di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 24 maggio 2021
Intervista a Giuseppe Santalucia, presidente Anm. Il monito del presidente Mattarella sulle "contrapposizioni, contese e polemiche che minano il prestigio della magistratura", dice il presidente dell'Anm "coglie una preoccupazione che è anche la nostra". I magistrati nei talk show? "Fare ipotesi in tv, litigando con colleghi, non credo sia la strada".
"Contrapposizioni, contese e polemiche minano il prestigio della magistratura". Giuseppe Santalucia, da presidente dell'Associazione nazionale magistrati, come accoglie la strigliata del capo dello Stato?
"Credo che faccia sempre bene. Coglie una preoccupazione che è anche la nostra".
E quindi che farete?
"Abbiamo già cercato di adeguarci a questo monito che ci era stato fatto già a febbraio, quando siamo stati ricevuti dal presidente. E anche prima".
Quindi non vi sentite chiamati in causa?
"È un periodo non facile per la magistratura. Ci sono più punti di vista su come superare la crisi. All'interno dell'Anm si discute ma non ci sono conflitti. Tranne con un piccolo gruppo. Ma anche in questo Comitato direttivo centrale ci siamo ritrovati su posizioni comuni, come il ricordo di Giovanni Falcone".
Su quello era facile.
"Sui principi generali, autonomia e indipendenza c'è unità. Ma tante cose non dipendono da noi". E da chi? "Dalla crisi si esce con buone riforme. Abbiamo bisogno dell'attenzione del Parlamento".
Ma il presidente stigmatizza anche liti interne.
"Con questa vicenda della presunta loggia Ungheria, abbiamo visto molte liti in tv tra magistrati. Se questo è ciò pensa, mi trova perfettamente adesivo".
Cosa intende?
"Siamo tutti in trepidante attesa che ci dicano qualcosa di certo su quelle rivelazioni che tirano in ballo magistrati come presunti affiliati: se sono calunnie o reati gravissimi. Ma il salotto tv non sostituisce l'accertamento della verità".
Sta dicendo: basta magistrati nei talk-show?
"Ognuno si determina come ritiene. Ma fare ipotesi in tv, litigando con colleghi, non credo sia la strada. Il tavolo di confronto deve essere serio. O c'è chi deduce che tutto è malato. Non è così".
Le chat di Palamara non mostrano una giustizia sana. A parte espellere lui, l'Anm non ha fatto nulla?
"Da mesi ci sono procedimenti aperti per violazioni del codice etico, come le auto sponsorizzazioni. A breve valuteremo".
Vuole dire che sono in arrivo sanzioni? Per quanti?
"Sono una cinquantina le posizioni aperte. E alcuni si stanno dimettendo dall'associazione. A quel punto il nostro procedimento si interrompe. Ferma restando l'azione disciplinare del Csm".
Non è a maglie larghe?
"No. Dai numeri si vede che non siamo una casta chiusa in atteggiamento corporativo".
Ma auspicate riforme.
"Quelle buone. Si è scatenata una reazione che potrebbe portare a soluzioni improvvide".
Quali ritiene tali?
"Se ne sono sentite di tutti i colori. Dare la prevalenza numerica alla componente laica del Csm. O la commissione d'inchiesta sulla magistratura. E anche la separazione delle carriere non mi sembra una buona idea. Ma ce ne sono di interessanti".
Ad esempio?
"La riforma del processo civile ci trova in gran parte favorevoli. Come le misure allo studio per il recupero di efficienza della giustizia penale".
Ha fatto retromarcia sull'idea di scegliere per sorteggio i consiglieri Csm?
"Era l'idea di alcuni nell'Anm, non la mia. È fuori luogo e non è costituzionale. Ci sono altre soluzioni. L'importante è che non ci sia il doppio turno che favorisce gli apparentamenti".
Le cordate decidevano le promozioni. È meglio tornare al criterio di anzianità?
"Sì, ma non brutale che lega le mani al Csm".
La magistratura uscirà dalla crisi?
"Si, c'è tanta indignazione. Il caso Palamara ha fatto tanto male, ma anche tanto bene"
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 24 maggio 2021
Intervista al costituzionalista Michele Ainis: "A differenza del mondo anglosassone in Italia regna il sospetto della divulgazione e, di conseguenza, del farsi comprendere".
"Diritto resiliente". Un'espressione del genere non è stata ancora utilizzata. Ma visto l'andazzo non si può escludere questo fantasioso ingresso nel linguaggio del legislatore e del giurista del ventunesimo secolo. È, però, stata coniata e importata - potevamo esimerci dalla solita fascinazione esterofila? - la locuzione "soft law", la legge soffice, nel settore dei contratti pubblici. Giuristi della caratura di Alberto Trabucchi e Temistocle Martines rimarrebbero senza parole di fronte a derive linguistiche del genere. Un altro studioso, il costituzionalista Michele Ainis, è invece convinto che la scrittura, quasi esoterica ed incomprensibile, delle leggi rende la democrazia più fragile. "Con un diritto oscuro - dice al Dubbio Michele Ainis - diventiamo tutti punibili". Per questo il ruolo dell'avvocato diventa sempre più delicato nella nostra società. Deve avere il coraggio di vigilare sulla qualità linguistica delle norme e degli atti. Solo così potrà essere preservato il diritto delle persone a capire per adempiere. Cosa non da poco.
Professor Ainis, la crisi della politica e la sua delegittimazione derivano anche da una legislazione complicata e ai più non fruibile?
Sicuramente. Si tratta di un antico problema, tra l'altro, già affrontato da Tacito quando parlava di corruzione delle leggi. Mi sono occupato di questo tema nel 1997, quando scrissi il saggio intitolato "La legge oscura" (edito da Laterza, ndr). Il ceto intellettuale italiano ha una grande responsabilità. Ama parlare in maniera difficile e non comprensibile. A differenza di quanto accade nel mondo anglosassone, in Italia regna il sospetto della divulgazione e, di conseguenza, del farsi comprendere. Assistiamo ad un rifiuto del confronto. Se usi un linguaggio semplice, rischi quasi di essere discriminato. Eppure, Einstein parlò di relatività facendosi comprendere da tutti. Non capisco perché il legislatore debba parlare e scrivere in maniera incomprensibile. Il diritto ha bisogno di un suo linguaggio. Questo è innegabile. Non posso parlare di usucapione, usando un altro termine. Detto questo, sono sotto gli occhi di tutti l'ampollosità di un certo linguaggio giuridico ed il continuo rinvio ad altre leggi quando si scrivono le norme. Questi elementi rendono i testi legislativi più imprecisi.
La tecnica, quasi esoterica, della scrittura delle leggi è un modo per una ristretta cerchia di politici, magistrati e giuristi che tende ad autodifendersi?
È un effetto ricercato e voluto. Partiamo da una premessa storica. Abbiamo avuto sempre governi di coalizione anche quando la forza politica dominante del Paese era la Dc con le sue correnti interne. Nella coalizione devi fare sintesi, se non ci riesci, devi fingere davanti ai cittadini per dimostrare di avere preso delle decisioni. Scarichi le conseguenze delle tue incapacità sui cittadini. Le leggi adesso le scrivono gli uffici legislativi e la tecnica usata rifugge le clausole generali e si impicca ai micro-provvedimenti. Assistiamo ad uno strapotere della burocrazia e della magistratura. Quest'ultima è destinataria di una delega implicita che la legge incomprensibile produce. La responsabilità della politica su questo è enorme. È inevitabile che il giudice si trovi a fare il legislatore di fronte a norme incomprensibili. Non dimentichiamo, inoltre, che viviamo in un'epoca in piena crisi di idee e valori. Il Novecento è stato il secolo delle grandi ideologie, che ci ha poi condotto ad una legislazione che si è via via svuotata ed è diventata meno organica. Oggi arriviamo al fatto del minuto prima ed il linguaggio giuridico e legislativo è specchio della cultura generale.
Chi scrive le leggi si preoccupa solo di sé stesso?
L'autoreferenzialità è un'altra malattia del nostro tempo. Il successo delle fake news o il populismo trumpiano hanno a che fare con il brodo di cultura dei tempi che stiamo vivendo. Si tende a parlare ai propri simili. La politica vive di pensieri corti. Quando la politica finisce nelle Gazzette ufficiali le cose cambiano e certi linguaggi diventano incomprensibili.
In questo modo si rende il diritto inaccessibile. Una esclusività che porta dei vantaggi a qualcuno?
Il diritto serve per proteggere i deboli. Per i forti e prepotenti è di intralcio. Se il diritto non serve i deboli, diventa un favor per il più forte dal quale inevitabilmente si generano delle disparità. Su questo mi viene in mente quanto scritto da un autore molto interessante, un grande filosofo del diritto. Mi riferisco a Lopez de Onate, autore del libro "La certezza del diritto", secondo il quale quando il diritto è incerto il reo guadagna la riva, mentre il debole è destinato ad affogare. Un diritto scarsamente comprensibile danneggia i cittadini. Qui si innesta un'altra riflessione sui delitti naturali e i delitti di pura creazione legislativa. Questi ultimi sono delle mine sulle quali il cittadino può saltare per aria in qualsiasi momento. Il rischio è che si attribuisca un potere abnorme ai giudici. Esistono nel nostro ordinamento migliaia di reati e siamo dunque tutti processabili. Con un diritto oscuro diventiamo tutti punibili e più deboli.
di Alberto Rodighiero
Il Gazzettino, 24 maggio 2021
L'amministrazione comunale mette i suoi "paletti" all'attività del Garante dei detenuti. Non è, dunque, rimasta senza conseguenze la polemica che ha accompagnato la nomina a garante - arrivata alla terza votazione del consiglio comunale - di Antonio Bincoletto. Polemica che ha visto particolarmente attivo su questo fronte il consigliere della lista Giordani Luigi Tarzia.
"Sarebbe servita più partecipazione e più moderazione nella scelta di questa figura - aveva tuonato, infatti, Tarzia al momento del voto - Con questo provvedimento andiamo a penalizzare chi meritava di più. Il confronto con le associazioni che lavorano in carcere lo fa fatto solamente Coalizione. Il Garante avrebbe dovuto essere equidistante tra la direzione carceraria e le associazioni. Così, purtroppo, non è".
Parole, quelle dell'esponente della lista Giordani che, evidentemente, non sono cadute nel vuoto. Martedì scorso, infatti, la giunta ha dato il via libera al "Disciplinare sulle azioni, funzioni e organizzazione dell'Ufficio del Garante dei diritti delle persone private o limitate nella libertà personale", che va a normare anche il rapporto tra questa figura e le associazioni.
"Il Garante - si legge nel testo - evita di partecipare attivamente e di assumere incarichi presso associazioni, circoli o altri organismi, ove possano derivarne obblighi, vincoli o aspettative tali da poter pregiudicare l'imparzialità di comportamento nello svolgimento delle attività istituzionali o delle prestazioni lavorative".
Anche se non vengono citate esplicitamente le associazioni che si occupano di detenuti, è del tutto evidente che le realtà a cui si rivolge il dispositivo sono esattamente quelle. Con questa disposizione si vuole, dunque, evitare che la figura designata dal parlamentino di palazzo Moroni sia eccessivamente sbilanciata rispetto all'associazionismo che si occupa del mondo carcerario.
Nel disciplinare si consiglia, poi, a Bincoletto una certa sobrietà per quel che riguarda l'utilizzo dei social network.
"Il Garante - si spiega ancora nel documento - si astiene dal rendere pubbliche con qualsiasi mezzo, compresi il web o i social network, i blog o i forum, commenti, informazioni e/o foto/video/audio che possano ledere l'immagine del Garante, l'onorabilità dei colleghi, nonché la dignità e la riservatezza rispetto alla sua funzione".
"L'ufficio del Garante è gratuito - si spiega - Al Garante può essere riconosciuto esclusivamente il rimborso di spese documentate nel limite massimo da determinarsi con deliberazione della Giunta comunale" Quanto alle competenze di questa figura, "il garante dovrà diffondere e promuovere una cultura dei diritti delle persone sottoposte a limitazioni o a misure restrittive della libertà personale, nella prospettiva costituzionale della rieducazione, del recupero e del reinserimento sociale e segnalare e raccomandare azioni normative e legislative a favore dei diritti di tali persone".
La Sicilia, 24 maggio 2021
La Procura di Siracusa ha avviato una inchiesta, dando incarico a un medico legale di Catania di effettuare l'autopsia sul cadavere di Emanuele Puzzanghera, 40 anni, di Caltanissetta, che si è tolto la vita nei giorni scorsi. Un episodio che presenta ancora diversi lati oscuri e sul quale la magistratura aretusea ha deciso di fare chiarezza, disponendo l'esame autoptico sul cadavere del detenuto originario di Caltanissetta.
Puzzanghera stava scontando in carcere una condanna per fatti che gli erano contestati diversi anni fa. Emanuele Puzzanghera, dopo gli arresti per spaccio di stupefacenti subiti in passato, ha scelto di cambiare vita e ha per un certo periodo ha pure deciso di collaborare con la giustizia, rivelando agli inquirenti dettagli sul traffico di droga a Caltanissetta e anche particolari appresi in carcere da alcuni boss mafiosi, i quali volevano organizzare attentati dell'ex presidente della Regione e sindaco di Gela, Rosario Crocetta e del giudice, attuale consigliere della Corte d'Appello, Giovanbattista Tona.
di Michela Bompani e Cristina Palazzo
La Repubblica, 24 maggio 2021
Irregolarmente in Italia, era stato picchiato selvaggiamente da tre uomini con bastoni e spranghe, il video aveva fatto il giro della Rete: ma dopo essere stato dimesso dall'ospedale era stato portato al centro di permanenza per il rimpatrio di Torino. Si è impiccato con le lenzuola del suo letto.
"Io non riesco più a stare rinchiuso qui dentro: quanto manca a farmi uscire? Perché mi hanno rinchiuso? Voglio uscire: io uscirò di qui", sono le ultime parole che Musa Balde, 23 anni, originario della Guinea, ha detto al suo avvocato, Gianluca Vitale, venerdì scorso, nel Cpr, centro di permanenza per il rimpatrio, di corso Brunelleschi a Torino. Sabato notte, Musa si è tolto la vita, nella sua stanza nel cosiddetto "ospedaletto", dopo due settimane di isolamento sanitario.
Per impiccarsi ha usato l'unica cosa che aveva a disposizione, le lenzuola del suo letto: le ha avvolte a una struttura della stanza da bagno. Musa voleva uscire perché non capiva la sua prigionia, essendo vittima di violenza. Il video che lo ritrae rannicchiato a terra, sotto le sprangate feroci di tre aggressori italiani, a Ventimiglia, aveva fatto il giro del web. I tre sono stati denunciati per lesioni aggravate, ma la polizia aveva velocemente escluso l'aggravante razziale.
Nei mesi scorsi nei confronti di Musa, che aveva alcuni precedenti, era stato emesso un decreto di espulsione e poiché ancora irregolare è stato trasferito nel Cpr di Torino, dove è arrivato il 10 maggio, giorno successivo al pestaggio e dopo essere stato dimesso dall'ospedale di Bordighera con una prognosi di dieci giorni. Ieri mattina, gli operatori del centro, che non avevano notato nulla di strano nel comportamento del ragazzo, sono stati i primi a trovare Musa senza vita. Sul fatto indaga la squadra mobile di Torino.
Le condizioni psicologiche del giovane, invece, come denuncia il suo avvocato, erano preoccupanti: "L'ho incontrato due volte, giovedì e venerdì scorso - spiega Vitale - era molto provato ed era incredulo di trovarsi nel Cpr. Gli ho mostrato il video dell'aggressione, lui mi ha spiegato di essere stato picchiato mentre stava chiedendo l'elemosina.
Però finora è stata divulgata solo la versione degli aggressori, che denunciano un tentato furto di un cellulare. Quello che è sicuro è che non ha avuto assistenza psicologica adeguata, era palesemente molto provato. Gli sono state fatte firmare tante carte sulla sua espulsione, ma nessun atto riguardo alla violenza di cui è stato vittima. Non si dava pace di essere chiuso nel Cpr, non sopportava la reclusione".
A confermare la drammatica situazione in cui si trovava il ragazzo è Monica Gallo, garante per i detenuti del Comune di Torino e referente per il monitoraggio delle condizioni delle persone accolte nel Cpr di corso Brunelleschi: lo doveva incontrare domani e aveva già sottoposto il caso al garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personali, Mauro Palma.
"Musa era estremamente vulnerabile, sono addolorata - dice Gallo - Non ho ancora visto le carte, non so quante visite psicologiche e psichiatriche abbia ricevuto, ma quel caso doveva avere la massima attenzione, avevo sollecitato su questo la direzione del Cpr. Avevo contattato l'area migranti del garante nazionale proprio per capire gli aspetti cui porre più attenzione: da un punto di vista giuridico, Musa era la parte offesa di un procedimento penale".
E l'avvocato: "Adesso sto cercando di contattare i familiari in Guinea, potranno istruire azioni legali e difenderlo". E rimane l'immagine degli ultimi istanti del video del pestaggio: Musa è riverso a terra, i tre picchiatori fuggono e la voce di una donna si chiede, più volte, sempre più flebile, "Ma perché?"
di Francesca Sabella
Il Riformista, 24 maggio 2021
Se l'arrivo del Covid ha sconvolto le vite di tutti, all'interno del carcere è stato un dramma nel dramma, ma ora il vaccino consentirà ai detenuti di rincontrare i propri cari. "Carcere è l'anagramma di cercare. Cercare per ricostruire, ritrovarsi, per seguire una strada tracciata anche dalla Costituzione - afferma il garante campano dei soggetti privati della libertà personale Samuele Ciambriello - Mai privare il detenuto del diritto a ricominciare. Mai privarlo del diritto alla salute, alla protezione del Covid. Paura e solitudine, mancanza di relazioni, di trattamento, di attività, di presenza di volontari in questo tempo di pandemia, hanno reso la pena ben più afflittiva rispetto a quella già normalmente sofferta".
Intanto la vaccinazione di agenti, personale e detenuti sta consentendo la ripresa di una vita che era ferma. La massiccia e responsabile adesione alla campagna di vaccinazione dei detenuti campani sta portando a una normalizzazione di attività e progetti di inclusione sociale. L'ultima relazione del garante riferisce di 3.799 detenuti vaccinati in Campania su una popolazione carceraria di 6. 554 persone. In questi mesi sono stati vaccinati anche i ristretti nelle carceri minorili di Airola e Nisida (28 vaccinati complessivamente) e nelle due Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) di Calvi Risorta e San Nicola Baronia (33 internati complessivamente). Nel carcere di Poggioreale, invece, sono stati 584 detenuti ad aver ricevuto il vaccino su un totale di 2125 reclusi, mentre a Secondigliano su popolazione di 1.166 ristretti, già 973 hanno ricevuto il siero anti-Covid.
Il carcere di Poggioreale è tra i più affollati della Regione: vi è ristretto il 35% della popolazione campana. Complice l'avanzamento del piano vaccinale e l'allentamento delle misure restrittive imposte dal Governo, il garante ha comunicato che sono ripresi i colloqui nelle carceri campane e a giorni ci saranno anche delle linee guida da parte del Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria per evitare che si ritorni alla "normalità" in modo disomogeneo.
"A Poggioreale - sottolinea Ciambriello - dal primo giugno l'ingresso sarà garantito a un massimo di tre persone (comprensivo di minori) e l'esecuzione delle videochiamate sarà garantito esclusivamente ai detenuti in quarantena, ovvero risultati positivi al Covid, e laddove il familiare sia impossibilitato a spostarsi". Questo, però, non vuol dire abbassare la guardia e dare vita a un via libera. "Visti i casi ancora di contagio occorre continuare ad adottare misure di prevenzione e distanziamento fisico - afferma Ciambriello - mi auguro che anche familiari e parenti aderiscano alla campagna di vaccinazione. È un obbligo morale farlo".
Il Garante torna poi sulla questione del sovraffollamento carcerario, un problema che affligge i penitenziari di tutto il Paese, senza eccezioni per quelli campani: a fronte di una capienza regolamentare di 6.156 persone, nelle quindici carceri della Regione si registrano 6.329 reclusi, di cui 2.349 in attesa di giudizio. "Bisogna superare il populismo sociale e penale - conclude Ciambriello - perché il sovraffollamento di tante carceri italiane e in primis di Poggioreale, rischia di essere una pena accessoria che offende il diritto e la dignità umana".
di Davide Varì
Il Dubbio, 24 maggio 2021
Il nipote di Mattarella al Festival della Giustizia Penale. Piersanti Mattarella, avvocato omonimo del presidente della Regione Sicilia ucciso dalla mafia nel 1980, interviene al Festival della Giustizia Penale di Modena. "Sono nato 6 anni dopo la morte di mio nonno". Comincia così il racconto di Piersanti Mattarella, avvocato omonimo del presidente della Regione Sicilia ucciso dalla mafia nel 1980, al Festival della Giustizia Penale di Modena in corso di svolgimento online. "Come le vittime delle mafie possono contribuire all'antimafia?", si è chiesto Mattarella. "Lo Stato ha l'obbligo di assistere le vittime, ma non è scontato che le vittime contribuiscano all'antimafia, ad esempio con la propria testimonianza. Ho subito indirettamente le conseguenze della vicenda, ho vissuto l'assenza insieme all'onere e all'onore di portare il nome di mio nonno. Far conoscere i diversi percorsi di vita, le storie e i valori delle vittime di mafia è importante: le vittime di mafia sono pilastri della storia del nostro Paese e meritano che le loro storie vengano conosciute anche dalle nuove generazioni. In quest'ottica è necessario che il familiare della vittima non sia solo un testimone, ma che riesca a dare una voce concreta al proprio vissuto familiare dentro la storia del Paese".
Mattarella ha tratteggiato allora la vita del nonno, fratello del Presidente della Repubblica, Sergio: "Fu sostenitore della dottrina sociale cattolica, entrò nella Democrazia Cristiana nei primi anni '60 e a soli 32 anni entrò nell'assemblea regionale siciliana e si fece notare per trasparenza e cura del bene comune. Nel 1978, a 43 anni, venne eletto alla presidenza della Regione, con l'appoggio esterno del Pci di Pio La Torre. Fu molto fermo e deciso nel mettere un freno alla speculazione edilizia approvando la legge urbanistica e tentò di fare una programmazione a lungo termine delle risorse regionali. Andò contro i centri di interessi e di potere occulti, infiltrati dalla mafia, ed ebbe la forza di prendere le distanze con la parte più marcia della Dc di quei tempi. Fece un discorso molto duro contro la mafia ricordando Peppino Impastato, e fu un seguace politico di Aldo Moro. Il nonno venne ucciso il 6 gennaio 1980: i magistrati dell'epoca trovarono un filo conduttore con l'omicidio del segretario della Dc siciliana Reina, nel 1979, e quello di Pio La Torre nel 1982. Tuttavia depistaggi, false testimonianze, sparizioni di prove e documenti portarono fuori strada. I Nar, gruppo di estrema destra, furono indagati e poi anche la mafia: secondo Giovanni Falcone Piersanti Mattarella sarebbe stato ucciso perché la sua azione di rinnovamento confliggeva con Cosa Nostra e soprattutto con i corleonesi, che si servirono dell'intervento dei terroristi di destra".
Anche il finale è didascalico, quanto amaro: "Il processo si è chiuso con la condanna dei mandanti corleonesi, ma ancora oggi a 41 anni dall'omicidio non si conoscono i nomi degli assassini di Piersanti Mattarella e non si è fatta ancora luce su quanto sia realmente accaduto il 6 gennaio del 1980".
di Marta Dassù
La Repubblica, 24 maggio 2021
Il conflitto israelo-palestinese è diventato parte dei dossier "intrattabili" per la diplomazia internazionale: è lì per restare. L'ultimo conflitto israelo-palestinese dà cinque indicazioni sul futuro. Più una postilla, alquanto sconfortante, sull'impotenza europea. Prima lezione: lo scontro fra comunità ebree e palestinesi sta contagiando Israele. Non è più solo uno scontro esterno ma interno a Israele stessa. Questo cambia la natura del conflitto: si sta tornando agli attacchi diretti fra comunità ebree ed arabe precedenti alla formazione dello Stato di Israele. E si è passati nell'arco di dieci giorni dalla eventualità di un governo di coalizione israeliano che includesse per la prima volta un partito arabo, a incidenti violenti di natura etnica e religiosa che hanno coinvolto, dopo Gerusalemme Est, le cosiddette "città miste" e la periferia di Tel Aviv. Il rischio è una guerra civile, più o meno strisciante.
Seconda lezione: il mantra diplomatico di una soluzione fondata su due Stati indipendenti e sovrani, appare oggi una formula vuota. Dal punto di vista di Benjamin Netanyahu, risuscitato politicamente dalla guerra con Hamas, lo status quo attuale è da preservare: un solo Stato nei fatti, lasciando che la parte islamica-radicale del fronte palestinese, tenuta sotto controllo dalla superiorità militare di Israele, controlli Gaza; e che una discreditata Autorità palestinese faccia finta di governare la Cisgiordania. Senza elezioni, preferibilmente.
Per Hamas, persuasa che il tempo giochi a suo favore, il futuro è un unico Stato, cancellando Israele. Per la destra israeliana in ascesa, esiste solo lo Stato degli ebrei, con i suoi insediamenti ben al di là degli obsoleti confini del 1967. Se queste sono le posizioni, il cessate il fuoco è soltanto una tregua, fino alla prossima eruzione violenta. Il conflitto israelo-palestinese è diventato parte dei dossier "intrattabili" per la diplomazia internazionale: è lì per restare.
Terza lezione: l'unica vera democrazia mediorientale, Israele, è in stallo politico. Se i palestinesi non votano quasi mai, gli israeliani continuano a votare senza riuscire a raggiungere un assetto stabile. Appare ormai clamorosa, in effetti, la distanza che esiste fra la vitalità intellettuale e tecnologica di Israele e la paralisi della vita politica. Messa di fronte a una minaccia esistenziale, Israele risponde con uno strumento necessario - la dissuasione militare - ma non sufficiente a garantire una vittoria o una soluzione politica. Il che rafforza l'indicazione precedente: il conflitto riesploderà.
Se era illusorio pensare che la questione palestinese potesse essere rimossa dalle mappe della politica mediorientale - è la quarta lezione - i diritti dei palestinesi non torneranno tuttavia ad essere centrali nell'agenda dei Paesi arabi che hanno firmato con Israele gli Accordi di Abramo e che guardano soprattutto agli equilibri regionali con l'Iran, sponsor di Hamas. La questione palestinese verrà piuttosto utilizzata da attori in ascesa come l'Egitto per affermare il proprio ruolo regionale. Saranno insomma le dinamiche interne alla regione, più che la diplomazia internazionale, a condizionare l'andamento dello scontro.
La quinta lezione è che Joe Biden non intende farsi risucchiare dal conflitto o tentare soluzioni di pace irrealistiche. Ma dopo avere riconosciuto il diritto fondamentale di Israele a difendersi, Biden ha premuto su Netanyahu per un cessate il fuoco e ha parallelamente appoggiato il tentativo del presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi di "portare a casa" Hamas. Il presidente americano ha giocato quindi la carta della diplomazia sotto traccia. È una scelta che lo ha esposto alle critiche di parte dei democratici, favorevoli a una pressione più rapida e aperta su Israele. Resta il punto di arrivo: dopo alcune esitazioni, la Casa Bianca ha utilizzato le sue leve di influenza per ottenere la tregua e rafforzare la mediazione egiziana. Molto di più è "sfortunatamente" impossibile fare oggi- ha scritto su Foreign Affairs Martin Indyk, a suo tempo inviato speciale in Medio Oriente di Obama.
Una postilla sull'Europa: in questo caso le lezioni non riguardano il conflitto israeliano-palestinese - su cui l'Unione non è riuscita neanche ad esprimere in modo unitario (per il dissenso dell'Ungheria) le solite dichiarazioni di principio - ma piuttosto confermano la crisi delle ambizioni geopolitiche enunciate da Ursula von der Leyen. L'Europa ha interessi importanti in gioco, insieme alle responsabilità storiche derivanti dalla Shoah. Ma non sembra pienamente consapevole né dei primi né delle seconde.
di Gianfranco Schiavone
Il Riformista, 24 maggio 2021
Le diversità all'interno dell'Europa per ciò che riguarda la presenza di richiedenti asilo e di rifugiati rimangono estreme: nel 2020 (dati Eurostat) il numero dei richiedenti asilo in Europa è crollato del 34% rispetto all'anno precedente (da 631mila a 416mila domande) e in Italia persino del 39,4% (smentendo ancora una volta i tradizionali luoghi comuni) ma solo 5 stati membri su 27 hanno assorbito l'80% di tutte le domande di asilo: si tratta della Germania con quasi il 25%, della Spagna con il 21%, della Francia con il 20% e della Grecia con il 9%. Chiude l'Italia con un 5.1%.
Ancor più che questi dati, a confermare una situazione di squilibrio è l'analisi delle presenze di richiedenti asilo rispetto al numero di abitanti. La media europea è di solo 931 persone ogni milione di abitanti ma nella maggior parte dei paesi pressoché non c'è nessuno. Giova, per una volta, elencarli: si tratta di Romania, Irlanda, Finlandia, Danimarca, Lituania, Portogallo, Lettonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia. Chiude beffarda l'Ungheria con 9 richiedenti asilo ogni milione di abitanti. Dove si trova in tutto ciò l'Italia? Ancora una volta la percezione diffusa viene smentita, in quanto nel nostro Paese ci sono solo 355 richiedenti asilo ogni milione di abitanti: due terzi al di sotto della media europea. Al di sotto di questa media troviamo anche i Paesi Bassi, la Bulgaria e la Croazia.
Ci sono molte ragioni storiche che spiegano gli squilibri sopra illustrati e certo la soluzione non è quella di forzare per decreto i tempi di cambiamenti sociali e culturali profondi, che non possono che essere progressivi. Tuttavia il cambiamento non può essere ulteriormente rinviato perché il quadro attuale rende impossibile la costruzione di un sistema unico di asilo in Europa. Chi non accoglie nessuno, infatti, difende questa posizione e vi costruisce grandi rendite di posizione politica; in particolare nei paesi (quasi) refugee-free (ma anche in tutti quelli con basso tasso di presenze) i governi agiscono con ogni mezzo a loro disposizione per rendere non attrattivo il loro paese per i rifugiati tramite azioni molto concrete quale la destrutturazione dei sistemi di accoglienza, l'inasprimento dei criteri per l'esame delle domande, la mancanza di politiche per l'inclusione sociale dei rifugiati. Il Parlamento europeo provò con determinazione nella scorsa legislatura a modificare questo quadro approvando, nel novembre 2017, una riforma del Regolamento Dublino III incardinata su due pilastri.
Il primo: superare il criterio che, ancora oggi, lega la competenza all'esame della domanda di asilo al primo paese dello spazio europeo in cui il richiedente fa il suo primo ingresso. Si tratta di una nozione giuridica introdotta nel 1990, ovvero in un contesto storico del tutto diverso da quello attuale, proprio con la finalità di riequilibrare le presenze tra i paesi dell'allora CEE, ma che rapidamente si è trasformata proprio nel più micidiale dei meccanismi distorsivi. La Commissione Juncker aveva proposto di temperare questo criterio prevedendo di non applicarlo in caso di pressione migratoria sproporzionata su un dato Paese; il Parlamento europeo, con più decisione, votò per cancellarlo del tutto sostituendolo con un principio di redistribuzione vincolante, a regime, calcolato sul PIL e la popolazione dei diversi Stati.
Il secondo pilastro della riforma prevedeva una forte valorizzazione dei legami significativi di un richiedente asilo con un dato paese europeo (legami famigliari allargati, precedenti soggiorni per studio e lavoro, conoscenza della lingua, presenza di sponsorizzazioni) cercando un bilanciamento tra l'obbligo per il richiedente di accettare la destinazione in un dato Paese e il rispetto dei suoi legami più importanti. Il Parlamento si scontrò con l'opposizione generalizzata degli Stati (anche di quelli che a parole si presentano favorevoli alla redistribuzione) e la riforma fallì.
La redistribuzione delle presenze dei richiedenti asilo tra i diversi paesi europei è tornata al centro del dibattito politico di questi giorni, ma quali sono da parte della Commissione europea a guida von der Leyen le proposte in campo? Tentando di trovare il consenso tra posizioni spesso inconciliabili, nella sua "Proposta di Regolamento sulla gestione dell'asilo e della migrazione" COM (2020) 610 final che sta iniziando l'esame nella commissione LIBE del Parlamento Europeo, la Commissione ha scelto di mantenere il criterio che lega la domanda di asilo al paese di primo ingresso "irregolare", prevedendo la distribuzione tra i diversi Paesi solo in caso di pressione migratoria considerata elevata su un Paese membro. Diversamente dalla Commissione Juncker, però, quella attuale non ripropone più la definizione di una soglia di crisi oltre la quale scatterebbe la ricollocazione obbligatoria dal paese di primo ingresso.
La Commissione ritiene che gli Stati possano rispettare gli obblighi di cui all'articolo 80 del Trattato sul funzionamento dell'Ue su solidarietà e ed equa distribuzione delle responsabilità in materia di asilo scegliendo all'interno di una sorta di menù composto da quattro opzioni: 1) l'effettiva ricollocazione di quote di richiedenti asilo dal Paese membro sottoposto a pressione migratoria. Da ciò, salvo deroghe, verrebbero però esclusi i richiedenti provenienti da paesi terzi il cui tasso medio di riconoscimento del diritto d'asilo è inferiore al 20%, i quali verrebbero invece bloccati nel paese di primo arrivo e lì sottoposti alla cosiddetta "procedura di frontiera"; 2) la ricollocazione di quote di stranieri che hanno già ottenuto il riconoscimento di una delle due forme della protezione internazionale (status di rifugiato o status di protezione sussidiaria); 3) la sponsorizzazione dei rimpatri dei migranti irregolari presenti in altri stati; 4) il sostegno a paesi terzi per sviluppare sistemi di asilo, ma anche per attuare politiche generali di respingimento e di contrasto dei flussi migratori.
Nel caso di pressioni migratorie legate a "sbarchi a seguito di operazioni di ricerca e soccorso" i quali "generano arrivi ricorrenti" la Commissione può proporre quote di ricollocamento dei richiedenti asilo (anche vulnerabili), ma gli Stati possono accogliere questa proposta o parzialmente sottrarvisi scegliendo di elargire più fondi per potenziare il controllo dei flussi migratori nei paesi terzi. La nozione di solidarietà, quindi, si monetizza in "contributi di solidarietà". Se l'ammontare dei contributi è nettamente inferiore a quanto stabilito dalla Commissione, la stessa invita "gli Stati membri ad adeguare il numero e, se del caso, il tipo di contributi." Se infine, dopo un complesso meccanismo di trattative, "il numero totale e il tipo di contributi" è ancora insufficiente la Commissione adotta un "piano di esecuzione" che prevede "il numero totale di cittadini di paesi terzi da ricollocare".
Nuovamente si tratta di un vincolo alla ricollocazione solo in apparenza, perché aggirabile attraverso la scelta di una nuova erogazione finanziaria destinata al potenziamento dei controlli nei paesi terzi. Infine, solo se "dalle indicazioni fornite dagli Stati membri risulti un deficit superiore al 30% del numero totale di ricollocazioni" gli Stati saranno "tenuti a coprire il 50% della loro quota anche mediante la ricollocazione o la sponsorizzazione dei rimpatri o una combinazione di entrambi". In questa concezione di tipo mercantile della solidarietà proposta dalla Commissione Ue gli Stati possono, di fatto, sempre evitare i ricollocamenti o ridurli a numeri risibili, mentre vengono spinti a una maggiore coesione tra loro per realizzare politiche comuni sulla esternalizzazione dell'asilo in paesi terzi e per una strategia comune di rimpatri forzati. L'obiettivo di andare verso una lenta, ma progressiva presenza dei richiedenti asilo e dei rifugiati in tutta l'Europa, correggendo le distorsioni attuali e costringendo gli stati riottosi a diventare paesi di asilo, non solo non viene dunque realizzato ma al contrario viene abbandonato.
La non-riforma proposta dalla Commissione produce infatti almeno due effetti gravissimi che minano ulteriormente il fragilissimo sistema unico di asilo in Europa. Il primo è il rafforzamento delle forze politiche che galvanizzano il consenso popolare attorno alle politiche identitarie e di totale chiusura verso l'accoglienza. Il secondo, non meno paradossale, è quello di aumentare la pressione sui paesi aventi confini esterni marittimi o terrestri, tramite la scelta di bloccare in tali paesi il maggior numero possibile di richiedenti da sottoporre alla procedura di frontiera e, come tali, non soggetti alla ricollocazione.
Applicando ad essi la finzione giuridica del "non ingresso", secondo la quale i richiedenti sono presenti ma non soggiornanti nel paese di primo ingresso, verrebbero dunque inviati, anche in Italia, a campi di confinamento non dissimili a quelli che sono stati sperimentati in Grecia e lungo la rotta balcanica. In caso di esito negativo della loro domanda di asilo verrebbero infine respinti alla frontiera attingendo al fondo di solidarietà creato dalle sponsorizzazioni dei rimpatri. Non intravedo in questo cupo contesto molti margini di mediazione; nel loro complesso le proposte di riforma avanzate dalla Commissione, frutto di assoluta ed inquietante cecità politica, non possono che essere respinte perché accelerano la disgregazione dei valori fondanti dell'Unione.
di Vincenzo Nigro
La Repubblica, 24 maggio 2021
Philippe Lazzarini: "Calma illusoria se non risolviamo le cause del conflitto". La spola degli emissari di Al Sisi per consolidare la tregua. L'Onu vuole ricostruire Gaza. Ma vuole anche che il gioco cambi, che riparta un negoziato politico fra Israele e i palestinesi. "Non dobbiamo soltanto ricostruire Gaza per l'ennesima volta. Altrimenti sarebbe ancora una follia: Gaza viene bombardata, poi si ricostruisce, viene bombardata ancora, e poi si ricostruisce ancora...". Philippe Lazzarini è da un anno capo dell'Unrwa, l'agenzia Onu per i palestinesi. Da tre giorni il diplomatico svizzero è rientrato a Gaza per capire lo stato della Striscia dopo la guerra degli 11 giorni. E soprattutto quali sono le necessità delle città e della popolazione.
Ha terminato una conferenza stampa, ora parla con Repubblica al centro della base Onu, sotto un grande tendone azzurro, il colore delle Nazioni Unite. "Gaza è stata riportata indietro ancora una volta di anni. È un altro episodio insensato di violenza estrema, che ha ucciso civili, distrutto infrastrutture".
E poi ripete la parte politicamente più dura del suo messaggio: "Senza affrontare le cause profonde del conflitto, l'occupazione, i profughi, di cui abbiamo avuto un forte segnale a Gerusalemme Est e Sheikh Jarrah, senza discutere il blocco di Gaza e il continuo ciclo di violenza, questa tregua sarà solo un'illusione fino alla prossima guerra".
A Gaza la popolazione è ancora inebriata dalla fine della guerra. Le strade sono piene a ogni ora, i negozi, le bancarelle, il lungomare. "Arriverà in tutti quanti noi il momento della depressione, quando anche chi ha la casa ancora in piedi si accorgerà che siamo ancora in prigione, qui a Gaza", dice Alì Al Masri, un piccolo imprenditore. I danni sono importanti, si aggiungono all'eterna catastrofe delle strutture, della sanità, delle scuole. Oltre 300 palazzi distrutti, fra cui mille abitazioni. Altre centinaia danneggiati. Centomila sfollati sono nelle scuole o altrove, e 600 mila studenti dovrebbero tornare a scuola. Sei ospedali e un centro medico per le emergenze danneggiati, 800mila persone non hanno acqua potabile.
Tutti i "gazawi" sono anche analisti politici, e nel futuro dei giochi palestinesi per Gaza vedono solo nebbia. "Cambia tutto nel rapporto fra i movimenti palestinesi", dice ancora Alì, "Abu Mazen e il suo Fatah sono sempre più in difficoltà, per la prima volta è stata Hamas a rispondere all'appello dei palestinesi di Gerusalemme Est. Sono loro i difensori della nostra capitale, della moschea di Al Aqsa".
Ieri sulla Spianata delle moschee è andata in scena un'altra puntata dell'eterna contesa fra ebrei e palestinesi. Vogliono il controllo di pietre, muri, edifici che sono sacri a entrambi. La polizia israeliana al mattino presto ha aperto cancello laterale di quello che gli ebrei chiamano il "Monte del tempio" per fare entrare un piccolo gruppo di fedeli. I palestinesi hanno protestato, e dal governo del moderato presidente Abu Mazen è arrivato un attacco al governo di Bibi Netanyahu: "Ancora una volta è stata una brutale e irresponsabile provocazione dei sentimenti dei musulmani". A Gaza tutti, anche i laici, i più liberali, o quelli vicini al Fatah di Abu Mazen, aggiungono che a questo punto Hamas si è anche assegnata un posto al tavolo dei grandi, quello dove si negozierà per il futuro. "La scintilla è poco conosciuta: sono stati i poliziotti israeliani che sono entrati nella moschea di Al Aqsa il 10 maggio per staccare i fili degli altoparlanti del mufti", dice il professor Mkaihar Abu Sada, che insegna scienze politiche all'università di Al Azhar a Gaza, quella fondata da Yasser Arafat. "In basso al muro del pianto stava per parlare il presidente israeliano Rivlin, e i poliziotti non volevano che la voce del mufti gli desse fastidio". Da allora tutto è precipitato. Gli "esplosivi", il rancore che cresceva fra i palestinesi da mesi, sono esplosi come una santabarbara.
A che punto siamo? Uno dei risultati politici è che da giorni gli inviati del presidente egiziano Al Sisi fanno la spola, entrano a Gaza e volano a Gerusalemme per consolidare ancora meglio la tregua. L'Egitto ha fatto crescere il suo ruolo rapidamente: ha un rapporto di intesa profonda con Hamas. Il movimento negli ultimi anni ha progressivamente abbandonato (perlomeno a parole) la sua ideologia di appartenenza ai Fratelli musulmani. Il Cairo è il paese arabo che confina per un terzo con Gaza, al quale Israele non può che ricorrere di continuo in questi casi, con la supervisione degli Stati Uniti di Joe Biden. Vedremo come andranno avanti nei loro passi. Ma come dice l'uomo dell'Onu, per ricostruire Gaza bisognerà ricostruire anche un nuovo "grande gioco" del Medio Oriente.
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