di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 15 aprile 2021
La pandemia ha reso evidente la crisi della globalizzazione e ha rilegittimato l'organizzazione dei poteri pubblici e il loro intervento nella sfera sociale. Con gli effetti che produce nella realtà delle cose e nelle mentalità delle persone la pandemia, che da tempo imperversa nel mondo, sta contribuendo potentemente a rendere evidente anche la crisi della globalizzazione. La crisi cioè - se non forse la fine - di quella fase storica che per almeno un trentennio ha dominato la realtà economica e ideologica del nostro pianeta. Sono almeno tre i fattori che stanno segnando la probabile fine del ciclo storico apertosi negli anni 80 del secolo scorso.
Il primo fattore è la definitiva frantumazione dell'ordine internazionale uscito dalla fine "guerra fredda" (1991). Nel declino dell'egemonia americana che allora raggiunse il suo culmine, nuove potenze mondiali e regionali si sono fatte prepotentemente avanti dappertutto - Cina, Russia, Turchia, Iran, India - e altre minori premono in cerca di spazio. Tutte mirano a crearsi zone d'influenza, cercano di espandersi, suscitano conflitti, alterano equilibri, sempre seguendo il proprio esclusivo interesse e infischiandosene di ogni norma, accordo o status quo precedenti. Né d'altro canto la globalizzazione sembra avere prodotto alcuna apprezzabile diffusione della democrazia, mentre il mito della pace - tanto più se "mondiale" - si rivela sempre più un mito.
Anche il secondo fondamento della globalizzazione, il libero scambio - che ebbe il suo simbolo nell'ammissione della Cina comunista nell' Organizzazione del Commercio Mondiale nel 2001 - ha perduto buona parte del suo consenso. Il libero scambio, infatti, ha determinato sì la crescita economica di alcuni Paesi (molto probabilmente però a scapito di quella di altri), ma ha mostrato un drammatico punto debole. Anzi due.
Innanzi tutto dietro il suo schermo e grazie ad esso ha potuto prendere forma l'inquietante progetto di Pechino volto a impadronirsi di punti geografici chiave, di risorse e di tecnologia strategiche dell'economia mondiale, al fine di costruire la propria egemonia planetaria. Così come del resto, bisogna aggiungere, ogni Paese ha cercato in realtà di far girare le cose a proprio esclusivo vantaggio.
In secondo luogo, proprio durante la pandemia si è visto quanto aleatorio sia quell'assioma a fondamento del libero scambio secondo il quale la proprietà e la localizzazione geografica delle produzioni sarebbe del tutto irrilevante perché a contare sarebbe solo il loro costo. Ma oggi ci accorgiamo che proprio su questo punto è lecito nutrire più di un dubbio: davvero non ha alcuna importanza, ad esempio, che una fabbrica, mettiamo di vaccini o di mascherine, si trovi in Italia o chissà dove? Che essere in grado o no di produrre in casa propria certi dispositivi elettronici sia indifferente?
Il terzo elemento che induce a pensare che stia finendo il tempo della globalizzazione riguarda il ruolo dello Stato, che la globalizzazione stessa prevedeva e auspicava avviato al declino. Discutibile o meno che sia l'auspicio quel che è certo è che almeno la previsione non si sta rivelando azzeccata. Infatti l'arrivo dei tempi difficili portati dall'epidemia ha obbligato tutti a rivolgersi allo Stato: per sperare di essere curati, per avere indicazioni su che cosa fare, per ottenere aiuti di ogni tipo, per immaginare un rilancio dello sviluppo economico. Sotto gli occhi increduli di molti lo Stato, l'organizzazione dei pubblici poteri, il loro intervento nella sfera sociale, stanno oggi ricevendo in Occidente una fortissima rilegittimazione ideologica da cui sembra assai difficile che domani si possa tornare indietro.
Tanto più che, sopraggiunta l'emergenza, l'intera trama del multilateralismo e delle organizzazioni internazionali - in particolare quella di nostro maggiore interesse, l'Unione Europea - non hanno mostrato certo né una grande efficienza né un alto tasso di compattezza e di solidarietà. Come punto di riferimento è rimasto in piedi bene o male solo lo Stato: e non dispiaccia a nessuno se per Stato s'intende ovviamente lo Stato nazionale.
Se le cose fin qui dette sono vere esse significano un fatto molto importante: la riproposizione con forza del tema della sovranità e del suo ovvio intreccio con la politica. Il tema cioè della capacità propria dello Stato di esercitare il potere al servizio di un progetto collettivo. Un potere che può trovare un limite solo in forza di una propria autonoma decisione: un potere sovrano dello Stato nazionale che nei regimi democratici come il nostro equivale alla sovranità del popolo, fonte attraverso i suoi rappresentanti di tutte le decisioni e azioni dello Stato stesso.
Un tale cambiamento di prospettiva non può che avere conseguenze positive sulla discussione politica italiana, negli ultimi anni avvitatasi in maniera in buona parte surrettizia proprio intorno al tema della sovranità. Con il centro-sinistra rivolto a sottolineare la positività di qualunque cessione o esercizio attenuato della sovranità da parte dell'Italia - quasi si trattasse di chissà quale manifestazione di una superiore civiltà - e la destra invece belluinamente contro, intendendosela con i peggiori impresentabili della scena europea e perciò attirandosi l'accusa di "sovranismo": che ormai nel lessico del perbenismo ideologico suona più o meno come sinonimo di nazismo.
Ma i tempi suggeriscono di convincersi che ormai non è più questione di sovranismo no o sovranismo sì. È questione solo di sovranità. Che oggi più che mai appare necessario riformulare per gli anni che abbiamo davanti un ruolo attivo e propulsivo a tutto campo dello Stato nazionale e della sua volontà politica. Ciò che per un verso rende urgentissima la riforma di tutte le sue amministrazioni e l'opposizione più decisa alla frantumazione regionalistica, e per un altro ci deve spingere a mantenere saldamente tutti i nostri legami europei e atlantici ma mantenendo fermo un presupposto che non sempre in passato abbiamo tenuto presente. E cioè che venga rispettata in maniera rigorosa una condizione di eguaglianza e di reciprocità: senza puntigliosità ragionieristiche ma con un'avveduta risolutezza.
di Paolo Delgado
Il Dubbio, 15 aprile 2021
L'ultima boutade riguarda la fine del Conte bis. Ma teorie creative accompagnano la storia d'Italia da decenni: da Piazza Fontana a via D'Amelio, passando per il caso Moro. La caduta del governo Conte? Interessi internazionali. L'impennata dello spread che travolse Berlusconi dopo 25 anni di centralità assoluta nella politica italiana? Una manovra orchestrata dall'Europa.
Tangentopoli? Una resa dei conti guidata dagli americani che non avevano mai chiuso il conto in sospeso con Craxi e Andreotti per la loro politica filoaraba. La strage di via D'Amelio e l'uccisione di Paolo Borsellino? Un crimine sanguinoso deciso da una parte dello Stato per coprire la trattativa intavolata con qualche corleonese di spicco. Il sequestro Moro? Frutto di un piano diabolico per fermare l'amoroso abbraccio tra Moro e Berlinguer, cambiando così per intero la storia d'Italia da quel momento in poi. La strage di piazza Fontana? L'avvio fragoroso di un progetto che forse mirava al golpe, forse solo al condizionare la politica italiana: comunque tassello centralissimo di un progetto lucido e feroce.
Ma anche senza procedere caso per caso, basta sussurrare 'P2', per chiarire che niente, nella storia d'Italia nell'ultimo scorcio del secolo scorso, è successo per caso, per coincidenza, per l'intreccio di scelte diverse, nulla è stato quel che sembrava e agli occhi degli ingenuotti ancora sembra. C'era dietro qualcosa, anzi qualcuno ma si commetta l'errore di pensare che quei pupari incappucciati fossero, almeno loro, la causa prima, la fonte delle trame. È evidente che dietro quelli che stavano dietro doveva esserci qualcuno di ancora più misterioso.
Non si esaurisce qui, con questa succinta e incompleta rassegna delle trame subodorate dalla sinistra in Italia, il dizionario enciclopedico dei complotti sospettati, presunti, immaginati ma per ciò stesso considerati verità rivelata senza bisogno di prove ulteriori. C'è tutto un versante, di solito in voga più a destra che a sinistra, che quanto a fantasie allucinate supera quello della sinistra e che si è dispiegato con fasto trionfale grazie alla pandemia.
Qui i complotti sono più contorti, più surreali ma in un certo senso anche più tradizionali. Che si tratti dell'eterno Soros, ultima incarnazione del ' perfido ebreo', o della congiura pedofila mondiale di cui sono certi i seguaci di QAnon, il modello è sempre quello fissato una volta per tutte all'inizio del secolo scorso dai falsi Protocolli dei savi di Sion, scritti in realtà dalla polizia zarista. Con la sua visione di una ragnatela tessuta intorno all'intero mondo dai cospiratori ebrei decisi a dominarlo, quella fantasia ha fatto danni enormi, ha contribuito a far sbocciare la furia genocida nazista e tuttavia, oggi, è meno subdola. I suoi tratti sono troppo evidentemente irreali per costituire una narrazione credibile per una vasta area della popolazione se non per la maggioranza.
La mania 'dietrologica' della sinistra italiana è più sobria. Parte di solito da elementi reali o almeno realistici, appare dunque molto meno delirante di quelle modello QAnon. È probabile che Washington, dopo il cambio di amministrazione, fosse davvero preoccupata per le eccessive aperture dell'Italia di Conte a Russia e Cina ed è sicuro che, caduto il Muro, qualche sospeso con l'Italia per Washington era arrivato al saldo. La Ue era davvero stanca di Berlusconi nel 2011 e nella strategia della tensione degli anni '70 c'azzecca davvero l'uso che una parte di servizi segreti voleva fare dei neofascisti di allora.
Su questi elementi veri o possibili, la mania italiana del complotto costruisce però cattedrali nelle quali l'ipotesi diventa automaticamente certezza, la possibilità prova definitiva, il probabile auspicio regia. I dubbi sul sequestro Moro si trasformano in garanzia dell'esistenza della cospirazione, la possibilità che i servizi segreti abbiano quanto meno cercato di rallentare le ricerche, mai provata ma almeno plausibile, diventa elemento probatorio del loro coinvolgimento diretto, il solo fatto che qualcuno certamente auspicasse la fine del dialogo tra Dc e Pci vale da solo a fare di quel non meglio identificato 'qualcuno' il regista dell'operazione.
Il modello del caso Moro potrebbe essere riapplicato a tutti i presunti complotti che costellano la storia recente. La costruzione fantastica, infine, è impermeabile alle smentite della realtà. Poco importa che fra tutti i brigatisti rossi implicati nel sequestro Moro Mario Moretti sia l'unico ancora in carcere, dunque non sospettabile di essere stato al soldo di una parte torbida dello Stato. Siccome senza la complicità di Moretti non è immaginabile una eterodirezione del rapimento del leader Dc, Moretti deve essere per forza un uomo dei servizi anche se nulla conferma l'ipotesi e tutto la smentisce All'origine di questa tendenza ormai tracimata non c'è solo l'antica diffidenza italiana, la convinzione sedicente astuta che tutto sia sempre diverso da quel che sembra.
Ci sono alcune fonti nobili: la teoria del 'doppio Stato' dello storico Franco De Felice, che aveva una sua dignità ben superiore alla vulgata che ne è poi derivata, e la famosa poesia di Pasolini "Io so anche se non ho le prove". Quella poesia, diventata poi sciagurato senso comune, si basava a propria volta su un dato di realtà: la necessità per ogni Stato di nascondere sempre qualcosa, come nel caso dei riscatti per i sequestrati all'estero che si possono pagare e vengono pagati ma solo negando di averlo fatto, e una serie di manovre grossolane messe in opera agli apparati dello Stato agli albori dell'ondata complottista, all'inizio degli anni 70, quando per nascondere peccati veniali, come l'uso dei fascisti da parte dei servizi segreti, si accreditò il sospetto di ben altri coinvolgimenti.
Il danno che ne è derivato è enorme. Un Paese non può fare i conti con la propria storia se è convinto di non conoscere la verità di quella storia e si condanna quindi a non poter mai elaborare e superare il passato. Un Paese non può avere alcuna fiducia in una classe dirigente e in uno Stato che immagina perennemente impegnato in manovre o trame oscure. La potenza esiziale della follia complottista e dietrologica è molto più massiccia di quanto non appaia. Con la trovata del governo Conte abbattuta da un intrigo internazionale Bettini ha aggiunto il suo mattoncino al torvo edificio. Purtroppo non sarà l'ultimo.
di Gaetano De Monte
Il Domani, 15 aprile 2021
Cinque morti sospette negli ultimi due anni. Condizioni materiali e sanitarie indecenti. Numerosi fatti di violenza. Le proteste e le ribellioni degli ospiti. Il Garante dei detenuti accusa, il Viminale rassicura. Cinque persone straniere sono morte in circostanze poco chiare negli ultimi due anni nei Centri di permanenza per i rimpatri. Vakhtang Enukidze era uno di loro, il più vecchio, un cittadino georgiano di 38 anni che è deceduto all'ospedale di Gorizia il 18 gennaio 2020. Come si ricorderà, accadde che l'uomo, in seguito a una rissa scoppiata all'interno della struttura di Gradisca D'Isonzo, era stato portato prima in carcere e, dopo un giorno e mezzo di reclusione di nuovo trasferito all'interno del Centro per i rimpatri. Qui dentro aveva ripreso a star male e, successivamente, era stato trasferito in ospedale, dove il 18 gennaio, poi, era deceduto.
Cause da chiarire - L'uomo morirà qualche ora dopo per le conseguenze di un edema polmonare, come stabilì l'autopsia. Su quell'episodio, però, continuano ad addensarsi delle ombre. Così come sulle altre storie di violenza accadute all'interno dei centri per i rimpatri negli ultimi due anni. Sei mesi dopo, il 14 luglio, un altro decesso avviene all'interno di Gradisca d'Isonzo. Stavolta, si tratta di un cittadino albanese che vi era entrato soltanto sei giorni prima, il quale viene trovato riverso in stato di incoscienza all'interno della cella di isolamento. L'estate precedente era stata la volta di Harry, ventenne nigeriano con disturbi psichiatrici che si era tolto la vita impiccandosi all'interno del Cpr di Brindisi-Restinco. E ancora: un cittadino bengalese di 32 anni fu trovato morto negli stessi giorni "per cause naturali" dopo aver trascorso 15 giorni in isolamento nel Cpr di Corso Brunelleschi, a Torino. Infine, Aymen, un cittadino tunisino di 32 anni anche lui morto per cause naturali, come aveva stabilito il medico legale che lo aveva visitato dopo il decesso avvenuto all'interno del Cpr di Caltanissetta il 12 gennaio del 2020.
"In relazione a tutte queste vicende, il Garante nazionale ha inviato alla Procura della Repubblica competente una nota di richiesta informazioni in veste di persona offesa; in due casi il Garante ha, altresì, nominato un proprio difensore e un proprio consulente tecnico per gli accertamenti in sede di esame autoptico", si legge nel report che è stato pubblicato il 12 Aprile dall'ufficio del Garante nazionale per i detenuti, Mauro Palma.
Migranti confinati - Il documento è l'esito delle visite che Palma ha condotto per gli anni 2019 e 2020 nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr) di Bari, Brindisi-Restinco, Caltanissetta-Pian del Lago, Gradisca d'Isonzo, Macomer, Milano, Roma-Ponte Galeria, Torino, Palazzo San Gervasio-Potenza, Trapani-Milo. Al termine delle quali è stato evidenziato, nel complesso: "l'evidente e incontrovertibile scarsa efficacia del sistema che, in linea con le precedenti annualità, anche nel 2019 ha visto realizzarsi l'effettivo rimpatrio di meno del 50 per cento delle persone trattenute".
Basti pensare che nel 2019 su un totale di 6172 persone transitate nei Cpr quelle effettivamente rimpatriate ammontano a 2992. Secondo il Garante: "in spregio ai fini per cui la privazione della libertà dei cittadini stranieri è prevista dai principi fondamentali dell'ordinamento, la detenzione amministrativa assume nella prassi prevalentemente i tratti di un meccanismo di marginalità sociale, confino e sottrazione temporanea allo sguardo della collettività di persone che le Autorità non intendono includere, ma che al tempo stesso non riescono nemmeno ad allontanare".
Parole dure, come pietre, quelle messo nero su bianco da Mauro Palma, suffragate dalla descrizione dei fatti; degli episodi di violenza che si sono succeduti negli ultimi due anni nei Cpr e, dalle condizioni materiali e di sospensione giuridica in cui si trovano i migranti trattenuti al loro interno.
Diritti violati - "Manifestazioni di protesta, ribellioni e danneggiamenti alle strutture si sono succeduti senza sosta; inoltre, mai come in passato, si è verificato un numero così elevato di eventi tragici: tra giugno 2019 e luglio 2020, cinque cittadini stranieri hanno perso la vita mentre scontavano una misura di detenzione amministrativa". Si rileva nel report del Garante: "appare difficile non considerare tale serie di eventi infausti quantomeno il sintomo di realtà detentive gravemente e fisiologicamente problematiche non sempre in grado di proteggere e tutelare la sicurezza e la vita delle persone poste sotto custodia". L'ultimo fatto di violenza, in ordine cronologico, si è verificato due giorni fa, l'11 aprile, all'interno del Centro di permanenza per i rimpatri di via Corelli, a Milano, dove tre migranti si sono feriti lanciandosi dal tetto per protesta e sono stati soccorsi e portati in ospedale.
Tutte le strutture visitate presentano grosse problematiche in relazione alle condizioni igieniche e materiali, secondo Mauro Palma, il quale quando ha visitato il Cpr di Caltanissetta a fine novembre del 2019, ad esempio, ha riferito che i padiglioni abitativi e i bagni erano privi di vetri alle finestre e che a fronte di un totale di 72 persone presenti, gli stessi servizi igienici presentavano due sole docce funzionanti, una per padiglione, sulle otto disponibili. Non solo.
"I materassi di gommapiuma erano umidi, oltre che notevolmente usurati, sporchi e recanti tracce di muffa". Più in generale, ha rilevato ancora Palma: "nei Centri manca ancora un sistema uniforme di registrazione degli eventi critici, cioè degli episodi di autolesionismo, aggressioni, danneggiamenti, tentati o compiuti suicidi, che possa considerarsi affidabile, effettivo e completo".
Nelle 44 pagine del rapporto che è stato consegnato al ministero dell'Interno, inoltre, si fa riferimento a una serie di criticità che sono emerse dalle visite, dal punto di vista delle garanzie giuridiche riconosciute ai migranti trattenuti. In particolare, il Garante ha chiesto che le celle di sicurezza collocate nel livello interrato del Cpr di Torino siano messe fuori uso e ha raccomandato che non sia consentita, in qualsiasi struttura la permanenza, anche per periodi brevi di tempo, in locali non adeguati da un punto di vista dell'apporto di luce e di aria naturali, nonché di riparo da condizioni climatiche esterne difficili. Non soltanto. È stato chiesto di intervenire su quelle che sono state definite "promiscuità delle situazioni giuridiche".
Nei fatti, che sia favorita il più possibile la separazione tra coloro che provengono dal circuito penale e coloro che si trovano solamente in una posizione di irregolarità amministrativa o che sono richiedenti asilo. Di intervenire, più in generale, sulla sostanziale opacità delle strutture di detenzione amministrativa, chiuse al mondo dell'informazione e della società civile organizzata, che anche prima dell'emergenza sanitaria si vedevano regolarmente negare dalle Prefetture le richieste di accesso.
Il Viminale promette - E tuttavia la risposta ai rilievi e alle raccomandazioni mosse dal Garante dei detenuti non è tardata ad arrivare da parte del Ministero degli Interni che, attraverso una nota firmata dalla funzionaria del Dipartimento per le Libertà Civili e Immigrazione, Michela Lattarulo, ha riferito che "proseguono gli interventi di miglioramento e ripristino della funzionalità totale o parziale nei centri di Bari, Brindisi, Caltanissetta, Milano, Roma, Torino, Trapani, compresi quelli diretti a realizzare spazi dedicati ad attività sociali, mensa e luoghi di culto".
E ha assicurato che "i lavori che verranno programmati, laddove necessario, terranno conto dell'esigenza di assicurare la funzionalità e la riservatezza nell' utilizzo dei servizi igienici". Più in generale, hanno promesso dal Viminale: "verrà richiamata l'attenzione dei Prefetti affinché, anche in fase di rilascio dal Cpr, vengano prestate le cure e l'assistenza necessarie a tutelare l'integrità fisica dei migranti, nell'ambito del vigente ordinamento". Condividendo, infine, con il Dipartimento della Pubblica Sicurezza la raccomandazione circa la necessità di "evitare prassi lesive della dignità della persona come quelle segnalate dal Garante". Di assicurare i diritti minimi, dunque, nell'inferno dei Centri per i rimpatri dei migranti.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 15 aprile 2021
Italia-Egitto. Ordine del giorno approvato senza voti contrari. Mentre la procura di Roma deposita gli atti di altri tre testi contro gli 007 cairoti accusati dell'omicidio di Giulio. Interrogazione parlamentare sul militare egiziano (Fremm) accusato di stupro e fuggito da La Spezia. Appello di 72 Ong internazionali per chiedere ad Al-Sisi l'immediato rilascio dello studente e ricercatore (a Vienna) Ahmed Samir Santawy, arrestato al Ciaro con l'infondata accusa di terrorimo.
"C'è qualcosa nella storia di Patrick Zaki che prende in modo particolare, ed è ricordare quando un innocente è in prigione. Questo l'ho provato anch'io e sarò sempre presente, almeno spiritualmente, quando si parla di libertà". La senatrice a vita Liliana Segre ha affrontato il viaggio da Milano a Roma, malgrado "le forze che non sono sempre brillantissime", per essere presente in Aula e votare l'ordine del giorno - approvato con 208 voti, nessun contrario e 33 astenuti (tra gli altri, i senatori di Fd'I) - che chiede al governo di concedere la cittadinanza italiana al ricercatore egiziano di 29 anni dell'università di Bologna, in detenzione preventiva dal 7 febbraio 2020 nel carcere di massima sicurezza di Tora, alla periferia del Cairo.
Un atto simbolico, quello del Senato, ma importante, che cade nello stesso giorno in cui la procura di Roma deposita i verbali di altri tre testimonianze che accusano i quattro appartenenti ai servizi segreti egiziani di aver rapito, torturato e ucciso Giulio Regeni. E nello stesso giorno in cui il deputato di Si Nicola Fratoianni presenta un'interrogazione parlamentare per chiedere ai ministri Lamorgese, Cartabia e Guerini di fare chiarezza sul caso di un militare egiziano accusato di tentata violenza sessuale a La Spezia che è riuscito a fuggire e rimpatriare poco prima di essere arrestato dalle forze dell'ordine italiane. L'uomo si trovava nella città ligure assieme ad altri commilitoni egiziani in attesa della consegna di una delle fregate Fremm vendute dall'Italia all'Egitto.
E dunque sono diventati otto, a questo punto, i testimoni attendibili (altri si sono presentati agli inquirenti ma sono stati scartati) che il procuratore Michele Prestipino e il sostituto Sergio Colaiocco citeranno davanti al Gip nell'udienza preliminare fissata per il 29 aprile per chiedere il processo al generale Tariq Sabir, ad Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e a Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, indicato dai primi testi come il torturatore del ricercatore friulano. Da quanto si apprende dalle agenzie di stampa, i nuovi testimoni avrebbero apportato "nuovi elementi conoscitivi su fatti già acquisiti". In particolare, la conferma che i depistaggi dei servizi segreti cairoti iniziarono immediatamente, già il 2 febbraio 2016, ossia il giorno prima del ritrovamento del corpo di Giulio sulla strada tra Alessandria e Il Cairo.
Quel giorno infatti uno dei testimoni, che sostiene di essere diventato amico di Mohammed Abdallah, il capo del sindacato indipendente degli ambulanti che ha denunciato Regeni, ha riferito ai pm di aver visto Abdallah spaventato che gli confidò di aver appreso della morte di Giulio Regeni da un ufficiale di polizia nell'ufficio del commissariato di Dokki, dove stavano già ipotizzando "la soluzione per deviare l'attenzione da loro": "quella di inscenare una rapina finita male". Regeni venne torturato per giorni nella stanza numero 13 di una villetta che secondo i testimoni sarebbe usata dagli 007 egiziani per torturare - e uccidere anche - gli oppositori al regime accusati di "tradimento".
Lì avrebbe potuto finire probabilmente anche Patrick Zaki, l'attivista per i diritti umani detenuto da quasi 15 mesi con l'accusa di terrorismo e diffamazione dello Stato tramite i mass media. Se non è accaduto, come hanno spiegato ripetutamente i suoi migliori amici, è grazie alle pressioni internazionali e all'attenzione richiamata sul suo caso. Motivo per il quale l'ordine del giorno votato dal Senato, sia pur "simbolico e privo di effetti pratici a tutela dell'interessato", come ha spiegato in Aula la viceministra degli Affari esteri e vice presidente del Pd Marina Sereni, risulta comunque importante, anche perché nel testo si chiede al governo di sollecitare le autorità egiziane per la liberazione del ricercatore, di monitorare l'iter processuale e di attivarsi a livello europeo e in sede G7 sulla tutela dei diritti umani nel mondo. Per Sereni invece "la concessione della cittadinanza a Zaki potrebbe addirittura rivelarsi controproducente", e l'Italia in ogni caso non potrebbe "fornire protezione consolare al giovane, essendo egli anche cittadino egiziano, visto che prevarrebbe la cittadinanza egiziana".
Per gli autori della petizione "Station to Station" che su Change.org. ha raccolto 200 mila firme dall'inizio dell'anno, "il tempo delle promesse e delle buone intenzioni è scaduto, ora servono passi concreti per Zaki e per il rispetto dei diritti umani". A supporto della richiesta di accogliere come cittadino il ricercatore che aveva scelto l'Italia come Paese di adozione, ieri ha votato anche l'assemblea Capitolina con una mozione che vincola la sindaca Raggi a mobilitarsi presso il governo in questo senso. Zaki purtroppo però non è l'unico innocente nelle carceri egiziane: 72 Ong internazionali hanno chiesto ieri al governo di Al Sisi il "rilascio immediato e incondizionato" dello studente e ricercatore (a Vienna) Ahmed Samir Santawy, 29 anni, detenuto in Egitto "arbitrariamente dal primo febbraio 2021 per false accuse di terrorismo". L'Italia non può più far finta di non vedere.
di Valeria Fedeli*
Il Dubbio, 15 aprile 2021
Patrick Zaki è illegalmente detenuto in Egitto da oltre 14 mesi. Nei giorni scorsi la sua fidanzata ha espresso forte preoccupazione per la sua tenuta psichica e morale oltre che fisica viste le condizioni e le torture subite. Abbiamo tutti letto il messaggio di dignità e coraggio, scritto in italiano, che Patrick è riuscito a far uscire dal carcere attraverso un libro e da cui traspare anche l'enorme difficoltà a continuare a resistere a un trattamento disumano, incivile, illegale e barbaro.
La carcerazione preventiva di Patrick è stata reiterata più e più volte. Ecco perché nella mozione di maggioranza votata al Senato, alla presenza di grande valore e significato di Liliana Segre che ne è firmataria, oltre alla richiesta al governo di attivare le procedure per il riconoscimento della cittadinanza italiana al giovane attivista per i diritti umani (un'iniziativa di forte valore simbolico) c'è anche quella, sostanziale, di ricorrere alla clausola 30 della Convenzione Onu contro la tortura che, con un iter più rapido, consente, laddove non si possa attivare un negoziato sull'applicazione della Convenzione stessa, di avviare un arbitrato internazionale fino alla Corte di giustizia internazionale.
Sia l'Italia che l'Egitto hanno ratificato la Convenzione. Ed è questa la ragione per la quale il nostro Paese, come peraltro potrebbe fare ciascuno degli altri Stati firmatari, ha il diritto e il dovere di pretenderne dall'Egitto il rispetto trattandosi di impegno vincolante assunto in sede internazionale. Ma c'è anche un'altra ragione per affiancare questa strada a quella della cittadinanza: al meccanismo dell'articolo 30 si può ricorrere da subito, senza attendere l'eventuale riconoscimento della cittadinanza italiana.
Oggetto della Convenzione contro la tortura, le punizioni inumane e degradanti sono infatti i diritti umani che vanno rispettati sempre, indipendentemente dalla cittadinanza. Non esistono dubbi che Patrick, giovane e impegnato attivista, studente e ricercatore presso l'Università di Bologna, sia stato barbaramente picchiato e torturato per la sola colpa di lottare per la democrazia e la libertà nel suo Paese. Per la sola colpa delle sue idee. Incolpato addirittura di essere un terrorista e per questo, con questa assurda accusa, trattenuto dal 7 febbraio 2020 nelle carceri egiziane, senza prove, senza un giusto processo.
Le poche righe che è riuscito a consegnarci rappresentano un estremo tentativo di far sentire una voce, di rivendicare un'identità contro il feroce tentativo di repressione di cui egli, come tanti, troppi altri, è vittima e ostaggio. E' la ragione per cui in questi anni non abbiamo mai smesso, dentro e fuori le istituzioni, in particolare attraverso il lavoro della Commissione straordinaria per i diritti umani, di chiedere con forza verità e giustizia per Giulio Regeni, anch'egli giovane ricercatore, ucciso dallo stesso sistema repressivo, violento, illegale che sta distruggendo la vita di Patrick, della sua famiglia, dei suoi amici, che colpisce al cuore chiunque creda nell'inviolabilità assoluta dei diritti umani fondamentali e che sta trasformando l'Egitto in uno dei Paesi più illiberali e repressivi.
Ecco perché questa battaglia, la battaglia per Patrick, per Giulio e per tutte le vittime di aggressioni, violazioni, intimidazioni, torture, non potrà mai cessare finché la battaglia stessa non sarà vinta, finché non saranno condannati i responsabili della morte di Regeni e chi ha tentato di insabbiarne il caso e finché Zaki non sarà liberato.
L'Italia non smetterà di far sentire la sua voce e di percorrere tutte le strade possibili come altrettanto devono fare l'Europa, già promotrice di una risoluzione comune approvata nel dicembre scorso dal Parlamento europeo, e la comunità internazionale. Abbiamo il dovere di andare avanti, di agire sul fronte politico, diplomatico e del diritto e di fare presto perché non sappiamo quanto Patrick potrà resistere. Non sappiamo cosa potrebbe ancora accadergli, ma sappiamo che dove stanno i diritti fondamentali delle persone, la libertà, la giustizia là stanno e devono stare le nostre istituzioni democratiche, l'Italia.
*Capogruppo Pd Commissione straordinaria diritti umani
di Pierfrancesco Curzi
Il Fatto Quotidiano, 15 aprile 2021
In Egitto 65mila prigionieri politici e tanti arrestati scomparsi. Quando al-Sisi ha dato il suo placet all'edificazione dell'imponente numero di prigioni, il bisogno nasceva in previsione di un'azione repressiva senza precedenti. Secondo l'ultimo report di 'Arab Network for Human Rights Information' su 120mila detenuti, 65mila sono, oltre ai politici di formazioni ostili al regime, sono giornalisti, avvocati, medici, professionisti in genere e cittadini che hanno manifestato il loro dissenso.
Per costruire una casa solida ci vogliono fondamenta forti. Ad ognuno la scelta sul tipo di edificio su misura e il presidente dell'Egitto, Abdel Fattah al-Sisi, evidentemente, nello stilare le priorità dello Stato, le sue fondamenta appunto, ha scelto di partire dalla repressione. Solo così si può spiegare la mossa strategica: nel 2011 le prigioni egiziane attive di ampie dimensioni erano 43, in meno di dieci anni sono lievitate a 78.
Si tratta di istituti di pena di grandi dimensioni (Central prisons), come l'enorme Borg al-Arab ad Alessandria d'Egitto (12mila detenuti, il più grande in Egitto) o il famigerato Tora al Cairo; a questi si devono aggiungere altre più piccole (General prisons), con dotazioni di sicurezza inferiori dove sono ospitati prigionieri per reati minori con il numero complessivo degli istituti che supera la soglia dei 130.
Nella statistica non figurano le stazioni di polizia, luoghi filtro tra la libertà e la cella, non di rado usate come prigioni vere e proprie. Insomma, un mastodontico apparato attraverso cui il regime mostra i muscoli e affievolisce qualsiasi forma d'opposizione. Ciò che re e predecessori hanno realizzato in decenni se non in secoli di storia, ad al-Sisi è riuscito in una manciata di anni.
Questo dato, davvero impressionante, emerge da un report presentato nei giorni scorsi dall'Anhri (Arab Network for Human Rights Information), una delle principali organizzazioni per la tutela dei diritti umani del Paese dei Faraoni. È vero, fino alla primavera del 2013 l'attuale presidente era 'soltanto' il Ministro della Difesa, alla guida del Paese c'erano i Fratelli Musulmani, rovesciati poi da un colpo di Stato, ma sono proprio gli otto anni successivi alla cacciata di Mohamed Morsi in cui le prigioni sono proliferate.
Come in un disegno predefinito, il regime del Cairo ha scelto e applicato alcune linee guida ben precise: mettere a tacere il dissenso, se necessario anche con la forza, pianificare la capitale del futuro, un Eden artificiale per pochi in mezzo al deserto, e isolarsi dal resto della popolazione. In attesa dell'inaugurazione della New Capital, 70 chilometri a sud-est del Nilo, il regime si gode il numero impressionante di edifici costruiti o trasformati in altrettanti istituti di pena.
La Rete Araba per le Informazioni sui Diritti Umani è andata a fondo e ha effettuato una vera e propria radiografia dell'attuale sistema carcerario egiziano. Quando al-Sisi ha dato il suo placet all'edificazione dell'imponente numero di prigioni, il bisogno nasceva in previsione di un'azione repressiva senza precedenti, soprattutto nei confronti dell'opposizione politica e delle organizzazioni non governative. In pochi anni il diabolico sistema messo in pratica dalla Nsa, la National Security Agency, il braccio armato del potere di al-Sisi, ha portato ad un'ondata di arresti senza precedenti; decine di migliaia di detenuti da considerare non 'criminali comuni'.
A parlare oggi sono i numeri: secondo l'Anhri nelle prigioni di Stato sono ospitati complessivamente circa 120mila persone, di queste ben 65mila sono prigionieri politici o di coscienza; 54mila sono invece gli altri i prigionieri per reati comuni.
Delle 65mila persone in gabbia abbiamo, oltre ai politici di formazioni ostili al regime, giornalisti, avvocati, medici, professionisti in genere; tra loro anche cittadini ordinari la cui colpa è stata criticare l'operato del governo, magari scendendo in piazza per una manifestazione o lasciando un post su Facebook o Instagram. Manca una piccola, ma comunque nutrita fetta di prigionieri, circa un migliaio, di cui si sono letteralmente perse le tracce.
Parliamo dei tantissimi casi di persone, uomini e donne, arrestate e di cui non si hanno più notizie. Ufficialmente risultano tra le mani dell'autorità carceraria, di fatto risultano scomparse. Un ultimo dato numerico racconta meglio di altri l'incubo in cui sono costretti a vivere migliaia di attivisti antiregime come ad esempio il 'nostro' Patrick Zaki, arrestato più di quattordici mesi fa e per una dozzina di volte con la detenzione rinnovata per consentire ulteriori indagini-farsa.
Dei 119mila incarcerati, 82mila stanno scontando una pena definita, gli altri, ben 37mila, sono nelle stesse condizioni di Zaki. Come abbiamo più volte ricordato, la legge egiziana pone un termine a due anni entro cui arrivare ad una sentenza di non luogo a procedere, e dunque di rilascio, o di avvio al processo. Spesso è successo che i termini di detenzione senza una sentenza non siano stati rispettati. È capitato che le autorità egiziane abbiano optato per un altro sistema, l'inserimento di un singolo detenuto in un altro caso giudiziario, riportando le lancette del tempo al primo giorno di carcere.
Nel report dell'Anhri figurano anche due storie. La prima è l'intervista ad un detenuto, Hani Muhannai, del gennaio scorso. Rivela alcuni dettagli sul tipo di detenzione riservato ai figli dell'ex presidente Hosni Mubarak, morto nel febbraio 2020, Alaa e Gamal, in una sezione del carcere di Tora. Ai due, durante la detenzione (sono usciti di prigione lo scorso anno) era stato consentito di trascorrere la detenzione con tutti i confort del caso, tra tavoli da biliardo e di ping-pong, frigorifero e televisore, mentre a migliaia rischiano di morire e vivono in condizioni pessime.
Nel secondo caso si parla di una lettera inviata da un prigioniero di coscienza, Hossam al-Arabi, al procuratore generale, sempre a gennaio: "All'ingresso della prigione sono stati spogliato dei vestiti, rasato e picchiato. Ho assistito ad aggressioni nei confronti di altri prigionieri. Siamo stati fino a 40 detenuti in una cella di circa 15 metri quadrati, gente arrivava e spariva di continuo e per dormire facevamo a turno. Per giorni abbiamo mangiato solo pane, ogni tanto consentivano di farci arrivare cibo dei familiari da fuori".
Scene di ordinaria follia a cui non dovranno più assistere, si spera, Solafa Magdy e suo marito Hossam al-Sayyad, rilasciati il 14 aprile all'alba dopo un anno e mezzo di prigione, Solafa a Qanater e Hossam a Tora. Una notizia che è stata accolta con grande gioia da tutta la comunità egiziana che si occupa di tutela dei diritti umani. A colpire sono state le immagini dell'abbraccio tra la coppia e il figlio Khaled. Della loro storia il Fatto si era occupato alcuni mesi fa raccontando l'odissea dei due giornalisti e dell'agonia del bambino. Le condizioni di salute Solafa Magdy, in particolare, erano peggiorate nell'ultimo periodo e gli appelli per la sua liberazione si erano ripetuti. Le buone notizie non finiscono qui.
E poi c'è la storia di Khaled Daoud, uno dei prigionieri 'eccellenti' messi a tacere dal regime. Noto politico - è stato a capo del partito di opposizione liberale al-Dostour - e giornalista, tra i dissidenti più accesi del presidente al-Sisi, Daoud era stato arrestato più di diciotto mesi fa, ad inizio ottobre del 2019, dopo una protesta antigovernativa. Improvvisa, come un fulmine a ciel sereno, lunedì pomeriggio è arrivata la notizia del rilascio: "Intorno alle 17 un funzionario di polizia ci ha informato che il pubblico ministero aveva deciso di liberarlo e a mezzanotte ha fatto regolare ritorno a casa. Nei suoi confronti non è stato attivato un altro caso giudiziario", ha commentato l'avvocato e attivista Khaled Ali, in lizza per le ultime presidenziali del 2018 fino al giorno prima della scadenza della presentazione ufficiale della candidatura.
Nessuna buona notizia, invece, per Ayman Moussa, 26 anni, arrestato alla vigilia di Ferragosto del 2013 e condannato a 15 anni di carcere. È fortissima negli ultimi giorni la campagna social da parte delle organizzazioni per la tutela dei diritti umani, tesa a convincere il governo del Cairo a concedere la grazia al giovane, entrato in carcere quando non aveva ancora compiuto 18 anni. Moussa aveva partecipato alla manifestazione anti-regime organizzata dalla Fratellanza Musulmana a piazza Nahda conclusa con scontri, vittime, feriti e una raffica di arresti. L'accusa nei suoi confronti, come per altre decine di persone, era stata di tentato omicidio, anche se non sono mai state presentate prove di un suo coinvolgimento diretto nel ferimento di alcun membro delle forze dell'ordine o militare. La legge egiziana consente al Capo dello Stato di emettere un provvedimento di grazia nei confronti dei detenuti che abbiano superato metà della detenzione ed è su questo che le ong stanno facendo pressione.
di Giuliano Battiston
Il Manifesto, 15 aprile 2021
La guerra americana in Afghanistan è chiusa. Il ritiro completo e incondizionato avverrà entro l'11 settembre 2021, ventesimo anniversario dell'attacco alle Torri gemelle, preludio della guerra globale al terrore. È l'annuncio del presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, che ieri - troppo tardi per darne conto in modo esaustivo - ha tenuto una conferenza stampa per spiegare le ragioni della storica decisione. "Sono il quarto presidente a decidere sulla presenza delle truppe americane in Afghanistan. Due Repubblicani. Due Democratici. Non passerò la responsabilità a un quinto". Così Biden secondo le anticipazioni della Casa Bianca.
Le residue truppe statunitensi - 2.500 ufficialmente, 3.500 secondo un'inchiesta del New York Times - verranno dunque ritirate, portando a compimento il disimpegno iniziato da Donald Trump, l'artefice dell'accordo bilaterale tra Stati Uniti e Talebani firmato a Doha nel febbraio 2020. Quell'accordo prevedeva un legame, per quanto equivoco e con margini ampi di interpretazione, sfruttati dai Talebani, tra il completamento del ritiro e l'avanzamento del processo di pace tra i militanti islamisti e il "fronte repubblicano", iniziato a Doha nel settembre 2020.
La decisione di Biden invece è incondizionata. La guerra afghana è chiusa, a dispetto di ciò che avverrà sul campo militare e al tavolo negoziale. Biden, infatti, è convinto che non si possa "continuare il ciclo con cui estendiamo o espandiamo la nostra presenza militare in Afghanistan sperando di creare le condizioni ideali per il nostro ritiro, aspettando un risultato diverso".
Il risultato, Biden non lo dice, è la sconfitta degli Stati Uniti. La vittoria dei Talebani. Ai quali Biden - scegliendo l'11 settembre come data ultima del ritiro - fornisce un'occasione per celebrare la vittoria del loro jihad. I Talebani, a cui proprio Washington ha attribuito una patente di legittimità diplomatica con l'accordo di Doha, sono talmente forti da permettersi di tirare ancora la corda.
Sembrava che avessero acconsentito al posticipo di 4 mesi, portando a casa altre concessioni. E invece ieri il portavoce ufficiale ha dichiarato che, fino a quando non si ritirerà l'ultimo soldato straniero, non parteciperanno ad alcuna conferenza di pace. E che una data del ritiro già c'era: l'1 maggio 2021. Se non verrà rispettata, i Talebani saranno liberi di agire coerentemente.
Se adottassero una postura militare ancora più aggressiva, a rimetterci non sarebbero le truppe straniere, contro le quali ormai combattono poco o niente. Ma i soldati afghani e i civili.
Il presidente afghano Ashraf Ghani ha parlato ieri al telefono con Biden. Dichiara di rispettare la decisione americana. E si dice convinto che le forze di sicurezza locali saranno in grado di "difendere il nostro popolo e il nostro Paese".
I dati resi pubblici ieri da Unama, la missione dell'Onu a Kabul, dicono il contrario: nei primi 3 mesi del 2021, i ricercatori dell'Onu hanno registrato 573 morti e 1210 feriti, per una crescita complessiva del 29% rispetto allo stesso periodo del 2020. Per le donne, l'aumento è del 37%, del 23% per i bambini. "Imploro le parti in conflitto a trovare urgentemente un modo per fermare la violenza", ha sostenuto Deborah Lyons, la rappresentante speciale per l'Afghanistan del Segretario generale dell'Onu.
Mentre ieri a Bruxelles il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, e il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, prima dell'incontro con i ministri della Difesa e degli Esteri della Nato, si sono detti concordi: ce ne andremo via tutti insieme dall'Afghanistan. Anche l'Italia. Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ieri ha detto di condividere anche lui "la linea del cambio di passo in Afghanistan". "Si va verso una decisione epocale", ha sostenuto Di Maio, che meno di 3 settimane fa assicurava "l'impegno dell'Italia in Afghanistan".
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 15 aprile 2021
La Corte di Cassazione annulla la condanna dello scrittore, dopo l'intervento della Cedu. Il presidente riprende la querelle con l'Italia e con il primo ministro che lo aveva definito un dittatore. Già sospesi alcuni contratti con aziende italiane, già messo il cappello sul neo governo di Tripoli, Ankara tira la corda come fa sempre.
La lunga giornata turca si è chiusa con una sorpresa, inattesa: la Corte di Cassazione ha ordinato il rilascio dello scrittore e giornalista 71enne Ahmet Altan, in carcere dal primo settembre 2016 prima con l'accusa di aver preso parte al tentato golpe e poi con quella di appartenenza a organizzazione terroristica.
Ad appena 24 ore dalla sentenza della Corte europea per i diritti dell'uomo, che ne chiedeva il rilascio per violazione del diritto a un equo processo e della libertà di espressione, è successo qualcosa che non era mai accaduto prima: Altan ha lasciato il carcere di Silivri, dopo la cancellazione della condanna a 10 anni e sei mesi comminata nel 2019.
Poche ore prima era andato in scena un esempio ben diverso dei rapporti tra Turchia ed Europa. Un fiume in piena quello uscito dalla bocca del presidente turco Erdogan ieri alla Biblioteca presidenziale nazionale. Di fronte aveva dei giovani e ha approfittato dell'occasione per mettere i suoi puntini sulle i e spargere un po' di (in)sano nazionalismo. A partire dal caso Draghi, che la scorsa settimana lo aveva definito "un dittatore" (necessario).
"Prima di dire una cosa simile a Tayyip Erdogan devi essere a conoscenza della tua storia", ha detto il presidente per poi ribadire che il primo ministro italiano - come già sottolineato dal governo di Ankara la scorsa settimana nelle reazioni a caldo - è stato "nominato" e non eletto.
E dopo avergli dato dell'impertinente e del maleducato, Erdogan ha sventolato la vera minaccia: "Proprio in un periodo in cui auspichiamo che le relazioni tra Italia e Turchia possano raggiungere un ottimo livello, questo signore di nome Draghi ha purtroppo colpito i nostri rapporti", facendo presagire rappresaglie, dopo aver già fatto sospendere alcuni contratti in essere con aziende italiane, a partire da Leonardo e la sua fornitura di 10 elicotteri militari.
Da temere per il business italiano ce n'è (la bilancia commerciale tra i due paesi si aggira sui 15 miliardi di euro e nel paese operano imprese di ogni tipo, da Unicredit a Piaggio, da Finmeccanica a Barilla), ma dopotutto Erdogan aveva già colpito e affondato invitando ad Ankara il 12 aprile il neo premier libico Dabaiba, appena pochi giorni dopo la visita di Draghi a Tripoli. Su entrambi i tavoli, quello turco e quello italiano, c'è la ricostruzione del paese nordafricano, un affare enorme che si accompagna alla gestione della guerra.
Non pago, Erdogan è intervenuto anche su temi che stanno a cuore all'Europa intera, o perlomeno alla sua società civile: la Convenzione di Istanbul contro la violenza di genere, da cui è uscito il 20 marzo e che ieri ha definito inutile perché "non ha condotto al rispetto dei diritti delle donne"; e la Convenzione di Montreux, messa in dubbio dal progetto del Kanal Istanbul, ma che secondo Erdogan "non ha niente a che vedere" con il suo canale. Ultima notizia (ma che non tocca l'Italia): ieri l'Antitrust turco ha multato Google per 296 milioni di lire turche, circa 36,6 milioni di dollari per violazione della legge nazionale sulla concorrenza: l'accusa è di aver reso meno visibili i contenuti a pagamento dei propri concorrenti nel motore di ricerca.
di Francesco Lo Piccolo*
huffingtonpost.it, 14 aprile 2021
In seguito a una inchiesta su un appalto della Asl di Pescara per la gestione di residenze psichiatriche extra ospedaliere, la scorsa settimana si è ucciso in carcere a Vasto, a poche ore dall'arresto, Sabatino Trotta psichiatra, direttore del dipartimento di Salute Mentale della Asl di Pescara.
Una tragedia che coinvolge parenti e amici del medico e che mostra quello che nel 1700 Montesquieu aveva definito il potere terribile, ovvero il potere giudiziario appunto terribile perché potere dell'uomo sull'uomo e che può portare anche alla morte. Terribile (eccezioni a parte) quanto quello del sistema dei media.
di Valerio Onida
Corriere della Sera, 14 aprile 2021
La insistente campagna a difesa dell'ergastolo ostativo, che sta proseguendo anche dopo l'udienza della Corte costituzionale tenutasi il 23 marzo, in vista della decisione finale, è forse già per questo inopportuna: la discussione c'è stata, e la Corte è ormai riunita per decidere. In ogni modo, a fronte della continua riproposizione di argomenti contrari all'accoglimento della questione, vorrei ricordare solo tre punti essenziali e irrinunciabili.
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