di Giansandro Merli
Il Manifesto, 25 maggio 2021
Moussa Balde era stato aggredito a Ventimiglia e poi rinchiuso nel centro per i rimpatri di Torino perché senza documenti. La procura di Torino ha avviato accertamenti sulla morte di un ragazzo nel Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr) di Torino. Moussa Balde aveva solo 23 anni ed era nato in Guinea: domenica si è tolto la vita impiccandosi con le lenzuola.
Due settimane prima era finito in un drammatico video diventato virale: il 9 maggio, a Ventimiglia, era stato aggredito da tre uomini. Lo hanno pestato con bastoni, calci e pugni in mezzo alla strada, di giorno, tra le urla dei vicini. "Così lo ammazzano", si sente dire in sottofondo. Alla fine è morto comunque.
I tre italiani di 28, 39 e 44 anni sono stati identificati dalla polizia di Imperia e denunciati per lesioni. Per Balde invece, nonostante avesse ricevuto una prognosi di 10 giorni, si sono aperte le porte del Cpr. Per l'assurdo effetto delle leggi che hanno trasformato donne e uomini in clandestini la vittima ha avuto la peggio due volte. Anzi tre.
Balde era arrivato in Italia nel 2017, attraversando il mare. "Sognava un'altra vita, un lavoro. Non poteva rientrare nel suo paese. Diceva che sarebbe stato ucciso dalle stesse persone che lo avevano spinto a scappare - ha raccontato all'Ansa Marco, un suo amico - Era un ragazzo molto intelligente: in pochi mesi ha imparato l'italiano e preso la terza media a Imperia. Era però anche tormentato e impaziente, faticava ad aspettare".
Altre persone che lo hanno conosciuto ne ricordano la grande sensibilità e l'interesse per la politica. Sulla pagina del centro sociale ligure "La talpa e l'orologio" c'è un'immagine in cui sorride con addosso la maglietta "Imperia antirazzista". La foto è stata scattata a Roma, durante una manifestazione per i diritti dei migranti.
"Una persona affidata alla responsabilità pubblica, deve essere presa in carico e trattenuta nei modi che tengano conto della sua specifica situazione, dell'eventuale vulnerabilità e della sua fragilità. Questo non è avvenuto", ha accusato ieri Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti dei detenuti. Nell'ultimo rapporto sulle visite nei Cpr, Palma si è soffermato sulla zona "Ospedaletto" del centro torinese, quella usata per l'isolamento sanitario in cui Balde si è tolto la vita. È così descritta: "priva di ambienti comuni, le sistemazioni individuali sono caratterizzate da un piccolo spazio esterno antistante la stanza, coperto da una rete che acuisce il senso di segregazione".
"Voleva solo andare via, non accettava di essere rinchiuso là dentro senza aver fatto nulla", dice l'avvocato Gianluca Vitale, difensore del ragazzo. La scorsa settimana lo ha incontrato due volte e Balde gli ha raccontato che a Ventimiglia era stato picchiato mentre chiedeva l'elemosina, non dopo un tentativo di furto, come sostenuto dagli aggressori. Pare che la sua versione non sia stata ascoltata neanche dalla Procura. "Avrei dovuto vederlo oggi. Eravamo preoccupati: un ragazzo di 23 anni che viene picchiato barbaramente e poi finisce in un Cpr non può che trovarsi in una condizione di estrema vulnerabilità", afferma la Garante dei detenuti del comune di Torino Monica Cristina Gallo.
"Come è stato possibile disporne non solo l'espulsione in un paese tutt'altro che sicuro come la Guinea ma perfino il trattenimento in un Cpr?", ha dichiarato Riccardo Magi (+Europa). Nicola Fratoianni (Sinistra italiana) e Maurizio Acerbo (Rifondazione Comunista) hanno chiesto la chiusura di tutti i Cpr. Erasmo Palazzotto (Liberi e Uguali) ha presentato un'interrogazione alla ministra Lamorgese affinché faccia chiarezza su tutti gli snodi della vicenda: dalla reclusione all'assistenza medico-psicologica. Ieri gli altri 107 migranti rinchiusi nel centro hanno protestato per la morte del loro compagno. Oggi alle 18 la rete "No Cpr Torino" manifesterà sotto le mura della struttura detentiva.
Il Resto del Carlino, 25 maggio 2021
Ancora 38 detenuti positivi di cui tre ricoverati in ospedale. Dietro Foggia con 36 casi. Calano i numeri del contagio da Covid 19 nelle carceri italiane, ma il penitenziario di Reggio mantiene purtroppo il primato di casa di pena col maggior numero positivi: 38 detenuti, di cui tre in ospedale. In Italia i positivi tra i detenuti sono in tutto 226 e tra gli agenti 222, secondo i dati del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria aggiornati al 19 maggio.
Il 17, giorno della rilevazione precedente, erano rispettivamente 232 e 282. I contagiati sono quasi tutti asintomatici (215 tra i detenuti e 208 tra i poliziotti). Tra il personale amministrativo e dirigenziale i positivi sono 35. In calo anche i detenuti ricoverati in ospedale: da 12 sono passati a 10. Oltre al focolaio di Reggio, persistono quelli di Foggia (36, di cui 2 ricoverati), Rebibbia femminile (24) e Verona (15).
di Marco Revelli
Il Manifesto, 25 maggio 2021
Moussa Balde. C'è, nella sua morte, il segno di una condanna inespiabile per tutto il nostro mondo supponente e indecente. Per le autorità (funzionari di polizia, magistrati, secondini) che ne hanno deciso la detenzione senza interrogarsi sull'ignominia che compivano. Per gli uomini di governo che dichiarano pubblicamente, senza pudore, che ci dobbiamo servire dei dittatori perché ci sono utili a tenere lontani da noi quelli come Moussa.
"Non un nome, non un volto, ci hanno provato per giorni a farti scomparire dalle cronache della realtà". Comincia così il messaggio degli attivisti del centro sociale 'La talpa e l'orologio' di Imperia con cui salutano il ragazzo suicida nel Cpr di Corso Brunelleschi di Torino, luogo famigerato di detenzione e stoccaggio di corpi a perdere, le "vite di scarto" di cui parla Baumann. Si chiamava Moussa Balde, veniva dalla Guinea, il 29 luglio avrebbe compiuto 23 anni.
E la sua morte pesa come un macigno su tutti noi. Perché era una vittima - il giovane senza nome, appunto, di cui le cronache si erano occupate quando il 9 maggio era stato aggredito e massacrato di botte da tre energumeni a Ventimiglia, per il solo fatto che era lì, sulla strada - e invece è stato trattato da colpevole, imprigionato in un vero e proprio lager sotto la minaccia dell'espulsione. Segregato quando ancora le ferite del corpo e dell'anima non si erano rimarginate, abbandonato alla propria disperazione, offerto al sacrificio da una società che ha perduto se stessa e per questo non sa più salvare nessuno. Era un uomo, ed è stato trattato come una cosa.
C'è, nella sua morte, il segno di una condanna inespiabile per tutto il nostro mondo supponente e indecente. Per le autorità (funzionari di polizia, magistrati, secondini) che ne hanno deciso la detenzione senza interrogarsi sull'ignominia che compivano. Per gli uomini di governo che dichiarano pubblicamente, senza pudore, che ci dobbiamo servire dei dittatori perché ci sono utili a tenere lontani da noi quelli come Moussa.
Per i guru dell'informazione, che vedono, vedono tutto, ma girano la faccia dall'altra parte perché queste storie non "fanno notizia", e che hanno lasciato Moussa fluttuare nell'aria senza neppure restituirgli il nome. Per i capi partito che speculano sulla persecuzione delle vite di scarto per qualche pugno di voti. Ma anche per tutti i cittadini delle città-limite come Ventimiglia, dove si convive col dolore del mondo con una sorta di anestesia, che rende mostruosi i normali, o normali i mostri. E anche per tutti gli smemorati, che s'indignano per qualche ora ma poi ritornano alla routine quotidiana, perché il male è troppo grande e noi troppo pochi.
Ci sono stati, nella storia, tempi in cui l'umanità è apparsa perduta, svuotata del naturale senso di empatia che dovrebbe spingerci al riconoscimento reciproco. Questo è uno di quelli, in cui le voci che sembrano trovare maggiore ascolto sono quelle che cancellano le storie altrui, qui come in Palestina, là come sulla rotta balcanica o le spiagge di Ceuta. Ovunque l'Ombra - come la definiva un grande della psicanalisi, Carl Gustav Jung -, il negativo che si sedimenta al fondo dell'anima, sembra sommergere il senso della vita. Della Storia e delle storie. Moussa oltre ad avere un nome aveva una storia.
Era arrivato in Italia nella primavera del 2017, aveva vissuto a Imperia dove aveva conseguito la licenza media presso la scuola Boine, al centro provinciale per l'istruzione degli adulti, poi aveva lavorato per una cooperativa, aveva trascorso un periodo in Francia ed era ritornato in Italia dove l'aspettava il destino che l'ha cancellato. Una fotografia lo raffigura con una T-shirt bianca e la scritta in rosso "Imperia antirazzista". Sta a noi fare in modo che quella storia non venga ancora ignorata. E ripetere con i suoi amici della Talpa: "Tu sei Moussa e non l'hai piegata la testa di fronte all'ingiustizia. Perdonaci fratello".
di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 25 maggio 2021
"Con i proventi del libro continueremo la loro battaglia". L'attore e regista ha scritto, con il giornalista Marco Lillo, la vicenda di due sorelle costrette dall'Agenzia delle entrate a pagare una tassa su un risarcimento mai avuto da un costruttore malavitoso. "C'è una burocrazia lenta e poco sensibile che ha poca attenzione per chi ha combattuto lotte difficilissime".
"Continuo a imbattermi in storie di eroi solitari in Sicilia - racconta Pif - gente che sacrifica la propria vita contro lo strapotere dei boss e spesso si ritrova beffata dallo Stato". L'ultimo caso raccontato dal regista de La mafia uccide solo d'estate è davvero singolare: "Due sorelle, Rosa e Savina Pilliu, lottano per una vita contro un costruttore mafioso di Palermo e ottengono un risarcimento, mai pagato. Però, adesso, l'Agenzia delle Entrate pretende lo stesso il tre per cento".
E lei ha deciso di fare un libro per pagare quella somma, 22 mila e 842 euro. Si intitola "Io posso, due donne sole contro la mafia", l'ha scritto con il giornalista del "Fatto quotidiano" Marco Lillo. Com'è nata questa storia?
"Nel 1990, Rosa e Savina ereditano due casette dal padre, davanti all'entrata del Parco della Favorita. Un giorno, un costruttore mafioso, Pietro Lo Sicco, va dal notaio e si dichiara proprietario di tutta un'area vicino al parco, compresa la zona dove si trovano le due casette. Poi, chiede ai proprietari di tutte le vecchie case di vendergliele a un prezzo irrisorio. Le uniche a opporsi sono le sorelle Pilliu".
Era un imprenditore influente Lo Sicco...
"Riuscì a corrompere l'assessore comunale dei Lavori pubblici e a pochi metri dalle casette delle Pilliu costruì un palazzo di otto piani che le rese inagibili. Questo edificio fu anche un nascondiglio di latitanti".
Le sorelle Pilliu non si sono mai arrese. Come hanno portato avanti la loro battaglia?
"Si sono trovate spesso sole. Avevano un negozio nella zona, dopo le loro denunce i clienti iniziarono a non andare più. Mentre ricevevano minacce su minacce. Ma alla fine hanno vinto loro la causa contro il costruttore. Però, il risarcimento non è mai arrivato. Si è fatta sentire invece l'Agenzia delle Entrate".
Che succede all'antimafia? Solo una spiacevole distrazione?
"Dopo le stragi di Falcone e Borsellino, lo Stato ha fatto tanto nella lotta alla mafia. È cresciuta anche una grande coscienza civile. Però, talvolta, c'è una burocrazia lenta e poco sensibile che ha davvero poca attenzione per chi ha combattuto battaglie difficilissime".
In nome della giusta causa delle sorelle Pilliu si può svelare il finale del libro?
"Per l'Agenzia delle Entrate, dovrebbero pagare loro la percentuale su quel risarcimento mai avuto dal costruttore mafioso. Noi vorremmo cambiarlo questo finale. Anche perché le sorelle cominciano a sentire gli acciacchi degli anni e delle troppe battaglie, Rosa è anche malata. Vorremmo pagare l'Agenzia delle Entrate con i proventi del libro. E poi magari ristrutturare quelle palazzine in rovina".
Qualche idea su cosa farci?
"Magari la sede di un'associazione antimafia. Ma, al di là dei soldi, bisogna anche proseguire la battaglia delle sorelle Pilliu".
Cosa non sono riuscite ad ottenere?
"Per lo Stato non sono ancora vittime della mafia. Nonostante, all'epoca delle denunce, la magistratura e le forze dell'ordine avessero proposto l'ingresso nel programma di protezione per i testimoni di giustizia".
Quale sarà il suo prossimo racconto?
"Continuerò a occuparmi di donne coraggiose ed eroi solitari nella nuova serie de Il testimone. E, poi, mi preparo per l'uscita al cinema del mio prossimo film, che parla del mondo dei rider".
Intanto torna spesso a Palermo, la sua città.
"Sono uno di quei siciliani che più manca dalla sua terra più ha voglia di viverla e raccontarla. Per trovare ancora un'altra storia di coraggio che non ha mai avuto un titolo in prima pagina".
di Aldo Grasso
Corriere della Sera, 25 maggio 2021
La sorella del magistrato ucciso dalla mafia parla con la ministra della Giustizia nel 29° anniversario della strage di Capaci, in occasione della Giornata della Legalità.
"Quando è morto Giovanni, io l'ho pianto non soltanto come fratello, ma l'ho pianto come cittadina italiana. Cittadina italiana che aveva vissuto accanto a lui i momenti fondamentali della sua lotta". Parole di Maria Falcone nel lungo e inedito dialogo con la Ministra della Giustizia Marta Cartabia che domenica sera, su Rai Storia, ha rappresentato il "cuore" del palinsesto scelto dalla stessa sorella del magistrato ucciso dalla mafia per "Domenica Con", in onda dalle 14 alle 24 per la Giornata della Legalità, nel 29° anniversario della strage di Capaci. È un dialogo interessantissimo che andrebbe riproposto nelle scuole, mostrato in evidenza su Rai Play, riproposto nei palinsesti Rai.
Dice Maria Falcone: "Giovanni culturalmente era un uomo profondamente illuminista e razionale e quindi riteneva che al primo posto per raggiungere una verità bisognasse avere delle prove. Ricordo ancora che quando si cominciò a parlare della collaborazione dei pentiti, il suo ritornello era sempre quello: "Sono necessari i riscontri giuridici". Non bastava che il collaboratore parlasse di determinati fatti a cui aveva assistito, era necessario che ci fossero le prove di quello che aveva detto". Se pensiamo al credito che certe procure hanno dato a cialtroni pentiti, vengono i brividi. Dice Marta Cartabia: "La ricerca di prove granitiche. Il coordinamento delle indagini. La comprensione complessiva del fenomeno mafioso anche nelle sue radici sociali e culturali: ecco il metodo Falcone.
Aveva capito che il "vero tallone d'Achille delle organizzazioni mafiose" - come lui disse, per spiegare il motto follow the money - sono le tracce che lasciano i movimenti di denaro connessi alle attività criminose". Se pensiamo che Falcone, prima di essere ucciso dal tritolo mafioso, fu calunniato dai colleghi, isolato, accusato di costruire teoremi, altro che brividi...
Qui è possibile visionare l'incontro: VIDEO
ansa.it, 25 maggio 2021
Al via il 28 maggio il corso promosso da Istituto Sangalli. I diritti delle donne musulmane tra pregiudizi, discriminazioni e stereotipi; le difficoltà delle sepolture dei musulmani durante il Covid, e poi la recente firma del protocollo di intesa per l'accesso delle guide spirituali, sia uomini che donne, nelle carceri italiane. Sono questi alcuni dei temi che saranno affrontati nel corso "Formare per conoscere, conoscere per convivere. Religioni e cittadinanza", che prende il via ufficialmente a Firenze il prossimo 28 maggio.
Il progetto formativo, promosso per il secondo anno consecutivo dall'Istituto Sangalli per la storia e le culture religiose, è destinato alle guide religiose di comunità islamiche (gli imam) e alle donne chiamate a insegnare e predicare (le murshidat). Secondo quanto riferito in una nota, l'obiettivo dell'iniziativa è rafforzare valori, conoscenze e consapevolezze essenziali e indispensabili all'esercizio di una cittadinanza democratica nel nostro Paese.
L'evento formativo coinvolgerà dieci corsisti, donne e uomini, selezionati con l'apporto dell'Unione delle comunità islamiche d'Italia (Ucoii) e provenienti dalla Toscana e da altre regioni del Centro-Nord Italia, grazie a borse di studio finanziate dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze. I corsisti parteciperanno per sei venerdì e sabato consecutivi (dal 28 maggio al 3 luglio 2021), a lezioni su temi giuridici, sociali, storici, culturali, religiosi, artistici e di comunicazione pubblica.
L'avvio ufficiale del corso è in programma il 28 maggio presso la sede del Consiglio regionale della Toscana, a Firenze. I saluti inaugurali sono affidati ad Antonio Mazzeo, presidente del Consiglio Regionale della Toscana; Alessandro Martini, assessore ai rapporti con le confessioni religiose del Comune di Firenze; Alessandra Guidi, prefetto di Firenze; Gabriele Gori, direttore della Fondazione Cr Firenze; Yassine Lafram, presidente Unione delle Comunità islamiche d'Italia (Ucoii), e Maurizio Sangalli, presidente dell'Istituto Sangalli.
Alle 10 interverrà l'onorevole Stefano Ceccanti con una lectio magistralis sul tema "A 75 anni dall'elezione dell'Assemblea Costituente: una costituzione capace di integrare". All'inaugurazione sarà presente inoltre la fumettista Takoua Ben Mohamed, pluripremiata a livello europeo, testimonial contro l'islamofobia e autrice di una serie di volumi sugli stereotipi, l'ultimo uscito in questi giorni dal titolo "Il mio migliore amico è fascista" (ed. Rizzoli).
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 25 maggio 2021
Open Arms: "Abbandonati in spiaggia per giorni". I bambini forse vittime dell'ultimo naufragio con una cinquantina di dispersi avvenuto martedì al largo di Zuwara. La denuncia del fondatore della Ong spagnola Open Arms: "Di loro non importa a nessuno".
Le foto, arrivate da fonte riservata ad Oscar Camps, fondatore della Ong spagnola Open Arms, sono terribili. Ancora corpi senza vita di bambini, riversi su una spiaggia, tra Zuwara in Libia, e la costa tunisina, quel tratto che è diventato da tempo la base dei trafficanti di uomini e che il governo libico non riesce a controllare. Corpi restituiti dal mare, vittime probabilmente dell'ultimo naufragio di cui ha dato conferma nei giorni scorsi l'Oim, l'Organizzazione internazionale dei migranti: una cinquantina di dispersi, 33 superstiti che hanno raccontato che su quel barcone partito nella notte tra il 18 e il 19 maggio da Zuwara erano una novantina, tra loro molte donne e bambini. Testimonianze quelle dei superstiti che - come spesso accade - se non suffragate immediatamente dal recupero dei corpi delle vittime, rendono ancora più invisibili le persone che perdono la vita nel tentativo di attraversare il Mediterraneo.
"Sono ancora sotto shock per l'orrore di queste immagini - scrive su Twitter Oscar Camps, pubblicando le foto che ritraggono i corpi dei bambini che sarebbero rimasti abbandonati sulla battigia per tre giorni prima di essere composti e seppelliti sabato nel cimitero vicino - Bambini piccoli e donne che avevano sogni e ambizioni di vita. Sono stati abbandonati per più di tre giorni su una spiaggia di Zuwara in Libia. A nessuno importa di loro".
A confermare la notizia dell'ultimo naufragio era stato martedì scorso il portavoce dell'Oim Flavio Di Giacomo. Ma naturalmente è difficile dire con certezza se i bambini trovati morti due giorni fa fossero a bordo di quel barcone o se, nel frattempo, in quello stesso tratto di mare possa esserci stata un'altra tragedia passata sotto silenzio.
Nelle ultime due settimane, negli stessi giorni in cui oltre 2000 migranti sono sbarcati a Lampedusa, più o meno altrettanti sono stati intercettati e riportati indietro dalla Guardia costiera libica ma, come spesso accade, corpi senza vita sono riaffiorati dal mare e sono stati avvistati da pescatori, almeno una dozzina. Che vanno ad aggiungersi alle oltre 600 vittime che, secondo l'Oim, avrebbero già perso la vita nei primi cinque mesi del 2021, tre volte di più che nello stesso periodo dello scorso anno. E di due su tre non sono mai stati recuperati i corpi.
Così come di alcune barche non sono mai state ritrovate le tracce. Ancora ieri sera Alarm Phone aveva segnalato di aver perso i contatti con un gommone con 95 persone al largo di Sabratha. "Non sono ancora riuscite a comunicarci la posizione Gps. Abbiamo informato le autorità ma rifiutano di mandare soccorso perché manca la posizione", la denuncia della Ong. Sembra però che il gommone, monitorato da due mercantili maltesi, alla fine sia stato recuperato dalla guardia costiera tunisina e portati a Tunisi.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 25 maggio 2021
A rendere più densa l'agenda dei leader è arrivata la crisi con la Bielorussia, precipitata sul Consiglio europeo straordinario, il primo in presenza da mesi, il cui ordine del giorno prevedeva una discussione tra i 27 su Russia, Medio Oriente e sui rapporti con la Gran Bretagna. Non una parola invece sull'immigrazione, tanto che l'argomento non è previsto neanche che appaia oggi nelle conclusioni del vertice.
La questione è però sul tavolo, visto che Mario Draghi è arrivato a Bruxelles intenzionato ad affrontarla, seppure solo per informare gli altri capi di Stato e di governo delle intenzioni italiane. Che tutto sono tranne che misteriose: rimettere mano al patto europeo su migrazione e asilo andando a intaccare il principio per cui spetta al Paese di primo approdo occuparsi dei migranti. Il che significa soprattutto discutere, anzi ridiscutere il meccanismo dei ricollocamenti in Europa che l'Italia vorrebbe rendere obbligatori. Un meccanismo "che è stato messo a dormire da un po' di tempo", ha lamentato nei giorni scorsi il premier, che vorrebbe vedere l'Europa intervenire su quelli che ha definito "tre pilastri": "il primo è la redistribuzione, il secondo è un intervento economico che devono fare i Paesi ma anche l'Ue nel suo complesso, il terzo è la collaborazione bilaterale e multilaterale con i paesi di partenza".
Missione (quasi) impossibile, anche se questa volta Draghi può contare sull'appoggio del premier spagnolo Sanchez che in questi giorni ha dovuto fare i conti con i numerosi arrivi a Ceuta, frutto della crisi politica con il Marocco. Ma anche sugli altri Paesi del Mediterraneo come Malta e Grecia, direttamente coinvolti dagli sbarchi di migranti.
Più che una vera e propria discussione, dunque, un giro di opinioni che Draghi avrebbe voluto ascoltare ieri sera durante la cena tra i leader e utile più che altro per capire che aria tira in Europa e quanto gli altri Stati sono disposti a venire incontro alle esigenze italiane. L'impressione è che la strada sia ancora lunga. Anche se nei giorni scorsi non sono mancate parole di solidarietà con Roma, come quelle espresse dalla commissaria Ue agli Affari interni Ylva Johannson alla vigilia del missione compiuta la scorsa settimana in Libia con la ministra Lamorgese, i segnali che arrivano da Bruxelles non fanno presagire niente di buono. "Io voglio difendere le famiglie ungheresi" ha chiarito subito, ad esempio Viktor Orbán appena arrivato a Bruxelles. Un riferimento alle altre questioni in agenda al vertice come clima e ambiente, ma esteso dal premier magiaro anche all'immigrazione. Una posizione, quella di Orbán, condivisa anche dagli Stati del Nord Est.
Le speranze italiane di coinvolgere gli altri Paesi rischiano dunque di restare tali. O al massimo di riuscire a ripristinare l'accordo siglato a Malta nel 2019 con la disponibilità offerta da alcuni Paesi volenterosi ad accogliere i migranti. Niente di più. Tutto slitterà probabilmente al consiglio europeo di fine giugno, l'ultimo prima della pausa estiva, ma solo per l'ennesimo rinvio. Sui migranti infatti, il Consiglio non sembra intenzionato a cambiare posizione e prevede maggior impegno sui rimpatri attraverso nuovi accordi con i Paesi di origine, insieme alla promessa di investimenti. Niente di più. Almeno fino a quando nel Consiglio le decisioni verranno prese all'unanimità.
di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 25 maggio 2021
L'Europa deve agire contro l'arbitrio di Lukashenko. Fino a quando un dittatore potrà decidere di dirottare un aereo per zittire la democrazia, nessuno di noi sarà al sicuro. Siamo a un punto di non ritorno. L'Europa deve agire ora contro l'arbitrio di Lukashenko. Agire e non solo manifestare indignazione. Fino a quando un dittatore del genere potrà decidere di dirottare un aereo per zittire chi lo contesta, nessuno di noi sarà al sicuro.
Se fino a questo momento avete considerato ciò che accade in Bielorussia lontano, vi invito a guardare le cose diversamente. Lukashenko per l'Europa è un pericolo al pari di chi ha compiuto azioni terroristiche ai danni della comunità. Ricordate quando, devastati dalle immagini degli attentati, ci interrogavamo su cosa significasse avere paura di vivere il quotidiano? Erano prese di mira attività del tutto normali come andare allo stadio, in chiesa, a un concerto, sul lungomare. E il pensiero forte era: sebbene tutto possa accadere all'improvviso, nonostante la consapevolezza che non siamo in grado di capire da dove il pericolo possa arrivare, decidiamo di non avere paura e di andare incontro alla vita. L'alternativa: terrore e paralisi. E noi, l'Europa, non abbiamo voluto cedere.
Il pensiero dell'11 settembre - Ma ricordate, vero, dove questo terrore ebbe inizio? Dal dirottamento dei voli dell'11 settembre 2001, una giornata che ha cambiato per sempre il volto del nostro mondo. Ebbene, avendo in mente quel giorno riflettiamo su ciò che è accaduto domenica 23 maggio. Non si è trattato di un evento inatteso, ma di un atto intimidatorio, antidemocratico e violento ad opera di un politico corrotto, a capo di una piramide di potere che non ha più alcuna legittimazione popolare.
Domenica 23 maggio, tutta l'Europa - e non solo i passeggeri del volo dirottato e gli attivisti arrestati - è stata vittima di un attentato terroristico di Stato. Un volo Ryanair partito da Atene e diretto a Vilnius, in Lituania, è stato dirottato a Minsk, in Bielorussia, per ordine di Lukashenko perché a bordo, tra i 171 passeggeri, c'erano due persone che andavano fermate, intimidite, ridotte al silenzio. E perché quella azione potesse, nel suo essere un atto di forza arbitrario, fungere da monito per tutti i dissidenti bielorussi: non sarete al sicuro mai, nemmeno se scegliete l'autoesilio. Ma quell'atto gravissimo è stato anche un messaggio forte lanciato da Lukashenko all'Europa: per conservare i miei privilegi sono pronto a tutto.
Chi rischia la pena di morte - I dissidenti arrestati sono Roman Protasevich, un giornalista di 26 anni, e Sofia Sapega, la sua compagna, una cittadina russa di 23. Sapega era diretta a Vilnius dove frequenta un master, mentre Protasevich - l'obiettivo principale - lavora per Nexta TV, di cui è cofondatore, un canale Telegram che organizza proteste contro Lukashenko.
Protasevich rischia la pena di morte con la più grave delle accuse, grave per un regime che non tollera oppositori: terrorismo e incitamento alla rivolta. L'Europa deve strappare dalle maglie di un presidente assassino chi prova a cambiare le cose. È un atto dovuto. E Svetlana Tikhanovskaya, anche lei in esilio, ci mette in guardia: bisogna far presto a liberare Protasevich perché in Bielorussia rischia la vita. I leader europei stanno commentando l'accaduto. Il ministro degli Esteri Di Maio invita l'Europa all'unità contro l'arroganza di "certi Stati".
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen minaccia conseguenze per la Bielorussia; il presidente del Parlamento europeo David Sassoli chiede spiegazioni immediate; l'Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Josep Borrell chiede la liberazione immediata di Protasevich e Sapega.
Parole - Ma se queste affermazioni resteranno solo parole, dovremo abituarci a vivere di intimidazioni; dovremo mettere in conto di essere in balia del potere di satrapi che non accettano di perdere le elezioni e che alla sconfitta preferiscono la guerra civile. L'Europa non ha scelta, deve prendere una decisione e deve farlo subito perché Lukashenko, usando un jet Mig-29 per affiancare e dirottare un volo civile, ha compiuto un atto di guerra contro l'Europa; perché Lukashenko mentendo sulla presenza di esplosivo a bordo, ha compiuto un atto di guerra contro l'Europa. La Ue ha la sua forza nella democrazia, nelle decisioni ponderate prese a salvaguardia della vita. E ora in gioco c'è tantissimo. L'Europa, unita, intervenga a sostegno del popolo bielorusso, in difesa della libertà, intervenga per difendere i cittadini europei o chiunque si trovi sul suolo europeo e che, come i 171 passeggeri del volo Ryanair, sono in balia di un potere che non ha più legittimità e che la cerca a oltranza nella violenza, nel terrore e nella minaccia di Stato.
di Francesca Sabatinelli
vaticannews.va, 25 maggio 2021
In Texas sono riprese le esecuzioni, ferme dal luglio del 2020. Ieri è stato messo a morte un uomo da vent'anni nel braccio della morte a Huntsville. Il dolore della Comunità di Sant'Egidio: "È il segnale triste di quanto barbarie, banalità della violenza, insensibilità, facciano fatica ad andare via dalla nostra vita".
"Sono da 20 anni nel braccio della morte in Texas e scrivo per chiederle se può trovare nel suo cuore la possibilità di concedermi la grazia, perché io possa non essere ucciso il 19 maggio". È una delle parti del drammatico video pubblicato pochi giorni fa dal New York Times, il cui protagonista, Quentin Jones, afroamericano di 41 anni, è stato messo a morte per iniezione letale ieri, nel carcere texano di Huntsville, per la prima volta senza la presenza della stampa, una assenza dovuta - secondo il dipartimento di giustizia locale - ad un errore di comunicazione.
Nel video, l'uomo si rivolge direttamente al governatore dello Stato, Greg Abbot, al quale racconta il percorso come essere umano avviato nei due decenni trascorsi in prigione. Quentin non cerca scuse, ammette di aver ucciso, nel 1999, la 83enne prozia, picchiata a morte con una mazza da baseball per 30 dollari, necessari per droga e alcol, le dipendenze di chi vive un'infanzia fatta di povertà, abbandono e abusi. "Ma non sono più la stessa persona che vent'anni fa ha ucciso, sono diventato un uomo nel braccio della morte", spiega ancora Quentin, con voce ferma, occhi inumiditi di lacrime, e lo sguardo sereno di chi, in caso di clemenza, è pronto "a continuare a vivere per migliorarmi".
Il suo è stato un percorso sostenuto da oltre 1.500 persone, che si sono appellate alle autorità, e dalla famiglia, soprattutto dalla sorella della vittima, l'altra prozia Mattie, che con il suo perdono ha aiutato il nipote a cambiare, come nel video sostiene lo stesso Quentin: "Mi hanno dato la forza di cercare di fare meglio e di voler fare di meglio". "Lavoriamo per un modo migliore di affrontare il crimine e la povertà, che uccide le persone", ha chiesto il vescovo di Fort Worth nel Texas del Nord, monsignor Michael Olson, invitando a continuare un percorso che ha visto, negli ultimi anni, la graduale eliminazione della pena capitale in 23 Stati americani, ultima, lo scorso anno, la Virginia. Dall'inizio della pandemia, anche gli Stati più repressivi, come appunto il Texas, avevano rinunciato alle esecuzioni, ora riprese con quella di ieri, la prima dalla elezione del presidente democratico Joe Biden, forte oppositore della pena di morte.
"È il segnale triste di quanto barbarie, morte, banalità della violenza e, in questo caso, di Stato, insensibilità, facciano fatica ad andare via dalla nostra vita", spiega Mario Marazziti della Comunità di Sant'Egidio che, nei giorni scorsi, si era unita alla richiesta di grazia per Jones. Marazziti ricorda la ripresa, nel giugno del 2020, delle esecuzioni federali, voluta dall'amministrazione Trump, "un orrore omicida che non ha precedenti nella storia degli Usa".
La pena capitale copre l'incapacità di risolvere i problemi - La pena di morte, dunque, continua ad essere "uno strumento mostruoso e stupido di finta giustizia, la pena di morte sta morendo ma fa sempre danni". I governatori che ancora non cedono alla richiesta di grazia, spiega ancora Marazziti, "vendono la loro insensibilità come se fosse amore della legge e promessa di sicurezza per i cittadini". Nel caso del governatore del Texas, Greg Abbot, "siamo davanti ad un cattolico che, in maniera evidente, non ascolta nulla del nuovo Catechismo della Chiesa cattolica, dell'insegnamento e degli inviti di Papa Francesco", ma piuttosto si mantiene fedele ad un'agenda politica. "La pena di morte - conclude Marazziti - è sempre una scorciatoia militare che copre l'incapacità di risolvere i veri problemi sociali, mostra e promette durezza quando non si riesce a garantire sicurezza. Ma fa finta di farlo".
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