di Errico Novi
Il Dubbio, 16 aprile 2021
In un articolo a sua firma il magistrato napoletano ridicolizza il dogma dell'unità indissolubile: "Dopo il terremoto Palamara, diventino trasparenti sia le nostre promozioni che la genesi delle inchieste".
Poche volte capita di leggere articoli che con geniale nonchalance travolgono gli schemi immutabili della giustizia. Ancor più raramente capita che a una lettura del genere segua pure una doverosa richiesta di scuse. Nel senso che ieri Henry John Woodcock, pm noto (ai penalisti napoletani) per essere tanto brillante quanto sfrontato nello sfidare la difficoltà delle indagini, ha firmato sul Fatto quotidiano un articolo di tale intelligenza e tale coraggio che dalle colonne del Dubbio è necessario chiedergli perdono per tutte le volte in cui le critiche rivoltegli non siano state accompagnate dalla seguente postilla: "Ciò detto, Woodcock è uno di quei giuristi che la politica dovrebbe ascoltare come un oracolo, quando mette in cantiere riforme".
Ebbene sì, perché ieri l'inquirente Woodcock ha firmato non una requisitoria contro gli "impuniti", ma una splendida arringa a favore della separazione delle carriere. E certo non si può negare l'onore delle armi a un giornale come il Fatto, che ha avuto la correttezza di ospitare idee così diverse da quelle proposte di solito. Non a caso Woodcock ha scritto innanzitutto in replica a una precedente analisi pubblicata, sul giornale di Marco Travaglio, da Gian Carlo Caselli. Alcuni passaggi vanno riportati alla lettera.
A proposito di un'eventuale futura relazione fra priorità indicate dalla politica e indagini giudiziarie (ingranaggio prefigurato, udite udite, nella riforma per la separazione delle carriere proposta dalle Camere penali), Woodcock, anziché lanciare un anatema, scrive: "Una soluzione del genere" sarebbe "quantomeno più trasparente del nostro attuale sistema, che ' nasconde' genesi e gestione delle inchieste sotto l'impenetrabile coltre dell'indipendenza del pm e dell'obbligatorietà dell'azione penale".
Lo dice da anni il meglio dell'accademia processual penalistica italiana. Il pm della Procura di Napoli sostiene che tenere nel fascicolo quanto meno traccia della genesi di un'indagine potrebbe "avvicinare di più il sistema ai valori di trasparenza e di responsabilità che connotano un regime democratico". Ancora: la tradizionale critica con cui le toghe stroncano la separazione delle carriere, ricorda Woodcock, riguarda la necessità che il pm condivida la "cultura della giurisdizione"; ma l'argomento, scrive il magistrato napoletano, "è un po' doubleface, a ben vedere", giacché lo si potrebbe "rovesciare agitando lo spettro che la permanenza del pm nell'unico ordine giudiziario possa mettere a rischio la cultura del giudice, trascinandola verso una deriva poliziesca".
Più che riflessioni, sono tuoni che scuotono le certezze della magistratura.
Pensate sia finita qui? Macché. "Si potrebbe citare come spia e segnale di pericolo di una simile colonizzazione culturale del giudice da parte del pm la tendenza di alcuni giudici al ' copia/ incolla' delle richieste del pm - pratica recentemente 'approvata' perfino dalla Suprema Corte". Altro pilastro delle tesi avanzate dall'avvocatura. Fino alla riflessione più acuta: dopo il "terremoto Palamara" è ancora più urgente che le "decisioni" diventino "conoscibili e trasparenti", sia quando riguardano "la carriera dei magistrati" sia quando si tratta di "genesi e gestione delle inchieste". E qui siamo al cuore di quella che alcuni definiscono "egemonia del partito delle Procure".
"Io personalmente, in quanto pm, non vivrei in modo traumatico una separazione delle carriere, la considererei piuttosto come una nuova sfida positiva, anche sul piano della formazione e della professionalità". Woodcock è tanto nitido quanto esplicito. Da ultimo, non si può tacere un passaggio del suo articolo, sempre relativo alla "circostanza ostativa" abitualmente scagliata dai magistrati contro la separazione: Woodcock la sintetizza come "l'esigenza che il pm continui a coltivare come il giudice, pur nella diversità del ruolo, quella cultura del dubbio, che è un elemento essenziale della funzione giudiziaria".
Non perché ce ne si voglia approfittare: ma sentire evocata la cultura del "Dubbio" sul "Fatto quotidiano" suscita persino un sorriso di speranza. E, di sicuro, ammirazione per un magistrato, come Woodcock, capace di un discorso al limite del rivoluzionario.
di Gian Carlo Caselli
Il Fatto Quotidiano, 16 aprile 2021
"Quod non fecerunt barbari fecerunt barberini": è quel che fa venire in mente il progetto di una commissione parlamentare d'inchiesta sulla magistratura di vari deputati (FI, Lega, Iv e Az). C'è infatti un precedente che non ha funzionato ma che ora si ripropone sperando di farcela. Protagonista del precedente (2003) fu il parlamentare di FI Bondi: per verità un politico- poeta, nient'affatto un barbaro, per cui la "pasquinata" gli va stretta. Ma di fatto fu un precursore dei "barberini" di oggi.
Bondi, mentre l'alleato leghista discettava sul "costo delle pallottole" per i magistrati, aveva pensato a una Commissione parlamentare "per accertare se ha operato e opera tuttora nel nostro paese un'associazione a delinquere con fini eversivi, costituita da una parte della magistratura, con lo scopo di sovvertire le democratiche istituzioni repubblicane".
Occorreva "sistemare" i magistrati che davano fastidio, non rispettando certi "santuari" tradizionalmente impuniti. Di quel progetto non si fece nulla, ma chi non crede nella giustizia vi trovò una spinta formidabile. Può accadere anche oggi, tanto più che si tratta di colpire un corpo (sia pure con lodevoli eccezioni) culturalmente indebolito e tramortito da crisi non solo di efficienza, ma anche di credibilità.
Crisi che da tempo erodono la fiducia nella magistratura, da ultimo con il pingue contributo del caso Palamara (motore di un Sistema di cui ora si proclama vittima) e della pandemia che non ha risparmiato il servizio giustizia. Certo, non è più quella di Bondi la formula oggi usata. Vi si parla di correnti, attribuzioni di incarichi direttivi e funzioni del Csm, di fatto accusato di "far come gli struzzi" a fronte delle sconvolgenti rilevazioni del sullodato Palamara.
Ma la sostanza rimane la stessa: indagare sul supposto uso politico della giustizia e sul lavoro delle toghe in generale, compreso il Csm nell'esercizio nelle sue funzioni istituzionali. Si può rigirarlo fin che si vuole, ma resta - come ai tempi di Bondi - un attacco all'indipendenza della magistratura. E se allora l'iniziativa era stata di un "semplice" parlamentare, portavoce di FI, oggi tra i primi promotori troviamo addirittura un esponente dell'esecutivo, la ministra, sempre di FI, Gelmini. Ma certe cose non si possono fare in uno Stato democratico fondato sul principio della separazione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario): una conquista storica e politica della civiltà occidentale che garantisce l'indipendenza dei giudici.
In Italia mai gradita dai poteri (pubblici e privati) restii al controllo di legalità, che in vari modi han sempre cercato di regolare i conti in sospeso, ricacciando i magistrati nel loro "tradizionale" angolo di sottomissione. La voglia di indagini parlamentari sulla magistratura per un verso o per l'altro tende sempre a questo scopo, tipico di chi si sgola per chiedere più giustizia ma in realtà ne vuole sempre meno.
L'obiettivo sembra oggi a portata di mano grazie al clima mefitico che incombe. E allora ecco che invece delle serie riforme di ampio respiro assolutamente necessarie (quelle impostate dai ministri Bonafede e poi Cartabia), una certa politica innesca un'indebita ingerenza nell'esercizio di un altro potere dello Stato e quindi un conflitto fra poteri istituzionali le cui conseguenze potrebbero essere devastanti. Prima di tutto per l'indipendenza della magistratura: patrimonio dei cittadini che credono nell'uguaglianza, non della "casta" dei magistrati. Che però devono essere i primi a difenderlo, scacciando "i mercanti dal tempio" per recuperare l'orgoglio e la responsabilità che in momenti ben peggiori (terrorismo e stragi) han saputo esprimere.
di Angela Stella
Il Riformista, 16 aprile 2021
Sempre più spesso nell'immaginario collettivo, ma soprattutto in quello della magistratura requirente, l'avvocato viene percepito e perseguito perché si sostiene che la sua funzione di difensore si trasformi in quella di fiancheggiatore dell'assistito. Da qui spesso anche un uso illegittimo delle intercettazioni tra legale e cliente. Se per l'opinione pubblica il difensore è molto spesso rappresentato come un azzeccagarbugli che vuole farla fare franca al colpevole, per alcune procure diviene il sodale dell'organizzazione criminale. Ogni caso è a sé stante ma esiste comunque un problema culturale nella giurisdizione su tale fenomeno.
Oggi vi parliamo della vicenda dell'avvocata Annamaria Marin, condannata in primo grado nell'ambito dell'inchiesta contro il clan dei casalesi di Eraclea che, secondo la Procura di Venezia, avrebbe spadroneggiato per un ventennio nel Veneto orientale. I pm le avevano contestato il favoreggiamento personale con l'aggravante mafiosa per aver aiutato tre membri dell'organizzazione criminale, tra cui il boss Luciano Donadio che ha scelto il rito ordinario, "ad eludere le investigazioni dell'Autorità nei loro confronti fornendogli indebitamente informazioni acquisite in virtù del mandato difensivo esercitato in favore di altri ovvero di informazioni acquisite illegalmente ovvero divulgando informazioni che debbono rimanere riservate" e per aver agevolato l'attività di una associazione mafiosa.
Accuse pesantissime per l'avvocata - professionista molto nota ed ex presidente della Camera penale di Venezia - soprattutto per la contestazione del 416bis. Il gup l'ha condannata a 8 mesi, rispetto ai due anni richiesti dell'accusa, per uno solo dei cinque episodi contestati (uno è andato in prescrizione, per gli altri tre è stata assolta perché il fatto non sussiste). Il gip già nel 2009 aveva respinto la richiesta dei pm di sospenderla dalla professione, così come ha fatto il collegio di disciplina del Consiglio dell'Ordine degli avvocati. Per il suo legale, l'avvocato Tommaso Bortoluzzi, la vicenda "mostra il pregiudizio secondo cui il difensore viene assimilato al suo cliente, sovrapponendosi ad esso ed evidenzia una grave lesione del diritto di difesa".
Infatti "leggendo le motivazioni della sentenza ci accorgiamo che in nessun passaggio viene presa in considerazione la documentazione da noi prodotta a difesa della collega Marin che andava perfettamente ad incidere sui profili di responsabilità. Metà delle prove da noi prodotte riguardavano proprio il reato per il quale è stata condannata. Ma dalla sentenza sembrerebbe che io non abbia mai partecipato a questo processo perché quello da me detto e allegato non è stato minimamente affrontato". Al contrario, "il gup riprende tutte le argomentazioni del pubblico ministero, anche extra probatorie". L'avvocato Bortoluzzi fa riferimento al fatto che addirittura "il capo di imputazione conteneva anche un episodio verificatosi nell'anno 2002, che, pur se prescritto, è stato inserito a presunta dimostrazione della serialità dei comportamenti illeciti della mia assistita. L'episodio medesimo, peraltro, è riportato nella richiesta di emissione dell'ordinanza cautelare, nell'ordinanza di rigetto della richiesta stessa, nell'invito a rendere interrogatorio e, da ultimo, nella richiesta di rinvio a giudizio".
Nello specifico la Marin è stata condannata per aver rivelato a Donadio che avrebbero fatto una perizia sulle armi sequestrate al suo sodale Furnari. "L'aspetto folle è che qualche ora prima di questa comunicazione era stato pubblicato un articolo su uno dei giornali locali più letti in cui un dirigente della squadra mobile diceva la stessa cosa. Pertanto la notizia era pubblica e la mia assistita non stava comunicando illegalmente nessuna informazione che avrebbe potuto alterare le indagini ancora in corso. Se l'avvocato Marin ha commesso favoreggiamento, allora anche il dirigente della Mobile deve essere accusato dello stesso reato".
Inoltre l'hanno accusata di aver ricevuto il mandato a difendere Furnari da Donadio al di fuori delle norme di legge. "Peccato - dice l'avvocato - che io abbia prodotto il fax ricevuto dalla Procura in cui era il fratello del Furnari a nominare la Marin. Ma anche questo elemento è come se non fosse mai stato prodotto".
Per quanto concerne l'annosa questione delle intercettazioni tra avvocato e cliente, che per legge sono - anzi sarebbero vietate - nel caso dell'avvocato Marin "lei è stata indirettamente intercettata perché erano sotto controllo alcuni dei suoi interlocutori: nella sentenza c'è scritto che siccome formalmente non erano suoi clienti le intercettazioni sono state ritenute legittime. Il gup, per far emergere l'associazione mafiosa, in sentenza ha scritto che Donadio, il boss, si preoccupava di trovare l'avvocato per tutti i sodali, ossia la Marin, per avere un controllo totale sulle investigazioni e tenere a bada i complici.
Ma il nostro codice deontologico, prevedendo che la parcella dell'assistito possa essere pagata da un'altra persona, consente a quella stessa persona di conoscere gli sviluppi della causa: in questo caso Donadio era cliente pagante per altri, ma la sentenza non ha messo in luce questo elemento che è importante perché avrebbe potuto avere anche dei risvolti sull'utilizzabilità delle intercettazioni".
In conclusione l'avvocato Bortoluzzi rileva che "sicuramente esiste il problema dell'utilizzo delle intercettazioni tra legale e assistito: cercare in tutti i modi qualche scappatoia per consentirle, dando ad esempio una diversa qualità al difensore, ha alla base una distorsione culturale del ruolo dell'avvocato. I pubblici ministeri primi e i giudici poi dovrebbero rispettare di più la nostra funzione. Probabilmente inserire l'avvocato in Costituzione potrebbe essere un segno importante".
di Don Franco Esposito
Il Riformista, 16 aprile 2021
Un po' di tempo fa, papa Francesco, durante la messa a Santa Marta, ha sentito l'esigenza di pregare per tutti coloro che incappano nella malagiustizia e portano addosso ferite che difficilmente guariscono col passare del tempo: "Vorrei pregare per tutte le persone che soffrono una sentenza ingiusta per l'accanimento". È agli innocenti perseguitati e condannati che il papa ha dedicato la messa celebrata a Santa Marta: "In questi giorni di Quaresima abbiamo visto la persecuzione che ha subito Gesù e come i dottori della legge si sono accaniti contro di lui: è stato giudicato sotto accanimento, con accanimento, essendo innocente".
È vero, Gesù era innocente ma potremmo dire che se l'era cercata, sapeva bene che le sue azioni, le sue parole, le sue denunce contro il potere religioso e politico di allora avrebbero avuto conseguenze tragiche come la condanna a morte per crocifissione: una morte ignobile dopo una condanna "costruita a tavolino". Sono passati 2mila anni, eppure ci ritroviamo a fare i conti con una giustizia dove sono tanti, troppi gli innocenti condannati, spesso senza aver compiuto nessuna azione tale da determinare un epilogo così tragico come giorni mesi o anni passati da innocente nelle "patrie galere".
Non credo che si possa immaginare la sofferenza di chi, senza colpa, deve scontare un tempo di carcere. Gente che non sa darsi una spiegazione per quello che le è accaduto, che pensa continuamente alla famiglia agli amici e attende - spesso invano - che si faccia chiarezza. Sono centinaia le persone che ogni anno vengono risarcite dallo Stato per essere finite dietro alle sbarre da innocenti: a Napoli, nel 2020, sono state ben 101. Tante altre, però, dopo essere state scarcerate, rimangono così segnate da decidere di non avere niente a che fare con la giustizia e di non chiedere alcuna riparazione per l'ingiusta detenzione. In tutti e due i casi la giustizia ne esce sconfitta, sia perché non è certo con un risarcimento che si ripara un tempo di detenzione ingiusta sia perché la fiducia nell'istituzione ne rimane ferita a morte.
Sono tanti i casi che, durante il mio servizio in carcere, ho seguito e tanti sono i colloqui fatti di lacrime e disperazione. Molte volte non mi restava altro da fare che ascoltare e pregare. È vero, tanti detenuti si dichiarano innocenti per il reato che è loro contestato, ma dopo tanti anni s'impara a riconoscere quasi subito, già al primo colloquio, coloro che realmente stanno subendo un'ingiusta condanna, soprattutto quando certe confidenze vengono fatte in confessione. Lì ti rendi conto che davanti a te dovrebbero esserci altri a chiedere perdono.
Ricordo un caso emblematico, quello di un tale accusato di un reato ignobile come la pedofilia. A denunciarlo era stata la moglie e le vittime erano i due suoi figli, vittime di presunte molestie sessuali. Ricordo i colloqui fatti durante un anno di detenzione: in quelle conversazioni, fatte più di pianti che di parole, mi rendevo sempre più conto che quell'uomo non avrebbe potuto compiere atti così infamanti. Mi raccontava del suo amore per la famiglia e, anche quando aveva scoperto una relazione extraconiugale della moglie, aveva reagito perdonandola. Purtroppo quest'amore e questo perdono non erano bastati perché la moglie, pur di vivere la sua vita, lo aveva accusato di molestie sessuali ai danni dei figli. Non entro nei particolari, ma posso dire che, dopo il primo grado in cui era stato condannato, quell'uomo è stato assolto perché il fatto contestatogli non si era mai verificato. Ora sono trascorsi vari anni, so che lui si è separato dalla moglie, ma vede con regolarità i suoi figli e provvede alle loro esigenze perché, nel frattempo, ha ritrovato il lavoro che aveva perso a causa della sua odissea giudiziaria. L'ho incontrato in qualche circostanza e la sua ferita è sempre aperta e sanguinante.
Questo è un caso certamente dei più dolorosi perché, oltre la vergogna, coinvolge anche il rapporto con gli altri detenuti. Per questo in carcere c'è un reparto destinato ai sex offender dove ci si trova gomito a gomito con persone che hanno violentato e abusato e spesso soffrono di gravi disturbi psichici. Credo che un solo giorno in carcere da innocente con questa colpa sia un marchio indelebile che neppure mille assoluzioni possono cancellare. Ma chi paga per questi errori giudiziari? Quanta ipocrisia in un sistema di giustizia retributiva dove, quando è lo Stato a commettere il reato di "sequestro di persona" (questo è la carcerazione ingiusta), si pensa che tutto si possa risolvere con un risarcimento. L'ipocrisia sta nel fatto che quel risarcimento viene pagato dai proventi delle tasse dei cittadini, cioè di altri innocenti che, con il loro contributo, sopportano il peso gli sbagli commessi dai veri colpevoli.
di Valentina Errante
Il Messaggero, 16 aprile 2021
Era stravolta. Fuori di sé. Il marito, Francesco Testa, procuratore di Chieti, ieri, in lacrime, lo ha raccontato agli agenti: la perquisizione di martedì l'aveva completamente sconvolta. I militari della Guardia di Finanza si erano presentati nel suo appartamento e al Miur, esibendo il decreto, due giorni fa. Avevano anche perquisito una piccola soffitta nella disponibilità della dirigente. Perché Giovanna Boda, 47 anni, capo del dipartimento per le Risorse umane, finanziarie e strumentali del ministero dell'Istruzione, figura irreprensibile, protagonista e artefice di tante iniziative, è indagata per corruzione nell'ambito di un'inchiesta che riguarda il suo ufficio. Probabilmente per questo, ieri, la donna, scossa e sotto choc per l'indagine che la coinvolge, poco prima delle 17, ha tentato di farla finita. Doveva incontrare il suo avvocato. E invece non ce l'ha fatta, ha aperto la finestra e si è buttata nel vuoto da un appartamento al secondo piano di piazza della Libertà. Adesso è ricoverata al Gemelli, dove ha subito un intervento, in gravissime condizioni.
L'ipotesi della procura di Roma è che Federico Bianchi di Castelbianco, psicoterapeuta, rappresentante legale dell'istituto italiano di ortofonologia ed amministratore della Come - Comunicazione & editori, ossia l'agenzia Dire, abbia corrotto la Boda. Regali e benefit per 679mila euro. Almeno questo è il calcolo che ha fatto la Guardia di Finanza. All'alto dirigente, Bianchi, avrebbe anche dato una carta di credito per le spese.
n cambio avrebbe ottenuto incarichi e affidamenti dal ministero. Contratti da 39mila e 950 euro ciascuno, non è chiaro quanti. E ai militari della Guardia di Finanza, che indagano, non è sfuggito che i decreti, a firma della Boda, a favore dello psicoterapeuta ed editore, non raggiungono per un soffio i 40mila euro, importo a partire dal quale gli affidamenti diretti non sono consentiti dalla legge. Secondo il pm Carlo Villani, che coordina le indagini, fare da "intermediaria" sarebbe stata Valentina Franco, stretta collaboratrice della dirigente, "consapevole del pactum sceleris" e anche lei indagata. Martedì i militari della Guardia di Finanza, nella sede del ministero di viale Trastevere, hanno perquisito anche gli uffici di sei collaboratori della dirigente e la casa e le sedi delle società di Bianchi.
Hanno portato via documenti e computer, i cellulari (anche quelli vecchi) alla ricerca del materiale e della documentazione, anche in formato digitale, riguardante i rapporti illeciti tra gli indagati". L'obiettivo è ricostruire i rapporti di Bianchi con il Miur e con gli istituti scolastici. Le verifiche dei militari si sono estese anche alla Mite (Minori informazione tutela educazione) e alle Edizioni scientifiche Magi, altre due società riconducibili a Bianchi. Una perquisizione disposta in via d'urgenza. Si legge infatti nel decreto che l'atto di indagine si è reso necessario "al fine di evitare che documenti e prove vengano occultati per impedirne il rinvenimento alle forze di polizia".
Il pm, nel decreto, ha disposto che i militari cercassero e portassero via "tracce o cose provenienti dal reato e in particolare materiale o documentazione utile alle indagini, anche conservata in archivi riservati su dispositivi elettronici, la cui acquisizione agli atti appare necessaria in rapporto all'immediata relazione con l'illecito penale. In particolare, documenti relativi agli affidamenti e/o incarichi e/o appalti dati dal Ministero alle società riconducibili a Bianchi di Castelbianco, nonché il denaro e le utilità ricevute dalla Boda". L'ipotesi è che la dirigente possa non avere utilizzato tutto il denaro soltanto per sé.
Giovanna Boda è precipitata nel cortile del palazzo ed è stata trasportata con codice rosso all'ospedale Gemelli di Roma, dove è stata subito operata. Sul posto, oltre agli agenti di polizia del commissariato Prati, è arrivato per un sopralluogo anche il pm di turno, Alberto Galanti. Le condizioni della donna sono apparse subito molto gravi. È stata immediatamente operata, ha fratture multiple, agli arti e al bacino, oltre ad alcuni focolai emorragici. Il ministro dell'Istruzione, Patrizio Bianchi, in una nota ha espresso il suo profondo dolore e ha espresso la vicinanza sua e del ministero a Giovanna Boda e alla sua famiglia.
di Pierluigi Frattasi
fanpage.it, 16 aprile 2021
Un detenuto romano di 55 anni malato di cancro che stava scontando una condanna definitiva nel Carcere di Velletri questa mattina ha cercato di darsi fuoco, approfittando dell'ora d'aria degli altri detenuti. Salvato dall'intervento di due agenti della Polizia Penitenziaria. Ha ustioni sul corpo, ma non rischia la vita.
Un detenuto romano di 55 anni malato di cancro che stava scontando una condanna definitiva nel Carcere di Velletri questa mattina ha cercato di darsi fuoco approfittando dell'ora d'aria degli altri detenuti, ma è stato salvato dagli agenti della polizia penitenziaria prima che fosse troppo tardi. L'uomo non sarebbe nuovo a gesti estremi. Già alcuni mesi fa aveva tentato il suicidio come forma di protesta, perché, a suo giudizio, non riceverebbe adeguate cure mediche. A dare notizia dell'episodio, il Sippe (Sindacato di Polizia Penitenziaria), che si è complimentato con i due agenti per il gesto eroico.
Ieri mattina, attorno alle 9, approfittando dell'ora d'aria degli altri detenuti nel cortile passeggio, e quindi rimasto solo nella propria cella, il 55enne si è avvolto in un lenzuolo al quale ha appiccato le fiamme. Poi, avvolto dal fuoco, ha cominciato a camminare nel corridoio della sezione. Quando l'agente responsabile della sezione se ne è accorto è subito intervenuto, coadiuvato dall'agente addetto all'infermeria. Assieme sono riusciti a spegnere le fiamme, salvando la vita al detenuto. Trasportato d'urgenza in infermeria, all'uomo sono state riscontrate ustioni su tutto il corpo, ma non è in pericolo di vita.
"Come sindacato - sottolineano Carmine Olanda e Ciro Borrelli, del Sippe - ci congratuliamo con gli agenti per avere dimostrato ancora una volta elevata capacità professionale. Ci appelliamo al Ministro della Giustizia affinché prenda provvedimenti immediati sulla riforma della giustizia e soprattutto su come devono essere gestiti i Penitenziari. La Polizia Penitenziaria non può più accettare di lavorare sotto organico".
di Giustino Parisse
Il Centro, 16 aprile 2021
La Corte di Cassazione annulla la punizione all'uomo che apostrofò il magistrato in un processo in videoconferenza. Durante la celebrazione di un processo, collegato in videoconferenza dal carcere dell'Aquila, un detenuto al 41 bis aveva "intimato" al pubblico ministero di "stare zitto".
Nonostante le successive scuse formali, la direzione del carcere di località Le Costarelle di Preturo aveva punito il detenuto protagonista dell'episodio con "l'esclusione dalle attività in comune".
La decisione, confermata dal tribunale di sorveglianza dell'Aquila, era stata presa in quanto "si ritenevano esistenti gli estremi del comportamento offensivo nei confronti di chi accede alla struttura penitenziaria".
Ma la Corte di Cassazione ha annullato la "punizione". Questo un passaggio delle motivazioni: "La lettura estensiva operata nel caso in esame finisce per recuperare al piano sanzionatorio una violazione non prevista come illecito disciplinare e che non è stata sanzionata come reato. Né si rivela risolutivo il richiamo al comportamento offensivo nei confronti di chi accede alla struttura penitenziaria, facendone discendere una portata lesiva da cui trarrebbe scaturigine l'infrazione disciplinare di cui si discute. Pur dovendo equipararsi il video-collegamento a uno strumento che può indurre ad assimilare l'aula d'udienza a quella in cui il soggetto è ristretto, essa equiparazione avviene ai soli fini processuali e in funzione dell'attuazione del contraddittorio tra le parti".
"Nella fattispecie, pertanto", secondo i giudici della Suprema Corte, "non sussistono le condizioni d'esercizio del relativo potere sanzionatorio. Quanto ai riferimenti alla mancata partecipazione all'opera di rieducazione all'interno della struttura penitenziaria, da parte del detenuto, si tratta egualmente di aspetti non risolutivi per la questione posta all'esame di questa Corte.
Nel merito, l'invito a stare zitto, rivolto in udienza al Pubblico Ministero, non può escludersi che fosse effettivamente collegato alla scelta di poter prendere la parola da parte del detenuto. L'invito al silenzio, dunque, sia pur tradottosi in un'espressione poco elegante, non dimostra una violazione regolamentare".
"D'altro canto", concludono gli ermellini, "il fatto non risulta essere stato recuperato al campo del rilievo penale. Anzi, il ricorrente senza indugio avrebbe rivolto le sue scuse al Pubblico Ministero, spiegando che non intendeva recare offesa. Il provvedimento va quindi annullato senza rinvio".
di Mauro Ravarino
Il Manifesto, 16 aprile 2021
Dopo sette mesi di detenzione il Tribunale ha concesso gli arresti domiciliari. Nelle settimane precedenti in favore dell'attivista si erano espresse molte figure dell'arte e dello spettacolo. Sette lunghi mesi. Tanto è durata la detenzione in carcere di Dana Lauriola, attivista No Tav, che deve scontare due anni per un episodio avvenuto nel 2012, quando, durante un'azione dimostrativa sulla A32, spiegava al megafono le ragioni della manifestazione. Finalmente, Dana, ha lasciato le Vallette. Nonostante non sia ancora libera.
Il Tribunale di Sorveglianza di Torino ha disposto per lei la detenzione domiciliare, con una serie di prescrizioni. Una decisione che aspettavano in tanti, tutto il movimento, che si trova oggi impegnato in una nuova lotta, questa volta contro l'autoporto di San Didero. Ma non solo. Lo testimonia quanto è diventato virale il video appello "Liberate Dana", a cui avevano aderito Sabina Guzzanti, Elio Germano, Zerocalcare, Bebo (Alberto Guidetti) de Lo Stato Sociale, Giovanna Marini e Rita Pelusio.
"Finalmente una parte di questa ingiustizia termina, ma non ci possiamo accontentare, vogliamo Dana completamente libera, così come Fabiola e tutti e tutte le No Tav che hanno qualsiasi limitazione della libertà", dichiara il movimento valsusino. Gli avvocati di Dana Lauriola, Claudio Novaro e Valentina Colletta, non sono del tutto soddisfatti del provvedimento del Tribunale: "Si tratta di una decisione che arriva sette mesi in ritardo e che, nonostante l'ottima relazione dell'equipe interna al carcere, che è il pilastro su cui si dovrebbe fondare la valutazione dei magistrati, concede solo la misura più restrittiva, quella della detenzione domiciliare, corredata da una serie di prescrizioni e divieti fortemente limitativi.
L'apparato motivazionale del provvedimento, poi, stigmatizza l'appartenenza ideologica di Dana e la corrispondenza da lei inviata dal carcere, che considera foriera di nuovi reati, in contrasto, a nostro parere, con il diritto costituzionalmente tutelato di esprimere le proprie opinioni. Del resto tutta la recente storia giudiziaria di Dana ci sembra sintomatica dell'atteggiamento, fortemente censurabile, che, sul piano giudiziario, connota i procedimenti a carico dei No Tav".
Proprio al proposito, è bene ricordare come all'epoca fossero state respinte misure alternative al carcere, richieste dalla difesa, con la motivazione di non aver abiurato il movimento e di risiedere in Val di Susa. Qualcosa di irricevibile per Dana Lauriola, che ieri, poco dopo l'uscita dal carcere, ha scritto sul suo profilo Facebook: "Vi dico che sto bene e che il mio cuore è nell'unico posto dove può stare, a fianco di chi da giorni lotta per difendere la valle. Siate saldi, io sono con voi e con il vento delle nostre montagne che non ha mai smesso di accarezzarmi il volto".
I giorni a cavallo tra febbraio e marzo 2012 erano stati molto concitati. Il movimento manifestava contro gli espropri dei terreni che sarebbero diventati parte del già avviato cantiere del tunnel geognostico di Chiomonte. Il 27 febbraio, durante un'iniziativa di protesta, Luca Abbà era caduto dal traliccio, mentre gli agenti delle forze dell'ordine cercavano di raggiungerlo in cima. Erano seguite cariche e scontri. Il 3 marzo i No Tav, in un'iniziativa dal titolo "Oggi paga Monti", avevano bloccato con il nastro adesivo l'accesso ad alcuni tornelli del casello dell'autostrada A32 nei pressi di Chianocco, facendo passare le auto senza pagare.
Dana Lauriola spiegava al megafono le ragioni. Nicoletta Dosio, finita in carcere per la stessa vicenda, era dietro lo striscione. Sappiamo com'è andata a finire. Sulla carcerazione di Lauriola (condannata con le accuse di violenza privata e interruzione di servizio di pubblica necessità) è intervenuta, negli scorsi mesi, Amnesty: "Esprimere dissenso pacificamente non può essere punito con il carcere".
di Nadia Cossu
La Nuova Sardegna, 16 aprile 2021
Sopralluogo del presidente della Commissione Giustizia Perantoni. Mozione in Regione di Desirè Manca. Diciotto ore nel 2018 e appena sei nel 2020: è il totale delle ore erogate dal servizio di Psichiatria nel carcere di Bancali dove - secondo le linee guida regionali - i detenuti con patologie psichiatriche hanno diritto di poter usufruire del servizio per quaranta ore la settimana.
Una situazione grave quella più volte denunciata nella Casa circondariale "G. Bacchiddu" di Bancali e che sembra destinata ad aggravarsi ulteriormente se non interverranno correttivi. Attualmente i detenuti che hanno necessità del servizio sanitario specifico sono una quarantina, ma la condizione della popolazione carceraria è in continuo aggiornamento. E quella dell'assistenza psichiatrica non è la sola criticità rilevata nel carcere sassarese nel corso del sopralluogo effettuato dal presidente della commissione Giustizia della Camera, il parlamentare sassarese Mario Perantoni.
I problemi evidenziati nel corso della visita, sono stati racchiusi in una mozione che è stata presentata dalla consigliera regionale del Movimento 5 Stelle Desirè Manca. "La carenza di assistenza specialistica - sottolinea Desirè Manca - non è l'unica riscontrata nel carcere di Bancali. Ancora più grave e preoccupante appare la mancata attivazione delle Articolazioni di Tutela della salute mentale e dei Reparti detentivi ospedalieri presso i nosocomi, in particolare quelli sassaresi, con le immaginabili e allarmanti conseguenze per la tutela della sicurezza e dell'ordine pubblico".
La mozione - prima firmataria Manca - impegna il presidente Solinas e l'assessore alla Sanità Nieddu "ad adottare tutti i provvedimenti necessari per assicurare l'attivazione delle Articolazioni di Tutela della salute mentale e dei Reparti detentivi ospedalieri, e la corretta applicazione delle Linee guida della Regione sulla Sanità penitenziaria". La consigliera M5S sottolinea che la Regione ha il dovere di garantire il diritto alla salute anche ai detenuti, e allo stesso tempo "di assicurare a tutti coloro che operano all'interno degli istituti penitenziari di poterlo fare in totale sicurezza. A questo proposito sono state numerose le segnalazioni e i solleciti da parte del Provveditorato, e delle Prefetture, tuttavia, non ci risulta siano stati adottati provvedimenti finalizzati a porre rimedio a questa grave carenza, né da parte della Regione né da parte di Ats. La situazione non può essere ulteriormente ignorata, perché i rischi sono elevati".
ansa.it, 16 aprile 2021
Assolti perché il fatto non sussiste. Si è concluso così ieri in Corte d'Assise a Campobasso il processo per la morte di Fabio De Luca, il giovane romano che fu trovato in fin di vita nella sua cella del carcere di Isernia il 4 novembre del 2014 e morì poi una settimana dopo in ospedale a Campobasso.
Per quella morte sono finiti sotto processo tre detenuti, un molisano e due campani. La tesi della Procura era quella di una aggressione in cella, la difesa invece ha sempre sostenuto che De Luca si ferì alla testa dopo essere caduto da un letto a castello per un malore.
Una tesi quest'ultima avvalorata anche da una serie di perizie, tanto che alla fine oggi, durante l'ultima udienza del processo, anche il sostituto procuratore di Isernia, Alessandro Ianniti, ha chiesto l'assoluzione per l'agnonese Elia Tatangelo e per il napoletano Francesco Formigli (entrambi ancora oggi detenuti ma per altri reati). Il terzo detenuto coinvolto nella vicenda era già stato assolto a Isernia dove era stato processato a parte perché aveva scelto il rito abbreviato. La famiglia della vittima si era costituita parte civile nei due processi.
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