Il Fatto Quotidiano, 27 maggio 2021
Anche in carcere gradualmente ci si riavvia verso la normalità dopo il lungo periodo di inasprimento delle restrizioni per l'emergenza sanitaria. Si conclude in questi giorni la campagna delle vaccinazioni e in alcuni reparti sono riprese le lezioni in presenza; vedendo tornare gli insegnanti, i detenuti iscritti ai vari corsi scolastici (per ora solo quelli che nel prossimo mese dovranno sostenere gli esami di Stato) hanno scoperto una volta di più, come reazione alle privazioni, l'importanza della scuola come momento di crescita personale e occasione di contatto con l'esterno, con un mondo quasi sempre lontanissimo dal proprio precedente vissuto, che in tal modo può essere oggetto di una profonda e veramente efficace revisione critica.
Riprendono gradualmente anche le attività collaterali alla didattica, i progetti di ampliamento dell'offerta formativa come "Libertà e Sapere" con cui da un quindicennio cerchiamo di favorire i rapporti tra gli studenti detenuti e la società nelle sue espressioni più alte e importanti. L'occasione è venuta dall'iniziativa presa da Francesca Rocchi, Francesca Di Martino e altri insegnanti della sede centrale del nostro Istituto scolastico J. von Neumann diretto dalla D.S. Serafina Di Salvatore, che hanno organizzato una videoconferenza sul tema della legalità e della lotta alla criminalità organizzata (per la ricorrenza delle stragi di mafia).
Collegati via Internet, alcuni studenti delle classi quinte hanno potuto ascoltare il professor Sergio Moccia, emerito di Diritto penale all'Università degli studi di Napoli "Federico II", e il colonnello Cesare Forte, della Direzione telematica del Comando generale della Guardia di Finanza. Non è stato possibile, alla fine, stabilire connessioni per coinvolgere anche gli studenti delle sezioni staccate all'interno dei vari settori del complesso Penitenziario di Rebibbia. Tuttavia, abbiamo potuto avvalerci della testimonianza di Francesco Rallo, nostro ex alunno condannato all'ergastolo per reati di mafia. Era in collegamento dagli uffici presso il ministero della Giustizia, dove oggi può beneficiare del lavoro esterno dopo quasi trent'anni di reclusione.
Uno degli aspetti che è apparso con maggiore evidenza nei vari interventi è che combattere la mafia sia un problema innanzitutto di natura culturale, mentre la sanzione penale arriva, quando arriva, solo in un ultimo momento. Cultura è quella mafiosa, che si respira in certi ambienti fin dai primi momenti di vita e in ogni dettaglio dell'educazione impartita ai giovani, spesso anche in modo inconsapevole; e cultura è quella che cerchiamo di proporre noi operatori attraverso le nostre attività scolastiche e trattamentali. Quella di Rallo è la dimostrazione diretta, vissuta sulla propria persona, di questo passaggio dalla cultura di origine a quella che gli è stata offerta come opportunità di studio, di conoscenza, che lui ha saputo trasformare anche in testi teatrali che raccontano il fenomeno mafioso dalla sua genesi agli sviluppi contemporanei.
A chi gli faceva i complimenti per questo suo esemplare percorso di reinserimento sociale, Rallo rispondeva: "Io serio ero allora e serio sugno ora". In una frase c'è tutto un programma, lo sforzo che la nostra società deve fare nel cogliere le potenzialità, anche in termini di semplice affidabilità, laddove esse si manifestino; evitando di lasciare parti di territorio in cui, nell'assenza dello Stato, vanno ad affermarsi altri valori, altri poteri, altri sistemi normativi.
Dobbiamo cercare di mettere a frutto, auspicabilmente a servizio della legalità, le migliori risorse umane, come giustamente ha fatto il colonnello nella sua attività di scouting per i giovani studenti che mostrano particolari competenze informatiche, da impiegare all'interno della Direzione telematica della Guardia di Finanza per una sempre più efficace lotta alla criminalità.
di Roberta Rampini
Il Giorno, 27 maggio 2021
L'esperienza rieducativa dello sport raccontata in "Per essere chiari" da un ex detenuto diventato volontario. Diventa (anche) un libro, il progetto "Pugni chiusi" avviato nel carcere di Bollate nel 2016. Dopo la realizzazione del docu-film e la mostra fotografica il progetto per insegnare pugilato ai detenuti è diventato la trama di un saggio, "Per essere chiari", scritto da Antiniska Pozzi, Editore Milieu, collana Banditi senza Tempo.
"Non è il pugilato in sé, come disciplina, che ti salva, è il tuo percorso di uomo nella boxe, perché per mezzo di quella fatica puoi riuscire così a dominare i demoni", spiega l'autore. Ideatore e anima del progetto è Mirko Chiari, volontario in carcere, che ha coinvolto i detenuti in un corso di pugilato e che, chiarisce il libro, è più un percorso, accomuna chi viene da fuori e chi vive dentro. E dentro è stato anche Mirko, a 19 anni, un paio di giorni a San Vittore, per un motorino rubato. È lì che il narcotrafficante Pino gli ha spiegato che "tutti abbiamo un tempo e se siamo abbastanza fortunati possiamo deciderne cosa farne.
La scelta non è sempre serena, perché dobbiamo condividerla con la bestia che ci abita. Quello che puoi fare è capire come tenere a bada la tua, e se c'è un altro modo per nutrirla rispetto a quello che hai trovato fino a oggi, un modo che non ti porti al gabbio". È anche per questo che Mirko decide: chiude con i furti, inizia a lavorare, entra in palestra. Affronta 104 incontri, incontra maestri veri e non, compagni di allenamento che diventano amici.
"Ogni incontro, ogni allenamento, ha scavato fiumi carsici, ha eroso cime - si legge nel romanzo - smussato angoli, creato spazi che non c'erano e cancellato zone che non avevano più senso di esistere". Fino a quando, un giorno, "ho capito che non era più il pugilato al mio servizio, ero io che sentivo di dover essere al servizio del pugilato". Nel 2016 torna in carcere, a Bollate, come volontario. E qui inizia il suo progetto e la box diventa in pochi mesi un modo per "combattere senza rifiutarsi di fuggire il dolore non è naturale. Ne consegue una dimensione di rispetto, nei confronti di se stessi prima che in quelli degli altri intorno".
La grinta e la forza dei detenuti-pugili del carcere lo scorso anno erano stati immortalati anche dalla macchina fotografica di Federico Guida, scatti che avevamo incantano la giuria della 14esima edizione del Premio Canon e ottenuto una Menzione speciale per la fotografia sportiva. Prima ancora era stato realizzato un documentario per la regia di Alessandro Migliore e grazie al sostegno di 93 donatori attraverso la piattaforma di crowd-funding Produzioni Dal Basso e alla co-produzione di Infinity.
Ora il libro. "L'insegnamento lo faccio in gruppo, ma il percorso ognuno lo fa con sé stesso", racconta Mirko che nel frattempo ha portato il progetto anche nel carcere San Vittore di Milano. Da mesi però "il percorso è sospeso causa Covid senza possibilità, per ora, di riprendere, ma speriamo che con il ritorno alla normalità si possa tornare ad allenarsi". Intanto lui non è restato con i guantoni in mano, ma ha fatto partire un nuovo progetto con la fondazione Exodus. Tutto, sempre, gratis, "non so quantificare quanto lo sport mi abbia dato, rendo quello che posso, quello che ho lo dono".
di Stefano Bocconetti
Il Manifesto, 27 maggio 2021
La Corte europea dei diritti dell'uomo dà ragione a Snowden. Ma è una "vittoria" parziale. Non è una buona regola giornalistica, si sa, ma una volta tanto si può fare un'eccezione e cominciare da un commento. È quello dell'ex editore del Guardian, Alan Rusbridger, che otto anni fa rischiò tantissimo distruggendo le prove - pur di non consegnarle alle autorità - d'un gigantesco apparato di controllo mondiale. Le sue poche parole: "C'è voluto tanto, troppo tempo ma finalmente il mondo sa che Snowden aveva ragione". E che avesse "ragione" ora è ufficiale: l'altro giorno, la Corte europea per i diritti umani, la Cedu, con una sentenza ha stabilito che le intercettazioni di massa dell'agenzia di spionaggio inglese erano "illegali".
E si parla esattamente di quella gigantesca, inimmaginabile schedatura globale - che comprendeva anche presidenti e leader di tutti i paesi del mondo - realizzata dalle intelligence britannica e statunitense, denunciata per primo da Edoard Snowden. L'ex analista a contratto della Nsa che ha fatto saltare il tappo sull'enorme piano di sorveglianza. Un'operazione denominata in codice Tempora e che ha permesso l'archiviazione di milioni e milioni di terabyte, raccolti setacciando e filtrando le reti di connessione.
Quella della Corte di Strasburgo è una sentenza rilevantissima - che in linea di massima ha confermato un analogo giudizio di una corte inferiore di quattro anni fa - ma che certo non risolve tutti i problemi aperti. "Un primo passo, che però non basta", per dirla con le associazioni che hanno promosso il ricorso legale.
I giudici, sintetizzando in pillole a scapito del linguaggio giuridico, hanno stabilito che quel livello di sorveglianza era illegale per "alcune carenze fondamentali". Innanzitutto, perché era stata autorizzata da un segretario di Stato e non da un organismo politico abilitato. E poi perché il "controllo totale" non era definito nei suoi limiti. Né di tempo, né quantitativi, diciamo così: quanto sarebbe dovuto durare, quante email, dati, foto, filmati, conversazioni si sarebbero potute sottrarre. Senza considerare che tutta l'operazione avrebbe dovuto essere sottoposta a verifica e controllo "in corso d'opera" e niente di tutto questo è stato fatto. Ed ancora: quel "sistema" non garantiva la protezione che le legislazioni internazionali prevedono per i giornalisti. La Cedu ha però aggiunto anche che non è fuori legge qualsiasi ipotesi di "sorveglianza di massa".
Pare di capire che la sua liceità dipenda da come si fa e da chi è autorizzata. Di più: la Corte ha anche definito - in linea di principio - "non illegale" la condivisione con paesi stranieri delle informazioni raccolte dall'intelligence britannica. La sentenza, insomma, non fa, né avrebbe potuto fare, chiarezza su cosa accadrà in futuro. Ma resta una "vittoria storica", sempre per usare il commento della coalizione che s'è rivolta ai giudici di Strasburgo. La prima in assoluto. Arrivata grazie "non solo ad una persona ma a tanti", per usare un tweet dello stesso Snowden. Vittoria che comunque - anche questo va detto - non avrà immediate ripercussioni. Perché il Regno Unito - un po' furbescamente, cogliendo gli umori dell'opinione pubblica - aveva già fatto decadere il "Regulation of Investigatory Powers Act", il cosiddetto RIPA, dell'inizio del millennio, che appunto assegnava poteri illimitati alla sua intelligenze e che aveva permesso allo spionaggio di partecipare all'operazione.
Ora al suo posto c'è l'"Investigatory Powers Act", varato 5 anni fa, e che prevede un minimo di regole in più. Al punto che ieri il portavoce di Downing Street se n'è uscito con una dichiarazione di questo tenore: "Il Regno Unito ha uno dei sistemi più solidi e trasparenti per la protezione dei dati e della privacy in tutto il mondo, pur in presenza di minacce in continua evoluzione". Anche questo, in ogni caso, sarà da vedere visto che proprio ieri, in concomitanza con la sentenza, una delle associazioni inglesi in prima fila per i diritti, Liberty, ha fatto sapere di aspettare altre sentenze: che riguardano appunto la nuova normativa. Legge, per capire, che tutti a Londra chiamano "la carta dei ficcanaso".
E che i governi conservatori inglesi non abbiano proprio tutti i requisiti a posto per mostrarsi paladini della privacy, lo dimostra anche il tema che da qualche settimana ha ripreso ad occupare i media: la cessione a società private dei dati dell'NHS, il sistema sanitario britannico.
Società che - ovviamente - si limitano a "collaborare" con le autorità pubbliche e che una volta finita l'emergenza coronavirus, dovrebbero cancellare dati e profili. Il problema però è che fra le società appaltatrici c'è la "Faculty AI", che ha fornito un enorme data base per elaborare la campagna elettorale per la Brexit. E soprattutto c'è la Palantir. Sì, proprio il gruppo fondato dal miliardario della Silicon Valley, Peter Thiel, sodale di Trump, coinvolta in tutti i "casi sporchi" di spionaggio digitale. Dall'Iraq all'Afghanistan fino alle frontiere americane. Non un bel curriculum per gli utenti inglesi.
di Giovanna Casadio
La Repubblica, 27 maggio 2021
I giallorossi rivolgono un appello alla presidente del Senato: "Stop all'ostruzionismo". Italia viva insiste sulla strada del dialogo con la destra, ma il sospetto dei dem è che il partito di Renzi si presti a insabbiare la legge contro l'omofobia. Domani (giovedì 27) convocato ufficio di presidenza della commissione.
Una breve riunione informale al Nazareno convocata d'urgenza dal segretario dem Enrico Letta per dire che sul ddl Zan non ci sono ripensamenti e bisogna approvarlo al più presto. Subito dopo il Pd con Movimento 5Stelle, Leu e Autonomie invia una lettera alla presidente del Senato, Elisabetta Casellati chiedendo che entro la prima settimana di luglio la legge, che porta il nome del deputato dem e attivista lgbt Alessandro Zan, vada in aula per il voto definitivo. Stop all'ostruzionismo della Lega e del presidente della commissione Giustizia di Palazzo Madama il leghista Andrea Ostellari, denunciano i giallo-rossi. È l'ultimatum, prima di ricorrere alla procedura che prevede di portare un provvedimento direttamente in aula per l'impossibilità di esame in commissione. Ostellari, intanto, in tarda serata, ha convocato l'ufficio di presidenza della commissione domani (giovedì 27 maggio) alle alle 14.15 precisando che "le lettere sono sempre ben gradite" ma che non hanno nulla a che fare con la sua convocazione.
I renziani però si sfilano. E insistono sulla strada del dialogo con la destra. Il sospetto dem è che Italia Viva si presti a insabbiare la legge e faccia da sponda alla destra. Dai giallo-rossi arriva quindi l'appello a Casellati. Scrivono: "Le segnaliamo l'impossibilità di proseguire l'esame del ddl Zan contro l'omotransfobia presso la commissione Giustizia. Il presidente della commissione Ostellari, sin dall'inizio dell'esame, ha adottato comportamenti palesemente ostruzionistici in aperta violazione del suo ruolo e delle sue funzioni di garanzia, impedendo il funzionamento della commissione e l'inizio dell'esame del provvedimento per ben quattro mesi rendendo, a tal fine, necessaria una votazione a maggioranza sul testo già approvato dalla Camera".
Sono le accuse di Pd-5S, Leu. Che elencano le tappe dell'ostruzionismo: "In primis, il presidente Ostellari ha nominato sé stesso Relatore del provvedimento pur avendo esternato pubblicamente la sua forte contrarietà al disegno di legge in esame, in modo assolutamente improvvido e inopportuno, forzando le buone prassi istituzionali nel rapporto tra il presidente e i componenti della commissione".
E poi via a seguire tutti gli altri rallentamenti: dall'accoppiamento del ddl Zan a quello Ronzulli-Salvini fino alle 170 audizioni accolte, che significherebbero tenere in ostaggio la legge per oltre 4 mesi. L'elenco di esperti, associazioni da ascoltare - aggiungono - è stato tenuto segreto per dieci giorni e reso noto solo nella seduta di ieri.
"Perciò se il presidente Ostellari continuasse ad adottare comportamenti palesemente ostruzionistici e pretestuosi, impedendo alla commissione Giustizia l'esame del disegno di legge in oggetto e non riducendo a una settimana la durata delle audizioni, nonché la conclusione dello stesso affinché il provvedimento possa essere esaminato dall'assemblea del Senato nella prima settimana di luglio, le preannunciamo che ci troveremo costretti a chiedere la convocazione di una conferenza dei capigruppo per calendarizzare il ddl Zan".
A Casellati i giallo-rossi chiedono di intervenire per ripristinare "la correttezza istituzionale". Ma certamente pesa la breccia aperta dai renziani e da chi, come l'ex capogruppo dem Andrea Marcucci, invita a rallentare in nome del dialogo e di una legge condivisa sull'omofobia. Non è la via indicata dal Pd né dai grillini e dalla sinistra. Lo scontro politico si complica.
di Mattia Ferraresi
Il Domani, 27 maggio 2021
È terribile ma forse necessario ammettere che le immagini dei bambini morti sulle spiagge della Libia producono in noi un riverbero emotivo che dura appena lo spazio di un istante. Poi la nostra attenzione si sposta su un'altra immagine tragica, poi su un'altra e su un'altra ancora, una carrellata senza fine di fotogrammi della sofferenza. A ogni passaggio da un fotogramma all'altro una quota della carica comunicativa del soggetto inquadrato si disperde, la sua capacità di mobilitare la coscienza si affievolisce. È un anestetico che viene iniettato per gradi. Siamo in un cortocircuito: abbiamo l'obbligo di guardare i corpi senza vita di quei bambini, ma abbiamo anche l'obbligo di ammettere a noi stessi che più ne vediamo, meno ne soffriamo.
È terribile ma forse necessario ammettere che le immagini dei bambini morti sulle spiagge della Libia producono in noi un riverbero emotivo che dura appena lo spazio di un istante. Poi la nostra attenzione si sposta su un'altra immagine tragica, poi su un'altra e su un'altra ancora, una carrellata senza fine di fotogrammi della sofferenza.
A ogni passaggio da un fotogramma all'altro una quota della carica comunicativa del soggetto inquadrato si disperde, la sua capacità di mobilitare la coscienza si affievolisce. È un anestetico che viene iniettato per gradi. Da occasione per intraprendere un serio esercizio di empatia o sofferenza condivisa, l'immagine della morte - di più: della morte innocente - diventa anticamera dell'indifferenza. Intendiamoci: questo effetto non diminuisce di uno iota l'oggettiva gravità della tragedia che le immagini catturano e non costituisce un argomento sensato per limitare la rappresentazione e pubblicazione di certi scatti. Il problema ineludibile è che il soggetto che li guarda è esausto.
Ha gli occhi saturi di visioni moralmente insostenibili, che finiscono per cancellarsi automaticamente dalla coscienza. C'è stato un tempo in cui la decisione di pubblicare immagini particolarmente crude o violente era motivata dalla ragionevole aspettativa che l'impatto scioccante potesse risvegliare gli animi intorpiditi, generare consapevolezza, mobilitare.
Oggi questa aspettativa è assai meno ragionevole. La costante documentazione in tempo reale di guerre, genocidi, disastri naturali, carestie, soprusi, violenze di ogni tipo e natura ci permette di sapere e vedere molto più male di quanto potessimo vedere in passato, accorciando drasticamente le distanze. Nella preistoria dell'era digitale si credeva ingenuamente che questo avvicinamento alle sofferenze di persone lontane e invisibili ci avrebbe resi più sensibili ai destini altrui, specialmente dei più deboli.
È vero il contrario. Più vediamo, meno proviamo compassione. Ciononostante, nelle redazioni continua a circolare una delle frasi più sciocche fra quelle che affliggono la professione giornalistica: "Non ne parla nessuno". Il dramma è invece che tutti parlano di tutto, sempre. Il flusso informativo porta una quantità di immagini del dolore incommensurabilmente più grande rispetto a qualunque capacità di elaborazione umana.
Scatta così una strana forma di rimozione emotiva. Certo, alcune immagini rimangono, diventando, come si dice, iconiche, ad esempio quella di Alan Kurdi, ma le più passano lasciando soltanto qualche increspatura passeggera. Si tratta di un'evoluzione di effetti che gli psicologi che si occupano di empatia ed elaborazione dei sentimenti collettivi hanno individuato da decenni. Il fenomeno del "psychic numbing", l'anestesia psichica, è sintetizzato dalla frase "più persone muoiono, meno la cosa ci importa": quando si parla di un elevato numero di vittime, come nella pandemia, diventa impossibile per la mente elaborarle e per la coscienza soffrire e agire di conseguenza.
La percezione che ogni sforzo individuale sia vano per lenire sofferenze di proporzioni enormi è invece nota come "pseudo-efficiency". Si è spesso pensato che concentrarsi su singoli episodi, casi e storie particolari, potesse aiutare a dare un volto e dunque a generare empatia e mobilitazione. Il fotogiornalismo ha dato un contributo enorme in questo senso. Ma le storie particolari sono diventate così tante, pervasive, onnipresenti e incessanti che gli occhi si sono assuefatti. Siamo in un cortocircuito: abbiamo l'obbligo di guardare i corpi senza vita di quei bambini, ma abbiamo anche l'obbligo di ammettere a noi stessi che più ne vediamo, meno ne soffriamo.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 27 maggio 2021
Il rapporto dell'Unhchr sulla rotta migratoria centrale del "Mare Nostrum". "In acqua le possibilità sono 50-50. Il mare non è semplice, puoi stare sicura o morire", racconta una donna nigeriana agli intervistatori dell'Unhchr. La sigla indica l'Alto commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani, che ieri ha pubblicato un nuovo rapporto sulla rotta migratoria che unisce i paesi costieri delle due sponde del "Mare Nostrum". Il titolo è inequivocabile: Indifferenza letale: Ricerca, soccorso e protezione dei migranti nel Mediterraneo Centrale. "Evitabile" è la parola chiave del report: ci sono strumenti tecnici e obblighi giuridici sufficienti a evitare che il mare inghiotta vite e le spiagge restituiscano cadaveri.
Lo studio è stato condotto tra gennaio 2019 e dicembre 2020: in quel periodo almeno 2.239 migranti sono morti tentando di attraversare il mare, di "bouzar" come dicono molti di loro, lungo la rotta centrale (69% delle vittime di tutto il Mediterraneo). Dall'inizio del 2021 tra corpi ritrovati e dispersi il tragico conteggio ha già raggiunto 632 vite (dato Oim). Ma questi numeri, sostengono le organizzazioni internazionali, sono al ribasso: ci sono naufragi di cui non sappiamo nulla o conosciamo solo alcune delle vittime. Tra 2019 e 2020, poi, quasi 20mila persone sono state ricondotte con la forza in Libia. La progressione delle catture indica una crescente efficacia della sedicente "guardia costiera" di Tripoli: 8.403 persone nel 2019, 10.352 nel 2020. Quest'anno sono già 9.659 (dato Oim).
Per l'Unhchr, presieduto da Michelle Bachelet Jeria (ex presidente del Cile), sono 5 le questioni a monte della situazione: mancata assistenza ai migranti in pericolo in mare; intercettazioni e soccorsi pericolosi; respingimenti; criminalizzazione delle Ong; ritardi degli sbarchi e accoglienza inadeguata. Su ogni punto l'Alto commissariato fornisce dati, episodi e voci e poi alla fine indica a tutti i soggetti competenti, in primis le autorità europee e gli Stati di Italia, Malta e Libia, delle raccomandazioni.
Sono menzionati i "respingimenti per procura", cioè delegati ai libici ma coordinati da assetti europei, e i respingimenti privati, cioè operati da imbarcazioni commerciali. Come la El Hiblu che stava per riportare in Libia 108 persone su indicazione di un aereo della missione Sophia, ma è stata fermata da una protesta a bordo per cui Malta, dove poi sono sbarcati i migranti, ha accusato tre minorenni di terrorismo. Oppure come una petroliera filippina che a 44 miglia da La Valletta ha incontrato un barcone pieno di donne, ha chiesto indicazioni al centro di coordinamento dei soccorsi italiano e le ha riportate indietro. "Benvenute a Malta", ha detto ridendo un ufficiale di Tripoli allo sbarco. Alcune sarebbero state vendute ai trafficanti.
Tra le varie raccomandazioni una sembra diretta a ministero delle Infrastrutture e Guardia costiera italiana che in 12 mesi hanno disposto 9 fermi amministrativi di navi Ong: "Rivedere e sospendere ogni misura amministrativa, normativa e altra pratica animata a/risultante in prevenire o ostacolare le imbarcazioni umanitarie Sar dal sostenere i migranti in pericolo".
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 27 maggio 2021
Claudio Graziano, residente del Comitato di difesa dell'Ue: le carrette del mare ci punterebbero. Se facessimo sul serio, sarebbe una vera azione militare sulla Libia. "Che può essere intrapresa solo con una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu o su richiesta del Paese interessato: fuori da questi casi, il blocco navale è una misura di guerra", spiega Claudio Graziano, presidente del Comitato di difesa dell'Unione europea.
E non si fa con due o tre navi, occorre una forza adeguata che si assuma responsabilità gravi: fino ad affondare i battelli che provino a violare il blocco. Il richiamo storico più facile è il blocco navale degli Stati Uniti contro Cuba durante la crisi dei missili russi del 1962. Nel nostro caso, un blocco potrebbe ritorcersi contro di noi, perché qui non parliamo di embargo sulle armi, ma di carrette del mare coi profughi a bordo: si faccia avanti chi se la sente di colarle a picco.
"Il blocco potrebbe allora costituire un pull factor, un fattore di attrazione", continua infatti il generale Graziano, "perché le barche dei migranti punterebbero dritto verso le nostre navi e non è che puoi lasciarle affondare girandoti dall'altra parte, nessuna marina militare al mondo, nel rispetto del diritto internazionale e dei principi umanitari, lo accetterebbe". Non è buonismo, è onore.
Tuttavia, il blocco navale nella politica nostrana è un'idea... carsica. Scorre sotterranea e riemerge a ogni tensione sui migranti, di recente con l'ennesima crisi di Lampedusa e con quella dell'enclave spagnola di Ceuta: "Ci vuole il blocco navale!". Da anni è il mantra di Giorgia Meloni. E molti lo sostengono, specie a destra. Ma anche il pd Nicola Latorre lo invocò nel 2015, perché l'Onu fermasse "il traffico di esseri umani dalla Libia". Luciana Lamorgese, ora presa ad arginare i flussi tunisini, venne iscritta un anno fa a sua insaputa in quest'elenco da un post di Fratelli d'Italia che rovesciò il senso di una sua frase: "Non credo di poter bloccare barchini autonomi affondandoli o non facendoli arrivare qui, un'opera va fatta nel Paese di provenienza", disse la ministra. "Finalmente il governo si sveglia e scopre il blocco navale!", ne dedussero arditamente quelli. Argomento scivoloso, il blocco pare soprattutto un pericoloso miraggio, come spiegano molti comandanti militari.
E nel marzo 1997 l'Italia lo tocca con mano. È in corso la seconda crisi dell'Albania: migliaia di profughi provano ad attraversare l'Adriatico. In un clima di isteria collettiva, la cattolicissima Irene Pivetti dichiara al Tempo che "andrebbero ributtati in mare" (salvo cercare poi di metterci una toppa surreale: "Sono stata fraintesa, volevo dire: rimettiamoli in mare"). L'ex presidente leghista della Camera è anche sfortunata, quel 27 marzo. Perché, 24 ore dopo, la sua frase infelice si invera in tragedia. La nostra corvetta Sibilla affonda al largo di Brindisi la "Kater I Rades" partita da Valona, in una manovra "dissuasiva" volta a impedirne il passaggio: nel naufragio muoiono 108 albanesi.
A Palazzo Chigi c'è Prodi: sicché per paradosso l'unico vero blocco navale in Italia lo attua con esiti disastrosi la sinistra di governo (la quale ha sempre contestato che di blocco navale si trattasse, sostenendo la tesi del "pattugliamento concordato" con gli albanesi). Berlusconi, all'opposizione, si precipita in Puglia dai superstiti e parla come una Carola Rackete ante litteram: "Nostro dovere è dare temporaneo accoglimento a chi fugge da un Paese vicino cercando salvezza in un Paese che ritiene amico". Dodici anni dopo, di nuovo premier, sosterrà i respingimenti di Maroni, per i quali l'Italia verrà poi condannata dalla Corte europea dei diritti dell'uomo.
Dal piano Anaconda contro i confederati nella guerra civile americana fino al "blocco della fame" della marina inglese contro i porti tedeschi, è lunga (ma non gloriosa) la storia del blocco navale. Servono decine di corvette e pattugliatori, mezzi aerei e regole d'ingaggio: nel nostro caso in uno scenario vastissimo, nel Canale di Sicilia, a respingere i migranti.
L'ammiraglio Giuseppe De Giorgi, capo di stato maggiore della Marina al tempo di Mare Nostrum, l'operazione che salvò 152 mila naufraghi (arrestando 366 scafisti) tra il 2013 e il 2014, sostiene anche lui che il blocco si trasformerebbe in soccorso umanitario: "L'unica possibilità per essere efficaci sarebbe posizionare le navi militari nell'immediata vicinanza della costa libica, in vista delle spiagge da cui partono i migranti, per impedirne l'imbarco sui gommoni: un'operazione irrealistica sotto il profilo politico, quanto meno sotto l'egida nazionale". Si arriverebbe a un passo dal boots on the ground, l'intervento a terra.
L'ammiraglio Fabio Caffio (autore del "Glossario del diritto del mare") ha sostenuto che il blocco è "irrealizzabile e illegale". Certo, come meditava Maroni nel 2011, si potrebbe "fermare, soccorrere e riportare da dove è partito" chi viene intercettato. Ma è teoria. A parte i rischi di stragi e naufragi (come nel caso Kater I Rades), resta il problema dei respingimenti in mare: illegali, perché non si consente al profugo di chiedere asilo; due volte illegali, se il Paese in cui lo si riporta è piagato da violenze (è il caso della Libia).
Nel nostro caso, inoltre, la questione è una ferita aperta. La scorsa estate sono arrivati in Italia i primi eritrei che hanno vinto la causa Osman: 89 persone, partite dalla Libia, furono intercettate dagli italiani il 1° luglio 2009 (ancora Maroni agli Interni) e riportate in Libia con l'inganno. Un precedente pesante. Di certo però non sufficiente ad archiviare ricadute geopolitiche.
"Troppo spesso - riflette Graziano - i migranti vengono usati come un'arma contro Europa e Italia: è inaccettabile l'uso ricattatorio degli esseri umani. Ma in Libia bisogna andare alla radice del problema, che non è solo dell'Italia. Il blocco navale in sé non risolve la crisi. E, se la situazione a terra è immutata, il problema rimane". Già. Alzi la mano il marinaio che non avrebbe voluto salvare gli ultimi piccoli naufraghi rigettati lì, sulla spiaggia di Zuwara, come bambolotti spezzati dal mare.
di Federico Fubini
Corriere della Sera, 27 maggio 2021
Dure prese di posizione dopo che il regime bielorusso ha dirottato un Ryanair fra Atene e Vilnius e, affiancandogli un caccia MiG-29, l'ha costretto ad atterrare a Minsk. Ma i voli proseguono regolarmente. Ieri un Embraer 295 da 125 posti della Belavia proveniente da Minsk, Bielorussia, è atterrato a Fiumicino alle 11 e 40 con sessantacinque passeggeri a bordo. Un'ora dopo, è ripartito per Minsk con un carico di trentuno persone. Semivuoto, ma senza alcun contrattempo. Il giorno prima un altro aereo della Belavia, la compagnia di bandiera bielorussa, era atterrato e ripartito da Milano Malpensa. E la vendita di biglietti per il volo di stasera prosegue. Come se niente fosse accaduto.
Ora, confrontate tutta questa surreale normalità con le parole dei leader europei dopo che il regime bielorusso ha dirottato un Ryanair fra Atene e Vilnius e, affiancandogli un caccia MiG-29, l'ha costretto ad atterrare a Minsk. Lì Roman Protasevich, oppositore del dittatore Aleksandr Lukashenko, è stato arrestato con la compagna Sofya Sapega. È successo domenica.
La reazione dei leader dell'Unione europea è stata immediata. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione: "Oltraggioso e illegale, ci saranno conseguenze". Martedì poi Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, ha pubblicato sui suoi profili social una cartina delle rotte aree d'Europa con un buco corrispondente allo spazio aereo bielorusso. Commento di Michel: "L'Europa in azione". Sì, perché quel giorno il vertice dei capi di Stato e di governo dell'Unione aveva risposto all'atto di pirateria di Lukashenko con una contromossa: una "no-fly zone" - un teorico divieto di sorvolo - sopra l'intera Bielorussia. Davvero?
A leggere bene i testi c'è solo un invito non vincolante alle compagnie europee a non sorvolare la Bielorussia e l'intenzione (dichiarata) di bloccare nell'Unione le compagnie bielorusse. Ma niente di già definito. Ora, immaginate come avrebbe reagito la Casa Bianca se un regime centramericano avesse dirottato in quel modo il volo di una compagnia statunitense. Perché la credibilità geopolitica la si ha, oppure si deve lavorare molto più duro per costruirla di come fa oggi l'Unione europea.
ansa.it, 27 maggio 2021
L'ultima parola rimane tuttavia in mano al governo di Sánchez. La Corte Suprema spagnola ha espresso parere contrario alla concessione dell'indulto per i 12 leader politici indipendentisti della Catalogna condannati in seguito al tentativo di secessione della regione nel 2017, attualmente una delle questioni più spinose sul tavolo del governo di Pedro Sánchez. Lo riportano i media iberici.
Si tratta però di un parere non vincolante; la decisione sull'eventuale concessione del perdono rimane nelle mani dell'esecutivo. Tuttavia, secondo quanto spiega El País, l'opposizione dell'alta corte consentirà che sia possibile concedere solo un indulto parziale. La Corte Suprema sostiene che non riscontra argomenti sufficienti per giustificare l'indulto. Anche il pubblico ministero si è espresso contro la concessione di questa misura. I 12 leader condannati - tra cui c'è l'ex vicepresidente della Catalogna Oriol Junqueras - sono stati dichiarati colpevoli di reati di sedizione, malversazione e disubbidienza. Sánchez ha di fatto aperto a questa possibilità spiegando che la decisione del suo governo si baserà sul "valore costituzionale" della "concordia" e non su un desiderio di "vendetta". Le parole del premier socialista hanno provocato durissime reazioni dell'opposizione. "Questa decisione rappresenterà la fine del Partito Socialista nella Spagna costituzionalista", gli ha detto in Parlamento Pablo Casado, leader del Partito Popolare.
di Luca Geronico
Avvenire, 27 maggio 2021
Le presidenziali dall'esito scontato, ma solo nelle regioni controllate dal governo: bocciate le candidature dell'opposizione. Così il regime cerca una legittimità internazionale. "Dottore, il prossimo - a capitolare dopo Ben Ali in Tunisia e Mubarak in Egitto - sei tu". Ha poco più di 10 anni la scritta irridente dei ragazzini di Daraa che, nel marzo del 2011, diede il la alla rivoluzione siriana, ma nessuno può pensare che le elezioni di oggi rappresentino una reale svolta. Con due candidati fantoccio a fianco di Bashar al-Assad avviato a una scontata riconferma per la quarta volta alla presidenza della Siria - sino al 2028, in un contesto di collasso economico e di spartizione territoriale - il voto rappresenta un'operazione di facciata, semmai allo scopo di aprire un possibile spazio di negoziato internazionale.
La consultazione avviene solo nelle zone della Siria sotto il controllo del governo - dove vivono poco più di 10 milioni di persone - e con una Corte costituzionale che ha passato al setaccio una lista di 51 candidati dando, grazie a una Assemblea nazionale completamente controllata dal partito Baath, il benestare solo ad altri due candidati, oltre al presidente uscente: l'ex ministro Abdallah Salloum Addallah definito un "sostenitore del regime" e Mahmoud Ahmad Marai, un "oppositore interno" tollerato dal regime e che ha partecipato ai colloqui di Ginevra voluti dalle Nazioni Unite.
Una sbiadita replica del voto del 2014, bollato anch'esso come una "farsa" dagli oppositori e dopo che nel 2007 un referendum plebiscitario aveva confermato al potere l'allora ancora giovane figlio di Hafez al-Assad. Una norma capestro sulle candidature che, per giunta, permette di presentarsi solo a chi risiede nel Paese da almeno 10 anni, impedendo in questo modo qualsiasi presenza dell'opposizione all'estero. Così, dopo che la bella Asma Assad avrebbe superato tra il 2018 e il 2019 un grave problema di salute, e sconfitto assieme al marito Bashar pure il Covid, la "coppia reale" si prepara a perpetuare l'immagine patinata da imperturbabili frequentatori del jet set, mentre davanti al mondo la Siria vuole perpetuare l'"illusione democratica". In realtà è, da quasi un decennio, il Paese dei 13 milioni tra profughi e sfollati interni, e dei 2 milioni di minori senza accesso all'istruzione, mentre l'Acnur stimava nel 2019 che l'83 % della popolazione vivesse sotto la soglia di povertà. Una percentuale che non può che essersi ulteriormente alzata durante la pandemia che ha causato ufficialmente 24mila casi e 1.740 vittime. Cifre evidentemente sottostimate in un Paese dalle limitate capacità diagnostiche.
In realtà, a dieci anni dalla rivolta di Daraa, la Siria di fatto tripartita fra aree governative, area Nord orientale in mano ai curdi, e l'ultima provincia ribelle di Idlib - dove sono ammassati circa 4 milioni di "oppositori" - ulteriormente suddivisa fra l'area di influenza di Ankara lungo il confine turco, e la zona sotto il controllo di Mosca in base a una tregua che la crisi in Azerbaigian lo scorso settembre ha reso ancora più fragile. E il territorio sotto il controllo di Damasco, formalmente più esteso di quella che il rais controllava nel 2014, è quello di un Paese a "sovranità decentrata" dove prevalgono gli interessi della Russia - sempre più insediata nella base navale di Tartus, strategico sbocco al Mediterraneo - come gli interessi delle milizie che rispondono direttamente a Teheran. Basi iraniane in territorio siriano contro cui, periodicamente, Israele compie raid aerei in ritorsione ad attacchi missilistici sulle alture del Golan, mentre a fine febbraio uno Joe Biden appena insediato autorizzò un raid contro obiettivi iraniani in Siria in risposta agli "attacchi contro personale americano" a Erbil.
La dinastia degli Assad perpetrerà il suo regno, ma riuscendo sempre meno a governare il suo territorio, una vera "palude" dove il revanscismo del Daesh, il corridoio sciita e la brutalità di chi è abbarbicato al potere e di chi ha militarizzato l'opposizione producono una mattanza dei diritti umani su una popolazione civile oltre lo stremo. Cosa avvenga, al di sotto dell'illusione democratica, lo dimostra l'inchiesta che, secondo la stampa anglosassone, un gruppo di legali avrebbe fatto aprire in Gran Bretagna contro Asma Assad per aver "sostenuto e incoraggiato il terrorismo" in Siria. Questo mentre, dopo il massacro della Ghouta nel 2013, nuove accuse sono giunte al Consiglio di sicurezza per l'uso da parte del regime di armi chimiche a Saraqib. Un altro episodio che chiede verità, come "verità" sulla sorte di padre Paolo dall'Oglio, a più di 7 anni dalla sua scomparsa, hanno chiesto i fratelli Francesca e Giovanni Dall'Oglio. E una dichiarazione di Usa, Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia avverte la comunità internazionale di non riconoscere "elezioni illegittime".
Due sfidanti per un posto già assegnato
Gli sfidanti sono chiaramente delle comparse, per consentire all'organizzazione di potere che ruota attorno al governo degli Assad di confermarsi con lievi spostamenti di equilibrio interno, ma senza che cambi la struttura che da 21 anni ormai ruota attorno a Bashar al-Assad. Abdullah Salloum Abdullah, 65 anni, ex ministro di Assad designato dal Partito socialista unionista alleato del Baath di Assad, ritiene che "bisogna espellere tutti i terroristi e israeliani, americani e turchi dalla Siria e procedere alla completa liberazione di tutte le terre siriane". Nessuna menzione, invece, per russi e iraniani. Abdullah Salloum Abdullah, in una intervista, ha pure "lanciato un appello, per la lotta alla corruzione che è presente in tutte le istituzioni". L'altro sfidante è Mahmoud Ahmad Marie, avvocato nato 64 anni fa a Rif Dmashq, è stato espulso dal partito Baath al governo, ma fa parte di quella opposizione tollerata dal regime che ha partecipato ai colloqui di Ginevra organizzati dall'Onu.
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