di Sabina Leonetti
Avvenire, 14 aprile 2021
Tradizionali al finocchio o quelli più innovativi al pomodoro secco e al vino Nero di Troia. Sono i taralli pugliesi " a mano libera", fatti a mano grazie ai tutor del tarallificio Tesori d'Apulia di Trani, da undici ragazzi detenuti ed ex detenuti di alcune carceri italiane coinvolti nel progetto "Senza sbarre" della Diocesi di Andria, progetto pilota di Carcere Caritas Italiana, realizzato dall'associazione Amici di San Vittore Onlus di Andria, per offrire programmi alternativi alla detenzione.
In occasione della 92esima sessione internazionale del Parlamento Europeo dei Giovani, tra il 23 aprile e il 1 maggio, circa 230 giovani provenienti da tutta Europa infatti si riuniranno online per discutere di tematiche legate alla sostenibilità e ai Sustainable Development Goals delle Nazioni Unite. "Considerando l'interesse verso la solidarietà sociale del progetto "Senza sbarre" - spiegano dalla segreteria del comitato organizzativo dell'evento - abbiamo acquistato 230 pacchi di taralli, che verranno inviati via posta a tutti i partecipanti in giro per l'Europa, ben lieti di discutere una potenziale partnership tra la realtà pugliese e la Sessione Internazionale".
"Senza sbarre" è uno dei vincitori di "Orizzonti Solidali", il bando di concorso promosso dalla Fondazione Megamark di Trani. Nella masseria fortificata San Vittore, sorge il casale contadino trasformato in laboratorio tecnico agricolo e messo a disposizione dell'associazione dove i ragazzi hanno potuto apprendere l'arte della preparazione artigianale dei taralli e avviare la produzione e il confezionamento dei prodotti in vendita nella distribuzione alimentare Dok, Famila, A&O e Iperfamila.
Don Riccardo Agresti e Don Vincenzo Giannelli, responsabili delprogetto insistono nel sottolineare l'utilità e la sostenibilità di misure alternative al carcere. "Si pone come mediazione per rivedere il danno. "A mano libera" è il simbolo del cambiamento, di quella seconda possibilità che questi ragazzi meritano di avere". "Questi taralli - conclude Francesco Pomarico, direttore operativo Gruppo Megamark - rappresentato un'opportunità per tutti: un segno di speranza per i ragazzi che li producono e un gesto di amore e di solidarietà per i clienti che li acquistano".
di Claudia Brunetto
La Repubblica, 14 aprile 2021
Alla "Antonio Ugo" di Palermo tutte le controversie vengono risolte da bambini-giudici: ci si confronta per trovare un accordo. L'impresa più difficile è stata arrivare alla pace fra Leonardo e Marco. Si punzecchiavano sempre durante le lezioni e un giorno sono finiti a rincorrersi per tutta l'aula. A loro ci ha pensato Gioele Barletta, 13 anni, uno degli alunni mediatori dell'istituto comprensivo Antonio Ugo della Noce. "All'inizio non volevano neanche parlarsi, era un caso disperato. Poi a poco a poco ho cercato di farli calmare, mi sono fatto raccontare le due versioni dei fatti e per la prima volta si sono ascoltati a vicenda, hanno fatto pace e da allora sono amici", dice il ragazzo.
Si perché all'Antonio Ugo i litigi fra gli alunni non finiscono con una nota sul registro, un richiamo del professore o una convocazione dal preside. Vengono affrontati dagli stessi bambini alla presenza di un terzo bambino-mediatore in un'aula ad hoc riservata, appunto, alla delicata questione del superamento dei conflitti che anche fra i bambini delle elementari possono essere delle montagne invalicabili. I bambini-mediatori, una trentina in tutto l'istituto, dalle classi delle elementari alle medie, sono stati formati da tre anni a questa parte all'interno del progetto europeo "Deliberative mediator leader students" che ha visto impegnati in prima battuta i professori che poi hanno formato i ragazzi.
"La prima cosa che ci hanno insegnato è l'autocontrollo, molto utile in certe situazioni. A fare il mediatore si imparano tantissime cose, si ha un'arma in più rispetto agli altri. Si conosce se stessi, le proprie emozioni e si trova più facilmente una strada per risolvere i piccoli conflitti quotidiani", dice Barletta, mediatore ormai da due anni.
I casi sono tantissimi. Il compagno che rivela alla classe qualcosa che doveva restare segreta, le offese sotto voce durante le interrogazioni, la paternità di un lavoro fatto insieme conteso fra più compagni. "Agli occhi di un adulto possono sembrare piccole cose, ma per i bambini sono enormi. E può anche capitare che dietro a una sciocchezza si nasconda un disagio più grande che in molti casi i bambini riescono a risolvere da soli. Di certo è un approccio innovativo di fronte ai conflitti che aiuta gli alunni a sentirsi protagonisti e responsabili allo stesso tempo. Serve una buona dose di empatia e la capacità di capire l'altro per essere un buon mediatore e loro ci riescono", dice Maria Chiara Billa, professoressa di inglese e coordinatrice del progetto.
I margini di successo, a sentire la scuola, sono enormi. "Quasi sempre se la cavano da soli, senza l'intervento dell'adulto che resta come una sorta di supervisore. Seguono delle regole precise nel processo di mediazione, attendono il turno per parlare, espongono il problema e alla fine il mediatore fa delle domande per arrivare a un accordo finale", dice Marilena Salemi, vice preside dell'Antonio Ugo. Quando il conflitto è risolto, i bambini sottoscrivono un vero "trattato" di pace. "Firmano proprio un modulo e la pace è fatta. Non c'è cosa più bella", dice Billa.
di Paolo Molinari
agi.it, 14 aprile 2021
La lettera alla ministra della Giustizia: "Mia madre ha 65 anni è in carcere per un vizio procedurale. Da tre settimane in totale isolamento". Una donna di 65 anni, positiva al Covid, è da un mese in isolamento in una cella del carcere romano di Rebibbia, senza la possibilità di vedere nessuno, con soltanto una branda e un wc a disposizione. Una situazione che per la famiglia è tanto piu' drammatica in quanto la donna, Giuseppina Cianfoni, "ha preso il Covid in carcere, dove si trova reclusa da due mesi per un vizio nel ricorso in appello presentato dal suo difensore tre giorni dopo la scadenza prevista".
A raccontare la storia all'AGI è stata la figlia di Giuseppina Cianfoni, Rossella Anitori che oggi scrive alla ministra della Giustizia, Marta Cartabia. "Gentile Ministra della Giustizia Marta Cartabia, mi chiamo Rossella Anitori e sono la figlia di una persona attualmente detenuta. Mia madre si chiama Giuseppina Cianfoni ed è una delle oltre 70 persone ristrette in regime di isolamento a causa del Covid nel carcere femminile di Rebibbia. Sono ormai tre settimane che mia madre è chiusa in una cella", spiega la figlia della donna nella lettera.
"Sono tre settimane che non respira una boccata di aria fresca. Che non alza gli occhi al cielo per vedere le nuvole. Che non si fa una doccia calda. Sono tre settimane che mia madre non incontra nessuno. È sola per 24 ore al giorno e non esce mai. Mia madre non è socialmente pericolosa".
Rossella riferisce, quindi, i dettagli della vicenda giudiziaria che ha riguardato sua madre: "Dieci anni fa era dirigente dell'Ufficio della Conservatoria di Velletri ed incappata in una spiacevole parentesi giudiziaria che purtroppo non è stato possibile chiarire ed è stata condannata in base all'articolo 319 quarter a 3 anni di reclusione. Dopo la laurea, quando ho studiato per l'esame da giornalista, ho appreso che le pene vengono irrorate secondo il principio del male minore e che anche i detenuti hanno dei diritti. E allora mi chiedo cosa ci fa mia madre in carcere e che fine hanno fatto i suoi diritti e quelli del resto delle donne e degli uomini internati con lei in queste condizioni".
Rossella ricorda infatti che "l'isolamento è un regime di detenzione estremamente duro e gravemente, restrittivo della libertà personale che si utilizza come ultima ratio, come l'ultimo dei provvedimenti disciplinari, proprio perché è in grado di fiaccare anche gli animi più vigorosi. A causa del Covid mia madre ha trascorso più di un mese in isolamento, dove è tutt'ora. Come possiamo lasciare che questa tragedia per lei ed altre detenute si compia? Come possiamo accettare in deroga ad ogni legge che un essere umano sia trattato in questa maniera? La nostra Costituzione dice che 'le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devo tendere alla rieducazione del condannato'".
"Abbiamo dimenticato questi principi? Quale valore stiamo dando al tempo e alla vita di queste persone e quale considerazione ci aspettiamo che possano avere del sistema che li reclude e li tortura? Quale risorsa il carcere rappresenta oggi per la società? Perché non possiamo rinunciarci? Anche quando diventa ingiusto e inumano, quando l'applicazione della pena va oltre il precetto? Gentile Ministra chiedo l'immediata scarcerazione di mia madre, l'estensione delle misure alternative alla detenzione per quanti più detenuti e detenute possibili, che oggi più che mai si vedono privati dei loro diritti fondamentali e la fine di un carcere inutile, ingiusto e disumano. Rossella Anitori La figlia di Giuseppina Cianfoni, una persona detenuta in isolamento da oltre un mese nel carcere di Rebibbia".
di Chiara Lalli
Corriere della Sera, 14 aprile 2021
Soffre di artrite reumatoide da quando aveva 16 anni, un dolore che non passa mai e che riesce a lenire solo con la sostanza (legale). Ma in Italia di cannabis non se ne produce abbastanza. "Ho aspettato per anni, poi per averla ho dovuto coltivarla", racconta. Il 27 aprile la nuova udienza.
"Sto qua e aspetto tranquillo" mi dice Walter De Benedetto quando gli chiedo di raccontarmi perché è indagato e perché il prossimo 27 aprile ci sarà un'altra udienza del suo processo. "Ma quanto tempo mi rimane?". Perché De Benedetto ha una malattia cronica e progressiva, il cui primo sintomo è il dolore. Ce l'ha da quando ha 16 anni e dopo una diagnosi scorretta, ecco quella giusta: artrite reumatoide. A parte il dolore, piano piano la malattia compromette la funzionalità delle articolazioni e può coinvolgere i tendini e molti organi. "Io ero uno sportivo, facevo arti marziali e suonavo la tromba. Avevo una bellissima vita, poi mi sono ammalato e dopo essermi ammalato è successo un gran casino". In questo ultimo anno i sintomi sono peggiorati, e poi la pandemia ha aggiunto ansie e complicazioni. Come per tutti, certo, ma per chi ha difficoltà di spostamento e dipende completamente dagli altri quelle ansie e quelle complicazioni si moltiplicano. "La mia vita sembra una prigionia alla quale ti devi abituare".
E c'è il dolore, sempre. Un giorno magari va meglio, quello dopo anche un piccolo spostamento è insopportabile. Walter non si lamenta, anzi. Mi dice che è ben accudito e che anche essere amati fa bene. "Se tu cominci a dire 'faccio schifo' e ti lamenti e non accetti quello che ti è successo, va tutto peggio. So' tutto tronco, ma questo corpo è il mio. Non bisogna mettersi a piagnucolare".
Il reato di dare acqua alla pianta - L'unico desiderio di Walter è poter usare la cannabis per contenere quel dolore che non passa mai. E per legge può farlo perché dal 2006 si può usare la cannabis a scopo medico. "Hanno fatto tante leggi belle e importanti" mi dice Walter "ma di cannabis non se ne produce abbastanza. Dopo aver aspettato inutilmente per anni, l'anno scorso ho deciso di coltivare delle piante di marijuana".
La cannabis attenua i sintomi dolorosi, è sfiammante ed è legale. Ma per averla ha dovuto coltivarsela, e per questo rischia fino a sei anni di carcere. Sembra una storia inventata per quanto è surreale. Le piante sono state distrutte e ora Walter non aspetta solo di poter usare qualcosa che gli fa sentire meno dolore ma pure il processo. "Quando sono arrivati i carabinieri, io ho detto subito che le piante erano mie. Sono stati molto gentili. Hanno tagliato tutto e sono andati via". Un po' gli fa rabbia, perché senti casa tua violata e perché "in cuor tuo sai che non hai fatto niente di male".
Mentre gli dico che mi aveva colpito molto quello che aveva scritto il 12 marzo scorso sul suo profilo ("al mio amico Marco in tribunale hanno detto che la mia coltivazione era troppo grande per un paziente solo. Troppe piante e troppe infiorescenze. Ha preso un anno e qualcosa di reclusione, solo perché dava acqua per me che non posso farlo"), lo sento chiedere un caffè e dire a qualcuno che lo salutava "dammi un bacino". Se non fosse spaventoso, il reato di dare acqua a una pianta farebbe un po' ridere (a seguito della dichiarazione di incostituzionalità della Fini-Giovanardi nel 2014, il consumo personale è stato sostanzialmente depenalizzato mentre la coltivazione resta penalizzata).
Una rivoluzione normativa - E dovrebbe anche rendere ovvia la necessità di rivedere le leggi che regolano le sostanze psicoattive sulla base di valutazioni più razionali di quelle che spesso ascoltiamo: le evidenze scientifiche, il principio del danno a terzi come base legittima di un divieto e quello della riduzione del danno. Oltre a una stima degli effetti di un proibizionismo feroce. Per questo le scelte di De Benedetto sono anche politiche - in un senso molto allargato - e non riguardano solo la richiesta specifica.
Richiesta tra l'altro che sarebbe già legittima ma che si scontra con una burocrazia infernale. "Io mi sono assunto le mie responsabilità e vediamo che succede". Però non ha molto tempo e questo tempo intanto è più sgradevole di quanto potrebbe essere. Quel dolore che potrebbe essere alleviato non aspetta la decisione di un giudice o quella, ancora più lenta, del legislatore. Per capire perché Walter si trova in questa situazione e qual è il panorama normativo parlo con Marco Perduca, che per l'Associazione Luca Coscioni coordina Legalizziamo.it.
"Sanzionabile la spedizione dei prodotti" - "La prima stranezza è che, a causa di una Determinazione dell'Agenzia delle dogane e dei monopoli, è sanzionabile la spedizione dei prodotti a base di cannabis per uso medico (che sono legali) dalle farmacie ai malati, sia per posta sia per corriere. Per cancellare questo ulteriore ostacolo non ci vuole nemmeno una rivoluzione normativa". Per esempio Walter vive in Toscana e ha una farmacia vicina, ma gli altri? E che senso ha poter comprare ma non ricevere, soprattutto in questo ultimo anno di spostamenti limitati? Quindi per rendere meno complicata la vita di molte persone bisognerebbe cancellare quella circolare del 23 settembre 2020 e ritirare il decreto che considerava il CBD come una sostanza psicotropa - "come fosse eroina e in contrapposizione alle indicazioni della Organizzazione mondiale della salute" - per investire nella produzione nazionale di cannabis. Questa difficoltà burocratica rende i costi di accesso più alti di quanto potrebbero e dovrebbero essere e vanifica l'ordinanza del 18 luglio 2006 (Importazione di medicinali a base di delta-9-tetraidrocannabinolo e trans-delta-9-tetraidrocannabinolo) che permette l'uso medico della cannabis.
Adeguare le norme alle nuove evidenze scientifiche - Chiedo a Perduca cos'altro migliorerebbe la situazione anche senza cambiare la legge del 1990. "A legislazione vigente, si potrebbe cominciare dando seguito alle linee programmatiche della ministra Marta Cartabia. Che è prima di tutto la relatrice della sentenza della Consulta 32/2014 sulla incostituzionalità della legge Fini-Giovanardi, e poi la firmataria di un'altra sentenza sempre della Consulta sulla lieve entità di possesso di sostanze stupefacenti.
Cartabia ha anche manifestato preoccupazione per il sovraffollamento carcerario, senza dire che il 30% di chi è in carcere sta lì per una violazione del testo unico sulle droghe. Se la politica decidesse di non perseguire l'uso e la detenzione per fini personali delle sostanze stupefacenti e psicoattive, avremmo già una riduzione significativa del numero dei detenuti". E poi ci sono altre due cose. Una positiva. "Draghi ha appena assegnato alla ministra Fabiana Dadone le deleghe sulla droga. Nei mesi scorsi non avere una figura che, come dice la legge IervolinoVassalli, all'interno della Presidenza del consiglio è deputata al controllo e alle valutazioni politiche non ha aiutato a controllare le norme - che interessano anche il settore industriale, oltre che l'uso terapeutico e personale".
Il parere favorevole dell'Onu e i ritardo dell'Italia - Come si può leggere nella lettera indirizzata al Presidente del consiglio e al ministro della salute Speranza: "La mancanza è stata ancora più vistosa perché il 2 dicembre dell'anno scorso le Nazioni Unite, col parere favorevole dell'Italia, hanno rimosso la cannabis dalla IV Tabella della Convenzione Onu sulle sostanze psicotrope del 1961 andando quindi ad annullare tutte le misure di controllo che per anni hanno imbrigliato la produzione, la distribuzione e la prescrizione della cannabis". E ancora: è dal 2009 che non si svolge la Conferenza nazionale sulle droghe, che è il luogo istituzionalmente incaricato di valutate l'impatto della legge e gli sviluppi internazionali, i dati scientifici e gli effetti di una politica fortemente restrittiva. L'autorizzazione all'uso medico ha conseguenze più ampie: se è anche una terapia, la valutazione del danno e il meccanismo di controllo della cannabis non possono rimanere quelli del 1990. "Dobbiamo adeguare le norme sulla base delle nuove evidenze scientifiche. O, non avendo mai dimostrato che la cannabis faccia male, si può decidere di cambiare le norme".
Le regole su sigarette e alcol - Che poi se dovessimo prendere sul serio il divieto di quello che fa male, dovremmo rivedere le leggi sulle sigarette e sull'alcol e su tantissime altre sostanze. E spesso le sostanze stupefacenti sembrano per molti essere dannose intrinsecamente, quasi magicamente. Mentre ovviamente il principio fondamentale è la dose - oltre che la qualità e le informazioni al riguardo (due aspetti che il divieto comprime). "Solo se la evochi è un problema di ordine pubblico. È il motivo per cui hanno fatto delle multe alle farmacie che pubblicizzavano prodotti a base di cannabis e, ripeto, per uso medico. Il mero parlare significa condonare il consumo o addirittura istigare". È evidente che sarebbe necessario un ripensamento sulle normative e sulle ragioni per le quali è giusto vietare o comunque mantenere leggi così rigide. C'è un problema anche di percezione del fenomeno. Perduca mi chiede se so quante overdosi di coca e eroina ci sono. Rispondo che non ne ho idea. "Sono duecento ma sembrano molte di più a causa di come se ne parla. Il fenomeno dovrebbe essere contestualizzato e trattato con più razionalità".
di Grazia Zuffa
Il Manifesto, 14 aprile 2021
Un governo della salute, ispirato alla tanto invocata scienza, deve bilanciare i diversi determinanti della salute stessa. Il paese attraversa la fase forse più delicata della crisi sanitaria, in un clima di sconcerto, se non di sfiducia. Nessuno, nell'aprile 2020, immaginava che le cifre dei morti di quei giorni ce le saremmo ritrovate quasi identiche nell'aprile 2021. Quanto alla campagna vaccinale, la caccia al furbetto, cavalcata dallo stesso presidente del Consiglio, si rivela per quello che è: il goffo tentativo di coprire il vero problema della scarsità dei vaccini (con relative responsabilità, europee e non solo).
Non è però tempo di recriminazioni, né contro novelli untori, né contro istituzioni pachidermiche; quanto di seria riflessione sull'anno trascorso, per trovare la bussola delle politiche pubbliche. Per cominciare, smettiamo di evocare le "uscite dal tunnel": i vaccini saranno un grande aiuto, ma con il virus dovremo ancora fare i conti. Basta guardare al Regno Unito: grazie a un efficace piano vaccinale ha abbattuto morti e contagi, ma già sta preparando per l'autunno una nuova campagna di rivaccinazione contro le varianti. Dunque, il vero problema è di ricalibrare una strategia di governo della salute pubblica sui tempi lunghi: un governo "ordinario", non "straordinario".
Il che comporta innanzitutto di sbaraccare la scena attuale della politica, con le ragioni della salute versus quelle dell'economia; dei lockdown a oltranza, opposti alle aperture innanzi tempo; della scienza (e della solidarietà verso i più fragili), contro il negazionismo/individualismo. È più complicato di così e oggi è più chiaro di ieri: anche i lockdown, con la messa al bando della socialità, pongono una serie di ipoteche sulla salute, specie dei soggetti più fragili. Per i bambini, socializzare non è un lusso, a scuola e nel dopo scuola. Per gli anziani ricoverati, rimanere per mesi rinchiusi senza vedere i familiari può significare un decadimento senza ritorno. Dunque, un governo della salute, ispirato alla tanto invocata scienza, deve bilanciare i diversi determinanti della salute stessa.
Non è facile, lo sappiamo. Un anno fa, il Comitato Nazionale di Bioetica, in un parere sul Covid che ragionava sulla salute pubblica, nel rapporto fra libertà individuale e solidarietà sociale, giustificava in nome dell'emergenza le misure di limitazione di libertà costituzionali (come la libertà di circolazione e di riunione), ma al contempo ne sottolineava il carattere di eccezionalità: in forza della quale dovevano (e devono) rispondere a criteri di proporzionalità, di efficacia, di limitazione nel tempo.
È questa una bussola valida oggi ancora più di ieri, ancorché poco utilizzata. Intanto, la consapevolezza della eccezionalità di alcune restrizioni si è persa per strada: ci sono amministratori che inaugurano il "sovranismo" regionale e comunale, innalzando frontiere contro gli "untori" non residenti. Soprattutto latita il criterio di efficacia, strettamente connesso alla "proporzionalità" delle misure. Nel lockdown 2020, quando non molto si sapeva sulle vie di trasmissione del virus, era comprensibile una strategia elementare, di tendenziale azzeramento di tutte le occasioni di socialità. Un anno dopo, è mai possibile non saper discernere fra le situazioni più o meno rischiose di contatto sociale? Fra le probabilità di contrarre virus su un treno affollato oppure in un teatro mezzo vuoto?
La sociologa Zeynep Tufecki (Internazionale, 12 marzo) a partire dalle più recenti evidenze epidemiologiche circa i pericoli della trasmissione via aerosol in luoghi chiusi, cerca di ricavare indicazioni per la riduzione del rischio. Invece di vietare parchi e spiagge, nel tentativo di imporre una indiscriminata astinenza sociale - osserva- sarebbe meglio informare correttamente le persone, "aiutandole a socializzare in modo più sicuro". Detto altrimenti: il ritorno alla "normalità" comporta il ritorno a "normali" politiche di sanità pubblica, basate sulla conoscenza e sulla consapevolezza.
di Tiziana De Giorgio
La Repubblica, 14 aprile 2021
Si arriva anche a due anni di attesa per cominciare un percorso. Viaggio tra i medici delle strutture pubbliche: "Siamo pochi, il Covid ha moltiplicato le richieste di aiuto ma non ce la facciamo".
Le bucava con i denti, anche di notte, a furia di masticarle. È stato prima di perdere le parole, di chiudersi nel silenzio. Poi c'è Teresa, sedicenne: solo lei sa da quanto nascondesse le braccia. Una dottoressa, giorni fa, le ha chiesto di spogliarsi per visitarla.
Ed ecco i tagli che si era inflitta: più di cento ricami di solitudine, sofferenza e anni di abusi disegnati sulla pelle. Nina invece ne aveva due prima di essere operata al Niguarda. Profondi, sul volto, ad allungare con una lama gli angoli del sorriso fino alle guance in una perpetua smorfia. "Per somigliare al Joker", aveva immaginato qualcuno all'inizio. Non era così.
Sono le vittime invisibili del Covid (i nomi sono di fantasia, le storie no), bambini e adolescenti con un disagio psichico che si stanno moltiplicando: questo periodo di privazioni e isolamento è stato dirompente, specialmente per chi era già fragile. Gli accessi al pronto soccorso sono aumentati, le richieste di ricovero pure, con tutte le infinite difficoltà dovute alla carenza di posti. "Ci si chiede mai, però, dove vengono curati dopo l'intervento di urgenza? È a noi che li affidano. Ma non abbiamo abbastanza forze per tutti".
È una denuncia esausta, ma di chi non si rassegna, quella che arriva dalle unità territoriali di neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza. Medici, psicologi, logopedisti, psicomotricisti che lavorano in queste strutture pubbliche per la tutela della salute mentale chiamate "Uonpia". A Milano sono 16, sparse nei quartieri. Hanno il compito di prendere il carico chi ha meno di 18 anni che viene dimesso dagli ospedali. Di seguire i minori su indicazione dei pediatri di famiglia per disturbi del comportamento, del linguaggio, dell'apprendimento. Ma anche di prestare cura a bambini e adolescenti inviati dal Tribunale dei minori. Piccoli abusati, maltrattati, che devono avere un supporto prolungato, intenso, per riuscire a stare meglio. Questi centri sono arrivati ad avere una sofferenza di personale così grande negli ultimi anni che bisogna lavorare da acrobati anche solo per seguire i casi più urgenti.
"Così ci sono bambini e famiglie che per iniziare un percorso possono rimanere in lista d'attesa anche due anni. Una situazione drammatica, ancora più insostenibile dall'arrivo del Covid, sulla quale non si può più tacere". A parlare è Paola Orofino, neuropsichiatra infantile, ex giudice onorario della corte di Appello di Milano, membro della Società psicoanalitica italiana. È la responsabile della sede Uonpia di via Sanzio. Sono sette quelle gestite dall'Asst Fatebenefratelli-Sacco, dove i dati in mano a Pierangelo Veggiotti, direttore della Neurologia Pediatrica, dicono che le proiezioni sulle cartelle aperte solo nei primi mesi del 2021 - perché è con la seconda ondata che il disagio dei più piccoli si è mostrato con tutta la sua forza - vedrebbero almeno 500 pazienti in più a fine anno. Tantissimi, se consideriamo che nel 2020 erano state 1.083 i pazienti presi in carico. Ma già oggi la richiesta è enorme, sono più di 700 i bambini in lista d'attesa. E il telefono squilla di continuo. Qui come nelle altre realtà territoriali di Milano e non solo. Nei centri del Niguarda, come in quelli del Policlinico o del San Paolo.
"Ora è la madre disperata perché il figlio ha smesso di mangiare - racconta la dottoressa Orofino -. Ora è la collega del pronto soccorso che chiede l'appuntamento per il primo colloquio dopo la dimissione, per la ragazza che ha tentato il suicidio. Ora è l'assistente sociale che chiede la presa in carico del minore per l'indagine in corso, ma anche il decreto urgente per l'inserimento di un adolescente in comunità". Un'emergenza che la pandemia ha solo reso più imponente. "E allora perché negli anni queste strutture che un tempo erano piene di psicologi, psicoterapeuti, psicoanalisti si sono svuotate? Quelli che ci sono ce la mettono tutta, spesso aiutati da tirocinanti volenterosi. Ma siamo in pochi e non possiamo moltiplicarci".
L'anno del Covid ha visto lievitare le richieste d'aiuto per i piccolissimi. "Bambini sotto i tre anni, generalmente maschi, con gravi disturbi del linguaggio e della comunicazione, con sospetti disturbi che spesso riguardano la sfera autistica, una bolla che sta esplodendo", racconta Paola Vizziello, segretaria regionale della Società di Neuropsichiatria dell'Infanzia e dell'Adolescenza responsabile del servizio per le malattie rare del neuro-sviluppo che fa parte del polo territoriale di via Pace, uno dei tre del Policlinico. Fra i più grandi, invece, ecco i problemi legati al ritiro sociale che premono. "E poi i disturbi del sonno, dell'alimentazione". Per non parlare dei quadri depressivi. Dei tentati suicidi. Dei casi di "self cutting". Un malessere che cresce senza far rumore, con le sue dita da ragno che arrivano ovunque. Una curva in salita non solo in termini puramente numerici e che va ben oltre il capoluogo lombardo. "Non solo osserviamo un aumento quantitativo delle richieste ma anche una maggiore gravità delle stesse", conferma Martina Mensi, neuropsichiatra del Mondino di Pavia, dove i casi di autolesionismo e tentato suicidio sono cresciuti del 50 per cento nel 2021, così come i ricoveri per gli adolescenti in grave difficoltà psicologica. E gli invii dal pronto soccorso al reparto di neuropsichiatria infantile sono raddoppiati.
Anche per trovare un posto nelle comunità, la situazione è oltre il limite. Lo racconta Anna Bassetti, del centro diurno Aliante. "E le richieste non solo sono in aumento ma richiedono interventi veloci per sollevare le famiglie da situazioni ingestibili". E se già con i casi più urgenti, che hanno vie prioritarie, le unità pubbliche territoriali fanno fatica, figuriamoci gli altri. "I bambini con una diagnosi di autismo possono aspettare anche più di 24 mesi prima di essere seguiti, non so se ci si rende conto di cosa significhi questo tempo per un bambino in età evolutiva", chiede Orofino.
Lo stesso vale per tutti coloro che hanno disturbi più lievi: "Ci sono ragazzini che se presi in tempo, con un adeguato sostegno ai genitori, potrebbero risolverli in un periodo relativamente breve", spiega Sandra Quercioli, responsabile della Uonpia di Quarto Oggiaro. "E invece finiamo per vederli come casi gravi. Perché il tempo che passa dalla richiesta è troppo e i problemi finiscono per diventare più complessi".
Così, come sempre, chi se lo può permettere si rivolge al privato. Sono le famiglie più deboli a rimanere fuori. E alla disperazione dei genitori, assicura Quercioli, non ci si può abituare. Qualche settimana fa un papà ha trovato la sua mail personale. Le ha scritto una lettera. Breve, ma di quelle che non ci si dimentica. "Si appellava al mio buon cuore perché il suo bimbo venisse preso, perché lo aiutassimo. E invece sono stata costretta a rispondere di portare pazienza, che bisognava aspettare, che c'erano tanti altri bambini in attesa come lui. Ma come si fa?". Un problema legato al personale che non basta, che non c'è più. Spolpato dai tagli regionali, dalle mancate sostituzioni. "Ma anche dai posti nelle scuole di specializzazione in neuropsichiatria infantile per anni dati con il contagocce - precisa Veggiotti, che è anche direttore della scuola di specialità della Statale - per le quali solo da poco la Lombardia ha incrementato sensibilmente il numero di posti. Ci vuole tempo, però, per formarli". E a fronte di numero consistente di specialisti che vanno in pensione, "se ci sono altre richieste spesso preferiscono andare altrove, non nei servizi territoriali".
C'è però anche un tema di spazi, di strutture: ci sono unità operative dove gli operatori, nonostante siano pochi, devono fare i turni per avere una stanza dove lavorare con i bambini. E così, hai voglia a smaltire le richieste. "Mi sono reso conto che la situazione logistica e ambientale è drammatica, non degna di una città come Milano", prosegue Veggiotti. È lui a mostrarci la sede di via Sant'Erlembardo, vicino viale Monza, dove si fatica a trovare anche solo l'indicazione per gli ambulatori. Chi ci lavora fa il possibile per renderlo accogliente. Ma resta così triste e inospitale, così diverso da quei reparti di pediatria che siamo abituati a vedere negli ospedali, colorati e a misura di bambini e famiglie. "Scriverò anche al sindaco - scuote la testa il medico - perché così non si può continuare". È stato visitato qui il diciassettenne che, insieme alla fidanzata, a gennaio, si era tagliato il volto dalla bocca alle guance. Si erano sfregiati a vicenda.
La ragazza, dopo essere stata dimessa dal Niguarda, era stata inviata all'unità territoriale che si trova sempre in via Ippocrate. "Una storia che ha colpito tutti, anche me", ammette Margherita Contri, dell'ambulatorio adolescenti, che l'ha ascoltata dopo l'emergenza. "Non aveva grossi pregressi. Ma nella quarantena, con un distacco dalla realtà e dai compagni, aveva perseguito insieme al fidanzato questo sogno assurdo, di somigliare a un personaggio dei cartoni giapponesi, non al Joker. Il confinamento, la mancanza di contatti sociali, avevano alimentato il suo rifugiarsi in un mondo parallelo di fantasia". È lei l'unico medico di questo centro. Fino a pochi anni fa erano in tre. "Siamo in affanno, lo siamo sempre stati. Ma per gestire quest'onda che cresce, oggi più che mai, abbiamo bisogno di risorse, di persone". Ed è già tardi.
di Fernanda Alfieri
Il Domani, 14 aprile 2021
Nel libro "Peccato o crimine" di Francesco Benigno e Vincenzo Lavenia si parte da un caso di pedofilia del 1985, in Louisiana, per raccontare come la Chiesa ha guardato e giudicato la pedofilia. Peccato o crimine, titolo del libro, sono le lenti attraverso le quali la Chiesa di Roma ha per secoli guardato e quindi giudicato gli abusi compiuti dai propri membri sui minori. Risalire ai modi più antichi di intenderla, fra morale e diritto, e di sanzionarla, sono operazioni necessarie per spiegare la crepa che, dalla fine del Novecento, si è aperta fra le gerarchie della Chiesa e l'opinione pubblica. L'indagine storica non può forse spiegare il motore profondo dell'azione aberrata, materia per perizie mediche e legali. Ma può fare molto nell'illuminare le circostanze che hanno reso possibile il loro impunito replicarsi all'interno della Chiesa.
Un giorno di febbraio del 1985, in una cittadina della Louisiana, un ragazzo denuncia alle autorità locali un sacerdote, accusandolo di aver abusato di lui quando aveva dodici anni. Gilbert Gaute, così si chiamava, finisce sotto inchiesta e sui giornali. Sulle sue oltre 150 vittime si indaga, e soprattutto di tutto questo si scrive e si parla. In una storia secolare di silenzio irrompe la parola, quella della vittima e quella dei media che da allora non smetteranno di dare voce ad altre storie.
Dalla Louisiana al Massachussets, dal Canada al Cile, dall'Australia all'Europa fra Irlanda, Austria, Germania, Francia, Polonia e Spagna, riaffioreranno memorie da ingiunzioni a tacere e vergogna, prendendo corpo in gruppi di attivisti e movimenti d'opinione (significativamente, in Italia questo è accaduto in forme meno eclatanti). Qui comincia la storia ricostruita da Francesco Benigno e Vincenzo Lavenia. Peccato o crimine, titolo del libro pubblicato da Laterza, sono le lenti attraverso le quali la chiesa di Roma ha per secoli guardato e quindi giudicato gli abusi compiuti dai propri membri sui minori.
L'applicare queste categorie agli atti, e il continuare a osservarli e giudicarli come tali, ha avuto l'effetto di rendere invisibile chi di quel peccato e di quel crimine è stato vittima: bambini e bambine, ragazzini e ragazzine, che non di rado hanno così perso la vita, e, quando sopravvissuti, sono rimasti privi di voce. Non creduti - in un lungo tempo in cui la parola era data solo a chi era ritenuto capace di piena ragione, cosa da adulti - o addirittura puniti, perché sospettati di complice seduzione. Oggi, con un termine che ci arriva dalla medicina psichiatrica ottocentesca, quel peccato e crimine si chiama, appunto, pedofilia. Risalire ai modi più antichi di intenderla, fra morale e diritto, e di sanzionarla (o più spesso, di non sanzionarla), sono operazioni necessarie per spiegare la crepa che, dalla fine del Novecento, si è aperta fra le gerarchie della chiesa e l'opinione pubblica: reticenti le prime e sconcertata la seconda di fronte all'emergere, da un rigurgito di casi isolati divenuto valanga, di violenze fino ad allora taciute.
Ma bisogna anche guardare al di fuori della storia della chiesa e osservare il prendere forma nella società civile di sensibilità nuove, attente ai diritti dell'individuo dai suoi primi giorni di vita, e all'ascolto della parola di chi ha subìto violenze, siano esse motivate dall'etnia, dalla religione o dal genere. È il "paradigma vittimale", oggi, a muovere rivendicazioni politiche che fino alla metà del Novecento erano spinte dalla credenza in un futuro di progresso da realizzare. L'impulso ora nasce dal trauma: si dà voce alla ferita, si denuncia, si chiede il risarcimento, si combatte.
L'indagine storica - Non c'è polemica nel libro che Benigno e Lavenia dedicano a questa lunga storia, operazione delicata per scivolosità del tema, lacunosità dei documenti e parzialità delle ricostruzioni disponibili. Non interessa attaccare, nutrire una retorica dello scandalo, alimentare tesi essenzialiste che saldino stato clericale e pedofilia (una pratica diffusa nei contesti più vari, a partire dalla famiglia). Interessa capire.
Così la storia, disciplina della giusta distanza applicata a questioni che ci toccano nel profondo, mette chi legge nella condizione di attraversare lucidamente questa vicenda enorme per crudeltà e, al primo sguardo, incomprensibilità. Perché queste efferatezze ripetute? E perché la chiesa non si è presa cura dei più indifesi, proteggendo invece i loro carnefici? L'indagine storica non può forse spiegare il motore profondo dell'azione aberrata, materia per perizie mediche e legali. Ma può fare molto nell'illuminare le circostanze che hanno reso possibile il loro impunito replicarsi all'interno della chiesa: un intreccio fra mentalità e organizzazione dell'istituzione, fra dottrina e disciplina.
La prima parte del libro ripercorre gli eventi, dagli anni Ottanta a oggi, fra cronache giornalistiche, processi giudiziari, dichiarazioni ufficiali della chiesa. Un impressionante susseguirsi di casi di abusi si snoda con uno schema simile: autorità che sapevano e che non hanno agito. Le ragioni dell'apparente ripetersi dell'uguale sono i modi di governo di una chiesa organizzata per vertici e diocesi, compatta nei principi della correzione fraterna dei propri membri ("Se il tuo fratello commette una colpa, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello", Matteo 18, 15), della segretezza del peccato confessato e della priorità di tutela dell'onore.
Cose d'altri tempi, idee astratte, si direbbe, ma capaci di impatto sulle vite passate e presenti di migliaia di persone. Il loro farsi cosa concreta nel tempo lungo della storia emerge dalla seconda parte del volume, che ripercorre la morale cristiana della sessualità nella sua elaborazione, dall'Antico Testamento allo snodo della Controriforma, infine alla sua crisi alle soglie della modernità, e nel suo applicarsi nei tribunali della fede. Così si è intessuta una scientia sexualis che distingue lecito e illecito e, soprattutto clero e popolo, assegnando al primo una necessaria separatezza, marcata dall'astinenza sessuale. Solo governando la propria carne si può governare il gregge.
Le sanzioni contro chi si mescola con le donne si moltiplicano col pieno Medioevo, anche per evitare che la generazione di figli di preti disperda i beni di una chiesa che si struttura come istituzione spirituale e temporale. I rapporti con i ragazzini, meno gravi per le conseguenze materiali, sono valutati su un altro piano: perché avvengono non con minori (una soglia che un tempo si situava intorno ai dodici anni) ma con persone dello stesso sesso. È il peccato più grave non perché viola chi lo subisce, ma perché infrange l'ordine di natura e macchia l'anima e il corpo di chi lo compie.
Per le inquisizioni di Spagna e Portogallo è un crimine di eresia, punibile con la massima pena. E se avviene all'interno del sacramento della penitenza, durante la confessione, è un crimine di sollicitatio ad turpia, che induce a compiere atti "turpi" perché antepongono il piacere alla ragione. Questo è vergognoso per ogni essere umano ma a maggior ragione per chi, coperto dal sacramento dell'ordine, è tenuto a un controllo esemplare, agli occhi di se stesso e soprattutto degli altri. L'onore, infatti, si perde solo se c'è un pubblico. E l'onore intaccato del singolo compromette anche quello della comunità cui appartiene. Ecco perché nella prassi non si condanna il sacerdote colpevole, ma lo si ammonisce con discrezione cambiandogli tutt'al più di sede. Questo fecero molti vescovi, i meno noti (per citare i primi casi statunitensi) Fitzgerald, Penny, O'Connell, e il più noto Bernard Francis Law di Boston, che all'accusa di aver coperto decine di sacerdoti abusanti (il famoso "caso Spotlight") avrebbe presentato due volte le dimissioni al pontefice allora in carica Giovanni Paolo II.
Il pontificato di Wojtyla - Furono accolte solo la seconda volta, motivate da ragioni di salute. L'ombra di una mancata linea dura contro la pedofilia clericale si è stesa così sul pontificato di Wojtyla. Lo definì il "peccato fra i più gravi contro il sesto comandamento", affidandone la competenza alla Congregazione per la dottrina della fede per una disciplina più efficace. Ma tanto nelle dichiarazioni ufficiali quanto nelle prassi mancò di mettere al centro ciò che a fedeli e laici sembrava ormai prioritario: che venisse fatta una giustizia commisurata allo scempio commesso, fuori dall'esclusività della giurisdizione ecclesiastica. Il suo successore avrebbe lamentato la cattiva influenza di un tempo edonista, mal sopportato da un clero votato alla separatezza in un mondo che incita al consumo sessuale. Proprio questa separatezza, intesa come cultura dell'autorità che giustifica l'abuso, è additata ora da Bergoglio a responsabile dei crimini sessuali sugli indifesi. Ma continua ad aleggiare, nelle retoriche ufficiali, quell'antica associazione fra pedofilia e omosessualità, unite dal loro essere "contro natura": una categoria che indica ancora come priorità la tutela dell'ordine oggettivo delle cose, di cui Dio è artefice e custode, e non i diritti inviolabili degli individui.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 14 aprile 2021
La Corte europea dei diritti dell'uomo multa Ankara: processo iniquo e violazione del diritto di espressione del giornalista e romanziere, in carcere dal settembre 2016. Ma nella sentenza manca il richiamo alla natura politica della sua condanna.
"Continuerò a dire la verità. Ho detto la verità tutta la vita. Non sono il genere d'uomo che agisce per vigliaccheria e sperpera i tanti decenni che ha già vissuto per amore dei pochi anni che gli rimangono". Così Ahmet Altan, di fronte al pubblico ministero che dopo il tentato golpe del 2016 lo accusava di avervi preso parte, si sollevava sopra l'aula di tribunale con tutta la sua statura di uomo libero e di giornalista.
In prigione dal primo settembre 2016, Altan è tra i più noti scrittori e giornalisti turchi. Ieri è stata la Corte europea dei diritti dell'uomo a trattare il suo caso, insieme a quello del giornalista Murat Aksoy, rispondendo a una condanna pretestuosa con una condanna puntuale: incarcerandolo la Turchia, dice la Corte nella sentenza, ha violato i suoi diritti alla libertà, alla sicurezza e a un processo equo e la sua libertà di espressione. Perché la libertà di svolgere il suo lavoro è il cuore della durissima pena inflittagli dal sistema giudiziario turco: avrebbe inviato messaggi subliminali pro-golpe durante un programma tv andato in onda mesi prima.
Un'accusa da romanzo distopico che gli è costata prima una condanna all'ergastolo aggravato (senza possibilità di sconti di pena) nel 2018, stracciata in appello nel 2019, e poi un nuovo processo concluso con una pena di 10 anni e mezzo di prigione per sostegno a organizzazione terroristica (il movimento Hizmet dell'imam Fethullah Gulen). Fuori dal carcere ha trascorso appena un giorno, meno di 24 ore di rinnovata libertà prima di essere riarrestato. Lo scorso 2 marzo ha "festeggiato" i suoi 71 anni dentro il famigerato carcere di Silivri, nuova casa dei prigionieri politici turchi.
"La Corte - si legge nella sentenza emessa ieri a Strasburgo e che condanna la Turchia a pagare 16mila euro in danni ad Altan - ha trovato che le critiche del richiedente all'approccio politico del presidente (Erdogan) non possano essere intese come la prova che fosse a conoscenza del tentato golpe in anticipo. Per questo la logica applicata al caso dalle autorità non può essere considerata una valutazione accettabile dei fatti". Insomma, pur non spingendosi a definirla una crociata politica, per la Corte dietro la detenzione non c'è alcuna giustificazione legale né sospetti ragionevoli della commissione di un reato. "Altan è stato arrestato perché era nel mirino del potere politico e dei media vicini al governo - il commento dell'avvocato del giornalista Veysel Ok - La Corte ha stabilito che la sua detenzione non è politica. In questo senso, è mancante".
Se da Ankara al momento non giungono reazioni, è difficile immaginare che Altan sia rilasciato. La Turchia, colpita da più di una condanna della Corte europea, procede come uno schiacciasassi, ignorandole una a una, a partire da quelle che chiedono il rilascio di avversari politici di primo piano, dal filantropo Kavala al politico curdo Demirtas (la cui ultima denuncia contro l'impedimento a relazioni sociali con altri detenuti è stata però rigettata dalla Cedu).
E procede anche nelle epurazioni e i processi di massa, giustificati con il tentato golpe del 15 luglio 2016. La scorsa settimana la 19a Corte penale di Ankara ha condannato 149 dei 497 imputati per il putsch a pene detentive sopra i sei anni, compresi 32 ergastoli aggravati. Una mannaia giudiziaria che ha fatto da stampella a circa 134mila licenziamenti di dipendenti pubblici di vari settori (magistratura, accademia e scuola, forze armate, sanità).
Persone cancellate dal governo che, denunciava in un articolo dello scorso anno il tedesco Deutsche Welle, non riescono a trovare un lavoro o un po' di giustizia: dei 126mila che hanno fatto appello alla Commissione allo stato di emergenza per riavere indietro il posto di lavoro, solo 9.600 hanno vinto, mentre 28mila all'epoca erano ancora senza risposta. Al loro posto fedelissimi del governo e dei partiti della maggioranza, presenze che hanno stravolto la geografia politica del paese.
di Nina Verdelli
Vanity Fair, 14 aprile 2021
La parola al deputato Alessandro Zan, promotore della norma che combatte violenze e discriminazioni contro donne, gay e disabili. A noi spiega perché è una legge urgente. E perché viene tanto osteggiata. Prendiamo il caso di Jean Pierre e Alfredo.
Il mese scorso due ragazzi si danno un bacio in metropolitana a Roma. E per questo vengono aggrediti. È solo l'ultima di una lunga serie di violenze legate a caratteristiche incancellabili delle persone, come il genere, l'orientamento sessuale o la disabilità. Ci sarebbe una legge per fermare questa montante onda di odio.
Il problema è che, per ora, a essere ferma è la legge stessa. Il disegno di legge (ddl) Zan, dal nome di Alessandro Zan che ne è stato il relatore alla Camera, giace impolverato tra le mozioni di cui si pensa di poter fare a meno. Vittima dell'ostruzionismo di una destra che non pare gradirlo, rimane lì, in Senato, in attesa di essere inserito nell'Ordine del giorno.
Ma il suo promotore non si arrende, come non si è arreso quando, nel 2006, ha ottenuto il primo registro anagrafico italiano delle coppie di fatto, aperto anche agli omosessuali. Quarantasette anni, di Padova, una laurea in Ingegneria, il deputato del Pd Alessandro Zan parla con la passione gentile di chi vuole raggiungere un obiettivo senza calpestare gli altri. Al contrario: lui, gli altri, vuole tutelarli, anche quelli che lo ostacolano.
Chi, per esempio?
"Giorgia Meloni. Si dichiara contraria a una legge che la proteggerebbe dal professore che ha osato definirla "scrofa". Quello è stato un atto di misoginia, un'offesa a lei in quanto donna".
Chi altro sarebbe tutelato dalla nuova norma?
"Oltre alle donne, le persone Lgbtq+ e i disabili. Categorie facilmente soggette a discriminazioni e violenze. Lo testimonia un recente studio di Vox - Osservatorio Italiano sui Diritti, che identifica i gruppi sociali maggiormente colpiti dall'intolleranza. Sono sei: donne, persone omo o transessuali, migranti, disabili, ebrei e musulmani. Ora, le minoranze etniche sono tutelate dalla legge Mancino del 1993. Alle altre categorie non resta che augurarsi l'approvazione della legge che ho presentato".
Che cosa cambierebbe?
"Torniamo all'esempio dei due ragazzi che si baciavano in metro a Roma. Il loro aggressore sarebbe giudicato per l'atto di violenza in sé con l'aggravante del crimine d'odio".
E lei pensa che basterebbe per frenare l'intolleranza?
"È provato: in Francia, dopo la promulgazione di un provvedimento analogo nel 2004, questi reati sono diminuiti in maniera significativa. Anche perché leggi del genere non si limitano a punire i misfatti, ma propongono azioni per sensibilizzare i cittadini".
Quali?
"Fondi per campagne televisive, iniziative nelle scuole e nella Pubblica amministrazione dove manca un vocabolario per interagire soprattutto con la comunità Lgbtq+. Prendiamo il caso dei transessuali: molti di loro, quando la transizione è in atto ma non hanno ancora ottenuto il cambio di nome all'anagrafe, rifiutano di andare a votare per non sottoporsi all'umiliazione di dover scegliere la cabina degli uomini, quando uomini non sono. Basterebbe cambiare le regole e dividere i seggi con criterio alfabetico: A-L di qua, M-Z di là. Così si eviterebbero discriminazioni".
C'è una frangia del femminismo di sinistra, però, che contesta proprio questo: volendosi occupare di tutti, trans inclusi, la legge rischia di risultare meno efficace nella protezione delle donne...
"Credo siano tre persone a pensarla così in tutta Italia. Le femministe sono per la stragrande maggioranza favorevoli a un approccio inclusivo. Tra l'altro, queste tre persone non si rendono conto che, con le loro critiche, danno man forte alla destra omofoba".
Le principali obiezioni mosse dai leghisti, senatore Simone Pillon in testa, sono tre: è una legge liberticida perché soffoca la libertà di espressione; faziosa perché garantisce un'aumentata tutela solo a determinati gruppi; marginale in questo momento di pandemia dove le emergenze sono altre...
"Tre bugie. La legge consentirebbe di esprimere tutti i pareri, meno quelli che istighino all'odio. Esempio; se dico: "Per me l'omosessualità è un peccato", esprimo un'opinione. Se dico: "Tutti i gay devono morire", incito all'odio. Il confine è piuttosto chiaro".
Che cosa risponde invece all'accusa di faziosità?
"Esistono categorie più vulnerabili di altre, che pertanto vanno maggiormente tutelate, per garantire l'uguaglianza sancita dall'articolo 3 della Costituzione. Non è un caso che il 62 per cento delle persone Lgbtq+ non si senta sicuro a scambiarsi manifestazioni d'affetto in pubblico".
Converrà, però, che non è surreale ritenere che, in questo preciso momento storico, le priorità siano altre: vaccinare, ripartire...
"Ma il Parlamento mica si occupa esclusivamente dei temi legati alla pandemia. Siamo un Paese complesso, che ha bisogno di operare costantemente su più fronti, incluso quello dei diritti. Non solo: è provato che, durante i vari lockdown, i crimini d'odio, soprattutto contro le donne, sono aumentati a dismisura. Checché se ne dica, la legge è urgente".
Perché allora la sua calendarizzazione viene continuamente rimandata?
"Spetta al presidente della Commissione giustizia al Senato, in teoria super partes, inserirla nell'Ordine del giorno. Ma il leghista Andrea Ostellari preferisce allinearsi alle posizioni del suo leader Matteo Salvini, certamente non favorevole alla norma. La verità: Lega e Fratelli d'Italia criticano la forma di questa legge per non parlare della sostanza. Si vergognano a dire che, secondo loro, le persone Lgbtq+ sono individui sbagliati, da correggere. Peccato che nessuno scelga di essere omosessuale, etero o trans, come non si sceglie il colore della pelle. Io mica ho deciso di diventare gay. Lo sono e basta".
Lei ha mai subito violenze o discriminazioni?
"Qualche episodio di bullismo a scuola; mi rubavano gli oggetti, mi dicevano: "Ma sei frocio?". Sono cose che fanno molto male, soprattutto a quell'età. Pensi che io ero innamorato del mio compagno di banco, ma non gliel'ho mai detto: avevo paura. L'incultura dominante fa anche questo: ruba ai giovani Lgbtq+ i momenti dei primi amori, delle prime infatuazioni. Momenti che non tornano più".
Non a caso, parecchi giovani, più o meno noti, si stanno esponendo per sostenere la sua battaglia...
"Sì, devo ringraziare Fedez e Chiara Ferragni, Elodie, Mahmood, Michele Bravi, Tiziano Ferro e tanti altri che mi stanno dando una mano. È anche grazie a loro se i liceali sono in gran parte scatenati a favore della legge. Il che mi fa felice: vuol dire che abbiamo il futuro dalla nostra".
Gli adulti, invece?
"Più tiepidi".
Quando non scatenati in senso contrario: Vittorio Sgarbi sostiene che il ddl Zan imponga una "pedofilia di Stato"...
"Sgarbi deve aver perso lucidità per proferire una frase così vomitevole. Associare l'omosessualità alla pedofilia è un atto gravissimo che va querelato. Infatti, in tanti stanno procedendo".
Al di là delle provocazioni, qual è secondo lei il vero motivo per cui questa legge viene tanto osteggiata?
"Perché rappresenta una scelta di campo. Attualmente, l'Italia si colloca 35esima in Europa per accettazione sociale delle persone Lgbtq+. La Polonia, che ha appena vietato l'aborto, è 40esima. Ecco, approvare la legge significa inserire la nostra tra le nazioni più progressiste. Significa fare un passo avanti verso l'Europa dei diritti, delle libertà e, sì, anche del benessere".
Viceversa, bocciarla?
"Vorrebbe dire andare incontro a quei Paesi come appunto la Polonia di Duda, o l'Ungheria di Orban, governati da destre sovraniste, populiste e anti-democratiche. Lo sa che in Polonia esistono delle Free Lgbtq+ zones, cioè delle aree in cui gli omosessuali non sono ammessi? Non hanno fatto entrare nemmeno Clément Beaune, il segretario di Stato francese per gli Affari europei, dichiaratamente gay, in visita ufficiale a Varsavia. Questa ghettizzazione è pericolosa: ricorda gli anni in cui gli omosessuali venivano censiti con il triangolo rosa".
Pensa che, senza la sua legge, anche l'Italia potrebbe scivolare verso una deriva simile?
"Penso che quando la contrastano, Salvini e Meloni lo facciano proprio perché aspirano al Modello Duda o Orban, che infatti vanno volentieri a trovare. Come dicevo, il ddl Zan è una scelta di campo: di qui l'Europa dei diritti, di là il ritorno al ghetto".
Secondo lei il premier Mario Draghi da che parte sta?
"Essendo europeista convinto, mi viene da supporre sia favorevole. Però per ora non si è pronunciato: la sua è una maggioranza eterogenea, probabilmente non vuole creare fibrillazioni all'interno del governo. Detto questo, mi aspetto una cosa da lui".
Che cosa?
"Che il 17 maggio, giornata mondiale contro l'omo-lesbobi-trans-fobia, anche Draghi prenda posizione. La sfida è importante, culturale, decisiva. Tacere non è più un'opzione".
di Lorenza Pleuteri
osservatoriodiritti.it, 14 aprile 2021
Polizia e democrazia, controllati e controllori, ordine e libertà: il nuovo libro di Salvatore Palidda edito da Meltemi linee - "Polizie, sicurezza e insicurezze" - prova a dare alcune risposte. Che non piaceranno a tutti. Può esistere una polizia democratica? Può esserci uno Stato giusto se persiste il dominio di pochi a danno di molti? Che cosa sono diventati oggi agenti, carabinieri, finanzieri, vigili urbani? In che modo governano il disordine? E chi li controlla? Salvatore Palidda, sociologo di lungo corso e per anni docente universitario a Milano e Genova, formula e propone all'attenzione queste e altre domande, provando a rispondere. Lo fa con le 296 pagine del saggio "Polizie, sicurezza e insicurezze", edito da Meltemi linee, un libro spiazzante, duro, non scontato, a tratti urticante, ipercritico, radicale. Opinabile e divisivo. Indigesto, probabilmente, per chi appartiene agli apparati radiografati, per i vertici di amministrazioni e corpi chiamati in causa, per i referenti politici e pure per parte della opinione pubblica.
La copertina, con due scatti-simbolo, è un assaggio del contenuto. La prima foto mostra due poliziotti che vegliano su alcuni cittadini, prima dell'era Covid. La seconda istantanea, sovrastante, immortala una scena di scontri urbani, con agenti in assetto antiguerriglia. Riassume lo stesso autore: "In questo libro, pubblicato più di vent'anni dopo "Polizia postmoderna" (un cult, per studiosi e addetti ai lavori, ndr), cerco di descrivere l'attuale situazione delle polizie in Italia e mi soffermo in particolare sulle loro pratiche. In sintesi, c'è una coesistenza perpetua della gestione pacifica e della gestione violenta del governo della sicurezza". "Non a caso - è sempre il punto di vista di Palidda - Michel Foucault scriveva: "La polizia è un colpo di Stato permanente". Si tratta della modalità operativa adottata da sempre. Tuttavia oggi mi sembra risultare ancora più evidente che in passato, proprio perché l'"animo sicuritario" pervade una buona parte della popolazione e si traduce nella militanza dei cittadini zelanti".
La tesi che Palidda offre alla discussione - sorreggendola con ricostruzioni storiche, richiami alla cronaca, informazioni, analisi, statistiche - è dichiarata: "Le polizie di oggi non sono più il braccio armato del potere politico nazionale. Sono diventate, in misura sempre più rilevante, lo strumento di regolazione economica e sociale a livello locale al servizio degli attori che più contano. Uno strumento che discrimina tra gli illegalismi tollerati e quelli repressi, tra il popolo che sta dalla parte delle polizie e quello considerato come fastidioso o anche nemico".
Tradotto in esempi: sempre secondo il sociologo, "ci si accanisce contro poveri, marginali, stranieri e autori di reati da strada o di sopravvivenza, molto meno contro padroncini e caporali delle economie sommerse, evasori fiscali, responsabili di disastri sanitari e ambientali, corruttori e corrotti, chi causa malattie professionali e infortuni sul lavoro".
Eppure, rimarca Palidda, "le economie sommerse in Italia responsabili di oltre il 32% del Pil e di circa otto milioni di lavoratori che oscillano fra precariato, semi-precariato e nero totale. Questo numero esorbitante di illeciti sarebbe impensabile e impossibile se non vi fosse la tolleranza e la connivenza da parte delle polizie, delle autorità locali e nazionali rispetto ai molteplici illegalismi perpetrati dagli attori sociali di queste economie. Le vittime sono ridotte all'impossibilità di difendersi proprio perché prive di protezione e anzi spesso perseguitate se osano ribellarsi".
Un capitolo del volume prende in esame la riforma della polizia di Stato, arrivata alla boa dei 40 anni, e il contesto storico e politico che l'ha accompagnata. Un altro scandaglia le tabelle riepilogative di reati perseguiti e di risposte operative date. I numeri sulla "produttività" di uomini e donne in divisa (denunce e arresti, indicatori che Palidda smonta) vengono accompagnati dai dati che raccontano l'esito ultimo di eclatanti operazioni, attività da strada, pattuglioni, pressing contro i "soliti sospetti": le alte percentuali di archiviazione dei fascicoli penali aperti in base a manette e inchieste.
Prima che priorità e istanze fossero stravolte dalla pandemia da Covid-19, periodicamente si invocavano più divise per strada, tolleranza zero e pugno di ferro, videocamere ovunque, cani antidroga nelle scuole, ronde. Ce n'era e ce ne è bisogno? Palidda, per dire come la pensa, traccia il quadro di scelte, costi, organizzazione, forze e mezzi in campo, paradossi. Sostiene: "Uno Stato di diritto effettivamente democratico dovrebbe investire molto di più nella pubblica istruzione e in servizi sociali efficienti e adeguatamente preparati, anziché su polizie e dispositivi tecnologici che peraltro non servono alla prevenzione, bensì alla repressione, e non sempre".
Poi punta il dito contro la pluralità di corpi civili e militari presenti nel nostro Paese, evidenziando sovrapposizioni, irrazionalità, doppioni, spreco di risorse. "In Italia si contano 645 operatori di polizia ogni 100 mila abitanti (compresi vigili urbani, senza includere guardie costiere, personale dei servizi segreti, polizie private), contro i 566 della Francia, i 527 della Spagna, i 397 del Regno Unito, i 302 della Germania".
Un ulteriore concetto su cui Palidda batte è la "distrazione di massa", quella che a suo parere porta ad additare migranti, rom e marginali come i nemici della società, con le polizie che non sfuggono a queste dinamiche. "Le cosiddette paure - argomenta il sociologo - sono attribuite persino alla sola presenza di questi presunti nemici, a maggior ragione quando provano a ribellarsi alle condizioni di neo-schiavitù. E le polizie - tranne gli operatori non fascisti né razzisti che talvolta sfuggono ai condizionamenti dai vertici - agiscono come per dimostrare che il trattamento violento è riservato solo ai foresti, ai marginali, agli intollerabili e ai sovversivi. C'è un'evidente somiglianza tra gli atteggiamenti e i comportamenti di caporali, padroncini e tanti comuni cittadini che schiavizzano i lavoratori più deboli (immigrati e italiani) e quelli di quegli operatori di polizia che ogni tanto finiscono nella cronaca nera per violenze, corruzione, appropriazione indebita e altri reati ai danni di immigrati, rom e in genere a persone emarginate".
Abusi e violenze: le vittime della polizia - L'elenco dei casi su cui riflettere è impressionante. Si va dalla "macelleria messicana" del G8 di Genova allo scandalo della caserma dei carabinieri di Piacenza, passando per vittime di abusi e pestaggi e spari, da Federico Aldrovandi a Stefano Cucchi, da Gabriele Sandri a decine di altri ragazzi e uomini che in pochi ricordano e che Palidda elenca per nome (per alcuni la magistratura ha riconosciuto responsabilità penali, per altri le ha escluse, come fu per Carlo Giuliani, ndr). Il capitolo in cui si citano i morti è quello su "devianza e criminalità nei ranghi della polizia", pagine in cui si affrontano temi delicati e spinosi come tortura, corruzione, impunità, lassismo, mancanza di un organo di controllo. Certo, anche i servitori dello Stato hanno pagato un elevatissimo tributo di sangue. Un cimitero pieno di croci e di medaglie al valore. Ma pure qui le considerazioni del sociologo possono fare male e sembrare irrispettose.
"Alcuni pretendono di dire che le polizie hanno avuto più vittime di quante se ne siano registrate in conseguenza del loro operato. I morti sul lavoro nei ranghi delle polizie sono molti di meno ogni anno che in altre categorie, ad esempio gli edili". E ce n'è anche per i sindacati di categoria e il progetto "Città sicure" dell'Emilia Romagna, pesantemente criticati.
Nel volume, sbilanciato sugli aspetti oscuri ed opachi del sistema, Palidda accende qualche faro di luce. Ammette che la maggioranza della popolazione sembra essere soddisfatta dalle polizie italiane. Dedica un passaggio a Roberto Mancini, "il poliziotto investigatore che scoprì i terribili crimini della terra dei fuochi e morì a causa contatto del ravvicinato con rifiuti tossici e nocivi".
Sottolinea l'importanza della riforma e della smilitarizzazione della polizia di Stato, auspicando che seguano la stessa strada carabinieri e finanza, come l'Europa vorrebbe. Valuta positivamente il ricambio generazionale, così come l'inserimento delle donne e l'aumentata percentuale femminile nei ruoli dirigenziali. A capo del ministero dell'Interno c'è una prefetta, Luciana Lamorgese, sopravvissuta al cambio di governo.
Covid e speranza di cambiamento - Resta aperta una domanda, consegnata a futuri libri: la pandemia da coronavirus cambierà in profondità e con effetti di medio e lungo termine il concetto di sicurezza e la mission delle polizie? I reati da strada sono diminuiti, gli omicidi volontari hanno toccato i minimi storici, non si è registrato un boom di femminicidi. Sono aumentate le frodi informatiche e i casi di autoriciclaggio di denaro sporco, la quantità di droga sequestrata è dimezzata. Hanno perso la vita centinaia di medici e infermieri. Si può ipotizzare che aumenteranno i reati legati all'approvvigionamento di presidi sanitari e di vaccini, le contraffazioni, le frodi, gli appalti truccati, l'usura, condizioni di lavoro pericolose?
Nel saggio di Palidda, dando conto di quello che è stato pubblicizzato da dati ufficiali, si rileva: nei periodi di lockdown le "divise" sono state schierate per perseguire chi violava le misure anti contagio in vie e piazza e per sanzionare le infrazioni di ristoratori, baristi, commercianti. Si chiede l'autore, statistiche alla mano: "Era necessario istigare la paura di essere controllati e denunciati? Non sarebbe stato più proficuo migliorare la comunicazione e fare informazione sanitaria in modo più efficace?".
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