di Nancy Porsia
Il Domani, 16 aprile 2021
Prima di lasciare la presidenza, Serraj ha assicurato alle milizie un posto in prima fila nel nuovo assetto politico-militare. La scarcerazione per insufficienza di prove di Abdul Rahman al Milad, più noto con il nom de guerre Bija, considerato uno dei trafficanti di uomini più ricercati al mondo, avviene a sole due settimane dall'insediamento del nuovo governo unitario guidato dal primo ministro Abdul Hamid Dbeibah. L'ex comandante della Guardia costiera della città di Zawiya, già indicato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite come ufficiale coinvolto nel traffico di esseri umani e diesel nel 2017, è finito nella lista dei cittadini libici sotto sanzioni dello stesso Consiglio di sicurezza nel 2018, tanto che nel 2019 il procuratore generale di Tripoli nel 2019 ha spiccato un mandato d'arresto nei suoi confronti. Per quanto il nome di Bija fosse ingombrante ed imbarazzante a Tripoli già dal 2017, le autorità libiche erano ostaggio di una guerra civile in cui gli stessi palazzi governativi erano sotto assedio. Nell'ottobre del 2019 il ministro dell'Interno Fathi Bashaga ha dichiarato: "Presto assicureremo questo criminale alla giustizia, ma non ora".
Tuttavia non appena i turchi hanno scacciato via le forze del generale dalla Tripolitania, Bashaga ha mantenuto la sua promessa e il 14 ottobre del 2020 ha dato mandato di arrestare l'ex comandante della guardia costiera di Zawiya. L'allora ministro dell'Interno ha sempre fatto della lotta alle milizie e ai trafficanti il proprio bigliettino da visita per la leadership del paese, tanto che nell'estate del 2020 ha lanciato l'operazione "Caccia al serpente" contro i trafficanti.
Con l'arresto di Bija, Bashaga ha avviato de facto la sua campagna elettorale per le imminenti votazioni a Ginevra. Il plauso della comunità internazionale è arrivato puntuale. Nel frattempo i suoi rapporti con l'ex primo ministro Ali Fayez al Serraj, con cui aveva fatto asse nei mesi dell'assedio su Tripoli, si sono incrinati. Serraj difendeva l'autorità delle milizie, Bashaga la metteva in discussione. Di fronte alla crescente popolarità di Bashaga in Libia e all'estero, a sorpresa Serraj ha accettato il sostegno di chi avrebbe voluto eliminare l'allora ministro dell'Interno a qualunque costo, cioè la lobby politico-militare che fa capo alla rete dei trafficanti che corre tra Tripoli e Zawiya. Così mentre le Nazioni unite lo scorso gennaio preparavano le elezioni del nuovo governo a Ginevra, il premier uscente Serraj ha creato un nuovo gruppo armato chiamato Autorità di sostegno alla stabilità, che fa capo a Abdul Ghani al Kikli, comandante della milizia di Abu Slim, il più potente gruppo armato cresciuto in forze proprio durante il mandato di Serraj. Suo vice è Hassan Bu Zriba, fratello del parlamentare Ali Bu Zriba, il quale secondo il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite è il più influente membro della tribù a cui appartiene il comandante Bija. L'ex guardacoste Abd Rahaman al Milad per anni si è scagliato contro Bashaga accusandolo di usare la retorica della lotta ai trafficanti per neutralizzare gruppi armati rivali presenti a Tripoli e Zawiya a favore delle milizie di Misurata, la città-stato di cui l'ex ministro dell'Interno è originario. Zawiya, città 50 chilometri a Ovest di Tripoli, è il quartier generale del primo cartello libico dove il traffico di migranti si integra al traffico di esseri umani. Il clan Awlad Bu Hmeira vanta il controllo sul porto locale, la raffineria, la Guardia costiera e il centro di detenzione per migranti. Figura centrale del clan è Mohamed Kashlaf, detto "al Kasab", comandante della sicurezza della raffineria petrolifera di al Zawiya. Mentre Ahmed controlla il porto dove si concentrano i traffici della milizia al Nasser del clan Awlad Bu Hmeira. Strateghi della rete criminale attiva dal 2015, i cugini Kushlav, Mohamed e Ahmed, hanno assoldato il guardacoste Bija come uomo di riferimento del clan nella Guardia costiera locale. Prima di lasciare la presidenza, l'ex primo ministro Serraj ha assicurato alle milizie che per anni gli hanno garantito protezione un posto in prima fila nel nuovo assetto politico-militare. Con la sconfitta di Bashaga nelle elezioni a Ginevra, la scarcerazione di Bidja è divenuta quasi atto dovuto. L'imbarazzo che ne consegue a livello internazionale è evidentemente il prezzo necessario da pagare per ristabilire il rapporto di forza tra gli schieramenti rivali nel paese.
"Il primo ministro Dbeibah è riuscito a pacificare la Cirenaica a est e il Fezzan a sud. Senza entrare nel merito del metodo, è riuscito nella missione" ha detto una fonte diplomatica internazionale a Domani. "La Libia oggi ha un'opportunità di rinascita reale, che però rischia di fallire proprio per la guerra tra potentati locali a ovest di Tripoli" continua la fonte che preferisce rimanere nell'anonimato. "Il clan di Zawiya è un elemento di destabilizzazione importante".
di Emanuele Giordana
Il Manifesto, 16 aprile 2021
Oltre 700 vittime. Denunciati per la loro partecipazione alle proteste e per aver prestato soccorso ai feriti. Anche ieri in Myanamar sono stati aperti nuovi casi giudiziari contro diversi medici colpevoli di aver "partecipato alle attività del Cdm (Movimento di disobbedienza civile ndr) senza eseguire le cure mediche nei nosocomi assegnati, ma fornendo cure presso ospedali o cliniche private".
Dopo le botte, le intimidazioni, le minacce e gli arresti, le corti di giustizia birmane stanno mettendo sotto accusa adesso il personale sanitario - ogni giorno incriminandone diversi nuovi membri - utilizzando la sezione 505-A del codice penale che rende un crimine pubblicare o diffondere qualsiasi "dichiarazione, voce o rapporto... con l'intento di spingere, o che potrebbe spingere, qualsiasi ufficiale, soldato, marinaio o aviatore nell'esercito, nella marina o nell'aviazione, ad ammutinarsi o a ignorare o venir meno al proprio dovere in quanto tale". Per estensione si colpiscono anche i funzionari pubblici, dunque medici e infermieri - uomini e donne - che minerebbero la sicurezza nazionale prestando altrove la loro opera.
Menzogne ovviamente, anche perché i medici - avanguardia e primo settore statale a mobilitarsi dopo il golpe militare del 1 febbraio - hanno sempre stabilito turni per rispondere - pur avendo formalmente incrociato le braccia - alle emergenze ospedaliere. Ma l'occhiuto codice penale fa anche capire che medici e paramedici sono rei di aver soccorso chi era ferito o stava morendo magari in qualche casa privata dopo un attacco del sempre più feroce esercito birmano.
Sono storie di ordinaria dittatura quotidiana che si sommano agli eccidi mirati di chi protesta oramai da due mesi e mezzo in un Paese al collasso, dove l'economia è ferma, il sistema sanitario non è più in grado di far fronte alla pandemia (occupato com'è a curare i feriti delle manifestazioni) e dove avanza lo spettro di una guerra diffusa tra il centro e la periferia delle autonomie armate. Anche ieri l'Assistance Association for Political Prisoners documentava un morto e altre dieci vittime dell'altro ieri di cui solo giovedi si è avuta certezza.
Il bilancio del 15 aprile dice 726 vittime e 3151 detenuti per aver partecipato alle proteste ma, avverte il sito, sono numeri facilmente per difetto. L'associazione rende anche noto che una nuova tecnica del regime è quella di utilizzare veicoli non registrati con targhe false per sfondare i cortei e arrestare manifestanti pacifici. Tra questi ancora medici o infermieri: A Mandalay ne sono stati ieri arrestati 6 durante una marcia di protesta guidata da operatori sanitari con i loro famigliari mentre, la sera prima, era stata attaccata un'ambulanza cui è seguito il fermo di tre sanitari. Nessun rispetto nemmeno per i luoghi religiosi, buddisti o di altro credo: ieri è stata attaccata la moschea di Sule a Maha Aung Myay (Mandalay). Un morto e diversi feriti tra cui un disabile.
Si allunga intanto lo spettro della guerra che interessa soprattutto le aree di confine dove sono attivi gli eserciti delle diverse autonomie regionali. Mercoledì pomeriggio due caccia dell'esercito birmano hanno effettuato attacchi aerei sulla cittadina di Momauk, nello Stato Kachin, costringendo i residenti a nascondersi nei rifugi antiaerei. L'attacco - spiega il magazine birmano Irrrawaddy - è avvenuto mentre si intensificano gli scontri tra Tatmadaw e il Kachin Independence Army (Kia). Scontri iniziati domenica sempre a Momauk, dopo l'occupazione del Kia di una stazione di polizia e di un avamposto militare mentre raid sono segnalati anche sulla base di Alaw Bum, vicino al confine cinese (sempre nell'area di Momauk), che il Kia ha occupato il 25 marzo.
di Davide Varì
Il Dubbio, 15 aprile 2021
Oggi la Consulta decide sull'ergastolo ostativo: qualcuno pensa che i condannati di mafia debbano morire in carcere. La parola fine - o almeno così speriamo - al surreale dibattito sull'ergastolo ostativo l'ha messa Valerio Onida sul Corriere delle Sera di ieri. Onida elenca e spiega tre cose che dovrebbero convincere anche i più scettici.
La prima: la pena dell'ergastolo è di per sé incostituzionale perché "esclude la possibilità di porre fine alla detenzione" e nega il "diritto alla speranza"; la seconda: subordinando la "liberazione dall'ergastolo" alla collaborazione con la giustizia viene tolta di fatto la possibilità della "libera scelta"; la terza: supporre che i vincoli con le mafie siano perpetui - spiega Onida - "contraddice la natura e la dignità dell'essere umano". Peraltro, tanto per complicare le cose, il Domani ha introdotto una nuova forma di dissociazione: "la dissociazione morbida" (sic).
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 15 aprile 2021
Diversi Regioni hanno interrotto la campagna di vaccinazioni in carcere, recependo la direttiva del generale Figliuolo. Saranno vaccinati solamente i reclusi rientranti nelle fasce di età come nel "mondo libero". Il Dubbio, grazie alla segnalazione dei sindacati di polizia penitenziaria, ha potuto prendere visione della sospensione delle vaccinazioni in carcere della regione Liguria. In realtà, il blocco delle vaccinazioni in carcere è avvenuto anche in Sicilia, Toscana ed Emilia Romagna. Il Piemonte, invece, ha mantenuto il punto criticato dai garanti: interviene con i vaccini solo dove scoppiano i focolai. Interrotta la vaccinazione in carcere per detenuti e agenti che non rientrano nelle fasce d'età.
di Liana Milella
La Repubblica, 15 aprile 2021
Forza Italia e Azione stoppano la riforma del Csm secondo Bonafede. Alla Camera intesa tra il sottosegretario azzurro Sisto e l'ex forzista Costa passato con Calenda: la nuova legge dell'ex Guardasigilli per ora non diventerà il testo base su cui innestare i futuri emendamenti della ministra Cartabia. La mossa dopo che Pd e M5S si sono messi di traverso sulla commissione d'inchiesta (voluta da centrodestra e renziani) che avrebbe dovuto rileggere l'operato della magistratura. Sulla giustizia vendette incrociate alla Camera.
di Liana Milella
La Repubblica, 15 aprile 2021
Il leader dell'associazione nazionale delle toghe contro il pressing di centrodestra e Iv. Per evitare il giudizio dei probiviri alcuni magistrati starebbero lasciando il sindacato.
Presidente Santalucia buon pomeriggio. Alla Camera si discute di una commissione d'inchiesta sulla magistratura. Con un testo dai toni durissimi. E Giusi Bartolozzi di Forza Italia, giudice nella vita, ha iniziato alla Camera anche una maratona in aula per sostenerla. Nelle stesse ore Giuliano Castiglia, gip a Palermo, del gruppo Articolo Centouno, all'opposizione della sua giunta, la accusa di "insabbiare" le chat di Palamara. Le chiedo: ma le toghe si stanno facendo male da sole con le loro divisioni?
"Le divisioni certo non aiutano. Sarebbe necessario che i magistrati prestassero molta attenzione al dibattito esterno sui temi della giustizia per poter portare lì la loro voce autorevole di esperienza e di professionalità. Il che non significa minimamente abbassare la guardia sul rispetto del codice etico e sulle conseguenti ricadute di tipo disciplinare".
di Simona Musco
Il Dubbio, 15 aprile 2021
"C'è un'esigenza di conoscere come sono andate realmente le cose nei rapporti fra politica e magistratura, e ogni sede istituzionale deputata a fare chiarezza lo deve fare con l'unico obiettivo della verità, senza che vi siano timori di regolamenti di conti". Luca Palamara non ha paura. E anzi si schiera dalla parte di coloro che oggi chiedono una Commissione d'inchiesta sull'uso politico della Giustizia, invocata a gran voce da Forza Italia e Italia Viva.
Era stato lo stesso Palamara, subito dopo la propria radiazione, a lanciare la proposta dalla sede del Partito Radicale. E ora che la richiesta è sul tavolo della politica, la maggioranza si spacca. Pd e M5S sono già sulle barricate: nessun avallo a proposte del genere. Parole che hanno spinto Enrico Costa, deputato e responsabile Giustizia di Azione, a denunciare un comportamento antidemocratico.
di Errico Novi
Il Dubbio, 15 aprile 2021
"Dopo il terremoto Palamara, diventino trasparenti sia le nostre promozioni che la genesi delle inchieste". Così il magistrato napoletano ridicolizza il dogma dell'unità indissolubile. Poche volte capita di leggere articoli che con geniale nonchalance travolgono gli schemi immutabili della giustizia. Ancor più raramente capita che a una lettura del genere segua pure una doverosa richiesta di scuse.
Nel senso che ieri Henry John Woodcock, pm noto (ai penalisti napoletani) per essere tanto brillante quanto sfrontato nello sfidare la difficoltà delle indagini, ha firmato sul Fatto quotidiano un articolo di tale intelligenza e tale coraggio che dalle colonne del Dubbio è necessario chiedergli perdono per tutte le volte in cui le critiche rivoltegli non siano state accompagnate dalla seguente postilla: "Ciò detto, Woodcock è uno di quei giuristi che la politica dovrebbe ascoltare come un oracolo, quando mette in cantiere riforme".
Ebbene sì, perché ieri l'inquirente Woodcock ha firmato non una requisitoria contro gli "impuniti", ma una splendida arringa a favore della separazione delle carriere. E certo non si può negare l'onore delle armi a un giornale come il Fatto, che ha avuto la correttezza di ospitare idee così diverse da quelle proposte di solito. Non a caso Woodcock ha scritto innanzitutto in replica a una precedente analisi pubblicata, sul giornale di Marco Travaglio, da Gian Carlo Caselli. Alcuni passaggi vanno riportati alla lettera.
A proposito di un'eventuale futura relazione fra priorità indicate dalla politica e indagini giudiziarie (ingranaggio prefigurato, udite udite, nella riforma per la separazione delle carriere proposta dalle Camere penali), Woodcock, anziché lanciare un anatema, scrive: "Una soluzione del genere" sarebbe "quantomeno più trasparente del nostro attuale sistema, che 'nasconde' genesi e gestione delle inchieste sotto l'impenetrabile coltre dell'indipendenza del pm e dell'obbligatorietà dell'azione penale".
Lo dice da anni il meglio dell'accademia processual penalistica italiana. Il pm della Procura di Napoli sostiene che tenere nel fascicolo quanto meno traccia della genesi di un'indagine potrebbe "avvicinare di più il sistema ai valori di trasparenza e di responsabilità che connotano un regime democratico". Ancora: la tradizionale critica con cui le toghe stroncano la separazione delle carriere, ricorda Woodcock, riguarda la necessità che il pm condivida la "cultura della giurisdizione"; ma l'argomento, scrive il magistrato napoletano, "è un po' double face, a ben vedere", giacché lo si potrebbe "rovesciare agitando lo spettro che la permanenza del pm nell'unico ordine giudiziario possa mettere a rischio la cultura del giudice, trascinandola verso una deriva poliziesca".
Più che riflessioni, sono tuoni che scuotono le certezze della magistratura.
Pensate sia finita qui? Macché. "Si potrebbe citare come spia e segnale di pericolo di una simile colonizzazione culturale del giudice da parte del pm la tendenza di alcuni giudici al ' copia/ incolla' delle richieste del pm - pratica recentemente 'approvata' perfino dalla Suprema Corte". Altro pilastro delle tesi avanzate dall'avvocatura.
Fino alla riflessione più acuta: dopo il "terremoto Palamara" è ancora più urgente che le "decisioni" diventino "conoscibili e trasparenti", sia quando riguardano "la carriera dei magistrati" sia quando si tratta di "genesi e gestione delle inchieste". E qui siamo al cuore di quella che alcuni definiscono "egemonia del partito delle Procure".
"Io personalmente, in quanto pm, non vivrei in modo traumatico una separazione delle carriere, la considererei piuttosto come una nuova sfida positiva, anche sul piano della formazione e della professionalità". Woodcock è tanto nitido quanto esplicito.
Da ultimo, non si può tacere un passaggio del suo articolo, sempre relativo alla "circostanza ostativa" abitualmente scagliata dai magistrati contro la separazione: Woodcock la sintetizza come "l'esigenza che il pm continui a coltivare come il giudice, pur nella diversità del ruolo, quella cultura del dubbio, che è un elemento essenziale della funzione giudiziaria". Non perché ce ne si voglia approfittare: ma sentire evocata la cultura del "Dubbio" sul "Fatto quotidiano" suscita persino un sorriso di speranza. E, di sicuro, ammirazione per un magistrato, come Woodcock, capace di un discorso al limite del rivoluzionario.
di Isidoro Trovato
Corriere della Sera, 15 aprile 2021
La ministra della Giustizia, Marta Cartabia, è stata chiara nelle sue linee programmatiche: per affrontare il gigantesco ritardo della giustizia civile sarà fondamentale rafforzare gli strumenti di mediazione dei conflitti. Un'apertura di credito che riapre vecchi dibattiti in seno all'avvocatura italiana in passato tutt'altro che favorevole alla mediazione obbligatoria.
"Partiamo da un aspetto di comunicazione - afferma Leonardo D'Urso, presidente di Adr center, un organismo di mediazione tra i più importanti in Italia. Non esiste un obbligo di mediazione: per il 15% delle materie della giustizia civile, c'è l'obbligo solo di partecipare ad un primo incontro tra le parti per capire se ci sono margini di accordo tramite mediazione. La decisione di proseguire oltre al primo incontro è sempre effetto della volontà delle parti".
n compenso però sono impressionanti i numeri della mediazione, nelle discipline in cui c'è l'obbligo di un primo incontro conoscitivo. "I numeri - continua D'Urso - evidenziano che su materie come locazione, successione, usucapione l'utilizzo della mediazione diminuisce il ricorso ai Tribunali dal 35 al 65% dei casi. Un incentivo alle mediazioni darebbe un impulso allo smaltimento delle cause in corso che è il vero problema che genera lentezza nel nostro sistema giudiziario". Servono incentivi o esistono settori di espansione della mediazione? "Per estendere l'efficacia della procedura - suggerisce il co fondatore di Adr center - ci sono varie opzioni: a cominciare dalla possibile estensione dell'obbligatorietà del primo incontro a tutta l'area della contrattualistica".
E poi c'è il tema dei costi: di recente l'Unione camere civili ha espresso "preoccupazione per l'ipotesi di introdurre oneri aggiuntivi per l'accesso alla giustizia, che non deve diventare un privilegio per pochi e, soprattutto, per ricchi". Un chiaro riferimento a costi aggiuntivi della mediazione. "Intendiamoci su un punto - chiarisce D'Urso. Quel primo incontro obbligatorio costa circa 40 euro. Se invece parliamo dei costi di un'intera mediazione, si dovrebbe dare attuazione al credito d'imposta per le spese fino a 250 euro per le mediazioni che non hanno avuto buon esito e 500 per quelle andate a buon fine. È una norma che già esiste, bisognerebbe solo finanziarla". Ma c'è una parte di avvocatura pronta a dialogare e a trovare un accordo.
"Gli strumenti alternativi di risoluzione delle controversie- afferma il segretario generale dell'Associazione nazionale forense Luigi Pansini - impongono un approccio collaborativo e implicano una competenza del mediatore e dell'avvocato in mediazione che non può prescindere da una costante formazione e da un elevato tasso di specializzazione. È necessario armonizzare e coordinare i diversi strumenti alternativi di risoluzione delle controversie, con particolare riferimento ai rapporti tra la negoziazione assistita e la mediazione. Infine, è necessario ribadire il ruolo dell'avvocato in mediazione che deve essere di assistenza, anche per intervenire sul regime di responsabilità, distinguendo la fase giurisdizionale da quella stragiudiziale".
di Laura Berlinghieri
Il Mattino di Padova, 15 aprile 2021
Nella Marca l'Usl ha dimenticato il penitenziario. L'epidemia circola nelle celle, specie a Padova. Da una parte, la diffusione del contagio che continua a fare paura, come dimostra il maxi focolaio tuttora attivo al Due palazzi di Padova (82 positivi, di cui 74 detenuti).
Dall'altro, la campagna vaccinale iniziata e bloccata sul nascere. Oppure, nelle carceri di Treviso, nemmeno iniziata: "Ce ne siamo dimenticati" ammette candidamente il direttore generale dell'Usl 2, Francesco Benazzi, riferendosi al personale penitenziario. "Ma non hanno vaccinato nemmeno i detenuti" tuona Gianpietro Pegoraro di Cgil. Nel mezzo, 2.500 persone la cui unica finestra sul mondo è nei ritagli tra le inferriate. Bloccate le visite, la concessione è una video chiamata in più a settimana: lo chiamano "bonus Covid".
Finora, nelle carceri venete sono state vaccinate poco più di un migliaio di persone: 741 appartengono alla polizia penitenziaria e 289 sono detenuti. "Tra il personale, l'adesione è stata molto alta, pari al 75%. Ma qualche rifiuto è dovuto all'utilizzo esclusivo di AstraZeneca" spiega Pegoraro. Peccato che le iniezioni, appena iniziate, siano anche state bloccate, visto il cambio di priorità deciso dalla Regione, che ha seguito l'anagrafe. Pensando a una vaccinazione a tappeto, non è stato adottato alcun criterio nel dare una precedenza agli uni o agli altri detenuti, un po' come era avvenuto per il personale scolastico, escludendo giusto i negativizzati da meno di tre mesi e i contrari alla vaccinazione.
È un mondo a parte Treviso dove, appunto, il direttore generale ha dimenticato di organizzare le vaccinazioni. E pronta è arrivata la denuncia della Funzione pubblica di Cgil, che ha scritto al governatore Zaia, all'assessora Lanzarin, al prefetto di Treviso e allo stesso Benazzi.
"Il direttore generale afferma di essersi dimenticato di far vaccinare i servizi penitenziari e la polizia penitenziaria, ma si ritiene sereno sul campo vaccinale" scrivono Pegoraro e Franca Vanto, dicendosi al contrario allarmati, temendo che la situazione possa degenerare, come già avvenuto alcuni mesi fa nel carcere di Venezia, con l'esasperazione dei detenuti esternata in una veemente protesta. La campagna vaccinale, comunque, è iniziata in diverse regioni italiane. Lombardia compresa, come ha scoperto un paio di giorni fa Matteo Salvini, informato dal governatore del Lazio Nicola Zingaretti, a sua volta accusato dal leader del Carroccio di avere "privilegiato" i detenuti nella campagna vaccinale.
Iniziata, sì, ma appena abbozzata. La campagna vaccinale nelle carceri venete per il momento ha coinvolto poco più di un decimo dei detenuti: meno di 300 su 2.500. Certo, alcuni erano stati esclusi perché già positivi, altri ancora hanno rifiutato la dose. Rimane una situazione che definire allarmante è un eufemismo. E allora è probabilmente anche a causa di questa situazione tanto precaria che nelle celle della nostra regione i contagi fanno ancora paura.
Sta rientrando, ma rimane di dimensioni impressionanti, il focolaio divampato al Due Palazzi di Padova, con 74 detenuti positivi. Ora sono tutti asintomatici, ma nei giorni scorsi si erano registrati un paio di ricoveri. Ma il contagio riguarda anche otto persone del comparto sicurezza, due delle quali con sintomi. Si contano poi due casi nella casa circondariale di Padova, cinque nel carcere maschile di Venezia, due al femminile e al Prap, uno a Treviso, quattro a Rovigo e a Verona, uno a Vicenza.
In questo scenario, le visite rimangono bloccate nelle carceri (praticamente tutte) in cui ci sia anche un solo contagio. I tamponi continuano a essere effettuati e, per le strutture, il ritorno "Covid free" è poco meno di un miraggio.
"Dove non ci sono contagi, le visite stanno ricominciando, ma sempre attraverso un vetro. Non c'è alcun contatto fisico tra il detenuto e il parente" spiega Pegoraro. Le attività lavorative sono sospese. Il "bonus Covid" consiste invece in una video-chiamata in più a settimana. "I detenuti sono prossimi al limite e la tensione è alta anche tra il personale. Bisogna cambiare qualcosa, perché così sta diventando insostenibile". È un carcere nel carcere.
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