di Simona Musco e Valentina Stella
Il Dubbio, 20 maggio 2021
Per l'avvocatura la situazione è "disastrosa". Ma magistrati e legali criticano la scelta di istituire una commissione interministeriale senza essere stati coinvolti. "La situazione della Giustizia al Sud è disastrosa. E siamo molto adirati: abbiamo appreso della costituzione di questa Commissione soltanto a cose fatte, l'avvocatura non è stata interpellata, né sono stati sentiti gli ordini del Meridione. Siamo molto delusi".
È arrabbiato Francesco Greco, consigliere del Cnf, che commenta così la costituzione della commissione interministeriale voluta dai Dicasteri del Sud e della Giustizia, pensata per essere il più possibile al fianco degli uffici giudiziari del Mezzogiorno.
"Avremmo desiderato una maggiore partecipazione - spiega - perché la Giustizia, al Meridione, è completamente allo sbando e le parti in causa non sono state consultate né coinvolte. Siamo completamente abbandonati a noi stessi e i cittadini hanno veramente perduto ogni aspettativa di una giustizia giusta. In questo anno e mezzo di pandemia, in cui l'attività giudiziaria è andata enormemente a rilento, non si è stati capaci di recuperare l'arretrato". Ed è l'arretrato, secondo Greco, il grande assente nella riforma della giustizia attualmente allo studio del governo. "Una Commissione non basta: l'unico sistema per rimettere in piedi questa macchina sgangherata è intervenire sull'organizzazione giudiziaria, sull'attività del giudice", aggiunge, bocciando in partenza l'idea di Marta Cartabia e Mara Carfagna.
Al via i lavori della Commissione - Il primo incontro tra i componenti della squadra voluta dalle due ministre si è svolto ieri. "Il buon funzionamento della giurisdizione passa sempre di più anche da un recupero dei valori di efficienza. Oltre ad essere il garante della legalità delle condotte nell'amministrazione della giustizia, l'Ispettorato intende proporsi come strumento di diffusione delle migliori buone prassi organizzative esistenti sull'intero territorio nazionale. È questo il mandato che la ministra Cartabia mi ha affidato", ha dichiarato nel primo incontro con i suoi collaboratori la neo capo dell'Ispettorato generale del ministero della Giustizia, Maria Rosaria Covelli. Già presidente del Tribunale di Viterbo, sarà lei a guidare la commissione interministeriale. "Il rilancio economico del Paese - ha aggiunto Covelli - passa necessariamente attraverso la massima efficienza soprattutto della giustizia civile, di cui si occuperà la commissione. Ci saranno audizioni e occasioni di confronto, che potranno anche diventare utili elementi di stimolo per successivi interventi.
In questa prospettiva la commissione interministeriale sarà l'occasione per focalizzare le principali criticità collegate al contesto di un'area specifica del Paese, su cui si concentra una parte significativa degli investimenti del Recovery plan e, nel contempo, individuare, diffondere ed elevare a sistema le esperienze virtuose maturate in tutto il Paese, anche in numerose sedi del meridione, mediante scambi orizzontali tra uffici giudiziari". A ribadire che si tratta di una mano tesa agli uffici del Meridione è anche la ministra Carfagna.
Partendo dal fatto che "il colossale investimento del Pnrr sul Mezzogiorno italiano - pari al 40 per cento delle risorse ottenute dall'Europa - richiede l'attivazione di energie speciali sul territorio in tutti i settori e quindi anche negli uffici giudiziari. Il riferimento alle pratiche organizzative migliori terrà ovviamente conto delle singole esperienze positive degli uffici giudiziari del Sud e dei modelli più efficaci da essi espressi. Inoltre, gli approfondimenti effettuati dalla Commissione saranno valorizzati per fornire la dotazione di strutture, beni e risorse umane anche sfruttando i finanziamenti previsti dal Pnrr e dal nuovo ciclo di programmazione".
Lo stato della giustizia civile - Ci siamo chiesti allora quale sia lo stato di salute della giustizia civile nel Paese per area geografica. Lo ammettiamo: reperire dati è compito arduo. Si è costretti a muoversi tra diversi siti, consultare varie fonti, perdersi in tabelle e fogli excel. Forse sarebbe il caso davvero di istituire, come già proposto dall'Unione della Camere Penali e dal deputato di Azione, Enrico Costa, una banca dati della giustizia. Sul sito del ministero, l'ultimo studio organico sulle performance della giustizia civile risale al 2015 e al "Programma Strasburgo 2", coordinato dal dottor Mario Barbuto, allora Capo del Dipartimento dell'Organizzazione Giudiziaria. Riusciamo a fornirvi qualche dato grazie ad un documento dal titolo "L'efficienza giudiziaria dei Tribunali civili in Italia", elaborato dall'ufficio statistico del Csm nel 2019, anche grazie a dati disaggregati di via Arenula. Complessivamente "gli uffici più efficienti sono situati prevalentemente nel Nord Italia (Biella, Bolzano, Ferrara, Gorizia, Ivrea, Novara e Savona) e sono soprattutto Tribunali piccoli o medio-piccoli. Vi sono cinque uffici del Sud Italia (Avezzano, Campobasso, Crotone, Napoli Nord, e Tempio Pausania) e uno del Centro (Livorno)".
Un caso particolare tra i Tribunali efficienti è quello di Napoli Nord, "ufficio collocato nel Sud Italia e di medio-grandi dimensioni in cui, a fronte di un aumento di pendenze ultra triennali tra il 2016 e il 2017, un numero di procedimenti definiti per magistrato non molto alto e un indice di ricambio inferiore all'unità, si rileva la più bassa percentuale di pendenze ultra triennali sicuramente dovuta al fatto di essere un tribunale molto giovane che non ha "avuto il tempo di accumulare arretrato".
Secondo invece il documento "Conoscere l'arretrato della giustizia civile: una necessità in vista delle imminenti scelte politiche" pubblicato su Questione Giustizia e fermo ai dati della Dgstat del Ministero della Giustizia aggiornati all'intero 2019, "a livello nazionale il 51% della pendenza civile è costituita da contenzioso civile, il 20% da esecuzioni civili, il 17% da lavoro e previdenza, il 4% da procedimenti speciali e il 3% da volontaria giurisdizione.
Tali percentuali si differenziano all'interno dei Distretti, la variabilità maggiore è presente nella materia lavoro e previdenza che ha incidenza minima nei Distretti di Trento (4%), Brescia (7%), Milano e Venezia (8%) e massima nei Distretti di Reggio Calabria (36%), Messina (33%), Lecce (30%) e Bari (28%). I sei Distretti con il numero maggiore di cause civili pendenti (Napoli, Roma, Milano, Bari, Catania e Catanzaro) racchiudono la metà della pendenza nazionale".
La protesta dei magistrati - Assodato che ci si concentrerà dunque sul civile, comunque sull'istituzione della Commissione era nate alcune polemiche da parte della magistratura. Gaetano Bono, membro della giunta Anm di Catania, dice al Dubbio: "L'erroneità di fondo del citato decreto interministeriale non sta tanto (e solo) nell'avere focalizzato l'attenzione sulla "organizzazione del settore giustizia nelle aree del Mezzogiorno italiano al fine di verificare eventuali carenze", quanto piuttosto nella miopia di avere adottato un criterio geografico di analisi, piuttosto che un criterio meritocratico che prescindesse dall'ubicazione geografica.
Appare fin troppo scontato ricordare che ci sono tribunali e procure del meridione che eccellono nelle statistiche e nelle best practices, così come ci sono uffici del settentrione che invece sono in grande sofferenza". Questione ribadita anche da un'altra autorevole toga del Sud, secondo cui "servirebbe una ricognizione di tutti gli uffici, a livello nazionale, perché le differenze possono dipendere da fattori diversissimi. Ben venga la Commissione, ma l'idea che le best practice vengano "esportate" nel Mezzogiorno non è corretta".
Il problema di armonizzazione della produttività degli uffici è reale, spiega ancora il magistrato, che preferisce l'anonimato, ma esistono già dei meccanismi: il Csm ha infatti istituito un servizio che riguarda le best practice degli uffici giudiziari, dal quale ciascuno può attingere per migliorare la gestione dell'ufficio. "Una ricognizione generale può aiutare a mettere a sistema tutte le possibili cause: le carenze degli organici, tra personale amministrativo e magistrati, l'organizzazione degli uffici nonché l'edilizia giudiziaria".
di Riccardo Polidoro
Il Riformista, 20 maggio 2021
Apprendiamo che la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, e la ministra per il Sud e la Coesione territoriale, Mara Carfagna, hanno firmato un decreto per la costituzione di una Commissione interministeriale per la giustizia nel Mezzogiorno, composta da vertici di uffici giudiziari del Sud, insieme ad avvocati, professori universitari operanti nel Mezzogiorno e dirigenti ministeriali.
A presiederla sarà il capo dell'Ispettorato generale di Via Arenula che ogni mese riferirà sull'andamento dei lavori ai ministri competenti. Gli esperti - si legge nel comunicato stampa del Ministero - hanno il compito di individuare e valorizzare le best practices esistenti al fine di superare eventuali criticità. Entro il 30 settembre 2021 la Commissione trasmetterà ai Ministri una relazione sull'esito dei lavori.
Le ragioni che hanno indotto la costituzione della Commissione sono una giustizia più efficace ed efficiente per garantire le condizioni di legalità e sicurezza necessarie per lo sviluppo delle aree del Mezzogiorno, in coerenza con le priorità indicate dal Governo nel Piano nazionale di ripresa e resilienza. Dunque, s'inizia con un approccio minimo e limitato, molto lontano, se non contrario, a quell'auspicato intervento strutturale che possa consentire un vero cambio di passo. Si ritiene, evidentemente, che, se è vero che la giustizia è da riformare perché non funziona, i problemi sono soprattutto al Sud. Ma è così solo in minima parte. Le difficoltà sono sull'intero territorio nazionale e i mali della giustizia sono - come dovrebbe essere la legge - uguali per tutti.
I problemi del Meridione sono visibili in ogni settore e sono dovuti a una politica cieca e inefficiente a trazione settentrionale che ha investito al Sud sempre in maniera sbagliata.
Da sempre scontiamo questa differenziazione tra Nord e Sud che non fa altro che evidenziare il taglio netto di un Paese diviso in due: dalla Cassa per il Mezzogiorno ai ministri per il Sud, con buona pace dell'unità d'Italia. Finché la politica continuerà a coniare etichette di questo tipo, il Meridione - considerato ufficialmente figlio di un dio minore rispetto al Settentrione - non si riprenderà mai. Su questa incomprensibile scia, ecco giungere la Commissione interministeriale per la giustizia nel Mezzogiorno. Nulla di nuovo anche nel metodo di approccio ai molteplici problemi che affliggono il sistema giustizia. Citando la frase di un noto giurista, gli scantinati del Ministero sono strapieni di faldoni con i lavori delle molteplici Commissioni che si sono succedute nel tempo, mai presi in considerazione, ma ottimo cibo per topi. Ovviamente ci auguriamo che non sarà così e che la nuova nata possa davvero offrire suggerimenti utili per interventi concreti non più rinviabili. Ma sorgono spontanei alcuni interrogativi.
Che senso ha tale Commissione quando è proprio l'Ispettorato generale del Ministero ad avere il compito di accertare se negli uffici giudiziari i servizi sono conformi a leggi, regolamenti e istruzioni vigenti? Chi è stato nominato a presiedere la Commissione dovrebbe già essere in possesso dei dati necessari per i provvedimenti da adottare in via d'urgenza. Inoltre al Ministero giungono periodicamente notizie sullo stato delle singole Corti di Appello, in particolare sull'organico, sui procedimenti pendenti, su quelli conclusi. Pervengono, inoltre, tutte le notizie relative alle carenze delle strutture dove sono allocati i Palazzi di giustizia.
Le conoscenze, dunque, ci sono tutte. Sono i provvedimenti necessari che mancano. Per i quali, tra l'altro, vi è già una forza lavoro all'interno del Ministero e specificamente delegata a tutto ciò: commissioni di studio e comitati scientifici dell'ufficio legislativo e del gabinetto del ministro che elaborano relazioni e proposte normative. Quello che manca è la volontà politica d'intervenire, a causa degli eterni conflitti tra i vari partiti che pensano esclusivamente a un facile consenso popolare. L'istituzione delle commissioni si è sempre - o quasi sempre - rivelato un alibi per prendere tempo, a maggior ragione come nel caso specifico, dove i componenti non devono indicare soluzioni, ma solo evidenziare problemi specifici legati alle caratteristiche dei territori che sono già ben conosciuti da tempo.
La diffusione e la valorizzazione delle buone pratiche, alle quali i vertici del Ministero della Giustizia e di quello per la Coesione territoriale hanno fatto riferimento nel presentare la nuova Commissione, possono - volendo - essere esercitate subito e non sarà certo un gruppo di esperti ad accelerare i tempi della loro realizzazione. Né questo tavolo ministeriale potrà essere una preziosa occasione di confronto, come è stato detto, perché il dibattito tra esperti è sempre utile, ma a patto che sia davvero finalizzato a interventi concreti e non a segnalare quanto già conosciuto da tutti. Di recente e di noto per il Sud vi è l'idea di realizzare un nuovo carcere a Bagnoli, oltre quello da tempo progettato per Nola, da 2mila posti. Su queste (per noi) "pazze idee" vorremmo sentire la voce della ministra Cartabia affinché, come ci auguriamo, ponga un tassello importante su una nuova idea di giustizia e, in particolare, di pena.
di Dario del Porto
La Repubblica, 20 maggio 2021
La ministra per la coesione territoriale: "Sono eroi che lavorano in trincea. Dobbiamo tutelare tutti insieme il lavoro del Recovery da infiltrazioni e tentativi di illegalità".
"Ma le pare che potremmo fare un protocollo per sostenere gli uffici giudiziari del Mezzogiorno senza considerare l'esperienza di chi, in quei territori, ha trovato soluzioni efficienti e produttive?".
Non immaginava proprio, la ministra Mara Carfagna, che la Commissione di studio per la Giustizia nel Sud, istituita insieme alla Guardasigilli Marta Cartabia con l'obiettivo di migliorare l'efficienza dei processi, potesse suscitare l'ira di alcuni magistrati meridionali. "Ci sentiamo trattati come sudditi e non come cittadini", ha protestato il pm di Catanzaro Alessandro Riello, primo firmatario di un appello che ha infiammato le mailing list e aperto il dibattito fra le toghe.
Ministra Carfagna, si aspettava che la commissione interministeriale sulla giustizia nel Sud scatenasse la polemica dei magistrati meridionali?
"Sono dispiaciuta per questa polemica, credo derivi da un equivoco che intendo subito chiarire. La Commissione nasce anche per dare ascolto ai magistrati del Sud e accendere i riflettori sulle difficoltà, richieste, proposte organizzative di chi opera nella trincea di territori difficilissimi, spesso correndo anche rischi personali. Troppo a lungo le loro istanze, talvolta vere e proprie grida di dolore, sono rimaste inascoltate. Tra l'altro, l'efficienza degli uffici giudiziari è una delle precondizioni indispensabili per la piena realizzazione del Pnrr che, non va dimenticato, assegna al Sud il 40 per cento delle risorse, una quota enorme".
Però, a leggere il testo del decreto, il riferimento alle buone prassi adottate "in altri territori" si presta a un'interpretazione come quella attribuita dai magistrati "ribelli", non trova?
"La dottoressa Maria Rosaria Covelli (che si è insediata ieri come nuovo capo dell'ispettorato generale del ministero della Giustizia, ndr) ha ben chiarito: si intendono valorizzare, cito testualmente dal suo comunicato, "le esperienze virtuose maturate in tutto il Paese, anche in numerose sedi del Meridione, mediante scambi orizzontali tra uffici giudiziari".
I magistrati del Sud lamentano di essere lasciati spesso soli contro le mafie...
"Li ho sempre considerati degli eroi. Il loro lavoro è prezioso e deve essere sostenuto con forza soprattutto adesso, non solo per un motivo "etico" ma anche pratico: dobbiamo tutelare le opere del Recovery Plan da ogni tentativo di infiltrazione e manomissione. Il Paese è alla vigilia di uno sforzo titanico per scongiurare una crisi post-pandemica minacciosa per milioni di cittadini, non possiamo permetterci un fallimento, tantomeno sul terreno della legalità".
La commissione andrà avanti così?
"Credo che, se ci sono ancora dubbi, saranno presto dissipati dal lavoro della Commissione, che darà il più largo ascolto a tutti gli uffici e soggetti interessati. Personalmente sono a disposizione per ascoltare e incontrare chiunque voglia dare un contributo".
Secondo lei come si può ricomporre questo strappo?
"Con il dialogo e il confronto, non conosco altre strade. E poi, guardi, c'è un prima e un dopo la pandemia. Ora chiunque ricopre una posizione pubblica deve mettersi davanti allo specchio e pensare: dai miei comportamenti dipende la soluzione di una crisi potenzialmente catastrofica per milioni di italiani. Credo che i magistrati siano una delle categorie più consapevoli di questo dato".
La giustizia rimane un terreno minato, evidentemente. Perché?
"Non confondiamo una questione che riguarda aspetti organizzativi, credo largamente superabile, con lo scontro sulla riforma della Giustizia. Sono due cose diverse. La ministra Cartabia ha uno dei compiti più complessi di questa fase, chiunque ha a cuore il Paese deve sostenerne l'azione".
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 20 maggio 2021
Pochi giorni fa ha compiuto due anni la mitica cena all'Hotel Champagne, dove l'ex potente capo Anm fu intercettato via trojan mentre definiva strategie per assegnare la Procura di Roma a magistrati graditi. Ma ci sono altre centinaia e centinaia di chat con colleghi pm e giudici. Che non sono stati sanzionati né dal Csm né dall'Anm. Palamara è l'unica eccezione. Vuoi vedere che hanno trovato un comodissimo capro espiatorio?
La prossima settimana saranno trascorsi due anni esatti dallo scoppio dello scandalo che ha travolto la magistratura italiana. Il 29 maggio, per la precisione, alcuni quotidiani diedero il via alla pubblicazione delle intercettazioni effettuate con il trojan inserito nel cellulare dell'ex togato Csm, ed ex potente capo della Anm, Luca Palamara, all'epoca sotto indagine a Perugia per corruzione.
In particolare vennero pubblicati i colloqui avvenuti durante un dopocena presso l'Hotel Champagne di Roma la sera dell'8 maggio 2019 fra Palamara, alcuni consiglieri togati del Csm, e i parlamentari Luca Lotti e Cosimo Ferri. Le reazioni a quegli scambi che avevano per oggetto le nomine dei capi di alcune Procure del Paese, a iniziare da Roma, furono durissime. Tutti i consiglieri coinvolti si dimisero, e cambiarono così gli equilibri all'interno del Consiglio superiore. Anche il presidente Anm dell'epoca venne costretto alle dimissioni.
Il Capo dello Stato usò toni molto duri per descrive l'accaduto, parlando di "modestia etica". La pubblicazione delle chat che Palamara intratteneva con numerosissimi colleghi che gli chiedevano nomine e incarichi, avvenuto dopo alcuni mesi, aprì poi altri scenari, mettendo plasticamente in luce la deriva correntizia e i condizionamenti dei gruppi associativi sulle scelte del Csm. A distanza di due anni, però, non è che molto sia cambiato, soprattutto per quanto riguarda l'accertamento delle responsabilità.
Dopo il doppio "turboprocesso" a Palamara, sia al Csm che davanti ai probiviri dell'Anm, la voglia di rinnovamento, sanzionando ad esempio le condotte non consone allo status del magistrato, pare essersi fermata. Anzi, nel caso dell'Anm non è iniziata proprio. L'Associazione, presieduta dal giudice di Cassazione Giuseppe Santalucia, dopo aver avuto da Perugia le chat di Palamara, aveva dichiarato che si sarebbe proceduto per verificare le eventuali violazioni del codice deontologico. Le dimissioni dei magistrati coinvolti hanno però bloccato sul nascere ogni possibile iniziativa.
Se un magistrato si cancella dall'Anm viene meno, infatti, la possibilità di sanzionarlo, fanno sapere da più parti. Tale "modus operandi" ha suscitato questa settimana la piccata reazione dei togati di Articolo 101, il gruppo nato proprio per contrastare la deriva correntizia. "L'Anm non è un tram, su cui si sale per accumulare punti per Csm, posti dirigenziali e altre posizioni gradite, e dal quale si scende in corsa quando arriva il controllore", ha scritto Maria Angioni, un'esponente di Articolo 101 nell'Anm. "Male ha fatto la Giunta dell'Anm ad accogliere a rotta di collo le dimissioni di chi fugge dal disciplinare, senza rispettare lo statuto, deliberatamente omettendo di comunicare tali iniziative al Comitato direttivo centrale perché potesse decidere su esse, esercitando le sue legittime prerogative", ha aggiunto la dottoressa Angioni.
E sul fronte disciplinare al Csm, esclusa la punibilità per i magistrati che si autopromuovevano con Palamara per una nomina, ed eccettuati gli ex consiglieri coinvolti nell'incontro all'hotel Champagne, sono poco più di una decina le toghe attualmente sotto processo a Palazzo dei Marescialli. Il sospetto è che si voglia chiudere il prima possibile una pagina non proprio edificante per la magistratura, dopo aver trovato il capro espiatorio perfetto: Luca Palamara.
Per la cronaca, infine, è stata archiviata ieri la pratica aperta da tempo dalla prima commissione del Csm per valutare la sussistenza dei presupposti per un trasferimento d'ufficio del sostituto procuratore generale della Cassazione Mario Fresa, a seguito di una vicenda di maltrattamenti denunciati dalla moglie, che poi aveva ritirato la querela.
La delibera di archiviazione è passata con un solo voto di scarto: 9 sì, 8 no e 8 astensioni. La Procura di Roma aveva archiviato il procedimento penale per la remissione della querela ma anche perché le lesioni non sarebbero derivanti da una "condotta intenzionale". Il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi ha dato atto "delle qualità professionali eccellenti" di Fresa, ricordando che il magistrato era stato sospeso e assegnato a settori diversi. Fresa, infatti, rappresentava spesso l'accusa davanti alla Sezione disciplinare del Csm.
quotidianogiuridico.it, 20 maggio 2021
Cassazione penale, Sez. I, sentenza 12 maggio 2021, n. 18434. Pronunciandosi sul ricorso proposto avverso l'ordinanza con cui il tribunale di sorveglianza aveva respinto il reclamo proposto da un detenuto, in espiazione di pena detentiva perché condannato irrevocabilmente per i delitti di associazione di stampo mafioso e violazione della disciplina degli stupefacenti - avverso il decreto emesso ai sensi dell'art. 41-bis, L. 26 luglio 1975, n. 354, dal Ministro della Giustizia con il quale era stata disposta la proroga per due anni della sottoposizione al regime detentivo differenziato (c.d. carcere duro), la Corte di Cassazione penale, Sez. I, con la sentenza 12 maggio 2021, n. 18434 - nel disattendere la tesi difensiva, secondo cui il Tribunale di sorveglianza aveva omesso un'analisi individualizzante della posizione del detenuto, svolgendo solo considerazioni generiche e stereotipate, il che rendeva apparente la motivazione - ha invece affermato il principio secondo cui anche a seguito delle modifiche introdotte all'art. 41-bis Ord. Pen. dalla L. n. 94 del 2009, il controllo svolto dal Tribunale di sorveglianza sul decreto di proroga del regime di detenzione differenziato, diversamente dal sindacato conducibile nel giudizio di legittimità, non è limitato ai profili di violazione della legge per inosservanza o erronea applicazione, ma si estende alla motivazione ed alla sussistenza, sulla base delle circostanze di fatto indicate nel provvedimento, dei requisiti della capacità del soggetto di mantenere collegamenti con la criminalità organizzata, della sua pericolosità sociale e del collegamento funzionale tra le prescrizioni imposte e la tutela delle esigenze di ordine e di sicurezza.
di Fabio Calcagni
Il Riformista, 20 maggio 2021
Renato Vallanzasca, l'ex bandito della Comasina condannato a quattro ergastoli, non ha ripudiato il suo passato e per questo dovrà restare nel carcere milanese di Bollate, non potendo accedere alla libertà condizionale o alla semilibertà. A deciderlo è stata la Corte di Cassazione, confermando la sentenza datata giugno 2020 del tribunale di Sorveglianza di Milano che aveva respinto le istanze del 'Bel René' sostenendo che per la sua scarcerazione fosse necessario un "percorso graduale".
Nel 2014 Vallanzasca, all'ora in permesso premio, era tornato in carcere dopo l'arresto per rapina: il 71enne aveva tentato di rubare dei boxer e altri generi di consumo di scarso valore all'Esselunga di viale Umbria a Milano. Fermato dall'addetto alla vigilanza, Vallanzasca, che era in permesso premio, aveva reagito, nel tentativo di evitare l'arresto che lo aveva riportato in carcere a Bollate, dove si trova tutt'ora.
I comportamenti del 'Bel René' secondo i giudici della Cassazione non sono "oggettivamente tali da riflettere il definitivo ripudio del passato stile di vita e l'irreversibile accettazione di modelli di condotta normativamente e socialmente conformi". Sostanzialmente quindi la Cassazione conferma quanto chiarito nel giugno 2020 dal tribunale di Sorveglianza di Milano aveva respinto l'istanza che Vallanzasca aveva presentato tramite il suo difensore dell'epoca, l'avvocato Davide Steccanella, per chiedere di riottenere la semilibertà concessagli nel 2013 e revocata appena un anno dopo per il furto all'Esselunga. In quell'occasione Vallanzasca aveva scritto una lettera ai giudici: "Quell'etichetta continua a perseguitarmi - aveva scritto l'ex boss della Comasina, condannato a 4 ergastoli. Per tutti resto il bandito. Eppure di anni ne sono passati tanti".
L'ex bandito della Comasina 'paga' dunque nel suo prolungato stato di detenzione, ormai dal lontano 1981, interrotto "varie volte - scrivono i giudici - per benefici e misure premiali poi inevitabilmente revocati a causa dei comportamenti devianti del condannato, sicché non può certo dirsi che la privazione della libertà personale sia stata ininterrotta e senza possibilità di anticipata conclusione".
di Emma Petitti
cronacabianca.eu, 20 maggio 2021
"Liberi dentro: la comunicazione al/dal carcere nell'era del distanziamento sociale", è il titolo del convegno online organizzato dall'ufficio regionale Garante delle persone sottoposte a misure restrittive o limitative della libertà personale in programma il prossimo 21 maggio dalle 14 alle 19. Si tratta di un'importante occasione di confronto sull'uso dei mezzi tecnologici come modalità per superare gli ostacoli nell'era della pandemia collegati alle attività rieducative.
L'occasione del confronto è data dall'esperienza Eduradio, innovativo servizio radio-televisivo nato per "fare ponte tra carcere e città", che in questo anno di attività ha progressivamente coinvolto un numero crescente di protagonisti nel campo scolastico, educativo, associativo e sanitario. Questa esperienza, dal 19 aprile, è diffusa anche da Lepida TV (oltre a radio Fujiko 103.1 e Teletricolore 636).
Il convegno del 21 sarà aperto da alcuni saluti istituzionali, tra cui quelli del vescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi, del ministro della Giustizia Marta Cartabia, della presidente dell'Assemblea legislativa regionale Emma Petitti e della vicepresidente della Regione Emilia-Romagna Elly Schlein. A seguire contributi di accademici, giornalisti, operatori del mondo carcerario, del Prap (Provveditorato regionale amministrazione penitenziaria) e dell'ispettore nazionale cappellani carcerari. L'incontro sarà in diretta sulla pagina web e sulla pagina Facebook dell'Assemblea legislativa.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 maggio 2021
Si tratta dell'udienza per l'opposizione alla richiesta di archiviazione per la morte di otto dei nove detenuti durante la rivolta nel carcere di Modena. Fissata per il prossimo 7 giugno, alle ore 10, l'udienza per l'opposizione alla richiesta di archiviazione sui morti del carcere di Modena.
Ricordiamo, infatti, che i primi di marzo la procura di Modena ha chiesto l'archiviazione per la morte di otto dei nove detenuti che hanno perso la vita l'anno scorso durante la rivolta di Modena dentro la casa circondariale di Sant'Anna.
"A seguito degli accertamenti medico legali e chimico tossicologici l'individuazione delle cause del decesso conduce per tutti alle complicazioni respiratorie causate dall'assunzione massiccia di metadone e altri farmaci. Viene esclusa per tutti l'incidenza concausale di altri fattori di carattere violento", così in sostanza la procura ha liquidato la questione. In realtà, nessuno ha messo in discussione la causa della morte. Senza dubbio è overdose di metadone e altre sostanze. Ma da sola non basta, anche perché, sia pure prendendo atto che la Polizia penitenziaria si è trovata ad affrontare era complicata e delicata, si tratta di una rivolta all'interno di un carcere: un evento prevedibile e, nei limiti del possibile, evitabile.
L'otto marzo 2020 scoppiò la rivolta in molte carceri - L'8 marzo 2020 scoppia una grave rivolta nella casa circondariale di Modena e muoiono nove detenuti. Ricordiamo che scoppiarono disordini in numerose carceri. L'impatto della pandemia ha generato paura e spaesamento nei reclusi. Ogni giorno su tv, radio, giornali, si chiedeva di mantenere il distanziamento sociale e di evitare assembramenti: due cose inconciliabili nelle nostre carceri. Queste preoccupazioni e la chiusura dei colloqui, hanno portato poi a far esplodere gli animi e alle proteste che ad inizio marzo del 2020 hanno interessato decine di istituti in tutto il Paese.
Ritorniamo ai nove morti al carcere di Modena. Decessi che sarebbero avvenuti per intossicazione da farmaci. Cinque di loro sarebbero morti nello stesso istituto, quattro a seguito di trasferimento in altri istituti. Il trasferimento sarebbe avvenuto con il nulla osta medico.
Gli esposti dell'associazione Antigone contro gli agenti - Il 18 marzo del 2020, l'associazione Antigone deposita un esposto contro gli agenti polizia penitenziaria e il personale sanitario per omissioni e colpe per la morte dei detenuti.
Il 7 gennaio 2021, Antigone deposita una integrazione all'esposto del 18 marzo 2020. L'associazione prende tale decisione a seguito della formale segnalazione della denuncia presentata da cinque persone detenute per le violenze che sarebbero state commesse da agenti di polizia penitenziaria a danno di alcuni detenuti subito dopo la rivolta scoppiata presso la Casa circondariale di Modena nella data dell'8 marzo 2020. Ma a marzo scorso, la procura chiede archiviazione per i detenuti morti, tranne il caso di Salvatore Piscitelli.
A porre opposizione all'archiviazione ci sono anche gli avvocati di Hafedh Chouchane, tunisino ritrovato morto in carcere. Tante sono le incongruenze non chiarite. Due sono i temi non approfonditi. Il primo tema è la mancata custodia dei detenuti, soprattutto quei soggetti vulnerabili come i tossicodipendenti che sono riusciti ad accedere con facilità al metadone.
Il secondo tema è la contraddizione sugli orari e il luogo dove è stato portato il corpo del tunisino in stato comatoso. Senza fare ulteriori indagini, non si potrà mai chiarire davvero cosa sia successo in quei giorni nel carcere durante la rivolta di Modena.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 maggio 2021
Un centinaio di detenuti di Rebibbia ha sottoscritto una lettera inviata al presidente della Corte d'appello di Roma, alla ministra della Giustizia Marta Cartabia, al Csm e ai garanti per denunciare i continui rigetti alle richieste dei benefici.
Ci sarebbero stati continui rigetti alle richieste dei benefici, valutazione del differimento pena a distanza da diversi mesi dai primi contagi da Covid, nessuna concessione dei giorni di liberazione anticipata. Un centinaio di detenuti della casa di reclusione di Rebibbia ha sottoscritto una lettera inviata alla presidente della Corte d'appello di Roma, e per conoscenza alla ministra della Giustizia Marta Cartabia, al Csm e i garanti. Una denuncia durissima nei confronti dei magistrati di sorveglianza. I detenuti di Rebibbia scrivono nero su bianco che quest'ultimi avrebbero disapplicato l'ordinamento penitenziario, interpretandolo "sempre nel senso più restrittivo - si legge nella missiva -, al limite dell'arbitrio come la mancata concessione dei benefici penitenziari, con le motivazioni più inverosimili e fantasiose possibili".
I detenuti hanno denunciato un clima di insofferenza - La denuncia, ricordiamo, è sottoscritta da un centinaio di detenuti di Rebibbia. La garante del comune di Roma, Gabriella Stramaccioni, ha ricevuto la segnalazione dell'esistenza di questa lettera dai detenuti stessi, i quali hanno descritto un clima di insofferenza e di ribellione a ciò che secondo loro sono dei "soprusi e umiliazioni" da parte della magistratura di sorveglianza. Nella lettera inviata alle autorità, i detenuti parlano di ultraottantenni o quelli con patologie multiple, in attesa della ex 147 cp (il differimento pena), che sarebbe stata "valutata dopo moltissimi mesi, nonostante la presenza del Covid".
La lettera prosegue denunciando l'impossibilità di ottenere un permesso "se non quando il familiare è già deceduto" e ci sarebbero stati numerosi casi "in cui anche far visita alla tomba dopo giorni dal decesso è stato negato".
Dal tenore della lettera, si denota molta insofferenza. I detenuti denunciano che si sentono frustati "da un trattamento arbitrario e parziale dei Magistrati che concedono i benefici o pochi giorni dal fine pensa, che inventano ragioni inesistenti alla prova per tabulas di fatti e/o precedenti inverosimili o scuse fantasiose come i permessi premio negati". Aggiungono che diventano "inutili le osservazioni delle relazioni di sintesi redatte dall'equipe incaricata dell'istituto di reclusione, le quali non vengono minimamente apprezzate né valutate".
Per i detenuti i fatti denunciati sarebbero facilmente dimostrabili - I detenuti, rivolgendosi al presidente della Corte d'appello, tengono a specificare che tutti questi fatti sarebbero dimostrabili attraverso "le numerosissime richieste presentate e bocciate che rimangono nelle nostre mani e sono a vostra disposizione, perché siano valutate con equità ed equilibrio, cosa che oggi non è in atti, che l'arbitrio e l'abuso di potere che il Magistrato perpetra costantemente".
Non solo. I detenuti aggiungono che l'azione dei magistrati, "svilisce anche il ruolo dei garanti dei detenuti, che nulla possono per i continui casi di prepotenza e iniquità nelle decisioni dei magistrati di sorveglianza". Per tutti questi motivi, i detenuti sono in attesa di un riscontro o di una richiesta di documentazione probatoria che a detta loro, si ripete e rimane a disposizione di chi "voglia assumersi delle responsabilità di fronte ai continui abusi e soprusi dei magistrati di sorveglianza", che a detta dei detenuti, sarebbero "dediti oramai al solo rincorrere di pregiudizi e intolleranza nei confronti di legittime richieste dei detenuti". Ribadiamo che quanto riportato è il contenuto della lettera inviata alle autorità, tra i quali la ministra della Giustizia Cartabia, il Csm e il presidente della Corte d'appello. Saranno loro, con strumenti adeguati, a vagliare la fondatezza di tale denuncia.
di Marco Rarità
La Città di Salerno, 20 maggio 2021
Il garante Ciambriello lancia l'sos: negli istituti penitenziari della provincia la media è di un agente ogni due detenuti. "Abbiamo bisogno di qualche agente penitenziario in più, dopo le 15 il carcere è una terra di nessuno fino alle 8 del mattino".
Suonano come una preghiera le parole del garante campano delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale Samuele Ciambriello, una nota legata al mondo della comunità carceraria che tocca tutti, non solo il personale ma anche gli stessi detenuti, una criticità che emerge nel report presentato nella giornata di ieri alla Caritas Diocesana proprio da Ciambriello con la collaborazione dell'Osservatorio Regionale sulla detenzione.
Ciambriello ha puntato l'attenzione sulla rieducazione, reinserimento, della detenzione come "non unica" strada bensì solo una delle pene che si possono attuare, è stata messa in risalto anche la questione riguardante il personale negli istituti penitenziari della provincia di Salerno, Fuorni, Eboli e Vallo della Lucania.
Per quanto riguarda Salerno il garante Ciambriello ha evidenziato una carenza di agenti di custodia, così come di personale socio educativo: il rapporto è di 1 agente ogni due detenuti, nei tre istituti nel Salernitano sono 537, gli agenti di polizia penitenziaria sono 265. "Per Fuorni ho già avuto modo di sollecitare l'attenzione delle amministrazioni carcerarie competenti sulla carenza di agenti di custodia e di personale socioeducativo - ha dichiarato Ciambriello - C'è la necessità di avere educatori non a distanza, sono figure importanti, anche per gli eventi critici, lo scorso anno sono stati 15 i tentativi di suicidio nel carcere di Salerno. È importante capire come si sviluppa la vita detentiva, un'altra cosa che vorrei far notare ad esempio è che in molte università non c'è esame di diritto penitenziario, questa è sicuramente una mancanza".
Nel carcere di Salerno, inoltre, ci sono 53 detenuti stranieri e il garante campano parla anche in relazione a questo dato: "Devo rilevare, anche in questo territorio, l'assenza di mediatori culturali coerentemente con l'andamento generale degli istituti di detenzione della Regione Campania. È importante il ruolo dei Funzionari Giuridico Pedagogici per migliorare l'esecuzione penale affinché sia improntato al trattamento e non all'afflizione".
Su questo tema si è espresso con forza anche monsignor Andrea Bellandi, arcivescovo metropolita di Salerno, Campagna e Acerno. "C'è attenzione da parte nostra verso la realtà carceraria, non parliamo di numeri ma di persone, una persona non è lo sbaglio che ha commesso ma è più grande, c'è sempre una possibilità di recupero aperta, una possibilità di ricominciare. La pena non può essere identificata come una chiusura e una detenzione. A noi interessa una rieducazione, può passare dalla separazione della vita civile ma deve comprendere momenti diversi, di socializzazione anche con la realtà esterna altrimenti non ci sono passi per ripartire".
Sulla qualità del reinserimento si è espresso il procuratore di Salerno Giuseppe Borrelli: "La situazione del carcere risponde a una esigenza di civiltà, è evidente che una funzione rieducativa della pena pone la necessità di svolgersi anche in ambienti che siano dedicati a questo scopo. La Procura di Salerno ha iniziato una interlocuzione anche con gli organi forensi per favorire la possibilità, anche per i soggetti deboli, di potersi avvalere dei benefici che sono alternativi alla detenzione. Una esigenza importante in questo momento di pandemia. Il carcere dovrebbe essere l'ultimo dei rimedi possibili, corrisponde all'esigenza di salvaguardare la società, l'ordine pubblico ma non deve trasformarsi in una vendetta postuma".
Verifiche sono state annunciate dalla presidente del Tribunale di Sorveglianza di Salerno Monica Almirante: "Il carcere si porta dietro un pregiudizio. Non è solo un discorso di bontà ma di intelligenza, le persone sono chiamate a una condanna ma dobbiamo pensare a come possiamo reinserirle nella società. Per me non è quanto manca alla pena che fa la differenza ma è il percorso che viene fatto da ogni singola persona. La necessità di investimenti sulla qualità dei percorsi, verifichiamo l'idoneità delle strutture in un percorso di reinserimento".
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