di Lorenzo Bini Smaghi
Corriere della Sera, 10 aprile 2021
A partire dagli acquisti, i paesi europei non hanno deciso in base ad analisi razionali di costi e benefici, ma cercando di minimizzare le responsabilità e i rischi di critica. Come ha ricordato Paul Krugman sul New York Times qualche giorno fa, la politica europea continua a commettere una serie di errori nella conduzione della campagna vaccinale.
Il "disastro" - per usare le parole del premio Nobel americano - deriva non solo da una eccessiva avversione al rischio ma soprattutto dall'avversione ai rischi sbagliati. Il rimprovero che viene fatto ai paesi europei è quello di non decidere in base ad una analisi razionale dei costi e dei benefici delle diverse alternative, ma piuttosto cercando di minimizzare le responsabilità e i rischi di essere criticati. Le decisioni vengono spesso prese sull'onda dell'emotività. Questo spiega molti errori commessi.
Il primo errore risale ad un anno fa, quando i governi dei paesi europei decisero di delegare il negoziato con le case farmaceutiche a funzionari europei, senza tuttavia dare loro un budget adeguato né il mandato di prenotare il numero massimo di vaccini da consegnare nel più breve tempo possibile, costi quel che costi. Non ci si può poi sorprendere se i paesi europei sono finiti in fondo alla lista delle prenotazioni, dato che l'obiettivo era quello di spendere il meno possibile. È stato poi facile dare la colpa all'Europa. Solo Angela Merkel ha avuto il coraggio di ricordare che i contratti con le case farmaceutiche "sono stati firmati dagli stati membri, non da qualche stupido burocrate".
Gli errori sono proseguiti, a campagna vaccinale avviata, quando sono emersi alcuni effetti collaterali, provocati in particolare dal vaccino Astra Zenica. A metà marzo vari paesi europei, seguiti da altri, decisero di sospendere in via precauzionale l'iniezione del vaccino. Erano stati segnalati 30 "eventi tromboembolici" su circa 5 milioni di vaccinazioni. Ciò significa che chi era stato vaccinato aveva una probabilità pari allo 0,0006% di subire effetti collaterali. Si è così deciso di sospendere un vaccino perché sicuro "solo" al 99,9984%.
Non si è invece considerato che ritardare la vaccinazione di 3 giorni, per circa 150 mila persone, comportava un rischio ben maggiore, in termini di probabilità di contagio, di ricovero e forse di morte. In sintesi, sebbene i rischi di una mancata vaccinazione fossero ben maggiori della vaccinazione stessa, come hanno confermato tutte le istanze tecniche, le autorità politiche europee decisero di sospenderla. La motivazione principale era che l'avevano fatto anche altri paesi.
Gli errori sono continuati dopo le ultime evidenze riguardo agli effetti dei vaccini su alcuni "rari" casi di trombosi celebrali. L'istituto di ricerca tedesco Paul Ehrlich ha identificato 31 casi di coagulazione, di cui 9 decessi, su 2,7 milioni di iniezioni. Ciò significa una probabilità di morte dello 0,0003%. In Francia sono stati identificati 9 casi con 4 decessi su 1,9 milioni di dosi (0,0002%).
Il 7 Aprile l'EMA ha confermato, sulla base di un campione ancor più ampio, che la probabilità di morire per trombosi cerebrale dopo l'iniezione di un vaccino era molto bassa, statisticamente non diversa dallo zero con una soglia di significatività del 99%. È peraltro inferiore a quella di altri eventi rari, come quello di essere colpito da un fulmine.
I dati inglesi, presi sul campione più ampio di vaccinati, mostrano che il rischio di subire danni seri per una persona di età compresa tra 60 e 69 anni è pari allo 0,0002%, non significativamente diverso rispetto alla fascia di 50-59 anni (0,0005%) o di 30-39 anni (0,0008%), ed è comunque sempre inferiore al rischio di non vaccinarsi. Ciò nonostante, i governi di vari paesi europei hanno introdotto delle restrizioni alla somministrazione del vaccino in base all'età, diverse per paesi, spesso senza riuscire a spiegarne le motivazioni. Hanno contribuito alla confusione i molti esperti che quotidianamente esprimono i loro pareri senza riferimento a dati o a valutazioni scientifiche.
Non sarà possibile vincere la battaglia contro il virus senza una operazione verità. Tale operazione, che deve essere svolta direttamente dalle istituzioni politiche, consiste nello spiegare in modo semplice ai cittadini i dati, mettendosi nei loro panni e cercando di venire incontro alle loro preoccupazioni, senza scaricare su altri la responsabilità delle decisioni prese. Integrare il Comitato tecnico scientifico con un paio di statistici, di psicologi e di tecnici della comunicazione sarebbe un primo passo nella giusta direzione.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 10 aprile 2021
Nella struttura governativa di Al-Mabani le guardie sparano nelle celle. "L'utilizzo sistematico della violenza è la modalità di gestione del centro", racconta un'operatrice di Medici Senza Frontiere.
Un uomo ucciso e due ragazzi di 17 e 18 anni feriti dai colpi di pistola esplosi contro i migranti rinchiusi nel centro di detenzione libico di Al-Mabani, a Tripoli. È accaduto all'alba di giovedì 8 aprile e il bilancio sarebbe potuto essere ancora più grave perché le guardie hanno "aperto il fuoco indiscriminatamente all'interno delle celle". Lo ha denunciato ieri l'Ong Medici Senza Frontiere (Msf). Solo poche ore prima del gravissimo episodio il premier Mario Draghi, in visita nella capitale nordafricana per incontrare l'omologo Abdulhamid Dabaiba, aveva ringraziato i libici per i "salvataggi" dei migranti. Una parola impropria per definire le operazioni di cattura condotte dalla cosiddetta "guardia costiera" di Tripoli a bordo delle motovedette regalate dall'Italia.
Probabilmente anche il morto e i feriti erano finiti nel centro di prigionia a seguito di un'operazione di questo tipo. Al-Mabani, infatti, è stato aperto a gennaio scorso. Fino a inizio febbraio rinchiudeva 300 persone, aumentate vertiginosamente a seguito delle numerose intercettazioni condotte in mare nella prima metà di quel mese e poi a marzo. "In pochi giorni i detenuti sono diventati mille e al momento sono 1.500. Con i numeri sono cresciute anche le tensioni", scrive Msf. Due le dinamiche concorrenti: l'aumento dei migranti catturati nel Mediterraneo (6.071 nei primi tre mesi del 2021 contro gli 11.891 di tutto il 2020 - dati Oim); una diversa modalità di gestione dei successivi sbarchi in porto.
Per la legge libica l'ingresso e anche l'uscita "illegale" dal territorio nazionale sono considerati reato, per cui la maggior parte dei migranti sono arrestati una volta ricondotti a terra. Lo scorso anno, però, solo una parte veniva trasferita nei centri di detenzione ufficiali (alcune stime parlano di un 30%) mentre gli altri finivano verosimilmente nelle strutture in mano ai trafficanti, luoghi di cui si ha notizia solo attraverso i racconti dell'orrore di chi riesce ad arrivare in Europa. Da febbraio scorso, invece, le organizzazioni umanitarie presenti sul posto registrano un'inversione di tendenza: circa il 90% delle persone intercettate in mare sono portate nei centri di reclusione governativi. Così se al 31 gennaio l'Oim vi registrava 1.186 presenze, in due mesi il totale è schizzato a quasi 4mila.
Ieri l'ex ministro dell'Interno Marco Minniti (Pd), ora presidente della neonata fondazione di Leonardo "Med-Or" (per il Mediterraneo allargato fino al Sahara e il Medio ed Estremo Oriente), ha definito sulle pagine del quotidiano La Repubblica queste strutture detentive come "centri di accoglienza". "Ad Al-Mabani non c'è acqua potabile - racconta Bianca Benvenuti, operatrice Msf appena rientrata in Italia da una missione in Libia - L'approvvigionamento è garantito solo da Unhcr, Oim ed Msf. Le celle non hanno finestre. Le persone sopravvivono al buio e senza ventilazione. In poche settimane i reclusi in ognuno di questi stanzoni sono passati da 70 a 100 e poi fino a 400. Si lamentano con i nostri operatori perché non hanno spazio per stendersi, devono trascorrere la maggior parte del tempo in ginocchio".
Ovviamente in simili condizioni è impossibile garantire misure di distanziamento per prevenire la diffusione del Covid-19 e di altre malattie come la scabbia o la tubercolosi. La gran parte della popolazione detenuta è composta da uomini, ma gli operatori Msf hanno incontrato anche donne con bambini piccoli, famiglie, minori non accompagnati e disabili. L'omicidio e i due ferimenti dell'altro giorno non sono avvenuti per caso. "L'utilizzo sistematico della violenza è la modalità di gestione del centro", continua Benvenuti.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 10 aprile 2021
Viaggio nel Paese in cui dissentire è criminale. Lo studente gay arrestato quattro volte. Le attiviste del centro anti-violenza: "Le donne ci chiamano: ora è legale picchiarci?". Havin Ozcam ha 20 anni e tanta paura. È stato arrestato quattro volte negli ultimi tre mesi, l'ultima dieci giorni fa, ed ha ricevuto minacce di morte sui social da quando, lo scorso gennaio, ha preso parte alle manifestazioni contro la nomina del rettore dell'Università del Bosforo ad Istanbul, scelto direttamente dal presidente Erdogan. Ci aspetta in un angolo di Istiklal Caddesi, il famoso viale nel quartiere di Beyoğlu che sfocia in Piazza Taksim. Sopra la mascherina arcobaleno, due occhi dolci, un po' spauriti. Si guarda intorno mentre ci conduce nella sede dell'Halkların Demokratik Kongresi, una rete sindacale vicina il partito filocurdo Hdp: "Qui mi sento al sicuro, ormai vivo come una persona braccata, oggi il mio obiettivo è non essere ucciso, per questo voglio lasciare il Paese".
Havin è nato a Denizli, una piccola città dell'Anatolia, da una famiglia curda con cui ha rotto i rapporti: "Mia madre è arrivata a puntarmi contro un coltello perché ero gay, mio fratello mi ha picchiato e per mio padre non esisto più. Se loro mi avessero appoggiato oggi sarei molto più forte". Arrivato a Istanbul per studiare economia, è accusato di incitamento alla sedizione e gli è stato confiscato il passaporto. "La polizia ci ha localizzato attraverso il mio account twitter @Havinlgbt, alle sei di mattina gli agenti hanno fatto irruzione in casa, ci hanno ammanettati dietro la schiena e ci hanno picchiati. Le cose che mi hanno detto non me le scorderò mai - spiega muovendo le mani nervosamente - ci hanno minacciato di stupro, un poliziotto ci canzonava "come lo vuoi il manganello bagnato o asciutto?". Volevo piangere ma non potevo". Ora il suo sogno è raggiungere un Paese accogliente: "Il Canada, l'Olanda o la Francia ma un giorno tornerò in patria, quando ci sarà la libertà".
Ma se c'è chi pensa di partire, c'è anche chi resta nonostante il clima sempre più soffocante che avvolge la Turchia in tema di diritti umani. A pochi passi da Gezi Park, dove nel 2013 si accese una delle proteste più potenti contro il governo di Erdogan, c'è la sede di Mor Çatı, una ong che da 30 anni si batte per i diritti delle donne offrendo loro una casa rifugio, l'unica non governativa in Turchia, e un centro di solidarietà che aiuta centinaia di turche ogni anno. Qui l'uscita dalla Convenzione di Istanbul, decisa da Erdogan lo scorso 20 marzo, è stata sentita come un colpo letale: "La Convenzione era la nostra rete di sicurezza nella lotta alla violenza contro le donne. Lo Stato, firmandola, si era impegnato ad agire - dice Elif Ege, 33 anni, che lavora a Mor Çatı dal 2019 - e noi potevamo reclamare la sua applicazione. Ora la difesa delle donne aggredite è più difficile. È come se avessero aperto la porta agli abusi". Selime Buyukgoze, 46 anni, fa volontariato nella fondazionale dal 2011: "Quando Erdogan ha firmato il decreto abbiamo ricevuto tantissime telefonate di donne che ci chiedevano: "Quindi ora è legale picchiarci?". E abbiamo sentito dei poliziotti dire che non avevamo più appigli legali. Questa decisione ha rotto gli argini della violenza".
Lo sa bene Pelin Bu, una studentessa di 23 anni, che il 10 marzo è stata arrestata per aver partecipato alla marcia femminista dell'8 marzo a Istanbul. "Mi hanno incriminato, insieme ad altre 17 donne, per aver gridato "Corri Erdogan corri le donne stanno arrivando" e "Chi non salta è Tayyip". Slogan che sono stati usati nelle manifestazioni per anni ma che ora vengono considerati un insulto al presidente della repubblica. Io ero nello striscione che guidava il corteo, avevamo le mascherine ma sono riusciti lo stesso a riconoscerci. Hanno deciso che chi saltava era colpevole".
Femminista e deputata del partito filocurdo Hdp, Filiz Kerestecioglu è nella lista dei politici per cui la procura generale della Cassazione ha chiesto l'interdizione dall'attività politica per cinque anni. Un procedimento che, ora, ha subito una battuta d'arresto per vizi procedurali. Lei, 60 anni, giacchetta rosa, capelli ricci e un'aria combattiva, non sembra spaventata. "È dal 2015 che criminalizzano l'Hdp, hanno destituito i nostri sindaci, messo in galera in nostri leader, ora vogliono dissolvere il partito. Perseguono giornalisti, avvocati, chiunque dissenta. Ci chiamano terroristi ma noi non ci arrenderemo. Non ci possono togliere la speranza". Avvocata, co-autrice del documentario "Le donne esistono" di cui ha scritto anche la musica, Kerestecioglu prepara la battaglia in Parlamento sulla Convenzione di Istanbul: "Erdogan non poteva decidere di uscire dal trattato, è la Grande Assemblea Nazionale che deve votare un atto del genere. Sono anni che noi donne combattiamo, continueremo a lottare e loro lo sanno".
di Daniele Mastrogiacomo
La Repubblica, 10 aprile 2021
L'ex presidente brasiliano in un'intervista al TG2 ripercorre gli anni della permanenza nel suo Paese del terrorista dei Proletari armati per il comunismo. E annuncia che vuole candidarsi alle elezioni del 2022. "Su Cesare Battisti ho sbagliato. Gli ho creduto, aveva torto. Era colpevole". Lo dice Luis Inácio Lula da Silva con la schiettezza che lo distingue nel corso di un'intervista che ha concesso al Tg2 Post. Il fondatore del PT è chiaramente amareggiato da una vicenda che ha sorpreso molti.
Cesare Battisti, ex terrorista dei Proletari Armati per il Comunismo e con il tempo diventato un noto scrittore, soprattutto in Francia, per i suoi libri noir, ha sempre sostenuto la sua innocenza fino al 2019. Arrestato per fatti legati alla lotta armata che scandì gli anni '70 del secolo scorso in Italia, l'ex militante riuscì a evadere dal carcere di Frosinone nel 1980 dopo essere stato condannato a 12 anni. Fuggì in Francia, poi in Messico, Brasile e di nuovo in Francia dove restò a lungo come rifugiato approfittando della dottrina Mitterrand che negava l'estradizione per motivi politici. La sua lunga latitanza si è conclusa il 12 gennaio del 2019 a Santa Cruz de la Sierra, in Bolivia, dove è arrestato dagli agenti del piccolo Paese sudamericano e consegnato agli uomini dell'Antiterrorismo italiani giunti sul posto. Viene trasferito due giorni dopo a Fiumicino e rinchiuso poi direttamente nel carcere di Oristano. Deve scontare l'ergastolo, commutato in 30 anni di carcere, per due omicidi commessi personalmente e altri due a cui partecipò in modo in diretto. La cancellazione del carcere a vita è stata la condizione posta dal Brasile, dove aveva ottenuto la cittadinanza, per concedere la sua estradizione.
Fu proprio Lula, nel 2010, a decidere il futuro di Battisti. Il suo caso era davanti al plenum del Tribunale Superiore Federale del Brasile per discutere della richiesta di estradizione arrivata dall'Italia. I giudici brasiliani si divisero e affidarono a Lula le sorti del ricercato italiano. L'allora presidente, in virtù del suo potere, firmò la sentenza che respingeva la richiesta e gli concesse il diritto di asilo" che significava la "residenza permanente". Un errore, che Lula adesso riconosce chiedendo "scusa a tutti gli italiani".
Del resto, sostenuto da una forte campagna stampa e da un vasto movimento di opinione che sosteneva la sua innocenza, Cesare Battisti è a lungo riuscito a sfuggire alle sue responsabilità e a ingannare per più di 30 anni gli intellettuali, i politici, gli scrittori che lo proteggevano. Ma è stato lui stesso, una volta chiuso in cella in Italia, nel 2019, ad ammettere davanti ai giudici che i fatti di cui era accusato erano veri. Un'ammissione che è apparsa subito strumentale: collaborando, puntava a una riduzione di pena.
Nella stessa intervista, il padre della sinistra brasiliana conferma di volersi candidare alle elezioni presidenziali del 2022. "Se sarò in salute e se i partiti progressisti lo riterranno, mi ricandiderò", ha annunciato. Lo aveva già accennato all'inizio di marzo quando la condanna a 12 anni di carcere per corruzione passiva e riciclaggio di denaro è stata cancellata. Lula è uscito pulito da tutte le inchieste che lo riguardano. Il giudice Sergio Moro è stato accusato di parzialità nel processo perché aveva pesantemente interferito nelle indagini suggerendo i pubblici ministeri come e dove trovare le prove a sostegno dell'accusa. Una grave violazione al suo ruolo super partes che ha viziato l'esito del dibattimento e la stessa condanna.
Il leader del Pt ha definito "genocida" il presidente Bolsonaro ricordando che "chi è venuto dopo di me non ha fatto ciò che doveva fare". L'esponente dell'estrema destra è considerato da Lula un "irresponsabile" per come gestisce la pandemia: "Quattro mila morti al giorno sono un numero inaccettabile", ha concluso.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 aprile 2021
Padova e Reggio Emilia i casi più critici, ma il sovraffollamento incide anche negli altri istituti. E a Catanzaro ieri si è registrato un altro morto. Continua a crescere il numero dei contagi all'interno delle carceri e i focolai Covid si estendono.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 9 aprile 2021
La denuncia del Consiglio d'Europa. Maglia nera anche per il numero di reclusi in violazione delle leggi sulla droga. Chissà se Matteo Salvini, che non ha mai voluto la Turchia dentro l'Unione europea per salvaguardare - a suo dire - le radici culturali del vecchio continente, potrà ritenersi soddisfatto dal fatto che ormai l'Italia, dal punto di vista della detenzione carceraria (dunque del livello di civiltà), è più vicina al Paese di Erdogan che all'Austria o alla Danimarca. Parliamo di sovraffollamento, in particolare: a fronte del record turco di un tasso pari al 127,4% (numero di reclusi ogni 100 posti letto) e con una media di 11 detenuti per cella, l'Italia segue a ruota con il suo 120,3%. Tutti gli altri vengono dopo. A rivelarlo è il rapporto annuale "Space" del Consiglio d'Europa dedicato alla situazione delle carceri dei Paesi che aderiscono all'organizzazione europea che monitora i diritti umani.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 aprile 2021
L'Italia, messa a confronto con i soli Paesi membri dell'Unione europea risulta avere le carceri più sovraffollate: 120,3 detenuti per ogni 100 posti, con una media di 1,9 persone per cella. Non solo, messa a confronto con tutti gli Stati membri del Consiglio d'Europa, risulta ai primi posti con il più alto numero di detenuti in attesa di giudizio. Ma andiamo con ordine. Il Consiglio d'Europa ha appena reso pubblico il rapporto "Space 1" curato dal professore Marcelo Aebi e la professoressa Tiago Melanie. Parliamo di un rapporto annuale che il Consiglio d'Europa predispone e diffonde da alcuni decenni per fornire ai Paesi membri una utilissima fonte di dati comparativi relativi ai diversi sistemi penali e penitenziari.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 9 aprile 2021
Dal 1991 al 2020 circa 30mila persone in Italia sono state indennizzate dallo Stato dopo essere state vittime di ingiusta detenzione o errore giudiziario, per una spesa complessiva di oltre 870 milioni di euro (una media di 29 milioni l'anno).
Nel 2020, nonostante l'attività giudiziaria sia stata rallentata dalla pandemia, lo stato italiano ha dovuto indennizzare 766 persone, per una spesa di 46 milioni di euro. A fornire i dati aggiornati sulle vittime di ingiusta detenzione (cioè coloro che subiscono una custodia cautelare in carcere o agli arresti domiciliari, salvo poi essere assolti) e di errori giudiziari (cioè coloro che, dopo essere stati condannati con sentenza definitiva, vengono assolti in seguito a un processo di revisione) è l'associazione "Errori giudiziari", che da decenni approfondisce il fenomeno degli innocenti in manette nel nostro Paese (alcuni dati sono stati anticipati ieri da Repubblica).
I distretti giudiziari con il maggior numero di casi di innocenti risarciti nel 2020 sono Napoli (con 101 casi), Reggio Calabria (99 casi) e Roma (77 casi). Il record di spesa per indennizzi nel 2020 è invece detenuto dai distretti di Reggio Calabria (con una spesa di circa otto milioni di euro), Catanzaro (quattro milioni e mezzo di euro) e Palermo (quattro milioni e quattrocentomila euro). È sulla base di questi numeri impietosi che Enrico Costa, deputato e responsabile giustizia di Azione, ha presentato una proposta di legge per sottoporre a procedimento disciplinare i magistrati responsabili di aver messo in carcere degli innocenti.
I numeri, per quanto già di per sé drammatici, non riescono a fotografare a pieno il fenomeno degli innocenti in manette nel nostro Paese. Sono decine, se non centinaia, ogni anno i casi di persone ingiustamente detenute che rinunciano a presentare domanda di indennizzo perché non possono permettersi di affrontare ulteriori spese legali, o perché scoraggiate dalle misere somme previste dalla legge in caso di accoglimento della domanda di risarcimento (235,82 euro per ogni giorno di carcere e 117,50 euro per ogni giorno di arresti domiciliari).
Insomma, il problema dei cittadini incarcerati ingiustamente, purtroppo, è più grave di quel che sembra e di quanto i numeri sugli indennizzi riescano a raccontare. Un dato, comunque, salta all'occhio: i distretti giudiziari con i più alti importi in risarcimenti per ingiusta detenzione nel 2020 sono Reggio Calabria, Catanzaro e Palermo, cioè alcune tra le città più esposte nella lotta alla criminalità organizzata. Segno evidente che c'è qualcosa che non va nel modo con cui la magistratura agisce contro le illegalità di tipo mafioso.
Troppi cittadini innocenti finiscono coinvolti in inchieste antimafia e incarcerati ingiustamente. I numeri dovrebbero indurre la politica e la magistratura a riflettere sulle cause di questo fenomeno (un uso troppo disinvolto della carcerazione preventiva da parte dei pm?), eppure l'argomento sembra un tabù. Un caso su tutti sembra confermarlo. Come sottolineato da Costa, su base pluriennale Catanzaro è il primo distretto italiano per entità di indennizzi per ingiusta detenzione: soltanto negli ultimi nove anni lo Stato ha versato quasi 51 milioni di euro.
Dal 2016, da quando la guida della procura di Catanzaro è stata affidata a Nicola Gratteri, la situazione non sembra essere cambiata molto. Su queste pagine abbiamo dato notizia, ad esempio, delle decine di misure cautelari annullate nell'ambito della maxi inchiesta contro la 'ndrangheta "Rinascita Scott", lanciata nel dicembre 2019 dalla procura guidata da Gratteri con oltre trecento arresti in tutta Italia.
Nel gennaio 2019, l'allora procuratore generale di Catanzaro Otello Lupacchini lanciò con coraggio un allarme durante la cerimonia di apertura dell'anno giudiziario sui troppi casi di ingiusta detenzione registrati nel distretto giudiziario di Catanzaro. Il richiamo rimase inascoltato. Poi Lupacchini si permise di criticare Gratteri per i modi di conduzione dell'inchiesta "Rinascita Scott": il Csm lo punì trasferendolo a Torino e declassandolo.
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 9 aprile 2021
I dati diffusi da Errorigiudiziari.com. In 30 anni 30mila casi. Costa: "Magistrati non pagano, cambiare legge". La zona grigia delle richieste rifiutate. In carcere, o agli arresti domiciliari, per mesi. A volte per anni. Salvo poi essere dichiarati innocenti al termine del processo. Storie nascoste, spesso non raccontate.
Ma che racchiudono la vita di persone nei confronti delle quali è stata la giustizia a sbagliare. Sono circa mille gli uomini e le donne che ogni anno ottengono il risarcimento dallo Stato italiano perché hanno ingiustamente trascorso del tempo in cella. Perché, dopo essere stati arrestati - a volte molto tempo dopo l'inizio della detenzione - sono stati assolti in via definitiva.
L'associazione Errorigiudiziari.com ogni anno rielabora i dati del ministero dell'Economia, sull'ammontare dei risarcimenti che lo Stato versa a chi ingiustamente è stato in carcere. E, una volta assolto, ha chiesto alla Corte d'Appello competente i danni.
Nel 2020 sono stati spesi per risarcire queste persone quasi 37 milioni di euro. Ai quali si aggiungono 9 milioni di euro erogati per gli errori giudiziari, una cifra che corrisponde al triplo erogato per le stesse ragioni nel 2019. La differenza tra i due casi? Nel primo caso parliamo di persone che sono state sottoposte a una misura cautelare e, successivamente, assolte in via definitiva. Nel secondo, parliamo di persone condannate che poi vengono assolte in seguito alla revisione del processo. Quest'anno il risarcimento è stato riconosciuto a sedici di loro.
La media di soggetti risarciti per ingiusta detenzione è, invece, di circa mille all'anno. Nel 2020, invece, le riparazioni erogate sono state 750. Il dato potrebbe risentire dell'effetto Covid e del rallentamento delle decisioni giudiziarie. La cifra dei risarcimenti liquidati supera comunque di gran lunga la media annuale -di 27.405.915 milioni di euro - calcolata dal 1991 al 2020. La città in cui l'anno scorso sono stati elargiti più fondi per risarcire chi aveva subito un'ingiusta detenzione è Reggio Calabria con quasi 8 milioni. Segue Catanzaro, con circa 4 milioni e mezzo. Al terzo posto c'è Palermo.
Uno sguardo all'ultimo trentennio ci aiuta a capire quanto sia grande il fenomeno. Gli errori giudiziari per i quali è stato riconosciuto il risarcimento sono 207. Di ben altro tenore le cifre dell'ingiusta detenzione: "Dal 1992 al 2020 gli indennizzati sono stati 30.000, con spesa di 870 milioni", ha scritto su Twitter il deputato di Azione Enrico Costa.
Che ha poi aggiunto: "Paga solo lo Stato: chi sbaglia continua indisturbato la sua carriera", ha aggiunto, riferendosi ai pm e ai giudici che, in questo caso, commettono un errore. Il parlamentare ha presentato una proposta di legge che punta a modificare proprio questo aspetto: "La prossima settimana sarà discussa alla Camera la mia proposta di legge che prevede che il provvedimento che riconosce la riparazione per ingiusta detenzione sia trasmesso automaticamente al titolare dell'azione disciplinare per le valutazioni di competenza. Inoltre si introduce una nuova e specifica ipotesi di responsabilità disciplinare per 'chi abbia concorso, per negligenza o superficialità, anche attraverso la richiesta di applicazione della misura della custodia cautelare, all'adozione di provvedimenti di restrizione della libertà personale per i quali sia stata disposta la riparazione per ingiusta detenzione", ha spiegato in una nota. "Questo è un punto fondamentale e non formale: per tali errori finora ha pagato solo lo Stato; il magistrato che sbaglia non ne risponde. Occorre intervenire", ha concluso.
C'è poi un altro aspetto della vicenda, e riguarda l'articolo che disciplina la richiesta del risarcimento per ingiusta detenzione. L'art. 314 del codice di procedura penale dà la possibilità di rivolgersi al giudice per la riparazione del danno. Ma precisa che la riparazione può avvenire "qualora (il soggetto, ndr) non vi abbia dato o concorso a darvi causa per dolo o colpa grave". Spesso però accade che nella definizione di colpa grave il singolo giudice includa condotte che, per chi contesta questa norma, non hanno nulla di colposo.
"Succede molte volte, e consideriamo che secondo alcune stime due richieste su tre vengono rifiutate, che si nega ad esempio il risarcimento all'assolto che, quando era stato arrestato, si è avvalso della facoltà di non rispondere o a chi, pur non avendo commesso reati, aveva rapporti di amicizia con chi, invece, i reati li aveva compiuti", spiega ad HuffPost Giulio Petrilli che, suo malgrado, conosce bene la materia.
Aveva 20 anni quando fu arrestato con l'accusa di banda armata. Erano i primi anni ottanta e quell'accusa, rivelatasi poi infondata, gli è costata sei anni di carcere. In un regime simile all'attuale 41 bis. La sua colpa? Non era certamente da trovare nel codice penale, visto che è stato poi assolto in via definitiva. Ma nelle frequentazioni che aveva in quegli anni. Dopo l'assoluzione, però, non ha ottenuto il risarcimento. Perché secondo le corti che hanno valutato il caso quelle "cattive amicizie" avrebbero in sostanza tratto in inganno il giudice.
Da decenni Petrilli combatte la sua lotta affinché gli assolti siano risarciti a prescindere dalle loro amicizie e, soprattutto, a prescindere dalla condotta che hanno avuto quando si sono trovati per la prima volta di fronte agli inquirenti. "Le persone come me sono invisibili - ci dice ancora - quella legge andrebbe modificata per fare in modo che ogni assolto sia risarcito per il semplice fatto di aver trascorso ingiustamente del tempo in galera".
di Riccardo Polidoro
Il Riformista, 9 aprile 2021
L'attesa per la decisione della Corte Costituzionale sulla legittimità dell'ergastolo ostativo ha indotto i media a occuparsi del cosiddetto "fine pena mai", vigente nel nostro Paese nonostante sia stata abolita la pena di morte e la stessa condanna a vita. L'istituto "estraneo", per chi non lo conoscesse, consente di tenere ristretta in carcere una persona per sempre, senza alcuna speranza che un giorno possa uscire. Unica possibilità è collaborare con la Giustizia, augurandosi che si abbia qualcosa da riferire.
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