di Gianluca Lettieri
Il Centro, 10 aprile 2021
Il colloquio dello psichiatra con la direttrice Ruggero all'ingresso del carcere: "Sono innocente" Poi la cena e le richieste per il giorno dopo: terapia per la pressione, acqua e pile del telecomando.
"Questa storia mi ha ferito. Ho fatto tanta beneficenza, sono un cattolico.
E adesso, con questa falsa vicenda, vengo invece presentato all'opinione pubblica come una persona che si approfitta di chi ha bisogno". Sono le tre e mezza del pomeriggio di due giorni fa quando il primario Sabatino Trotta, su un'auto della guardia di finanza, varca il cancello del carcere di Vasto e comincia a raccontare la sua verità alla direttrice Giuseppina Ruggero, che lo accoglie sul piazzale. A ripercorrere le ultime ore di vita dello psichiatra pescarese è proprio la responsabile dell'istituto penitenziario. "No, non immaginavo che, a distanza di poche ore, avrebbe potuto uccidersi", ripeterà all'infinito all'indomani di una tragedia che tutti, a Torre Sinello, etichettano come inaspettata.
All'inizio del primo giorno da detenuto, il primario appare tranquillo. Quando gli misurano la temperatura, dice di essere stato vaccinato. Ironizza persino sull'accento pescarese di Ruggero. La visita medica che va avanti spedita ed evidenzia un "minimo rischio suicidario". Poi, il comandante della polizia penitenziaria lo fa accomodare nel suo ufficio insieme alla direttrice. Racconta brevemente la sua storia, parla della famiglia che lo attende a casa, appare tranquillo e, a dire di chi lo ascolta, comunque in grado di gestire la situazione.
"Sono innocente e vittima di una persecuzione: non è assolutamente vero che ho usato gli ultimi per raggiungere scopi di denaro che, in realtà, non sono mai stati di mio interesse", si sfoga, respingendo con determinazione l'accusa di corruzione. "Gli altri hanno vinto una battaglia", scandisce Trotta, "ma l'importante è vincere la guerra. Io ho una splendida famiglia". A un certo punto, domanda alla direttrice: "Perché si sta tanto preoccupando per me?". "Perché lei non è abituato a questi ambienti", è la risposta. Il terzetto resta a parlare per mezz'ora, minuto più, minuto meno. Lui non scende nei dettagli, e i due interlocutori non fanno domande specifiche. Perché mettere il dito nella piaga significherebbe fare affiorare ulteriore malessere.
In ogni caso, sia per il presidio sanitario che per la direttrice, Trotta "è in grado di gestire il senso di frustrazione, anche perché è uno psichiatra e ben conosce l'ambiente penitenziario, avendolo frequentato per motivi professionali". A dire degli esperti, dunque, non c'è bisogno di una sorveglianza a vista.
Finito il colloquio, arriva il momento più difficile: entrare per la prima volta nella sua vita nel corridoio di un carcere. Lo accompagna un sovrintendente della polizia penitenziaria. La cella assegnata al primario è tra le più nuove. È composta da letto, tv, comodino, tavolo, sgabello e bagno con doccia. Trotta non deve condividere la stanza con altri detenuti perché il protocollo anti-Covid prevede 14 giorni di isolamento per i nuovi arrivati.
Lo psichiatra cena regolarmente, come accerta la direttrice del carcere con una telefonata. Poi, consegna all'agente della sezione la richiesta, per il giorno successivo, di una bottiglietta d'acqua e di due pile per il telecomando. Non dimentica neppure di farsi consegnare la terapia per la pressione. "Lei può suonare il campanello per qualsiasi necessità, noi siamo qui", gli ricorda un agente. "Grazie, ma non ho bisogno di niente", risponde il medico.
Per mettere in atto il suo piano di morte, però, lo psichiatra aspetta che si avvicini il cambio turno, previsto per mezzanotte. Conosce le regole del carcere e sa che, in quei minuti, le maglie dei controlli possono essere un po' meno strette. Prima di farla finita, impiccandosi con un laccio della tuta a una finestra, scrive una lettera alla moglie e ai due figli. La macchina dei soccorsi scatta immediatamente. Arriva anche l'ambulanza del 118, ma è tutto inutile.
Due inchieste - una della procura della Repubblica di Vasto e una interna - accerteranno se le misure di controllo siano state adeguatamente attuate. La prima domanda è: il laccio della tuta da ginnastica poteva essere in cella? "Sì, di certo non possiamo distruggere il pantalone a un detenuto", replica la direttrice Ruggero. "Per togliergli tutto, avremmo dovuto avere delle perplessità che, ripeto ancora una volta, non c'erano assolutamente".
E ancora: "Ripensando tutta la notte al colloquio avuto con Trotta, sono arrivata a due diverse conclusioni. La prima, per me più probabile, è che lui sia stato sincero fino al momento del telegiornale della sera. Poi, il servizio in tv potrebbe averlo fatto precipitare in un attimo di sconforto. La seconda ipotesi è che, essendo lui una persona molto intelligente, nonché particolarmente manipolativo e seduttivo, fosse tutta una recita e avesse architettato un vero e proprio piano. Con l'isolamento previsto per il Covid è tutto più difficile. Se Trotta fosse stato in stanza con altre persone, probabilmente lo avrebbero fatto desistere". E invece la sua vita è volata via cinque minuti dopo la mezzanotte, schiacciata sotto il peso di accuse così infamanti da cancellare in poche ore quasi trent'anni di carriera.
Il Dubbio, 10 aprile 2021
La famiglia di Bruno Pizzata ha presentato un esposto per accertare le responsabilità. Una nuova vittima di Covid nelle carceri italiane. Si tratta di Bruno Pizzata, 61 anni, detenuto presso la Casa Circondariale di Catanzaro, deceduto l'8 aprile 2021 presso l'Ospedale "Pugliese - Ciaccio" di Catanzaro per complicanze polmonari respiratore determinate da positività al Covid.
Gli avvocati Luca Cianferoni, Eugenio Minniti e Gianni Russano, nella qualità di difensori di Antonia, Sebastiano e Alessia Pizzata, rispettivamente madre e figli della vittima, hanno annunciato che presenteranno denuncia/querela "nei confronti di tutti quei soggetti che si sono resi responsabili con le loro condotte colpevoli e negligenti dell'exitus del signor Bruno Pizzata, esclusivamente causato dal tardivo ricovero presso il suddetto nosocomio da parte della Direzione e della Dirigenza Sanitaria del predetto Istituto di reclusione, nonostante la perdurante ingravescenza delle condizioni di salute che già da subito si erano caratterizzate per una sintomatologia assolutamente seria, naturalmente con contestuale richiesta di sequestro di tutta la documentazione sanitaria carceraria e ospedaliera afferente la gestione anamnestica ed il protocollo terapeutico apprestato per fronteggiare l'insorta patologia".
Sono almeno 73 i detenuti positivi nel carcere di Catanzaro, tra i quali due sono stati ricoverati. Mercoledì c'è stata una prima vittima e giovedì è stata la volta di A.S., di 45 anni che era ricoverato e pare non avesse altre patologie.
di Antonio Maria Mira
Avvenire, 10 aprile 2021
La Casa circondariale di San Severo, in provincia di Foggia, è ormai un reparto Covid, con metà dei detenuti positivi e addirittura tre ricoverati all'ospedale di San Giovanni Rotondo. Ma ancora nessun detenuto è stato vaccinato, mentre a metà marzo lo sono stati gli agenti penitenziari, col vaccino Astra Zeneca.
Ma nonostante questo, due di loro successivamente sono risultati positivi e ora sono a casa. Niente vaccini, invece, per operatori e volontari, compreso il cappellano, don Andrea Pupilla che così ogni volta che entra in carcere per incontrare i detenuti si deve fare il tampone. "I cappellani per il momento non sono previsti tra quelli da vaccinare. Doveva essere fatta una vaccinazione di massa, subito, veloce, ma sono riusciti a farla solo agli agenti ma con estrema lentezza, due al giorno in ospedale", ci dice don Andrea che è anche direttore della Caritas diocesana di San Severo e che ospita spesso detenuti in semilibertà o in affidamento.
Eppure fino alla settimana prima della Domenica delle Palme il carcere era rimasto indenne. "Abbiamo retto per un anno", dice ancora don Andrea. Poi è arrivato un detenuto trasferito dal carcere di Melfi, istituto con molti casi positivi. Ma per lui i tamponi fatti là erano risultati negativi. Così è entrato a San Severo ma poi è risultato positivo.
Nel frattempo aveva già infettato tutti. Una situazione ad alto rischio, aggravata dalla lentezza delle vaccinazioni. Così si è dovuti ricorrere ai trasferimenti in altri istituti per avere più spazio e isolare i positivi dividendoli da quelli ancora negativi. Così il carcere che solitamente ospita tra 80 e 100 detenuti, ne ha solo 52, metà contagiati. Hanno messo nelle celle insieme i positivi e i negativi nelle altre. E hanno liberato completamente il piano terra.
Ma la situazione è molto difficile e gli agenti sono allo stremo e alcuni si stanno mettendo in malattia. E pensare che quasi un anno fa, 1'1 giugno il carcere era stato sanificato. L'operazione era stata portata a termine dagli specialisti del 21° Reggimento artiglieria di Foggia, unità dell'Esercito inquadrata nella Brigata Pinerolo, su richiesta del direttore della casa circondariale. Il personale militare aveva provveduto a igienizzare in particolare i locali dell'infrastruttura e gli automezzi in dotazione alla Polizia penitenziaria.
Ma è bastato un detenuto contagiato per far precipitare tutto e non solo a San Severo. Negli ultimi 15 giorni la situazione è esplosa in molte carceri pugliesi. Secondo gli ultimi dati contenuti nel report nazionale del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria del 5 aprile i contagiati sono 115 tra detenuti, agenti e amministrativi. Le carceri con più casi, oltre a San Severo, sono quelle di Lecce con 27 contagi (7 detenuti e 21 poliziotti), Foggia con 17 casi (un detenuto, un amministrativo e 15 agenti), Bari e Taranto con 16 casi.
editoria.tv, 10 aprile 2021
"La scelta di applicare la pena detentiva deve essere, quanto meno, esteriorizzata nelle sue direttrici portanti che ne consentano di apprezzare la ragionevolezza". Lo ha stabilito la Cassazione in tema di diffamazione sul web e per quanto riguarda i blog che, anch'essi, dovranno rientrare nell'ormai sempre più attesa riforma auspicata dai giornalisti e raccomandata caldamente anche dalle istituzioni comunitarie europee.
L'ultimo caso è arrivato dalla quinta sezione penale della Corte di Cassazione che ha annullato con rinvio la sentenza della corte d'appello di Catanzaro che aveva condannato a sei mesi di reclusione un blogger calabrese. I giudici hanno ravvisato, come ha riportato l'Ansa, che il giudice che condanna per diffamazione al carcere, anche con la formula della pena sospesa, il direttore di una testata online scartando quella che deve essere la prima opzione, ossia la pena pecuniaria, ha "l'obbligo di indicare le ragioni che lo inducano ad infliggere la pena detentiva".
La pronuncia è ispirata dai principi stabiliti in sede di giurisprudenza comunitaria: l'Europa, infatti, ha spiegato che l'ipotesi del carcere va tenuta in considerazione solo per casi ritenuti gravissimi tra cui quelli inerenti i messaggi d'odio e l'istigazione alla violenza. La sentenza della Cassazione ha riportato d'attualità il tema della riforma, ormai necessaria e da anni invocata dai giornalisti, della diffamazione a mezzo stampa. L'argomento è stato posto dalla Fnsi sul tavolo del confronto con il neo sottosegretario all'Editoria Giuseppe Moles insieme ai temi del precariato e dell'equo compenso e delle cosiddette querele bavaglio. Entro giugno dovrebbe muoversi qualcosa in parlamento.
di Paolo Conti
Corriere della Sera, 10 aprile 2021
Riflessioni dello scrittore sul tema della responsabilità civica. Esce il 10 aprile, e resta disponibile per un mese, il volume "Della gentilezza e del coraggio" dell'ex magistrato. Che cos'è veramente la gentilezza, e che cosa davvero è il coraggio? E perché queste due qualità/virtù sono così strettamente connesse tra loro, e appaiono indispensabili per diventare un cittadino veramente consapevole, dunque libero? In estrema sintesi è l'itinerario proposto da Gianrico Carofiglio in Della gentilezza e del coraggio. Breviario di politica e di altre cose, dal 10 aprile in edicola con il "Corriere della Sera" per un mese a 9,90 euro più il prezzo del quotidiano. Sarebbe sbagliato pensare che le due creature carofigliane, così amate dal suo pubblico (ovvero l'avvocato Guido Guerrieri e il maresciallo Pietro Fenoglio) siano completamente sparite di scena. Certo qui loro non ci sono: mancano omicidi e casi da risolvere.
Siamo esplicitamente di fronte a un "breviario": ma resta il metodo investigativo, stavolta applicato alla scoperta dell'etica e alla sua negazione, dunque il piacere di capovolgere l'ovvio e i luoghi comuni come avviene in un'inchiesta dei tanti best-seller di Carofiglio. L'autore qui intende indicare "un sommario di suggerimenti" per la pratica della politica e del potere ma soprattutto "per la critica e la sorveglianza sul potere": cioè la dignità di cittadini adeguatamente strutturati per capire, saper convivere, criticare, rispettare, scegliere e rifiutare. Ma sempre liberamente.
Tre temi, indicati in incipit: la gentilezza "come metodo per affrontare e risolvere i conflitti e strumento chiave per produrre senso nelle relazioni umane", il coraggio "come essenziale virtù civile e veicolo del cambiamento". E poi la capacità di "porre e di porsi domande - la capacità di dubitare, insomma - come nucleo del pensiero critico e dunque della cittadinanza attiva". Una capacità che distingue "i cittadini consapevoli dai sudditi". Una facoltà che implica, guarda un po', "gentilezza e coraggio".
Dunque, la gentilezza. Primo equivoco sgomberato da Carofiglio: "La pratica della gentilezza non significa sottrarsi al conflitto. Al contrario, significa accettarlo, ricondurlo a regole, renderlo un mezzo di possibile progresso e non un evento di distruzione". Se i fascismi e i populismi "vivono dell'elementare, micidiale logica che divide il mondo in amici e nemici", l'uomo civile "non rifiuta il conflitto. Lo accetta, invece, come parte inevitabile e proficua della complessità e della convivenza". L'autore propone un parallelo, guardando verso Oriente, tra i samurai giapponesi (il leggendario maestro Miyamoto Musashi) interamente concentrati sull'obiettivo di uccidere il nemico, e la modernità del karate, con una frase del suo fondatore Gichin Funakoshi: "Sconfiggere il nemico senza combattere è l'abilità suprema".
Si arriva così alla differenza tra i bravi comunicatori e i manipolatori (qui Carofiglio analizza a lungo il "metodo Trump"), all'identikit del "politico ideale" pronto a mettere da parte il proprio ego per "non farne, mai, un fatto personale", alla dote della metacognizione, ovvero "la capacità di uscire da sé stessi" e di osservare criticamente cosa si fa, cosa si dice, cosa si pensa. E se gli incompetenti "sono inconsapevoli, ignoranti, della propria ignoranza" invece i competenti "sono consapevoli della propria ignoranza". Naturalmente si arriva al linguaggio violento, sempre più frequente, figlio delle semplificazioni e dell'ignoranza.
Il contrario di tutto questo è "l'arte del dubitare domandando", cioè "lo strumento fondamentale del pensiero critico e civile per contrastare tutte le forme e le pratiche di esercizio opaco, quando non deliberatamente occulto, del potere". Un esercizio del singolo che, collettivizzato, riguarda la democrazia: "La qualità della vita democratica dipende dal numero, dal tenore, dall'efficacia delle domande che interpellano l'esercizio del potere e lo sottopongono a scrutini inattesi".
Ed eccoci al coraggio e alla paura. Carofiglio mette da parte banali schematizzazioni: il coraggio non è più l'opposto di paura e viceversa ma "la paura è la premessa del coraggio" perché "non esiste coraggio se non come risultato di una reazione, di un'elaborazione della paura e della sua trasformazione in capacità di agire". Dunque il coraggio è "il buon uso della paura", è "reazione attiva ai pericoli individuali e collettivi". Sorprendente anche l'elogio dell'errore (così come c'è un elogio dell'ironia e dell'autoironia) una sorta di appendice alla gentilezza e al coraggio.
Ecco il racconto di Michael Jordan, la leggenda del basket: "Nella mia vita ho sbagliato più di novemila tiri. Ho perso trecento partite. Per trentasei volte i miei compagni si sono affidati a me per il canestro decisivo e io l'ho sbagliato. Ho fallito tante e tante volte nella mia vita. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto". Qui il cerchio del ragionamento proposto da Carofiglio si chiude: "Convivere con l'errore e l'incertezza implica coraggio; implica un approccio cauto (il coraggio è cauto, la temerarietà e imprudente), e dunque gentile, al tentativo di trasformare il mondo e di dargli senso".
Certo, nelle pagine ci sono moltissimi agganci all'attualità (oltre a Donald Trump compaiono Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Alessandro Meluzzi, e si potrebbe continuare). Ma nel libro conta veramente l'idea centrale: "Gentilezza insieme a coraggio (in realtà le due caratteristiche, correttamente intese, sono inscindibili) significa prendersi la responsabilità delle proprie azioni e del proprio essere nel mondo. In modo ancora più sintetico: accettare la responsabilità di essere umani".
Il volume - È in edicola dal 9 aprile con il "Corriere" il volume di Gianrico Carofiglio, Della gentilezza e del coraggio. Breviario di politica e altre cose (è uscito nel 2020 per Feltrinelli) a euro 9,90 oltre al prezzo del quotidiano; resta in edicola per un mese. È l'ultimo titolo della collana dedicata all'autore dal "Corriere" nel 2020 Carofiglio (Bari, 1961) è autore di racconti, romanzi, saggi. Ex magistrato, è stato senatore del Pd dal 2008 al 2013. Nel 2020 è stato finalista allo Strega con La misura del tempo (Einaudi Stile libero).
vistanet.it, 10 aprile 2021
Seicento mascherine in cotone madapolam e 283 confezioni di gel disinfettante per le mani sono state donate dall'associazione "Socialismo Diritti Riforme" alla Casa Circondariale di Cagliari-Uta. Di colore nero, in confezione individuale sanificata e sottovuoto, i dispositivi di protezione sono stati realizzati gratuitamente dalla stilista quartese Emma Ibba, socia Sdr. Le protezioni personali, dopo l'uso, potranno essere lavate e riutilizzate. Le confezioni di gel disinfettante, destinate alle sezioni e alle aree comuni detentive, arricchiranno la dotazione dei sanificatori, favorendo una maggiore difesa dal coronavirus.
Non è la prima volta che SDR contribuisce concretamente a garantire maggiore sicurezza anticovid ai detenuti e agli operatori penitenziari. In altre tre precedenti occasioni infatti sono state offerte 860 mascherine chirurgiche e 600 di cotone. I nuovi dispositivi sono stati consegnati al Direttore della Casa Circondariale Marco Porcu dalla stilista Emma Ibba, che le ha confezionate, e da Maria Grazia Caligaris, socia Sdr. Presente Monica Cardone, funzionaria giuridico-pedagogica in rappresentanza dell'Area Educativa dell'Istituto.
"Desidero esprimere un personale apprezzamento - ha detto Marco Porcu - per la sensibilità dell'associazione di volontariato Sdr che ancora una volta ha dimostrato una particolare attenzione nei confronti della Casa Circondariale. Un gesto utile che concretamente contribuisce a rendere più agevole il nostro impegno di garantire sempre maggiore serenità alle persone detenute e ai loro familiari". "La realizzazione dei nuovi dispositivi - ha sottolineato Emma Ibba - è nata dalla consapevolezza delle difficoltà derivanti dalla pandemia e dalla volontà di contribuire a dare maggiore sicurezza alle persone che vivono in questo carcere".
"L'impegno assunto da SDR - ha aggiunto Maria Grazia Caligaris - vuole essere un segno concreto di partecipazione civile e di vicinanza a una realtà spesso trascurata e marginalizzata. Uno sforzo reso possibile dalla generosità della nostra socia Emma e da quanti collaborano attivamente alla realizzazione dei nostri progetti culturali di sensibilizzazione". Presieduta da Paola Melis, l'associazione di volontariato opera nella Casa Circondariale di Cagliari-Uta da 12 anni promuovendo iniziative culturali e contribuendo al ruolo riabilitativo del carcere.
di Alfredo Imbellone*
Il Manifesto, 10 aprile 2021
A un anno dalla scomparsa, l'emittente romana Radio Onda Rossa organizza un'iniziativa pubblica in suo ricordo. Dispiace non poter contare nell'attuale dibattito sull'ergastolo ostativo della voce di Salvatore Ricciardi (Roma, 1940-2020), scomparso esattamente un anno fa, il 9 aprile, dopo essersi dedicato nell'ultimo ventennio di vita a dar voce al tema del carcere in Italia con libri e trasmissioni radiofoniche dai microfoni di Onda Rossa di Roma.
La morte di Ricciardi, avvenuta in pieno lockdown del 2020, quando erano vietati funerali e assembramenti di qualsiasi tipo, fu l'occasione della prima manifestazione pubblica sciolta dalle forze dell'ordine in applicazione delle restrizioni Covid. Fu organizzata una breve sosta nel quartiere di San Lorenzo del carro funebre proveniente dal vicino Policlinico Umberto I, dove Ricciardi era deceduto, per dare l'ultimo saluto a Salvo, così lo chiamavano i suoi compagni e compagne, sotto la radio che lo aveva avuto tra i redattori negli ultimi anni, per le strade del quartiere che aveva frequentato dagli anni 60 con la militanza nel sindacato dei ferrovieri, poi l'esperienza nel Psiup e l'uscita "da sinistra" con la nascita dei primi comitati per l'Autonomia Operaia che aprirono le loro sedi proprio in via dei Volsci.
Condannato egli stesso all'ergastolo per aver fatto parte delle Brigate Rosse, attorno alla figura di Ricciardi da metà degli anni 90 si mobilitarono collettivi dei centri sociali e realtà antagoniste di Roma, insieme a Radio Onda Rossa, per sostenerne la scarcerazione per motivi di salute, dopo che il Tribunale di sorveglianza ne aveva chiesto, ottenendolo infine nel 1998, il rientro in carcere dopo un intervento chirurgico al cuore.
L'incontro tra Ricciardi, Radio Onda Rossa e i centri sociali capitolini, andò poi oltre la vicenda della scarcerazione e del tema dell'incompatibilità tra detenzione e malattia e sanità penitenziaria, dando il via a una vivace serie di iniziative sul carcere nel suo complesso, nell'ottica della sua abolizione che hanno scandito quest'ultimo ventennio a Roma: come gli appuntamenti fissi sotto le mura del carcere di Rebibbia la mattina del 31 dicembre, e l'agenda Scarceranda autoprodotta da Radio Onda Rossa e fatta arrivare ai prigionieri e prigioniere di tutte le carceri italiane. Ricciardi era stato tra coloro che avevano fatto nascere queste iniziative, al pari di tante altre sul carcere sviluppatesi negli anni, e che ha continuato instancabilmente a portare avanti fino alla sua morte.
Il superamento dell'ergastolo ostativo persegue un obiettivo di maggiori garanzie delle libertà delle persone ed è una questione di civiltà giuridica. L'ostatività nella concessione dei benefici di legge alle persone condannate all'ergastolo è frutto dei provvedimenti emergenziali di inizio anni 90, era l'epoca delle stragi mafiose, e l'introduzione e inasprimento degli articoli 4bis e 41bis dell'ordinamento penitenziario.
L'eccezionalità di simili provvedimenti seppe integrarsi con le stagioni emergenziali che hanno caratterizzato la storia italiana prima e dopo la loro introduzione, divenendo infine parti integranti e stabili dell'ordinamento ordinario. Negli anni, anziché restringersi e limitarsi, il loro campo di applicazione si è andato estendendo, fino a comprendere voci di reato ben al di là degli ambiti eversivi per i quali furono introdotti.
La critica abolizionista del carcere di cui Salvatore Ricciardi è stata una delle migliori voci nell'Italia degli ultimi decenni individua nell'ergastolo, nel "carcere duro" del 41 bis, nella fattispecie dell'ostatività, non tanto e non solo delle escrescenze peggiorative del sistema penale e penitenziario, delle loro aberrazioni, quanto piuttosto le loro punte di diamante, i loro fondamenti ideologici e, vien da dire "mitici" a fondamento e giustificazione dell'intero apparato. L'eliminazione del colpevole dal consesso sociale, la sua relegazione dietro le mura di un carcere per sempre, senza possibilità di uscita se non nel pentimento e collaborazione, qualora utili ai fini processuali, richiamano molto da vicino una pena di morte differita nel tempo. Simile trattamento riservato al mostro, all'irriducibile, all'irrecuperabile corrispondono al detto "sbattere in cella e buttare la chiave" che sta alla base di una larga fetta di consenso attorno al sistema carcerario.
Poco importa se poi, all'atto pratico, nelle patrie galere vi stiano decine di migliaia di persone per reati minori, per la gran parte in condizioni socio-economiche svantaggiate, le classi povere ed emarginate della società. La giustificazione dell'istituzione carceraria trova linfa proprio dall'idea di punire l'archetipo criminale, la quintessenza del male, l'elemento da annientare e allontanare permanentemente per il bene della società.
Secondo l'analisi abolizionista oggetto di critica del sistema penitenziario devono essere in primis tali istituti che sanno tenere in piedi nell'opinione comune l'idea della necessità del carcere, permeando, come si è visto nel caso del 4bis e simili, l'intero sistema, diffondendosi nell'applicazione e tramandando nel tempo le pratiche emergenziali punitive.
Di simili argomentazioni Salvatore Ricciardi è stato instancabile sostenitore nel corso degli anni. Oggi manca la sua intelligenza e forza nel portarle avanti, come manca la sua figura di ribelle di lungo lustro a tutte e tutti coloro che lo hanno conosciuto, letto, ascoltato. Se in occasione della sua morte fu strozzata la possibilità di dargli addio, oggi, a un anno di distanza Radio Onda Rossa organizza un'iniziativa in suo nome. "Ciao Salvo!", venerdì 9 aprile 2021, in ricordo di Salvatore Ricciardi a un anno dalla scomparsa: dalle 17:00 presenza in strada con diretta radiofonica da via dei Volsci, sotto la sede di Radio Onda Rossa, davanti al civico 56, con mascherina e distanza senza perdere il contatto umano.
*Radio Onda Rossa
Adnkronos, 10 aprile 2021
Sono stati rinviati a giudizio 46 detenuti del carcere romano di Rebibbia indagati per la rivolta avvenuta il 9 marzo 2020 nel penitenziario in contemporanea con i disordini scoppiati in altri istituti italiani, da Milano a Modena fino a Foggia e a Palermo dopo le disposizioni legate alle misure di contenimento della pandemia da coronavirus.
La prima udienza è fissata per il 30 giugno mentre in 4 hanno scelto il rito abbreviato. I reati contestati dai pm Francesco Cascini e Eugenio Albamonte, coordinati dal Procuratore capo di Roma Michele Prestipino, vanno a vario titolo dal danneggiamento al sequestro di persona, rapina e devastazione. Nell'ambito delle indagini, lo scorso novembre, sono state eseguite nove misure cautelari in carcere nei confronti di altrettanti detenuti.
La protesta dei detenuti aveva interessato prima il reparto G11 per poi estendersi ad altri settori di Rebibbia Nuovo Complesso coinvolgendo centinaia di detenuti. Nel corso della rivolta, oltre ad essere stata saccheggiata l'infermeria, la biblioteca e devastati interi settori, un ispettore finì in ospedale dopo essere stato accerchiato e colpito con calci e pugni riportando una prognosi di 40 giorni.
di Francesco De Palo
Il Fatto Quotidiano, 10 aprile 2021
Giorgos Karaivaz, che lascia la moglie e un figlio adolescente, era molto conosciuto dal pubblico televisivo per i suoi reportage anche sull'operato della polizia e stava tornando a casa dopo aver partecipato a una trasmissione sull'emittente Star. Il suo nome è legato anche a un caso di corruzione che coinvolgeva diversi agenti di polizia, avvocati, imprenditori e un ex politico. Si cercano due uomini a bordo di un motorino
È stato ucciso con sei colpi d'arma da fuoco di fronte alla sua abitazione, ad Alimos, un sobborgo di Atene, probabilmente da due uomini a bordo di uno scooter. È morto così Giorgos Karaivaz, giornalista televisivo greco esperto di cronaca nera, lasciando il Paese sotto shock. Adesso è caccia ai responsabili con posti di blocco in tutta l'Attica.
Appena sceso dall'auto, a pochi metri dal portone, Karaivaz è stato colpito a bruciapelo dal passeggero della moto: sei volte, ha detto la polizia che sul posto ha trovato 17 bossoli, secondo quanto riferiscono i media greci. La scientifica sta ora esaminando questi reperti per capire se l'arma usata nell'omicidio sia comparsa in qualche altra azione criminale. I primi soccorritori hanno trovato Karaivaz riverso sull'asfalto, già privo di vita. Vengono interrogati testimoni e si cercano i filmati delle telecamere presenti nella zona, ma finora degli assassini nessuna traccia. Gli investigatori, sempre secondo i media locali, ritengono che l'agguato sia stato preparato con cura, con i sicari che conoscevano le abitudini del reporter.
Karaivaz, molto conosciuto dal pubblico televisivo per i suoi reportage di 'nera', ma anche sull'operato della polizia, stava tornando a casa dopo aver partecipato a una trasmissione sull'emittente Star. Il suo nome è legato in particolare al caso di un multiforme anello di corruzione che coinvolgeva diversi agenti di polizia, avvocati e uomini d'affari con fatturati a sei zeri, in cui erano coinvolti anche un ex parlamentare Anel (partito di destra ed ex alleato di Syriza) e l'imprenditore Dimitris Malamas, assassinato nell'ottobre 2019 ad Atene con 18 colpi di kalashnikov.
Il giornalista era sposato e padre di un adolescente, aveva lavorato per anni per la tv Ant1, prima di passare a Star, ed era collaboratore del quotidiano Eleftheros Typos. I social media sono stati subito inondati di messaggi di cordoglio e sul sito personale del giornalista, bloko.gr, i collaboratori del reporter hanno scritto che "Giorgos Karaivaz non è più con noi. Qualcuno ha deciso di farlo tacere con i proiettili per fargli smettere di scrivere i suoi articoli. È stato giustiziato davanti a casa sua. Per noi che in questi anni abbiamo collaborato con lui, sotto la sua guida nei momenti difficili, che abbiamo condiviso con lui il vino, che siamo stati onorati della sua amicizia, sono ore molto dure".
"L'omicidio del giornalista George Karaivaz ci ha scioccati tutti. Le autorità stanno già indagando sul caso per arrestare gli autori e assicurarli alla giustizia. Esprimiamo il nostro dolore e le nostre sincere condoglianze alla sua famiglia", ha detto la portavoce del governo Aristotelia Peloni. Anche se attentati incendiari o atti vandalici contro le sedi dei media sono abbastanza comuni in Grecia, raramente sono stati presi di mira i giornalisti. Nel luglio scorso, il proprietario di tabloid Stefanos Chios era stato ferito a colpi di pistola da un uomo a volto coperto, ma era sopravvissuto. Il precedente più noto è quello del giornalista investigativo Socratis Giolias, ucciso nel 2010, che secondo la tv pubblica Net stava lavorando all'epoca a un'inchiesta su fatti di corruzione. Un gruppo di estrema sinistra rivendicò l'omicidio, ma il caso non è mai stato risolto.
di Alberto Negri
Il Manifesto, 10 aprile 2021
La realtà è che Stati uniti ed Europa nel Mediterraneo e in Medio Oriente hanno lasciato in questi anni un vuoto riempito dal "reis" turco e dalla Russia ma adesso ci vuole un "ritorno all'ordine", alla nuova guerra fredda decretata dalla coppia Biden-Blinken. E Draghi esegue.
Draghi, in sintesi, dice che Erdogan è un dittatore che ci fa comodo: tradotto significa che gli facciamo fare quel che vuole fino a quando ci serve. Una pericolosa e irrealistica illusione, del premier ma anche Usa ed europea. Erdogan fa quello che vuole con il nostro consenso e indignarsi perché non rispetta i diritti umani o il galateo diplomatico è assai ipocrita. Gli Usa e gli europei speravano che il golpe fallito del 15 luglio 2016 lo sbalzasse dal potere: da allora il "reis" preferisce mettersi d'accordo con Putin piuttosto che con l'Occidente atlantico, che lo vorrebbe manovrare in funzione anti-russa ma alla fine lo detesta e lo ammansisce, magari sulla pelle degli altri.
Qualche esempio? Trump, con il ritiro delle truppe Usa dal Nord della Siria nell'ottobre 2019, lasciò che Ankara massacrasse i curdi siriani, nostri alleati contro l'Isis, usando i jihadisti terroristi e tagliagole. In Tripolitania, di fronte alla incapacità italiana a sostenere il governo Sarraj, siamo suoi ospiti e le milizie filo-turche fanno la guardia all'ambasciata italiana mentre i suoi militari si sono fatti fotografare sulle motovedette donate dall'Italia. I turchi hanno la memoria lunga: l'Italia conquistò la Libia nel 1911 sottraendola all'Impero ottomano e l'anno dopo si portò via anche il Dodecaneso. Erdogan, il neo-ottomano sgarbato, è uno che gli insulti se li lega al dito.
La realtà è che Stati uniti ed Europa nel Mediterraneo e in Medio Oriente hanno lasciato in questi anni un vuoto riempito dal "reis" turco e dalla Russia ma adesso ci vuole un "ritorno all'ordine", alla nuova guerra fredda decretata dalla coppia Biden-Blinken. E Draghi esegue. La sostanza è questa: gli Usa non vogliono un nuovo accordo tra Erdogan e Putin che possa incoraggiare la Russia a restare in Cirenaica e magari aprire un'altra base militare nel Mediterraneo dopo quelle in Siria.
Si tratta di una manovra che fa parte di una strategia più ampia con cui Washington vuole mettere pressione a Mosca: dallo schieramento dei missili ipersonici in Europa al blocco del gasdotto Nord Stream 2 tra Russia e Germania, all'eventuale ingresso dell'Ucraina nella Nato. Biden, sta per nominare l'inviato speciale incaricato di bloccare il gasdotto Nord Stream 2: è il suo uomo di fiducia in Ucraina, Amos Hochstein, già nel consiglio del colosso energetico ucraino Naftogatra, un passato nell'esercito israeliano, che durante l'amministrazione Obama fece saltare il South Stream con Mosca (2 miliardi di commesse Saipem) e si adoperò per attivare il Tap, il gasdotto alternativo con l'Azerbaijan.
Erdogan si oppone a Putin in Siria, in Azerbaijan e in Libia ma si è anche messo d'accordo con il capo del Cremlino: compra il suo gas e le batterie anti-missile S-400 ed è incline a una spartizione in zone di influenza che irrita gli americani, soprattutto Antony Blinken che nel 2011 era un sostenitore dei raid contro Gheddafi e ora vorrebbe cacciare i mercenari russi asserragliati con il generale Haftar su una "Linea Maginot|" nella sabbia della Cirenaica. La non guerra e la non pace è la situazione la Russia gestisce meglio, dal Medio Oriente al Caucaso, finché non si rompono gli equilibri.
Draghi, l'atlantista buono, ha orecchiato sul manuale Biden-Blinken che bisogna bacchettare Erdogan, l'atlantista ribelle, e ha fatto la sua uscita, un po' alla carlona, durante una conferenza stampa. Fa parte di un'offensiva diplomatica che ha portato il premier a Tripoli- grazie ad Erdogan - nello stesso giorno in cui arrivava il greco Mitsotakis: mai si erano visti in Libia due capi di governo europei in un solo giorno - la stampa italiana non ha dato l'evento per non sminuire il "primato" italico nell'ex colonia. Poi subito dopo c'è stata la missione von der Leyen-Michel ad Ankara.
La crisi di poltrone e sofà, grave se fosse uno sgarbo e una offesa voluta al ruolo di rappresentanza delle donne in politica, non a caso esplode ora dentro l'Ue, sia per le priorità dei ruoli sia perché davvero il protocollo dell'incontro era stato approvato dalle due parti. Ma lo sgarbo ha oscurato il vero problema. La Turchia non ha nessuna intenzione di cedere su quattro dossier: i profughi, le frontiere marittime del Mediterraneo orientale, la Libia e i diritti umani. Erdogan fa valere la sua vittoria militare in Libia a Sarraj che aveva il generale Haftar e i russi alle porte di casa.
Il via libera a Erdogan è venuto da noi, come del resto in Siria quando fece passare 40mila jihadisti per combattere Assad: era questo che volevano gli Usa, "guidare da dietro" la caduta del regime di Damasco. Per questo si è preso in casa tre milioni di profughi, incassa miliardi da Bruxelles e ricatta gli europei sulla rotta balcanica, dove camminano alla disperata tante donne migranti senza sedia e senza speranza. Ma noi paghiamo il dittatore per tenerle lontane.
La Germania lo sa perfettamente e quindi impone soltanto sanzioni europee "cosmetiche" per le violazioni di Erdogan delle "zone economiche esclusive" del gas offshore di Grecia e Cipro, dove hanno interessi la Total francese, l'Eni italiana, le compagnie americane e Israele. I "dittatori fanno comodo" anche per tacere: Draghi nel suo discorso d'insediamento non ha detto una parola su al-Sisi, Regeni e Zaki. Si capisce bene allora che una sedia non è solo una questione di arredamento diplomatico ma rappresenta cosa si muove davvero dietro la pace e la guerra nel Mediterraneo: una spasmodica lotta di potenze e una nuova guerra fredda, dove l'Italia ha il solito ruolo di penisola portaerei americana. E non basta dire che Erdogan "è un dittatore che ci fa comodo".
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