di Giulia Merlo
Il Domani, 27 maggio 2021
la proposta del partito democratico. Enrico Letta ha proposto che avvocati e professori facciano parte e votino nell'organo territoriale che giudica la professionalità delle toghe. Il "parlamentino" dell'Anm contrario: "Mina l'indipendenza e serenità". Attualmente, circa il 99 per cento delle toghe ottiene giudizio positivo ogni quattro anni dai voti dei propri colleghi e procede nella carriera. L'Anm ha votato un documento contrario alla proposta del Pd, l'unica voce critica è arrivata da Magistratura democratica: "Pensare che i magistrati si comportino diversamente perché hanno paura di un membro laico è offensivo", ha detto Silvia Albano.
È bastata un'agenzia stampa per mandare in agitazione i magistrati: il Partito democratico ha proposto di inserire nella riforma dell'ordinamento giudiziario (il cui termine per gli emendamenti scade giovedì 27 maggio) la previsione che "i componenti avvocati e professori universitari dei consigli giudiziari abbiano il diritto di intervento e anche di voto sulle deliberazioni inerenti alle valutazioni di professionalità dei magistrati". Risultato: nella riunione di domenica il comitato direttivo centrale dell'Associazione nazionale magistrati ha votato una delibera proposta dal gruppo di Unicost contraria alla proposta in cui si stigmatizzano la "generale sfiducia verso il corpo giudiziario" e la disarmonicità rispetto all'ordinamento, inoltre "il diritto di voto agli avvocati nelle valutazioni di professionalità determinerebbe un grave vulnus all'indipendenza e alla serenità di giudizio dei magistrati".
In effetti, se la proposta verrà presentata e approvata si tratterebbe di una piccola rivoluzione copernicana nel mondo della magistratura. I consigli giudiziari, infatti, sono dei piccoli Csm: organi collegiali presenti nei 26 distretti di corte d'appello e sono composti da magistrati togati eletti nel territorio e dal presidente della corte d'appello e dal procuratore generale della corte d'appello, cui si aggiungono un avvocato per foro e un professore universitario come membri laici con diritto di tribuna (parziale o a tutte le sedute, a seconda dei regolamenti interni ai singoli consigli). Il compito principale - accanto a quello di dare pareri su questioni tecniche e di organizzazione - è di rendere ogni quattro anni valutazioni di professionalità dei magistrati, necessarie per gli avanzamenti di carriera. Per questo includere soggetti terzi rispetto al potere giudiziario all'interno dei consigli è sempre stato un tabù: secondo le toghe, infatti, le valutazioni dei magistrati devono essere fatte solo da altri magistrati e non da componenti laici.
I dati - Eppure, una delle principali critiche mosse all'attuale funzionamento del sistema di valutazione dei consigli giudiziari è che di fatto non viene "bocciato" nessuno. Le valutazioni possibili sono tre: positiva, non positiva e negativa. Le ultime statistiche disponibili, reperibili sul sito del Consiglio superiore della magistratura, mostrano come la percentuale di magistrati promossi con valutazione positiva dal 2008 al 2016 sono in media il 98,2 per cento. Il picco più alto nel 2015, con il 99,5 per cento di valutazioni positive, il più basso nel 2012 con il 97,1 per cento.
L'attuale sistema è entrato in vigore con la riforma del 2006: la legge apparentemente fissa criteri molto rigidi sulla valutazione, ma nella pratica ha prodotto una sorta di promozione generalizzata. Il risultato è che, unico caso tra i paesi con ordinamento simile a quello italiano, praticamente tutti i magistrati raggiungono il livello massimo di carriera, stipendio e pensione. I dati mostrano che, prima di questo metodo, il vertice della carriera arrivavano solo 1,1 per cento dei magistrati in servizio, mentre con la riforma ci arriva circa il 23 per cento. La ragione di tale cortocircuito, tuttavia, starebbe in come le norme sono state riformate: prima del 2006, le valutazioni negative non erano mai automaticamente causa di "dispensa dal servizio", ma tendenzialmente ritardavano solo di qualche anno la carriera. Il nuovo sistema, invece, prevede che, dopo due valutazioni negative, scatti la dispensa. Una conseguenza che sarebbe considerata inaccettabile ed eccessiva e che dunque produrrebbe il profluvio di valutazioni positive, in assenza di una maggiore gradualità dei giudizi.
Gli argomenti dell'Anm - Il dibattito durante il Cdc di domenica è stato necessariamente breve ed è arrivato alla fine dei lavori, con una inversione dell'ordine del giorno che ha permesso la votazione del documento presentato da Unicost con un confronto durato poco più di un'ora. Nel documento approvato a maggioranza si legge che la proposta del Pd sottintende "l'asserita inidoneità dei consigli giudiziari di essere giudici terzi ed imparziali in occasione delle valutazioni dei colleghi, traducendosi nella negazione dello stesso concetto di autonomia dell'organo di governo locale". La contrarietà alla presenza e il voto degli avvocati è stata giustificata con due ragioni: così si minerebbe "all'indipendenza ed alla serenità di giudizio dei magistrati nel quotidiano esercizio della giurisdizione e nella dialettica processuale"; inoltre non esiste reciprocità perché "tale partecipazione non sarebbe nemmeno bilanciata da una analoga presenza dei magistrati in seno ai consigli dell'ordine" e non sono previste "incompatibilità di sorta per gli avvocati che facciano parte anche dei consigli dell'ordine".
Una linea, questa, che ha convinto la maggioranza dei membri dell'Anm, ad eccezione di Magistratura democratica. In particolare Silvia Albano è intervenuta duramente contro il documento, contestando entrambe le argomentazioni. "Oggi commemoriamo Giovanni Falcone: pensare che i magistrati si comportino diversamente perché hanno paura di un membro laico che assiste o partecipa con un voto sul totale dei componenti del consiglio giudiziario è offensivo nei confronti di chi esercita la professione con etica e rettitudine", ha detto Albano ricordando anche che al Csm un terzo dei membri è laico per previsione costituzionale.
Inoltre è intervenuta anche sul fronte dell'opportunità di una delibera così oppositiva: "Soprattutto in questa fase storica, una chiusura corporativa sulle valutazioni di professionalità è un autogol: parliamo dell'autogoverno come casa di vetro ma temiamo che alle valutazioni di professionalità abbiano diritto di tribuna gli avvocati". Quanto al tema della reciprocità, Albano ha ricordato che gli avvocati ovviamente non hanno valutazioni di professionalità ma che nel procedimento disciplinare forense il pubblico ministero viene avvisato dell'inizio del procedimento, ha diritto di parteciparvi prendendo conclusioni e ha facoltà di impugnare ogni decisione.
Ad oggi, tuttavia, nessun gruppo associativo si è espresso ufficialmente in favore del voto ai laici. Oggi il testo base della riforma dell'ordinamento giudiziario depositato alla Camera prevede all'articolo 3 di rendere permanente solo il diritto di tribuna dei membri laici, che già sarebbe però previsto dai regolamenti di circa un terzo dei consigli giudiziari italiani. Sul diritto di tribuna, l'unica ad essersi detta favorevole è Md. Tutti gli altri gruppi, invece, sarebbero contrari a che un non magistrato assista a come si svolge la valutazione di professionalità. Che il tema sia controverso, tuttavia, lo dimostra lo scontro avvenuto a Bari a dicembre 2020, quando il consiglio giudiziario ha approvato a maggioranza una modifica di regolamento per impedire ai laici di partecipare alle sedute in cui si effettuano valutazioni professionali o disciplinari sui magistrati, scatenando polemiche e dimissioni degli avvocati.
La mossa della politica - Le toghe hanno dunque letto come un attentato alla loro indipendenza la mossa del Pd di voler introdurre non solo il diritto di tribuna ma anche di voto per i membri laici e il timore è che sulla scia dei dem possano convergere anche i Cinque stelle. Il tema, infatti, era stato sollevato anche due anni fa quando l'allora guardasigilli Alfonso Bonafede aveva paventato la stessa ipotesi, tornando sui suoi passi in seguito alla levata di scudi dell'Anm. La posizione del Pd è gradita anche all'Unione camere penali, che tra le sue proposte di emendamento al ddl penale ha inserito anche la responsabilità professionale dei magistrati.
"I giudizi e le valutazioni di professionalità ogni quattro anni sono puramente formali", ha detto il presidente Giandomenico Caiazza, chiedendo una maggiore responsabilizzazione della magistratura, con una giurisdizione che deve essere "frutto dell'interazione con avvocatura e accademia, chiamati a intervenire su giudizi di professionalità". Se l'emendamento del Pd arrivasse, dunque, la questione potrebbe aprire un nuovo scontro tra toghe e parlamento.
di Giulia Merlo
Il Domani, 27 maggio 2021
Piercamillo Davigo è un ex magistrato italiano, presidente della II sezione penale presso la Corte suprema di cassazione ed ex membro togato del Csm. La parabola dell'ex magistrato di Mani pulite inizia nel 2019, quando vota per Marcello Viola al vertice della procura della Capitale per il post Pignatone. Segue la rottura con il collega Ardita, il cambio di voto a sostegno di Prestipino e infine l'incauta presa in consegna dei verbali di Amara, con le comunicazioni informali al senatore Nicola Morra.
Quella che ha trasformato l'ex magistrato Piercamillo Davigo da accusatore ad accusato è una discesa per tappe. Per capire come sia stato possibile che il dottor Sottile di Mani pulite, che del pool era considerato il più abile nel leggere e applicare le norme, sia oggi stato ribattezzato "Pieranguillo" per il suo modo di eludere le domande sul caso dei verbali di Amara, bisogna partire dal 2015. È l'anno che segna la discesa in campo nella politica giudiziaria di Davigo e l'anno della fondazione di Autonomia e Indipendenza, il gruppo associativo che nasce da una scissione con le toghe conservatrici di Magistratura indipendente in rottura con la linea dell'allora capocorrente Cosimo Ferri, e rivendica la separazione netta tra politica e giustizia.
Davigo da dieci anni è consigliere di Cassazione e il suo nome è ancora indissolubilmente legato all'inchiesta di Tangentopoli: diviene presidente di A&I, e nel 2016 si candida alle elezioni dell'Associazione nazionale magistrati. Il suo nome ispira fiducia e anche se la corrente è appena nata, lui riscuote immediato consenso, tanto da diventare presidente dell'Anm nel 2016 e venire eletto al Consiglio superiore della magistratura nel 2018 insieme a Sebastiano Ardita.
Eppure, secondo molti colleghi la dimensione politica non gli apparterrebbe: uomo di battaglie giuridiche, Davigo si muove con poca dimestichezza nell'ambiente della politica togata che oggi è noto come "il sistema Palamara", fatto di incontri e di equilibri tra poteri più che di dibattiti di diritto. Molti hanno guardato infatti a Davigo come a un simbolo, più che a un tradizionale capocorrente con poteri di direzione operativa. Una distinzione determinante, che potrebbe spiegare molte delle scelte che hanno portato Davigo a trovarsi, suo malgrado, protagonista nella vicenda della presunta loggia Ungheria.
La nomina di Viola - Il primo errore tattico ha una data precisa ed è il 23 maggio 2019: esattamente due settimane prima del dopocena all'hotel Champagne che farà deflagrare il caso Palamara ai primi di giugno dello stesso anno. Davigo è membro della quinta commissione del Csm, che si occupa delle nomine e a cui spetta il voto preliminare sui candidati ai vertici degli uffici giudiziari del paese, che indicano al plenum la rosa di nomi tra cui scegliere. Bisogna nominare il nuovo capo della procura di Roma dopo il pensionamento di Giuseppe Pignatone del 9 maggio e la lista di nomi usciti dalla commissione stupisce tutti: il più votato è il procuratore generale di Firenze Marcello Viola con quattro voti, a seguire con un voto a testa il capo della procura di Palermo Franco Lo Voi e il procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo.
Il vantaggio di Viola - appartenente come Lo Voi alla corrente di Magistratura indipendente - spiazza tutti per due ragioni. La prima è che la sua nomina sarebbe in discontinuità con la influente guida di Pignatone e guarda alla parte più conservatrice della magistratura, quando invece l'asse che fino a quel momento ha guidato le scelte si appoggia sulla corrente progressista di Area. La seconda è che in favore di Viola ha votato anche Davigo, che quindi ha appoggiato uno degli ex compagni di Mi, da cui però si era polemicamente separato solo quattro anni prima. Una scelta, questa, che non è stata motivata dal consigliere e che, secondo alcune fonti interne alle correnti che all'epoca hanno gestito il passaggio di nomina, sarebbe stata il frutto di una linea condivisa.
Il voto per Viola, tuttavia, diventa un boomerang appena scoppia lo scandalo Palamara. Quello del pg di Firenze (inconsapevole degli accordi intorno alla sua candidatura), infatti, è il nome su cui convergono gli invitati alla cena dell'hotel Champagne - Palamara, Cosimo Ferri, alcuni consiglieri del Csm e Luca Lotti - per pilotare la nomina al vertice della procura della Capitale, le cui intercettazioni ancora coperte da segreto finiscono sui giornali. Così scoppia il caso anche se, nella confusione dei giorni successivi e nel mulinello di nomi che piano piano emergono dalle chat e dalle intercettazioni, la figura di Davigo finisce sullo sfondo. Contemporaneamente, matura la sua frattura con il collega di corrente Sebastiano Ardita.
Il Csm corre ai ripari, invalida la votazione del 23 maggio e il 14 gennaio 2020 la quinta commissione torna a esprimersi sulla rosa di candidati per Roma da presentare al plenum. Il nome di Viola è evidentemente bruciato dopo lo scandalo e al suo posto - accanto ai confermati Lo Voi e Creazzo - subentra Michele Prestipino, procuratore aggiunto nella Capitale e in quel momento reggente come facente funzioni, nonché braccio destro di Pignatone.
L'unico a votarlo è Davigo che, dopo aver imprevedibilmente votato Viola in maggio, ora vira su Prestipino e lo "candida" a presentarsi davanti al plenum. Anche nella votazione finale lo sostiene, discostandosi dalla posizione dei suoi due colleghi di gruppo associativo, Ardita e Di Matteo, che al plenum convergono entrambi su Creazzo.
Il cambio di fronte è clamoroso: dal candidato di discontinuità e proveniente dalla corrente moderata, a quello che più garantisce la continuità con l'operato di Pignatone e che viene nominato procuratore capo dal plenum del 4 marzo con i voti della corrente progressista di Area, pur essendo sulla carta il meno titolato del gruppo di candidati. Oggi, proprio la farraginosità della procedura è costata al Csm l'annullamento della nomina con sentenza del Tar Lazio e confermata dal Consiglio di stato, che tra le motivazioni indica anche la carenza di motivazione che invece sarebbe stata necessaria per il cambiamento di voto di Davigo.
I verbali di Amara - Cronologicamente, i fatti emersi nelle scorse settimane vanno collocati poco dopo la nomina di Prestipino a Roma, nel marzo 2020. È a ridosso di questo momento che Davigo riceve dal sostituto procuratore milanese Paolo Storari i verbali dell'ex avvocato dell'Eni Piero Amara. Storari chiede consiglio a Davigo perché non condivide quella che ritiene un'inerzia da parte del procuratore di Milano Francesco Greco e dell'aggiunta Laura Pedio nel non aprire un fascicolo sulle notizie contenute nei verbali. Nei verbali, infatti, si delinea l'esistenza di una presunta loggia segreta Ungheria, in cui compare anche il nome di Sebastiano Ardita.
Quello di Amara, tuttavia, è un nome noto a Davigo e che si intreccia con il caso Palamara: a inizio 2019 il pm romano Stefano Fava, infatti, parla con Davigo e Ardita proprio di dissapori e di possibili conflitti di interesse da parte dell'aggiunto Paolo Ielo e del procuratore Pignatone nella gestione del fascicolo romano su Amara.
È in questa fase che Davigo fa una serie di scelte di condotta che oggi lo espongono al rischio di conseguenze penali. Davigo, infatti, non suggerisce a Storari di fare un esposto formale al Csm ma accetta i verbali di Amara in formato word e senza i timbri di procura (elemento che esclude il reato di ricettazione) e mette personalmente al corrente del loro contenuto i vertici del Csm: il vicepresidente David Ermini, il procuratore generale di Cassazione Giovanni Salvi e il primo presidente di Cassazione Pietro Curzio. Non solo, ne parla anche con il consigliere di Area Giuseppe Cascini, con quello di A&I Giuseppe Marra e con il laico Cinque stelle Fulvio Gigliotti. Con tutti, però, lo fa in modo informale e senza lasciare traccia scritta che permetta di mettere in moto un qualche tipo di azione da parte del Consiglio.
Proprio questa procedura insolita è una delle principali zone grigie del caso della loggia Ungheria. Davigo sostiene di aver agito in modo corretto, in coerenza con una circolare del Csm del 1994. Quella circolare, tuttavia, dice che "il pm che procede deve dare immediata comunicazione al Consiglio con plico riservato al Comitato di presidenza di tutte le notizie di reato nonché di tutti gli altri fatti e circostanze concernenti magistrati che possono avere rilevanza rispetto alle competenze del Consiglio" e che "può ritenersi consentito il superamento del segreto investigativo ogni qualvolta questo possa rallentare o impedire l'esercizio della funzione di tutela e controllo da parte del Csm".
Al Csm l'interpretazione condivisa è che la circolare non legittimi affatto un procuratore a rivelare segreti d'indagine a un membro del Csm a sua scelta. Inoltre, le regole del segreto istruttorio sono disciplinate dal codice di procedura penale e dal decreto legislativo 109 del 2006: solo il procuratore generale presso la Cassazione, con il nulla osta del procuratore capo e se lo ritiene necessario ai fini delle determinazioni sull'azione disciplinare, può acquisire atti coperti da segreto investigativo senza che il segreto possa essergli opposto.
L'informalità tenuta in tutte le sue interlocuzioni sul dossier Amara rischia di essere un problema per Davigo, anche perché lo stesso pm Storari - oggi indagato a Brescia per rivelazione di segreto d'ufficio - ha scaricato su di lui le responsabilità. "Tecnicamente il dottor Davigo era persona autorizzata a ricevere quegli atti, tale si era qualificato, e in tal senso aveva autorizzato il dottor Storari", ha detto il suo avvocato Paolo della Sala.
Inoltre, in questa vicenda Davigo commette un secondo passo falso: lascia i verbali in formato digitale nel suo pc al Csm e proprio da qui, dopo il suo pensionamento, sarebbero stati trovati, stampati e inviati in plico anonimo alle redazioni del Fatto Quotidiano e di Repubblica, oltre che al togato Nino Di Matteo che - nell'aprile 2021 - denuncia pubblicamente davanti al plenum di aver ricevuto i verbali segreti e li definisce calunniosi nei confronti di Amara. Oggi, per l'invio dei verbali è indagata per calunnia l'ex segretaria di Davigo, Marcella Contrafatto.
La confidenza a Morra - L'ultimo tassello della vicenda legata ai verbali sono le recenti dichiarazioni del presidente della commissione Antimafia ed ex parlamentare Cinque stelle Nicola Morra. Proprio le sue parole rischiano di essere un problema per l'ex pm di Mani Pulite. Morra, infatti, ha rivelato di essere stato messo a conoscenza dei verbali segreti sempre da Davigo, in un'occasione in cui si era recato al Csm per parlare con il togato e con Ardita.
Il racconto di quell'incontro è stato fatto dallo stesso Davigo a DiMartedì: "Il senatore Morra, presidente della commissione Antimafia, è venuto da me e voleva in quel momento parlare con Ardita, con il quale avevo interrotto i rapporti perché in passato si erano verificati alcuni fatti che avevano fatto venire meno il rapporto fiduciario", sono state le parole di Davigo, che ha spiegato che, siccome Morra insisteva a chiedergli di parlare tutti e tre insieme, "L'ho fatto uscire e gli ho spiegato che oltre alle altre ragioni per cui non volevo parlare con Ardita c'è anche una questione che potrebbe riguardare una associazione segreta. E gli ho ricordato che nella sua qualità di pubblico ufficiale, come presidente dell'Antimafia, era tenuto al segreto".
I fatti sono stati confermati dallo stesso Morra, ma le loro posizioni divergono su un punto: il parlamentare sostiene (e lo ha dichiarato anche davanti ai magistrati di Roma) che Davigo gli avrebbe mostrato fisicamente i verbali, l'ex magistrato invece nega.
Tuttavia le intenzioni di Morra sono chiare e vengono spiegate da lui stesso sempre in televisione: "A seguito della notizia della rottura all'interno del gruppo di Autonomia e Indipendenza, per mia iniziativa ho cercato di ragionare con il dottor Davigo e il dottor Ardita, per ricomporre un quadro che a me sembrava particolarmente convincente perché doveva eradicare il sistema correntizio". In sostanza, Morra avrebbe tentato di farsi mediatore nella crisi tra Davigo e Ardita perché li riteneva il suo punto di riferimento in materia di politica giudiziaria. Davigo, a parziale spiegazione della rottura, lo avrebbe informato dei verbali sulla loggia Ungheria e della presenza del nome di Ardita.
Il procedimento Palamara - Altra vicenda cronologicamente successiva riguarda la decisione di Davigo di rimanere membro della sezione disciplinare che, nel luglio 2020, inizia il procedimento che poi porterà alla radiazione di Luca Palamara dalla magistratura. La difesa di Palamara ne chiede la ricusazione dal collegio e lo cita come testimone, perché Davigo nel marzo 2019 ha incontrato a pranzo insieme ad Ardita il magistrato romano Stefano Fava (oggi indagato a Perugia per rivelazione del segreto d'ufficio e favoreggiamento), che li ha messi al corrente delle divergenze e dei possibili conflitti di interesse dentro la procura di Roma, che poi sono stati oggetto di un esposto richiamato nelle incolpazioni al Csm rivolte a Palamara.
In particolare Fava mette al corrente Ardita e Davigo della sua volontà di presentare un esposto al Csm (cosa che fa il 27 marzo 2019) nei confronti del suo procuratore capo, Giuseppe Pignatone. "La questione era se il procuratore si dovesse astenere nei procedimenti che riguardavano ben tre degli indagati in oggetto, Amara, Bigotti e Balistreri. Risultava che questi avessero conferito incarichi professionali al fratello del procuratore, che fa l'avvocato e si chiama Roberto Pignatone. Insomma, io ritenevo che il capo del mio ufficio si dovesse astenere. E a quel pranzo parlammo della faccenda e dei miei contrasti con Pignatone proprio per questa ragione", ha detto Fava in una intervista a Libero.
Ascoltato dalla procura di Perugia, anche Ardita avrebbe dato la stessa versione, dichiarando a verbale: "A un certo punto Fava iniziò a evidenziare alcuni problemi che aveva nella gestione dei procedimenti alla Procura di Roma. Parlò di alcune consulenze che il fratello di Pignatone aveva fatto per qualche indagato eccellente, se non ricordo male per l'avvocato Amara. Disse che questi rapporti del procuratore creavano dei problemi all'ufficio e anche alla sua attività investigativa".
Tradotto: Davigo sarebbe stato parte di un circuito di conoscenze e confidenze che lambivano la partita intorno alla procura di Roma. Non solo, risulta che Palamara avrebbe presentato un libro dello stesso Davigo e poi gli avrebbe dato un passaggio in macchina per tornare a casa, ma della conversazione di quella sera non ci sarebbe traccia perché il trojan installato sul cellulare di Palamara quella sera era spento. Davigo, tuttavia, sceglie di non astenersi.
L'istanza di ricusazione viene respinta e lui partecipa: viene anzi considerato uno dei grandi accusatori di Palamara. La sua presenza comporta anche una insolita accelerazione del procedimento disciplinare. Il 19 ottobre del 2020 per Davigo, infatti, scatta il pensionamento per raggiunti limiti di età e la sua decadenza da consigliere del Csm e quindi dal collegio disciplinare rischia di far saltare tutto il procedimento. Ecco che allora vengono fissate udienze a tappe forzate - tanto che uno dei motivi del ricorso in cassazione di Palamara contro la sentenza del disciplinare, oltre alla presenza di Davigo in possibile conflitto di interesse, è anche la compressione del diritto di difesa - e Palamara viene espulso l'8 ottobre.
Il pensionamento - Nominato Prestipino al vertice della procura di Roma ed espulso Palamara, l'ordine interno sembrerebbe ricomposto con una maggioranza relativa legata ad Area, ma per Davigo si apre lo scontro più duro. Lui vorrebbe completare il mandato al Csm anche dopo il pensionamento. Non è mai successo prima, ma si appiglia a un cavillo: il pensionamento non è causa espressa di decadenza dall'incarico di consigliere.
Tuttavia il Consiglio deve votare e a Davigo serve la maggioranza dei membri. Di quel che accade in quei giorni ci sono varie ricostruzioni. Secondo alcune fonti, Davigo avrebbe sperato di avere la maggioranza proprio perché era stato decisivo nella nomina del procuratore di Roma e nel caso Palamara. Secondo altri, invece, il sistema delle correnti prima lo ha usato per risolvere quelle due spinose vicende e poi se ne é liberato.
I fatti certi sono i seguenti: proprio il giorno della votazione sulla sua decadenza, Davigo non può essere presente al Csm perché viene chiamato a Perugia dal procuratore capo Raffaele Cantone per essere ascoltato come testimone nel processo penale a carico di Palamara. Un legame con quel processo che incrina ulteriormente l'opportunità del suo ruolo di giudicante nel disciplinare del Csm. Nel mentre, la maggioranza del Csm vota contro di lui: determinante è il voto sfavorevole di Nino Di Matteo, consigliere indipendente ma eletto con la corrente di Davigo. Dopo il suo intervento si astengono tre consiglieri di Area (due invece voteranno a favore, come sembrava essere l'orientamento iniziale del gruppo) mentre votano contro i vertici della Cassazione (sia Giovanni Salvi che Pietro Curzio sono di area Magistratura democratica). Così Davigo esce di scena dal Csm, anche se propone immediatamente ricorso contro la decisione.
La somma di questi passi falsi porta a due possibili conseguenze: una di tipo penale e una politica. Sul fronte politico, le dichiarazioni del parlamentare grillino Nicola Morra che ha parlato di Davigo come "punto di riferimento" e che da lui è stato messo al corrente dei contenuti dei verbali aprono un problema alla corrente di Autonomia e Indipendenza, che era nata proprio dalla proclamata necessità di una distanza chiara tra partiti e giustizia. Sul piano penale, l'informalità nel trattare i verbali segreti consegnati da Storari rischia di complicare la posizione di Davigo.
Proprio il fatto che Morra si sia recato a rendere dichiarazioni spontanee ai magistrati di Roma potrebbe aprire all'ipotesi di un procedimento penale con l'ipotesi di rivelazione di segreto d'ufficio a carico di Davigo. Non c'è notizia che questo sia avvenuto, ma il rischio è concreto perché la norma è chiara: il pubblico ufficiale che "violando i doveri inerenti le sue funzioni" o comunque "abusando della sua qualità" rivela notizie che devono rimanere segrete o "ne agevola in qualsiasi modo la conoscenza" rischia da sei mesi a tre anni di reclusione.
di Erica Manna
La Repubblica, 27 maggio 2021
La figura del Garante dei detenuti esiste: dal 29 marzo. Ma a due mesi dalla sua istituzione, votata dall'assemblea legislativa della Liguria, rimane una casella vuota: "Siamo in attesa che il garante venga eletto, è necessario che diventi operativo. E chiediamo di essere coinvolti nella scelta".
A fare appello alla Regione è la Rete Tematica Carcere, attiva dal 2010 e facilitata dal Centro di Servizio al Volontariato (Celivo), gruppo che dal 2019 è composto da associazioni che operano nel campo della solidarietà. E che, attraverso una lettera indirizzata al Consiglio Regionale, snocciola le urgenze non più rinviabili. Una su tutte, il sovraffollamento delle carceri liguri ormai endemico, sommato al Covid: "Ci sono stati 42 contagi nelle carceri qui in Liguria - spiega Ramon Fresta del Ceis Genova, portavoce per la Rete Tematica Carcere - e le misure di alleggerimento adottate per contenere la pandemia hanno inciso meno, in percentuale, rispetto alle altre regioni".
Nell'unico carcere femminile (ovvero Pontedecimo), peraltro, lo spazio è già ridotto perché diviso con la sezione dedicata ai sex offenders, "gli ambienti dove vengono svolte attività trattamentali sono poco idonei e insalubri", prosegue il documento. Altro nodo: "La presenza in carcere di cittadini che non possono accedere alle misure alternative alla detenzione esclusivamente a causa della mancanza di domicilio o di mezzi di sostentamento".
E poi la carenza di strutture ad hoc per persone con gravi problemi mentali. Infine: "Le due carceri di Genova, da inizio anno, sono guidate da direttori reggenti, così come l'Ufficio di esecuzione penale esterna di Genova e Savona, da quasi due anni affidato al direttore di quello torinese".
Emblematico, conclude Fresta, che l'anno scorso si sia chiuso con il suicidio di un detenuto a Pontedecimo, il 4 dicembre, e si sia aperto con quello di un altro, il 2 gennaio a Marassi. Sul fronte garante per i detenuti, l'altro ieri su proposta dei consiglieri Pd (prima firmataria Cristina Lodi) è stata approvata la delibera per istituire una figura gemella rispetto a quella regionale.
ansa.it, 27 maggio 2021
Giudice dovrà decidere se archiviare o disporre nuove indagini. È fissata per il 7 giugno davanti al Gip del tribunale di Modena Andrea Romito l'udienza per decidere sull'archiviazione del fascicolo sugli 8 detenuti morti durante la rivolta scoppiata nel marzo 2020 nel carcere di Modena. La Procura ha chiesto l'archiviazione, sostenendo che i decessi sarebbero da ricondurre a un'overdose di metadone e benzodiazepine dopo il saccheggio della farmacia del Sant'Anna.
Alla richiesta del pm si sono opposti l'avvocato Luca Sebastiani, che assiste i familiari di Chouchane Hafedh, uno dei morti, l'associazione Antigone e il Garante nazionale, che chiedono di valutare eventuali omissioni e ritardi nei soccorsi. Per il 7 giugno davanti al tribunale è previsto un presidio di associazioni, tra cui il comitato 'Verità e giustizia per la strage del Sant'Anna'. Il Gip dovrà stabilire se accogliere l'archiviazione o disporre nuove indagini.
di Giuliana Covella
Il Mattino, 27 maggio 2021
I detenuti del reparto Ionio del carcere di Secondigliano scrivono ai garanti regionale e comunale, Samuele Ciambriello e Pietro Ioia: "Allo stato dell'arte in questo carcere oggi ci sono concrete possibilità che non si muoia per Covid ma per altro", si legge nella lettera. Una missiva dove si parla di "incresciosa e gravissima situazione per quel che concerne il dilagare dell'infezione". Già lo scorso gennaio - come si ricorderà - erano risultati 38 i detenuti positivi al virus nei reparti Ionio e Tirreno. Oltre a 26 agenti di polizia penitenziaria e un medico, sempre nello stesso mese di gennaio, come riportato dal garante regionale Ciambriello a margine di una visita nell'istituto di pena in quei giorni.
Ora le preoccupazioni sono quelle di un gruppo di reclusi, che ha ritenuto opportuno sottoporle a chi è incaricato di tutelare i loro diritti. "Ma questo è solo uno dei problemi - scrivono i carcerati - la cosa più paradossale è che con la motivazione dell'emergenza sanitaria un intero reparto che conta all'incirca 300 reclusi ad oggi tra contagiati e non sta subendo una chiusura h 24 dove sono stati compressi ora d'aria, socialità e sospese tutte le attività a scopo ludico e didattico". Inoltre "stiamo subendo spostamenti continui - è scritto ancora nelle tre pagine - da una sezione all'altra come se fossimo pacchi postali e ciò che sta creando una grave destabilizzazione psicologica dovuta in parte al timore di un eventuale contagio".
Tante le domande a cui chiedono risposte i detenuti in questo lungo scritto: "perché ci sono state revocate le 2 telefonate precedentemente concesse a causa del Covid?". La risposta sarebbe stata una circolare del Dap, "che però nessuno ci ha mostrato", fa notare chi scrive. Poi l'accorato appello ai due garanti: "anche nei confronti di un animale ci si comporta diversamente. Per questo vi chiediamo di far valere i nostri diritti, come fate quotidianamente", concludono i detenuti di Secondigliano.
di Francesca Sabella
Il Riformista, 27 maggio 2021
Numeri choc nel report annuale: nel 2020 ben 47 detenuti hanno tentato di togliersi la vita in prigione. Sovraffollamento, carenza di personale, diritto alla salute calpestato e tentativi di suicidio in costante aumento: è un quadro a tinte fosche quello che emerge dalla relazione annuale stilata da Pietro Ioia, garante napoletano dei diritti dei soggetti privati della libertà personale, sulle condizioni delle carceri cittadine.
Il sovraffollamento è una piaga che affligge il nostro territorio da decenni: nelle carceri regionali sono ristretti 6.403 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 6.052, il tasso di affollamento oscilla da anni tra il 119 e il 120% e, per numero complessivo di detenuti, la Campania è seconda solo alla Lombardia. In questo contesto spicca Poggioreale che, alla fine del 2020, accoglieva 1.991 reclusi, di cui 286 stranieri, a fronte dei 1.571 posti disponibili. Meno gravosa, ma comunque complessa, la situazione nel carcere di Secondigliano, in cui i 1.037 posti a disposizione sono occupati da 1.249 persone di cui 81 straniere.
Tornando a Poggioreale, tra i penitenziari più grandi ma anche più affollati in Italia, è il numero dei detenuti in attesa di giudizio: il report presentato da Ioia parla di 997 imputati, dunque non ancora condannati in via definitiva, 992 condannati e due internati.
Il sovraffollamento non è l'unica criticità. Pesa, infatti, la mancanza di personale: gli agenti di polizia penitenziaria presenti a Poggioreale sono 775 contro i 911 previsti in pianta organica, 13 gli educatori a fronte dei 22 necessari e 57 i titolari di incarichi amministrativi anziché 68. A questo si aggiungono le carenze strutturali: molte celle ospitano fino a 12 detenuti, in alcune mancano la doccia e l'acqua calda.
Non è un caso, dunque, che nel 2020 otto detenuti si siano tolti la vita nelle carceri campane, due dei quali a Poggioreale e uno a Secondigliano; in totale, però, le persone che hanno tentato di togliersi la vita sono state addirittura 47, di cui 33 a Poggioreale e 14 a Secondigliano. Durante i primi 13 mesi del suo mandato, che terminerà nel 2024, il garante Ioia ha incontrato più volte i detenuti che hanno tentato il suicidio e ora, insieme con le istituzioni del mondo carcerario, sta tentando di mettere nero su bianco un piano per ridurre il rischio di suicidi dietro le sbarre.
Tra i principali nodi da sciogliere resta il diritto alla salute, ancor più compromesso con il sopraggiungere della pandemia: in carcere gli spazi sono stretti, rispettare il distanziamento è pressoché impossibile e i contatti con gli agenti della polizia penitenziaria (che entrano ed escono continuamente dagli istituti) espongono i detenuti al contagio. "Durante i colloqui - racconta Ioia - i reclusi parlano spesso dei loro problemi di salute e delle difficoltà nel richiedere un intervento sanitario. Bisogna agire subito sulla mancanza di assistenza sanitaria dietro le sbarre perché molti detenuti sono malati e aspettano mesi e mesi prima di poter fare una visita in ospedale".
Non solo: molto spesso i familiari dei detenuti non sono nemmeno a conoscenza delle loro condizioni di salute e anche questo - come sottolinea Ioia è inaccettabile perché il diritto alla salute e quello a mantenere relazioni con i parenti sono fondamentali e meritano un'adeguata tutela". E in tutto questo la politica che fa? Niente. Il tema della detenzione non figura nell'agenda della stragrande maggioranza di parlamentari, consiglieri regionali e amministratori locali.
A sottolinearlo è lo stesso Ioia: sulle carceri la politica è cinica e pavida. Eppure sono tanti i casi di persone finite in cella da innocenti e successivamente risarcite per questo, senza dimenticare il numero esorbitante di detenuti poveri che non possono permettersi un avvocato e la lentezza con cui il Tribunale di Sorveglianza risponde alle domande di giustizia: i politici dovrebbero assumersi la responsabilità di tutto ciò perché chi entra in carcere oggi ne esce più criminale di prima".
di Ciriaco M. Viggiano
Il Riformista, 27 maggio 2021
L'appello di Rita Bernardini. I numeri e le condizioni di carceri come quelle di Poggioreale e di Secondigliano impongono alla politica di riflettere su indulto e amnistia": Rita Bernardini rilancia da Napoli la sua crociata per un provvedimento di clemenza che svuoti i penitenziari e, soprattutto, li allinei al dettato della Costituzione italiana e delle norme sovranazionali.
Nel Maschio Angioino, sede della presentazione del report annuale stilato dal garante napoletano dei detenuti Pietro Ioia, la storica leader radicale e attuale presidente di Nessuno Tocchi Caino tocca un tasto già schiacciato per anni dal movimento politico di Marco Pannella: sul trattamento in carcere - osserva Bernardini - l'Italia è stata sanzionata dall'Europa per la violazione non solo dell'articolo 3 della Convenzione del 1950, che vieta la tortura e le pene consistenti in trattamenti inumani o degradanti, ma anche dell'articolo 6, relativo alla durata del processo che costituisce un'altra falla della giustizia nazionale".
Bernardini, dunque, punta il dito contro un sistema penale che spesso porta all'entrata in prigione di persone molti anni dopo la commissione del reato, quando si erano rifatte una vita trovandosi un lavoro": emblematica, in tal senso, è la storia di Giuseppe Marziale, il 47enne napoletano raggiunto a dicembre scorso da un ordine di carcerazione emesso dal Tribunale partenopeo perché ritenuto responsabile di associazione di tipo mafioso e traffico di sostanze stupefacenti commessi tra settembre 1999 e luglio 2000. Messi insieme, i tempi biblici della giustizia italiana e le drammatiche condizioni in cui versano le carceri nazionali rendono la vita dietro le sbarre insostenibile e, soprattutto, criminogena. Ed è per questo che Bernardini lancia per l'ennesima volta un monito al Parlamento: "È il momento di ragionare su amnistia e indulto".
Di questa necessità la leader radicale ha recentemente discusso anche con la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, da sempre attenta a quanto avviene dietro le sbarre. Difficile, tuttavia, che una maggioranza così eterogenea come quella che sostiene il governo Draghi, nella quale forze storicamente garantiste sono costrette a convivere con partiti di chiara ispirazione giustizialista, riesca ad approvare leggi per le quali è necessaria un'ampia convergenza di parlamentari. La speranza è che i dati diffusi dal garante Ioia e l'appello lanciato da Bernardini sveglino almeno quella politica che finora ha colpevolmente cancellato il tema della detenzione dalla propria agenda.
di Pierluigi Frattasi
fanpage.it, 27 maggio 2021
Nessun nuovo carcere a Bagnoli: il Governo Draghi dice no ad una struttura penitenziaria nell'ex Caserma Battisti. Il quartiere occidentale di Napoli, oggetto del piano di rigenerazione dell'ex Italsider, sarà dedicato solo al turismo, alla cultura e allo sport. La decisione è arrivata nella Cabina di Regia su Bagnoli che si è tenuta oggi, alla quale hanno partecipato i ministri per il Sud Mara Carfagna e della Giustizia Marta Cartabia, con il presidente della X Municipalità Diego Civitillo.
Nessun nuovo carcere a Bagnoli: il Governo Draghi dice no. Il quartiere occidentale di Napoli, oggetto del piano di rigenerazione dell'ex Italsider, sarà dedicato solo al turismo, alla cultura e allo sport. La decisione è arrivata al termine della Cabina di Regia su Bagnoli che si è tenuta oggi, alla quale hanno partecipato i ministri per il Sud e la Coesione Territoriale Mara Carfagna e della Giustizia Marta Cartabia, con il presidente della X Municipalità Diego Civitillo. Numerosi i temi affrontati sia per quanto riguarda le attività di bonifica in corso di realizzazione e progettazione sia per le destinazioni d'uso di alcune aree.
"Il governo Draghi - ha annunciato il ministro Carfagna in cabina di regia - non ha nessuna intenzione di destinare la Caserma Battisti di Bagnoli a istituto penitenziario. Ho appena parlato con la collega Marta Cartabia e abbiamo concordato in proposito. Bagnoli ha un altro destino: il lavoro di riqualificazione che è stato avviato deve portarla ad essere un luogo a vocazione turistica, sportiva, culturale. Peraltro, l'edificio della caserma è inadeguato agli standard di una moderna struttura penitenziaria".
Per Diego Civitillo, presidente della X Municipalità di Bagnoli-Fuorigrotta, sulla realizzazione del carcere a Cavalleggeri, "l'azione del territorio di concerto con quella istituzionale ha prodotto questo primo importante risultato. L'area dell'ex Caserma Battisti non sarà più sede di una struttura carceraria ma come previsto dagli strumenti urbanistici sarà dedicata ad attività sociali e culturali. Una grande attrezzatura collettiva dedicata al territorio di Cavalleggeri. È inoltre in fase di elaborazione una proposta da parte dell'Università degli studi di Napoli Federico II per la gestione del Parco dello Sport a seguito di una serie di lavori di riqualificazione nonché di adeguamento a fini agonistici".
"Dal punto di vista infrastrutturale - aggiunge il presidente del parlamentino - al momento si sta lavorando soprattutto sulla rete idrica sia in termini di circolazione idrica sotterranea, sia in termini di bonifica delle acque provenienti da monte. Tali interventi risultano fondamentali per restituire la balneabilità della costa a seguito degli interventi di bonifica degli arenili, dei fondali e della rimozione della colmata sui quali si sta concludendo la fase progettuale di dettaglio".
"Sicuramente in momenti successivi andranno affrontati compiutamente diversi temi, sia di carattere infrastrutturale e trasportistico ma soprattutto di merito a seguito della presentazione del progetto Balneolis, vincitore del concorso internazionale di idee. Immagino momenti di interlocuzione pubblica con i progettisti al fine di integrare idee, proposte e necessità direttamente dalla comunità flegrea. Sarà inoltre necessario comprendere dettagliatamente funzioni di ciascuna area, modalità e costi di gestione.
Durante la seduta odierna - conclude - è stata inoltre proposta una variazione di merito del Praru, relativamente all'area di ricostruzione di Città della Scienza. Modificare infatti strumenti urbanistici e tecnici complessi rischia di compromettere un cronoprogramma già estremamente complesso e oggetto a ritardi. Inoltre qualsiasi discussione di merito sul Praru va affrontata, non solo in Cabina di Regia, ma anche con il territorio ed in particolare con l'Osservatorio popolare".
di Nicola Rosselli
pupia.tv, 27 maggio 2021
Il rumore martellante delle stoviglie battute contro le inferriate alle finestre è ripreso ieri mattina dopo essersi fermato nella serata di lunedì. I detenuti della casa di reclusione di Aversa stanno inscenando una protesta per richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica e, soprattutto, della direzione del carcere, su alcune questioni. Dalla casa di reclusione, diretta da Stella Scialpi da poco più di due anni, proveniente dal carcere femminile di Pozzuoli, con l'ausilio del comandante della Polizia penitenziaria, Francesco Serpico, non trapelano notizie. - continua sotto -
La dirigenza ha posto un "no comment" alle richieste di notizie. Dal muro di silenzio eretto, però, trapela che la protesta è dovuta alla qualità del vitto e alla mancanza di colloqui visivi con i familiari, causa Covid-19. In alternativa, ai detenuti vengono concessi colloqui con vetri plexiglass, nonché autorizzati ad effettuare videochiamate secondo quelle che sarebbero le disposizioni impartite dal dipartimento dell'amministrazione penitenziaria in questo particolare momento contrassegnato dalla pandemia da coronavirus. - continua sotto -
Una protesta che sembra aver raggiunto il proprio obiettivo perché gli aversani, almeno quelli che vivono nei pressi del carcere e quelli che transitano in zona (ad Aversa la casa di reclusione è in pieno centro cittadino, una assurdità se si pensa che è stata istituita nel 2016), hanno notato quanto stava avvenendo e la circostanza è divenuta una delle più dibattute sui social dove sono in molti a chiedersi cosa sta avvenendo dietro quelle mura che hanno ospitato sino a qualche anno fa quello che fu il primo ospedale psichiatrico giudiziario. Un luogo salito più volte alla ribalta della cronaca per come venivano trattati i criminali malati di mente. Episodi che hanno contribuito non poco alla chiusura di questo tipo di manicomi dove non vi era, di fatto, il fine pena.
Quello di Aversa, infatti, fu il primo manicomio giudiziario a sorgere in Italia e venne ospitato in quella che era l'antica struttura conventuale di San Francesco da Paola. Nel 1876, il Direttore Generale degli Istituti di prevenzione e pena, Martino Beltrani Scalia, con un semplice atto amministrativo, inaugurò la Sezione per 'maniaci'. Nel 1907 la direzione del manicomio di Aversa passò all'alienista Filippo Saporito, scienziato aversano al quale fu, poi, intitolata la struttura, mentre il nucleo iniziale dell'istituto andava ampliandosi inglobando alcuni edifici circostanti poi divenuto, nel 1975, Ospedale Psichiatrico Giudiziario. Dal 2012, anno in cui la legge ha stabilito l'eliminazione di queste strutture, è stato progressivamente dismesso e da agosto 2016 ufficialmente riconvertito in Casa di Reclusione.
Attualmente vi sono ospitati circa 140 detenuti che devono trascorrere pene leggere e che di giorno, in buona parte, escono per lavorare. È del marzo scorso, infatti, la notizia di un progetto a livello regionale, con la partecipazione del garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello, per promuovere, finanziando con i soldi delle Regione Campania, dei progetti di pubblica utilità sia per far uscire un gruppo di detenuti dal carcere al lavoro presso il Comune di Aversa sia per riordinare l'archivio dell'ex ospedale psichiatrico giudiziario così da essere fruibile anche all'esterno. I progetti, non ancora partiti, saranno su più fronti con attività sul territorio del Comune di Aversa, come la cura del verde (aiuole, parchi), arredo urbano, manutenzione della segnaletica stradale. Il Comune prevede l'utilizzo di circa 50 detenuti mentre all'interno del carcere l'altro progetto, il riordino dell'archivio di quello che fu il discusso manicomio criminale, vedrà coinvolti 5 internati, sempre all'interno del carcere un progetto vedrà coinvolti detenuti per l'utilizzo e la valorizzazione del tenimento agricolo nel carcere.
Corriere del Veneto, 27 maggio 2021
Un corso per i detenuti che vogliono riprogrammare la propria vita. Il carcere Due Palazzi riprende le sue attività a sostegno dei detenuti, e lo fa con un mental coach che insegnerà a riprogrammare la loro vita, a guardare al futuro con qualche speranza.
Parole che suonano ridondanti, ma in realtà il processo appare più facile quando il futuro viene spezzettato in piccoli attimi: "Si comincia con il cambiare una piccola cosa, in un piccolo momento, una cosa semplice, e quando cambia lascia il segno".
Lo ha detto ieri durante un incontro di presentazione on line Tania di Giuseppe, psicologa sella Fondazione Patrizio Paoletti, che insieme all'università di Padova ogni settimana affronterà un corso che finirà a luglio con detenuti, funzionari, agenti e volontari attivi nella realtà carceraria. Patrizio Paoletti è un nome conosciuto, con la sua fondazione ha affrontato lo shock dei terremotati del 2016 nelle Marche, due anni dopo sempre lo stesso professionista ha coinvolto i residenti di Genova in un percorso di rielaborazione del lutto e del disagio dalla distruzione dopo la tragedia del Ponte Morandi. Le sue parole mirano a essere fonte di ispirazione per chiunque decida di affrontare un cambiamento.
Ad elaborare il progetto anche l'università di Padova con Francesca Vianello, professoressa associata di Sociologia del diritto, della devianza e del mutamento sociale. Sponsor dell'iniziativa la Fondazione Mediolanum. Ma il vero impulso per realizzare gli incontri è arrivato dal direttore del carcere Claudio Mazzeo (foto): "È stato complicato superare la pandemia, oggi siamo qui a pensare al nostro futuro, possiamo farlo ad ogni livello".
Il riferimento del dirigente è più che mai concreto: il Due Palazzi ha dovuto affrontare ben due situazioni di focolaio, il primo in ottobre 2020 (con un picco di 57 positivi), l'altro nello scorso aprile, quando i contagiati hanno sfiorato quota 100. Grazie soprattutto ai vaccini, l'emergenza è stata superata.
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