di Mauro Ravarino
Il Manifesto, 11 aprile 2020
Chieste misure cautelari per un militante anarchico. Imputato per un libro del 2015. Questa è una di quelle volte in cui letteralmente la realtà supera l'immaginazione. In cui si disarciona il "patto narrativo" che fonda tutta la comunicazione letteraria e un pezzo di romanzo viene considerato un'aggravante per imporre una sorveglianza speciale della durata di due anni per supposta "pericolosità sociale". Succede a Marco Boba, militante anarchico torinese, una lunga storia nei movimenti, autore di Io non sono come voi, romanzo uscito nel 2015 per Eris Edizioni. Ed è proprio la frase riportata nel retro copertina del libro a essere finita nella richiesta di misure preventive mossa dalla Procura di Torino.
"Troviamo davvero pericoloso e allarmante che in questi atti ci sia finito un romanzo", afferma Anna Matilde Sali di Eris Edizioni. "Non possiamo accettare che diventi una prassi, se no qualsiasi libro potrebbe diventare un'aggravante. Questa volta è capitato in ambito di movimento, domani chissà". La frase "incriminata", estrapolata dal romanzo "per far capire a chi si ritroverà il libro in mano qual è il cuore della storia, il mood, l'atmosfera, lo stile narrativo", è quella riferita dal protagonista del libro in un dialogo: "Io odio. Dentro di me c'è solo voglia di distruggere, le mie sono pulsioni nichiliste. Per la società, per il sistema, sono un violento, ma ti assicuro che per indole sono una persona tendenzialmente tranquilla, la mia violenza è un centesimo rispetto alla violenza quotidiana che subisco, che subisci tu o gli altri miliardi di persone su questo pianeta".
Un virgolettato che per ellissi viene, nella richiesta giudiziaria, fatto passare per pensiero dell'autore. La casa editrice precisa: "Parliamo di un romanzo di finzione, con un protagonista di finzione. Il romanzo è scritto in prima persona, al presente, scelta tra l'altro fatta non in origine dall'autore, ma dopo un lungo confronto tra autore ed editore. Editing, normale editing". La narrazione letteraria d'altronde è di per sé sottesa a quel patto sintetizzato da Umberto Eco in Lector in Fabula a proposito del ruolo dell'autore che, all'inizio di un testo, stabilisce questo: "Voi non credete a quello che vi racconto e io so che voi non ci credete, ma una volta stabilito questo, seguitemi con buona volontà cooperativa, come se io stessi dicendovi la verità".
Il 21 aprile ci sarà l'udienza in Tribunale per discutere dell'applicazione della misura. "Ho iniziato a fare politica a 15 anni ora ne ho 53 anni - racconta Marco Boba - e non mi sono mai ravveduto. Ed è quello che mi viene imputato nella richiesta di sorveglianza speciale, che mi pare quasi un reato di opinione. Ero, sono e resto anarchico. La Procura mette insieme di tutto e di più, le mie condanne e denunce, la mia partecipazione a Radio Blackout e altro". La sorveglianza sociale di cui fanno le spese attivisti No Tav o quelli andati in Siria con le Ypg curde è un provvedimento che colpisce le persone al di là di uno specifico fatto ma per un "comportamento generale".
"A noi - spiega Eris Edizioni - sembra davvero pericoloso che una finzione possa diventare una prova, che le opinioni o le azioni di un personaggio di finzione lo possano diventare, che una frase scelta dall'editore, per promuovere al meglio un libro, possa diventare un'aggravante e che una questura o una procura si possano occupare di una materia che dovrebbe restare appannaggio di chi fa critica letteraria. In questi anni più volte si è invocato il reato d'opinione.
Dalla vicenda di Erri De Luca, assolto dall'accusa di istigazione a delinquere per essersi espresso a favore dei sabotaggi contro la Tav, alla studentessa accusata di aver partecipato attivamente a delle azioni No Tav solo per aver utilizzato il "noi partecipativo" nella sua tesi di laurea in Antropologia culturale sul movimento stesso". Il libro di Marco Boba è, lo racconta lui stesso, "la storia di un ragazzo inquieto e disilluso a cui sta stretto il contesto di vita e che fugge a Filicudi. È una storia di amore e rabbia".
di Viola Giannoli
La Repubblica, 11 aprile 2020
"Liberatela, è isolata in una cella senza doccia per settimane". L'appello della figlia di una donna condannata a tre anni nel carcere romano e positiva come altre 70 recluse: "Le portano due bottiglie per lavarsi e niente visite". Il garante dei detenuti: "In questi casi pene alternative". Rosato (Iv): "Più rispetto per i diritti delle detenute".
"Una cella di tre metri quadrati per tre con una branda e un wc, niente acqua calda corrente, solo un fornello da campeggio per scaldare la caraffa che le viene portata e una piccola bacinella blu, di quelle per sciacquare i piatti, per lavarsi. Così vive da due settimane, isolata in una stanza, mia madre positiva al Covid nel carcere di Rebibbia". La signora Giuseppina Cianfoni, 65 anni, nella Sezione Camerotti dell'edificio femminile del carcere romano ci entra il 26 gennaio. Venti giorni fa però scopre di avere il Covid, contagiata, come le altre due, da una compagna di cella che accusa i primi sintomi. In carcere partono subito i tamponi e, come da prassi, l'isolamento delle detenute da quelle sane.
Ora però la figlia, Rossella Antinori, racconta la storia della madre e delle altre 69 detenute, in un carcere non attrezzato e troppo affollato - come quelli di tutta Italia - per garantire condizioni di vita e di salute più dignitose per chi è recluso e contagiato. Cianfoni, per trent'anni dirigente della Conservatoria dei registri di Velletri, è stata condannata a tre anni e 4 mesi perché accusata di essersi fatta dare da un cittadino 200 euro per trascrivere una sentenza del tribunale civile relativa al trasferimento di una proprietà. "Per un ritardo dell'avvocato nel presentare ricorso - racconta la figlia - mia madre finisce dietro le sbarre. Purtroppo il Covid fa del carcere un luogo più duro, in deroga a qualunque principio di umanità".
Rossella Antinori scrive al magistrato di sorveglianza, per due volte, e a lui ripete quello che racconta anche a Repubblica: "Gli spazi per l'isolamento sanitario sono scarsi nel carcere. Mia madre, come le altre detenute, è stata messa in una cella con solo il wc e il letto. Gli è stata data una bacinella e una piastra sulla quale scalda l'acqua che poi si versa addosso per lavarsi, con due bottiglie di plastica tagliate a metà. Senza acqua, senza potersi fare una doccia, senza mai guardare il cielo perché l'ora d'aria in isolamento viene soppressa e la finestra inquadra il muro, senza affetti perché le visite sono bloccate dai decreti, senza parlare con nessuna perché anche le malate Covid non possono vedersi tra loro. Oggi mi ha detto al telefono di essere di nuovo positiva, quindi la aspetta una quarantena in isolamento per altre settimane. Dove è finita l'umanità che dovrebbe contraddistinguere anche la pena?", si chiede ancora la donna. Che ricorda come il 26 febbraio scorso è stata presentata istanza di scarcerazione e l'applicazione provvisoria dell'affidamento in prova, "ma finora non ci sono state risposte".
Al di là del caso singolo e delle ragioni della detenzione o dell'applicabilità di altre misure alternative, il garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia, è convinto che "in questa fase bisognerebbe consentire quanto più possibile le alternative al carcere". "A Rebibbia femminile abbiamo registrato oltre 70 donne positive al virus su una popolazione totale di 300 detenute circa, una percentuale molto, molto importante", sottolinea il garante. "Non ci sono luoghi idonei per la separazione delle detenute positive da quelle negative. Alcune fra le positive vengono ospitate al piano terra mentre le docce sono al terzo piano, quindi", spiega ancora Anastasia, "ricevono una fornitura di acqua calda in bacinelle. Una condizione intollerabile, determinata dal fatto che le detenute sono sempre oltre il limite di capienza previsto. Se 70 utilizzano a turno le stesse tre docce è chiaro che le patologie infettive si diffondono più velocemente. Eppure ci sarebbe un regolamento del 2000 che prevede servizi igienici in tutte le camere detentive. Inapplicato da 21 anni". A intervenire pure Ettore Rosato, presidente di Italia Viva: "Il Covid è una situazione straordinaria che non si può affrontare in maniera ordinaria. Occorre il rispetto dei diritti e delle condizioni igieniche e psicologiche dei detenuti e delle detenute".
di Alberto Rodighiero
Il Gazzettino, 11 aprile 2020
Domani torna in consiglio comunale l'elezione del Garante dei detenuti e a far passare il candidato della maggioranza potrebbe provvedere Forza Italia. Dopo "l'incidente" dello sorso 3 marzo quando, nel segreto dell'urna, un consigliere misterioso ha votato il super-boss mafioso Matteo Messina Denaro, domani la maggioranza cercherà di far eleggere come garante Antonio Bincoletto (proposto da Coalizione civica).
All'appello, però, mancherà sicuramente il voto di Luigi Tarzia della Lista Giordani che, come accaduto a marzo, tornerà a riproporre la candidatura di Maria Pia Piva. Salvo colpi di scena, però, la maggioranza questa volta potrà contare su almeno due voti dell'opposizione.
Il primo è quello del capogruppo del Movimento 5 Stelle Giacomo Cusumano che, anche in occasione della votazione precedente, ha dato il suo voto a Bincoletto. A fare la differenza, però, questa volta sarà il capogruppo di Forza Italia Roberto Moneta che ora, appoggerà il candidato del centrosinistra. "La mia non è una presa di posizione ideologica - ha confermato Moneta - Dopo la figuraccia fatta a livello nazionale con il voto a Messina Denaro, non possiamo più permetterci di perdere tempo".
"Io, poi, sono un avvocato - ha aggiunto l'esponente azzurro - di conseguenza conosco bene la situazione carceraria. In virtù di questo, in nome della contrapposizione politica, non possiamo giocare sulla pelle dei detenuti. Proprio per questo ho deciso di votare per Bincoletto. Anche perché, alla prossima votazione, sarebbe comunque eletto". Domani non è escluso che altri consiglieri di opposizione seguano l'esempio di Moneta. Tra gli indecisi ci sarebbe, infatti, il bitonciano Ubaldo Lonardi.
Il Mattino di Padova, 11 aprile 2020
Dopo il voto dato segretamente al superlatitante Matteo Messina Denaro, domani il Consiglio comunale tornerà in aula per cercare di nominare il garante locale dei detenuti. Non è escluso che proprio alla luce di quell'episodio, potranno esserci momenti di tensione tra i consiglieri. E non è escluso neanche che domani non si riesca nuovamente a trovare un accordo rinviando nuovamente la nomina. Una vicenda che ha fatto molto discutere dopo il voto a favore del boss mafioso del 3 marzo scorso Una scelta non troppo opportuna (coperta dal segreto del voto) che ha scatenato le reazioni di mezzo consiglio comunale, e in pochi giorni è finito anche sui tavoli delle ministre di Giustizia e Interno, grazie ad una pioggia di interrogazioni portate a Roma dai parlamentari di Pd e Fratelli d'Italia. Lo stesso prefetto Renato Franceschelli aveva definito il gesto "indegno" prima del disprezzo espresso dal garante nazionale dei detenuti Mauro Palma e della discesa in campo di Libera.
Il Roma, 11 aprile 2020
"Esprimo apprezzamento per l'avvio della campagna vaccinale nelle carceri salernitane (63 detenuti vaccinati) e nell'Istituto per minorenni di Nisida dove oggi sono stati vaccinati 15 giovani ospiti, alcuni agenti ed operatori penitenziari". Lo dichiara Samuele Ciambriello, garante campano delle persone private della libertà personale.
"Stigmatizzo - aggiunge - erronee interpretazioni giornalistiche e di qualche politico e ricordo che l'attuale piano di vaccinazione contempla e prevede la vaccinazione della popolazione carceraria, nel suo insieme, la quale rientra nelle categorie prioritarie previste dal Ministero della Salute. Vaccinarsi è un diritto dovere per tutti, una tutela per il diritto alla salute, un obbligo morale per i detenuti. Logicamente è sempre una scelta volontaria".
Ciambriello ricorda poi i numeri dei vaccinati e contagiati nelle carceri italiane: "In Italia i detenuti vaccinati per il momento sono 7.393 mentre i vaccinati tra il personale di polizia penitenziaria, amministrativo ed operatori penitenziari è di 17.566 (in Campania 1.982). Ci sono oggi 871 detenuti contagiati dal Covid (6 in Campania), mentre sono 683 in Italia gli agenti di polizia penitenziaria contagiati (59 in Campania)".
fanpage.it, 11 aprile 2020
Lo ha comunicato l'assessore Alessio D'Amato in visita all'hub vaccinale dell'ospedale San Giovanni di Roma. La Regione Lazio ha scelto di utilizzare le prime dosi di vaccino Johnson & Johnson - 18.000 in arrivo il 19 aprile - soprattutto per vaccinare la popolazione carceraria e il personale che lavora nei penitenziari. I detenuti nel Lazio al 28 febbraio erano 6067.
Il prossimo 19 aprile la Regione Lazio riceverà le prime 18.000 dosi dell'atteso vaccino Johnson & Johnson, per il quale è sufficiente una sola somministrazione e non due come per gli altri sieri somministrati finora. Una fornitura senza dubbio inferiore alle attese, tanto che per ora le farmacie non saranno coinvolte nella somministrazione come previsto in un primo momento.
Una fornitura che, ha spiegato l'assessore alla Sanità Alessio D'Amato in visita al centro vaccinale dell'ospedale San Giovanni di Roma, sarà distribuita nelle carceri della regione, venendo somministrato a detenuti e personale.
"Il 19 aprile avremo la prima consegna di vaccini Johnson&Johnson. Si tratta di una consegna quantitativamente modesta: 18mila dosi che andranno in prevalenza alle carceri per il personale che vi lavora e per i detenuti - ha spiegato l'assessore. Speriamo che dal prossimo mese di maggio potremo avere un ampliamento delle forniture". Al 28 febbraio 2021 nel Lazio erano presenti complessivamente nelle case circondariali della regione 6067 detenuti tra uomini e donne, a questi vanno aggiunti tutti coloro che lavorano all'interno delle carceri a cominciare dagli agenti della Polizia Penitenziaria.
Le condizioni di sovraffollamento, le condizioni sanitarie spesso precarie, rendono le carceri un luogo particolarmente pericoloso per il diffondersi del virus. L'ultimo focolaio di un certo rilievo di Covid-19 in un istituto di pena del Lazio si è sviluppato all'interno del carcere femminile di Rebibbia, dove oltre cinquanta donne tra operatrici e detenute sono risultate positive tanto da ipotizzare l'evacuazione della struttura. La nuova ordinanza firmata dal commissario Francesco Paolo Figliuolo dà priorità per classi di età e ai soggetti più fragili per il nuovo piano vaccinale, dando indicazione di procedere solo successivamente alla vaccinazione dei cittadini tra i 69 e i 60 anni, con altre corti di popolazione a rischio indicate dal ministero della Salute come la popolazione carceraria.
D'Amato è tornato a chiedere certezze sulle forniture, a fronte dello sforzo delle autorità regionale di mettersi nelle condizioni di vaccinare la popolazione a ritmi sostenuti. "L'obiettivo nostro rimane di raggiungere l'immunizzazione entro l'estate. Per arrivare a questo dobbiamo avere una certezza delle consegne delle dosi che ancora oggi non abbiamo in maniera continuativa. Stanotte abbiamo aperto le prenotazioni alla fascia 62/63 anni. Abbiamo avuto per questa fascia già oltre 30mila prenotazioni - ha spiegato l'assessore - Abbiamo oltre un milione e 200mila prenotati tra le prossime settimane e il mese di maggio. È uno sforzo importante. Quello che chiediamo è che ci sia la garanzia della periodicità delle forniture".
Rispetto alle polemiche di queste ore su un sopposto obbligo nei fatti di vaccinarsi con Astrazeneca per gli over 60, l'assessore ha risposto così: "Nessun obbligo. Noi mettiamo a disposizione i vaccini che abbiamo. La gran parte delle dosi disponibili per la fascia di età 60/70 anni è Astrazeneca che è un vaccino raccomandato per questa fascia di età. Gli over 80 stanno facendo Pfizer".
La Nuova Sardegna, 11 aprile 2020
La denuncia del Garante Unida: c'è un'unica funzionaria per 393 detenuti. "L'area trattamentale del carcere di Bancali è in una situazione esplosiva. Con un'unica operatrice, a fronte di 393 persone detenute, che non è più in grado di garantire il servizio".
La denuncia arriva dal Garante dei diritti delle persone private della libertà, Antonio Unida, che denuncia la grave criticità in cui versa il fondamentale servizio per la mancanza di funzionari giuridici pedagogici. "Tutti sanno - sottolinea Unida - e ad oggi non si muove foglia. Non è più possibile andare avanti in queste condizioni, per le persone detenute ma amche per l'unico operatore presente, allo stremo delle forze, con gravi rischi per le sue future condizioni psico-fisiche".
"Per meglio capire il quadro ad oggi di Bancali, riferisco che la funzionaria si è sentita male, quindi non presenziando al lavoro, l'Area risulta completamente scoperta. Era normale che succedesse questo, non essendo in grado di gestire l'enorme flusso di pratiche amministrative, lavoro che inevitabilmente si riversa sull'unico funzionario, e tanto meno sarà in grado di gestire la popolazione detenuta, che necessita continuamente di colloqui di sostegno, colloquio di nuovi giunti per il continuo flusso delle persone detenute provenienti dalla libertà e non solo, colloqui di osservazione per le udienze già fissate nel calendario del Tribunale di Sorveglianza di Roma e Sassari (per i 41bis) per le quali non si potranno rispettare le scadenze. Da non sottovalutare i numerosi consigli di disciplina a cui l'unica funzionaria deve partecipare, visto che in un mese ne vengono celebrati circa sessanta, tutto ciò è inconcepibile".
"Evidenzio inoltre che il malessere all'interno della popolazione detenuta ha raggiunto livelli tali - continua il garante - che stanno diventando innumerevoli le denunce a carico dell'Area Educativa, nonostante l'unica Funzionaria non si sia mai sottratta agli impegni e alle incombenze lavorative, ora mi chiedo come mai tutto questo in una Struttura importante di fascia uno, come viene denominata quella di Bancali? Come mai nella Struttura penitenziaria di Uta, con circa cento persone detenute in più, ci stanno dieci funzionari dell'area giuridica pedagogica? Tenendo presente che non vi sono né 41bis né AS2 perché questa brutta situazione a Bancali? L'opinione pubblica deve sapere, così non si può più andare avanti, l'articolo 27 della nostra Costituzione non è messo in risalto come merita, è letteralmente calpestato".
di Enzo Risso
Il Domani, 11 aprile 2020
Per il 40 per cento degli italiani la differenza tra uomini e donne è una delle principali forme di discriminazione. Questa asimmetria si riflette anche nella paura di perdere il posto di lavoro o di non riuscire a trovarne un altro. "Le ingiustizie continuano e il mondo inventa costantemente nuovi modi di discriminare le donne", scriveva quasi vent'anni fa, nel 2002, la scrittrice Dacia Maraini. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti, ma la situazione per le donne in Italia è mutata in modo limitato. Per alcuni aspetti, complice la crisi economica prima e la pandemia oggi, sembra essere sotto l'influsso di un pernicioso effetto gambero.
Il dato maggiormente allarmante arriva dal confronto con gli altri paesi. L'Inequalities around the globe di Ipsos (pubblicato a Londra il 19 marzo) mostra un quadro desolante per l'Italia. Il 40 per cento degli italiani sostiene che la differenza tra uomini e donne è una delle principali forme di disuguaglianza presenti nel paese. Una quota che pone l'Italia al sesto posto nella classifica della disparità di genere tra i 28 paesi monitorati. Peggio dell'Italia, per livello di preoccupazione sul tema, troviamo Messico (45 per cento), Turchia e Spagna (42 per cento), Sud Africa e India (41 per cento).
Le donne, si legge nel report realizzato da Ipsos in collaborazione con The Policy Institute di Londra, sono più preoccupate degli uomini per la disuguaglianza di genere e leggermente più angosciate per le disuguaglianze in termini di salute e aspettativa di vita. A riprova del basso posizionamento dell'Italia sul tema, c'è anche un altro indice, il Global ranking for gender equality del World Economic Forum, nel quale il nostro paese si colloca al 76esimo posto.
Va chiarito che i paesi in cui, nella rilevazione di Ipsos, la preoccupazione per la disuguaglianza di genere è relativamente bassa, come Malesia, Russia, Arabia Saudita e Ungheria, sono anche quelli che si collocano nelle posizioni maggiormente basse nell'indice di uguaglianza di genere. L'Arabia Saudita si piazza al 146esimo posto (su 153 paesi), la Malesia al 104esimo, la Russia all'81esimo posto, mentre l'Ungheria al 105esimo posto. In vetta alla classifica del ranking di gender equality ci sono Islanda, Norvegia, Finlandia, Svezia e Nicaragua.
Gli effetti della pandemia - La pandemia ha ulteriormente accentuato il divario di genere in Italia, mostrando non solo l'insufficienza del sistema di welfare, ma anche una tradizione culturale che fa ricadere sulle donne la gran parte del carico di cura della famiglia e dei soggetti più deboli. Il 61 per cento delle donne (contro il 21 degli uomini) è stata il principale caregiver nel corso del 2020. Il 54 per cento delle lavoratrici (contro il 17 per cento dei lavoratori) ha dovuto caricare su di sé gran parte della cura della famiglia.
Il quadro delle asimmetrie di genere non migliora se osserviamo i dati sulla paura di perdere il proprio posto di lavoro nei prossimi mesi: 27 per cento tra le donne, contro il 20 per cento tra gli uomini. Di fronte alla necessità di trovarsi una nuova occupazione il 74 per cento delle donne (rispetto al 41 degli uomini) ritiene che dovrà cercare per almeno un anno.
Non solo. Il 20 per cento delle donne (contro il tre per cento degli uomini) sottolinea che tra i principali ostacoli nel trovare un posto ci sia quello della discriminazione di genere. L'affresco discriminatorio si completa con ulteriori due dati. Il 41 per cento dell'universo femminile sa già che dovrà accontentarsi di uno stipendio basso e il 49 per cento (contro il 40 per cento degli uomini) prevede che dovrà accontentarsi di un contratto precario. Non stupisce quindi che il 40 per cento delle italiane si senta discriminato dalla società.
Il ruolo guida del femminile - In società articolate e differenziate come quella in cui viviamo, sarebbe illusorio pensare che la qualità della società si esaurisca nel riconoscimento formale dei diritti o nella semplice definizione di quote di ruolo. È evidente che tutto ciò non basta.
Occorre mettere in campo una visione e un'azione sistemica, capace di incidere sia sulla dimensione culturale della relazione tra uomo e donna, sia sulla realizzazione concreta di politiche in grado di garantire un supporto alle donne e una reale parità di genere nella quotidianità esistenziale, nonché di affermare un effettivo spazio di protagonismo e opportunità per le donne.
Le pari opportunità sono uno dei veri indici di qualità, civiltà e benessere di una società. Le realtà post industriali e globalizzate, come sottolinea il filosofo francese Alain Touraine, hanno la necessità di generare un nuovo dinamismo sociale e democratico, per cercare di ricomporre le polarizzazioni e le distonie presenti. "Sono in primo luogo le donne - afferma il filosofo francese - quelle chiamate a essere le principali attrici di questa azione di ricomposizione della società, poiché, essendo state per tanto tempo la categoria inferiore a causa della dominazione maschile, oltre alla propria liberazione, possono svolgere un'azione di ricomposizione di tutte le esperienze individuali e collettive".
di Susanna Turco
L'Espresso, 11 aprile 2020
Emir ha due anni, quando vuole uscire e non può urla ("asi asi", che sta per assistente), quando ha la febbre alta prega. A due anni. Stefan è spaventato dal rumore dei lavori sulle scale ma impossibilitato ad andare altrove, per non sentirli: dice solo "umore, umore", piange.
Stanno in carcere, indirettamente condannati dalla condanna delle loro madri, spesso portano dentro traumi che è anche difficile immaginare, corrispondono a una definizione paradossale, che parrebbe impossibile: "Bambini galeotti", li chiamano. Una sorta di peccato originale in versione di Stato, come se un bimbo di uno, due o tre anni potesse mai essere capace di beccarsi una condanna, eppure.
Adesso sono 33 in Italia, esiguo il numero quanto pesante il simbolo, quintessenza al cubo dell'invisibilità dei bambini cui Annalisa Cuzzocrea ha dedicato il suo libro "Che fine hanno fatto i bambini" (Piemme), esempio tragicamente perfetto di come la mancanza di volontà politica possa impedire la risoluzione persino di questo. Perché un Paese che non guarda al futuro non lo fa in nessun posto: nelle scuole come nelle carceri, nei grandi numeri come nei piccoli.
Non guarda, quindi, tanto più a loro, gli invisibili degli invisibili, i figli delle "detenute con prole", costretti a vivere dietro le sbarre perché nel loro "preminente interesse di minori" c'è quello di stare vicino alle madri, almeno fino ai 3 anni, per poi - se non ci sono famiglie cui tornare - essere trasferiti negli Icam, Istituti a custodia attenuata, dove comunque la sera si chiude tutto da fuori, come in un carcere.
La pandemia ne ha ridotto drasticamente il totale, più che dimezzato il numero medio, grazie a un maggior ricorso alle misure alternative, lasciando però intatto il problema. Che sarebbe, a differenza del solito, persino risolvibile.
L'ex senatore e presidente dell'Associazione A buon diritto, Luigi Manconi, intervistato all'interno del libro, rivela infatti che "per risolvere interamente il problema basterebbero un milione e mezzo di euro con i quali costruire cinque case rifugio", oltre alle due che già ci sono, a Roma e a Milano. Non carceri, non Icam, situazioni comunque controllate, come prevede una legge del 2011. "Se il ministero della Giustizia volesse, in un anno il problema sarebbe risolto", spiega Manconi. Chissà se la Guardasigilli Marta Cartabia lo sa.
di Francesco Loiacono
fanpage.it, 11 aprile 2020
Il carcere di via Gleno a Bergamo sarà intitolato ufficialmente a don Fausto Resmini, l'ex cappellano del penitenziario morto a causa del Coronavirus il 22 marzo dello scorso anno. La cerimonia ufficiale per intitolare il carcere al "prete degli ultimi", amato per il suo impegno per i più bisognosi, si terrà il 19 aprile alla presenza della ministra della Giustizia, Marta Cartabia.
Il prossimo 19 aprile il carcere di via Gleno a Bergamo sarà intitolato ufficialmente a don Fausto Resmini, l'ex cappellano del penitenziario morto a causa del Coronavirus il 22 marzo dello scorso anno. A partecipare alla cerimonia ufficiale di intitolazione della casa circondariale bergamasca sarà la ministra della Giustizia Marta Cartabia, che darà così seguito alla richiesta dei deputati del Partito democratico Elena Carnevali e Maurizio Martina che era stata accolta dal suo predecessore, Alfonso Bonafede, durante il governo Conte bis.
Don Resmini, il prete degli ultimi e degli invisibili, era conosciuto e amato per il suo impegno a favore dei poveri, dei carcerati e di coloro che vivevano ai margini della società. Il sacerdote originario di Lurano, in provincia di Bergamo, aveva fondato la Comunità don Milani di Sorisole, dedita al recupero dei minori che avevano avuto trascorsi difficili. Per 28 anni è stato il cappellano del penitenziario bergamasco, ma non ha mai smesso di operare anche al di là delle mura del carcere. Esempio tipico di "prete da strada", ha girato col suo camper "Esodo" offrendo pasti caldi a senzatetto ed è stato impegnato in prima linea al Patronato San Vincenzo.
La sua figura di prete degli ultimi ed esempio di resistenza civile è stata recentemente ricordata anche dal presidente del Consiglio Mario Draghi durante la sua visita a Bergamo dello scorso 18 marzo, in occasione della prima Giornata nazionale del ricordo per le vittime del Covid-19. Adesso arriverà anche questo riconoscimento ufficiale: segno che l'eredità di don Resmini, come è stato ricordato in occasione delle celebrazioni a un anno dalla sua morte, è ancora viva.
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