di Silvia Isola
primocanale.it, 14 aprile 2021
Il teatro dell'Arca nel carcere di Marassi non ha quasi mai chiuso in tempo di pandemia. Non è stato facile per l'Associazione Teatro Necessario mettere in scena uno spettacolo in carcere in piena pandemia. Dopo che il lockdown dell'anno scorso aveva fatto saltare la prima in teatro, quest'anno è stata formata una nuova 'compagnia' di detenuti, che tra permessi, quarantene obbligatorie e tamponi ha messo su "Profughi da tre soldi". Dall'ispirazione di Brecht ai fatti di estrema attualità legati all'immigrazione, ne è nato uno spettacolo davvero intenso. "Non voglio dire psicodramma, ma la compagnia è formata dal 90% di detenuti stranieri: gambiani, senegalesi, marocchini e albanesi, tutte persone che hanno vissuto sulla propria pelle i fatti che descriviamo, poiché sono arrivati in Italia sui barconi", racconta il regista Sandro Baldacci.
Accanto a loro, gli attori professionisti Igor Chierici, Cristina Pasino, Michela Gatto e il giovanissimo Filippo Di Duca di 11 anni, dato che il progetto che da oltre 12 anni è attivo all'interno della casa circondariale di Genova Marassi prevede la creazione di un gruppo integrato, dove proprio il confronto con l'esterno rappresenta un ulteriore opportunità in più di confronto. "Anche se non è stato facile quest'anno più degli altri, poiché anche per un solo giorno di permesso erano necessari 14 giorni di quarantena, per cui alle prove è stato difficile provare
Mancherà il pubblico in platea, un momento di confronto importante per coloro che partecipano al progetto. Ma sulla piattaforma OnTheatre si spera di raggiungere ancora più spettatori a partire dalle ore 21 del 13 aprile. "E non mancheranno i ragazzi delle scuole liguri: ogni anno eravamo abituati ad avere centinaia di giovani sia al Teatro dell'Arca all'interno del carcere sia nelle platee dei principali teatri cittadini, quest'anno lo faranno in didattica a distanza", commenta Baldacci.
La trama non può essere più attuale di così: In uno scenario tristemente contemporaneo, popolato da profughi provenienti dal Nord Africa così come da altri Paesi, due contrapposte personalità accolgono i nuovi arrivati in una sgangherata struttura di accoglienza: la direttrice, una donna disincantata, con una scorza dura a proteggere un'anima gentile, e un inviato del Ministero dell'Interno, uomo corrotto e profittatore che mal dissimula il suo reale obiettivo: instradarli verso il mondo della delinquenza e dell'accattonaggio al solo scopo di trarne notevoli profitti personali. Qui si intrecciano paure, storie di orrori e di separazioni, speranze, lingue, religioni, cicatrici, vendette e afflati di solidarietà. Per vedere lo spettacolo, sarà sufficiente fare un'offerta simbolica in segno di sostegno all'associazione.
agi.it, 14 aprile 2021
Sono in custodia cautelare rispettivamente da otto e dieci mesi. Secondo i loro sostenitori sono nel mirino della giustizia a causa delle loro pubblicazioni critiche nei confronti delle autorità marocchine. I giornalisti marocchini Omar Radi e Soulaimane Raissouni, detenuti in custodia cautelare rispettivamente da otto e dieci mesi, hanno iniziato uno sciopero della fame per chiedere il loro rilascio provvisorio. Lo hanno annunciato i loro avvocati.
La giustizia marocchina ha più volte rifiutato il rilascio provvisorio dei due giornalisti, che secondo i loro sostenitori sono nel mirino della giustizia a causa delle loro pubblicazioni critiche nei confronti delle autorità marocchine.
Radi, 34 anni, noto per il suo impegno a favore dei diritti umani, è perseguito per un doppio caso di "stupro" e spionaggio. Il suo processo è stato rinviato al 27 aprile in una breve udienza all'inizio di aprile. Raissouni, 48 anni, direttore del quotidiano Akhbar Al-Yaoum - che ha cessato la pubblicazione a metà marzo per motivi finanziari - è perseguito per "aggressione indecente con violenza" e "reclusione", dopo una denuncia presentata da un attivista Lgbt. Il suo processo doveva iniziare il 9 febbraio, ma è stato respinto due volte. La prossima udienza è fissata per il 15 aprile.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 aprile 2021
Il commissario Figliuolo nell'ultima ordinanza ha indicato per i vaccini in carcere gli stessi criteri come per il resto della popolazione, in alcune zone continua la campagna vaccinale: su tutte l'Abruzzo, dove l'assessore alla Salute è leghista.
di Diana Cavalcoli
Corriere della Sera - Buone Notizie, 13 aprile 2021
Il progetto della coop Altracittà nel carcere di Padova. Nuove postazioni e macchinari per i detenuti al lavoro. Prestiti di comunità sulla piattaforma Terzo Valore.
La reclusione è (e resta) fisica. Ma si può provare a umanizzare gli spazi della pena, a immaginare un'esperienza di cambiamento che li renda migliori?". È questa la domanda che si pone ogni giorno la cooperativa sociale Altracittà che ha riqualificato gli spazi di lavoro della Casa di reclusione di Padova dando una nuova vita ad ambienti altrimenti grigi e spenti. Una piccola, grande, rivoluzione resa possibile dai prestiti di comunità sulla piattaforma Terzo Valore, parte del sistema di crowd-funding di Intesa Sanpaolo. progetto "Abitare Ristretti", ideato da dieci donne attive a vario titolo nella Casa di reclusione di Padova nel settore della formazione, è stata un'occasione per cambiare la vita di decine di detenuti e detenute.
di Giulia Merlo
Il Domani, 13 aprile 2021
Matteo Salvini in un tweet ha definito "roba da matti" vaccinare i detenuti e gli agenti della penitenziaria nel Lazio prima di disabili e anziani, immediata la risposta, ma Lombardia e Veneto già vaccinano da marzo. I vaccini procedono a ritmi diversi in ogni regione e questo vale anche per le carceri, dove il numero dei contagiati rimane costante: 823 detenuti e 683 agenti, secondo gli ultimi dati pubblicati dal ministero della Giustizia.
di Giorgio Spangher
Il Dubbio, 13 aprile 2021
La condanna "sociale" inflitta con le indagini vale più del processo. È il lato buio del nostro sistema. A proposito della direttiva Ue sulla presunzione d'innocenza che vieta gli abusi mediatici delle procure. È inevitabile che, in un meccanismo delicato e sofisticato come il processo penale italiano, reso ulteriormente complesso da un sistema di diritto penale stratificatosi nel tempo che è chiamato a integrarlo in molti dei presupposti di alcuni suoi istituti e percorsi, lo spostamento di alcuni "mattoncini" dell'edificio determinino squilibri e scompensi. Il tutto, naturalmente, è amplificato dalle dinamiche che tutto ciò può determinare sui poteri delle parti e dei soggetti processuali che le varie previsioni sono chiamate ad applicare, con ulteriori ricadute di sistema.
Il potere, perché di potere si tratta, dentro il processo non è infinito: la dilatazione dei poteri di una parte restringe e ridimensiona quelli dell'altra, nel nuovo equilibrio che si determina. Sono state più volte scandagliate le implicazioni di sistema delle sentenze del 1992 e 1994 della Corte costituzionale e le implicazioni della riforma costituzionale dell'articolo 111 della Costituzione e della legge n. 63 del 2001. Sono state a più riprese valutate le ricadute dell'evoluzione giurisprudenziale nella dinamica dei rapporti tra indagini preliminari e dibattimento. Si sono già affrontate le tematiche della dinamica dei rapporti tra pubblici ministeri e giudici delle indagini preliminari nella considerazione degli esiti delle richieste degli uni e della determinazione degli altri, anche a prescindere da possibili patologie, in linea astratta irrilevanti.
Sono già state considerate, pur nell'alterato equilibrio, i rapporti tra indagini "preliminari", esercizio dell'azione penale, controllo-filtro dell'udienza preliminare e dibattimento. Sono già state a più riprese evidenziate le espansioni mediatiche delle indagini preliminari, non corrette dalla natura dell'iscrizione nel registro di reato della notizia criminosa del soggetto indagato e dell'informazione di garanzia, nonché della misura cautelare e del successivo interrogatorio, tutti connotati dall'indicazione di garanzia che li caratterizza. Si sono a più riprese richiamate le previsioni costituzionali in tema di presunzione di non colpevolezza fino alla sentenza irrevocabile.
In questo contesto, alcuni recenti episodi, anche clamorosi, hanno evidenziato ulteriori risvolti del rapporto tra indagini preliminari, esercizio dell'azione penale in relazione alla fase e alle fasi del giudizio. Non si tratta di considerazioni inedite ma che, pur tuttavia, nella misura in cui trascendono da riflessioni astratte meritano di essere considerate, anche nella loro prospettazione dogmatica e di sistema.
Ora, controllata o no che sia da un giudice, richiesto di un provvedimento (proroga delle indagini, misura cautelare, intercettazione), il pubblico ministero sviluppa per un tempo alquanto ampio con pienezza di poteri di indagine, unitamente alla polizia giudiziaria il fondamento dell'ipotesi investigativa da lui formulata, la consolida con l'attività probatoria irripetibile o dotata comunque di una "resistenza" e la cristallizza dapprima in una preimputazione (art. 415 bis c.p.p.) e poi nell'imputazione (art. 416 c.p.p.).
Si tratta di un fatto di rilevanza giuridica, in quanto prospettata da un organo avente ruolo e status significativo connesso al suo ruolo, che - prescindendo da altri elementi - è considerato muoversi nella dimensione della parte, ma pur sempre connotato, nella sua configurazione istituzionale, come organo condizionato dal principio di legalità, dal rispetto delle leggi che lo riguardano, ancorché nell'interpretazione che del suo egli intenda essere destinatario. È indubitabile che l'orizzonte nel quale si sviluppa questa attività nella prospettiva di chi la compie abbia precisi significati e fondamenti e che questa prospettazione sia destinata ad incidere nel convincimento di quanti ne vengano a conoscenza. Si consideri che la prospettazione accusatoria è supportata - come detto - dalla raccolta di materiale probatorio di supporto, selezionato e coordinato in quella prospettiva.
Questi elementi potranno essere certamente superati, modificati, attenuati o esclusi nei successivi sviluppi processuali dibattimentali, dalle decisioni intermedie e da quelle definitive, ma non potranno essere cancellati o obliterati, essendosi medio tempore stratificati e comunque essendo escluso il loro assoluto superamento. Peraltro, sino a questi momenti la loro presenza giuridica processuale, nei riferiti termini, permane. Quanto detto consente di capire meglio alcuni scontri in atto tra Procura della Repubblica e organi giudicanti, soltanto silenziati nel reciproco formale riconoscimento delle rispettive funzioni.
È sempre successo che, a fronte di un esito processuale non in linea con l'ipotesi accusatoria, la Procura abbia evidenziato, ricorrendo le condizioni (prescrizione del reato oppure operatività dell'art. 530, comma 2, c.p.p.), che l'ipotesi accusatoria non era stata smentita. Restava sullo sfondo il dato "storico" della vicenda processuale (si pensi al processo Andreotti, in via esemplificativa). L'accentuarsi delle ipotesi di contrapposti esiti processuali ha rafforzato alcune questioni del ruolo delle indagini preliminari rimaste sotto traccia.
Se in termini, un po' brutali, a fronte di un pieno proscioglimento in primo grado per non aver commesso il fatto, si è affermato che - essendo passato un arco temporale molto lungo - comunque l'imputato era stato "sfregiato", in termini più meditati si è parlato, anche con riferimento a risultati delle indagini ancora in corso, di diffusione di atti parziali selezionati, di investigazione preliminare della polizia giudiziaria e del pubblico ministero, non ancora sottoposti a verifica dibattimentale, alla distinzione tra "verità storicizzata" e "verità processuale" in qualche modo attribuendo alla prima una sorta di "primazia" o comunque di un dato che va accreditato come "verità", a prescindere dal futuro processo che, governato da sue regole, le seleziona in funzione dell'accertamento della sola responsabilità penale.
Il dato si ricollega all'atteggiamento conseguente comunque all'accertamento e alla prospettazione di un soggetto facente parte, per quanto in una prospettiva unilaterale, pur sempre, dell'autorità giudiziaria.
Ancora, da ultimo, si è riconosciuto, con qualche accento critico, che con la chiusura delle indagini, ma si direbbe ancor prima durante il loro svolgimento, il p.m. "abbia una storia da narrare" in termini compiuti, e che il processo su questa tela tracciata dall'accusa abbia una cadenza frammentata sino alla sintesi decisoria che comunque non potrà rimuovere e cancellare quella narrazione.
Tutto ciò ha indotto e induce ad affermare la presenza di una forte "presunzione sociale della colpevolezza e della responsabilità" durante una lunga parte dello scorrere processuale, che se vede alcune Procure contestare, come detto, con sempre più forza e atteggiamento dialettico, gli esiti alternativi del giudizio, superando quegli atteggiamenti cui si è fatto cenno, vede altri trincerandosi dietro la solidità delle proprie posizioni, coperte dalla ritenuta neutralità dell'obbligatorietà dell'azione penale, e altri ancora soddisfatti del loro lavoro, e altri imputare a vario titolo e ragione la diversa valutazione alla quale il processo è pervenuto.
Al di là delle tensioni negli uffici giudiziari e la difficoltà per la società di comprendere i contrastanti esiti della singola vicenda giudiziaria e dello sconcerto della divaricazione di organi chiamati ad applicare la legge, resta comunque non rimossa la sedimentazione del narrato accusatorio, di una possibile verità storicizzata e di una presunzione sociale di colpevolezza.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 13 aprile 2021
Il "Memento" del Sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto, che partecipa all'iniziativa condotta a via Arenula da Rita Bernardini, consigliere generale del Partito Radicale e Presidente di "Nessuno Tocchi Caino".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 aprile 2021
Cinque anni di Dubbio, cinque anni dalla parte "sbagliata". Nel corso di questi cinque anni, cinque giorni su sette, abbiamo parlato del carcere e di tutto ciò che ruota intorno alla privazione della libertà. Abbiamo attraversato quattro governi diversi e quindi ben quattro approcci differenti, da parte delle istituzioni, di affrontare le annose problematiche che riguardano il sistema penitenziario che inevitabilmente si legano a quello giudiziario.
di Giorgio Beretta*
Il Manifesto, 13 aprile 2021
La strage di Rivarolo Canavese solleva più di un interrogativo sulle norme che regolano la detenzione di armi e su un fenomeno crescente negli ultimi anni: gli omicidi-suicidi in famiglia con armi legalmente detenute. I fatti innanzitutto: sabato scorso un anziano pensionato di 83 anni, Renzo Tarabella dopo aver ucciso a colpi di pistola la moglie, Maria Grazia Valovatto di 70 anni e il figlio disabile Wilson di 51 anni ha sparato e ucciso i proprietari dell'appartamento in cui viveva, Osvaldo Dighera di 74 anni e la moglie Liliana Heidempergher di 70 anni e poi ha tentato di suicidarsi. Non è ancora chiaro il motivo, ma l'arma utilizzata è una pistola semiautomatica regolarmente detenuta: nonostante la presenza del figlio affetto da disturbi psichici, l'anziano era solito tenerla in bella vista in casa.
Mentre, secondo i dati Istat, gli omicidi in Italia sono in costante calo dagli anni novanta, tanto da aver raggiunto nel 2019 un minimo storico e, con un tasso di 0,53 omicidi volontari ogni 100mila abitanti, il nostro Paese è oggi uno dei più sicuri in Europa, permangono invece costanti gli omicidi in ambito famigliare e relazionale: sono stati più 150 nel 2019, poco meno della metà di tutti gli omicidi (315 casi).
Le statistiche però non riportano un dato fondamentale: il numero di omicidi commessi con armi regolarmente detenute. La rilevanza di questo elemento risalta dalle informazioni raccolte nel database online dell'Osservatorio permanente sulle armi leggere (Opal) di Brescia. Nel triennio 2017-19 sono stati almeno 129 gli omicidi commessi con armi regolarmente detenute a fronte di 91 omicidi di tipo mafioso e di 37 omicidi per furto o rapina. In altre parole, oggi in Italia è più facile essere uccisi da un legale detentore di armi che dalla mafia o dai rapinatori. La gran parte di questi omicidi avvengono in famiglia e almeno uno su quattro sono commessi da anziani legali detentori di armi spesso per stanchezza e solitudine, ma anche per rabbia e rancore.
Tutto questo dovrebbe portare all'attenzione pubblica e del legislatore il problema delle norme che regolano la detenzione di armi: oggi, infatti, tutto si basa su una autocertificazione controfirmata dal medico curante, una breve visita presso l'Asl, simile a quella per ottenere la patente di guida, e da un controllo da parte della questura, circa la "affidabilità" di chi richiede la licenza per armi. Non è prevista, di solito, alcuna visita specialistica né un esame tossicologico o psichico. Non solo: le licenze per "nulla osta" per detenere armi, così come quella per "tiro sportivo" e per la caccia hanno una validità di cinque anni, sia per un giovane alle prime armi sia per un ottuagenario. Di più: in caso di mancato rinnovo non è prevista alcuna sanzione anzi, addirittura, spetta alle autorità di pubblica sicurezza notificare allo smemorato la necessità di presentare il certificato medico, cosa che può fare comodamente entro 30 giorni.
Oggi in Italia, con una semplice licenza per "tiro sportivo" o per la caccia si è abilitati ad acquistare e detenere un ampio arsenale di armi. Grazie alle modifiche apportate nel 2018 dalla Lega di Salvini con il consenso del Movimento 5 Stelle, chiunque - anche chi non pratica alcuna disciplina sportiva o la caccia - può detenere tre pistole o revolver con caricatori fino a 20 colpi, 12 fucili semiautomatici con un numero illimitato, e senza obbligo di denuncia, di caricatori fino a 10 colpi e numero illimitato di fucili da caccia. Sono norme fatte apposta per favorire i produttori e i rivenditori di armi. A fronte di una popolazione che sta invecchiando, spesso rancorosa, talvolta abbandonata dai servizi sociali, l'arma legalmente detenuta sta diventando per molti anziani il modo più semplice per "farla finita". Mentre aspettiamo una legge sul fine vita, si dovrebbe almeno cominciare con regolamentare in modo più rigoroso la detenzione di armi togliendole almeno agli anziani a rischio.
*Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (Opal)
di Valentina Errante
Il Messaggero, 13 aprile 2021
"La pandemia ha significato una grande spinta verso la modernizzazione, soprattutto in chiave di digitalizzazione. Credo che si tratti di uno strumento da utilizzare con le dovute cautele ma anche sfruttandone tutte le potenzialità", all'incontro "La giustizia alla prova dell'emergenza", organizzato dalla Fondazione Vittorio Occorsio, il ministro Marta Cartabia prova a fare un bilancio. E non è del tutto negativo.
La sfida, rappresentata dall'emergenza, è stata parzialmente vinta. "Abbiamo fatto molto dal punto di vista della dematerializzazione e credo - aggiunge - che non torneremo indietro facilmente", ma anzi "si deve pensare a quanto si possa ancora fare, senza arrivare a futuribili e discutibili forme di giustizia predittiva attraverso l'intelligenza artificiale, si può pensare alle nuove tecnologie che sostituiscono le vecchie banche dati, che possono permettere di alleggerire e dare maggiore uniformità agli indirizzi giurisprudenziali".
Il dibattito ha un titolo emblematico: "Il giudice amministrativo come giudice dell'emergenza", il webinar è il primo appuntamento del ciclo di incontri promosso dalla Fondazione in collaborazione con l'Università Roma Tre su "La giustizia alla prova dell'emergenza", realizzato con il patrocinio della Corte costituzionale, del Consiglio di Stato e in collaborazione con l'Avvocatura generale dello Stato.
Non è casuale la scelta di iniziare dal giudice amministrativo, se si considera che l'emergenza è stata prevalentemente gestita attraverso provvedimenti amministrativi e che anche le misure di sostegno e rilancio dell'economia sono attuate attraverso atti amministrativi.
Da qui l'interesse a una riflessione sulla risposta che la giustizia amministrativa ha dato sul piano della tutela processuale nella prima e nelle successive fasi della pandemia, con particolare riferimento all'esame delle istanze cautelari e all'organizzazione delle udienze da remoto. Moderata dalla professoressa di Roma Tre, Maria Alessandra Sandulli, la discussione è stata aperta dal Rettore Luca Pietromarchi e dal Procuratore Generale della Corte di Cassazione Giovanni Salvi.
A introdurre il dibattito la riflessione della ministra Cartabia Quindi Filippo Patroni Griffi, presidente del Consiglio di Stato, Bruno Lasserre, Vice-Président Conseil d'Etat; Gabriella Palmieri Sandulli, Avvocato generale dello Stato. Le conclusioni sono state affidate a Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale.
"La Costituzione non si sospende nel tempo dell'emergenza: deve essere un punto di riferimento davanti al carattere mutevole della storia L'Italia ha affrontato l'emergenza senza una sospensione dei principi costituzionali, senza fare ricorso a uno stato d'eccezione, ossia uno stato di sospensione dell'ordine e di immobilizzazione delle strutture, per poi rimetterle in gioco a pericolo superato - ha aggiunto la ministra Cartabia.
Dire che la Costituzione non è stata sospesa in tempo d'emergenza non vuol dire che nulla sia cambiato: con l'emergenza rileggiamo i principi. Dunque, una Costituzione che non si sospende, ma che parla, mostrando implicazioni sempre nuove". Le criticità maggiori nel rapporto tra diritto e pandemia secondo Filippo Patroni Griffi, presidente del Consiglio di Stato "si sono avute sul sistema delle fonti, sia a livello Governo-Parlamento, sia nel rapporto con le Regioni sia in termini di bilanciamento dei principi. Il Parlamento è stato inizialmente marginalizzato.
Si sono sovrapposte due catene normative: abbiamo avuto provvedimenti che trovavano la fonte nella legislazione sulla protezione civile e d'emergenza. L'incontro tra le due catene normative ha portato a una sovrapposizione critica". La seconda criticità "è stata la difficoltà di rapporti tra le regioni e il Governo". Quanto al bilanciamento "il giudice amministrativo si è trovato davanti a principi di stesso rango. Più complicato capire chi debba effettuare il bilanciamento".
- Caro Pignatone, non spetta ai pm informare i cittadini
- Intercettazioni selvagge, l'appello degli avvocati a Cartabia: "Tuteli il diritto di difesa"
- Foggia. La Procura di vuole vederci chiaro sulla morte in carcere di Gerardo Tarantino
- Cagliari. Ancora un suicidio nel carcere di Uta: detenuto si taglia la gola in cella
- Roma. Covid: focolaio nel carcere di Regina Coeli, un centinaio di detenuti isolati











