di Fabrizio Ventimiglia e Giorgia Conconi
Il Sole 24 Ore, 14 aprile 2021
Ai fini dell'applicazione dell'art. 384 co. 1 c.p.. Nota a sentenza: Cass. Pen., Sez. Un., 17/03/21, n. 10381. Con la sentenza in commento le Sezioni Unite della Cassazione intervengono a risolvere un contrasto che era sorto nella giurisprudenza di legittimità rispetto all'ambito di applicabilità della disposizione di cui all'art. 384 c.p., chiarendo che la norma in commento "in quanto causa di esclusione della colpevolezza, è applicabile analogicamente anche a chi ha commesso uno dei reati ivi indicati per esservi stato costretto dalla necessità di salvare il convivente more uxorio da un grave e inevitabile nocumento della libertà".
Questa in sintesi la vicenda processuale. La Corte di Appello di Cagliari confermava la sentenza di primo grado che aveva condannato per favoreggiamento personale la convivente del responsabile di un sinistro stradale, la quale si era falsamente dichiarata colpevole ai Carabinieri. L'imputa ricorreva, dunque, per Cassazione, deducendo la mancata applicazione nelle sentenze di primo e secondo grado della causa di non punibilità di cui all'art. 384 co. 1 c.p. La Sesta Sezione della Suprema Corte, rilevata la sussistenza di un contrasto giurisprudenziale in ordine all'ipotesi di applicazione dell'art. 384 co. 1 c.p. anche al convivente more uxorio, decideva di rimettere il ricorso alle Sezioni Unite. Le Sezioni Unite, nella sentenza in commento, premettono che l'orientamento giurisprudenziale prevalente esclude l'applicazione della norma anche rispetto al convivente more uxorio, sulla base del mero dato letterale della disposizione che ne circoscrive l'applicabilità ai "prossimi congiunti", non menzionando, invece, i conviventi.
I Giudici di legittimità, aderendo all'indirizzo minoritario, ritengono ammissibile e fondato il ricorso, affermando che una "effettiva coerenza all'interno del sistema non può che condurre ad una parità di trattamento, anche sul piano penale, della famiglia legittima e di quella more uxorio". La medesima equiparazione, rilevano i Giudici della Suprema Corte, è rinvenibile, peraltro, rispetto ad altri istituti.
L'art. 199 c.p.p., ad esempio, che prevede l'obbligo di avvisare i prossimi congiunti dell'imputato della propria facoltà di non deporre, contempla anche il convivente e, parimenti, la parificazione sul piano normativo tra la famiglia matrimoniale e quella non matrimoniale sussiste, come noto, anche in tema di filiazione.
Gli Ermellini, peraltro, ritengono applicabile la disposizione anche ai conviventi more uxorio, proprio in virtù della medesima ratio che sottintende entrambe le norme in rilievo (l'art. 199 c.p.p. e l'art. 384 c.p.) e cioè l'inesigibilità dell'osservanza del comando penale in forza del legame affettivo che lega il prossimo congiunto all'agente, sulla base del principio generale dell'ordinamento nemo tenetur se detegere.
La Corte afferma, dunque, che la disposizione in commento può trovare applicazione anche in relazione alle coppie di fatto, riconoscendo una assoluta parità alle situazioni del coniuge e del convivente, dal momento che "l'esistenza di un conflitto determinato da sentimenti affettivi, non può essere valutato differentemente a seconda che l'unione tra due persone sia fondata o meno sul vincolo matrimoniale".
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 14 aprile 2021
Il dubbio più scontato, è lui stesso prenderlo di petto. "Vi starete chiedendo se serviva davvero, una nuova commissione", sorride Giacinto della Cananea. E un po' parla col tono di chi la domanda deve essersela posta, forse anche solo per il gusto di prepararsi una risposta convincente. "E allora veniamo ai dati: presso la Corte di Cassazione, ci sono al momento circa cinquantamila ricorsi pendenti il cui tempo di giacenza medio è di quasi tre anni. Se ci si aggiungono i 3,5 anni che servono di solito alle commissioni provinciali e regionali, forse ci rendiamo conto perché la riforma della giustizia tributaria è necessaria", ci dice della Cananea, che dai ministri Franco e Cartabia è stato appunto chiamato a presiedere una commissione sul tema.
E dunque toccherà a lui, romano classe 1965, docente di Diritto amministrativo alla Bocconi, cresciuto nella cantèra di Sabino Cassese, coordinare i lavori di questi sette tecnici investiti del compito di risolvere le storture della giustizia tributaria italiana. Auguri, viene da dire. "L'impegno è gravoso", sorride della Cananea, "ma seguiremo un approccio molto concreto. Intanto cercando di risolvere questa stranezza di una giustizia tributaria bicipite: con un capo nelle commissioni tributarie provinciali e regionali che fanno riferimento al Mef, e l'altro nella Cassazione. E allo stesso tempo è ormai necessario affrontare, come notano del resto molti professionisti del settore, un'altra anomalia: quella per cui, a differenza dei giudici civili, amministrativi e contabili, i giudici tributari che operano nelle commissioni non sono delle figure specializzate".
Ed è a fronte di questi enormi problemi che però la commissione creata per volere dei ministri dell'Economia e della Giustizia concede un tempo piccolo. "Nel decreto di nomina viene indicata l'urgenza di fornire delle risposte entro il 30 giugno, tenendo conto anche delle incombenze legate al Recovery plan: ridurre i tempi della giustizia, anche tributaria, serve a rendere più competitivo, oltreché più giusto, il paese". Fare in fretta, dunque. "Ci si chiede un'analisi del quadro normativo e delle proposte su come risolvere alcune criticità".
Idee? "A titolo personale, posso dire fin d'ora che in molti casi si potrebbe intervenire anche a legislazione invariata e con un basso onere finanziario: si potrebbe ad esempio far sì che l'amministrazione non resista in terzo grado, laddove abbia perso nei primi due. In altri casi servirebbe invece investire delle risorse per incentivare il coinvolgimento di maggiore personale specializzato, come quello dei magistrati in pensione, al fine di rinforzare il lavoro a stralcio. Inoltre, penso alla banca dati che riguarda le sentenze emesse dalle commissioni tributarie, che dovrebbe divenire pienamente consultabile anche dai contribuenti: per un principio di parità delle armi in sede di processo, ma anche perché spesso, se si mostrasse l'evidenza dei precedenti, molti sarebbero dissuasi dall'avventurarsi in ricorsi che, stando ai casi analoghi, si sono sempre rivelati improvvidi".
Il tutto con la speranza di superare la perenne guerriglia politica intorno ai contenziosi tributari, che ha vissuto l'ultima fiammata nella baruffa intorno al condono inserito nel decreto "Sostegni". "Come ha ben detto il presidente Draghi, se ci troviamo in questa situazione è a causa di ritardi strutturali. Se lo stato ha lasciato accumulare milioni di cartelle inesigibili, deve anzitutto ammettere le sue inefficienze; dopodiché, deve chiedersi se, in una logica di bilanciamento degli interessi, sia inutile continuare a provare a saldare dei contenziosi di piccole entità che ingolfano l'intero sistema".
grandangoloagrigento.it, 14 aprile 2021
Un Assistente Capo Coordinatore del Corpo di Polizia Penitenziaria, di 56 anni, originario di Sambuca di Sicilia e da molti anni in servizio nella Casa circondariale di Pagliarelli a Palermo, si è tolto la vita. A darne notizia è il Sappe, sindacato autonomo della polizia penitenziaria. "È una notizia agghiacciante, che sconvolge tutti noi: dall'inizio dell'anno è il terzo suicidio che contiamo nelle fila del Corpo di Polizia Penitenziaria, uno dei quattro Corpi di Polizia dello Stato italiano", dichiara il segretario generale Donato Capece.
Secondo il sindacato "sui temi del benessere lavorativo dei poliziotti penitenziari l'Amministrazione Penitenziaria e il Ministero della Giustizia sono in colpevole ritardo, senza alcuna iniziativa concreta". Di qui la richiesta alla Ministra della Giustizia Marta Cartabia di "un incontro urgente per attivare serie iniziative di contrasto al disagio dei poliziotti penitenziari".
Nel 2020 sono stati 6 i poliziotti penitenziari che si sono tolti la vita ed erano stati 11 nel 2019, riferisce ancora il Sappe che giudica questi dati "sconvolgenti" e chiede in particolare di "strutturare un'apposita direzione medica della Polizia Penitenziaria, composta da medici e da psicologi impegnati a tutelare e promuovere la salute di tutti i dipendenti dell'Amministrazione Penitenziaria".
di Valeria Putzolu
castedduonline.it, 14 aprile 2021
"L'aspetto sicuramente della pandemia ha in qualche modo interrotto tutte le attività che venivano svolte all'interno delle strutture penitenziarie e, in particolare, l'attività dei volontari che hanno creato un rapporto di continuità con la popolazione detenuta".
Detenuto si taglia la gola nel carcere di Uta, l'ennesimo caso di suicidio tra le sbarre. A Radio Casteddu, Maria Grazia Caligaris (Socialismo Diritti Riforme): "L'aspetto sicuramente della pandemia ha in qualche modo interrotto tutte le attività che venivano svolte all'interno delle strutture penitenziarie e, in particolare, l'attività dei volontari che sono quelli che hanno creato un rapporto di continuità con la popolazione detenuta, sia nella sezione maschile che in quella femminile. Oltre la pandemia, le distanze che ci sono per raggiungere l'istituto Penitenziario, che è un proprio villaggio, dove ci sono mediamente 600 detenuti, quindi c'è una condizione di numeri regolamentari che, sembra, siano ampiamente superati e dove c'è, soprattutto, una problematica di carattere psichiatrico all'interno della struttura di Uta, in generale, però, in quelle sarde.
Il numero dei detenuti con problematiche di natura psichica sono veramente numerosi. Abbiamo necessità di centri che possano garantire una cura adeguata a persone in difficoltà. È anche vero che purtroppo, talvolta sono i detenuti che riescono a dissimulare meglio il loro stato emotivo: quelli che maggiormente sono esposti a episodi irreparabili, il più delle volte appaiono come persone tranquille che non manifestano un particolare disagio.
Quello che è accaduto ha suscitato sgomento in tutti anche per il modo che ha scelto, una morte atroce, cioè quella di tagliarsi la gola. In questo caso si è trattato di una di una condizione che denuncia un concetto di solitudine così profonda e così inarrivabile a chiunque: era determinato a non darsi scampo perché l'uso più frequente è quello dell'impiccagione, che a volte è un richiamo di attenzione, ma in questo caso esprime una decisa volontà a farla finita per una vita che evidentemente gli pesava troppo e, ovviamente, le condizioni detentive non aiutano.
La situazione nel carcere di Uta è una situazione "normale": ci sono degli spazi, anche delle occasioni di socialità tra detenuti, ma si capisce bene che davanti alla pandemia le possibilità anche di avere delle relazioni più serene diventa sempre più difficile.
È difficile avere dei colloqui con i familiari, che sono ridotti al minimo e che passano, il più delle volte, attraverso il computer quindi con dirette Skype, a distanza, l'impossibilità di abbracciare i figli, di poter trascorrere delle occasioni a livello umano. La disumanizzazione creata da questa pandemia grava profondamente sia sulla famiglia dei detenuti che sulle persone che hanno perso la libertà, sulle donne che in maniera particolare soffrono ancora più forte della condizione di solitudine".
Il Tempo, 14 aprile 2021
Fa i conti anche con un'altra criticità non di poco conto l'Istituto Vespucci. Alla sezione carceraria femminile di Rebibbia, con una sessantina di casi Covid all'attivo, la didattica è stata momentaneamente sospesa. I docenti che prima svolgevano attività in carcere? "Vengono a scuola e sono impiegati per supplenze quando serve", risponde la preside Maria Teresa Corea, che aggiunge: "Vorrei organizzare corsi di potenziamento per gli studenti e usare in qualche modo gli insegnanti che non hanno svolto regolare servizio a Rebibbia.
Per gli alunni del quinto anno che dovranno svolgere la Maturità, ad esempio, e per quelli che hanno necessità di rimanere a casa pure per timore del Coronavirus". E se sul Piano di recupero degli apprendimenti pensato dal Ministero dell'Istruzione, in rampa di lancio, si sta già dissertando nel mondo scolastico sulle soluzioni da attuare, in questo istituto le idee sul da farsi per colmare le lacune e via discorrendo le hanno già chiare da un pezzo.
"Al Vespucci i corsi di recupero sono stati avviati dal secondo quadrimestre. L'ulteriore recupero lo vorrei pianificare nelle modalità di cui ho già parlato, anche e soprattutto per gli studenti di quinta", chiarisce Corea. Facendo notare: "Il recupero noi l'abbiamo sempre fatto nel corso dell'anno scolastico, perché prima della pandemia, in estate i ragazzi erano impegnati a lavorare". Non si sono dissolte nemmeno le criticità in tema connessioni: "Pur avendo speso 34mila euro, non sono riuscita a districare la matassa: la rete internet non si connette in tutti i punti, al mattino è parecchio difficile far fronte ai consueti imprevisti. Inoltre, continuano ad esserci problematicità nelle abitazioni degli allievi".
"È un rompicapo per la maggior parte delle scuole della città quello della connettività: agire sulle infrastrutture per un ripristino di rete sul piano nazionale è la base da cui si dovrebbe partire per affrontare realmente il discorso", conclude la ds. Sulla gestione dell'organizzazione didattica per l'incremento delle classi in quarantena, i problemi maggiori, comunque, c'è da dire che ricadono sugli istituti comprensivi, i quali possono optare per la Didattica a Distanza in via estrema e per chiamare, in caso, un supplente sono costretti ad attendere giorni.
Una complicazione oltremodo ampliata in relazione alle quarantene spesso allungate a 14 giorni imposte dalle Asl a motivo dei casi di sospette varianti Covid. Riduzione dell'orario e classi in presenza trasformate eccezionalmente in classi in DaD per un giorno o giù di lì, invece, risultano gli stratagemmi perlopiù utilizzati dalle scuole secondarie di secondo grado per ottemperare alla situazione di emergenza.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 aprile 2021
Mancano i farmaci, tempi lunghissimi per le visite mediche, carenza della figura dello specialista psichiatrico. Il diritto alla salute in carcere, compresa quella mentale, è sempre di più difficile attuazione. Tante sono le criticità che hanno finito per rendere di fatto indisponibili o comunque fortemente problematiche le possibilità di cura.
A scendere in campo, rivolgendosi direttamente alla ministra della giustizia tramite una relazione, sono le magistrate di sorveglianza di Avellino che hanno sotto la loro giurisdizione diversi istituti penitenziari, compresa la Rems di San Nicola Baronia.
Nella relazione inviata al Dap e alla ministra, hanno premesso che alla riforma dell'ordinamento penitenziario del 2018 con cui si è delineata la necessità per i soggetti ristretti bisognosi di cure di dover far ricorso a medici specialisti "esterni" al circuito penitenziario, si è poi aggiunta la sentenza della Corte Costituzionale, la numero 99 del 2019, che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 47 ter comma 1 nella parte in cui non prevedeva la possibilità di disporre il differimento dell'esecuzione della pena anche nelle forme della detenzione domiciliare per i detenuti affetti da patologie rientranti nella cosiddetta "sfera psichica".
Pertanto, le magistrate di sorveglianza sottolineano che la valutazione tempestiva ed adeguata in ordine alla sussistenza dei presupposti per giungere a concedere la suddetta detenzione domiciliare "umanitaria", oggi non può prescindere dalla presenza nel corredo processuale di una specifica relazione medica redatta dallo specialista psichiatra.
"Non può sottacersi - denunciano le togate dell'ufficio di sorveglianza - che, nell'esercizio quotidiano delle funzioni, più volte le scriventi sono state costrette a "sollecitare" l'invio delle predette relazioni sanitarie per la tempestiva definizione di istanze che, investendo il profilo della salute, rivestono carattere di urgenza, in quanto nelle stesse si evidenzia l'immanenza di una patologia psichiatrica che, il più delle volte, assume carattere ingravescente in concomitanza dello status di privazione della libertà personale".
A seguito di numerose segnalazioni provenienti dai detenuti, già a partire dall'anno 2017, le componenti dell'ufficio di sorveglianza hanno creato un tavolo di lavoro al quale sono stati invitati a partecipare, oltre al Garante Provinciale per i diritti dei detenuti e i Direttori delle case circondariali, anche i medici referenti degli istituti, la Responsabile Asl Avellino Unità Operativa Sanità Penitenziaria, il Direttore Sanitario dell'Asl di Avellino ed il Direttore Generale ASL di Avellino.
Nel corso delle numerose riunioni che si sono protratte fino ad oggi, sono emerse in particolare le seguenti problematiche: la mancanza di farmaci e/ o difficoltà nell'approvvigionamento, inclusi quelli "salvavita"; tempi di attesa lunghissimi per la sottoposizione a visite mediche specialistiche; mancanza del personale infermieristico in numero sufficiente a garantire l'assistenza h24 e la mancanza dei medici specialisti, ovvero dei medici che coadiuvano il medico referente di istituto per le prestazioni mediche di natura specialistica.
"Di tali problematiche sopra enunciate - si legge nella relazione dell'ufficio di sorveglianza - alcune hanno trovato parziale risoluzione; mentre, per quanto concerne la mancanza di medici specialisti, questa continua a rappresentare a tutt'oggi una piaga irrisolta, che riverbera in modo negativo i suoi effetti anche sulla complessiva attività di amministrazione degli istituti".
Le problematiche sanitarie, quindi, affliggono tuttora gli istituti penitenziari presenti sul territorio di Avellino e Provincia. A questo si aggiunge che il Covid-19, con l'ansia generale che ne è scaturita, ha finito per acuire le patologie psichiatriche nei ristretti. La carenza dello specialista psichiatra non aiuta.
A giudizio dell'ufficio di sorveglianza, si legge nella relazione, "la situazione denunciata assume inevitabili connotati di gravità, e al tempo stesso, di urgenza, sia in relazione all'aumento esponenziale che negli ultimi anni si sta registrando delle c. d. "malattie mentali" che affliggono la popolazione detenuta, che legittimamente invoca la tutela del diritto alla salute costituzionalmente garantito, sia in relazione alla sovraesposizione del magistrato di sorveglianza che non è messo oggettivamente in condizioni di poter effettuare con la necessaria tempestività le dovute valutazioni". Quello che le magistrate Giovanna Spinelli, Donatella Ventra, Emiliana Ascoli e Maria Bottoni chiedono alla ministra Cartabia è un intervento che dia "effettività agli interventi del legislatore e alle pronunce della Corte Costituzionale".
di Giuliana Covella
magazinepragma.com, 14 aprile 2021
Intervista a Pietro Ioia. "La funzione di un Garante? Dovrebbe essere quella di salvaguardare e tutelare la salute dei detenuti, ma a me non basta. Io vado oltre". Sono passati decenni da quando Pietro Ioia, oggi 61enne, faceva chiamare i giornalisti da suoi familiari mentre era rinchiuso in cella. Chiamate che miravano a denunciare le pecche del mondo carcerario, di quel mondo che spesso non assolve al suo compito, come prescrive l'articolo 27 della Costituzione italiana ("Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato").
Pietro, ex narcotrafficante che ha "abitato" per 22 anni e 6 mesi le carceri di Napoli e della Campania, ma anche della Spagna oggi è un uomo diverso. Quindici anni fa ha fondato l'Associazione Ex Don (Ex Detenuti organizzati napoletani). Da allora il suo cammino verso la giustizia e la difesa dei diritti umani è stato tutto in salita. Tanto che un anno fa è stato insignito del Premio Stefano Cucchi per le sue battaglie a tutela dei diritti dei detenuti. Ma non solo. Ha scritto un libro, "Cella Zero" (edito da Marotta e Cafiero), dove denuncia i pestaggi avvenuti ai danni dei carcerati nel penitenziario di Poggioreale a Napoli tra 2013 e 2014. Una denuncia cui si sono unite quelle di un'altra cinquantina di ex galeotti, che ha portato a un processo dove sono attualmente imputati 12 agenti di polizia penitenziaria. Ioia, che ha cambiato vita e ha scelto di aiutare gli altri a cambiarla, è dal dicembre 2020 il Garante dei detenuti del Comune di Napoli.
Che cosa fa un Garante?
"Si occupa di assicurare che un detenuto sconti una carcerazione dignitosa. Ma io sin dall'inizio ho preferito andare oltre questa funzione".
In che senso?
"Sono diventato un punto di riferimento per i carcerati, le loro famiglie, i medici interni ai penitenziari di Poggioreale, Secondigliano e Nisida".
Com'è il bilancio di quest'anno di pandemia?
"Ovviamente critico. Insieme al Garante regionale Samuele Ciambriello siamo dovuti intervenire facendo talvolta da intermediari per sedare rivolte com'è accaduto a Secondigliano".
Rivolte per cosa?
"I detenuti erano terrorizzati dal Covid. Si chiedevano cosa sarebbe accaduto se uno di loro avesse manifestato sintomi come la febbre. Tenuto conto delle condizioni in cui vivono nelle celle, spesso anguste per 10-12 persone".
La pandemia ha costretto per ovvie ragioni a sospendere i colloqui. Come avete sopperito?
"Nelle carceri napoletane in zona arancione i colloqui tra detenuti e familiari si sono svolti nel rispetto delle restrizioni anti Covid e solo per i residenti nel Comune di Napoli. Poi siamo riusciti a ottenere alternative per mantenere un minimo di legame con le famiglie, consentendo le videochiamate. Ma restano altri problemi".
Quali?
"Anzitutto il sovraffollamento. Ormai è cronico. A Poggioreale, ad esempio, su una capienza di 1.600 persone ve ne sono 2.100. Una differenza di 500 detenuti, il numero di quelli che invece dovrebbero stare in un moderno carcere. Con l'attuale direttore di Poggioreale Carlo Berdini si stanno facendo molti passi avanti, specie in termini di organizzazione. Nell'affrontare l'emergenza sanitaria infatti sono stati predisposti due padiglioni Covid center".
Altri problemi?
"Il diritto alla salute per i detenuti viene spesso calpestato. Mi arrivano centinaia di denunce, richieste, segnalazioni ogni giorno del tipo "Pietro, mio marito ha avuto un infarto, potete informarvi? A me non dicono nulla". Ecco, io fungo da cerniera tra il mondo esterno e il sistema carcerario, perché ho vissuto quell'inferno. Già prima la situazione era difficile, ora con il Coronavirus è peggiorata perché sono state sospese tante visite specialistiche".
Lei segue anche i giovani detenuti di Nisida. Com'è la situazione lì?
"Oggi ci sono una quarantina di ragazzi che fanno corsi di ceramica, di pizzaiolo, di pittura e tanto altro. Il vero problema è quando escono e vengono abbandonati".
Si spieghi meglio...
"Vede, ricordo Emanuele Sibillo (il baby boss della cosiddetta paranza dei bambini ucciso in un agguato il 2 luglio 2015 a soli 19 anni, ndr). Quando era a Nisida studiava per diventare un giornalista. I suoi educatori lo ricordano come un ragazzo molto in gamba. Ma mi chiedo: se qualcuno avesse seguito lui come altri ragazzi dopo aver scontato la pena, forse tutto sarebbe stato diverso? Chiaro che questi giovani una volta fuori dal carcere diventino preda della malavita, perché non c'è stato nessuno che abbia dato loro una seconda chance, magari un giornalista che gli avrebbe insegnato questo lavoro".
Un messaggio per i detenuti e i loro familiari?
"Ai primi dico: il mio sogno è che usciate dal carcere come persone diverse, secondo quanto prevede l'articolo 27 della Costituzione. Alle loro famiglie invece: non portate droga in carcere, per questo c'è l'arresto immediato. Solo così potremo dire di aver vinto la guerra".
di Michele Mastandrea
Redattore Sociale, 14 aprile 2021
D'Amore (Sinappe): "No all'obbligo, ma esiste un dovere morale di farlo". "Tra agenti e personale amministrativo siamo intorno al 70% di aderenti alla vaccinazione. La maggior parte dei restanti ha deciso volontariamente di non farlo". Le parole di Nicola D'Amore, funzionario del Sinappe, sindacato di polizia penitenziaria attivo alla Dozza, aggiungono benzina sul fuoco della polemica relativa allo stato della campagna vaccinale negli istituti penitenziari.
A Bologna la campagna vaccinale in carcere è iniziata ai primi di febbraio, ma il rischio è che la mancata copertura della totalità degli operatori possa avere delle conseguenze sui contagi, del personale come dei detenuti. "Aspettiamo tutti una norma che dica cosa succederà a chi non si sottopone al vaccino", spiega D'Amore, che però per quanto ritenga palese "una questione morale rispetto alla vaccinazione per chi lavora in carcere" si dice "contrario all'obbligo vaccinale" e sottolinea come "la perenne emergenza sovraffollamento alla Dozza, ormai una costante, aumenti i problemi".
Fa paura il caso Reggio Emilia, con il carcere locale che vede 100 positivi tra detenuti e operatori su una popolazione ben inferiore a quella dell'istituto bolognese, che per D'Amore ha comunque "gestito molto bene l'emergenza". Del resto, fu proprio la paura del contagio all'origine delle rivolte del marzo 2020. A oggi, i detenuti della Dozza, così come tutte le circa 3.200 persone detenute negli istituti in regione, non sono stati vaccinati. In Emilia-Romagna l'immunizzazione dei detenuti dovrebbe iniziare a breve, "voci ufficiose parlano di entro fine mese" spiega sempre D'Amore. Ma non c'è alcuna data ufficiale. La stessa Ausl fa sapere di non aver ancora "nulla da dire in materia essendo in attesa di indicazioni".
Per Antonio Ianniello, Garante per i diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Bologna, la speranza è che "a breve si possa iniziare, così che la comunità penitenziaria possa essere messa in sicurezza sanitaria". Ianniello sottolinea come "proprio nei luoghi di detenzione possa essere accentuata la vulnerabilità al contagio", a causa dell'esistenza di "difficoltà oggettive" nel garantire l'efficacia degli interventi di contenimento della diffusione del contagio".
Rispetto al tipo di siero utilizzato per immunizzare il personale carcerario, si va verso l'utilizzo di Johnson & Johnson, come conferma ufficiosamente anche Elia De Caro, difensore civico dell'Associazione Antigone. La prima quota di dosi del vaccino prodotto dalla Janssen doveva arrivare in Emilia-Romagna il prossimo 16 aprile. Non è chiaro però cosa succederà ora, dopo lo stop da parte dell'azienda alle consegne in Europa, in seguito alla richiesta di ulteriori accertamenti sulla sua efficacia da parte della Food and Drug Administration americana.
In ogni caso, "quella di usare J&J, se confermata, sarebbe una scelta per nulla sciocca", spiega De Caro, "perché in quanto monodose consentirebbe un risparmio importante a livello logistico". De Caro ricorda come la stessa scelta sia stata fatta nel Lazio, "la cui efficienza nella campagna vaccinale è ormai evidente", e risponde poi al leader della Lega, Matteo Salvini, che aveva definito "roba da matti" l'idea di vaccinare la popolazione carceraria prima di altre categorie, nonostante Lombardia e Veneto a trazione leghista già da marzo abbiano iniziato le inoculazioni tra i detenuti. "Vaccinare significa tutelare la sicurezza non solo dei detenuti, ma anche degli operatori penitenziari, sanitari, amministrativi, educativo-pedagogici", sottolinea De Caro, che spiega come anche in questa fase di riduzione delle visite esterne "il carcere non possa essere considerato un luogo isolato".
di Antonio Macchia*
brundisium.net, 14 aprile 2021
"Il fine delle pene non è di tormentare ed affliggere un essere sensibile. Il fine non è altro che d'impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali".
Così scriveva Cesare Beccaria ne "Dei delitti e delle pene" oltre 350 anni fa. La lezione di uno dei più illustri padri del Diritto che l'umanità abbia avuto pare però essere stata dimenticata per intero, visto lo stato nel quale versano i nostri istituti penitenziari e le condizioni cui sono sottoposti i detenuti ristretti da Nord a Sud, dove come spesso capita le cose vanno peggio che altrove.
Le leggi dello Stato, che prendono ispirazione dalla Costituzione, istituiscono un corretto percorso per chi commette i crimini, garantendo pene commisurate agli errori fatti contro la comunità e attività mirate a reinserire gli individui nel tessuto sano della società, ma la realtà è nota a tutti ed è fatta di strutture obsolete, fatiscenti, sottodimensionate e sovraffollate, pericolose non solo dal punto di vista strutturale ma proprio da quello del principio che vorrebbe l'esperienza carceraria come parte del percorso di riabilitazione che deve essere garantito al detenuto.
La situazione è allarmante e Brindisi non sfugge alla statistica generale che vede le case circondariali italiane sicuramente lontane dagli standard che ci si aspetterebbe da un paese civile: la civiltà di una nazione si misura anche valutando il trattamento che offre agli esseri umani che vengono privati della libertà a causa dei loro crimini.
Quando si pensa a un detenuto, l'immagine che appare nella mente dei più è quella dell'individuo "cattivo per definizione", colui che si è macchiato di colpe tremende per le quali ogni pena non sembra mai abbastanza: l'immaginario collettivo, col passare del tempo, ha ceduto al fascino della forca, intesa anche nel senso letterale del termine, abdicando i principi sanciti dal diritto in favore delle peggiori pulsioni di vendetta. La realtà dei fatti, però, vede una popolazione carceraria variegata, composta per lo più da indigenti, gente che ha perso il lavoro mossa dalla necessità a delinquere, persone che hanno sbagliato e che potrebbero essere recuperate a pieno con un piccolo sforzo educativo prima che punitivo. Di tutti ma di loro in particolare non ci si deve dimenticare: dare un'opportunità anche dietro le sbarre è un dovere morale di uno Stato di diritto.
Il carcere di via Appia ha fatto la storia della città, essendo situato nel cuore di essa: i suoi quasi 100 anni si vedono e si sentono tutti e, secondo noi, è giunto il momento di pensionare la casa circondariale sia fisicamente che filosoficamente per passare a un modello radicalmente diverso, in cui al detenuto venga concesso di scontare la sua pena secondo i principi del diritto magistralmente descritti dalla penna di Beccaria.
Può suonare strano, ma a Brindisi abbiamo tutto per compiere questa rivoluzione nel paradgima della detenzione: l'alternativa a via Appia si trova a pochi chilometri dal centro abitato, in una struttura enorme e abbandonata da quasi 30 anni che periodicamente ritorna al centro del dibattito pubblico che, alla fine, si avviluppa su se stesso auto fagocitandosi.
L'associazione "Salute pubblica", sempre attenta e propositiva sui temi che a volte ingiustamente vengono relegati in fondo all'agenda delle istituzioni locali e centrali, ha lanciato una proposta che come Cgil ci sentiamo di sposare, condividere, promuovere e rilanciare: evacuare e riconvertire a un differente uso l'attuale struttura detentiva e trasferire la popolazione carceraria in una parte della ex-base Nato che offre possibilità per ora inesplorate anche per iniziative imponenti come potrebbe essere questa.
L'ex base Nato di Brindisi, rilanciano da "Salute pubblica" a sostegno della fattibilità della tesi, non è più attiva dal 1993 ed è in carico all'Agenzia del Demanio che nel 2007 ha ceduto a titolo gratuito il 20% dell'area una volta militare all'Unchr, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Parliamo di 160 ettari, con 260 immobili: una vera e propria città da anni dismessa e abbandonata che, grazie a questa idea, potrebbe diventare uno dei fiori all'occhiello del nostro territorio.
Il progetto, per ora solo nella testa di chi l'ha pensato, sembra rasentare la fantascienza per quello che la nostra terra ha sempre conosciuto ma, in realtà, la fattibilità dell'idea è molto più di una suggestione.
Gli spazi a disposizione dell'ex base Nato garantirebbero lo svolgimento di quelle attività essenziali per la riabilitazione e il reinserimento degli ospiti che non devono essere pensati come dei pesi per la società ma come esseri umani a cui offrire percorsi impossibili da implementare nell'attuale casa circondariale il cui destino, per non lasciare nulla al caso, dovrebbe essere quello della riconversione ad altri usi. Brindisi, in questo modo, potrebbe diventare il modello di un altro carcere possibile, un faro dei diritti civili e un laboratorio per sperimentare politiche carcerarie viste già altrove ma lontane anni luce dalla realtà desolante degli istituti italiani. Nei fatti, poi, non ci stiamo inventando nulla: Beccaria, oltre tre secoli fa, ci ha già indicato la strada. Ora, tocca a noi tracciarla e seguirla. E sarebbe pure ora.
*Segretario Generale Cgil Brindisi
verbanonews.it, 14 aprile 2021
Chiamati "stelle", i biscotti vogliono essere un omaggio a Dante ma anche un simbolo del desiderio di libertà che include tutti i cittadini di fronte alle difficoltà della pandemia. Il 17 marzo Silvia Magistrini, presidente del comitato Dante Alighieri di Verbania e VCO e garante comunale delle persone detenute nella casa circondariale di Verbania, aveva inviato al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella un pacchetto coi primi biscotti preparati dai detenuti nel laboratorio Banda Biscotti. Nei giorni scorsi è arrivata la risposta.
"Il Capo dello Stato - cita la lettera di Simone Guerrini, consigliere direttore dell'ufficio di Segreteria del Presidente, indirizzata a Silvia Magistrini - ha ricevuto la sua gradita lettera e mi incarica di ringraziala particolarmente per i biscotti "stelle" che ha voluto inviargli in dono". "Stelle" è il nome scelto per i biscotti in occasione del Dantedì: a 700 anni dalla morte di Dante. Una scelta "per coniugare memoria poetica, inclusione sociale, ma anche - afferma Silvia Magistrini nella sua lettera - speranza condivisa di libertà nell'attesa di "riveder le stelle". Mai come ora forza di simboli e bisogno di futuro ci sono necessari, ci aiutano a respirare e ad avere fiducia".
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