di Nadia Urbinati
Il Domani, 13 aprile 2021
L'affermazione di Draghi sui dittatori necessari rivela il realismo amorale sul quale si regge il senso dell'interesse nazionale e continentale delle nostre democrazie. Risulta assai conveniente essere circondate da regimi illiberali se vogliono intrattenere con loro questo tipo di affari: retribuirli affinché tengano i migranti fuori dalle nostre frontiere. È quindi nell'interesse nostro che la Turchia o la Libia siano e restino "dittature", poiché ciò le rende efficaci nella negazione dei diritti umani e quindi competenti a fare quel business che se fossero democrazie non potrebbero fare.
Una delle differenze tra chi amministra organismi non politici e chi governa un paese democratico è la forma della comunicazione - una differenza che dipende da un'altra: la natura del committente. Draghi presidente della Banca Centrale Europea e Draghi presidente del Consiglio italiano presumono "pubblici" diversi che richiedono forme diverse di comunicazione. A chi rende conto il primo Draghi e a chi rende conto il secondo Draghi - qui sta tutta la differenza. Lo stile e la forma della comunicazione seguono a ruota.
Il secondo Draghi, quello che vediamo nelle conferenze stampa, deve informare la cittadinanza tutta e rispondere a domande (a volte interesanti) che non sono sempre e solo tecniche. Quella che offre non è un'informazione asettica ma una che si presta ad essere interpretata secondo sia criteri tecnici (riferimento ai dati e agli esperti) sia giudizi di valore (riferimento alle opinioni e alle valutazioni morali o politiche). Nell'ultima conferenza stampa, Draghi ha abbondato nei giudizi di valore.
Il terreno scivoloso - Nel campo genericamente detto politico, in parte tecnico in parte discorsivo, può succedere che la comunicazione trascini l'attore su un terreno scivoloso, condito di espressioni e concetti accattivanti perché attento all'eco che avrà nell'audience. Stefano Feltri ha per questo paragonato la retorica di Draghi nell'ultima conferenza stampa a quella di un influencer. Draghi come Chiara Ferragni. Ma meno bravo di Chiara Ferragni, certamente perché meno esperto di lei nelle dinamiche dei social. E così ha fatto due scivoloni che rivelano quanto sottile sia la linea che separa il tecnico dal populista nella democrazia del pubblico.
Non è questione di coscienza - Il primo scivolone (da rottura dell'osso del collo) è stato quello della colpevolizzazione dei furbi del vaccino: lo psicologo 35enne e coloro che, sotto i sessant'anni, "saltano la fila". La reprimenda paternalistica di Draghi ha tradito una stupefacente disattenzione a come funziona il sistema di vaccinazione, che il suo governo regola e monitora. Non si può saltare la fila, infatti, a meno di non violare le regole o per raccomandazione o per amicizia o per nepotismo. Diversamente, sono i sistemi di classificazione dei vacciananti - per gruppi sociali, professionali ed età - a stabilire chi si vaccina e quando. L'appello alla "coscienza" è fuori luogo in entrambi i casi: nel primo, perché lì si tratta di violazione di una norma; nel secondo, perché qui si è dentro la norma. Dal che si evince che ad essere oggetto di reprimenda non devono essere in non sessantenni che si vaccinano, ma chi prevede che questo possa succedere.
L'Italia ha molti decessi perché chi la governa ha predisposto pessime regole. Draghi, insomma, dovrebbe volgere il suo giudizio critico verso le strategie e le regole che il suo governo e quello delle regioni (che lui stesso ha giustamente ricordato essere parte del governo) hanno adottato. Gli errori, le cattive decisioni, le confusioni, le ingiustizie sono di chi fa le regole, non di chi le usa. Non scomodi dunque la coscienza di chi si vaccina potendolo. Faccia un esame critico alle decisioni del suo governo e della filiera che da esse si dirama: sembra infatti che questo stia facendo a giudicare dalle recentissime decisioni di metter in sicurezza vulnerabili e anziani.
Che fare coi dittatori - Il secondo scivolone riguarda l'infelicissima affermazione sulla necessità che i buoni (i paesi democratici europei) hanno di far affari con i cattivi (i "dittatori" come Recep Tayyp Erdogan). Dice Draghi che non possiamo fare diversamente se vogliamo difendere il nostro interesse nazionale e continentale. Lasciamo stare qui la disquisizione su quale sia la forma di governo che meglio si addice alla Turchia, benché la scienza politica avrebbe dubbi nell'etichettarla come "dittatura". Quel che preme mettere in luce è altro: il realismo amorale sul quale si regge il senso dell'interesse nazionale e continentale delle nostre democrazie. Per le quali risulta assai conveniente essere circondate da regimi illiberali se vogliono intrattenere con loro questo tipo di affari: retribuirli affinché tengano i migranti fuori dalle nostre frontiere. Se Libia e Turchia fossero democrazie liberali questo nostro "interesse nazionale" o continentale non potrebbe essere perseguito per queste vie.
È quindi nell'interesse nostro che la Turchia o la Libia siano e restino "dittature", poiché ciò le rende efficaci nella negazione dei diritti umani e quindi competenti a fare quel business che se fossero democrazie non potrebbero fare. E dichiarandole "dittature" mettiamo la nostra coscienza in pace con se stessa. Loro sono il male, non noi.
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 13 aprile 2021
Le parti in campo, ora tenute a bada da un governo difficile da sabotare, devono resistere a tentazioni inscritte nei rispettivi Dna: la destra di cavalcare la prima tensione sociale disponibile, la sinistra di fingere che tensioni non ne esistano o siano frutto della predicazione della destra.
Meno proclami e più azioni: se questo è stato sin dall'inizio lo stile del nuovo esecutivo, appare davvero opportuna una certa moderazione nelle pubbliche promesse in tema di pandemia. Tuttavia, dietro le mascherine si respira grande esasperazione. Gli italiani hanno bisogno di credere in qualcosa: non di essere illusi, certo, ma quantomeno di intravedere un obiettivo, una data cui aggrapparsi, una via d'uscita verso la quale incamminarsi.
Lo dimostrano, se ce ne fosse ulteriore bisogno, i manifestanti che si sono raccolti ancora una volta a Roma, nonostante il divieto della questura, a gridare il loro disagio. Se, com'è ovvio, l'ennesima gazzarra di ieri pomeriggio va condannata senza appello e i violenti di nuovo infiltrati in piazza vanno isolati e arrestati, la protesta non può essere derubricata a semplice manovra strumentale dall'estremismo eversivo, poiché ci racconta, piuttosto, il panico da non garantiti di ristoratori, gestori di bar, commercianti, partite Iva di fronte a una crisi che ha bruciato l'8,9% del Pil nazionale e un milione di posti di lavoro.
Dunque, non deve suonare quale vuoto annuncio, ma come preciso impegno programmatico, ricordare il peso strategico di questi giorni di metà aprile. Un mese che già il generale Figliuolo su queste colonne aveva definito determinante, spiegandoci come "ad aprile ci giochiamo tutto". Il futuro è adesso, va conquistato qui e ora. Il perimetro della partita è segnato da due linee fondamentali tra loro intrecciate, le vaccinazioni e le riaperture, contro pandemia sanitaria e pandemia economica: ma per vincere occorre un'unità di intenti che freni fughe in avanti e strumentalizzazioni di parte, il cui solo esito sarebbe accrescere la frustrazione dei cittadini e le divisioni tra loro.
Dal 15 al 22 di aprile, ci fa sapere la struttura commissariale, saranno consegnati alle Regioni quattro milioni e 200 mila vaccini, per 315 mila vaccinazioni al giorno in 2.200 punti vaccinali. È una buona notizia. Non siamo ancora alle promesse 500 mila inoculazioni quotidiane; Francia, Spagna e Germania corrono più di noi: ma la strada è giusta e il passo non può che aumentare. Lentamente l'Europa risale la china dei propri ritardi e dei propri errori: e in quest'Europa l'Italia di Mario Draghi può avere una parte non marginale sia nella ripresa economica che nella riscossa sanitaria, da qui ai prossimi anni.
Restano differenze importanti tra le Regioni: c'è chi già vaccina i nati nel 1961 e chi ha un ritardo netto di dieci anni sul target. Resta un monito da brivido che dovrebbe far riflettere chi predica aperture a ogni piè sospinto: la Sardegna, passata in un amen da virtuosa mosca bianca a temuta isola tutta in zona rossa per effetto di una guardia abbassata troppo in fretta, di una voglia naturale ma esiziale di festeggiare una nuova normalità.
Ma intanto passi verso la normalità li stiamo compiendo davvero. La terza ondata sta lentamente regredendo, il Paese vira quasi tutto verso l'arancione, primo colore della nostra convalescenza, che speriamo di stingere in fretta verso il giallo e poi il bianco della salvezza.
E qui ha certo senso parlare di riaperture, il cui percorso programmatico, iniziato oggi, proseguirà dal 20 aprile, con la valutazione dell'andamento della curva epidemiologica, fino al 26, quando il governo scriverà un nuovo decreto per fissare regole, divieti, protocolli. Si tratterà in via normativa di un'operazione di verità che detti comportamenti precisi per ristoranti, musei, cinema, teatri, mostre, perfino palestre e piscine. Non sarà un segnale di tana libera tutti, non può esserlo. Ma sarà, sì, un tracciato a tappe verso la riconquista della nostra vita, mentre le categorie dovranno essere supportate in fretta da un nuovo, importante intervento di ristoro dell'esecutivo, ovviamente in deficit.
Essenziale in questa fase sarà la tenuta del tessuto civile, una solidarietà nazionale non declinata in astratte formule parlamentari ma sentita davvero tra la gente. Ed è questo, forse, il gradino meno robusto della scala su cui stiamo risalendo. Siamo terra di guelfi e ghibellini, di tifosi di Coppi o di Bartali, di Achille o di Ettore. La gran confusione creata (e in parte anche subita) dalle Regioni su fasce e categorie da vaccinare, con annessi furbetti e "salta-fila" stigmatizzati da Draghi, non ha certamente migliorato la nostra coesione.
Gli italiani non meritano che i loro rappresentanti politici diano vita a una guerriglia sceneggiata tra "aperturisti" e "chiusuristi" (ci si passino gli orridi neologismi) nella medesima maggioranza. È di tutta evidenza che nessuno vuole tenere blindato il Paese un minuto più del necessario, come nessuno vuole infettarlo aprendo un bar fuori orario o un cinema di straforo. Le parti in campo, ora tenute a bada da un governo difficile da sabotare, devono resistere a tentazioni inscritte nei rispettivi Dna: la destra di cavalcare la prima tensione sociale disponibile, la sinistra di fingere che tensioni non ne esistano o siano frutto della predicazione della destra.
Così il 2 giugno è una splendida data simbolica per rinascere assieme alla nostra Repubblica, ma va indicata con elastico buonsenso e non scolpita nel marmo come un dogma ideologico. Così le piccole isole "Covid free" sono una suggestione da studiare, ma non certo una bandiera da issare nel nome del campanilismo regionale, rischiando di aprire nuovamente la via a "salta-fila", magari sedicenni, immunizzati al posto dei loro nonni.
Assai sensato appare l'appello di Massimiliano Fedriga, presidente leghista del Friuli Venezia-Giulia e neopresidente della Conferenza delle Regioni, sul bisogno di equità e regole uguali per tutti, al fine di mettere insieme istituzioni e cittadini nel nome di una vera unità nazionale. Il pericolo di questa primavera è, a guardar bene, proprio lo scollamento: il ristorante aperto, che accetta di rischiare la multa, sulla stessa strada del ristorante chiuso, che obbedisce alle leggi. Tutti contro tutti, infine, isole contro litorali costieri, anziani contro giovani, regioni contro regioni, pianerottoli contro pianerottoli: l'effetto collaterale e forse più tossico del virus, da scongiurare a ogni costo.
di Giovanni Lorenzo Porrà
L'Unione Sarda, 13 aprile 2021
Gli spettacoli saranno in diretta ma esclusivamente online e destinati a sei istituti di pena. Si chiama "Ora d'Arte" ed è una nuova rassegna di eventi culturali per il carcere. Salgono sul palco le compagnie Teatro Tragodia di Mogoro e Teatro d'Inverno d'Alghero, e l'Orchestra da Camera della Sardegna, con la collaborazione dell'Organizzazione di Volontariato Il Miglio Verde.
Gli spettacoli saranno in diretta ma esclusivamente online, grazie a un link che verrà fornito alle singole strutture carcerarie il giorno prima dell'evento. "Negli ultimi tempi anche noi, pur con le dovute differenze, abbiamo capito che vuol dire essere reclusi", commenta Giuseppe Onnis di Tragodia, mentre per Giuseppe Ligios del Teatro d'Inverno, "questo limite che stiamo soffrendo può diventare l'occasione per creare un ponte fra tante realtà. Ci sono diverse carceri coinvolte, e ne siamo molto felici".
Per Simone Pittau, dell'orchestra, "partecipare a questa rassegna è una grande lezione di vita. Noi musicisti ci sentiamo davvero fortunati ad aiutare un po' le persone". In scena due opere teatrali, la commedia musicale "Just Forever", rappresentata dal Teatro Tragodia, e il monologo "Fashion Victims" a cura del Teatro d'Inverno, mentre l'Orchestra da Camera proporrà una grande varietà di musiche tratte colonne sonore e brani celebri.
Sei le istituzioni di pena coinvolte per diciotto appuntamenti, in particolare per la Sardegna parteciperanno la Casa Circondariale Giuseppe Scalas di Uta e la Casa di Reclusione Giuseppe Tommasiello di Alghero. "L'arte è un mezzo importante, capace di strappare il detenuto alla noia del rapporto quotidiano con il carcere", spiega Rosella Floris, psicologa de "Il Miglio Verde".
di Ilaria Venturi
La Repubblica, 13 aprile 2021
Il giovane egiziano studente a Bologna, in carcere da oltre un anno, ha ricevuto la visita della fidanzata. È confuso per l'ennesimo prolungamento della detenzione preventiva: altri 45 giorni, dopo più di un anno. Legge Marquez, lui che ama la letteratura ed è solo ad affrontare l'ingiusta prigionia: "Cent'anni di solitudine". E affida proprio a questo libro un messaggio scritto al suo interno per i suoi sostenitori e amici: "Sto resistendo". Sono gli attivisti che lottano per la sua liberazione a informare dell'incontro del giovane ricercatore egiziano iscritto all'Alma Mater con la sua fidanzata. Un resoconto che arriva alla vigilia della discussione in senato per chiedere che gli sia concessa la cittadinanza italiana.
"Sembrava stare bene in generale, ma era confuso su quanto accaduto nell'ultima udienza e ha detto che sapeva che la sua detenzione era stata rinnovata per altri 45 giorni, ma non era a conoscenza dello stato dell'appello presentato dai suoi avvocati per sostituire i giudici che si occupano del suo caso", si legge sulla pagina Facebook "Patrick Libero". La ragazza lo ha aggiornato sul fatto che la richiesta dei suoi avvocati è stata respinta.
Patrick ha dato alla fidanzata una copia di 'Cento anni di solitudinè con una nota all'interno scritta in italiano: "Sto ancora resistendo, grazie a tutti per il vostro sostegno". Quando la ragazza ha cercato di consolarlo, Patrick "ha sorriso con sarcasmo dicendo che si sta provando ad adattare alla prigione, in un modo che faceva intendere che ha perso la speranza di essere liberato presto e che sta rimanendo forte per coloro che ama".
Patrick ha anche menzionato che, mentre stava lasciando la sua struttura di detenzione, prima della sua ultima sessione di udienza, il direttore della prigione "lo ha fermato e gli ha detto che non gli permetterà di entrare di nuovo finché non si sarà tagliato i capelli, mentre rideva con gli altri agenti di polizia intorno a lui". E gli attivisti, indignati, commentano: "Questo è a dir poco ingiusto, anche i piccoli dettagli sono controllati, il suo corpo e il suo aspetto sono soggetti alla loro opinione. Continuiamo ad aggrapparci alla speranza che sia presto libero".
Sono gli studenti universitari dei quattro atenei in Emilia-Romagna a scrivere ai presidenti di Camera e Senato per appoggiare la richiesta già contenuta nella mozione presentata dal Pd e che conta tra i firmatari anche la senatrice a vita Liliana Segre, alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle, Italia viva, +Europa, Lega e gruppo Misto. Il testo sarà presentato mercoledì a Palazzo Madama insieme alla mozione promossa dalla senatrice bolognese del M5S Michela Montevecchi per chiedere al Governo di attivare i canali della Convenzione Onu contro la tortura ratificata anche dall'Egitto. Una strada che consentirebbe di arrivare sino alla Corte di giustizia internazionale.
Insomma, è pressing politico per la liberazione dello studente iscritto al master in Studi di genere dell'Alma Mater, da 14 mesi incarcerato a Tora, alla periferia del Cairo. La scorsa settimana è stata prolungata la detenzione cautelare per altri 45 giorni, "uno stillicidio che lo distrugge nella sua dimensione fisica e psichica. Noi continuiamo, ogni giorno, a pensare cosa possiamo fare nella nostra quotidianità per aiutarlo" scrivono i 17 presidenti degli organi accademici delle università di Bologna, Ferrara, Modena-Reggio e Parma, dei Conservatori e delle Accademie di Belle arti della regione. Di qui la richiesta "alle istituzioni di fare tutto il possibile, e anche l'impossibile, perché Patrick possa tornare a studiare con noi".
La mobilitazione non si ferma, anzi, "noi chiediamo un intervento più deciso" spiega Andrea Giua, 25 anni, presidente della consulta regionale degli studenti. La richiesta di cittadinanza è partita da una petizione online da 200mila firme del gruppo "Station to station". È sostenuta dal governatore Bonaccini e dal sindaco Merola. "Noi rappresentiamo oltre 160.000 studentesse e studenti che hanno scelto di portare avanti i propri studi in Emilia-Romagna, esattamente come ha fatto Patrick - continua la lettera - Per questo abbiamo deciso di unire le nostre voci per richiedere che gli sia concessa la cittadinanza italiana ed europea: è uno strumento necessario per garantirgli maggiori tutele legali".
di Wolfgang Münchau*
Corriere della Sera, 13 aprile 2021
Il vero scandalo non è il "sofagate", ma la politica estera inconcludente dell'Unione europea. Più scandalosa ancora della mancanza di tatto di Charles Michel, a mio avviso, è la scarsa sensibilità dimostrata nel contesto in cui si è svolta la visita diplomatica dell'Unione europea. Due giorni prima, Erdogan ha fatto arrestare alcuni ammiragli in pensione dopo che questi gli avevano ricordato che la convenzione di Montreux, del 1936, si applica anche al canale di Istanbul, il progetto per la costruzione di un passaggio marittimo parallelo al Bosforo.
La convenzione di Montreux rientra nell'architettura diplomatica di pace dell'Europa del ventesimo secolo, e concede alla Turchia il diritto di vietare il transito alle navi militari in periodo di guerra, ma garantisce il libero passaggio di vascelli civili e militari in tempo di pace, entro certi limiti chiaramente stabiliti. La convenzione fu siglata per porre fine a una serie di guerre tra Russia e Turchia sul controllo del Mar Nero. Ma nel momento in cui la Russia continua ad ammassare truppe sui confini con l'Ucraina, l'Europa ha tutto l'interesse a scongiurare un colpo di mano turco nella regione.
Ma che cosa pensano i leader europei, di poter andare a sfilare accanto al dittatore turco in un momento come questo? Un uomo che si è macchiato di molteplici violazioni dei diritti umani nel suo paese e che oggi sfida apertamente le leggi internazionali? Come in tempo di guerra, anche nella diplomazia occorre scegliere le proprie armi.
Esiste il momento opportuno per le foto ufficiali, e l'occasione propizia per tessere la tela diplomatica in silenzio, dietro le quinte. A mio modo di vedere, il vero scandalo di quanto accaduto la settimana scorsa non riguarda la poltrona negata alla presidente della Commissione europea, bensì il clamoroso fallimento della diplomazia europea. Mentre i capi di stato europei stringono la mano ai dittatori stranieri, l'Unione europea ha accettato tacitamente di dipendere dal gas russo e dalla tecnologia delle comunicazioni cinese, oltre che dalla Turchia, che oggi rappresenta la prima linea di difesa per ostacolare i flussi migratori.
Un esempio molto più significativo del triste stato in cui versa la diplomazia europea si è avuto nel corso della telefonata tra il presidente cinese Xi Jinping e Angela Merkel. Xi ha ammonito la cancelliera tedesca che l'Unione europea dovrebbe ricercare l'autonomia strategica, con l'obiettivo di staccarsi dagli Stati Uniti e avvicinarsi invece maggiormente alla Cina. Ovviamente, il presidente cinese è convinto di poter dettare le condizioni dell'autonomia strategica all'Unione europea. Al momento attuale, la principale finalità dell'autonomia strategica europea sembra ridursi agli scambi economici. Angela Merkel non può permettersi di denunciare le violazioni dei diritti umani contro gli Uiguri perché la Volkswagen non è in grado di escludere che parte della sua catena di rifornimento cinese provenga da manodopera schiavizzata. La cancelliera non è insensibile come Gerhard Schröder, il suo predecessore, il quale affermava tranquillamente che la politica estera riguarda gli interessi nazionali, non i diritti umani. Se il linguaggio di Merkel è più moderato, la diplomazia di base resta immutata.
Il pensiero che sottende la politica estera tedesca si trova oggi nel punto in cui si trovavano gli Stati Uniti nel 1953, quando Charles Wilson, il presidente della General Motors, chiamato a diventare segretario alla difesa, fece il suo celeberrimo commento durante l'udienza di conferma all'incarico: "Quello che va bene per la General Motors va bene per l'America". Poiché il modello economico tedesco dipende fortemente dalle esportazioni, si potrebbe azzardare la difesa razionale di una politica estera concepita come mero strumento per assicurarsi contratti commerciali. Ma questo atteggiamento è impensabile per l'Unione europea nel suo insieme. La strategia, negli scacchi come nella vita, ci impone di sacrificare qualcosa in cambio di qualcos'altro. E il problema dell'autonomia strategica europea sta proprio qui: non è affatto strategica.
I presidenti Xi e Erdogan, dal canto loro, l'hanno ben capito. E sanno come afferrare gli europei alla gola. Vladimir Putin è riuscito a imporre la dipendenza energetica dell'Europa dalla Russia, grazie alle forniture di gas. E la smania per il vaccino Sputnik V, che percorre oggi l'Europa, è la conferma di questa sudditanza assodata.
Gli europei finora, malgrado le loro politiche per nulla strategiche, sono riusciti a sottrarsi al gioco in quanto, grazie al Patto atlantico, sono ancora strettamente legati agli Stati Uniti, cui è stato delegato il compito di elaborare le strategie. In cambio, gli europei hanno promesso fedeltà. Ma nel ventunesimo secolo, un rapporto di questo genere non è più sostenibile. Eppure, a tutt'oggi, a Bruxelles come nelle varie capitali europee, non si avverte nessuna consapevolezza che il valore dell'autonomia strategica dipende dalla strategia scelta.
Sono arrivato alla conclusione che l'Unione europea non dovrebbe avventurarsi in politiche estere e di sicurezza nazionale ai massimi livelli finché non saranno cambiate le premesse. La diplomazia europea era molto più efficace quando Javier Solana ne è stato l'alto rappresentante. Con il Trattato di Lisbona, quell'incarico è stato formalmente potenziato, ma da allora la diplomazia europea appare sempre meno incisiva. Nel rapporto inverso tra il rafforzamento delle istituzioni e l'efficacia politica è da ricercarsi la causa del progressivo declino dell'Unione europea nel nostro secolo.
Resta forte l'esigenza di avere una salda politica estera e di sicurezza in Europa, proprio come lo sarebbe un vaccino per il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie. Ma dovrà essere basata su obiettivi forti e chiari. Fino ad allora, la diplomazia europea resterà soprattutto una fonte di imbarazzo.
*Traduzione di Rita Baldassarre
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 13 aprile 2021
Rimane nella maggioranza degli italiani una idea esplosiva della immigrazione e fatichiamo ad aprirci. Il problema non sono gli sbarchi ma gli irregolari: Ismu quantifica oltre 600mila "invisibili".
Smantellando il mito fasullo degli "italiani brava gente", Jerry Masslo batté l'indice destro sul dorso della mano sinistra e, fissando la telecamera, disse: "Non gli piace il colore della nostra pelle. Ma questo colore non ce l'ha dato un uomo, è stato Dio a darcelo! Siamo tutti uguali. Abbiamo lo stesso cervello, lo stesso sangue. Tu hai un naso, io ho un naso". Sono passati più di trent'anni da quando rifiutammo l'asilo politico a questo ragazzo scappato dall'apartheid sudafricano, abbandonandolo nella bolgia del caporalato e dei campi di "pummarò" dove la sua vita sarebbe stata stroncata. Eravamo imprigionati in normative inadeguate. Avevamo dell'immigrazione un'idea episodica ed emergenziale.
E adesso? Cosa sarà? Passata la pandemia, che tutto il resto mette tra parentesi, come ci comporteremo di fronte agli sbarchi, agli irregolari, all'accoglienza? In poche parole: quale faccia mostrerà agli stranieri dei prossimi anni l'Italia del dopo-Covid? Papa Francesco ha ricordato nella enciclica "Fratelli tutti" come coloro che arrivano non siano "questioni migratorie" ma persone, verso le quali avremmo doveri riassumibili in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Ma ha anche sottolineato da sempre come l'ultimo passaggio sia decisivo: l'integrazione, che significa rispetto di leggi, cultura e tradizioni dei Paesi d'accoglienza.
"Il rispetto fa la differenza tra l'immigrazione e l'invasione", chiosa Andrea Riccardi, fondatore di quella comunità di Sant'Egidio che fornì a Masslo l'unico sostegno concreto in Italia. Il percorso non è semplice. L'attitudine verso gli stranieri in un Paese piagato dalla perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro è riassunta da un recente sondaggio di Euromedia Research sullo ius soli, con un 46% di contrari e un 34% di favorevoli: dove ciò che conta non è la fattispecie giuridica in sé (che si riferirebbe non a profughi in barcone ma a bambini e ragazzi già integrati in Italia) né il quesito (abbastanza mal posto, visto che abbiamo una legge sulla cittadinanza tra le più arretrate d'Europa), quanto piuttosto la scarsa disponibilità degli italiani ad aprirsi agli altri in un momento così difficile. Vale la pena di partire da qualche certezza e, dunque, dalla solidità dei numeri.
La gestione Lamorgese - Dal 1° gennaio al 19 marzo sono approdati sulle nostre coste 6.068 migranti. Pochi? Tanti? Vediamo... Nello stesso periodo dell'anno prima erano 2.738, dunque sembra aver ragione Matteo Salvini quando rinfaccia alla nuova titolare del Viminale, Luciana Lamorgese, di aver lasciato che triplicassero o quasi. Ma la realtà è naturalmente più complessa degli slogan leghisti. Innanzitutto, la gestione Lamorgese sconta la crisi economica tunisina aggravata proprio dal Covid-19, due fattori assenti durante la gestione di Salvini.
In secondo luogo, non è corretto parlare di aumenti del 200 o 300% senza chiarire che ci riferiamo comunque a numeri assai bassi: l'anno scorso gli sbarchi furono 34mila in tutto, un numero irrisorio rispetto ai livelli sostenuti dall'Italia durante la crisi migratoria del 2014-2017 (con un picco di 16mila arrivi in 36 ore e una punta 181mila arrivi in un anno), risolta dall'allora ministro Minniti tramite accordi con le tribù libiche molto contestati sul piano umanitario ma provvidenziali per la tenuta della nostra convivenza civile. La questione è molto più vasta di come la raccontano gli spin doctor politici. Perché il vero problema non sono gli sbarchi, ma l'irregolarità, di cui gli sbarchi sono una piccola parte.
Il report - Il totale degli "invisibili" in Italia è stimato dal prezioso XXVI Rapporto della Fondazione Ismu in 648mila presenze, di cui oltre 76mila anche per effetto dei decreti Sicurezza di Salvini che avevano cancellato la protezione umanitaria e sono stati riformati lo scorso autunno dal governo Conte 2. È una cifra che cresce ogni anno a causa degli ovestayers, di chi resta con visto scaduto e tramite mille rivoli: ed è difficile da ridurre, perché i rimpatri sono pochi (leggermente aumentati con Lamorgese) e costosi, e presuppongono accordi bilaterali (che non abbiamo) con i Paesi d'origine.
In realtà non abbiamo mai superato l'approccio emergenziale dei tempi di Masslo. Fingiamo di non sapere che i migranti sono un dato strutturale (l'antropologo Michel Agier prevede nel mondo un miliardo di sfollati per il 2050) e ci dividiamo tra due fazioni estremiste: i messianici, secondo cui i migranti, da accogliere senza se e senza ma, sono portatori di valori salvifici che ci riscatteranno; e i millenaristi, secondo i quali distruggeranno la nostra civiltà come cavallette se non li ributteremo a mare.
I nostri bisogni - Posto che in una società vecchia come quella italiana avremmo bisogno di almeno centomila lavoratori stranieri (qualificati) l'anno per non soccombere, il sociologo Vincenzo Cesareo coglie con efficacia nel Rapporto Ismu i pericoli del post-Covid nel prossimo futuro: "Senza evocare scenari apocalittici, c'è tuttavia da credere che, a fronte del peggioramento delle condizioni di vita di molti cittadini e della crescita della povertà e delle diseguaglianze, si potrà verificare un aumento delle tensioni sociali che, a loro volta, potrebbero comportare l'accentuarsi di manifestazioni di odio nel nostro Paese".
Il pericolo di un'epidemia di razzismo innescata dalla miseria è assai grave. E va combattuto con una visione olistica delle migrazioni. Serve il coraggio di un Migration Compact nazionale che riformi l'accoglienza a terra, rendendo obbligatoria quella di secondo livello (ora Sai) nei Comuni, ma creando anche un centro di espulsione per ogni Regione.
Va aperto un canale stabile di regolarizzazione individuale per lavoro e comprovata integrazione (mettendo fine alle sanatorie) e decreti flussi più robusti (nel 2020 si è andati in questo senso). Infine, una presenza "continuativa e incisiva" delle nostre navi militari nello Stretto di Sicilia, sostenuta per ragioni geopolitiche su Limes dall'ammiraglio De Giorgi, cambierebbe anche il copione in uno scenario dominato da trafficanti di uomini e navi Ong. L'ammiraglio deve pur saperlo, perché fu regista nel 2013-14 dell'operazione Mare Nostrum: chiusa la quale, cominciarono le crisi degli sbarchi e la politica della paura.
di Manlio Dinucci
Il Manifesto, 13 aprile 2021
Caccia F-16 Usa, inviati dalla base di Aviano, sono impegnati in "complesse operazioni aeree" in Grecia, dove ieri è iniziata l'esercitazione Iniochos 21. Essi appartengono al 510th Fighter Squadron di stanza ad Aviano, il cui ruolo è indicato dall'emblema: il simbolo dell'atomo, con tre fulmini che colpiscono la terra, affiancato dall'aquila imperiale. Sono dunque aerei da attacco nucleare quelli impegnati dalla US Air Force in Grecia, che ha concesso nel 2020 agli Stati uniti l'uso di tutte le sue basi militari.
Partecipano all'Iniochos 21 anche cacciabombardieri F-16 e F-15 di Israele ed Emirati Arabi Uniti. L'esercitazione si svolge sull'Egeo a ridosso dell'area comprendente Mar Nero e Ucraina, dove si concentra la maxi esercitazione Defender-Europe 21 dell'Esercito Usa. Queste e altre manovre militari, che fanno dell'Europa una grande piazza d'armi, creano una crescente tensione con la Russia, focalizzata sull'Ucraina. La Nato, dopo aver disgregato la Federazione Iugoslava inserendo il cuneo della guerra nelle sue fratture interne, si erge ora a paladina dell'integrità territoriale dell'Ucraina.
Il presidente del Comitato Militare della Nato, il britannico Stuart Perch capo della Royal Air Force, incontrando a Kiev il presidente Zelenskyy e il capo di stato maggiore Khomchak, ha dichiarato che "gli alleati Nato sono uniti nel condannare l'illegale annessione della Crimea da parte della Russia e le sue azioni aggressive nell'Ucraina orientale". Ha così ripetuto la versione secondo cui sarebbe stata la Russia ad annettersi con la forza la Crimea, ignorando che sono stati i russi di Crimea a decidere con un referendum di staccarsi dall'Ucraina e rientrare nella Russia per evitare di essere attaccati, come i russi del Donbass, dai battaglioni neonazisti di Kiev.
Quelli usati nel 2014 quale forza d'assalto nel "putsch" di piazza Maidan, innescato da cecchini georgiani che sparavano sui dimostranti e sui poliziotti, e nelle azioni successive: villaggi messi a ferro e fuoco, attivisti bruciati vivi nella Camera del Lavoro di Odessa, inermi civili massacrati a Mariupol, bombardati col fosforo bianco a Donetsk e Lugansk. Un sanguinoso colpo di stato sotto regia Usa/Nato, col fine strategico di provocare in Europa una nuova guerra fredda per isolare la Russia e rafforzare, allo stesso tempo, l'influenza e la presenza militare degli Stati uniti in Europa.
Il conflitto nel Donbass, le cui popolazioni si sono auto-organizzate nelle Repubbliche di Donetsk e Lugansk con una propria milizia popolare, ha attraversato un periodo di relativa tregua con l'apertura dei colloqui di Minsk per una soluzione pacifica. Ora però il governo ucraino si è ritirato dai colloqui, col pretesto che rifiuta di andare a Minsk non essendo la Bielorussia un paese democratico. Allo stesso tempo le forze di Kiev hanno ripreso gli attacchi armati nel Donbass. Il capo di stato maggiore Khomchak, che Stuart Perch ha lodato a nome della Nato per il suo "impegno nella ricerca di una soluzione pacifica del conflitto", ha dichiarato che l'esercito di Kiev "si sta preparando per l'offensiva nell'Ucraina orientale" e che in tale operazione "è prevista la partecipazione di alleati Nato".
Non a caso il conflitto nel Donbass si è riacceso quando, con l'amministrazione Biden, ha assunto la carica di segretario di Stato Antony Blinken. Di origine ucraina, è stato il principale regista del putsch di piazza Maidan in veste di vice-consigliere della sicurezza nazionale nell'amministrazione Obama-Biden. Quale vice-segretaria di Stato Biden ha nominato Victoria Nuland, nel 2014 aiuto-regista dell'operazione Usa, costata oltre 5 miliardi di dollari, per instaurare in Ucraina il "buon governo" (come lei stessa dichiarò). Non è escluso che a questo punto abbiano un piano: promuovere una offensiva delle forze di Kiev nel Donbass, sostenuta di fatto dalla Nato. Essa metterebbe Mosca di fronte a una scelta che tornerebbe comunque a vantaggio di Washington: lasciar massacrare le popolazioni russe del Donbass, o intervenire militarmente in loro appoggio. Si gioca col fuoco, non in senso figurato, accendendo la miccia di una bomba nel cuore dell'Europa.
di Carmen Morán Breña
La Repubblica, 13 aprile 2021
Nello Stato di Guerrero il governo centrale è assente: e così i villaggi si organizzano da soli per difendersi dalla minaccia dei trafficanti e dei malviventi. Sotto un sole arroventato, i bambini armati sfilano uno dopo l'altro gridando "Viva! Viva! Viva gli orfani, le vedove, le popolazioni indigene, il generale Zapata!". Per il terzo anno consecutivo i più piccoli si sono uniti agli adulti della polizia comunitaria in una specie di parata militare: una disperata richiesta di aiuto al governo del Messico, ma anche una dimostrazione di forza rivolta al crimine organizzato, che tiene in scacco la Montaña Baja dello Stato di Guerrero. Sono appena 600 abitanti, ormai, di un paesino in cui la coltivazione del papavero si è estesa sul territorio a colpi di arma da fuoco. Los Ardillos sono una banda di malviventi e vogliono terra e mano d'opera quasi da schiavi per la resina lattiginosa destinata a diventare gomma di oppio. Chi non si piega la paga cara. E nel villaggio di José Joaquín de Herrera non sono disposti a piegarsi.
Lo scorso anno la strategia di armare i bambini tra i 7 e i 12 anni, fosse pure con fucili giocattolo, si è rivelata efficace. Il governo di Andrés Manuel López Obrador fu obbligato a reagire, perché il gesto aveva provocato allarme a livello internazionale: bambini armati in Messico. Quest'anno la polizia comunitaria ha voluto spingersi oltre: i chavos, i ragazzini, hanno sparato in aria in aperta campagna, dopo aver lanciato una serie di slogan e, al governo, la richiesta esplicita di "appoggiare le vedove, gli orfani e i profughi. E di farla finita con la criminalità e la discriminazione delle popolazioni indigene del Messico". Anche gli spari sembravano un gioco, ma non lo erano affatto.
Questo tipo di iniziativa si chiama autodifesa; gode di una lunga tradizione a Guerrero ed è stato preso a esempio in molte parti del Messico: i comuni cittadini si armano per proteggersi dai pericoli che li minacciano. Dopotutto per i popoli indigeni la Costituzione prevede, tra le altre cose, anche l'autonomia in materia di giustizia e forze dell'ordine. E loro la esercitano, anche se non sempre ci azzeccano. Assediate dalla criminalità organizzata, queste pattuglie locali impegnate nell'autodifesa perdono vite umane ogni anno, negli scontri armati con il narco. Anzi, le perdite colpiscono entrambi gli avversari. Nel 2020 si sono verificati sei attacchi; li ha contati Bernardino Sánchez Luna, 48 anni, veterano dei guerriglieri e organizzatore delle milizie della zona.
La difesa armata di queste comunità nacque con il proposito di garantire la sicurezza di tutti ma, nel corso del tempo, si è quasi trasformata in un gruppo di veri militari, ai quali adesso si uniscono i bambini, che già iniziano a ricevere un addestramento. Perché coinvolgere i bambini? Perché crescerli con un fucile in mano? "Il governo non ha mantenuto le promesse. Gli abbiamo chiesto aiuto contro le bande e non ce l'ha prestato. Gli abbiamo chiesto insegnanti per la scuola, perché non possiamo uscire dal villaggio, e non sono arrivati. Il nostro compito è coltivare la terra, e se il governo non vuole che prendiamo le armi deve garantirci sicurezza", dice Bernardino. Già, ma i bambini? "Il governo non ha mantenuto le promesse". E così il guanto di sfida è stato lanciato. Il resto è una bravata per far capire a Los Ardillos con chi hanno a che fare.
La fila di soldatini dai capelli neri e la pelle scura sfila per il paese. Indossano berretti con visiera e calzano i tradizionali huaraches di cuoio rigido. Con un fazzoletto si coprono naso e bocca, proprio come minuscoli guerriglieri. Pupazzetti in carne e ossa, illuminati dal sorriso davanti un pacchetto di biscotti. La polvere delle stradine sterrate si posa su tutto e la morsa del sole non accenna ad allentarsi. Sfoggiano armi di legno, pistole giocattolo; i più piccoli brandiscono bastoni. E gridano "viva!" agli slogan che escono dal megafono del veicolo che stanno seguendo in processione. Sembra quasi un giorno di festa. In prima fila camminano le donne, che in questi paesetti hanno poca voce in capitolo. Seguono a ruota i bambini; ultimi, gli adulti. Anche i loro fucili portano i segni di anni di lotta: l'impugnatura consunta, le canne opache, l'imbracatura alla buona. Più che una dimostrazione di forza sembra un esercito di ritorno a casa dopo anni di battaglie. Sconfitto.
I giornalisti sono arrivati formando una carovana di auto, proteggendosi in questo modo da strade pericolose, disseminate di posti di blocco in cui vedi uniformi di ogni sorta. Sono i benvenuti in un posto in cui nessun altro può entrare, perché gli anfitrioni vogliono lanciare un messaggio "al mondo". "Non siamo criminali", dicono al governo i bambini, attraverso il microfono installato nel centro polisportivo, tra i canestri da basket. In Messico però impera la tendenza a semplificare il discorso, a identificare con il narco tutto ciò che si lascia alle spalle scie di cadaveri, e questo atteggiamento non consente di captare al primo sguardo una realtà molto complessa. Adesso in molte altre parti del Messico i cittadini portano magliette di autodifesa, senza che si riesca a capire chiaramente chi siano e che cosa difendano. Qui in paese hanno un'unica certezza: sono poveri e non vogliono violenza, ma di generazione in generazione sono passati poco a poco alle armi. Sedute a bordo campo, tre donne sembrano estranee a quanto sta avvenendo. La più anziana parla náhuatl, come tutti, e fa cenno di non capire. La più giovane ha 27 anni e non vuole che i suoi figli impugnino il fucile. "Sarà quel che Dio vuole. Non mi piacerebbe che i miei figli... ma se l'ha deciso il paese, bisognerà fare così". Si chiama Claudia Bolaños e ha un bambino di 5 anni e un neonato che dorme tra le sue braccia.
Decidono gli uomini. Sono loro a votare nel Consiglio Comunale che governa in assemblea. Decideranno il prossimo 6 giugno se aprire le urne, quando il Messico voterà per scegliere 20.000 cariche pubbliche e 15 governatori, tra i quali anche quello del territorio in cui si trova Guerrero. Mezzo paese si è messo le mani nei capelli perché il candidato a governare quella zona per Morena, il partito del presidente López Obrador, è stato accusato di stupro e la sua candidatura annullata per questioni fiscali. Ma lì in montagna cosa sono venuti a sapere del tale Félix Salgado Macedonio? Bernardino risponde che poco o niente. Che non hanno la televisione. Non ha altro da aggiungere su un caso che ha fatto scorrere fiumi d'inchiostro per settimane, nel resto del paese. Nessun candidato è ancora arrivato fin lassù per presentarsi. La loro assemblea deciderà se Guerrero potrà votare il giorno 6.
L'assenza dello Stato in questa zona è palese. Potremmo definirlo abbandono? "Direi di sì. Davanti a un discorso semplicistico, che fa di ogni erba un fascio narco, le autorità finiscono per guardare altrove; sembrano volerci dire che non c'è proprio nulla da fare", risponde il sociologo franco-argentino Romain Le Cour. Vive in Messico da 12 anni e lavora per la ONG internazionale Noria, specializzata nelle varie forme di violenza che si manifestano in tutto il mondo. Le Cour conosce bene la violenza messicana. "Quel che accade qui è molto più complesso. È una questione sociale, di povertà e di disattenzione. Non basta attribuire il problema al narco e lasciare che le comunità indigene si governino senza aiuto esterno", spiega. Ai messaggi semplicistici si risponde con soluzioni minimali, mentre la mancanza di pace che si vive su queste montagne necessita di qualcosa in più. Bisognerebbe tracciare minuziosamente la linea sottile che delinea il cacicco, il narco o sua cugina la sindaca; sono rapporti pieni di sfumature, interessi che s'incrociano più delle traiettorie dei proiettili.
A José Joaquín de Herrera vivono 9 vedove, 14 orfani e 34 profughi di comunità vicine, in stato di assedio. E gli abitanti sono isolati. Il medico si spinge fin lassù solo se c'è un'emergenza. Nessuno lo ferma ai posti di blocco, perché cura anche i malati di altri paesi. Si arrampica fin da loro anche qualche commerciante, che li rifornisce di generi di prima necessità, pagamento anticipato. E, ovvio, arriva il camion della Coca-Cola. "E anche quello della Pepsy", dice Bernardino ridendo. Poco altro. Quando finiscono la scuola elementare i ragazzi non proseguono gli studi perché dovrebbero spostarsi di vari chilometri e affrontare il pericolo: sparatorie o sequestri, dicono. Non vanno nemmeno a trovare i parenti che vivono in altre zone del territorio. Qui a José Joaquín de Herrera, se qualcuno indica la montagna a nessuno viene in mente il mais, i tipici fagioli o le zucche: tutti pensano subito alla canna di un fucile.
Sullo sfondo qualche capra sta brucando l'erba e si scorgono un paio di maiali a macule bianconere, legati a una corda. Le truppe, sudatissime, si addentrano nella campagna. "Bambini della comunità, at-tenti! Presentat arm! Se non ci difende nessuno, risponderemo ai sicari col fuoco, grandissimi figli di puttana!". Una decina di spari lascia nuvolette di fumo sospese nell'aria. E la montagna risponde con l'eco.
di Angela Nittoli
Il Fatto Quotidiano, 12 aprile 2021
Sit-in dei parenti alla sezione femminile di Rebibbia: "Dateci informazioni". Aumentano i detenuti positivi al Covid 19 e sono diversi i focolai attivi nelle carceri. Secondo i dati aggiornati all'8 aprile, i casi tra i reclusi sono saliti a 871, mentre erano 750 nei primi giorni del mese.
di Silvia Mancinelli
adnkronos.com, 12 aprile 2021
Sabatino Trotta è solo l'ultimo nome di una lista di suicidi in cella che, ad oggi, è arrivata a quota 14 dall'inizio dell'anno. Il dirigente della Asl di Pescara, che si è tolto la vita mercoledì scorso nel carcere di Vasto, era rinchiuso da pochi giorni nell'ambito di una indagine su presunta corruzione in un appalto sanitario. La vergogna, forse una pena considerata ingiusta.
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