Il Sole 24 Ore, 22 maggio 2021
Il ricorso era stato presentato da un eurodeputato rumeno contro il proprio Paese. Il politico sosteneva che l'interdizione a uscire di casa, se non per una serie di motivi limitati, ha violato il suo diritto a non essere privato della libertà, sancito dall'articolo 5 della Convenzione europea dei diritti umani. "Le misure di confinamento adottate dalle autorità per lottare contro la pandemia Covid-19 non possono essere equiparate agli arresti domiciliari". Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani (Cedu) nella sentenza sul ricorso presentato da un eurodeputato rumeno, Cristian-Vasile Terhes, del Partito Social Democratico contro il suo Paese.
Il politico sostiene che l'interdizione a uscire di casa, se non per una serie di motivi limitati che dovevano essere provati con un'attestazione, ha violato il suo diritto a non essere privato della libertà, sancito dall'articolo 5 della Convenzione europea dei diritti umani. Nel dichiarare il ricorso "inammissibile", la Cedu afferma che le restrizioni non hanno raggiunto un'intensità tale da poter essere equiparate agli arresti domiciliari. I giudici di Strasburgo evidenziano che le restrizioni si applicavano a tutti e che le autorità non avevano adottato alcuna misura individuale contro Terhes. La Cedu osserva che l'uomo era libero di uscire di casa per vari motivi a qualsiasi ora fosse necessario e che non è stato soggetto a sorveglianza da parte delle autorità.
Inoltre, si sottolinea che Terhes non ha detto di essere stato costretto a vivere in uno spazio angusto o di essere stato privato di contatti sociali, e che non ha fornito alcuna informazione che potesse descrivere la sua esperienza personale del lockdown. Nella sentenza infine la Cedu sottolinea che con il suo ricorso Terhes voleva provare che il confinamento equivaleva agli arresti domiciliari piuttosto che costituire una violazione del diritto alla libertà di circolazione.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 22 maggio 2021
La denuncia del responsabile Giustizia e deputato di Azione Enrico Costa: i Ministeri avevano due mesi di tempo ne sono passati cinque. Salutato come una svolta epocale nei rapporti tra cittadini e Giustizia, l'emendamento Costa alla Manovra 2021 che ha introdotto il rimborso delle spese legali per chi è assolto con sentenza definitiva, non è ancora operativo. Manca infatti ancora una volta il tassello finale: il decreto auttativo.
La denuncia arriva dallo stesso deputato di Azione.
"A dicembre - afferma Costa - il Parlamento ha approvato, una norma per cui se lo Stato sottopone un cittadino innocente al lungo, defatigante e spesso umiliante calvario delle indagini e del processo, è giusto che lo risarcisca". "In assenza del decreto del Ministro della giustizia di concerto con il Ministro dell'economia - prosegue Costa - i rimborsi non possono essere concessi". La legge ha previsto che il decreto con cui avrebbero dovuto essere definiti anche i criteri e le modalità di erogazione dei rimborsi fosse adottato entro sessanta giorni. Il budget annuale è di 8 milioni di euro e si prevede un limite massimo di 10.500 euro di rimborso.
"Di giorni - continua il Responsabile Giustizia di Azione - ne sono trascorsi ben più del doppio di quelli ma del regolamento ancora non c'è traccia". "Auspichiamo - aggiunge con una nota polemica - che il quotidiano, silenzioso e certosino lavoro del Governo si estenda anche a questi atti che, ove ritardati ulteriormente, manderebbero in fumo l'applicazione di norme di civiltà, che non sono bandierine identitarie, approvate dal Parlamento".
Cosa dice la norma - La norma ha previsto che, all'imputato assolto, con sentenza divenuta irrevocabile, "perché il fatto non sussiste, perché non ha commesso il fatto o perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato, è riconosciuto il rimborso delle spese legali nel limite massimo di euro 10.500".
Il rimborso viene ripartito in tre quote annuali di pari importo, a partire dall'anno successivo a quello in cui la sentenza è divenuta irrevocabile, e non concorre alla formazione del reddito. Per ottenerlo è necessario presentare la fattura del difensore, con espressa indicazione della causale e dell'avvenuto pagamento, corredata di parere di congruità del competente Consiglio dell'ordine degli avvocati, "nonché di copia della sentenza di assoluzione con attestazione di cancelleria della sua irrevocabilità". Nessun ristoro invece nei casi di: a) assoluzione da uno o più capi di imputazione e condanna per altri reati; b) estinzione del reato per avvenuta amnistia o prescrizione; c) sopravvenuta depenalizzazione dei fatti oggetto di imputazione. Il beneficio si applica soltanto nei casi di sentenze di assoluzione divenute irrevocabili successivamente al 1° gennaio 2021.
di Enzo Ciconte
Il Domani, 22 maggio 2021
Quasi otto anni di carcere per Mimmo Lucano. Questa è la richiesta del pubblico ministero di Locri, richiesta che a molti è parsa per lo meno spropositata rispetto alle accuse rivolte all'ex sindaco, ammesso, e non concesso, che abbia commesso tutti, o solo in parte, i reati contestati. Vorrei provare a ragionare su alcuni aspetti che meritano una riflessione su un tema, quello del rapporto tra magistratura e politica, che è di stretta attualità e che appare come il cuore del processo.
Il ruolo dei prefetti - La domanda è: come è nato il processo? È nato su input politico? Il procuratore di Locri assicura di no e porta a sostegno della sua tesi l'invio di una "relazione prefettizia molto dettagliata" da parte del prefetto di Reggio Calabria. È ovvio che la procura della Repubblica di Locri, di fronte a una notizia di reato che proviene da una fonte così qualificata e autorevole doveva agire, e ha fatto bene ad agire. Ma dire che l'input non è politico vuol dire disconoscere il ruolo e la funzione che i prefetti hanno avuto nella storia d'Italia dall'Unità a oggi. Memorabile è la denunzia di Salvemini contro l'uso improprio dei prefetti da parte di Giolitti, "il ministro della mala vita", com'ebbe a definirlo. Per non parlare del ruolo dei prefetti in epoca fascista o in molti anni dell'Italia repubblicana tanto da provocare addirittura la richiesta dell'abolizione delle prefetture.
La prefettura è un organo periferico del ministero dell'Interno e perciò il prefetto ha un ruolo eminentemente politico, che non vuol dire partitico, ma politico nel senso più alto del termine. C'è solo da appurare se è stata un'iniziativa autonoma o se sia stata sollecitata. Il pubblico ministero, da parte sua, ha incentrato tutta l'accusa sostenendo la tesi che Lucano ha messo in piedi quel sistema d'accoglienza perché voleva creare uno strumento clientelare basato sullo scambio di posti di lavoro per ricavarne un vantaggio elettorale, e a conferma di questo suo assunto ha richiesto al tribunale l'acquisizione di un articolo di giornale che annunciava la candidatura di Lucano alle prossime elezioni, richiesta giustamente respinta dal presidente. Il modello Riace di accoglienza verso i migranti non nasce dal nulla, nasce da una capacità antica dei calabresi, di accogliere gli stranieri, quelli che vengono da altri mondi o da altre regioni d'Italia. Lucano è figlio di questa storia antica, e si può capire quello che ha fatto solo se lo si inquadra in questo contesto.
Il modello Riace - La cosa che colpisce nella richiesta del pm è che si ritiene illegittima la condotta del sindaco perché finalizzata al consenso elettorale, come se accrescere il consenso fosse disdicevole o, peggio, un reato. Si scontrano due visioni. Da una parte quella di un magistrato che legge con la rigidità degli articoli del codice penale condotte che sono politiche e che non debbono cadere sotto l'imperio della magistratura.
Dare lavoro ai giovani di Riace e aiutare i migranti può essere censurabile dai riacesi - e lo hanno fatto non votando la lista sostenuta da Lucano alle ultime elezioni comunali - ma non può essere censurabile in alcun modo da un pm. L'accusa a Lucano è di "aver costruito il welfare dei riacesi. La continua disponibilità alla ricezione dei migranti è l'economia associata all'accoglienza". E allora non li può allontanare "per un'immagine pubblica che si è creato, e soprattutto perché deve tenere in piedi un sistema che fa lavorare i riacesi. I quali stanno zitti".
Queste - mi perdoni il pm - sono tutte accuse politiche e ideologiche che può legittimamente fare da cittadino della Repubblica italiana ma che non possono essere avanzate nell'aula di tribunale vestendo la toga. Tra politica e magistratura non ci può essere un'invasione di campo, o un'intromissione, né da una parte né dall'altra. È questo il cuore del problema dell'accanimento della pubblica accusa. Non è la prima volta che ciò accade. Ma in questa, come in altre vicende che hanno devastato la politica regionale, c'è una responsabilità della politica che ha delegato alla magistratura la definizione dell'onorabilità degli amministratori o iscritti accusati e che non ha saputo difendere i propri rappresentanti quando sapeva essere innocenti (e ovviamente ha fatto bene a non difendere gli indifendibili). La delega, come sappiamo, c'è stata anche in tema di lotta alla 'ndrangheta, ed è stato un male per la politica e la magistratura. C'è in arrivo in libreria, edito da Rubbettino, un libro di Danilo Chirico, Storia dell'anti 'ndrangheta, che dimostra come sia stata la politica a fare la lotta alla 'ndrangheta mentre la magistratura ha girato la testa dall'altra parte e come questo rapporto si sia invertito negli ultimi anni. Forse è arrivato il momento di riequilibrare i rapporti e di tornare al rispetto dei rispettivi ruoli sanciti dalla Costituzione.
La Repubblica, 22 maggio 2021
Altri 40 sono ancora detenuti. Saifullah Paracha, 73 anni, è nel supercarcere dal 2004 senza essere stato mai processato. Scarcerato, dopo 19 anni, anche un cittadino yemenita, anche lui senza accuse formali. Le autorità degli Stati Uniti hanno approvato il rilascio del prigioniero più anziano del carcere di massima sicurezza a Guantánamo. Si tratta di Saifullah Paracha, 73 anni, detenuto dal 2004, senza mai essere stato processato per rispondere ad accuse precise.
La pratica della detenzione senza accuse né processo. Paracha, che in passato ha vissuto a New York, era un ricco uomo d'affari del Pakistan prima di essere catturato in Tailandia nel 2003. L'uomo, tra le altre cose, soffre di cuore e di diabete. Oltre a lui è stata approvata anche la scarcerazione di Uthman Abd al-Rahim Uthman, yemenita, detenuto a Guantánamo dal 2002 (anno dell'apertura del supercarcere) e senza che - anche per lui - sia mai stata formalizzata alcuna accusa. Attualmente il carcere ospita 40 detenuti contro i 700 del 2003, quando si raggiunse il picco. Come l'ex presidente Barack Obama anche Joe Biden vuole chiudere Guantánamo.
Le sistematiche violazioni della Convenzione di Ginevra. La struttura detentiva statunitense di massima sicurezza si trova nella base navale USA, sull'isola di Cuba. Il campo è noto all'opinione pubblica mondiale per via delle sistematiche violazioni delle Convenzioni di Ginevra riguardo ai prigionieri di guerra, quali detenzioni a tempo indefinito senza previo processo e torture su prigionieri ritenuti connessi al terrorismo di matrice islamica. L'area di detenzione era inizialmente composta da tre campi: il Camp Delta (che include il "Camp Echo"), il Camp Iguana e il "Camp X-Ray" (al quale è ispirato l'omonimo film); quest'ultimo è stato chiuso il 29 aprile 2002.
Nel 2021 la prigione "festeggia" il suo 20° compleanno. In occasione dell'ingresso nel ventesimo anno di operatività, con un nuovo presidente alla Casa Bianca, Amnesty International all'inizio dell'anno ha diffuso un nuovo rapporto sulle violazioni dei diritti umani ancora in corso nel centro di detenzione di Guantánamo Bay. "Il nostro rapporto - aveva detto Daphne Eviatar, direttrice del programma sicurezza e diritti umani di Amnesty - Usa - non riguarda solo le 40 persone ancora detenute, ma anche i crimini di diritto internazionale commessi a Guantánamo negli ultimi 19 anni e la continua mancanza di accertamento delle responsabilità. Riguarda allo stesso tempo il futuro, dato che nel 2021 saranno trascorsi 20 anni dagli attacchi dell'11 settembre e dall'inizio della ricerca di una giustizia autentica".
Le profanazioni descritte nel rapporto. Il rapporto descrive tutta una serie di violazioni dei diritti umani commesse ai danni dei detenuti di Guantánamo, dove ancora oggi vittime di tortura sono trattenute a tempo indeterminate, senza cure mediche adeguate e in assenza di un processo equo. I trasferimenti si sono fermati e anche i detenuti per i quali è stato deciso il rilascio anni fa restano lì. Il centro di detenzione di Guantánamo è stato aperto nel contesto della "guerra globale al terrore", la risposta statunitense agli attacchi dell'11 settembre, con l'obiettivo di ottenere informazioni d'intelligence a spese delle tutele sui diritti umani.
Torture e sparizioni forzate. Nei confronti di persone sottratte alla supervisione giudiziaria e trattenute a Guantánamo o in centri segreti di detenzione diretti dalla Central intelligence agency (Cia), sono stati commessi crimini di diritto internazionale come torture e sparizioni forzate. Il rapporto di Amnesty International ha chiesto un urgente e autentico impegno in favore della verità, dell'accertamento delle responsabilità e dei rimedi giudiziari assieme al riconoscimento che la detenzione a tempo indeterminate a Guantánamo non può proseguire oltre.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 22 maggio 2021
La scorsa settimana nell'America meridionale e nell'Asia meridionale sono morte oltre 60.000 persone, il 70 per cento del totale dei decessi da Covid-19 in quel periodo. Le scorte di ossigeno scarseggiano e i sistemi sanitari di quelle due regioni sono prossimi al collasso. In Pakistan, solo una persona su 75 è stata vaccinata mentre negli Usa una persona su due ha ricevuto almeno la prima dose.
Questi dati sono certamente noti ai leader che oggi parteciperanno al Summit globale della salute. Così come nota, perché è argomento di cui si sta discutendo molto, è la soluzione per uscire presto e soprattutto tutti insieme dalla pandemia: una deroga ai diritti di proprietà intellettuale per poter aumentare la produzione dei vaccini.
La bozza di dichiarazione che dovrebbe essere approvata dal Summit, chiamata "Dichiarazione di Roma", non contiene purtroppo alcun riferimento alla proposta avanzata mesi fa da India e Sudafrica, sostenuta da un centinaio di paesi in via di sviluppo e, da poco, anche dagli Usa.
Germania, Australia, Regno Unito e vari stati membri dell'Unione europea hanno una posizione contraria (anche se ieri il Parlamento europeo si è espresso a favore), come se di fronte alla morte quotidiana di migliaia di persone, i profitti delle aziende farmaceutiche dovessero considerarsi ancora prioritari rispetto alle vite delle persone. Se le cose non cambieranno, gli stati meno sviluppati non riceveranno dosi tali da assicurare un'adeguata copertura vaccinale almeno fino al 2023. Pertanto, milioni di persone continueranno a morire senza le medicine e le cure mediche necessarie.
Se, invece, le aziende farmaceutiche daranno seguito alla loro responsabilità in materia di diritti umani, smetteranno di contrastare i tentativi di aumentare l'accesso ai vaccini e inizieranno a condividere le loro tecnologie e conoscenze, molti più vaccini saranno prodotti e a un costo più basso. Purtroppo, finora nessuna azienda ha accettato di condividere brevetti e conoscenze attraverso l'Organizzazione mondiale della sanità. L'alibi, alquanto discriminatorio, è che gli stati in via di sviluppo non sarebbero in grado di produrre vaccini equivalenti sicuri e di buona qualità.
di Alessandro Fallarino
ottopagine.it, 22 maggio 2021
Il 98 per cento del personale che lavora all'interno degli istituti di pensa sanniti vaccinato al pari dell'80 per cento dei detenuti. Numeri importanti quelli che emergono anche oggi dal prospetto dell'aSl sul fronte dell'immunizzazione. Due le parole d'ordine che regnano ormai da settimane in provincia di Benevento: prevenzione e vaccinazioni a quante più persone possibili come ha più volte rimarcato il direttore generale dell'Asl di Benevento, Gennaro Volpe.
"Serve uno sforzo congiunto tra enti ed istituzioni. Uno sforzo che è arrivato puntuale ormai mesi fa e che continua ad essere in campo". Una sinergia vincente che, almeno in provincia di Benevento sta facendo moltiplicare le iniziative, gli open day ed ha consentito la creazione di numerosi maxi hub vaccinali che giorno dopo giorno iniettano migliaia di dosi di vaccino contro il coronavirus.
Superata infatti la quota del 40 per cento di almeno una dose per i residenti nel Sannio, ora si punta in alto e si spera che nelle prossime ore i vaccini continuino ad arrivare in maniera regolare. Tornando ai numeri delle vaccinazioni somministrate agli agenti della Polizia penitenziaria, agli impiegati e dirigenti del ministero in servizio presso la casa circondariale di Benevento ed il carcere minorile di Airola, il dottore Volpe è ampiamente soddisfatto per i numeri raggiunti e per il particolare che nessuno abbia rifiutato il vaccino. Ora si punta alla completa immunizzazione di detenuti e agenti.
redattoresociale.it, 21 maggio 2021
Grazie alle maggiori risorse destinate negli ultimi anni, il numero dei detenuti alle dipendenze dell'Amministrazione penitenziaria è aumentato. Meno bene è andata per i detenuti alle dipendenze di datori di lavoro esterni, a causa della pandemia da Covid-19.
Cresce il lavoro in carcere. A dare le dimensioni di questo incremento è la Relazione al Parlamento relativa allo svolgimento da parte di detenuti di attività lavorative o corsi di formazione professionale per qualifiche richieste da esigenze territoriali (Legge 22.06.2000 n. 193 art. 5 comma 3) con dati riferiti al 2020.
di Marco Belli
gnewsonline.it, 21 maggio 2021
Si rafforza, anche sotto il profilo operativo, il programma di cooperazione internazionale per il reinserimento sociale dei detenuti di Città del Messico basato sul modello italiano "Mi riscatto per...". Gli ottimi risultati ottenuti fin qui hanno infatti convinto Italia, Governo di Città del Messico e Ufficio delle Nazioni Unite per la lotta alla droga e al crimine - Unodc ad intensificare l'intesa e le attività di collaborazione.
di Liana Milella
La Repubblica, 21 maggio 2021
Salta il voto sulla separazione delle carriere in commissione Affari costituzionali, ma Costa di Azione riproporrà l'emendamento in Aula. La Lega rilancia sui referendum ma dice che "non c'è scontro con la ministra". È senza fine la querelle sul futuro della prescrizione. E su questo, e altro, mercoledì prossimo, di buon mattino, si terrà - come ha appreso Repubblica - l'incontro tra la Guardasigilli Marta Cartabia e il M5S. Chiesto da Giuseppe Conte e Alfonso Bonafede per discutere in prima battuta della prescrizione, ma non solo. Sul piatto - in questo vertice bilaterale cui parteciperanno i capigruppo di Camera e Senato e chi, nel partito, si occupa di giustizia - M5S è intenzionato a mettere tutte le questioni che non lo convincono in vista della riforma del processo penale.
di Gerardo Mazziotti
Il Roma, 21 maggio 2021
"Le pene non possono costituire trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Lo stabilisce il secondo comma dell'art 27 della nostra Costituzione. L'ergastolo è previsto dal Codice Penale, voluto dal ministro di Grazia e Giustizia Rocco e dal Capo del governo Mussolini nel 1936 e ancora vigente (con alcune opportune modifiche) perché nessun governo è stato capace di sostituirlo con un Codice rispettoso della Costituzione repubblicana. L'ergastolo "ostativo", che nega al detenuto ogni beneficio penitenziario, a meno che non sia un collaboratore di giustizia, "è in contrasto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione e con l'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo".
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