di Simona Musco
Il Dubbio, 9 aprile 2021
Costa (Azione): "La prossima settimana alla Camera la mia proposta di legge con una nuova e specifica ipotesi di responsabilità disciplinare per giudici e pm". "Nel 2020 l'Italia ha speso 46 milioni di euro per le ingiuste detenzioni e per gli errori giudiziari. Persone arrestate per sbaglio, innocenti". Lo dichiara in una nota Enrico Costa, deputato e responsabile Giustizia di Azione, commentando i dati relativi al 2020, analizzati insieme all'associazione errorigiudiziari.com.
di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei
Il Sole 24 Ore, 9 aprile 2021
Gli avvocati chiedono di uniformare i depositi digitali. Ora ne afferma l'opportunità anche la commissione Giustizia della Camera. Sette processi telematici, ognuno con regole e sistemi diversi. Una babele che gli avvocati chiedono di superare, realizzando una piattaforma unica. Negli ultimi anni hanno dovuto infatti familiarizzare con le differenti modalità tecniche create per depositare gli atti di fronte ai vari organi giurisdizionali: software "imbustatori", set di moduli Pdf da inviare via Pec, portali su cui caricare gli atti e i documenti.
Il tema si è affacciato anche in Parlamento: il parere con cui il 23 marzo la commissione Giustizia della Camera ha approvato (con osservazioni) la proposta del Piano nazionale di ripresa e resilienza, suggerisce infatti di usare le risorse del Recovery fund proprio per prevedere un'unica piattaforma di gestione dei processi telematici. Sfruttare la leva finanziaria del Recovery è intenzione anche del ministero della Giustizia, che prevede però tempi lunghi mentre gli avvocati chiedono di accelerare. Ma i problemi, oltre che dalla moltiplicazione dei sistemi, derivano dal loro funzionamento zoppicante.
Perché tanti processi telematici - Le differenze tra i processi digitali sono figlie, in parte, del debutto in tempi diversi ma anche del fatto che fanno capo ad amministrazioni differenti. Lo scaglionamento temporale ha determinato l'utilizzo di tecnologie anche molto diverse l'una dall'altra: il più datato, il processo civile telematico, sperimentato dal ministero della Giustizia fin dal 2006 e divenuto obbligatorio dal 2014, si basa su un meccanismo complesso pensato, all'epoca, per creare un "canale sicuro" per il deposito degli atti.
I processi più recenti (il penale, il tributario e quello sportivo, appena partito) funzionano, invece, con una tecnologia più avanzata, tramite caricamento (upload) degli atti e dei documenti sui rispettivi portali. Poi ci sono il processo amministrativo telematico, basato su moduli Pdf da inviare via Pec, e il rito di fronte alla Corte dei conti.
Le prospettive e i tempi - Il ministero della Giustizia, pur ribadendo, come spiegano dalla direzione generale dei servizi informativi automatizzati, che "la differenza di strutture tecnologiche non è un pregiudizio per gli utenti" poiché possono utilizzare "software che unificano le modalità di gestione", punta a "interventi strutturali che nei prossimi anni agevoleranno l'omogeneizzazione dei sistemi e la loro integrazione nel grande Hub della pubblica amministrazione".
Inoltre, intende estendere ai processi telematici che gestisce direttamente - il civile in tribunale e corte d'appello, il penale nelle procure e quello civile e tributario in Cassazione, partito il 31 marzo - l'architettura scelta per il deposito degli atti penali, basata sull'upload senza la mediazione del gestore della Pec. "Uniformare i sistemi sarebbe importante - dice Giovanna Ollà, consigliere nazionale del Cnf - prendendo a parametro quello che funziona meglio, ma deve avvenire con sistemi funzionanti e prevedere una fase sperimentale. E va esteso il processo telematico al giudice di pace".
L'upload è la soluzione promossa anche da Aiga, che pensa "a una piattaforma comune a tutti i riti telematici, con regole e specifiche tecniche uniformi e la possibilità di evitare la firma digitale degli atti, grazie all'autenticazione forte, ad esempio con Spid", spiega il presidente, Antonio De Angelis. Aiga presenterà a breve una bozza di proposta di legge delega con le norme base per la piattaforma unica di processo telematico. Intorno all'obiettivo della piattaforma unica per i processi digitali si è anche radunato un gruppo spontaneo di avvocati, sollecitati dallo sfogo social di Giovanni Mameli, che ha denunciato i costi e le inefficienze della moltiplicazione dei sistemi: "Nel concepire i processi telematici - spiega - siamo rimasti schiavi delle complicazioni cartacee e questo sta generando altro contenzioso. In Estonia, invece, funziona un sistema unico che gestisce tutti i processi".
Tra le piattaforme che hanno debuttato più di recente c'è quella del processo penale telematico: dal 29 ottobre 2020 gli atti difensivi presso le Procure devono essere depositati digitalmente attraverso il nuovo portale. Ma gli avvocati penalisti hanno riscontrato malfunzionamenti e criticità, tanto da protestare con tre giorni di astensione dalle udienze a fine marzo e chiedere di consentire di nuovo il deposito cartaceo, oltre a quello telematico, fino a quando i problemi non saranno risolti.
Una richiesta a cui il Governo ha provato a dare risposta nel decreto legge 44/2021, in vigore dal 1° aprile, che prevede che, in caso di malfunzionamento del portale attestato dal direttore generale per i servizi informativi automatizzati, l'autorità giudiziaria può autorizzare il deposito di singoli atti e documenti in formato analogico.
La soluzione, però, non convince i penalisti perché - si legge in una nota dell'Unione delle Camere penali - dà la possibilità al pubblico ministero di decidere se ammettere il deposito cartaceo a fronte della denunzia di malfunzionamento del sistema o se non farlo, lasciando così il difensore nell'incertezza determinata da problemi tecnici oggettivi. Tanto che i penalisti chiedono che, in sede di conversione, il decreto legge sia modificato per consentire agli avvocati, nella fase della pandemia, di depositare via Pec gli atti solo autocertificando che non sia stato tecnicamente possibile il deposito attraverso il portale.
2014 - PROCESSO CIVILE
Il debutto - È obbligatorio dal 30 giugno 2014 in tribunale, dal 30 giugno 2015 in corte d'appello.
Come funziona - Per depositare gli atti occorre avere un "punto di accesso" al Pct e un software. I file di testo devono essere trasformati in formato Pdf e firmati digitalmente. Il software poi li "imbusta" (crittografandoli) e li spedisce via Pec agli uffici giudiziari.
2016 - PROCESSO CONTABILE
Il debutto - A marzo a giugno 2016 è diventato obbligatorio l'invio via Pec degli atti e dei ricorsi alla Corte dei conti. Resta l'obbligo di deposito della copia cartacea conforme all'originale informatico che deve avvenire possibilmente entro cinque giorni lavorativi dalla data di ricezione della Pec.
Come funziona - Va utilizzata la Pec: sopra il limite di 30Mb vanno effettuati più messaggi. È necessaria la firma digitale per tutti i documenti che richiedono la firma nel deposito cartaceo. L'accesso al fascicolo informatico richiede l'autenticazione tramite Spid e permette l'estrazione di documenti.
2017 - PROCESSO AMMINISTRATIVO
Il debutto - È obbligatorio dal 1° gennaio 2017 per i nuovi giudizi, dal 1° gennaio 2017 per i nuovi giudizi, dal 1° gennaio 2018 per tutti i giudizi di fronte ai Tar e al Consiglio di Stato
Come funziona - Si basa su una serie di moduli pdf per i vari tipi di deposito, a disposizione gratuitamente sul sito della Giustizia amministrativa, da compilare e a cui allegare uno a uno i documenti in formato Pdf e firmati digitalmente, oltre al loro elenco, in Pdf, anch'esso firmato. I moduli vanno poi a loro volta firmati digitalmente e inviati via Pec.
2019 - PROCESSO TRIBUTARIO
Il debutto - È obbligatorio per i giudizi avviati dal 1° luglio 2019 di fronte alle commissioni tributarie (esclusi i contribuenti che stanno in giudizio da soli per le cause fino a 3mila euro).
Come funziona - Per depositare gli atti occorre accedere all'area riservata sul sito della Giustizia tributaria: qui si compilano progressivamente alcune schermate che guidano alla redazione della "Nir web" (nota di iscrizione a ruolo) e si possono caricare atti e documenti in.pdf firmati digitalmente.
2020 - PROCESSO PENALE
Il debutto - Dal 29 ottobre 2020 fino al termine del periodo di emergenza è obbligatorio per il deposito di memorie e documenti alla chiusura delle indagini preliminari presso le procure della Repubblica. Dal 1° aprile 2021 l'autorità giudiziaria può autorizzare il deposito di singoli atti e documenti in formato analogico in caso di malfunzionamento del portale o per ragioni specifiche ed eccezionali.
Come funziona - Gli atti si depositano accedendo all'area riservata del Portale dei servizi telematici del ministero della Giustizia. Occorre inserire i dati richiesti dal sistema e caricare gli atti firmati digitalmente e i documenti allegati. Dal sistema è possibile anche controllare lo stato del deposito.
2021 - PROCESSO SPORTIVO
Il debutto - Il 29 gennaio 2021 il Consiglio Federale ha approvato le Regole tecnico-operative del processo sportivo telematico di fronte al Tribunale federale nazionale e alla Corte federale d'appello.
Come funziona - Per depositare gli atti e i documenti occorre caricarli (in formato Pdf e con firma digitale) sulla piattaforma del processo sportivo telematico. Per la stagione sportiva in corso il Pst si usa in modo concorrente al deposito "tradizionale" (in questo periodo di emergenza, via Pec).
2021 - PROCESSO TELEMATICO IN CASSAZIONE
Il debutto - Finita la fase di sperimentazione iniziata a ottobre 2020, per la Cassazione civile il processo telematico è partito il 31 marzo 2021 con un sistema a doppio binario: tutti gli atti potranno essere depositato in modo telematico o cartaceo. La scelta di una modalità esclude l'altra.
Come funziona - Il software da utilizzare è un aggiornamento di quello previsto per il processo civile telematico, integrato con schemi specifici per la Cassazione. Ed anche la procedura è la stessa.
di Veronica Manca
Il Riformista, 9 aprile 2021
Ergastolano ostativo, neppure il Dap lo considera più pericoloso. Antonio vuole solo una possibilità di riscatto. Intanto in cella ha preso anche il Covid.
"Vorrei avere la possibilità di salutare mia madre, prima che muoia, per chiederle perdono". Con queste parole, il 13 marzo, Antonio mi ha salutata alla fine del nostro colloquio. Sicuramente provato dalla lunga detenzione, oltre 28 anni di carcere ininterrotto, dalla nostalgia dei familiari, dalla solitudine e dal senso di abbandono.
In carcere tutto è congelato, immobile; tutto sa di vuoto e di assenza; tutto è terribilmente pesante. Ciò che invece non si arresta è la pandemia, che corre a velocità drammatiche, facendo implodere un'intera struttura carceraria. Dal 13 marzo al 7 aprile, giorno del suo compleanno, Antonio si trova ricoverato nel reparto infettivi, con un'embolia polmonare da Covid-19. Del resto, i suoi compagni nel carcere di Reggio Emilia non stanno vivendo momenti migliori.
dati sono agghiaccianti: sono risultati positivi 60 agenti e, sul totale di 400, anche 119 detenuti, 5 dei quali sono ricoverati in ospedale. La situazione è preoccupante anche in altre carceri: a Panna, dove ci sono 18 positivi detenuti al 41bis; a Catanzaro, dove uno è morto; a Rebibbia, nella sezione femminile, dove oltre 50 detenute risultano positive.
La storia di Antonio è simile a quella di molti altri: un ergastolo ostativo raggiunto in giovane età; la piena consapevolezza dei propri errori; una carcerazione lunghissima e una rivisitazione del proprio passato, studi universitari e percorsi di giustizia riparativa a favore delle proprie vittime. Antonio non è più pericoloso nemmeno per il Dap tanto da ottenere la declassificazione dall'Alta sicurezza alla sezione dei comuni.
Non avanza nessuna giustificazione né richiesta di benefici. Esprime solo il desiderio di riparare, anche con la propria vita, e di avere quell'ultima possibilità di riscatto verso la madre, la propria famiglia di origine. La sua storia è emblematica. Insieme a quella di tanti altri, potrebbe rappresentare un campione significativo per uno studio scientifico che superi quegli slogan, lombrosiani quanto tristemente efficaci, della "mafiosità" che parte dalla nascita e giunge fino alla morte.
Compito di noi difensori è anche quello di valorizzare la persona, l'umanità e la concretezza del vissuto, che hanno preso forma e direzione durante un percorso di carcerazione, a distanza di anni, se non decenni, dai fatti e dalle sentenze di condanna. Ed è ciò che ha sempre affermato, tra l'altro, anche la Corte costituzionale, dalla sentenza n.149 del 2018, alla n. 253 del 2019, fino all'ultima, la n. 56 del 2021.
"La personalità del condannato non resta segnata in maniera irrimediabile dal reato commesso in passato, foss'anche il più orribile; ma continua ad essere aperta alla prospettiva di un possibile cambiamento", afferma la Corte costituzionale nella sentenza del 2018. Non si tratta, quindi, di "abolire" la normativa antimafia, né di entrare nel merito di scelte legislative, bensì di consentire al giudice naturale di valutare la persona, attribuendo una dimensione civile alla pena e un volto umano anche a chi ha commesso gravi errori.
Non vuol dire nemmeno che tutti i meccanismi indice di pericolosità sociale siano stati o verranno altrimenti abrogati. Questo passaggio è ben espresso dalla Consulta anche nella pronuncia n. 56 del 2021, con cui ha dichiarato l'illegittimità costituzionale del divieto assoluto di accesso alla detenzione domiciliare per la persona ultrasettantenne, anche se dichiarata recidiva o delinquente abituale, professionale o per tendenza: il giudizio espresso durante il processo non può impedire, in assoluto, vita natural durante, una rivalutazione anche della pericolosità sociale del detenuto, a fronte dell'età avanzata, e della sofferenza addizionale della permanenza in carcere.
È la stessa Corte costituzionale, lungo un percorso motivazionale equilibrato e rispettoso di tutte le istanze in gioco, a indicarci h via della speranza e della vita. Rimaniamo saldamente fermi su questa rotta, legati a quel filo della dignità umana che anche Antonio merita di ritrovare.
di Marco Imarisio
Corriere della Sera, 9 aprile 2021
Le nuove carte: "La Capitaneria fermò i soccorsi: sono tutti morti". Due nuove inchieste, una parlamentare e una in procura, per far luce su misteri e omissioni dello scontro tra il traghetto e la petroliera Agip Abruzzo che fece 140 morti. Il figlio del comandante Chessa: "Trattati in modo vergognoso, ma ne è valsa la pena".
Quando è già tempo di memoria senza che mai sia stata fatta giustizia, ecco che dall'armadio spuntano delle novità. Anche trent'anni dopo, anniversario tondo, che poi è la ragione dell'attuale e temporaneo fascio di luce su uno dei più misconosciuti misteri italiani. Pensiamo di sapere tutto, della tragedia della notte della Moby Prince. Dieci aprile 1991, il traghetto che si schianta contro la petroliera Agip Abruzzo all'uscita dal porto di Livorno. Centoquaranta morti.
Un processo da operetta. Nessun responsabile. La ricerca della verità lasciata solo ai familiari delle vittime. Come se quella tragedia immane dovesse essere destinata a restare una questione privata. È stato così fin dall'inizio. Ancora nel 2017, la Commissione parlamentare di inchiesta, che ha svolto un lavoro importante, si dichiarava stupita del fatto che molte dichiarazioni rese durante le audizioni fossero "convergenti nel negare evidenze o nel fornire versioni inverosimili dell'accaduto".
Bugie e falsità - Una montagna di bugie, di omissioni e di falsità. Non importa se costruite per coprire negligenze oppure segreti internazionali, resta una pagina orrenda della nostra storia recente. Oggi sappiamo che la nebbia "tropicale, che tutto avvolgeva" fu un evento "sopravvalutatissimo" come riferì un perito di allora alla Commissione.
Sappiamo che la Agip Abruzzo si trovava nel triangolo d'acqua all'uscita del porto, zona con divieto di ancoraggio per non intralciare il percorso delle altre navi. "La petroliera non doveva essere lì", titolava La Nazione il 15 aprile 1991. Quell'articolo è l'unico a non essere mai stato inserito nella vasta rassegna stampa allegata agli atti del primo processo.
Ma ci sono volute due decadi abbondanti per dimostrarlo, grazie al lavoro sull'archivio satellitare svolto Gabriele Bardazza, l'ingegnere milanese che da anni presta consulenza al Comitato delle vittime. Pensiamo di sapere, e invece non sappiamo niente, perché fino a quando non salta fuori una prova, una pezza di appoggio, anche le evidenze dei fatti rimangono allo stato di pure ipotesi.
La tragedia e i soccorsi - Prendiamo uno degli snodi fondamentali della vicenda. I soccorsi furono disastrosi, un tragico trionfo di lentezza, incompetenza e in seguito di opacità. Succede che la Regione Toscana istituisca un armadio della memoria, per non dimenticare le stragi della Moby Prince, di Viareggio e della Costa Concordia. Un bravo archivista cataloga ogni documento. Dalla cartelletta di un avvocato del primo processo, emergono fogli che mai erano finiti agli atti. Sono firmati dai vertici del Comando operativo dell'Aeronautica militare, che riepilogano attimo per attimo la notte del 10 aprile 1991. Loro erano pronti a intervenire. Alle 00.10 la Capitaneria di porto, che secondo la legge è responsabile dei soccorsi, dà l'allarme. Probabile collisione tra due petroliere, nessuna notizia sui dispersi. La nostra aviazione si attiva subito. Stanno per levarsi in volo mezzi dalle basi di Linate, Istrana e Ciampino, al massimo un'ora e cinquanta minuti il tempo di intervento dalla base più lontana, "comprensivo dei 30 minuti di approntamento".
Alessio Bertrand: l'unico superstite del disastro della Moby Prince - Ma quegli aerei ed elicotteri, nove in tutto, non partiranno mai. Alle 00.17 la Capitaneria di porto dice che non c'è bisogno, "comunicando che da quello che si sapeva i naufraghi erano morti, nella zona c'era nebbia, che la Marina stava provvedendo".
Mezzanotte e 17. Mezz'ora prima, sulla tolda della Moby Prince viene ritrovato vivo quello che diventerà l'unico superstite della strage, Alessio Bertrand, il mozzo, che all'epoca aveva solo 23 anni. E da allora non ha mai smesso di ripetere la stessa versione dei fatti. "Molti dei miei compagni potevano essere salvati. Ma nessuno li andò mai a cercare. E nessuno ha mai pagato per questo". La Marina militare, che secondo la Capitaneria di Porto aveva preso il comando delle operazioni, arrivò sulla scena del disastro la mattina dopo.
Quella comunicata all'Aeronautica fu una inesattezza, o forse peggio. Con un tale livello di caos, con indagini giocate in casa e al ribasso, tese a dare la colpa a un uomo solo, il comandante della Moby Prince Ugo Chessa, che tanto non poteva più parlare, una volta caduto il velo delle menzogne sono fiorite tesi di ogni genere. Già la sera del 12 aprile 1991 si sapeva che nel locale eliche di prua, proprio sotto il garage, era avvenuta una esplosione.
L'analisi dei reperti - Ancora oggi non c'è sicurezza sul fatto che fosse dovuta a una miscela di gas frutto dell'urto tra le due navi, e non già il risultato di un esplosivo ad alto potenziale, come sostenne una discussa perizia degli esperti della procura, che nel 1992 salirono sul relitto. Il consulente della Commissione Paride Minervini scrive che "al fine di fugare i molti dubbi", sarebbe necessaria una analisi dei reperti ritrovati in tribunale, "per la ricerca delle tracce di esplosivi alla luce delle nuove tecnologie". Cosa fare, lo deciderà, il procuratore di Livorno.
La nuova indagine - C'è una nuova indagine per strage, a carico di ignoti. Ci sarà anche una nuova commissione di inchiesta, proposta da Pd, M5S e Lega, per far luce sulle cause della collisione, sul mancato coordinamento dei soccorsi. E su come sia stato possibile questa nebbia durata 30 anni. C'è da capirlo, Angelo Chessa, figlio del comandante, che ha dedicato la vita a ridare l'onore a suo padre ricostruendo quel che era davvero successo quella notte.
"Ho dato tutto, e rifarei tutto. Ci è capitato di essere trattati in modo vergognoso nelle aule di tribunale, di venire liquidati con una alzata di spalle. Ma ne è valsa la pena. Perché infine tutti hanno capito. Abbiamo una verità storica. Adesso sarebbe bello avere anche una verità giudiziaria".
Il Fatto Quotidiano, 9 aprile 2021
L'Italia torna a chiedere alla Francia di assicurare alla giustizia gli ex Br condannati. Lo ha fatto la guardasigilli, Marta Cartabia, durante un incontro in video-conferenza con il suo omologo francese Eric Dupond-Moretti. La ministra ha ricordato "la massima attenzione e la pressante richiesta delle autorità italiane affinché gli autori degli attentati delle Brigate Rosse possano essere assicurati alla giustizia".
Al termine della riunione, Cartabia si è detta soddisfatta dello scambio di vedute con il collega francese. Lo sottolinea una nota del ministero della Giustizia. I due Ministri hanno fatto riferimento all'eccezionale cooperazione bilaterale italo-francese in materia penale, sostenuta dalle magistrate di collegamento a Parigi e Roma. E hanno accolto con favore i recenti progressi della legge italiana in materia di mandati d'arresto europei e i numerosi successi operativi resi possibili grazie alle squadre investigative comuni.
Il Guardasigilli francese ha espresso poi la sua gratitudine all'Italia per aver consegnato al suo Paese un immobile parigino confiscato all'ambito di un caso di mafia, a condizione che esso sia utilizzato a fini sociali. Questo immobile è stato messo a disposizione di un'associazione a tutela delle donne vittime di violenza. Una giovane donna vi abita dall'inizio di marzo.
Questa esperienza innovativa è stata attuata con successo all'inizio dell'anno e il sistema italiano di utilizzo a fini sociali dei beni sequestrati o confiscati ha ispirato una riforma legislativa adottata di recente in Francia. Di ciò si è continuato a dialogare nel pomeriggio nell'ambito di un seminario in videoconferenza che ha riunito esperti francesi e italiani responsabili di tali questioni.
di Ruggiero Capone
L'Opinione, 9 aprile 2021
L'idea di far passare uno scudo penale, per garantire grandi imprese, aziende e professioni,
serpeggia in Italia da almeno una ventina d'anni. E perché aziende, assicurazioni ed alti dirigenti
s'erano già scottati con condanne e risarcimenti a seguito delle cause per morti da amianto, e poi dopo la sentenza per la tragedia Thyssen Krupp.
Due grandi processi, sia quello Eternit (amianto) che Thyssen Krupp, che s'erano celebrati dinnanzi alla Corte di Assise di Torino, con condanne storiche sia sotto il profilo penale che civile. A cui seguirono (anche in forza delle sentenze della Cassazione) una miriade di processi e costituzioni di parte civile in tutta Italia per situazioni similari, per i tantissimi incidenti sul lavoro, come per malasanità, disastri ecologici (caso Ilva), crolli di viadotti e ponti autostradali, avvelenamenti, disastri ferroviari, straripamenti di fiumi ed invasi idroelettrici ed irrigui. Quanto era accaduto a Torino faceva ormai giurisprudenza, e tutte le grandi aziende con scheletri nell'armadio temevano di finire nelle indagini del pm Raffaele Guariniello.
"Ci vorrebbe uno scudo penale" borbottava un principe del foro, dimenticando che la Costituzione (macigno insormontabile) prevede all'articolo 3 che tutti i cittadini hanno pari dignità e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, razza, lingua, religioni, opinioni politiche, condizioni personali e sociali... l'articolo assume il principio di uguaglianza tra tutti i cittadini come diritto fondamentale.
E poi c'è l'obbligatorietà dell'azione penale, quindi un pubblico ministero di qualsivoglia procura potrebbe infischiarsene d'eventuali scudi penali, quindi procedere in barba ad una legge ordinaria (e con strampalati e fallaci decreti attuativi) sfornata da un Parlamento d'improvvisate macchiette filodrammatiche.
Furono i medici per primi ad agitarsi per ottenere uno scudo penale: la pretendono dai tempi in cui Alberto Sordi interpretava "Il medico della mutua", dagli anni Sessanta. Volevano lo scudo per proteggersi dai tantissimi casi di malasanità: ovvero gente morta in corsia, in sala operatoria per interventi sbagliati, o per cure che nulla avevano a che fare con la patologia.
Ed evitiamo di enumerare i casi di risarcimento danni nella chirurgia estetica: hanno letteralmente sbancato le compagnie assicurative. Dopo tanta insistenza, un medico eletto in Parlamento per il Partito Democratico (Federico Gelli) riesce a far approvare nel 2017 uno scudo penale per i medici: in quattro anni inapplicato per mancanza di decreti attuativi, ed oggi potrebbe avere parziale applicazione per sollevare medici e case farmaceutiche dalle responsabilità per morti da vaccinazione e, forse, per casi di malasanità in tempo di Covid.
I medici si dichiarano scontenti, ma non è colpa loro se Ippocrate misconosce la Costituzione italiana. La delusione dell'Ordine dei medici è tutta nell'infranta speranza verso un provvedimento definitivo ed omnicomprensivo.
Ma lo scudo penale per medici ed infermieri, che somministrano i vaccini, potrebbe non frenare accertamenti da parte della magistratura, ed in forza dell'obbligatorietà dell'azione penale: e non dimentichiamo che per la dirigenza sanitaria rimane, sempre e comunque, la "culpa in vigilando" per i casi di malasanità (la scriminante del Covid potrebbe non bastare). Di fatto, il Parlamento ha venduto all'Ordine dei medici l'applicazione della legge 24/2017 (nota come "legge Gelli"), ma senza spiegare perché in quattro anni è stata sprovvista di "decreti attuativi". Infatti, lo scudo penale può aspettare, in sua vece entra in vigore un provvedimento (di natura eccezionale) che promette uno pseudo-scudo penale da azioni giudiziarie, denunce, querele e richieste di risarcimento danni.
Una situazione similare era capitata per l'Ilva, quando venne promesso lo "scudo penale" agli investitori siderurgici. Un importante consulto tra i parlamentari e gli esperti del legislativo (supportati da giuristi) portava a togliere lo scudo legale ad Arcelor Mittal sull'ex Ilva, e perché nessuna patente d'intoccabilità può evitare che le imprese vengano indagate per disastri ambientali, sversamento di sostanze inquinanti, intossicazioni e morti per tumore. La licenza d'uccidere la danno solo certe monarchie europee alle loro compagnie multinazionali che operano nelle ex colonie, ed è un fatto grave sul quale l'Onu tace da troppo tempo.
Ma il mondo dell'impresa non s'arrende, ed anche Ferrovie ed Anas hanno avanzato (pur se timidamente, diciamo sottotraccia) la richiesta di uno scudo penale per le responsabilità nei disastri ferroviari e stradali: proposta che, guarda caso, iniziava a serpeggiare dopo la strage di Viareggio del 29 giugno 2009. Ben trentadue vittime e ventisei feriti.
L'8 gennaio 2020 in Cassazione è stata data lettura del dispositivo, che mandava prescritto il reato d'omicidio colposo dei vertici di Ferrovie e di tutti i responsabili della strage: una sentenza che probabilmente non esclude i risarcimenti civili, ed anche questo pare pesi ai responsabili del disastro. Infatti l'Anas (che oggi è in Ferrovie) memore dei disastri ferroviari e del crollo del Ponte Morandi, vuole uno scudo penale per un eventuale subentro ad Autostrade. Il problema che porrebbero le aziende del comparto è tutto incentrato su eventuali futuri problemi alle infrastrutture. Ovvero su chi ricadrebbe la responsabilità penale della mancata manutenzione.
Questa sorta di "scudo penale" per Anas piace ad alcuni parlamentari amici di Aspi (Autostrade per l'Italia) che fanno notare come una patente d'immunità avrebbe ridimensionato anche la tragedia del Ponte Morandi. Ma occorre prendere questi assalti all'articolo 3 della Costituzione come trovate estemporanee di gente squalificata, che casualmente siede in Parlamento.
Nella tragedia del Morandi ci sono quarantatré vittime, un disastro ancora non del tutto quantificato. Soprattutto c'è l'inchiesta della procura, che si basa anche sulla negligenza di chi doveva vigilare, ascoltando le segnalazioni sui tremori della struttura e sulla caduta di calcinacci e pezzi d'infrastruttura. L'Aspi ha mantenuto operativi tecnici e funzionari genovesi indagati (geometri, ingegneri, imprese).
La gente, i familiari, tutti confidano che non finisca come per la strage di Viareggio. Soprattutto che colpi di spugna o "scudi penali" non proteggano il potere più di quanto già venga concesso dalle scappatoie di sistema. E poi abbiamo capito tutto: questo scudo penale tutelerebbe ogni grande, permettendo il giusto e severo processo per il ladro di mele, per chi beccato a fare legnatico o a costruire abusivamente la cuccia del cane.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 9 aprile 2021
I dati ministeriali, aggiornati al primo aprile, parlano di 6.458 detenuti presenti nelle carceri della Campania a fronte di una capienza regolamentare di 6.085 posti. Ci sono quindi più di 300 detenuti più di quelli che le strutture penitenziarie possono ospitare, il che finisce per tradursi nella compressione di spazi e diritti. Perché sono inevitabili lo sbilanciamento e l'affaticamento del sistema.
Eppure il 16 febbraio scorso le Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione sono tornate a ribadire quale deve essere lo spazio minimo disponibile per ciascun detenuto, cioè lo spazio necessario affinché la pena non si trasformi in qualcosa di inumano e degradante. È una sentenza con cui si conferma che lo spazio minimo per ogni detenuto deve essere di tre metri quadrati al netto dello spazio occupato da mobili e strutture tendenzialmente fisse, inclusi i letti a castello e gli arredi necessari allo svolgimento delle attività quotidiane di vita. Una decisione in linea con quanto stabilì nel gennaio 2013 la cosiddetta sentenza Torreggiani, adottata dalla Corte europea per condannare l'Italia per la violazione della Convenzione europea dei diritti umani.
Da allora sono trascorsi otto anni ma la realtà penitenziaria è ancora lontana dall'assicurare a ogni detenuto condizioni compatibili con il pieno rispetto della dignità umana. Fino a quando il carcere continuerà a non essere l'extrema ratio e i progetti per il rinnovo dell'edilizia penitenziaria continueranno a rimanere su carta, sarà difficile parlare di spazi adeguati per chi deve scontare una condanna in cella. Basti pensare alle carceri della Campania: nella maggior parte dei casi sorgono in edifici storici e vecchi, dove gli spazi non sono concepiti per la rieducazione, dove si arriva a stare in undici in una stanza (come a Pozzuoli) o anche in 13 (come a Poggioreale).
"Un carcere sovraffollato si traduce in spazi ristretti e insalubri, nella mancanza di privacy, nella riduzione delle attività fuori cella, nel sovraccarico dei servizi di assistenza sanitaria - spiegano Marella Santangelo, responsabile del polo universitario penitenziario campano e componente della Commissione per l'architettura penitenziaria istituita a gennaio dal Ministero della Giustizia, e Clelia Iasevoli, docente di Diritto processuale penale all'università Federico II di Napoli. Questo porta spersonalizzazione, tensione crescente, violenza".
A otto anni dalla sentenza Torreggiani può ritenersi una conquista il riconoscimento giuridico dello spazio vitale? "In un contesto di emergenzialismo si tende a giustificare una politica criminale proiettata al raggiungimento di risultati di tipo repressivo, oscurando l'opera del giudice delle leggi di disvelamento del volto costituzionale della pena", spiegano Santangelo e Iasevoli. "Nessuna pena può essere indifferente all'evoluzione psicologica e comportamentale del soggetto che la subisce e nessuna pena che preveda la privazione della libertà personale può essere indifferente ai luoghi in cui le persone vengono rinchiuse. Lo spazio in carcere ha un ruolo determinante per la protezione della dignità personale dei reclusi".
Domani le due docenti inaugureranno un seminario interdipartimentale ("Spazi, diritti e cambiamento culturale") con interventi di magistrati, dirigenti dell'amministrazione penitenziaria e la lectio magistralis del giudice della Corte Costituzionale Nicolò Zanon: un'iniziativa innovativa che ha l'obiettivo di affrontare le tematiche del mondo penitenziario da una prospettiva che consenta di coniugare spazi e diritti.
"Significa - precisano Iasevoli e Santangelo - porre le premesse per il cambiamento culturale che parte dallo spazio vitale, perseguendo l'obiettivo del riconoscimento degli spazi necessari all'azione trasformativa del trattamento individualizzante. Da qui il ruolo fondamentale dell'architettura penitenziaria, che va oltre le misure e lo spazio minimo pro capite, che con il progetto può sperimentare la configurazione dello spazio della pena, per uscire dalla concezione del contenitore e immaginare spazi e articolazioni che tengano al centro l'uomo recluso, i suoi bisogni e la sua dignità".
reggiosera.it, 9 aprile 2021
Creata dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria per prevenire il proliferare dei contagi. La soddisfazione di Cgil, Cisl e Uil: "Segnale importante". Il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ha istituito una squadra speciale per affrontare l'emergenza Covid nel carcere di Reggio Emilia, in cui sono attualmente contagiati 120 detenuti e 60 agenti risultano indisponibili. Il provvedimento è stato firmato ieri dal capo del dipartimento Bernardo Petralia e dal vice Roberto Tartaglia e ripropone la soluzione con cui si sono in breve risolti i focolai scoppiati nella casa circondariale di Tolmezzo nel novembre 2020 e nel nuovo complesso di Roma Rebibbia a fine gennaio scorso.
Il gruppo di lavoro, oltre che dai dirigenti del Dap, è formato dal provveditore regionale e dal direttore del carcere di Reggio. Il suo compito è individuare le cause dei contagi e predisporre le misure per evitare che si diffondano. Sottolineano Trisolini, Bonfiglio e Cannizzo di Fp Cgil Fps Csil e Uil Pa: "È un segnale importante che da tempo sollecitavamo e sul quale da settimane siamo impegnati nei confronti di tutte le istituzioni coinvolte".
"Continueremo a mantenere alta l'attenzione ed a seguire l'evolversi della situazione nei prossimi giorni, pronti a formulare le nostre proposte e a dare il nostro contributo, con l'obiettivo di uscire al più presto da questa crisi sanitaria", aggiungono le organizzazioni. Sulla situazione della "Pulce" sono state intanto presentate un'interrogazione parlamentare dei deputati di Reggio del Pd, e una in Regione da parte dei consiglieri della Lega.
di Carmine Di Niro
Il Riformista, 9 aprile 2021
Forse non ha retto all'onta mediatica dell'arresto. Sabatino Trotta, dirigente del Dipartimento di Salute Mentale della Asl di Pescara, si è ucciso nella notte nel carcere di Vasto (Chieti), a poche ore dal suo arresto per corruzione nell'inchiesta sull'appalto da 11 milioni della Asl. Trotta è deceduto nella sua cella, dove era solo causa normativa anti-Covid, nella Sezione circondariale dove ci sono nove camere di pernottamento, nonostante l'intervento della polizia penitenziaria e dei medici del 118. La Procura di Vasto ha aperto un fascicolo per ricostruire quanto accaduto ed accertare eventuali responsabilità. Secondo l'Ansa Trotta si sarebbe impiccato con il laccio della sua tuta alla finestra della camera, lasciando anche una lettera indirizzata ai familiari.
Trotta era stato arrestato nell'ambito dell'inchiesta per corruzione che ha portato agli arresti anche una coordinatrice e un rappresentante legale della cooperativa sociale La Rondine, di Lanciano, del Consorzio Cooperative sociali Sgs vincitore della gara pubblica della Asl Pescara per l'affidamento della gestione di residenze psichiatriche extra ospedaliere, del valore di oltre 11 milioni di euro. Il suicidio del primario pescarese è stato confermato dalla direttrice del carcere Giuseppina Ruggero e dal procuratore capo di Vasto, Giampiero Di Florio.
Sabatino Trotta, medico chirurgo specialista in psichiatria e abilitato nella psicoterapia, era anche stato candidato alle elezioni regionali abruzzesi di febbraio 2019 nella lista della provincia di Pescara di Fratelli d'Italia. Trotta era finito in prigione con le accuse di corruzione, istigazione alla corruzione e turbata libertà degli incanti: secondo il pm di Pescara Anna Rita Mantini il dirigente dell'Asl era un "soggetto chiaramente dirottatore dell'iter pubblico ordinario e regolare".
Le parole della direttrice del carcere - Sabatino Trotta era tranquillo quando alle 16 di mercoledì è stato trasportato al carcere di Vasto. A spiegarlo è la stessa direttrice del penitenziario, Giuseppina Ruggero, che ha raccontato all'agenzia di averlo ricevuto personalmente. Trotta era stato tradotto a Vasto dove si ospitano i nuovi arrestati di tutta la regione che, secondo l'ordinanza del presidente della regione, devono fare 14 giorni d'isolamento Covid per essere trasferiti nell'istituto di destinazione che per il primario era Pescara. Al suo arrivo il dirigente dell'Asl avrebbe subito chiarito alla direttrice che era medico, psichiatra e che era stato vaccinato. La direttrice gli aveva parlato, "l'ho fatto apposta per capire come stava", spiega Ruggero.
Il dirigente arrestato era stato quindi sottoposto a visita medica e psicologica da parte del responsabile del dipartimento e dalla sua equipe. "Non hanno detto di metterlo a grande sorveglianza - spiega la direttrice Ruggero - Hanno scritto solo che se proseguiva la carcerazione aveva bisogno di un colloquio psicologico". Trotta sarebbe stato a colloquio con i responsabili del carcere per circa 45 minuti. Il racconto della direttrice dell'istituto si fa quindi inquietante: "Da psichiatra ha mostrato una tranquillità terribile e purtroppo ci sono caduta. Io mi voglio assumere questa responsabilità. Lo voglio dire", confessa la direttrice. Trotta alla fine del colloquio avrebbe detto con un'espressione stranamente sorridente: "Direttrice mica penserà che io mi voglia suicidare? Io c'ho tre splendidi figli".
Dopo cena, spiega ancora la direttrice, un ulteriore controllo con l'agente di custodia per sincerarsi dello stato di salute del detenuto. Che aveva fatto richieste "tranquillizzanti": una bottiglia d'acqua e due batterie per il telecomando. "Invece erano tutte sceneggiate per tranquillizzarci. Non ho chiuso occhio questa notte perché ripenso a tutte le parole che mi ha detto il primario e voglio capire dove mi ha ingannato" conclude Ruggero.
Come sottolinea l'Agi, nel carcere di Vasto ci sono 91 internati, 19 detenuti e 25 detenuti ristretti nella sezione Covid. Attualmente l'istituto di reclusione può contare su un personale di 70 unità rispetto alle 99 previste, ma nel prossimo ottobre andranno in pensione altri dieci tra agenti e assistenti. Una emergenza evidenziata dai numeri del turno di notte, quando sono in servizio solo cinque agenti.
di Rossella Anitori*
Il Dubbio, 9 aprile 2021
Gentile ministra delle Giustizia, Marta Cartabia, gentile Magistrato di Sorveglianza Dr. Marco Patarnello, torno a scriverle perché mia madre è risultata positiva al Covid e sono ormai 15 giorni che è trattenuta in una cella di isolamento senza potersi fare una doccia né guardare il cielo. Mia madre nonostante i suoi 65 anni è una donna forte di spirito, ma l'isolamento è una misura in grado di fiaccare anche gli animi più vigorosi.
Ieri mi ha raccontato che dopo 2 settimane in isolamento è risultata nuovamente positiva al tampone: questo nei termini di chi a Rebibbia sta gestendo la pandemia - un evento a cui la struttura carceraria non è preparata - significa un ulteriore periodo di isolamento. Senza acqua, senza affetti, senza aria. Ma come si può destinare un essere umano ad una tortura del genere? Dove è finita l'umanità che dovrebbe contraddistinguere la pena? Così facendo le istituzioni non si macchiano di una colpa peggiore di quella di cui chiedono conto al condannato? Circostanze speciali richiedono provvedimenti speciali, che purtroppo tardano ad arrivare.
In questo momento io ripongo in lei tutta la mia fiducia. Lo scorso 26 febbraio abbiamo fatto istanza per chiedere la scarcerazione e l'applicazione provvisoria dell'affidamento in prova. Da quel giorno attendiamo fiduciosi di riabbracciarla. Purtroppo il Covid rende angosciante l'attesa e fa del carcere un luogo ancora più duro, minando anche la risorsa della socialità con cui si consolano le persone detenute e trasforma la reclusione in un interminabile periodo di isolamento in deroga a qualunque principio di umanità. Mia madre non è una persona socialmente pericolosa, i fatti per cui si trova in carcere risalgono a 10 anni fa e afferiscono alla sfera di quella che era la sua attività lavorativa. A causa di quei fatti ha subito un licenziamento, è stata screditata socialmente e dopo quasi 30 anni alle dipendenze delle Stato non ha maturato il diritto alla pensione.
Oggi, a causa di un ricorso tardivo proposto erroneamente dal suo avvocato contro una sentenza di primo grado, è in carcere da oltre due mesi, di cui uno, a causa del Covid, passato in isolamento, dove dovrà restare fin quando il tampone non tornerà negativo. Quanto mi chiedo e cosa dovremmo attendere perché l'umano nell'uomo possa finalmente trionfare e mettere un punto a questa notte dei diritti? Mia madre è una madre e una nonna e ha tanto amore da dare. Io e la mia famiglia attendiamo ogni giorno il suo ritorno. Grazie per l'attenzione.
*Figlia di Giuseppina Cianfoni, attualmente detenuta a Rebibbia
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