 maggio), i detenuti del carcere di Aversa hanno ripetutamente battuto sulle sbarre pentole e altri oggetti per protestare contro la limitazione dei colloqui con i familiari in tempi di Covid. "La battitura" ha creato allarme e attenzione anche all'esterno del carcere, perché il rumore arrivava fin nelle case circostanti la casa di reclusione.
I detenuti protestano perché attualmente sono impediti gli abbracci tra familiari. I colloqui in presenza vengono fatti separando familiari e detenuti con un vetro di plexiglass. Per chi, invece, non può fare il colloquio in presenza, è consentita la videochiamata. Nel carcere di Aversa vi sono attualmente 162 detenuti, di cui solo 10 non sono vaccinati.
L'istituto penitenziario di Aversa è anche una "casa-lavoro" per più di 42 detenuti. Un istituto normativo nato negli anni 30, che oggi dovrebbe essere largamente superato. Infatti consente che chi ha finito di scontare una pena e viene ritenuto ancora "socialmente pericoloso" può essere internato nella casa di lavoro per altri due anni. Di solito capita agli ex detenuti, internati nelle cosiddette R.E.M.S (Residenze per l'Esecuzione della Misura di Sicurezza) che hanno sostituito gli ospedali psichiatrici giudiziari. Attualmente vi sono 325 persone in tutta Italia nelle "case lavoro".
La protesta, che è finita nella tarda mattinata, grazie anche alla mediazione della direttrice Stella Scialpi, era indirizzata verso la magistratura di sorveglianza. I detenuti chiedono anche permessi di uscita all'esterno, così come avviene negli altri istituti di pena, considerato anche che ad Aversa transitano detenuti che sono ormai a fine pena o che scontano piccole condanne. Ma il magistrato di sorveglianza ha fatto sapere, attraverso una missiva indirizzata anche ai detenuti, che finché non sono tutti vaccinati o fino a quando non c'è una normalizzazione all'esterno del carcere, le disposizioni per i colloqui restano sempre le stesse.
Intanto la direzione del carcere sta organizzano la possibilità di fare dei colloqui all'aperto negli ampi spazi del carcere nei giardini, senza il plexiglass. Sta predisponendo un'area attrezzata dedicata proprio ai colloqui, ma ci vuole ancora del tempo per renderla operativa. Intanto il Garante dei detenuti della Campania, Samuele Ciambriello, ha scritto al Provveditore Campano per l'Amministrazione Penitenziaria, chiedendo che dal primo giugno ci sia una uniformità nelle linee guida per il numero dei familiari che i detenuti possono incontrare sia per le modalità in presenza che videochiamata.
"Se non c'è uniformità si creano disagi, perché attualmente ad Aversa - spiega Ciambriello - la direttrice ha consentito che chi non può fare colloqui in presenza farà i colloqui in videochiamata. A Poggioreale, per esempio, ciò non è consentito. Anche per questo ho scritto al provveditore regionale delle carceri perché detti linee guida uniformi per tutte le carceri della Campania. Questo può evitare ulteriori tensioni nelle carceri". "La protesta, è rientrata - dice un familiare all'esterno del carcere di Aversa, mentre esce dall'istituto di pena - ma la tensione resta. Speriamo che tutto si possa tranquillizzare".
"Sono contento di apprendere che la mediazione della Direzione del carcere - dice Samuele Ciambriello, Garante regionale dei detenuti - sta portando a creare anche situazioni tali che consentano di fare i colloqui all'aperto con una distanza fisica tale da rendere sicuri gli incontri. E poi sono ulteriormente contento che ad una quindicina di detenuti si darà la possibilità di reinserimento sociale perché è stata sottoscritta una convenzione tra il carcere, l'ufficio del garante e il Comune di Aversa per utilizzare all'esterno questi detenuti. È una possibilità concreta di reinserimento sociale. Non solo ma ci sarà la possibilità di utilizzare anche altre borse lavoro, di cui 7 messe disposizione da questo Ufficio, che consentiranno ad altri detenuti di utilizzare il diritto al lavoro per reinserimento sociale".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 maggio 2021
I servizi sociali non intendono più farsi carico dei costi per il suo mantenimento. Rimane quindi senza residenza, né i suoi parenti possono occuparsi di lui. Parliamo di un uomo che rischia di trovarsi in strada dal primo giugno, senza un alloggio, dopo alcuni anni passati prima in una sezione psichiatrica carceraria e poi in una comunità terapeutica, nel Forlivese. La vicenda, resa pubblica dall'agenzia Ansa, riguarda un 40enne finito nei guai con la giustizia per reati commessi da tossicodipendente e che, durante la carcerazione, iniziò a manifestare problemi psichiatrici per cui venne trasferito nel reparto Salute mentale del carcere di Reggio Emilia.
Ora il suo difensore, l'avvocata Nicoletta Garibaldo del foro di Bologna, sta tentando di trovare una soluzione, ma il tempo a disposizione è breve e si rischia di vanificare un percorso di recupero che aveva dato buoni risultati. Quali? I magistrati di Sorveglianza chiamati a valutare la sua situazione ne disposero il collocamento in una comunità psichiatrica, in affidamento terapeutico. Parliamo del settembre del 2019, nel frattempo la pena si è estinta, anche per l'esito positivo dell'affidamento, valutato dal tribunale di Sorveglianza di Bologna.
A questo punto, rimane il discorso del dopo. Fino a quando la persona resta sottoposta alla misura, il pagamento della retta della comunità, in base alla normativa successiva all'abrogazione degli Opg, dovrebbe essere in carico ai servizi di ultima residenza, per il 40enne il Sert di Castelvetrano (Trapani). Teoricamente il percorso punterebbe a una gradualità, cioè prima il passaggio in una struttura più aperta e poi in un "gruppo appartamento", per dare autonomia al paziente. Ma per il 40enne, riferisce l'avvocata Garibaldo, i servizi si sono rifiutati di continuare a sostenere il pagamento e dopo alcuni mesi hanno comunicato alla comunità, con 10 giorni di preavviso, che dal 31 maggio non salderanno più.
Un dramma. L'uomo ha due fratelli e una madre, che però non hanno la possibilità di farsi carico di un paziente psichiatrico. E così, sottolinea l'avvocata, è "concreta la possibilità di trovarsi in strada, vanificando gli anni di terapia svolti e l'investimento finanziario dello Stato e del Servizio sociale, e a questo si aggiunge il rischio di ricadute. E non stiamo parlando di una persona con patologie irreversibili, ma recuperabile con i corretti supporti".
L'avvocata ora proverà a rivolgersi, come ultima spiaggia, ai servizi sociali di Forlì e al dipartimento di Salute mentale, sperando in un intervento. Eppure la legge parla chiaro. L'inserimento in strutture riabilitative a gestione diretta dell'Azienda Ulss o indiretta, prevede la ripartizione della retta in una quota sanitaria a carico dell'Azienda Ulss ed in una quota sociale a carico dell'utente. Nel caso in cui i redditi dell'utente non siano sufficienti a coprire l'intero importo della quota sociale, il Comune di residenza integra la quota sociale totalmente o parzialmente.
In sede di Unità Valutativa Multidimensionale Distrettuale, insieme al progetto di inserimento, viene definita la ripartizione della retta giornaliera delle strutture socio-sanitarie, stabilita dalla normativa sui Livelli Essenziali di Assistenza, divisa tra quota sanitaria e quota sociale. È decisiva l'importanza di non interrompere: solo così si potrà accompagnare l'ospite a un processo graduale di cambiamento, nel quale si attraversano diverse fasi. Interrompere il percorso vuol dire rendere vano il recupero psichico, fisico e relazionale. Solo proseguendo, si prefigge l'obiettivo di un reinserimento efficace e duraturo.
di Federico Zappino
Il Manifesto, 29 maggio 2021
Il ddl Zan non menziona gli specifici rapporti etero-patriarcali di forza da cui dipendono le discriminazioni e le violenze di genere e sessuali. Nonostante sia comune riferirsi al disegno di legge Zan come a una legge contro l'omo-lesbo-bi-transfobia e la misoginia, è bene precisare che di tutta questa panoplia di fobie il testo non parla. Il dettato di legge (sulla scia della legislazione genericamente antidiscriminatoria di matrice neoliberista) si limita infatti a introdurre generiche misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale, sull'identità di genere e sulla disabilità. L'unico articolo in cui compaiono le fobie (ma di misoginia non c'è traccia) non concerne integrazioni al codice penale, bensì l'istituzione di una Giornata nazionale, il 17 maggio.
È quasi assurdo se si considera la quantità di corifei schierati dalle destre contro la legge, ma il ddl Zan non punisce le discriminazioni e le violenze subite dalle minoranze di genere e sessuali, bensì qualunque discriminazione e violenza, come se qualunque sesso, genere o orientamento sessuale ne fosse soggetto.
Il ddl, in altre parole, non menziona gli specifici rapporti etero-patriarcali di forza da cui dipendono le discriminazioni e le violenze di genere e sessuali. Se l'avesse fatto, avrebbe dovuto indicare che a subire discriminazioni e violenze fondate sul sesso, sul genere e sull'orientamento sessuale sono solo le donne, le persone trans, bisessuali, intersex, le lesbiche, i gay. Non gli uomini cisgenere eterosessuali, che invece sono quasi sempre gli autori delle violenze contro tutti quei gruppi. Con questa legge, invece, anche loro potrebbero lamentare discriminazioni o violenze subite in quanto uomini etero.
Come mai una legge che si propone di combattere discriminazioni e violenze specifiche, alla fine dei conti produce un testo così ambiguo affidando ampi margini di manovra alla discrezionalità delle corti? E come mai anziché segnalare compatte, e far correggere, i pericoli di questa mistificazione dei rapporti di forza, le minoranze si lacerano al loro interno, drogando il dibattito a volte con menzogne e calunnie? Perché se è vero che tagliare corto sul fatto che la legge non riconosca i rapporti di forza di genere e sessuali, e accontentarsi di ciò che viene, è un ingenuo servizio reso agli oppressori, è vero anche che paventare la minaccia di un'imminente legittimazione della gestazione per altri serve solo ad allargare il fossato tra gay e femministe; che mobilitare il pensiero della differenza sessuale per sollevare criticità sul gender, serve solo a negare il fatto che le vite trans subiscono ogni giorno discriminazioni e violenze; e che fare scempio del "femminismo radicale" per propugnare concezioni essenzialiste e reazionarie - sorrette da dubbie complicità con le destre estreme - serve solo a inquinare la storia e ad alimentare (inconsapevolmente?) inedite forme di antifemminismo.
Questo "dibattito" segnala forse il fallimento dei migliori propositi di alleanza fra tutte quelle minoranze politiche che l'occasione di una legge perfettibile avrebbe potuto rinsaldare ai fini di una visione comune, specialmente nel momento in cui il tasso di violenza di genere e sessuale non è mai stato così elevato come nell'anno della pandemia - e questo è solo uno dei motivi per i quali il ddl avrebbe anche dovuto prevedere massicci investimenti per i centri antiviolenza, per le case protette, e per chiedersi perché le minoranze di genere e sessuali ingrossino le file delle povertà estreme.
Ma tutto ciò testimonia anche cosa resta del dibattito una volta che viene sussunto dai social network e dalle sue dinamiche relazionali, che al termine di un anno di pandemia - e specialmente per le minoranze escluse dalla società - hanno finito per affermarsi quali infelicissimi surrogati di una socialità lancinata e di spazi di elaborazione politica forse volti al termine. Ma è proprio in questa infausta circostanza che potremmo chiederci con più forza: chi trae il maggiore godimento dalle gogne sui social tra le minoranze? Sono gli stessi che dalla loro oppressione derivano la totalità dei benefici e dei privilegi. E sanno, da tempo, che affinché l'oppressione possa continuare indisturbata è necessario che i gruppi oppressi non si uniscano fra loro.
di Fabrizio Floris
Il Manifesto, 29 maggio 2021
La cooperazione italiana nasce negli anni 60 all'interno di clima culturale di grande effervescenza e rinnovamento. Si viveva con un grande entusiasmo, una grossissima gioia, sicuramente sproporzionata, molto naive. "Pensavamo - racconta Gino Filippini in Uomo per gli altri (Gabrielli editore) - di andare a risolvere i problemi del Terzo Mondo e della fame, sull'ondata della generosità di chi dal Nord dava aiuti e andava con soldi, tecniche, fede.
Questo clima di grande entusiasmo era reale e ha portato quei primi anni a una certa dimensione di protagonismo, di trionfalismo che era propria di quel tempo. Un'epoca che poi si è rannuvolata. Il che ha fatto spazio ad un'altra fase, non solo del volontariato, ma più generale, che era quella della messa in discussione di tutto".
In estrema sintesi l'idea iniziale era: siamo noi che sappiamo, conosciamo, abbiamo i mezzi, abbiamo tutto, andiamo là e facciamo lo sviluppo. Negli anni 70, c'era stato un completo ribaltamento: "... adesso non bisogna più andare giù! Perché il problema è qui". Come il problema è qui? "Eh sì, perché il problema lo si osserva là nelle sue manifestazioni, sottosviluppo povertà ecc., ma le radici del problema non stanno là, stanno qui, per cui bisogna lavorare sulle radici e non sugli effetti. Quindi è inutile andar giù, bisogna impegnarsi qui!".
Si riteneva che la povertà del Terzo Mondo fosse sostanzialmente causata dal fatto che i rapporti internazionali fra i popoli sono costituiti da relazioni di dipendenza. Inoltre, molti progetti non facevano che reiterare modelli di sviluppo capitalistico, con l'impiego di tecnologie non adeguate alle realtà locali: non appropriate, non intermedie, non sostenibili. La cooperazione poi era non cooperativa, ogni ente andava per sé, così succedeva che in una zona c'era due tre organismi impegnati a fare pozzi e in un'altra non c'era nessuno. Si arriva alla costruzione dei progetti, dove da una scrivania di una città del nord si stabiliscono durata, obiettivi e metodologia di lavoro: il sapere è tutto in occidente.
Con gli anni è sempre più cresciuto il contributo delle comunità locali. Con un numero crescente di domande utili a determinare il progetto: chi è il proprietario del progetto di sviluppo? La comunità locale? Il donatore? Metà e metà? Ma poi esiste una comunità locale? Dove inizia e dove finisce? Chi la rappresenta? Come la rappresenta? Quando inizia la partecipazione della comunità locale? All'inizio, alla fine, mai?
È nato, così, un vero e proprio settore di cooperazione dove vi è la compresenza di piccoli gruppi che sostengono piccoli progetti a fianco di organizzazioni che hanno un budget annuale di alcuni miliardi di dollari. Ma anche le tipologie di chi fa cooperazione sono cambiate: le multinazionali fanno cooperazione, i governi fanno cooperazione, le chiese, i sindacati e persino i partiti fanno cooperazione.
Quindi qual è la differenza tra queste cooperazioni? Che differenza c'è se una strada (o un ambulatorio) vengono fatti dalla Fondazione Bill e Melinda Gates rispetto a Mani Tese o Amani? Dov'è che il volontariato si distingue?
Oggi siamo nell'epoca dei progetti con monitoraggio e valutazione dei risultati. In due/tre anni devi risolvere un problema e dimostrare che è stato decisivo l'apporto del progetto attraverso una valutazione indipendente. I progetti vanno, tuttavia, "guadagnati" devi vincere la gara con decine di concorrenti, questo ha fatto sì che tutti gli enti di cooperazione e volontariato abbiano assunto figure dedicate alla sola scrittura dei progetti (e introiettato logiche sempre più aziendali). In genere in tre anni si risolve poco, a volte le situazioni addirittura peggiorano, non per via del progetto, ma per i processi economici, sociali e politici del Paese. Ad esempio se lavori per il risanamento urbano e cerchi di dare casa ai baraccati ti accorgerai che nonostante i tuoi sforzi il numero dei baraccati dopo tre anni di lavoro è aumentato perché è cresciuta la pressione migratoria dalle campagne e perché la condizione di chi stava un po' meglio nel frattempo è peggiorata. È necessario fare un altro progetto, ma perché se finanziato deve essere innovativo. Il problema non risolto non può essere riproposto perché "vecchio" e con poco appeal.
C'è poi la contraddizione dei Paesi donatori che con una mano prendono e con l'altra danno attraverso i progetti. Con una mano vai in Congo e ti riempi le "tasche" di coltan, diamanti, oro, tantalio, terre rare e con l'altra (più timida) metti su un dispensario, distribuisci aiuti alimentari e paghi i Caschi Blu. Più in generale agisci attivamente sulla generazione del riscaldamento globale e poi pianti alberi per fermare la desertificazione.
In tutti questi fattori si è ridotto il pensiero autonomo degli organismi internazionali piegati nella ricerca fondi e fagocitati nel dibattito politico solo in riferimento al salvataggio dei migranti nel Mediterraneo. Ma la cooperazione è molto di più, non è un progetto e nemmeno un processo di cambiamento, è il sogno di cambiare il mondo (senza prendere il potere), è la creazione di legami di lungo periodo che in qualche modo esprimono la negazione stessa del progetto che per definizione è a termine. Una follia, come provare a spezzare il Sars-Cov-2 a mani nude. Precipitare, buttarsi verso il fondo della Storia per essere parte di una catena vitale che trasforma il dolore in bellezza e trasformando si trasforma.
Ristretti Orizzonti, 29 maggio 2021
Un restyling svolto da alcuni ospiti dell'istituto, grazie alla joint venture tra l'Associazione InOpera e numerosi partner. Riparte lo sport, anche in carcere. Sarà inaugurata lunedì 7 giugno, alle ore 14.30, la nuova palestra allestita nell'istituto penitenziario di Opera. Il restyling della Sala attrezzi è stato realizzato, con la disponibilità dell'area tecnica della Casa di Reclusione e dei responsabili della palestra, durante i mesi della pandemia.
I lavori sono stati svolti da alcuni ospiti della casa di reclusione, grazie alla joint venture tra l'Associazione InOpera, il gruppo Scout "Talenti all'Opera" e numerosi donatori, tra cui l'Università Bocconi, Leone 1947, la Ditta Liuni, Daw Italia, Progetto Legno, Grifal, F.lli Brumana, la società sportiva di Inveruno SOI.
Ora la palestra dispone di nuovi vogatori, nuove panche, butterflies, scottbench, bike da spinning e da technogym e tanti altri macchinari d'avanguardia per i cultori del fitness.
"Un dono di tale entità non arriva tutti i giorni - ha commentato la Presidente dell'Associazione INOpera, Giovanna Musco - e solo il lavoro di squadra ha fatto sì che tutto ciò fosse possibile. In un periodo così complesso non era certo scontato che questa operazione si potesse realizzare".
L'iniziativa è nata su segnalazione di alcune persone detenute che erano a conoscenza che l'Università Bocconi stava rinnovando la palestra degli studenti ed era disposta a donare all'istituto di Opera gli attrezzi, tutti in ottimo stato. Poi, complice il lockdown, il progetto si era arenato.
A partire da gennaio 2021, l'Associazione InOpera, insieme agli Scout, coordinati dal responsabile Capo Scout Matteo Borsari, si è attivata riuscendo non solo a risistemare i vecchi attrezzi ma anche a verniciare e pavimentare la palestra. Grazie all'apporto della Ditta Liuni è stato possibile pavimentare la "palestra zona cardio", Daw Italia ha fornito la vernice azzurra per riverniciare le pareti della palestra, Grifal ha rinnovato tutte le imbottiture per le attrezzature esistenti, F.lli Brumana ha completato le bacheche in legno realizzate dagli ospiti della casa di reclusione con la fornitura di pannelli in plexiglass.
Per completare quest'opera di "restyling", è stato possibile acquistare dei nuovi specchi e, grazie al supporto logistico della ditta Progetto Legno, inserire una struttura in legno nella quale riporre il cambio e altri oggetti, oltre a delle nuove reti da calcetto. Il mitico brand Leone 1947 ha regalato 5 nuovi, bellissimi sacchi da boxe, insieme a numerosi guanti da boxe, paradenti, fasce, scarpette, e corde e infine la società Sportiva Oratoriana Inverunese (SOI) ha donato ulteriori attrezzature sportive.
"L'operazione restyling della palestra è stata l'occasione per apprezzare la generosità e la sensibilità di tante persone verso il mondo della reclusione - hanno concluso la Presidente Musco e il Capo-Scout Borsari. Tutti i comparti organizzativi hanno funzionato al meglio, nonostante i pesanti limiti imposti dall'emergenza Coronavirus. Un grazie particolare va ai detenuti che, con il loro lavoro volontario, la loro cura ed il loro entusiasmo hanno contribuito alla realizzazione di questa bella realtà. Sono tutte virtù preziosissime e mai scontate, soprattutto in un periodo così complesso come quello che stiamo vivendo".
di Henry John Woodcock
Corriere del Mezzogiorno, 28 maggio 2021
L'11 maggio 2021 sono state depositate le motivazioni dell'ordinanza n. 97/2021 con la quale la Corte Costituzionale si è pronunciata sull'annosa questione della legittimità costituzionale del così detto "ergastolo ostativo", nozione coniata dalla dottrina (cui peraltro il Legislatore non fa mai testuale riferimento) per indicare la disciplina dettata dall'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario, elaborata nei primi anni 90 nel contesto di quella "legislazione di emergenza" - che rappresentò la risposta dell'ordinamento alle stragi di mafia e, prima ancora, del terrorismo che avevano insanguinato il paese. Si tratta di una normativa che prevede una serie di limitazioni alla concessione di benefici per i detenuti condannati all'ergastolo per delitti commessi con metodo o finalità mafiose.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 28 maggio 2021
Firmato un Protocollo d'intesa tra il Garante privacy e il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. Garante privacy e Garante dei diritti delle persone private della libertà personale potranno attivare ispezioni e istruttorie congiunte, avviare indagini conoscitive, scambiare informazioni su possibili violazioni di pertinenza dell'altra Autorità. Ma anche supportare progetti formativi comuni per condividere esperienze e migliorare specifiche competenze nel settore. È quanto prevede il Protocollo d'intesa sulla tutela di soggetti privati della libertà personale firmato dai Presidenti Pasquale Stanzione e Mauro Palma.
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