di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 17 aprile 2021
Minniti, ministro degli Interni di un partito ritenuto di centrosinistra, ipotizzò miliziani del califfato sui barconi. Oggi la rinnega quell'"ipotesi". Ma ha fatto danni incalcolabili. Invasori e qualche terrorista dell'Isis: "sentimenti" d'Italia sui migranti Un lavoratore stagionale arrivato dal Mali raccoglie mandarini nella piana di Gioia Tauro. La raccolta è in novembre, la paga tra 15 e 25 euro a giornata.
Questa foto ci ritrae tutti perché - e forse alcuni tra noi non se ne sono neppure accorti - in un dato momento ci sono state raccontate dinamiche che non corrispondevano a verità, per convincerci che i flussi migratori andassero bloccati, che fossimo vittime di una invasione incontrollata e - addirittura - che tra i disperati che dall'Africa tentavano la traversata per l'Europa, via Italia, ci fossero anche miliziani dell'Isis, terroristi.
Ho scelto questa foto perché ci ritrae tutti. Sì, certo, vedete un immigrato che raccoglie mandarini e non riuscite a capire perché io in questa foto ci vedo tutti noi. In Italia la terra la coltivano gli immigrati: sono loro a raccogliere la maggior parte della frutta e degli ortaggi che finisce sui banchi dei supermercati e nelle nostre case. Molti sono senza contratto, vivono in baracche dove capita che muoiano, arsi vivi da incendi divampati da malmesse stufe o bracieri improvvisati. Questa foto ci ritrae tutti perché - e forse alcuni tra noi non se ne sono nemmeno accorti - in un dato momento ci sono state raccontate dinamiche che non corrispondevano a verità, per convincerci che i flussi migratori andassero bloccati, che fossimo vittime di una invasione incontrollata e - addirittura - che tra i disperati che dall'Africa tentavano la traversata per l'Europa, via Italia, ci fossero anche miliziani dell'Isis, terroristi.
Bisognava costruire il nemico perfetto con un duplice scopo: da un lato legittimare il finanziamento da parte dell'Italia alla Guardia costiera libica (nel panorama più vasto dei rapporti Italia-Libia con riferimento agli stabilimenti di petrolio di cui bisognava e bisogna garantire la sicurezza) per bloccare migranti in partenza, dall'altro compattare l'elettorato italiano sul tema della paura: ti voto perché prometti di liberarmi da un sentimento di insicurezza e inquietudine.
Non dimenticherò mai quando Marco Minniti, da ministro degli Interni, definì la sicurezza "un sentire, qualcosa di vicino al sentimento" e disse che "dove si ragiona con le statistiche non c'è sentimento".
Il sentimento gli fece insinuare una cosa gravissima, che nei barconi dei migranti potevano arrivare anche terroristi: "Un'ipotesi", disse, "che non possiamo scartare". Oggi la rinnega quell'"ipotesi". Ma ha fatto danni incalcolabili. In quella foto ci siamo anche noi, perché quando ci fu detto che i migranti andavano bloccati, che sui barconi potevano arrivare anche terroristi, abbiamo iniziato a guardare con sospetto qualunque straniero, a provare diffidenza e a legittimare la mancanza di diritti nelle loro vite. E così è avvenuto che il ministro degli Interni di un partito ritenuto di centrosinistra abbia dato la stura all'istinto razzista più bieco, pavimentando la strada alla peggiore destra dal secondo dopoguerra. È in questa Italia che avviene quello che io definii un attentato terroristico di matrice fascista.
Il 3 febbraio 2018, a Macerata, Luca Traini con una pistola semiautomatica ferì sei persone, tutti immigrati di origine sub-sahariana. Fu un attentato terroristico di matrice fascista, non facendo Traini mistero del suo orientamento politico. Ogni tentativo di edulcorare o rendere neutra la notizia, dissi, è connivenza. E in effetti ci fu chi tentò di edulcorare.
Sempre Marco Minniti definì i fatti di Macerata una "iniziativa individuale" e disse anche: "Ho fermato gli sbarchi perché avevo previsto Traini". Sui media, incredibilmente, prevalse la linea del gesto di un folle motivato dall'invasione di migranti. Fu bloccata ogni possibile empatia quando il sindaco di Macerata, appoggiato da Minniti (e non solo da lui) chiese la sospensione del corteo nazionale antifascista del 10 febbraio 2018. Ci fu comunque, 20 mila persone a sfilare, ma non gli fu data rilevanza mediatica. Di quei fatti si occupano Marcello Maneri e Fabio Quassoli in Un attentato "quasi terroristico".
Macerata 2018, il razzismo e la sfera pubblica al tempo dei social media edito da Carocci, libro che consiglio. Dopo il 3 febbraio 2018, gli immigrati nel nostro Paese, milioni di persone che qui vivono e lavorano da anni, bambini e ragazzi nati e cresciuti in Italia, si sono sentiti in pericolo. Guardiamola bene questa foto perché ci ricorda che, in un attimo, l'azione di qualche politico spregiudicato può farci ripiombare indietro di decenni e perdere diritti che davamo per scontati.
Gazzetta di Reggio, 17 aprile 2021
La situazione della Pulce spinge l'assessore Tria il consigliere regionale Amico e il garante Marighelli a formulare questo appello. "Bisogna istituire una figura che ancora manca sul territorio di Reggio Emilia, il garante delle persone private della libertà personale".
Lo affermano Federico Amico (presidente della commissione regionale Parità e diritti delle persone), Nicola Tria (assessore comunale a Legalità e coesione sociale) e Marcello Marighelli (garante delle persone private della libertà personale per la Regione Emilia-Romagna) in una nota congiunta. A preoccuparli è la situazione nel carcere di Reggio, dove si contano ancora più di cento detenuti positivi, di cui cinque ricoverati in ospedale.
"Uno scenario complesso a causa del sovraffollamento e dell'isolamento legato all'epidemia, che mina la dignità delle persone recluse e può diventare esplosivo", dicono i tre. Ecco perché, sostengono, è necessario intensificare il presidio delle istituzioni: "In questo contesto - spiegano - appare evidente la necessità di pensare all'istituzione di una autorità indipendente a tutela di chi è detenuto, che garantisca la corretta esecuzione della custodia secondo le norme nazionali e internazionali".
Il garante, per come è definito dall'ordinamento nazionale, esercita il potere di visita senza autorizzazione nelle carceri, può effettuare colloqui con i detenuti e ricevere da loro corrispondenza privata. "Un agevolatore di relazioni e di progetti - concludono - e un'opportunità per l'intera provincia, che entrerebbe così a far parte di una rete nazionale e internazionale a tutela della dignità, salute e incolumità delle persone detenute".
di Greta Privitera
Il Foglio, 17 aprile 2021
Un superstite di Columbine ci racconta la sua battaglia. La proposta di Biden e il rischio del fallimento. Craig Scott conosce la paura che fa stare sdraiati a pancia in giù mentre due compagni sparano alle spalle di altri, senza sosta. Conosce l'odore della polvere da sparo mischiata al sangue, il suono del pianto di decine di madri e padri fuori da un liceo in cui c'è appena stato un massacro.
Craig Scott sa tutto e lo racconta ogni giorno nelle scuole d'America perché crede che la sua testimonianza abbia la forza di cambiare un paese che con le leggi fa fatica a cambiare. Mentre Dylan Klebold, 17 anni, e Eric Harris, 18, scaricavano i loro fucili semiautomatici per i corridoi della Columbine High School, il liceo di Littleton, in Colorado, Scott fingeva di essere morto. "Tenevo gli occhi chiusi e cercavo di respirare piano. Accanto a me c'era il mio migliore amico Isaiah, appena ucciso da una pallottola", dice al Foglio.
Il 20 aprile ricorre il ventiduesimo anniversario della strage di Colombine, ieri a Indianapolis, una nuova sparatoria, otto persone sono rimaste uccise. Nel 2021 le vittime da mass shooting sono già 163 e negli Stati Uniti, ogni giorno muoiono circa 100 persone, uccise da armi da fuoco. Craig e la sua famiglia, con l'associazione Value Up, hanno dedicato la vita a sensibilizzare i più giovani contro la violenza e il bullismo. Le cause, dice, sono la cultura individualistica e la solitudine. "Sarei molto contento - aggiunge - se Biden riuscisse a far passare una legge in grado di prevenire stragi. Ma in 20 anni, non ci è riuscito nessuno".
A marzo, dopo le sparatorie in Georgia, Colorado e California, il presidente degli Stati Uniti ha annunciato ordini esecutivi che non hanno bisogno dell'approvazione del Congresso per arginare quella che ha definito "un'epidemia". Il provvedimento più importante riguarda le ghost gun, le armi non tracciabili perché costruite con pezzi assemblati acquistati sul web e quindi senza matricola. Un passo avanti, ma ancora troppo poco. È difficile capire perché in America nessuna amministrazione sia riuscita ad arginare la violenza armata.
Che non riguarda solo le sparatorie di massa: il numero delle vittime da suicidi e litigi familiari è molto più alto. "Avremmo bisogno di politici coraggiosi. Per la maggioranza dei repubblicani al Congresso, il secondo emendamento - che garantisce il diritto di possedere armi - è un dogma", dice al Foglio Matt Valentine, professore dell'università del Texas e co-autore di "Campus Carry: Confronting a Loaded Issue in Higher Education".
Secondo Gallup, il 60 per cento degli americani è favorevole a leggi più severe sul tema. Ma in alcuni stati, come Texas, Kentucky e Tennessee, il fucile è una religione e il secondo emendamento è la Bibbia. Secondo Small Arms Survey, negli Stati Uniti circolano 393 milioni di armi, più d'una per americano, il 46 per cento di tutte quelle di proprietà civile nel mondo. Come ha spiegato il giornalista German Lopez di Vox: "Secondo i ricercatori, gli alti livelli di possesso di armi sono una delle ragioni per cui in America la percentuale di violenza è molto più alta rispetto agli altri paesi occidentali".
A fermare il cambiamento, oltre a problemi strutturali noti, ci sono gli errori dei democratici che da 25 anni fanno le stesse proposte e non affrontano il punto principale del problema: ridurre la circolazione di fucili e pistole. Sempre Lopez sostiene che sarebbe necessario un piano delle dimensioni del Green New Deal: "Si potrebbero vietare più tipi di armi- forse tutte le semiautomatiche o tutte le pistole - e pensare a un programma di riacquisto obbligatorio, come in Australia".
Valentine racconta che negli Stati Uniti c'è una legge che funziona, ed è quella del 1934, il National Firearms Act, nata perché i mafiosi utilizzavano i fucili mitragliatori Thompson per commettere massacri. "Un atto che si applica solo ai fucili a canna corta e alle mitragliatrici automatiche, ma che obbliga il tracciamento di tutti i possessori e che richiede controlli molto più approfonditi. Biden vorrebbe estendere questa legge", dice.
Valentine è fiducioso e pensa che le cose cambieranno. Così come è successo per molti diritti civili, come con i matrimoni gay. "I giovani non sono rappresentati al Congresso, ma sono il futuro", dice. Intanto, però secondo lui i singoli stati e le città dovrebbero fare il possibile per avere leggi più severe. Quel giorno di 22 anni fa, Craig è riuscito a scappare e arrivare sul piazzale della scuola. Una volta fuori ha preso il telefono e ha chiamato la madre: "Mamma, deve essere successo qualcosa a Rachel". Se lo sentiva. Rachel era sua sorella, aveva 17 anni ed è stata la prima vittima nella strage di Columbine.
di Alessandro Trocino
Corriere della Sera, 17 aprile 2021
La ministra, a favore della cannabis legale, criticata per la delega contro le dipendenze. A rivedere una sua presentazione del 2012, per quella pratica bizzarra delle graticole video a cui si sottoponevano gli aspiranti 5 Stelle, si capisce già molto. C'è una ragazza di 29 anni davanti a una casa piemontese sobria come si conviene, che parla con piglio deciso e dice cose piuttosto di sinistra. Racconta di aver costretto il comune di Mondovì, con un ricorso al Tar, ad aggiungere una donna in giunta per rispettare le quote rosa.
Reclama diritti per gli invisibili: "Se sei clandestino o prostituta non esisti". Rivendica lo ius soli e parla di "diritto all'eutanasia": "Voglio uno Stato laico". Non stupisce dunque, che diventata ministra (ora alle Politiche giovanili) e ottenuta dal premier Mario Draghi la delega per la lotta alla droga, venga attaccata con violenza dalla destra. Anche la foto pubblicata l'8 marzo sui social non poteva piacere: c'è una ministra con i piedi sul tavolo, le scarpe décolleté in vernice rossa (simbolo della lotta contro la violenza alle donne), la felpa dei Nirvana.
Il testo era a tono: "Ho 37 anni e sono una "ragazzina" (per questo Paese) ma faccio il Ministro, non sono sposata ma scelgo ogni giorno di stare col mio compagno, ho due figli bellissimi che portano il mio cognome, amo la musica rock pesante ma non mi vesto in maniera "alternativa", guardo film strappalacrime ma sono emotivamente fredda come il ghiaccio".
Le polemiche - Di recente la ministra metallara - che può fare dirette su Twitch o collegarsi a Palazzo Chigi dall'ospedale dove ha appena partorito - ha firmato una proposta di legge per la legalizzazione della cannabis. Quanto basta per provocare la reazione furibonda di Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Maurizio Gasparri. L'ha stupita? "Sì, non me l'aspettavo. La cosa che mi ha ferito di più - racconta - è che hanno detto che non rappresento un modello positivo per i giovani. Hanno usato argomentazioni bieche, strumentali, vuote".
A Un giorno da pecora le hanno chiesto se si è mai fatta una canna. Non ha risposto. Qualcosa da nascondere, ha chiesto retoricamente il Secolo d'Italia? "No, se avessi risposto, avrei dato ragione alla logica del modello positivo o negativo". Ha chiesto il test antidroga: "Ma sì, se la mettiamo sui modelli, allora facciamo tutti un bel test dei capelli". Sa che non tutti ne uscirebbero immacolati? "Ah non so - ride -. Comunque non ho avuto adesioni".
La conferenza sulla droga - Il suo primo atto è stato l'annuncio della convocazione della conferenza sulla droga: "Mi hanno subito attaccato. Ma la conferenza non si riunisce dal 2009. E l'8 maggio 2019 lo stesso annuncio lo diede il ministro leghista Fontana".
Non proprio sulla stessa linea. Dadone non ha visto la serie "Sanpa" e non giudica Muccioli, ma qualcosa la dice sulle politiche che hanno guidato l'Italia: "L'approccio proibizionista è tipico delle destre, che la mettono come droga sì o no, come se fosse un pacchetto completo. Non possiamo non renderci conto che il panorama delle dipendenze è vasto e vario. E poi non c'è solo la droga, ci sono anche l'alcol e la ludopatia".
Antiproibizionismo - Alla domanda se si definisce "antiproibizionista", risponde sì, ma poi si corregge: "Non è una questione di definizioni, mi piacerebbe che ci si confrontasse. Anche perché oggi la Dadone non deve decidere niente, non deve approvare nessuna legge. Il Parlamento è sovrano, non è una questione che riguarda il governo.
La cosa più urgente per me è quella sulla cannabis terapeutica. Ho ricevuto molte chiamate di persone con sclerosi e distrofie che chiedono aiuto perché devono andare a trovare la marijuana per strada, commettendo reato. Non mi sembra una cosa civile. Perché il Parlamento non può affrontare il problema e discuterlo?". Servirebbe "più solidarietà umana", spiegava nel vecchio video la ministra dalle scarpe rosse, che non sembra poi così "emotivamente fredda come il ghiaccio".
di Giovanni Tizian e Andrea Palladino
Il Domani, 17 aprile 2021
Dal 2017 l'Italia finanzia e addestra i libici per gestire i salvataggi, ma quando Roma prova a coinvolgerli nelle emergenze arrivano risposte come "non so l'inglese" o "oggi non lavoro".
È l'alba del 24 maggio 2017. La giornata appena trascorsa è stata un susseguirsi di chiamate di emergenza dai telefoni satellitari, usati dai migranti in viaggio verso l'Europa, al centro di coordinamento italiano della Guardia costiera (Imrcc): "Siamo partiti da Sabratha su un barchino, 600 persone a bordo". Cade la linea. L'allarme mette in moto i soccorsi, la posizione satellitare del "barchino" indica che la zona di competenza, secondo gli accordi Italia-Libia siglati pochi mesi prima dal governo Gentiloni, è della Guardia costiera libica, che tuttavia tra il 22 maggio e il 24 mattina non risponde a nessuna delle oltre 50 chiamate effettuate dalla centrale di Roma.
Domani, in collaborazione con il quotidiano britannico Guardian e RaiNews, ha ottenuto i brogliacci delle comunicazioni di quel giorno e di molti altri eventi che coincidono con altrettanti naufragi in cui hanno perso la vita centinaia di persone, bambini inclusi. Questi documenti rivelano l'inerzia della Guardia costiera libica, che già all'epoca beneficiava del sostengo italiano ed europeo per la formazione e la fornitura di mezzi, come le motovedette, per bloccare il flusso dei migranti.
Oltre alla passività dei militari libici c'è un contorno opaco di relazioni con i trafficanti. È tutto scritto nelle 30mila pagine di atti depositati nell'inchiesta di Trapani sulle navi umanitarie delle ong, accusate dai magistrati siciliani e dalla polizia di aver stretto un accordo con i trafficanti di uomini. La stessa massa di carte nelle quali sono contenute le intercettazioni dei giornalisti e degli avvocati che si occupano di diritti civili e migrazioni. Il ministero della Giustizia sta verificando se sono state commesse violazioni del codice che disciplina le intercettazioni telefoniche.
Nessuna risposta - Torniamo al 24 maggio 2017. Alle 5 di mattina cinque chiamate in un'ora e mezzo, dagli uffici libici non rispondono, tranne una volta ma il militare è sbrigativo: "Non parlo inglese" e riattacca. Dall'Italia provano a ricontattare più volte il satellitare dal quale hanno chiamato i migranti, ma non risponde più nessuno. Nelle stesse ora arriva una nuova chiamata di emergenza: 700 persone partite da Sabratha. Anche di questa si perderanno le tracce rapidamente. L'Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr) nelle giornate successive comunica: "Circa 33 persone hanno perso la vita tra cui 13 donne e 7 bambini. L'incidente è avvenuto la mattina presto del 24 maggio". Tra il 22 e il 24 la Guardia costiera di Tripoli non ha risposto alle oltre 50 chiamate di Roma.
Il giorno libero - Il 16 giugno 2017 accade qualcosa di simile, come mostrano le telefonate intercettate dalla polizia nell'ambito dell'indagine di Trapani sulle ong. L'ufficiale della Guardia costiera libica, Massoud Abdalsamad, ne riceve una alle 8 e 18 da un collega italiano. "Ci sono dieci gommoni alla deriva in difficoltà in acque territoriali libiche", il comandante di Tripoli non si scompone: "Cercherò di aiutarli ma oggi è giorno libero...forse domani". Il colonnello italiano insiste, è urgente, e chiede di autorizzare una nave ong a entrare nelle loro acque di competenza. Massoud risponde: "No, loro no, nessun permesso per entrare in acque libiche".
I contatti con Massoud proseguiranno fino alle 12 e 38, per quattro lunghe ore, solo alla fine a Roma ottengono un contatto di Jamal l'ufficiale in servizio quel venerdì. Ecco il bilancio di quel weekend: 126 tra donne, bambini e uomini sono morti annegati nel tratto di mare libico. Agli atti dell'inchiesta di Trapani c'è un documento in cui gli investigatori affermano che Massoud non è collaborativo, riferendosi all'autorizzazione negata alla nave umanitaria nonostante "i gommoni alla deriva".
Il 29 marzo Unhcr ha annunciato altri naufragi avvenuti nei giorni precedenti. La conferma è nelle comunicazioni, tra il 22 e il 28 marzo, tra centro di coordinamento di Roma e le navi ong, Golfo Azzurro e Iuventa (sotto inchiesta a Trapani).
Comunicano di aver trovato dei cadaveri in mare al confine della zona libica. Anche in quelle ore i colonnelli libici rispondono a stento alle chiamate e quando finalmente rispondono impiegano ore a coordinare gli interventi, come emerge dalle comunicazioni ufficiali. Contattato da Domani, il colonnello Massoud ha risposto che è "difficile ricordarsi di eventi così passati".
Ha poi confermato che le comunicazioni con la centrale di coordinamento di Roma "sono difficoltose e frequentemente interrotte". Perché? "La Libia è un paese distrutto dalla guerra". Dunque l'Europa e l'Italia hanno finanziato la formazione della Guardia costiera libica senza grande successo e hanno legittimato i respingimenti in un territorio in guerra di chi fugge dalla miseria e dai conflitti.
I contatti coi trafficanti - I documenti ottenuti svelano anche strani contatti con i trafficanti. In un'informativa su un salvataggio del 23 maggio sono allegate alcune foto di una motovedetta libica che dialoga con i criminali a bordo dei motoscafi, lasciandoli poi andare via. La stessa Guardia costiera libica si avvicina all'imbarcazione dell'ong e inizia a sparare in aria. L'episodio è raccontato anche nei brogliacci della sala di coordinamento.
"Motovedetta libica con uomini armati, hanno sparato in aria per spaventare i migranti", denunciano via radio dalla nave Von Hestia (una delle accusate nell'inchiesta di Trapani) alla sala di coordinamento italiana, che tenta invano di mettersi in contatto con gli omologhi libici. Oltre al danno la beffa: la polizia scriverà che il comandante di Von Hestia non ha riportato l'episodio nel report della missione, omettendo di dire, però, che la Guardia costiera italiana era stata avvertita in diretta. Il comandante Massoud alla nostra domanda ha risposto: "Ci possono essere stati spari in aria perché le persone nelle barche a volte se si muovono possono cadere in acqua. Serve per farli tornare alla tranquillità". Questo è il metodo libico che l'Europa finanzia.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 17 aprile 2021
Oltre un anno di carcere per il magnate editore "colpevole" di sostenere i manifestanti pro-democrazia. "Io sono il buon servitore della legge, ma prima di tutto del popolo. Perché la legge deve servire il popolo, non il popolo la legge". Scriveva così Tommaso Moro prima di venire giustiziato da Enrico VIII nel 1535. Una frase che ha voluto ripetere, mentre sedeva al banco degli imputati, la 73enne Margaret Ng, una degli ex legislatori (deputati) dell'assemblea parlamentare di Hong Kong che ieri è stata giudicata colpevole, insieme a diversi altri attivisti, per la partecipazione alle proteste anti cinesi che hanno segnato l'isola dal 2019.
Tommaso Moro è anche il patrono degli avvocati e forse per questo Margaret Ng lo ha voluto citare, essendo lei stessa una legale, così come era un appartenente al foro di Hong Kong, Martin Lee, 82 anni di età, di cui gran parte spesi per la difesa dei diritti politici, condannato per la stessa "colpa" della sua collega. Un veterano, Lee, presidente fondatore del Partito Democratico, conosciuto come il padre della democrazia di Hong Kong.
I due avvocati fortunatamente non sconteranno la condanna in prigione perché la loro pena è stata sospesa, ma lo stesso non vale per un altro imputato eccellente. Il magnate dell'ex colonia britannica, Jimmy Lai, infatti è stato riconosciuto colpevole di "manifestazione non autorizzata" e dovrà scontare in carcere 14 mesi. I giudici del tribunale lo hanno ritenuto responsabile per due avvenimenti, relativamente alle grandi manifestazioni del 18 e 31 agosto del 2019. La tesi della difesa è stata completamente rigettata. Secondo gli avvocati che rappresentavano Lai, la libertà di riunione è protetta dalla costituzione di Hong Kong e le autorità avevano approvato manifestazioni che solo successivamente si sono trasformate in marce non autorizzate.
Per i pubblici ministeri però la possibilità di riunirsi per protestare, è si garantita dalle leggi. ma non può essere considerata assoluta. Insomma sebbene a Lai non siano stati contestati episodi di violenza, né di aver incitato a violare la legge, il solo fatto di aver aderito ad una manifestazione (sfociata poi in scontri con la polizia) è stata una ragione sufficiente per condannarlo.
Una sentenza che può essere definita "politica" e che trova le sue ragioni nella stessa figura del miliardario di Hong Kong, vera e propria spina nel fianco per il governo filocinese. Nato a Guangzhou, una città nel sud della Cina, da una famiglia benestante espropriata dei beni nel 1949 quando i maoisti presero il potere, scappò all'età di 12 anni, da clandestino, sull'isola ancora sotto la dominazionecoloniale britannica. La sua è una storia da vero "self made man" che lo ha visto lavorare giovanissimo in un negozio di abbigliamento fino ad arrivare a fondare un proprio marchio a livello internazionale. Ma a differenza di altri magnati, saliti ai vertici a Hong Kong, Lai è diventato anche uno dei più feroci critici del regime cinese e della sua influenza nella città. In occasione del massacro di Tienanmen nel 1989 Lai ha cominciato a denunciare la repressione dell'esercito contro gli studenti tanto da veder minacciata seriamente la sua catena di negozi. Ancora troppo poco per essere zittito, anzi un'occasione per trasformarsi definitivamente nell'oppositore più importante di Pechino anche grazie agli ingenti mezzi finanziari di cui dispone che per anni ha utilizzato per denunciare la repressione politica cinese.
Il suo impero multimilionario infatti si è trasformato abbracciando il campo editoriale. Attualmente la sua casa editrice comprende diverse testate pro democrazia tra cui la rivista digitale Next e il quotidiano Apple Day. Una posizione di prestigio dalla quale influenza migliaia di persone. E quindi per la Cina un pericolo da eliminare. La condanna di Lai infatti rientra nei casi previsti dalla cosiddetta "legge sulla sicurezza", introdotta a Hong Kong nel 2020.
La norma criminalizza la secessione, la sovversione e la collusione con forze straniere, la pena massima prevista per questi reati è l'ergastolo. Secondo la Cina la legge avrebbe preso di mira la ' sedizione' portando instabilità politica. Fino ad ora però la "pax di Pechino" ha fatto finire in carcere almeno un centinaio di persone. E Jimmy Lai rischia ancora di più perché, oltre alla condanna già ricevuta, il magnate deve affrontare altre sei accuse, due delle quali sono state avanzate proprio ai sensi della nuova legge sulla sicurezza nazionale.
di Paolo Valentino
Corriere della Sera, 17 aprile 2021
Intervista a Filippo Grandi, dal 2016 Alto commissario dell'Onu per i rifugiati: "Ci aspettiamo che con l'estate i flussi dalla Libia riprendano e bisogna prepararsi". "Purtroppo, ci aspettiamo che con l'estate i flussi migratori dalla Libia riprendano e bisogna prepararsi. L'anno scorso è stato un anno relativamente calmo. La pandemia ha bloccato tutto, anche i trafficanti. Per l'Italia, inoltre, la sfida è doppia, perché anche la rotta balcanica ha ripreso ad essere una via d'arrivo in Europa". È preoccupato Filippo Grandi, l'Alto Commissario dell'Onu per i Rifugiati, in questi giorni a Roma dove ha incontrato i vertici politici e istituzionali. Grandi ha avuto colloqui fra gli altri con il presidente Mattarella, il premier Draghi, i ministri degli Esteri e degli Interni Di Maio e Lamorgese, i presidenti delle Camere. E ieri è stato ricevuto in udienza anche da papa Francesco.
Qual è la situazione in Libia?
"C'è un fragile spazio di tregua, apertosi con gli ultimi accordi. E nonostante la prudenza sia obbligata, è uno spazio che non c'è mai stato negli anni precedenti e va utilizzato bene. In primo luogo, per appoggiare il processo politico che porta alle elezioni. I rischi sono tanti: la fragilità della classe dirigente e le divisioni internazionali visto che la Libia è uno dei teatri nei quali si combattono le cosiddette guerre per procura, come Siria e Yemen. In tutti gli incontri di questi giorni in Italia, mi è stato ripetuto che se non c'è un entusiasmo generale nella comunità internazionale, non ci sono neppure voci dissenzienti, come se tutti avessero capito che siamo di fronte all'ultima chance per creare maggiore stabilità".
E dal punto di vista dei rifugiati? Cosa può fare l'Onu?
"È una fase che potrebbe essere decisiva per consolidare alcuni piccoli progressi che abbiamo fatto: superare i centri di detenzione, riattivare tutti i canali di uscita dei più vulnerabili compresi quelli umanitari oggi sospesi per la pandemia. Parliamo di qualche migliaio di persone, quelle più indifese che non possono essere rimandate nei luoghi d'origine. Ogni Paese ne dovrebbe prendere alcune centinaia. La cosa più importante comunque è usare questo fragile spazio per consentire a tutto il sistema Onu di consolidare la sua presenza e aiutare le decine di migliaia di rifugiati che non possono uscire".
Che succede a chi lascia i campi di detenzione?
"Sono prigioni terribili. Chi esce va nelle comunità libiche, cioè in una società prostrata dal conflitto, dove c'è molta presenza criminale e quindi è alto il rischio che vengano rimessi sui barconi o sfruttati in mille modi. Quello che cerchiamo di fare da parecchio tempo è di creare progetti per queste persone in Libia. La differenza è che con il governo precedente questo non era facile, mentre con questo siamo fiduciosi che ci siano più opportunità. Se non si stabilizzano, continueremo ad avere il fenomeno delle migrazioni".
Lei parla anche dei rischi sulla rotta balcanica, ma l'Italia in questo caso non è Paese di primo arrivo...
"Certo, ma viene dopo altri Paesi che hanno strutture debolissime e quindi diventa una meta. Fra l'altro tra noi e la rotta balcanica ci sono Paesi della Ue, come Croazia e Slovenia. Esistono denunce di respingimenti brutali e frequenti a tutte le frontiere. Lavorare con questi Paesi può servire a stabilizzare i flussi. Non è il 2016, ma siamo di nuovo di fronte a un contesto complesso. Tutte queste cose, Libia, Balcani, portano alla solita conclusione: o l'Europa si dota di un sistema comune o sarà ancora preda di questi allarmi e torneremo allo psicodramma delle telefonate notturne, alle discussioni concitate tra i premier sui numeri, ai governi che tremano perché le opinioni pubbliche si oppongono ad accogliere anche soltanto una decina di persone".
C'è il patto sulle migrazioni proposto dalla Commissione...
"Non è la perfezione, ma è una base di discussione importante. E ho trovato il governo italiano consapevole della necessità di non farlo cadere e di fare uno sforzo. Tutti devono fare un passo avanti. Lo scontro è sempre tra i Paesi del Nord, che vogliono più controlli alle frontiere esterne, e quelli del Sud che chiedono un meccanismo di condivisione degli arrivi più prevedibile e più generoso. Come mi ha detto il ministro Di Maio, il patto non è solo importante per sé, è una delle prove di credibilità della Commissione, insieme al Next Generation Eu".
In Etiopia c'è un conflitto tra governo e forze secessioniste del Tigrai in corso, che sta avendo gravi conseguenze umanitarie. Può avere conseguenze sui flussi?
"C'è un'impasse seria. La scelta militare del governo comporta molti rischi: violazione dei diritti umani, presenza di truppe eritree sul territorio etiope, esodo di rifugiati in Sudan, disgregazione del tessuto sociale. Sono pericoli non solo per l'intero Corno d'Africa ma anche globali. L'Etiopia è un Paese di 100 milioni di abitanti nel cuore di una regione fragilissima, da cui partono anche flussi migratori che poi arrivano verso il Mediterraneo. Ho incoraggiato il governo italiano a fare di più, perché ha una forte credibilità, buoni contatti nel Corno d'Africa e deve usare questa influenza".
La preoccupa la situazione in Libano?
"Si, molto. E ne ho parlato durante i miei colloqui qui a Roma. In Libano una persona su quattro è un rifugiato. Ma è un Paese ospitante che si trova esso stesso sull'orlo del precipizio. L'incapacità della classe politica non ha permesso di trovare un accordo per governarlo e il Libano sta precipitando in un abisso economico e finanziario. Il tasso di povertà fra i rifugiati siriani è quasi del 90% e tra i libanesi ha già superato il 25%. Di fatto chiediamo a un Paese disastrato di ospitare un milione di rifugiati di un altro Paese ancora più disastrato: è una polveriera nel Mediterraneo. Non si tratta più solo di garantire aiuti umanitari, ma anche di fare un investimento politico della comunità internazionale per cercare di risolvere la crisi. Il Libano è un Paese chiave, ricordiamoci cos'è successo quarant'anni fa".
di Riccardo Noury*
Il Manifesto, 17 aprile 2021
Ricordiamolo: un atto di indirizzo votato dal parlamento obbliga il governo ad agire. Che il capo del governo abbia dichiarato che non è coinvolto lo trovo un fatto grave. Un secchiello di cubetti di ghiaccio. Lanciato contro oltre 200.000 persone che avevano sottoscritto la proposta. Contro i 208 senatori che avevano votato a favore, tra cui Liliana Segre che era venuta appositamente a Roma per proteggere simbolicamente quello che ha chiamato "suo nipote". Contro quel nome e cognome scritto nell'ordine del giorno e pronunciato tante volte durante il dibattito parlamentare.
Che la proposta di conferire la cittadinanza italiana a Patrick Zaki fosse destinata a un cammino lungo e tortuoso lo si sapeva. Le mani avanti le aveva messe lo stesso governo, durante il dibattito parlamentare, manifestando cautela circa il rischio che tale procedura avrebbe potuto avere conseguenze negative sul piano giudiziario per Patrick. Ma che dopo 48 ore il presidente del Consiglio Mario Draghi avrebbe affermato che "è un'iniziativa parlamentare" nella quale "al momento il governo non è coinvolto", questo non ce lo aspettavano.
Ricordiamolo: un atto di indirizzo votato dal parlamento obbliga il governo ad agire. Che il capo del governo abbia dichiarato che non è coinvolto lo trovo un fatto grave. Non che affidare al governo il compito d'istruire la procedura per la cittadinanza italiana avrebbe posto termine come in un incantesimo alla sofferenza di Patrick, che sta languendo in una prigione sovraffollata e sporca in cui il Covid-19 è entrato e ha fatto vittime. Ma quel "non coinvolgimento" rischia di porre fine anche al solo tentativo.
Così, il voto del Senato di giovedì rischia di essere una luminosa parentesi, uno sussulto etico circondato da due atti del governo: "coinvolto" sabato 10 nella partenza da La Spezia della seconda fregata militare destinata all'Egitto, "non coinvolto" neanche una settimana dopo su una questione cruciale di diritti umani. Poiché la maggioranza che ha approvato l'ordine del giorno per Patrick Zaki coincide esattamente con la maggioranza che sostiene e compone il governo, c'è ancora da sperare che sia messa fine a questa anomalia: di un parlamento che parla di diritti umani e di un governo, in larghissima parte il suo, che non se ne sente coinvolto.
*Portavoce di Amnesty International-Italia
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 16 aprile 2021
La Consulta sul doppio binario per i mafiosi condannati e non pentiti. "Una nuova legge". La Corte ha voluto evitare di cancellare in un solo giorno anni di legislazione antimafia. Il cosiddetto "ergastolo ostativo" è incompatibile con la Costituzione, ma la Corte costituzionale non se l'è sentita di cancellare con un tratto di penna un pezzo di legislazione antimafia scritto con il sangue delle stragi che nel 1992 uccisero Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
di Danilo Paolini
Avvenire, 16 aprile 2021
Le parole hanno sempre un peso, se poi trovano posto in una decisione della Corte costituzionale sono in grado di lasciare il segno: il "fine pena mai" non è compatibile con gli articoli 3 e 27 della Costituzione italiana, oltre che con l'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Non garantisce, infatti, l'uguaglianza di tutti davanti alla legge, né tanto meno è in grado di realizzare la finalità rieducativa della pena. Si parla qui dell'ergastolo cosiddetto ostativo, ovvero dell'impedimento previsto dall'articolo 4bis dell'Ordinamento penitenziario alla concessione dei benefici (possibili per gli altri ergastolani) ai condannati per reati molto gravi, quali quelli di matrice mafiosa e terroristica, che non abbiano "utilmente collaborato" con la giustizia.











