di Rossella Grasso
Il Riformista, 15 aprile 2021
L'appello dei familiari dei detenuti. "La situazione nel carcere di Melfi è davvero drammatica, aumentano i contagi Covid e noi non sappiamo nulla dei nostri padri, fratelli e mariti che sono lì detenuti".
È questo uno dei messaggi che le donne dei detenuti ristretti nel penitenziario della provincia di Potenza hanno inviato da Sicilia, Calabria e Puglia al garante dei detenuti del Comune di Napoli Pietro Ioia. Perché proprio a lui? Perché in Basilicata non esiste nessun garante dei detenuti a cui rivolgersi ma le pochissime notizie che arrivano dal carcere sono allarmanti e preoccupano moltissimo il gruppo di donne che ha deciso di chiedere a lui aiuto.
Il numero dei detenuti contagiati è salito a 53 su una popolazione di 150, aumentano anche i contagi tra le guardie penitenziarie che sono state colpite dal virus in 5. Ma tra i parenti dei detenuti si parla di numeri ancora più alti, tra gli 80 e i 100 contagiati. "Abbiamo pochissime notizie dal carcere - dice la moglie di un detenuto - mio marito è stato contagiato e può videochiamarmi solo una volta a settimana, so pochissimo di cosa succede lì e di come sta e dal carcere non mi danno notizie".
"Non hanno assistenza adeguata, mancano medici e infermieri, non hanno nemmeno bombole d'ossigeno a sufficienza. I detenuti lì non hanno diritto a nulla, solo una doccia al giorno nemmeno troppo calda, non c'è un garante a cui possiamo rivolgerci e la direttrice è già cambiata 4 o 5 volte", dice un'altra moglie.
"Vi chiediamo aiuto perché alla parola 'detenuto' il diritto muore e non è giusto - dice la figlia di un detenuto siciliano - sono abbandonati e abbiamo paura che possano scoppiare nuove rivolte". "Mio marito è risultato positivo al Covid e sta malissimo - dice un'altra donna - quando ha chiesto le medicine gli hanno detto che senza soldi non si cantano messe. Tutto ciò per il ritardo di un bonifico, cosa assurda. I nostri familiari non devono essere trattati come bestie, devono pagare ma non con la vita".
"La situazione è critica e nessuno ne parla - dice la sorella di un detenuto - Noi fratelli, sorelle, figli e mogli non vediamo i nostri cari da novembre, non sappiamo come sia stato possibile che il virus sia entrato in quel carcere ma nessuno aiuta i detenuti ammassati lì dentro". Ogni donna racconta negli audio inviati a Pietro Ioia il suo dramma di sapere il proprio amato in pericolo senza poter fare nulla. "Spero che le nostre testimonianze servano a far sì che si faccia una verifica in quella casa circondariale e che i nostri detenuti abbiano i loro diritti", dice un'altra figlia.
"Mio zio è in carcere a Melfi positivo al Covid - continua una nipote - mi ha raccontato che non ci sono nemmeno tamponi per cui quando ha iniziato ad avere i sintomi gli hanno detto di assaggiare il dentifricio per sentire se aveva perso i sapori. E non può nemmeno chiamarci per dirci come sta. Credo che tutto questo sia ingiusto".
In questa situazione così pericolosamente esplosiva i familiari dei detenuti non sanno a chi appellarsi. "Queste donne non parlano di libertà, ma solo di diritti, di dignità dell'uomo recluso ed è questa che sta venendo meno nei nostri carceri. È questo il male puro del carcere - commenta Pietro Ioia - In un momento così drammatico in cui imperversa la pandemia, i detenuti possono essere lasciati così soli?". E lancia l'appello al garante nazionale dei detenuti Mauro Palma affinché vada personalmente a controllare cosa sta succedendo a Melfi o che dia incarico a qualcuno di farlo.
"Faccio appello alle istituzioni, anche al ministro Cartabia - continua Ioia - questo è un carcere abbandonato da Dio, tutti noi garanti dobbiamo fare rete e intervenire. Il consiglio regionale della Basilicata aveva approvato all'unanimità l'istituzione di un garante regionale in Basilicata ma attualmente ancora non esiste. Aiutiamo queste donne, aiutiamo i loro uomini, diamo dignità ai detenuti facciamo sì che possano scontare le loro pene non dignità".
A lanciare l'allarme sulla situazione del carcere di Melfi è anche l'Uil-Pa, sindacato di polizia penitenziaria che già nei giorni scorsi aveva denunciato lo stato in cui versa il penitenziario, afflitto dal Covid e senza copertura medica e dispositivi di protezione adeguati. Il segretario regionale Uil-Pa, Donato Sabia, racconta che nonostante il focolaio Covid, i medici sono presenti solo per parte della giornata e gli infermieri sono in grave affanno a cercare di assistere tutti al meglio facendo turni praticamente continuativi. Sul fronte Amministrazione Penitenziaria, la situazione non va meglio di quella sanitaria.
"Il personale si sente abbandonato e frustrato, ancora privo di un Comandante nonostante le sollecitazioni delle OO.SS - scrive in una nota il segretario regionale Donato Sabia - Sia l'amministrazione Regionale sia quella Nazionale sono consapevoli della grave situazione gestionale a Melfi, ma nessuno prende di petto questa criticità".
"L'Amministrazione Penitenziaria regionale con sede a Bari, aveva tamponato la grave carenza di comando a Melfi, inviando in missione con autovettura di servizio, il Comandante della Casa Circondariale di Potenza per due volte a settimana. Da 10gg è assente per motivi personali e l'amministrazione non ha provveduto a una temporanea sostituzione - continua la nota - questo dimostra quanto attenzione hanno i nostri Dirigenti Generali, che occupano un posto manageriale e di responsabilità ma solo sulla carta".
"Forse è arrivato il momento di lasciare la poltrona a coloro che non scappano di fronte alla realtà e alle responsabilità - conclude la nota di Sabia - La Direzione della CC di Melfi, ha richiesto un minimo di sfollamento di detenuti al fine di avere degli spazi necessari per far fronte alle esigenze organizzative, al fine di separare i negativi dai positivi e da coloro che hanno la necessità di stare in quarantena per essere stato a contatto diretto con un positivo. Ancora oggi nulla di fatto! Così, sarà difficile spegnere questo focolaio tra le 4mura del carcere. Nessun segnale è giunto dalla classe politica".
di Serena De Salvador
Il Gazzettino, 15 aprile 2021
"Abbiamo paura per la salute, nostra e dei detenuti, ma anche per il clima sempre più teso. L'universo carcerario ha bisogno dei vaccini, eppure Treviso sembra essere stata dimenticata da tutti". Tra gli effetti dei ritardi della campagna vaccinale nella Marca vi è anche la crescente preoccupazione all'interno del carcere.
Fra la Casa circondariale e l'istituto minorile sono circa 350 le persone che attendono ancora la prima dose: 160 tra agenti della Polizia penitenziaria e personale e almeno 200 detenuti. Il tutto a fronte di una situazione critica dal punto di vista dell'affollamento e della qualità delle strutture nota da decenni, che il Covid rischia di rendere esplosiva. Un solo caso di positività potrebbe far deflagrare un focolaio e l'attesa frustrata rischia di alimentare possibili rivolte.
Per questo la segreteria locale di Sinappe (Sindacato nazionale autonomo di polizia penitenziaria), di concerto con la direzione della casa circondariale e quella del minorile, ha deciso di rivolgere un appello alla Prefettura e alla Usi. "In altri penitenziari le vaccinazioni sono cominciate. La maggior parte delle forze di polizia ha già avuto anche la seconda dose - spiega Roberto Greco. Noi invece aspettiamo ancora un incontro per capire come procedere. Internamente ci siamo organizzati in modo che, se anche ci fossero degli effetti collaterali, il servizio venga sempre garantito. Ma fino a quando non ci metteranno in lista è tutto inutile.
Anche i solleciti da parte delle direzioni - che collaborano al massimo in questa fase- sono stati finora inutili. I detenuti sono soggetti fragili, tanti sono malati, le strutture sono vetuste e nonostante gli sforzi la promiscuità è inevitabile. Hanno paura che noi poliziotti possiamo portare all'interno il virus, il clima è sempre più pesante. Sono inoltre privati dei colloqui con i parenti, altro elemento che aumenta il malcontento. Rischiamo disordini e rivolte come quelli visti Io scorso anno in tante altre carceri. Potrebbe svilupparsi un focolaio pericolosissimo. Il problema è sia di gestione che sanitario. Per questo stiamo lavorando insieme per trovare una soluzione al più presto. Il via libera però deve venire dalle autorità, ma al momento non vediamo la luce in fondo al tunnel".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 15 aprile 2021
La denuncia della consigliera della Regione Sardegna del M5S Desirè Manca che, in una mozione ha riportato le criticità emerse nel sopralluogo a Bancali. Secondo le Linee Guida regionali, i detenuti con patologie psichiatriche hanno diritto di poter usufruire del servizio Psichiatria per quaranta ore a settimana. Ma attualmente, il monte ore effettivamente erogato si discosta notevolmente da quello indicato dalla Regione Sardegna.
Basti pensare che nella Casa Circondariale di Bancali "G. Bacchiddu": le ore prestate dai medici psichiatri nel 2018 ammontavano a diciotto e, nel 2020, soltanto a sei. Parliamo di una problematica che interessa particolarmente circa una quarantina di detenuti del carcere sassarese. A denunciare ciò è la consigliera del M5S Desirè Manca che, in una mozione ha riportato tutte le criticità emerse durante il sopralluogo effettuato dal Presidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, Mario Perantoni, nell'istituto penitenziario di Bancali.
"Ma la carenza di assistenza specialistica - sottolinea la pentastellata Desirè Manca - non è l'unica problematica riscontrata nel carcere sassarese. Infatti, ancor più grave e preoccupante appare la mancata attivazione delle Articolazioni di Tutela della Salute Mentale e dei Reparti Detentivi Ospedalieri presso i nosocomi, in particolare quelli turritani, con le immaginabili e particolarmente allarmanti conseguenze per la tutela della sicurezza e dell'ordine pubblico".
La mozione a prima firma Manca impegna il Presidente Solinas, la Giunta e l'assessore alla Sanità Nieddu a adottare tutti i provvedimenti necessari ad assicurare l'attivazione delle Articolazioni di Tutela della Salute Mentale e dei Reparti Detentivi Ospedalieri, e la corretta applicazione delle Linee Guida della Regione Autonoma Sardegna sulla Sanità Penitenziaria.
"La Regione ha il dovere di garantire il diritto alla salute anche ai detenuti - continua la consigliera - e allo stesso tempo di garantire a tutti coloro che operano all'interno degli istituti penitenziari di poterlo fare in totale sicurezza. A questo proposito sono state numerose le segnalazioni e i solleciti da parte del Provveditorato, e delle Prefetture, tuttavia, non ci risulta siano stati adottati provvedimenti finalizzati a porre rimedio a questa grave carenza, né da parte della Regione né da parte di ATS".
La consigliera Manca, aggiunge che bisogna considerare il fatto che nella regione Sardegna sono presenti detenuti appartenenti ai circuiti di Alta Sicurezza e 41bis. "Appare evidente come l'assenza di una adeguata cura e di una adeguata assistenza sanitaria, psicologica e psichiatrica, comporti inevitabilmente dei rischi per l'incolumità degli stessi detenuti e di quanti lavorano nelle carceri. Rischi - conclude Desirè Manca - che non possono continuare ad essere ignorati".
Ricordiamo che tutte queste criticità, e altre ancora, sono state più volte segnalate dal garante nazionale delle persone private della libertà tramite le sue osservazioni inviate al Dap e ministero della giustizia. Già nel 2017, in un Rapporto inviato all'Amministrazione penitenziaria dopo una visita regionale in Sardegna e successivamente pubblicato sul sito, il Garante aveva evidenziato "l'esigenza di avere nella Regione almeno un servizio di assistenza intensiva (Sai) in grado, in base alle caratteristiche strutturali, di proporre assistenza sanitaria ospedalizzata, seppure per brevi periodi, alle persone detenute in regime di alta sicurezza o in regime speciale ex articolo 41bis o.p.".
bolognatoday.it, 15 aprile 2021
Sono accusati di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale, danneggiamento aggravato e tentata evasione. Su richiesta del sostituto procuratore, Elena Caruso, 49 detenuti del carcere della Dozza, coinvolti nella rivolta del marzo del 2020, sono accusati, a vario titolo, di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale, danneggiamento aggravato e tentata evasione e sono stati rinviati a giudizio.
Come riferisce Adnkronos, otto sono ritenuti responsabili di essere stati gli istigatori dei disordini perché "Incitavano i detenuti, non identificati, che hanno distrutto le plafoniere dei neon nel corridoio della sezione 3D" - scrive la Procura - "urlando frasi come 'Libertà, ora distruggiamo tutto, siete tutti pezzi di m...'.
Tutti sono accusati anche di distruzione di mobili e altri oggetti e di violenze e aggressioni nei confronti degli agenti di Polizia penitenziaria. Due agenti sono indicati come parti offese per i traumi. Seguendo a ruota Salerno, Modena, Poggio Reale e Foggia, alla Dozza la "miccia" si accese il 9 marzo del 2020, quando erano stati bruciati dei materassi, mentre alcuni detenuti erano riusciti a occupare alcune sezioni della struttura. Alla base delle mobilitazioni, le restrizioni adottate per cercare di evitare la diffusione del Coronavirus. Un 29enne perse la vita.
Il Secolo XIX, 15 aprile 2021
I detenuti chiedono più ore d'aria al giorno e più telefonate. Non si placa la protesta dei detenuti del carcere di Marassi. Alle 18:30 hanno iniziato a manifestare sbattendo contro le inferriate e facendo rumore. I detenuti, secondo quanto si apprende, chiedono più ore d'aria al giorno e più telefonate. "La protesta è stata sospesa quando il direttore ha cercato una mediazione - spiega Michele Lorenzo del sindacato di polizia Sappe - ma verso le 20.30 i detenuti hanno ripreso la manifestazione". Lorenzo conclude: "Come sindacato continuiamo a ribadire il concetto che la forza di polizia, che opera all'interno delle carceri di tutta la Liguria, deve essere con un organico sufficiente per arginare qualsiasi forma di intervento che destabilizzi la sicurezza. È il compito della polizia penitenziaria e non può essere sottovalutato".
immediato.net, 15 aprile 2021
Sodrio, avvocato della famiglia del detenuto presunto morto suicida: "Com'è possibile che una persona sotto sorveglianza h24 abbia avuto il tempo di impiccarsi?". Si è svolta martedì 13 aprile l'autopsia sul cadavere di Gerardo Tarantino, il presunto assassino di Tiziana Gentile, morto suicida nel carcere di Foggia il 3 aprile scorso, alla vigilia di Pasqua. Per gli indagati non c'erano consulenti medico-legali, mentre hanno proceduto agli esami Luigi Cipolloni nominato dalla pm Laura Simeone e Antonio Caricato, nominato dai parenti di Tarantino.
I risultati definitivi si conosceranno solo tra sessanta giorni, ma abbiamo sentito l'avvocato Michele Sodrio, che difende i familiari del detenuto suicida, per sapere se già ora vi sono emersi elementi interessanti: "Con le indagini in corso posso solo dire che dai primi accertamenti i nostri dubbi sulla morte di Gerardo Tarantino sono addirittura aumentati.
Nei prossimi giorni i consulenti si rivedranno per analizzare i reperti istologici e solo così potremo avere una conferma definitiva che il detenuto sia morto soffocato. Ma anche in tal caso, restano al momento senza risposta tutte le nostre domande. In particolare: com'è possibile che una persona sotto sorveglianza h24 abbia avuto il tempo di impiccarsi? Con cosa si sarebbe impiccato? Perché proprio il giorno prima era stato spostato da una cella dove si trovava con altri detenuti ad una cella senza nessun altro?
Vi sono poi altri particolari a mio parere inquietanti che potrebbero emergere da quanto visionato dai due medici legali, ma al momento non posso dire altro per rispetto del segreto istruttorio. Posso solo aggiungere che ho chiesto espressamente al pm di consentire al suo ed al nostro consulente di visionare l'oggetto con il quale Tarantino si sarebbe impiccato, oggetto al momento per noi sconosciuto. Questo per dare la possibilità ai consulenti di confrontare la struttura di questa corda o lenzuolo o cos'altro, con i segni rinvenuti sul collo del cadavere. Al momento restano molti dubbi e nessuna risposta certa. Ma i miei clienti sono assolutamente determinati ad andare fino in fondo ed io sarò al loro fianco con tutto l'impegno possibile".
comune.modena.it, 15 aprile 2021
"Attivi i Tavoli tematici e tante le associazioni disponibili a collaborare ad attività per i detenuti": l'assessora Pinelli ha risposto a un'interrogazione di Reggiani del Pd. La nuova composizione del Clepa di Modena, il Comitato Locale per l'area dell'esecuzione penale adulti, è già stata attuata in base al nuovo Protocollo tra Ministero della Giustizia e Regione, con attività diversificate funzionalmente per il carcere di Modena e la casa lavoro di Castelfranco Emilia. Da gennaio sono stati istituiti inoltre i Tavoli tematici, recependo pure le istanze provenienti dal mondo del volontariato, anche se la pandemia ha imposto un rallentamento generale delle attività per i detenuti all'interno delle strutture.
Lo ha spiegato l'assessora alle Politiche sociali Roberta Pinelli rispondendo nel Consiglio comunale di lunedì 12 aprile a un'interrogazione di Vittorio Reggiani del Pd. Il consigliere ha sottolineato che la nuova composizione del Clepa ha lo scopo di "migliorare le attività di supporto a formazione, orientamento e reinserimento lavorativo; inoltre, la costituzione dei tavoli tematici a cui potranno partecipare diversi settori dell'amministrazione è il proseguimento di un lavoro che cerca di riportare il carcere e l'esecuzione penale tra i temi di interesse per proporre il carcere come soggetto che fa parte del tessuto cittadino".
L'istanza chiedeva quindi informazioni sul percorso e sui programmi del 2021; su iniziative per sensibilizzare la cittadinanza sui temi della pena e per trovare nuovi partner nelle attività; chiedeva inoltre come siano i rapporti con la casa circondariale di Modena e quali attività siano svolte o in programma per il personale che opera in carcere.
L'assessora Pinelli ha precisato che "oggi a Sant'Anna sono presenti 182 detenuti a fronte di una capienza di oltre 400; a Castelfranco gli internati sono 78 per una capienza di 206. A Modena, in particolare, dopo la rivolta si stanno rimettendo in sesto le strutture e non tutte le attività sono potute ripartire, come il laboratorio di cucina per le detenute donne. Altre attività sono riprese, come lo Sportello informativo, lo Sportello dimittendi, Sportello nuovi giunti e i Progetti finalizzati al miglioramento della vita negli istituti.
Nei mesi scorsi, sono stati aperti due sportelli nuovi: recependo una richiesta proveniente dal carcere, col supporto dei Caf locali è stato attivato appunto un Caf, disponibile una volta a settimana grazie all'impegno delle organizzazioni sindacali; inoltre, vista l'assenza di uno sportello anagrafico, di concerto con l'assessorato ai Servizi demografici, sono state definite le modalità attraverso cui i volontari in carcere possano ottenere i documenti per conto dei detenuti.
L'assessora ha poi definito "ottimi" i rapporti di collaborazione del Comune di Modena, che gestisce le risorse regionali destinate ad attività rivolte ai detenuti, col carcere di Modena (così come con quello di Castelfranco) facendo però presente che negli ultimi due anni la struttura ha visto succedersi tre direttori. Ed ha ricordato le tante associazioni disponibili a collaborare, come il gruppo Carcere-città, l'associazione Milinda che lavora con gli stranieri, l'associazione Porta aperta al carcere, il Teatro dei venti e associazioni sportive. "Anche attraverso queste associazioni - ha sottolineato l'assessora - si opera a favore dei detenuti, senza dimenticare che da anni all'interno della struttura è presente una sezione dell'istituto professionale Corni e una scuola di alfabetizzazione".
Inoltre, con un avviso pubblico regionale per la selezione di partner del Terzo settore per la co-progettazione di azioni tese a favorire il reinserimento socio-lavorativo prenderà il via anche il coordinamento dell'Equipe esecuzione penale, prevista dal progetto Territori per il reinserimento. Il progetto in questione, a cui il Settore Politiche sociali parteciperà, ha tra gli obiettivi la ricerca di partner in grado di sostenere, anche attraverso finanziamenti dedicati, i percorsi di rientro e reinserimento sociale.
In sede di replica, il consigliere Reggiani ha precisato che "l'obiettivo dell'interrogazione era quello di riportare il carcere di Sant'Anna all'attenzione del Consiglio comunale e della città: è un pezzo importante di Modena che, se non viene tenuto nella giusta considerazione, rischia di rimanere ai margini della società", ha sottolineando, inoltre "il valore di uno strumento come il Clepa che ha la potenzialità per mettere a sistema i diversi soggetti che operano a favore del carcere e con lo stesso istituto penitenziario, anche col supporto del tessuto cittadino. Le proposte di costituire, all'interno del Clepa, tre tavoli tematici che parlano della vita all'interno del carcere, del lavoro e della formazione e della 'Città sicura' sono appunto finalizzate a incrementare l'inclusività".
La Sicilia, 15 aprile 2021
Così si garantisce un futuro a detenuti ed ex reclusi Vede la luce il protocollo d'intesa che attiva il "Work Center" e che è stato sottoscritto fra il direttore della casa circondariale di piazza Lanza, Elisabetta Zito, il direttore reggente dell'Udepe (Ufficio distrettuale esecuzione penale esterna) di Catania, Antonio Gelardi, e l'Agenzia Lavoro Sicilia Apimic, diretta da Santo Milici.
Lo sportello in questione, perché di questo si tratta, si occuperà di redigere curriculum vitae e bilancio di competenze; ricercare un lavoro e quindi un'alternativa alla popolazione detenuta ed ex-detenuta; fornire ai reclusi la possibilità di apprendere un'attività lavorativa (tirocini, etc.); garantire informazione e formazione per la creazione di imprese e attività formative; informare e sensibilizzare le aziende e piccole medie e imprese degli sgravi fiscali previsti per le assunzioni. L'iniziativa, in particolar modo, intende tutelare il diritto al lavoro dei detenuti e coloro i quali sono sottoposti a misure cautelari con particolare attenzione al mondo femminile.
Il lavoro, del resto, è fondamentale come mezzo di risocializzazione, oltre che come fonte di sostegno lecito: rappresenta un forte punto di partenza per un detenuto ed ex-detenuto, che laddove fallisce nella ricerca viene a trovarsi nella condizione di commettere nuovi reati.
II Work Center intende colmare il gap tra domanda e offerta di lavoro per un efficace reinserimento in società dei detenuti. Allo stesso tempo, gli utenti potranno contare sul sostegno degli educatori ed orientatori nella redazione dei curriculum e nella ricerca dell'attività lavorativa più idonea. Da parte delle aziende invece, i vantaggi risiedono nella possibilità di formare direttamente i potenziali dipendenti e di beneficiare di sgravi fiscali non indifferenti.
In tal modo, si ridurrebbero i tempi di ricerca all'esterno del carcere e il rischio di reiterazione di azioni illegali. In particolar modo, sono stati individuati alcuni settori che soffrono particolarmente la carenza di domanda di lavoro. La cultura al lavoro è leva fondamentale per la riabilitazione di persone detenute, e va sostenuta con iniziative a diversi livelli: in primo luogo fornendo informazioni, quindi coinvolgendolo nella riprogettazione del sé in un'ottica della legalità. Lo Sportello è il primo "caso" nelle aree del Mezzogiorno.
II progetto, interamente autofinanziato dall'Associazione no-profit Apimic, è stata fortemente seguito da Giuseppe Avelli (Casa Circondariale) e Barbara Murabito (Udepe Catania) Per contattare il Work center si può scrivere ad
valnews.it, 15 aprile 2021
Nel 700esimo anniversario dalla morte di Dante Alighieri, su impulso della direttrice del carcere di Sondrio Carla Santandrea, i detenuti stanno partecipando ad un'attività laboratoriale dedicata proprio al Sommo Poeta. "Ho ritenuto importante riattivare - sostiene Santandrea - anche se non in presenza, alcuni percorsi destinati ai detenuti per evitare di aggravare una situazione di isolamento e solitudine cui si è costretti per la pandemia".
In particolare la professoressa Fausta Messa ha tenuto una serie di incontri sulla conoscenza nel laboratorio di letteratura che per la pandemia si è svolto on line. Il primo modulo del laboratorio è stato dedicato a Dante Alighieri. È stata privilegiata la lettura di alcuni passi della Divina Commedia, con qualche excursus ne La vita nova e nel Convivio. "Siamo partiti dall'esperienza umanissima di Dante - aggiunge Messa - smarrito nella selva oscura, disperato e depresso, nei suoi 35 anni, un'età molto vicina a quella dei partecipanti al laboratorio. La condizione di Dante uomo ha stimolato la riflessione e un confronto di esperienze. L'incontro con Virgilio ha permesso di ragionare sul valore salvifico della cultura, sulla fiducia e sulla speranza nella possibilità di riscatto. La lettura del V canto dell'Inferno ha stimolato la discussione sul tema dell'amore-passione, della fedeltà agli impegni, del rapporto uomo-donna e del femminicidio".
Tutti i partecipanti hanno collaborato attivamente alla discussione con apporti personali, dimostrando grande interesse per il significato profondamente umano sotteso all'allegoria del racconto dantesco. "Ha colpito molto - conclude la professoressa - la comprensione di Dante per le fragilità umane, ma anche la sua fermezza nella condanna del male e nella convinzione che il destino dell'uomo sia il raggiungimento della felicità, cioè della conoscenza del bene".
di Tommaso Pellizzari
Corriere della Sera, 15 aprile 2021
Prezioso, non solo per chi gli ha voluto bene. L'uomo di 45 anni, morto a Torino nel 2015 per l'eccesso di violenza durante un intervento per un Trattamento sanitario obbligatorio, aveva scritto della sua schizofrenia. Il padre Renato ha ritrovato i fogli, un giornalista li ha fatti pubblicare. E anche gli psichiatri hanno scoperto un mondo.
Piazza Umbria, Torino, 5 agosto 2015. Il barelliere-autista di un'ambulanza chiama la centrale del 118 per spiegare che cosa è successo con Andrea Soldi, un uomo di 45 anni che doveva essere prelevato e trasferito in ospedale, dove sarebbe stato sottoposto a Trattamento sanitario obbligatorio. Ma in ospedale arriverà morto.
Questo però il barelliere che sta chiamando il 118 non lo sa. Sa però che l'intervento di medici e forze dell'ordine è stato troppo violento, contro una persona che di violento non aveva nulla. Andrea Soldi era seduto su una panchina e ogni tanto ululava per colpa della sua schizofrenia e perché da qualche giorno si rifiutava di prendere i farmaci che la tenevano a bada.
Ieri, quasi sei anni dopo quel giorno, a questa storia che ci racconterà Giusi Fasano, si è aggiunta una nuova puntata: l'uscita di un libro ("Noi due siamo uno", scritto dal giornalista Matteo Spicuglia e pubblicato da Add) che raccoglie gli scritti di Andrea, ritrovati dal padre Renato e che per alcuni psichiatri sono di grande importanza per la comprensione della schizofrenia. Oltre, naturalmente, al valore affettivo per il papà e la sorella Cristina.
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