di Pietro Del Re
La Repubblica, 26 maggio 2021
La polizia algerina ha fermato decine di persone in tutto il Paese per reprimere le manifestazioni di piazza inscenate ogni venerdì dal movimento Hirak. Venerdì scorso è stata vietata dalla polizia la 118esima manifestazione dell'Hirak, il movimento algerino nato nel febbraio 2019 contro la candidatura per il quinto mandato del presidente Abdelaziz Bouteflika, poi costretto a dimettersi. Dopo un anno di totale lockdown, i giovani della "rivoluzione del sorriso" o della "primavera algerina", come la stampa locale ha battezzato la protesta avevano ripreso a manifestare già da febbraio, chiedendo un radicale cambiamento del sistema politico e il rinvio delle elezioni anticipate annunciate dal presidente Abdelmadjid Tebboune. L'Hirak vuole anche una nuova costituzione elaborata in modo partecipativo e non calata dall'alto come quella entrata in vigore il primo gennaio di quest'anno, e il rinnovo di un governo che comprende elementi del gruppo di potere intorno a Bouteflika.
Con il regime che adesso accusa il movimento di essersi lasciato infiltrare da "elementi separatisti e da correnti illegali vicini al terrorismo", le prigioni si riempiono nuovamente. E preoccupa la sorte di 22 detenuti in sciopero della fame dal 6 aprile, arrestati tre giorni prima con il pretesto di "attentato all'unità nazionale e raduno sedizioso". Tre giorni fa, gli agenti della Brigade de recherche et d'intervention hanno fermato ottocento persone solo nella capitale, e bloccato ogni accesso al centro della città a chi avrebbe voluto partecipare alla marcia, mentre i fedeli che uscivano dalla moschea Al-Rahma, solitamente i primi a mettersi in marcia dopo la grande preghiera del venerdì, sono stati invitati a rientrare nelle loro case. La sede del partito d'opposizione Rassemblement pour la culture et la démocratie è stata circondata dalle forze di sicurezza, con un centinaio di militanti che s'erano rifugiati al suo interno. Nel frattempo, alla questura di Algeri le camionette della polizia continuavano a scaricare centinaia di persone arrestate.
Come ci spiega al telefono un attivista del Comité national pour la libération des détenus, associazione che aiuta i perseguitati per i diritti d'opinione, che i fermati sono stati tutti brutalizzati dalla polizia, com'era già successo le settimane precedenti, sebbene le immagini di queste violenze girate con i cellulari stavolta non siano state pubblicate in rete per via della censura imposta ai media che seguono l'Hirak. In Cabilia, intanto, regione tradizionalmente ribelle, si sono verificati violenti scontri tra manifestanti e forze dell'ordine con imponenti cortei nelle città di Béjaia e Tizi Ouzou. "La situazione non farà che peggiorare fino alle prossime elezioni anticipate che contro il parere dell'Hirak si terranno il 12 giugno", dice sempre l'attivista che per ovvi motivi chiede di mantenere l'anonimato.
Da diverse settimane il regime cerca di impedire ogni forma di protesta, e il ricorso alla violenza della polizia ha già ottenuto l'effetto di smobilitare le folle di manifestanti, soprattutto dopo che dal 9 maggio per ogni raduno di piazza è richiesta un'autorizzazione rilasciata del ministero dell'Interno. "Il solo modo che abbiamo per sconfiggere la repressione è di marciare numerosi nelle strade del Paese, ma la gente adesso ha davvero paura". Tuttavia, altri analisti si dicono certi che ci vuole altro per fermare l'Hirak e che il movimento è destinato a perdurare nel tempo finché non otterrà le riforme richieste.
Sono i due i rischi maggiori che corre l'Hirak. Il primo è che gli attivisti non riescano a strutturare politicamente la protesta in corso da due anni, nel qual caso il movimento sarà comunque destinato ad estinguersi col tempo. Il secondo è che questo vuoto politico possa favorire gli estremisti islamici, i quali silenziosamente sfruttano la crisi sociale ed economica per guadagnare consensi. E che potrebbero rovesciare il regime come fecero in Egitto i Fratelli musulmani quando scipparono la rivoluzione ai martiri di Piazza Tahrir.
Anche l'Onu si dice "sempre più preoccupata" per la situazione in Algeria in cui alcuni diritti fondamentali, come il diritto di libertà d'opinione e quello di riunirsi pacificamente sono "continuamente violati", ha dichiarato l'Alto commissariato per i diritti umani di Ginevra. "Chiediamo alle autorità algerine di cessare immediatamente il ricorso alla violenza per disperdere manifestazioni pacifiche e l'arresto arbitrario di persone che hanno esercitato il loro diritto di espressione", ha detto Rupert Colville, portavoce dell'Alto commissariato. Un appello che il regime di Algeri verosimilmente ignorerà.
di Anna Lombardi
La Repubblica, 26 maggio 2021
La famiglia alla Casa Bianca: "Oggi celebriamo la sua vita: è stato capace di cambiare il mondo". Il 25 maggio 2020 a Minneapolis l'agente Derek Chauvin per 9 minuti e 29 secondi tenne il suo ginocchio premuto sul collo dell'afroamericano. Fino a farlo morire. I parenti ricevuti dal presidente Biden e dalla vice Harris. "C'è ancora tanto da migliorare, nessuno dovrebbe subire ciò che è toccato a lui".
"Say his name", ripetete il suo nome, scandisce forte la piccola Gianna, 7 anni appena, fuori la Casa Bianca: "George Floyd" gridano forte i suoi zii, i fratelli e le sorelle dell'afroamericano ucciso esattamente un anno fa, a Minneapolis dall'ex agente Darek Chauvin, che per 9 minuti e 29 secondi gli tenne premuto un ginocchio sul collo. "Oggi celebriamo la vita di George, non la sua morte. È stato capace di cambiare il mondo". Philonise Floyd 40 anni, lo ripete ai giornalisti al termine dell'incontro durato oltre un'ora col presidente degli Stati Uniti Joe Biden: "Le cose si muovono. Lente ma procedono. Certo, c'è ancora tanto da fare e migliorare. Nessuno dovrebbe più subire quel che è toccato a lui".
Alla Casa Bianca c'era il clan al completo dei Floyd: la figlioletta Gianna, accompagnata dalla mamma Roxie Washington. I fratelli Philonise, Keeta, Terrence con la sorella Bridgett e il nipote, Brandon Williams. E i loro numerosi avvocati, Benjamin Crump in testa, in questi mesi tutti molto attivi nel chiedere (e ottenere) giustizia. Joe Biden e Kamala Harris hanno voluto accoglierli per un incontro privato e a porte chiuse proprio mentre mezza America tornava ad inginocchiarsi in piazza, ricordando George Floyd.
"Un bell'incontro, il presidente è un uomo genuino, ha giocato con Gianna, voleva davvero sapere come stiamo, sapere cosa può fare per noi", dicono i fratelli, alternandosi ai microfoni l'uno dopo l'altro. Biden, d'altronde, li conosceva già: per averli incontrati a Houston, in occasione dei funerali. E averli sentiti più volte al telefono: l'ultima volta ad aprile, dopo la condanna dell'agente Chauvin. "Gli abbiamo detto che il Floyd Justice in Policing Act va approvato al più presto", dicono: "gli abbiamo ripetuto quello che abbiamo detto stamattina pure a Nancy Pelosi durante la nostra visita al Congresso". La riforma della polizia chiesta da Biden il 20 aprile - dopo la condanna del poliziotto-assassino, appunto - sperando di firmarla entro oggi. Quella dove si vieta ai poliziotti di usare la micidiale morsa al collo per bloccare i sospetti, si sospende la protezione degli agenti dai ricorsi civili, e si istituiscono pure nuove regole nazionali per tutti gli agenti. Biden, figuriamoci, è d'accordo: " È passato un anno dall'omicidio di Floyd. Un periodo in cui la sua famiglia ha mostrato un coraggio straordinario. La condanna del mese scorso è stata un passo verso la giustizia, ma non possiamo fermarci qui. Siamo a un punto di svolta. Dobbiamo agire", ha ribadito. Ma intanto quella legge approvata alla Camera è ferma al Senato, bloccata dalla resistenza dei repubblicani. I dem Cory Booker del New Jersey e Karen Bass della California (stamattina con Pelosi, durante l'incontro coi Floyd al Congresso) da settimane trattano con il repubblicano Tim Scott della Carolina del Sud, l'unico senatore afroamericano nelle fila Rep. Ma il Gop proprio non ne vuole sapere di eliminare lo scudo giuridico che oggi impedisce ai cittadini di citare un poliziotto in una causa civile: e il braccio di ferro coi dem continua.
Intanto pure Barack Obama ha riconosciuto l'urgenza di quella riforma via Twitter: "Floyd è stato assassinato un anno fa oggi. Da allora, centinaia di americani sono morti in scontri con la polizia. Erano genitori, figli, figlie, amici portati via troppo presto. Ma l'anno appena trascorso ci ha dato ragioni per sperare. Oggi più persone, in più posti del mondo, vedono le cose in modo più chiaro di un anno fa", ha scritto. Rivolgendo "un tributo a tutti coloro che hanno deciso che questa volta doveva essere diverso. E hanno, ognuno a modo suo, contribuito a fare la differenza. Quando la giustizia ha radici profonde, i progressi hanno bisogno di tempo. Trasformiamo le parole in azioni e le azioni in riforme per il cambiamento".
La morte di Floyd - immortalata nell'atroce video girato dalla diciasettenne Darnella Frazier cui ora qualcuno propone di dare addirittura anche il Pulitzer, immagini capaci di scuotere la coscienza d'America e del mondo, dando il via alla rivolta - hanno d'altronde avuto qui davvero un impatto profondo sulla società e sulla cultura: perfino quella pop, con l'immagine di George ormai riprodotta ovunque. Le proteste hanno raggiunto il picco lo scorso 6 giugno 2020: quando 1 milione e mezzo di persone sono scese contemporaneamente in piazza in 550 città americane. Ma secondo ben quattro sondaggi (effettuati da Kaiser Family Foundation, Civis Analytics, NORC e Pew) sono stati addirittura fra i 15 e i 26 milioni gli americani che hanno partecipato in qualche forma alle proteste: numeri inauditi finora. Nel frattempo Black Lives Matter, il movimento di protesta nato qualche anno prima per denunciare le troppe morti degli afroamericani, è diventato mainstream. Approdato perfino sulle maglie degli sportivi della Nba, le squadre affiliate alla lega americana del basket.
Anche la richiesta di tagliare i fondi alla polizia ha trovato la sua strada: 20 grandi città hanno effettivamente ridotto il budget per un totale di circa 840 milioni. Altre 25 hanno chiuso i contratti con la polizia per il controllo delle scuole. Con risultati, in realtà, non sempre efficaci. Per dire, a Seattle, dove il budget degli agenti è stato tagliato del 20 per cento, il crimine è enormemente aumentato. E a New York, dove De Blasio aveva promesso di tagliare i fondi, li ha dovuti invece aumentare. Intanto, la polizia ha continuato a uccidere persone di colore - dalla morte di Floyd a oggi sono 426 gli afroamericani e latinos uccisi mentre erano disarmati. Insomma, i metodi violenti sono ancora in uso; qualcuno dice perfino più di prima. Qualcosa però si è mosso a livello statale: Colorado, Iowa, Connecticut, New Jersey, Massachusetts, New York hanno passato nuove regole che impediscono l'uso del soffocamento come forma di contenimento. Altri impongono ai poliziotti di intervenire se un loro collega usa eccessivamente la forza. E l'attenzione su quello che qui si chiama "razzismo sistematico" ha portato a una nuova sensibilità in luoghi di lavoro e università. "La morte di George ha cambiato il mondo", ripete il fratello Philonise. Già. Ma non è ancora abbastanza.
di Gaetano Azzariti
Il Manifesto, 26 maggio 2021
Uno tra gli scopi principali della nuova normativa, non sia da rinvenire nella repressione dei comportamenti di discriminazione, che pure non devono essere tollerati, ma ancor più nel suo carattere di contrasto culturale. Critiche al ddl Zan sono state espresse non solo da omofobi o intolleranti, ma anche da esponenti del mondo cattolico e liberale, nonché da una parte della cultura femminista. Da un lato, si è manifestato il timore che si possa limitare il libero dissenso nei confronti di pratiche e tipi di relazione contrari alle proprie ideologie, dall'altro è stata contestata l'introduzione di una formulazione che tende a dare rilievo all'identità percepita rispetto al sesso biologico. Vediamo di prendere sul serio queste obiezioni e valutarne il fondamento.
Per quanto riguarda la questione dei limiti alla libertà di manifestazione del pensiero, essa non può essere posta in astratto. Certamente la democrazia pluralista si qualifica per le garanzie prestate alle opinioni espressa dai consociati, soprattutto a quelle meno condivisibili, sicché i reati d'opinione dovrebbero essere esclusi (non sempre è così nel nostro ordinamento, ma questo è un altro problema). Ciò però non vuol dire che non vi siano limiti alle modalità di "manifestazione" delle opinioni: oltre al "buon costume", che è espressamente indicato in costituzione, essenzialmente quando queste ledono altri principi fondamentali del vivere civile, quello della dignità sociale delle persone in particolare. È per questo che un'opinione ingiuriosa, non veritiera, diffamatoria provoca responsabilità penali ovvero civili per chi le divulga.
Nel caso del ddl Zan si ha poi una particolarità. Esso tende a prevenire e contrastare una serie specifica di discriminazioni, quelle collegate al sesso, al genere, all'orientamento sessuale e alle disabilità, ritenute particolarmente odiose, che vanno ad aggiungersi a quelle già previste nel nostro ordinamento e relative alla razza, all'etnia e alla religione. In tutti questi casi si vieta la "propaganda e istigazione a delinquere", nonché si stabilisce un'aggravante "fino alla metà" della pena qualora un reato sia commesso per finalità di discriminazione nei confronti dei soggetti indicati.
Ciò limita la libertà di manifestare opinioni radicalmente contrarie - chessò - alla parità di genere, ovvero ai rapporti omosessuali, magari rozzamente espresse? Può certamente escludersi nel caso dell'aggravante: qui il reato è autonomo (si pensi all'aggressione di un transessuale o ad una coppia gay) e non ha nulla a che fare con le opinioni, ciò che viene in evidenza è la motivazione "spregevole" che ha portato a compiere il fatto. Nel caso di "propaganda e istigazione" la questione si può porre, ma tre considerazioni fanno ritenere che in questo caso si sia ben al di sotto della soglia di allarme.
In primo luogo, la previsione espressa nello stesso disegno di legge. Su iniziativa dell'onorevole Costa, che si è fatto interprete dei dubbi del mondo liberale e cattolico, è stata approvato un articolo per assicurare il pluralismo delle idee e la libertà delle scelte. Con una formulazione, in realtà mal scritta, si è voluto espressamente indicare che sono fatte comunque salve le opinioni se queste non sono idonee a determinare il concreto pericolo di atti discriminatori o violenti. In tal modo, si sono fatte rientrare le previsioni del più ambiguo divieto di "propaganda" in quelle più specifiche dell'"istigazione". Era questa una precisazione di cui, peraltro, non vi era neppure bisogno, poiché già chiarita dalla Corte costituzionale (ma poi anche dalla Cassazione), in tempi assolutamente non sospetti.
È questa la seconda e più importante ragione che porta a escludere che la libertà di manifestare un pensiero (anche il più avverso) sia in pericolo. Da sempre - una prima significativa sentenza è del lontano 1957 - la Consulta ha tenuto a precisare che nei reati di opinione elemento decisivo è da ritenersi l'effettiva "offensività", ovvero il pericolo concreto che la propaganda ovvero l'apologia siano in grado di produrre conseguenze delittuose. In sostanza, la propaganda si deve esprimere come una "istigazione indiretta" e costituire un "apprezzabile pericolo" del prodursi di eventi criminosi. È certo vero che tali circostanze dovranno, in ultima istanza, essere apprezzate dal giudice e, dunque, si può temere una valutazione non così rigorosa, che possa portare a condanne anche in assenza di un pericolo immediato.
Se si valuta però alla luce dell'esperienza - e questo è il terzo motivo da considerare - non credo si possa temere più di tanto: sino ad ora i reati di propaganda e istigazione al razzismo su cui si va ad innestare la nuova normativa non hanno prodotto molte condanne. Anzi il rischio è che anche nei casi collegati all'omofobia le nuove norme producano scarsi effetti concreti.
Proprio questo mi porta a dire che uno tra gli scopi principali della nuova normativa, non sia da rinvenire nella repressione dei comportamenti di discriminazione, che pure non devono essere tollerati, ma ancor più nel suo carattere di contrasto culturale. I discorsi d'odio, così come i crimini d'odio, non si combattono solo nelle aule dei tribunali, quanto soprattutto sul piano educativo, promovendo le ragioni del rispetto e dell'inclusione, opponendosi alle discriminazioni e ai pregiudizi. Vi sono alcune norme nel ddl Zan che provano a contrastare le discriminazioni su questo specifico piano. Perché oltre a tutelare la sacrosanta libertà d'opinione di tutti (persino degli omofobi e degli intolleranti) c'è grande bisogno di provare a far valere il valore delle differenze.
È qui che si innesta la polemica di parte del movimento femminista che inizialmente richiamavo. Entrare nel merito delle questioni sollevate è necessario, ma non può essere risolto con poche battute, poiché siamo di fronte a problematiche vivacemente discusse, che dividono trasversalmente le culture femministe, LGBT, della sinistra, che coinvolgono la visione di sé e la percezione dell'io: il corpo come accidente solo biologico ovvero come espressione di una diversità da cui partire. Questione esistenziale e antropologica.
Quel che solo mi voglio qui domandare è se la legge debba prendere posizione su queste questioni. In fondo per conseguire le sue finalità, ovvero la tutela della dignità sociale di tutti i soggetti cui si rivolge, tra loro assai diversi, non sarebbe stato meglio utilizzare una locuzione altrettanto precisa - anzi con un tasso minore di indeterminatezza semantica - evitando un glossario iniziale che non solo divide, ma può persino generare confusioni applicative. Bastava in fondo scrivere che la legge riguardava le discriminazioni fondate sull'orientamento sessuale e di genere, oltre che sulle disabilità. Non spetta poi alla legge stabilire cos'è un corpo, né distinguere tra genere e sua identità.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 26 maggio 2021
La decisione del leghista Ostellari. Pd, M5S e LeU: "Subito in aula", ma i renziani frenano. "Certo, andare in aula senza relatore è un rischio, ma l'alternativa è permettere alla Lega di bloccare per sempre il ddl Zan". È sera quando un senatore Pd commenta l'ennesima giornata di scontro sul disegno d legge contro l'omofobia. Nel tentativo di salvare il provvedimento bloccato da mesi in commissione Giustizia dall'ostruzionismo del Carroccio, M5S, Pd, e Leu ragionano sulla possibilità di mettere fine ai lavori della Commissione e dare la parola all'aula. Una decisione presa dopo l'annuncio dato ieri dal leghista Andrea Ostellari, presidente della commissione autoproclamatosi relatore del ddl, di ammettere 170 audizioni su un massimo consentito di 250. Il che significa che, pur accelerando al massimo i tempi, slitterebbe tutto a dopo l'estate. Se poi si considera il tempo per presentare e discutere gli emendamenti si finirebbe a autunno inoltrato. Quando, inutile dirlo, ad avere la precedenza subentrerebbero altre priorità, come ad esempio la legge di bilancio. Il risultato sarebbe quello di non parlare più del ddl chissà fino a quando.
Capito il pericolo, ieri il M5S ha lanciato la sfida agli alleati. "Basta aspettare andiamo in aula. Noi siamo pronti" dice la senatrice Alessandra Maiorino. Per farlo basta un voto a maggioranza in commissione e i numeri ci sono. LeU condivide subito la proposta, il Pd anche ma attraverso il senatore Franco Mirabelli chiede una riunione dei gruppi favorevoli al testo per decidere come muoversi. Due i dubbi che spingono il Pd alla prudenza.
Il promo è tecnico: andare in aula senza relatore e con due testi, oltre al ddl Zan c'è anche quello del centrodestra a prima firma Renzulli, significherebbe imboccare un percorso difficile e reso più accidentato dal voto segreto. Il secondo è più politico. Fino a ieri sostenitrice del ddl Zan, Italia viva sembra avere dei ripensamenti. Non solo non si pronuncia sulla possibilità di andare in aula, ma nei giorni scorsi il capogruppo al Senato Davide Faraone ha chiesto un tavolo con tutti i capigruppo "per superare steccati e contrapposizioni sterili e trovare un accordo in tempi brevissimi".
Proposta che alcuni hanno letto come un passo indietro da parte dei renziani, contrari adesso a forzare la mano andando direttamente in aula. "Sento che il senatore Faraone dice ora cose diverse, ci spieghi su cosa ha cambiato idea", chiede non a caso la dem Monica Cirinnà. "Chi ha problemi parli, perché se si vuole portare fino in fondo la legge servono certezze per non correre rischi con il voto alla cieca". E a favore della legge si pronuncia anche il forzista Elio Vito, per il quale dentro Forza Italia "non esiste una linea di partito come dice Ronzulli, perché Silvio Berlusconi ci ha dato libertà di coscienza, come fece con le unioni civili, e gli organi di partito non si sono mai occupati di questo".
"Chi ha paura del confronto? Noi no e siamo pronti a discutere con lealtà", ha detto ieri Ostellari dimenticando l'ostruzionismo leghista che ha ritardato per mesi la discussione. E 170 audizioni non facilitano certo un confronto sereno. "Nemmeno per cambiare la Costituzione si sono fatte tante audizioni", ironizza Vito. Tra gli esperti che saranno ascoltati a partire da giovedì ci sono femministe, associazioni gay e trans, giuristi, ma anche giornalisti, l'ex presidente della Consulta Cesare Mirabelli e l'ex ministro Giovanni Maria Flick, esponenti del mondo cattolico ma anche mormoni, l'Ucoii, l'Unione delle comunità islamiche in Italia e il rabbino Riccardo Di Segni. E poi l'Associazione nazionale genitori irpini, le Assemblee di Dio in Italia, il Movimento per la vita, esponenti di "Se non ora quando", l'Azione cristiani perseguitati, la Cei e il presidente della regione Calabria Nino Spirlì. In tutto per l'appunto 170 personalità. "Una presa in giro" per il Pd, che parla di "provocazione intollerabile" e di "forzatura democratica".
di Francesca Caferri
La Repubblica, 26 maggio 2021
Oggi le presidenziali. Il leader verso il quarto mandato, in un voto disconosciuto dalla comunità internazionale e in un Paese in rovina: dove il governo, nonostante le accuse di crimini di guerra, cerca di riacquisire legittimità. L'unico dubbio reale è quello che riguarda la percentuale della vittoria: perché il fatto che a vincere le elezioni presidenziali in Siria oggi sarà Bashar al Assad non è in discussione. A sfidare il presidente nel secondo voto dall'inizio della guerra che ha devastato il Paese nel 2011 - nel primo, nel 2014, prese il 90% dei voti - sono due personaggi senza nessuna possibilità: l'ex ministro Abdullah Salloum Abdullah, vicino al governo, e Mahmoud Ahmad Mar'ai, membro dell'opposizione tollerata dal regime, e dunque senza legittimità agli occhi di chi si oppone ad Assad. E a votare all'interno del Paese saranno soltanto i residenti delle zone sotto il controllo del governo: questo, insieme al fatto che le liste elettorali sono state compilate senza rispettare alcun criterio internazionalmente riconosciuto e al fatto che i pochi osservatori stranieri presenti vengono da Paesi considerati vicini ad Assad - Russia, Cina e Venezuela fra gli altri - assicura una mancanza assoluta di trasparenza.
Quello che arriva alle urne è un Paese devastato dalla guerra e piegato dalla peggiore crisi economica della sua storia: una tempesta perfetta causata dal conflitto, dalle sanzioni internazionali che ha generato, dal collasso finanziario del vicino Libano e, da ultimo, dal Covid. Un Paese in cui gli unici settori dell'economia che restano ancora in piedi - legali e illegali - dalle telecomunicazioni, al controllo degli aiuti umanitari, fino al traffico di stupefacenti, sono in mano a una cerchia ristretta di uomini vicini al presidente e alla first lady Asma al Assad.
Una Siria completamente diversa dunque rispetto a quella che nel 2000 guardava con speranza all'arrivo al potere di Bashar, allora 34enne, dopo trenta anni di dominio del padre Hafez. Agli occhi dei suoi cittadini e del mondo, l'oftalmologo educato in Gran Bretagna si presentò allora come un riformatore: ma la risposta che ha dato alle manifestazioni iniziate nel marzo 2011 sulla scia delle cosiddette Primavere arabe non è stata diversa da quella usata dal padre per reprimere il dissenso. Esercito contro i manifestanti, torture, sparizioni, terrore: decine di migliaia di persone, denuncia l'Onu, sono scomparse nelle carceri siriane dall'inizio della rivolta. La maggior parte di loro - stimano gruppi come Human Rights Watch e Amnesty International - sono state uccise in una catena della morte fatta di fame, torture e assassini a sangue freddo per la quale Assad e i suoi ufficiali iniziano ora ad essere processati in Europa.
Chi non era d'accordo con il regime se non è morto è fuggito: sei milioni i siriani rifugiati all'estero, su 22 che era il totale della popolazione prima della guerra. Altri cinque milioni fuggiti all'interno del Paese: quattro ancora nelle zone controllate dall'opposizione. Per loro, nessun diritto di voto: avrebbero potuto votare invece i rifugiati all'estero, ma la maggior parte non lo ha fatto. Il voto si può esprimere solo nelle ambasciate controllate dal governo.
"All'inizio pensavamo che nel giro di qualche mese saremmo tornati e noi giovani avremmo ricostruito il Paese - ha detto all'agenzia Reuters la 39enne damascena Lara Shahin da Amman, dove vive da ormai nove anni - ma piano piano abbiamo perso la speranza". Per lei, come per milioni di altri siriani, quello di oggi è un giorno amaro. Quello che decreterà che per altri sette anni il Paese sarà nelle mani dell'uomo che lo ha distrutto.
Ma le conseguenze non riguardano solo i siriani come Shahin: l'appuntamento odierno ha conseguenze anche sulla scena mondiale. Per la Russia, che cerca di legittimare la presidenza Assad e di attirare il supporto occidentale alla ricostruzione. E per i Paesi arabi - Emirati Arabi Uniti ed Egitto per primi, ma anche Arabia Saudita - che da mesi spingono per la riammissione della Siria nella Lega Araba: e dunque nella comunità internazionale. "Il processo per ora è bloccato, ma non possiamo certo dire che lo sarà per sempre", spiega Wael Sawah, senior political researcher di Etana Syria, think tank della società civile siriana.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 maggio 2021
Il sovraffollamento, la scarsa ventilazione, gli spazi ristretti e chiusi, caratterizzano il particolare ambiente in cui il personale penitenziario si ritrova a lavorare e che, indubbiamente, li ha esposti maggiormente al contagio. Tra questi, ci sono gli infermieri. Da un recente studio pubblicato sulla rivista Professioni Infermieristiche, emerge che quasi la totalità del campione raccolto ha riferito di essere a venuto a conoscenza della presenza di almeno un paziente positivo al Covid- 19 accertato all'interno del carcere dove operava.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 25 maggio 2021
"Non rimanere indifferenti all'appello di Mattarella". Di ritorno da Palermo, dove ha partecipato alle commemorazioni di Giovanni Falcone, Marta Cartabia ha incontrato ieri mattina Mario Draghi, per aggiornarlo sulle proposte che il suo ministero sta mettendo a punto per riformare la giustizia. L'obiettivo è chiudere entro l'autunno.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 25 maggio 2021
La pensava come la Consulta, certi ricordi sono un'offesa. Il modo peggiore di ricordare Giovanni Falcone, nell'anniversario della strage di Capaci, è quello di non rispettarlo, proprio come avevano fatto, quando lui era in vita, coloro che lo descrivevano diverso da come era.
di Alessandro Parrotta*
Il Dubbio, 25 maggio 2021
"Non possiamo guardarci come avversari. Avremo idee diverse, ci confronteremo, ma l'obiettivo è un'impresa corale che chiede la condivisione da parte di tutti. Siamo compagni di strada rispetto a questo obiettivo". Parole, quelle del ministro della Giustizia Marta Cartabia, che tentano di mitigare il futuro dibattito politico. Parole spese durante l'incontro svoltosi tra la Commissione di esperti sul processo penale e i capigruppo della maggioranza.
di Angela Stella
Il Riformista, 25 maggio 2021
Criminalizzare il dissenso per metterlo fuori gioco. "Pensiero unico, dissenso, repressione: che fare?": è questo il titolo della tavola rotonda organizzata dall'Associazione "La società della ragione". La presidente, l'ex senatrice Grazia Zuffa, ha spiegato il leitmotiv dell'evento: "I movimenti No Tav così come le Ong che salvano le vite nel Mediterraneo vengono ormai considerati come delle congreghe illegali e non come interlocutori con cui la politica può interagire. Quindi poi arriva la giustizia penale a criminalizzarli, mettendoli così fuori gioco.
Si trasformano così in nemici della società e non ci si preoccupa più di approfondire le ragioni delle loro azioni. La giustizia penale diviene strumento di esclusione di chi è fuori dalla legalità: ciò è l'opposto di quello che dovrebbe essere il confronto politico, anche aspro ma che dà a tutti i soggetti la medesima dignità al tavolo della discussione".
A ciò si aggiunge anche che secondo alcuni il carcere, pur dovendo essere una extrema ratio, viene usato per mettere a tacere e infondere paura, si pensi al caso dell'attivista No tav Dana Lauriola: "Esatto. Quel caso ci ha spinti proprio a riflettere sul fenomeno ed è facile accorgersi che il principio dell'extrema ratio è disatteso.
Ciò deriva anche dalla richiesta sociale del pugno duro". Ma la magistratura dovrebbe giudicare i singoli casi e non i fenomeni: "Si tratta di una deriva insita nel fatto che la magistratura è divenuta un potere politico più forte della politica". L'ex senatrice Maria Luisa Boccia ha aggiunto: "In un Paese come il nostro che da decenni è in emergenza, in questo periodo di pandemia la crescente sproporzione dell'intervento repressivo contro alcuni movimenti ha trovato giustificazione in motivazioni di "sicurezza" e di "salute pubblica" per attuare il controllo sociale; per esempio i picchetti che sono stati colpiti con interventi della polizia davanti ai luoghi di lavoro perché considerati assembramenti".
Per il garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia, "rispetto al passato il dissenso viene represso quando trova una forma di manifestazione corporea, cioè quando si fa il picchetto, quando si vanno a prendere le persone in mare e le riportano altrove, quando si costruisce una mobilitazione in una valle; quindi vedo forme di mobilitazione più sotterranee che quando emergono sono esposte all'intervento repressivo, pur mantenendo capacità di comunicazione molto forte". Infine per Riccardo De Vito, Presidente di Magistratura democratica, "non è possibile esprimere una considerazione su cosa è per sempre il potere giudiziario, più importante viceversa è una critica continua, pubblica e senza sconti ai singoli atti in cui si concretizza l'esercizio del potere giudiziario. Una cosa è certa: i giudici non sono nei fatti, come accredita invece una certa vulgata in voga ahimè nelle latitudini italiane, dei Re taumaturghi che per necessità divina fanno bene alla società; né di per sé i giudici sono dei baluardi della democrazia. Un esempio - e mi allontano dalle vicende nostrane - arriva dal Sud America: da un lato abbiamo una giudice guatemalteca che, per aver scoperto la corruzione di suoi colleghi e politici, subisce una persecuzione dal potere con trasferimenti e inchieste; dall'altro lato in Brasile un giudice come Sergio Moro è diventato l'esempio eclatante di come un giudice possa far cambiare il corso politico di quel Paese, pilotando in maniera occulta e artificiosa il processo a Lula. È necessario quindi verificare in concreto l'attività dei giudici per rendere quel potere democraticamente accettabile, il che non significa renderlo necessitante del consenso. Ogni potere giudiziario comporta necessariamente un tasso di ingratitudine, doveroso perché non si muove sul terreno del consenso e guai se lo facesse".
E conclude dicendo che "nessun giudice è obbligato ad una scelta, che invece è frutto di un bilanciamento di valori. Per esempio, a Genova si possono delineare due modi di agire delle magistrature: una che porta avanti l'idea che non si debba fare sconti alle forze di polizia e agli abusi di potere e che reputa necessaria una indagine imparziale; ma c'è anche un'altra magistratura che sceglie, discutibilmente ma legittimamente in termini di diritto, di abbandonare l'azione penale nei confronti di una rilevante serie di casi che vedevano imputati degli apicali delle forze di polizia, che abbandona ogni criterio di priorità con l'ineluttabile fine prescrizionale di alcuni procedimenti e di alcune contestazioni a carico sempre delle forze di polizia, che, rifiutando un patteggiamento a 5 anni per alcuni militanti del movimento che si erano resi responsabili dei fatti più violenti, dà vita ad un processo che funga da contraltare al processo nei confronti delle forze di polizia.
Le frasi del pm impegnato nel procedimento nei confronti delle forze di polizia sono eclatanti: "L'immagine di neutralità dell'azione del pubblico ministero proprio di un assetto improntato al principio di legalità sembra sostituita dall'assunzione di un obiettivo connesso con la necessità anche di recupero di immagine degli apparati dell'amministrazione, quasi a trasmettere un messaggio della riconciliazione con le forze di polizia sul ritrovato fronte comune questa volta stando dalla parte giusta". Per me la parte giusta non è quella dell'apparato né quella dei violenti ma in una possibilità che, se proprio non vogliamo essere antichi, non deve essere neppure quella di Creonte".
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