messinatoday.it, 16 aprile 2021
Emanati i due avvisi pubblici dopo le svariate richieste e interrogazioni da parte del gruppo consiliare: "Due figure importantissime per la promozione e la salvaguardia dei diritti dei cittadini in condizioni di disagio". "Finalmente, dopo anni di attesa e svariate richieste e interrogazioni da parte del nostro gruppo consiliare, la città di Messina avrà un Garante della Persona con disabilità e un Garante dei diritti per le persone private della libertà": due figure importantissime per la promozione e la salvaguardia dei diritti dei cittadini in condizioni di disagio, cosi come previsto dalla normativa di riferimento e dagli appositi regolamenti approvati dal consiglio comunale (rispettivamente a Aprile 2018 e a Settembre del 2016). I Garanti svolgeranno il proprio ruolo a titolo gratuito, in piena autonomia e con indipendenza di giudizio e valutazione, resteranno in carica cinque anni e saranno rieleggibili una sola volta".
A darne notizia è la capogruppo del M5s Cristina Cannistrà, che a nome dei colleghi esprime la propria soddisfazione per il proseguo dell'iter e la pubblicazione dei relativi bandi da parte del dirigente responsabile. "Nel corso del mio mandato ho più volte rappresentato varie criticità per quanto concerne i disabili ed in particolare i soggetti che soffrono di disturbo dello spettro autistico, ma fino ad ora non si era arrivati a nulla di concreto", prosegue la consigliera, che lo scorso luglio era intervenuta sull'argomento con una lettera indirizzata al Prefetto Carmela Librizzi, al sindaco Cateno De Luca, all'allora Assessore Regionale alla Sanità Ruggero Razza, all'ex Direttore Generale dell'Asp Paolo La Paglia e al Garante per l'infanzia e l'adolescenza Fabio Costantino, per sollevare l'attenzione sulla disabilità e sull'autismo in particolare. "Una missiva - spiega l'ex presidente della VII Commissione consiliare - con la quale mi sono fatta portavoce di tutte le associazioni dei familiari che ogni giorno sono costrette ad affrontare numerosi problemi e che chiedono a gran voce una conferenza dei servizi per trovare insieme alle Istituzioni le soluzioni necessarie per dare supporto e sostegno ai bambini e ragazzi affetti da autismo".
"Non meno importante è la figura del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive delle libertà personali o a trattamento sanitario obbligatorio, così come sarebbe auspicabile l'attivazione di uno sportello presso la Casa Circondariale di Gazzi, ancora non prevista malgrado sia praticamente a costo zero. Si tratta di un servizio che darebbe la possibilità ai detenuti di risolvere con cadenza periodica tutte le problematiche inerenti i rinnovi delle carte d'identità, certificati di residenza, autentiche firme, problematiche di mediazione culturale e in generale tutte quelle necessarie procedute burocratiche che è fondamentale espletare in tempi celeri", conclude la consigliera, che già a febbraio del 2019 aveva presentato all'Amministrazione una proposta per l'impiego di detenuti ed ex detenuti nella raccolta dei rifiuti porta a porta, con l'obiettivo di venire incontro alle esigenze di disabili gravi e anziani non deambulanti.
di Claudia Fanti
Il Manifesto, 16 aprile 2021
Jair Bolsonaro, il "principale responsabile della maggiore catastrofe umanitaria della storia del Brasile", come lo ha definito il neuroscienziato Miguel Nicolelis, ora rischia davvero grosso: l'apertura della Commissione parlamentare d'inchiesta su azioni e omissioni del governo nella gestione della pandemia, definita anche "Cpi del genocidio", potrebbe sferrare un colpo decisivo alla sua popolarità già in declino. A confermare la decisione del giudice del Supremo tribunale federale Luís Roberto Barroso, che l'8 marzo aveva ordinato al presidente del Senato Rodrigo Pacheco l'apertura della Cpi, è stata mercoledì la plenaria dello stesso Stf, richiamandosi ai diritti alla vita e alla salute, oltre che a quello "delle minoranze di controllare il potere pubblico nel caso di una pandemia che ha già causato la morte di 360mila persone".
Non è - ancora - impeachement, ma è certo qualcosa che gli somiglia, tanto più considerando che le conclusioni della Cpi potranno essere inviate al pubblico ministero "affinché accerti la responsabilità civile o penale degli infrattori". Non a caso, Bolsonaro ha reagito ancor più scompostamente del solito, da un lato invocando l'impeachment contro Barroso con l'accusa di aver interferito sulle prerogative dell'organo legislativo - malgrado la richiesta di una Cpi fosse venuta da più di un terzo dei senatori, oltre il quorum previsto - e, dall'altro, premendo affinché fosse estesa a governatori e sindaci.
Ma l'unico risultato che ha ottenuto è che il senatore Jorge Kajuru registrasse e divulgasse la conversazione telefonica in cui il presidente lo incitava a operare in tal senso - cioè contro il Stf e le autorità locali - provocandogli l'ennesima caduta di immagine, oltre a nuove possibili accuse per un eventuale processo di impeachment. Neppure il presidente del Senato Pacheco, dando seguito martedì all'ordine di Barroso benché assai critico con la Cpi - che a suo avviso non farà che anticipare la campagna elettorale del 2022 offrendo un palco politico a potenziali candidati - ha potuto accogliere la richiesta di Bolsonaro, limitandosi a includere tra i compiti della Commissione appena quello di indagare sui fondi federali destinati a stati e municipi.
La Cpi, la più importante degli ultimi 50 anni secondo il senatore Randolfe Rodrigues, entrerà in funzione con la presentazione del primo ordine del giorno, quando avrà anche luogo l'elezione del presidente e del relatore, non prima però che siano nominati gli undici membri e i sette supplenti che ne faranno parte. Dopodiché, se la Commissione lavorerà "con un minimo di serietà", come ha auspicato il leader del Psol Guilherme Boulos, "i crimini di Bolsonaro appariranno in tutta la loro gravità", aprendo "la strada a un processo di destituzione".
E mentre la pandemia non dà tregua, con circa 3.500 morti al giorno e un collasso senza precedenti degli ospedali, dove può persino succedere - secondo la denuncia della Rede Globo - che, a causa della mancanza di sedativi, i pazienti vengano legati al letto e intubati da svegli, Bolsonaro chiama "canaglie" gli scienziati che criticano il "suo" trattamento a base di clorochina: "Se non avete nessun rimedio da indicare, chiudete la bocca e fate lavorare i medici". E, naturalmente, fa la voce grossa dinanzi ai suoi simpatizzanti - pronti ad "andare in guerra" con lui -, minacciando, ancora una volta, l'autogolpe: "Il Brasile è al limite, la gente dice che devo agire. Sto aspettando un segnale dal popolo perché la fame, la miseria e la disoccupazione sono sotto gli occhi di tutti, non li vede solo chi non vuole".
di Cecilia Chiavistelli
stamptoscana.it, 16 aprile 2021
L'iniziativa fa parte di un percorso che i ragazzi detenuti dell'Istituto Penale Minorile di Firenze G.P. Meucci hanno intrapreso nello scorso anno e che si è concluso con una mostra virtuale, visibile fino al 15 maggio 2021 sul sito associazioneprogress.org/mostra-interattiva-le-donne-nellarte/.
Il progetto, ideato dall'Associazione Progress, ospitato all'interno del laboratorio "Arte e Natura", con la partecipazione di circa cinquanta giovani, ha affrontato tematiche quanto mai attuali, come la violenza, sia fisica che psicologica, perpetrata ai danni delle donne con l'obiettivo di far nascere una coscienza nuova e una cultura basata sul rispetto delle donne.
All'interno del sito, il video, le opere e il catalogo compongono una completa documentazione del grande lavoro portato avanti dai ragazzi detenuti. Il video è la sintesi di un anno di attività dei detenuti del Carcere Minorile di Firenze, grazie ai professionisti dell'associazione di arte terapia Progress attiva da oltre 15 anni a Firenze e a Perugia. La seconda sezione mostra le 100 opere prodotte dai ragazzi che, attraverso delle opere, evidenziano il ruolo della donna artista nella storia, la sua rappresentazione nelle diverse culture, indagando in profondità l'universo femminile.
Il catalogo è suddiviso in tre volumi, uno per ogni ciclo del progetto: "La rappresentazione delle donne nella storia dell'arte", "Le tre età della donna" e, ultima parte, "La violenza sulle donne". Nata per essere esposta in un ambiente fisico e visitabile in presenza, l'interessante collettiva, con il perdurare della pandemia, si è spostata nello spazio virtuale, sul sito dell'associazione. L'associazione Progress opera da tempo nelle carceri e in area penale esterna, sia presso il Carcere Minorile di Firenze, che quello per adulti di Sollicciano e per minori dell'Ufficio di Servizio Sociale per Minorenni.
Nel Carcere Minorile di Firenze hanno attivato un laboratorio di arte terapia permanente portando avanti tanti progetti artistici. Dal 2019 hanno iniziato numerosi progetti di riqualificazione di spazi verdi con iniziative come La cura verde, La cura verde in Tribunale e Arte e Natura Atelier, utilizzando l'area verde interna alla struttura e a quella dell'adiacente Tribunale Minorile. Inoltre organizzano corsi formativi, laboratori di artigianato, pittura, teatro ed eventi culturali. Il progetto è realizzato con il contributo del Ministero della Giustizia, della Regione Toscana e del Ministero del lavoro e delle politiche giovanili.
di Sara Forni
agenziadire.com, 16 aprile 2021
La kermesse cinematografica che si terrà in presenza a Bologna e online dal 4 al 14 giugno presenta due progetti educativi di inclusione, che coinvolgono l'istituto penale per minorenni Pietro Siciliani e la biblioteca multimediale Fuori Catalogo dell'istituto superiore Aldini Valeriani. In un'epoca storica che, da un lato limita le attività scolastiche e dall'altro rende anche molto difficile vivere isolati in casa, il festival Biografilm di Bologna quest'anno ha deciso di introdurre due 'giurie speciali' con i giovani protagonisti.
La rassegna cinematografica dedicata ai documentari relativi alle 'storie di vita', confermata in presenza a Bologna e online dal 4 al 14 giugno, presenta due progetti educativi di inclusione che coinvolgono l'istituto penale per minorenni Pietro Siciliani e la biblioteca multimediale Fuori Catalogo dell'istituto superiore Aldini Valeriani.
Entrambi i progetti partiranno a maggio e formeranno due giurie giovanili che saranno coinvolte nella cerimonia di premiazione del festival. In particolare, il progetto 'Tutta un'altra storia', realizzato con il patrocinio del ministero della Giustizia, coinvolge un gruppo di ragazzi detenuti nell'istituto penale per minorenni che sarà parte attiva nel festival. Dopo un ciclo di incontri settimanali in presenza dedicati alla narrazione documentaria e la visione guidata dei film in gara, i ragazzi assegneranno un premio al film che ritengono più significativo. 'Bring the change' invece, è il progetto in collaborazione con il 'Terra Di Tutti Film Festival' di Bologna che anche in questo caso prevede momenti di formazione anche in presenza con una classe quarta dell'istituto Aldini Valeriani. Anche questa volta, gli studenti saranno guidati alla visione di alcuni film del festival, in particolare su tematiche relative al cambiamento sociale e all'attivismo giovanile. Oltre a queste due giurie 'speciali', oggi Biografilm Festival ha reso noti anche i nomi della giuria della sezione competitiva internazionale.
A scegliere le migliori pellicole in gara arriveranno a Bologna il regista indiano Rahul Jain, la produttrice italiana Donatella Palermo, nota tra le altre cose anche per aver prodotto il documentario 'Fuocoammare' e il curatore ed esperto di nuovi media tedesco, Sebastian Sorg. Biografilm Festival fa parte di Bologna Estate 2021, il cartellone di attività promosso e coordinato dal Comune di Bologna.
di Cristina Borgogno
La Stampa, 16 aprile 2021
Dalla visita del Provveditore di Piemonte e Valle d'Aosta la conferma alle voci sul futuro della Casa circondariale in attesa della ristrutturazione. Lavori in autunno, ma prima un cambio radicale. Si preparano a essere trasferiti i detenuti del carcere di Alba per fare del "Giuseppe Montalto" - almeno temporaneamente - la Casa Lavoro piemontese.
A spiegare quanto deciso dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria è stato il provveditore di Piemonte e Valle d'Aosta, Pierpaolo d'Andria, in visita ad Alba per incontrare in Comune il sindaco Carlo Bo. Durante la riunione, a cui hanno partecipato anche l'assessore alle Politiche sociali, Elisa Boschiazzo, e i Garanti dei detenuti regionale, Bruno Mellano, e comunale Alessandro Prandi, d'Andria ha confermato le voci che si rincorrevano da mesi circa la scelta della casa di reclusione albese per istituire almeno una parte della Casa Lavoro finora gestita dal carcere di Biella, con l'arrivo di una trentina di internati (ovvero persone che hanno terminato la pena, ma per cui è stata sancita la "pericolosità sociale").
Per fare questo, occorrerà però trovare una nuova sistemazione ai detenuti - circa una quarantina - oggi reclusi nell'unico spazio operativo dell'istituto di località Toppino, in attesa che partano i lavori di ristrutturazione dell'intero edificio evacuato nel 2016 a causa di un'epidemia di legionella. Lavori già finanziati per circa 4 milioni e 500 mila euro dal ministero della Giustizia, che dovrebbero partire entro l'autunno.
"L'intervento sarà realizzato in due fasi - spiegano dal Dap -. La prima sul corpo attualmente chiuso, per poterlo riconsegnare all'uso di destinazione in via prioritaria. L'altra sulla parte oggi operativa (ad eccezione della caserma agenti e del reparto semi-liberi), meno degradata e che necessita di un intervento meno impegnativo".
"Ringraziamo il provveditore D'Andria per aver accolto il nostro invito e per l'attenzione dimostrata - commentano il sindaco Bo e l'assessore Boschiazzo -. La priorità oggi è la completa riapertura della casa di reclusione, a ormai più di cinque anni dai casi di legionella. Intervenire significa evitare l'abbandono di una struttura pubblica fino ad allora ben funzionante, migliorare le condizioni dei detenuti presenti oggi nel piccolo settore riaperto e, infine, poter andare avanti con i progetti che hanno fatto del nostro istituto penitenziario una realtà esemplare".
Nei piani del Dap, il cambio tra detenuti dovrebbe avvenire entro giugno. Il Provveditorato intende coinvolgere il territorio per creare opportunità di inclusione sociale, culturale e lavorativa per i nuovi ospiti, dalle istituzioni, l'Asl e il Consorzio socio-assistenziale al terzo settore e il mondo delle imprese profit.
"La responsabilità delle decisioni spetta all'Amministrazione penitenziaria - spiega il garante comunale Prandi. Se è importante concentrarsi sulle attività che coinvolgeranno gli internati della Casa Lavoro, lo è altrettanto pensare al futuro degli attuali ospiti della casa di reclusione, ponendo attenzione al loro radicamento territoriale, visto che un numero importante è residente nell'Albese e nel Cuneese, ai percorsi trattamentali in atto e le singole situazioni sanitarie e psico-fisiche".
Per il Garante regionale Mellano "si è finalmente a una svolta". "L'Amministrazione penitenziaria - dice - ha annunciato un progetto d'istituto ampio per la ripartenza della casa di reclusione albese. Auspico che l'intera comunità possa essere protagonista attiva di un percorso che porti presto il "Montalto" a una nuova e piena funzionalità".
nextstopreggio.it, 16 aprile 2021
"Guardiamo con preoccupazione alla diffusione del Covid-19 all'interno del carcere di Reggio Emilia. Sono ancora più di 100 i detenuti positivi e 5 quelli ricoverati. Uno scenario complesso a causa del sovraffollamento e dell'isolamento legato all'epidemia, che mina la dignità delle persone recluse e può diventare esplosivo. Occorre quindi intensificare il presidio delle istituzioni.
In questo contesto appare evidente la necessità di pensare all'istituzione di una figura che ancora manca sul territorio di Reggio Emilia, il Garante delle persone private della libertà personale. Un'autorità indipendente a tutela di chi è detenuto in carcere o internato che garantisce la corretta esecuzione della custodia secondo le norme nazionali e internazionali.
Il Garante, per come è definito dall'ordinamento nazionale, esercita il potere di visita senza autorizzazione nelle carceri così come nelle camere di sicurezza, nei centri di espulsione per stranieri, presso i centri di diagnosi e cura o nelle residenze sanitarie assistenziali. Può effettuare colloqui con i detenuti e gli internati e ricevere da loro corrispondenza privata.
Un agevolatore di relazioni e un facilitatore di progetti: figura chiave per la partecipazione dell'intera comunità all'attività di rieducazione, prevista dall'articolo 27 della nostra Costituzione. Se riusciamo a rafforzare il dialogo tra il dentro e il fuori c'è più sicurezza per tutti.
L'emergenza sanitaria ha reso evidente la necessità di un Garante eletto dal consiglio comunale di Reggio Emilia, ma la sua utilità va ben oltre il momento contingente. Un'opportunità per l'intera provincia, che entrerebbe così a far parte di una rete nazionale e internazionale a tutela della dignità, della salute e dell'incolumità delle persone detenute, con l'obiettivo di migliorare il trattamento penitenziario e di rendere la giustizia più equa e accessibile.
Federico A. Amico - Presidente Commissione Parità e Diritti delle Persone, Regione Emilia-Romagna
Nicola Tria - Assessore a Legalità e Coesione Sociale, Comune di Reggio Emilia
Marcello Marighelli - Garante delle Persone Private della Libertà Personale, Regione Emilia-Romagna
di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 16 aprile 2021
Lo scrittore turco Altan era in carcere dal 2016 Il regime spera che scappi. Oltre alla Corte europea lo ha salvato la solidarietà. Ahmet Altan è uscito di prigione. Non è stato vano raccontare quello che gli stava succedendo, non è stato vano fare appello ai lettori per scrivere all'ambasciata turca l'imperativo #FreeAltan, non è stato vano esserci.
Vederlo fuori dalla cella in cui il regime turco l'ha rinchiuso dal 2016 è innanzi tutto la prova che firmare appelli e intervenire con le proprie forze, smonta l'indolenza cinica di credere che nulla valga la pena, che è da anime belle, ingenue e naïf pensare che un regime come quello neo-ottomano di Erdogan potesse smuoversi dinanzi a una catena umana di email o a una pioggia di articoli. Non è così, come Amnesty International sa bene, e infatti è stata protagonista anche in questa vicenda.
So che sei rinchiuso, separato dal mondo, ecco perché con ogni mezzo proverò a farti sapere che non sei solo, che parte del tempo della mia vita sarà accanto all'ingiustizia che stai subendo e la testimonierà. Questo è arrivato ad Altan scrittore, questo arriva a chiunque subisce l'infamia dell'ingiusta detenzione, dei processi farsa, della delegittimazione, della repressione, quando la solitudine diventa lo spazio dell'arbitrio in cui possono farti qualsiasi cosa, e testimone non sarà nemmeno il cielo sotto cui il destino ti ha costretto a vivere. E invece interessarsi significa essere testimone, e i testimoni denunciano, e in molti casi costringono un regime, che deve confrontarsi con il mondo, a prendere decisioni.
Il regime turco, in modo del tutto inaspettato, ha liberato Ahmet Altan due giorni fa dopo che una sentenza della Corte europea dei diritti umani ha stabilito che la sua detenzione, durata più 4 anni, fosse illegittima e costituisse una violazione dei suoi diritti. Non, dunque, una liberazione avvenuta a seguito di una sentenza della Corte di Cassazione Turca - l'ultima volta che ho parlato con Altan è stato nel 2019, proprio la Cassazione aveva annullato la sentenza di condanna, ma pochi giorni dopo la polizia lo aveva riarrestato.
L'intervento della Corte europea per i Diritti Umani ha sancito un precedente importantissimo per la situazione di Altan. La sua vicenda giudiziaria è inverosimile: condannato all'ergastolo con una motivazione assurda (persino comica se non avesse avuto un esito tragico): aver invitato al golpe attraverso messaggi subliminali trasmessi durante una trasmissione televisiva. Poi era intervenuta la Cassazione annullando l'ergastolo, poi un nuovo arresto e una nuova condanna a 10 anni questa volta per aver sostenuto un'organizzazione terroristica. Ora anche questa condanna è annullata.
Ma non è finita qui, mentre scrivo e mando ad Altan il mio messaggio di gioia per la sua liberazione, una sua collega e amica che da sempre lo sostiene nella sua battaglia, Yasmine Congar, mi ricorda che su di loro (questa volta quindi su entrambi) grava l'accusa di diffusione di segreti di Stato con la richiesta di condanna a 52 anni di carcere.
Non è quindi finita per Ahmet Altan e Yasmine Congar, il regime turco, probabilmente, spera, come nel caso della liberazione episodica del 2019, che Altan scappi in esilio e, lasciando la Turchia, dismetta il suo ruolo di testimone.
Solo scegliendo di accogliere le conseguenze della propria lotta è possibile tentare di influenzare il corso delle cose. L'esilio in molti casi è fondamentale per continuare a vivere, per preservare la propria psiche, per salvare i propri familiari o per portare oltre i confini della propria terra le informazioni di ciò che sta accadendo. Ma Ahmet non ha scelto di vivere in esilio, Ahmet ha scelto come il padre, anche lui arrestato negli anni delle giunte militari, come il fratello, anche lui arrestato e poi rilasciato, di vivere il luogo che si vuole cambiare. Se dovesse scegliere di allontanarsi - in molti casi l'ho sperato - la sua lotta non si incrinerebbe e le sue scelte non si comprometterebbero, anzi semplicemente inizierebbe una strada diversa di resistenza.
La Turchia di Erdogan ha arrestato centinaia di giornalisti, professori, operatori sociali, l'Europa può aiutare queste vite a riprendere la libertà, ma con più di una contraddizione, viste le commesse militari che continua ad "onorare" (Italia in testa) con la Turchia e l'appalto, dietro compenso, della gestione delle frontiere orientali dell'Unione Europea. Erdogan ha detto che il presidente Draghi si è comportato in modo scortese nel definirlo dittatore; come definire chi arresta intellettuali, chi chiude i giornali d'opposizione? Come definire chi accusa di terrorismo chiunque difenda la minoranza kurda? Chi lascia morire di fame, in carcere, artisti che scioperano per riottenere la libertà di suonare in pubblico? Erdogan abbia la tempra e finanche l'arroganza - che non gli manca - di accettare la definizione del proprio operato autoritario, e ci risparmi il ridicolo voler apparire come difensore dei valori che non hai mai inteso difendere.
Mentre celebro la libertà di Ahmet Altan, voglio con queste righe ringraziare chi dopo l'appello lanciato dalle pagine del Corriere ha scritto all'ambasciata turca, ha letto i suoi libri, ha fatto valere l'invincibile potenza dell'indignazione davanti all'ingiustizia. Grazie.
Il Riformista, 16 aprile 2021
Il film di Giovanni Meola sarà online su MyMovies dal 24 Aprile. "La Conversione", in un docu-film le storie di un ex-manager e di un ex detenuto. L'ex-manager bancario Vincenzo Imperatore (ora consulente contro gli abusi delle banche) e l'ex-galeotto Peppe De Vincentis (ora attore e drammaturgo) tra soldi, imbrogli e scrittura catartica. La perdizione, prima, la redenzione, poi, in due libri-verità, due spettacoli teatrali e, ora, in un film documentario, 'La Conversione', soggetto e regia di Giovanni Meola.
Dopo il Premio del Pubblico quale Miglior Documentario alla XIX edizione del RIFF - Rome Independent Film Festival, nella categoria 'National Documentary Competition', il film è ora nella selezione ufficiale della XVI edizione del Los Angeles Italia Film Festival, che avrà luogo dal 18 al 24 aprile, nella categoria 'Docu Is Beautiful'.
Peppe era scassinatore, maestro di rapine e contrabbandiere: 30 anni di galera vissuta. Vincenzo era dirigente bancario, poi prima gola profonda del sistema finanziario italiano. Dopo decenni di imbrogli, illeciti di varia natura, reati e accumuli di danaro più o meno legale, Peppe e Vincenzo si incontrano grazie alla macchina da presa di Giovanni Meola.
Nel 2013, Peppe scrive l'autobiografia Il Campo del Male (ed. Pironti), nella quale passa dai ricordi dell'adolescenza al battesimo criminale, alla detenzione in una dozzina di carceri (Poggioreale, Sulmona, Brescia, Rebibbia, Secondigliano, Reggio Emilia ... inclusi due ex-Opg), tra confessione drammatica, sete di cocaina e ironia.
Nel 2014, Vincenzo pubblica il saggio-memoriale rivelazione Io So e Ho le Prove (ed. Chiarelettere), caso editoriale con decine di migliaia di copie vendute, squarciando il velo su 23 anni spesi al servizio della banca più importante del Paese. Con i suoi libri da anni denuncia irregolarità e pratiche illecite del sistema bancario nazionale ed internazionale.
Nel documentario 'La Conversione' i due, nel conoscersi e nello scambiarsi domande e racconti delle loro vite, scoprono il modo di accedere ad una loro personale rinascita. Tra universo sub-proletario e apparati borghesi, penitenze e ricordi, il racconto-documentario del regista/drammaturgo/attore napoletano Giovanni Meola si dipana su più livelli, alternando impianto biopic, inchiesta e formula teatrale. Peppe, originario dei Quartieri Spagnoli, poi sfrattato in una baraccopoli del quartiere Fuorigrotta, aveva già scontato diversi anni di cella nell'ex-Carcere minorile Filangieri, oggi centro culturale-sociale occupato, ribattezzato Scugnizzo Liberato, prima di cominciare la sua vera carriera di rapinatore, e nel film si abbandona con purezza e crudele sincerità al racconto di se stesso e dei suoi anni bui.
Vincenzo, primo laureato della sua famiglia, affamato e voglioso di una scalata sociale perché proveniente dalla più che popolare zona di San Giovanniello, diventa capo-area di un'importante struttura bancaria, per poi perdersi fra etica negata, bonus, sistema Q48 e bugie, rievocando procedure e indottrinamenti matematico para-malavitosi, fino ad ammettere un patologico desiderio di competizione e supremazia. I due uomini da totali estranei finiscono per sentirsi compagni di strada e di personale riscatto, scoprendosi accomunati, all'inizio del loro percorso di vita, dal desiderio di trovare il loro proprio ascensore sociale. Di qualunque natura: spietato, pericoloso, imprevedibile.
Le musiche originali (fisarmonica e voce) di Daniela Esposito evocano malinconia e rimpianto, ma anche volontà di confronto e di cambiamento dei due protagonisti. Senza finzioni e senza rancori. "Sottrarre e ingannare - sostiene il regista Meola - sono state, a lungo, le attività principali delle loro vite. Entrambi, a un certo punto, però, hanno detto basta. Ed entrambi hanno cominciato, fatalmente, a scrivere e a svelare quello che erano stati, quello che avevano fatto e i segreti dei mondi dai quali provengono. Una cena tra loro due, curiosi di conoscersi tra domande e risposte senza remore, è di fatto la spina dorsale del mio racconto. Ciò ha rafforzato la mia intuizione iniziale, cioè che sarebbe stato assai interessante provare a raccontare le storie di Vincenzo e di Peppe in parallelo. Due facce di una Napoli matrigna e da sempre piena di insidie".
Il Resto del Carlino, 16 aprile 2021
Fondazione Cassa di Risparmio e Csi (Centro Sportivo Italiano) di Ascoli, insieme per un progetto a sostegno dei detenuti dell'Istituto penitenziario Marino del Tronto. In un momento di grandi difficoltà legate all'epidemia da Coronavirus, la Fondazione non dimentica ma rafforza la propria funzione sociale, attraverso l'erogazione di un fondo di 2mila euro, destinato a dare vita al progetto riservato ai detenuti, dal titolo "Il mio campo libero".
L'iniziativa rientra nelle attività ideate dal CSI del comitato provinciale di Ascoli, presieduto da Antonio Benigni. Il progetto si svolgerà presso il campo sportivo del carcere e prevede due appuntamenti di calcio settimanali (ognuno della durata di due ore) curati dall'istruttore CSI Valentino D'Isidoro con il coinvolgimento dei detenuti di due sezioni diverse.
La sezione "comune" occuperà il campo il giovedì (dalle 13 alle 15) mentre i detenuti della sezione "protetti e articolazione salute mentale" parteciperanno agli appuntamenti il martedì mattino (dalle 9 alle 11). Il sostegno della Fondazione Carisap, si trasforma in una grande opportunità per i detenuti del Marino in modo speciale per i reclusi della sezione "articolazione salute mentale" affetti da malattie di natura psichiatrica, per i quali l'attività fisica svolta all'aperto rappresenta un'occasione che rende migliore e più salutare la qualità della vita quotidiana.
Il valore del progetto e della sua realizzazione resa possibile dalla Fondazione incide inoltre sul beneficio singolare e collettivo di tutti i detenuti che aderiscono all'iniziativa, sia per gli aspetti prettamente salutari psicofisici legati allo sport, che per combattere il rischio dell'alienazione sociale dettata dall'interruzione dei vari progetti svolti in presenza, così come nel rispetto delle norme anti-contagio Covid-19.
Questo progetto si rende essenziale, poiché è parte di una proposta molto più ampia che il Centro Sportivo Italiano intende attuare, grazie alla collaborazione con la Casa Circondariale di Marino del Tronto e con la Fondazione Carisap, che riguarda la realizzazione di un programma di attività motoria che si sviluppi in 24 mesi di sport educante e rieducante, che proprio grazie alla continuità e periodicità degli allenamenti contribuisca in modo significativo e permanente al benessere psicofisico dei detenuti.
di Massimo Gaggi
Corriere della Sera, 16 aprile 2021
Biden archivia l'illusione di poter esportare la democrazia arginando con la presenza militare feroci dittature che non rispettano i diritti civili. E gli Usa, non lo scopriamo oggi, rinunciano al ruolo di gendarme di un mondo sempre più frammentato.
Ritirando le truppe americane dall'Afghanistan Joe Biden archivia l'illusione - coltivata vent'anni fa dai neoconservatori repubblicani, ma poi diffusa anche tra i democratici - di poter esportare la democrazia arginando con la presenza militare feroci dittature che non rispettano i diritti civili. Buone intenzioni che nel primo scorcio di questo secolo si sono infrante contro realtà storiche difficili da modificare o hanno addirittura fatto saltare precari equilibri, dall'Egitto alla Libia, dallo Yemen alla Siria.
La decisione, coraggiosa e controversa, del presidente democratico va vista a due livelli: quello dei rapporti internazionali coi rischi di un Afghanistan di nuovo radicalizzato che può tornare base di gruppi terroristici mentre Washington pensa di sorvegliare e, se necessario, intervenire da lontano usando la tecnologia dell'intelligence digitale e dei droni.
Ma è importante anche l'aspetto dei riflessi interni negli Stati Uniti, stremati dall'impegno bellico più lungo della loro storia (il Vietnam, l'altro conflitto "senza fine" durò otto anni). Qui Biden, lontano anni luce da Donald Trump per mille aspetti, assume una posizione simile alla sua: la guerra in Asia Centrale liquidata come total waste, una colossale distruzione di risorse, non solo economiche. C'è di più: Biden si appropria di tre caposaldi di Trump - la fine della guerra, ma anche l'aiuto ai forgotten men, l'America impoverita, e il piano per le infrastrutture - cercando di trasformare in fatti quello che il suo predecessore ha annunciato per anni ma non ha mai realizzato.
In termini di proiezione dell'influenza americana nel mondo, questa decisione non rappresenta di certo un momento esaltante, ma contiene una presa d'atto di un mutamento degli scenari internazionali, di errori commessi e anche dei nuovi problemi interni degli Stati Uniti, forse non più rinviabile. Biden lo ha detto con franchezza nel suo messaggio alla nazione quando, da quarto presidente alle prese con questo conflitto, ha sostenuto di non volerlo trasferire al quinto.
Del resto lui era convinto già da più di un decennio che, eliminate le basi di Al Qaeda, l'America dovesse disimpegnarsi dall'Afghanistan "cimitero degli imperi" senza pretendere di imporre democrazia e diritti civili. Nelle sue memorie Barack Obama racconta che, appena divenuto presidente, fu incalzato da Biden, suo vice e contrario all'espansione della presenza militare in Afghanistan, che lo invitava a non farsi chiudere in un angolo dai generali. E George Packer in "Our Man", il suo bel libro sul grande diplomatico Richard Holbrooke, racconta che Biden, incontrando nel 2010 l'allora inviato speciale Usa in Afghanistan, si sfogò in privato, parlando del figlio Beau allora militare a Kabul: "Mio figlio rischia la vita per difendere i diritti delle donne, ma non funzionerà: non li abbiamo mandati lì per questo".
Il ritiro, ovviamente, comporta problemi enormi e di varia natura: intanto il rischio che il governo di Kabul venga spazzato via dai talebani con vendette nei confronti di chi ha collaborato con gli occidentali e il rischio che il Paese torni a offrire riparo a organizzazioni terroriste.
Washington promette che continuerà a incidere sulla politica afghana e a proteggere i suoi alleati anche senza una presenza diretta. Un modello analogo agli interventi antiterrorismo effettuati con una certa frequenza in Africa, dalla Somalia alla Libia. Ma anche gli attacchi coi droni hanno bisogno di intelligence sul terreno e non è chiaro se i governativi afghani potranno continuare a fornirla. Così come non è chiaro il destino delle migliaia di contractor civili che operano in Afghanistan nel campo della sicurezza né quello dei mille soldati-ombra che non compaiono nel conteggio del contingente dei 2.500 che verranno ritirati entro l'11 settembre. Si tratta soprattutto di rangers del Pentagono che sono, però, inquadrati in missioni della Cia. Biden ha detto solo che deciderà in futuro come proteggere i diplomatici e la missione Usa che resterà nel Paese.
Il ritiro può, poi, ampliare il ruolo della Turchia: ospiterà a Istanbul i negoziati tra le diverse forze afghane e, in virtù del suo ruolo di mediazione, per ora potrebbe non ritirare il suo contingente militare, presente nel Paese nell'ambito del dispositivo della Nato. Potenzialmente un riferimento prezioso per l'intelligence americana.
Intanto sembra al crepuscolo la filosofia dell'ingerenza umanitaria e della rimozione di feroci dittatori: idee che si erano rafforzate anche a sinistra con l'intervento militare contro i genocidi nella ex Jugoslavia e, poi, con le illusioni internettiane alimentate dai giovani di piazza Tahir al Cairo. Tutte cose passate attraverso il tritacarne della dittatura militare in Egitto, della devastazione della Libia (con influenze russe e turche) dopo l'eliminazione di Gheddafi e anche di altri episodi come l'umiliante rinuncia di Obama a punire Assad per il suo uso di armi chimiche contro i ribelli e anche contro la popolazione civile.
L'America, non lo scopriamo oggi, si sta ritirando dal suo ruolo di gendarme di un mondo sempre più frammentato, mentre, dal Golfo all'Asia meridionale, cresce il ruolo delle potenze regionali. Pesa anche la pandemia che ha cambiato le priorità. E, dopo gli anni della tempesta trumpiana, gli Stati Uniti, più che dare lezioni di democrazia al mondo, devono pensare soprattutto a riparare le ferite interne che qualche mese fa hanno fatto vacillare le sue istituzioni.











