di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 21 maggio 2021
Il 17 maggio scorso, a Palisades, nei dintorni di Los Angeles, è divampato un violento incendio che ha mandato in fumo più di 1300 acri di vegetazione, 1000 persone sono state costrette ad evacuare le loro abitazioni mentre la "città degli Angeli" veniva avvolta da fumo e cenere. La polizia annunciò di aver preso in custodia un sospetto piromane, una circostanza confermata anche dallo stesso sindaco della megalopoli Eric Garcetti durante una conferenza stampa. Ciò che invece non ha avuto risalto immediato sulle cronache è che il possibile piromane era stato individuato grazie ad un'applicazione scaricabile sugli smartphone dei cittadini.
Si tratta di Citizen, un app che fornisce agli utenti informazioni sulla criminalità locale tramite scanner della polizia e altre fonti. Il problema è che il sospettato è stato poi scagionato perché risultato estraneo ai fatti (la polizia ha successivamente arrestato il vero autore del crimine), era un senza tetto finito ingabbiato in una vicenda kafkiana che apre scenari inquietanti per la giustizia penale, la privacy e le nuove frontiere del controllo sociale.
Citizen ha inviato un alert sull'incendio includendo una foto dell'uomo ingiustamente accusato, il suo viso è stato visto immediatamente da oltre 861mila persone, inoltre l'app ha offerto anche una ricompensa (sarebbe meglio dire una taglia) di ben 30mila dollari per chiunque avesse fornito informazioni utili all'arresto. Citizen ha riconosciuto l'errore è ha tolto la foto che però è rimasta visibile per più di 15 ore, inoltre ha ammesso che la ricompensa era stata promessa senza un effettivo coordinamento con le agenzie preposte al caso.
A questo punto è emersa tutta la pericolosità di un tale sistema tecnologico. Per Jim Braden, lo sceriffo che ha interrogato l'uomo ingiustamente accusato, le azioni di Citizen sono state "potenzialmente disastrose", in molti si chiedono dove porterà l'uso di app come questa che si stanno diffondendo però in molte città degli Stati Uniti.
La giustizia dunque finisce per essere privatizzata, si incoraggia il fenomeno del "vigilantismo" aumentando il rischio che false accuse diventino virali. Secondo Sarah Esther Lageson, assistente professore alla Rutgers School of Criminal Justice, "una falsa accusa è quasi come una condanna ora, a causa del modo in cui le persone sono così rapidamente esposte al pubblico. Con la loro immagine e il nome online, la notorietà è per sempre." Esiste poi un pericolo ancora maggiore e cioè che vengano incoraggiati gli stereotipi razziali e sociali. Per la studiosa infatti "Queste app spostano quella dinamica di potere della sorveglianza e della risposta ai crimini, consentendo al possessore del telefono di determinare chi è sospetto e perché".
In realtà Citizen ha una storia breve ma già costellata di critiche ed accuse. E' stata infatti lanciata nel 2017 a New York con il nome originario di Vigilante, l'idea è stata quella di usare i dati sulla posizione per fornire agli utenti informazioni sulla criminalità nella loro area, una trovata vincente per una società evidentemente impaurita e insicura. Non a caso si è estesa in più di 20 città tra cui Baltimora, Los Angeles, Filadelfia e Detroit. Il claim con il quale viene pubblicizzata è chiaro: "Proteggere te stesso, le persone e i luoghi a cui tieni". E probabilmente non è un caso che, sempre a Los Angeles, l'app sia stata impiegata per consentire il tracciamento dei contatti durante la pandemia di Covid.
Il vero problema è che gli utenti sono invitati a trasmettere in streaming i filmati delle conseguenze di crimini e incidenti di varia natura, evidentemente questo non allontana le persone dal pericolo come viene propagandato e può mettere a rischio la vita di altri. Una stortura che è stata alla base dello stesso cambiamento di nome dell'applicazione che venne ritirata dopo un anno dalla sua nascita dall'app store di Apple. Fin da subito infatti apparve chiaro che offrire la possibilità di riprendere crimini e commentarli sarebbe sfociato nel vigilantismo. Non esiste poi un vero e proprio criterio di valutazione sui fatti segnalati, è lo stesso CEO di spOn (l'azienda creatrice di Citizen) ad affermare che ogni giorno vengono raccolte solo 3- 400 chiamate sulle circa 10mila che arrivano al 911 a New York.
Resta il fatto che applicazioni di questo tipo rappresentano sempre più un grande business con rivolti discriminatori e si stanno moltiplicando. Basti pensare a Ghetto Tracker o SketchFactor che fondamentalmente, nelle loro prime versioni, utilizzavano dati pubblici per "aiutare" le persone bianche a evitare quartieri apparentemente ' pericolosi' e cioè popolati da neri o ispanici. Lo stesso criterio utilizzato da Nextdoor dove a causa del "profilo razziale" il prodotto ha dovuto cambiare pelle e scopo. Per capire l'entità dell'affare basta vedere la quantità di denaro immesso dagli investitori per il lancio di Citizen: 3 milioni di dollari di finanziamento iniziale da parte del fondo Founders di Peter Thiel (tramite FF Angel), Slow Ventures, RRE Ventures, Kapor Capital con il suporto di Ben Jealous, ex CEO della NAACP) e altri soggetti.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 21 maggio 2021
Sì di Tunisi a una maggiore flessibilità nei rimpatri. Da effettuare anche con i traghetti. Alla fine Luciana Lamorgese ha otternuto ciò che voleva. La ministra dell'Interno è arrivata ieri in Tunisia insieme alla commissaria Ue agli Affari Interni Ylva Johansson con l'obiettivo di assicurarsi una maggiore collaborazione delle autorità del Paese nel fermare le partenze del giovani tunisini verso l'Italia. Un viaggio che è parte di una più ampia strategia che l'Unione europea, a dir poco preoccupata da quanto potrebbe accadere con l'estate, ha messo in campo per contrastare i numerosi arrivi di imbarcazioni cariche di migranti, e di cui fa parte anche la missione che la prossima settimana vedrà tornare in Libia il ministro degli Esteri Luigi Di Maio con il commissario Ue all'Allargamento Oliver Varhelyi.
A Tunisi Lamorgese e Johansson non sono certo arrivate con le mani vuote. Le due politiche europee hanno assicurato al presidente della Repubblica Kais Saied e al premier Hichem Mechichi, che ha anche l'interim del ministero dell'Interno, un cospicuo pacchetto di investimenti, italiani ma sopratutto europei, che dovrebbero aiutare il Paese nordafricano a ridare ossigeno a un'economia resa ancora più fragile dalla pandemia: "Con la commissaria Johansson abbiamo tracciato con le autorità tunisine le direttrici politiche lungo le quali si dovrà sviluppare il partenariato strategico tra Unione europea e Repubblica tunisina", ha spiegato Lamorgese.
Due gli obiettivi di maggiore interesse per l'Italia e vero motivo della missione: ottenere una maggiore flessibilità sui rimpatri dei tunisini che sbarcano in Italia, tutti considerati migranti economici, e assicurarsi - anche attraverso un intervento diretto - un controllo più stretto delle coste del Paese nordafricano. Fino a oggi Tunisi ha imposto un'applicazione estremamente rigida dell'accordo bilaterale siglato con Roma e che prevede 80 rimpatri a settimana da effettuare con due voli charter in partenza il martedì e il giovedì. In caso di ritardi - nell'ultimo anno dovuti anche all'emergenza Covid - l'appuntamento salta. "Questa rigidità rallenta la possibilità di effettuare i rimpatri", ha spiegato Lamorgese. Il risultato ottenuto non incide sui numeri delle persone destinate a tornare indietro, che restano 80 a settimana, ma Tunisi ha accettato di fissare nuove date in sostituzione di quelle che potrebbero saltare. In più ha aperto alla possibilità, oggi negata, che i rimpatri possano essere effettuati anche imbarcando i migranti sui normali traghetti di linea che collegano l'Italia alla Tunisia.
Altro capitolo riguarda la collaborazione con la Guardia costiera tunisina. Oggi l'Italia si occupa della manutenzione dei mezzi navali provvedendo anche alla fornitura di pezzi di ricambio. Roma ha chiesto e ottenuto di più. In particolare di poter attivare un sistema di allerta con navi e aerei italiani che, pur operando in acque internazionali, avvertano le motovedette tunisine delle partenze dei barconi permettendogli di bloccarli quando sono ancora nelle acque territoriali del Paese.
La contropartita a tutto ciò è, come si è detto, economica ma il governo tunisino deve tener conto anche dell'opinione pubblica interna. In un Paese stremato dalla crisi economica, e con una disoccupazione sopra al 17%, a partire sono soprattutto le generazioni più giovani spinte dalla speranza di riuscire a trovare in Europa un lavoro e un futuro che non riescono a vedere nel loro Paese. Esigenze legittime, alle quali non si può rispondere solo con l'ennesimo giro di vite. Saied l'ha spiegato chiaramente parlando con Lamorgese: l'approccio incentrato sui soli aspetti securitari, ha detto il presidente tunisino, "ha dimostrato i propri limiti per affrontare le cause profonde dei fenomeni migratori". Cause che invece si risolvono "combattendo la povertà e la disoccupazione e sostenendo le politiche di sviluppo dei Paesi di origine".
L'Italia ha già in corso programmi che riguardano il microcredito. Da parte sua l'Unione europea promette molti soldi che rappresentano altrettante promesse di sviluppo. Le incognite semmai riguardano i tempi. Quello raggiunto ieri da Lamorgese e Johansson con le autorità tunisine è infatti un via libera politico. Ora andrà avviato un tavolo tecnico che dovrà dare seguito agli accordi presi.
di Fabio Tonacci
La Repubblica, 21 maggio 2021
Lamorgese: "Lotta comune agli scafisti". Linea rossa sui salvataggi in mare. Verso l'accordo anche con l'Europa: soldi e visti per chiudere le frontiere. Il nuovo approccio europeo all'immigrazione comincia dalla Tunisia. Al Palazzo di Cartagine, ieri, sono state gettate le fondamenta del primo accordo globale tra un Paese africano e l'Unione Europea. Un accordo che poggia su quattro gambe: investimenti, aumento dei visti e degli ingressi legali, rimpatri più facili e la riduzione delle partenze dei barchini dalle coste tunisine. L'Italia è in prima linea. Il negoziato è ben avviato e dovrebbe perfezionarsi entro l'anno, con l'ambizione di diventare un modello.
Più visti e sostegno all'export - A Cartagine il presidente Kais Saied e il primo ministro Hichem Mechichi hanno incontrato la commissaria agli Affari interni Ylva Johansson e la ministra dell'Interno italiana. "Ho manifestato loro la vicinanza dell'Italia e dell'Ue, li aiuteremo ad affrontare la sfida che riguarda il futuro dei giovani che legittimamente aspirano, come i loro coetanei europei, a soddisfacenti condizioni lavorative e di vita", ha detto, a colloqui finiti, Luciana Lamorgese.
La visita congiunta, la seconda dopo quella del 17 agosto scorso, è il frutto del lavoro durato mesi della nostra diplomazia a Tunisi. La proposta di partenariato strategico illustrata da Johansson è piaciuta e ha ottenuto il via libera politico: l'idea è pompare soldi europei nella disastrata economia della Repubblica dei gelsomini per finanziare aziende e progetti per i giovani. La cifra non è stata messa nero su bianco, ma sarà consistente e - stando a fonti vicine al dossier - ammonterà alla quota degli introiti persi dalla Tunisia nel settore turistico. Previste anche misure di sostegno alle esportazioni. Contemporaneamente le maglie dell'ingresso legale in Europa saranno allargate, concedendo più visti e permessi di soggiorno a chi intenda lavorare nel circuito della legalità. In cambio, il governo di Mechichi si impegna a ridurre il più possibile, fino ad azzerarlo, il flusso della partenze via mare. E ad accettare che tutti i connazionali rintracciati sul suolo europeo privi di titolo vengano rimpatriati.
La svolta sui rimpatri - L'esodo dalla Tunisia è diventato, per l'Italia, un problema. Lo raccontano i numeri. Gli sbarchi di provenienza tunisina sono dieci volte quelli di due anni fa. Al 20 maggio del 2019 si contavano 326 persone, l'anno scorso 1.150, quest'anno 3.041. Nella classifica dei Paesi di partenza, la Tunisia è seconda dopo la Libia. Dall'inizio del 2021 i migranti rimpatriati sono stati 1.400: di questi 641 in Tunisia.
Si capisce, dunque, perché in attesa dell'accordo globale con la Ue, Lamorgese ha incassato con favore la promessa bilaterale di maggiore flessibilità. Oggi l'accordo del 1998 prevede 80 rimpatri alla settimana e due voli fissi, il martedì e il giovedì, nella fascia oraria 13-15. Con il Covid e la necessità di sottoporre a tampone i rimpatriabili, le procedure sono diventate più faticose, quindi i rientri si sono ridotti. Adesso il governo di Mechichi ha accettato voli charter in giorni e in orari diversi da quelli prestabiliti, a seconda delle esigenze, e in estate saranno programmati voli supplementari, pur rimanendo il tetto settimanale.
La linea diretta Roma-Tunisi - Sempre con un accordo Italia-Tunisia, le motovedette della guardia costiera tunisina (la cui manutenzione è fornita dall'Italia) potranno contare h24 su una linea rossa con il Centro soccorsi di Roma, che permetterà di individuare più rapidamente i gommoni. È un sistema di allerta che irrobustisce la già solida collaborazione tra i due apparati di polizia, anche in chiave di contrasto al terrorismo. Non a caso ieri a Cartagine il Capo della polizia Lamberto Giannini si è incontrato con l'omologo tunisino. "Italia e Tunisia", ha ribadito la ministra Lamorgese, "hanno il comune interesse smantellare il business criminale dei trafficanti di migranti".
acri.it, 21 maggio 2021
Quando un genitore entra in carcere, l'intero sistema famigliare viene stravolto e, spesso, i figli rischiano di esse-re messi in penombra. Le Case Circondariali di Marassi e di Pontedecimo di Genova, consapevoli di questa problematica, hanno coinvolto le realtà, con cui da sempre collaboravano, dando il via a "La barchetta rossa e la zebra", un progetto sostenuto dall'Impresa sociale Con i Bambini, nell'ambito del Fondo per il contrasto alla povertà educativa minorile, che ha rimesso al centro l'importanza della genitorialità e del legame affettivo tra genitori detenuti e figli. Con la Fondazione Rava, e tanti altri enti del territorio, hanno ridato vita e colore alle sale d'attesa e agli spazi per i colloqui, trasformandoli in luoghi accoglienti e a por-tata di bambino.
Il progetto, però, non si ferma a tutelare i bambini, ma valorizza il ruolo genitoriale dei detenuti, ritenendolo fattore positivo nel loro percorso riabilitativo. Come ci spiega Livia Botto della cooperativa sociale il Biscione, uno dei partner del progetto, "La genitorialità per-mette di rafforzare gli strumenti positivi che ogni persona possiede, anche chi ha commesso un reato, perché stimola gli aspetti affettivi, la generosità, una visione a lungo termina e, soprattutto, infonde speranza che, spesso, nelle carceri, manca". I detenuti, infatti, vengono accompagnati in un percorso che li fa riscoprire genitori, dando loro il supporto psicologico e pedagogico di cui necessitano. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: "Se prima i genitori parlavano tra loro, lasciando il bambino in disparte, ora invece lo coinvolgono e giocano con lui". Piccoli cambiamenti che toccano le famiglie e tutta la realtà carceraria. "Per gli agenti, vedere i detenuti che giocano con i propri figli significa identificarsi, scoprire lati comuni, in un clima di comprensione reciproca". An-che per il genitore che non si trova in carcere il progetto ha previ-sto un sostegno per superare la vergogna della detenzione e affrontare la vita quotidiana in mancanza dell'altra figura genitoriale. Inoltre, grazie alla collaborazione con l'UEPE (Ufficio l'esecuzione della pena esterna), l'iniziativa accompagna le famiglie anche dopo l'uscita dal carcere, nella ricerca lavoro necessaria per una reintegrazione dignitosa nella vita sociale.
Quello de "La Barchetta rossa e la zebra" è quindi un lavoro a 360° che ha coinvolto tutte le realtà del territorio in un lavoro sinergico, che può davvero rappresentare un modello innovativo di programmare la vita in carcere. Come afferma Mariavittoria Rava, presidente della Fon-dazione Francesca Rava N.P.H. Italia Onlus e project manager del progetto, "l'obiettivo è mutuare l'esperienza maturata a Genova anche in altre carceri italiane, tenendo conto della specificità di ogni territorio. I genitori devono poter essere genitori sia fuori che dentro il carcere. Come afferma Mariavittoria Rava, presidente della Fondazione Francesca Rava N.P.H. Italia Onlus e project manager del progetto, "l'obiettivo è mutuare l'esperienza maturata a Genova anche in altre carceri italiane, tenendo conto della specificità di ogni territorio. I geni-tori devono poter essere genitori sia fuori che dentro il carcere. Ci auguriamo davvero che nasca la figura dell'operatore "barchetta rossa" a livello nazionale".
Il progetto coinvolge il Privato Sociale e le Istituzioni Pubbliche ed è sviluppato in sinergia con l'Amministrazione penitenziaria locale e dell'esecuzione penale esterna e con il Comune di Genova.Il Cerchio delle Relazioni è capofila del Progetto coordinato, in prima linea, dalle Associazioni territoriali genovesi del Terzo Settore: la Cooperativa Sociale Il Biscione, Veneranda Compagnia di Misericordia, il Centro Medico psicologico pedagogico LiberaMente, ARCI Genova e CEIS Genova. La Fondazione Francesca Rava N.P.H. Italia Onlus, a cui è stata affidata l'opera di riqualificazione delle aree dedicate all'incontro dei bambini con i genitori detenuti nelle due Case Circondariali, è project manager, partner e promotore del Progetto.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 maggio 2021
Nella proposta di legge dei 5S sulla liberazione condizionale ai non collaboranti si vorrebbero accentrare le decisioni al tribunale di sorveglianza di Roma, snaturando il principio del giudice naturale. Giovanni Falcone viene tirato puntualmente per la giacchetta. Lo si fa quando si parla di "terzo livello", laddove il giudice in realtà ne stigmatizzò la teoria, parlando di una mafia che non si fa eterodirigere.
di Giovanni Guzzetta
Il Riformista, 20 maggio 2021
Gli stellati vincolano la concessione del beneficio al risarcimento dei danni per le vittime: folle che debba valere solo per chi non collabora. In secondo luogo, affidano la decisione alla Dna, che dovrebbe decidere anche su cose che non c'entrano con la mafia. Bieca propaganda. La Corte costituzionale, al momento di adottare l'ordinanza sull'ergastolo ostativo, aveva auspicato una leale collaborazione istituzionale, sembra difficile dire che i parlamentari del M5S ne abbiano compreso interamente lo spirito. La conferenza stampa di presentazione del disegno di legge (che attendiamo di leggere nei dettagli) con il quale il movimento intenderebbe "rispondere" alla decisione della Consulta non convince per molti aspetti e, a dire il vero, come collaborazione istituzionale sembra assai poco "leale".
di Claudia Osmetti
Libero, 20 maggio 2021
Devono essere protetti anche dagli altri carcerati: anche il minimo spostamento è un rischio. Ora d'aria a orari diversi, laboratori e pratiche sportive impossibili: un isolamento senza fine
"Quelli si faranno una brutta galera": così si dice, quando ci si trova di fronte a crimini particolarmente odiosi. Frase in genere seguita da quell'altra, "vanno sbattuti dentro per poi buttar via la chiave". Che poi, in un certo senso, è pure quello che succede. Quelli che, con espressione anglofona, oggi vengono definiti sex offenders - e dunque stupratori, autori di reati sessuali a vario titolo, in massima parte pedofili - è come se venissero condannati due volte.
di Errico Novi
Il Dubbio, 20 maggio 2021
Ritorno alla "legge Orlando" sgradito a Bonafede, ma la riforma "processuale" dell'istituto è problematica. Ancora pochi giorni. Poi la ministra Marta Cartabia depositerà formalmente i propri emendamenti sul processo penale, prescrizione inclusa.
Non si accelera oltre il dovuto. Anche perché è chiaro che la proposta della guardasigilli sulla norma Bonafede finirà per diventare il passaggio più delicato per le riforme della giustizia. Non che la legge delega sul Csm, sempre all'esame della Camera, e la riforma del processo civile, incardinata viceversa a Palazzo Madama, siano irrilevanti, intendiamoci.
di Liana Milella
La Repubblica, 20 maggio 2021
Tutto il centrodestra, più Italia Viva, firma l'emendamento di Costa di Azione che impone a chi affronta il concorso in magistratura di scegliere subito se vuole fare il pm o il giudice. E adesso rispunta la separazione delle carriere. Come anticipato lunedì da Repubblica, si materializza alla Camera l'emendamento di Enrico Costa di Azione che impone a chi si presenta per il concorso in magistratura di scegliere subito se vuole fare il pm o il giudice. Naturalmente una proposta del genere viene subito "acchiappata" da tutto il centrodestra. Nonché da Italia viva.
di Michele Gelardi
L'Opinione, 20 maggio 2021
Stanno venendo al pettine, uno dopo l'altro, i nodi della giustizia italiana. La Corte europea per i Diritti dell'Uomo si accorge che il processo a Silvio Berlusconi forse non è stato equo. Forse, ma solo per caso, c'è stato accanimento giudiziario. Ovviamente, non per ragioni politiche, bensì per fatale congiuntura astrologica.
Quella stessa fatalità, che ha indotto il pubblico ministero Luca Palamara a definire "necessario" il processo penale a carico di Matteo Salvini, per quanto fossero chiare l'inconsistenza e la strumentalità dell'accusa, in relazione a un atto di Governo pienamente legittimo. Che il Governo d'Italia fosse ostaggio di una Magistratura politicamente orientata, fino al punto da sottoporre a processo penale gli atti del Consiglio dei ministri, gli sembrava del tutto naturale.
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- Detenuto al 41-bis: il Tribunale di sorveglianza valuta legittimità e merito del reclamo










