di Viola Giannoli
La Repubblica, 11 aprile 2020
Il Garante dei detenuti: "L'isolamento mette a rischio la dignità dei reclusi". E il Lazio va da solo contro il piano Figliuolo: "Dal 19 dosi di Johnson & Johnson, evitare rivolte". Luoghi chiusi per definizione, affollati per (drammatica) condizione. Bolle destinate dall'origine a diventare focolai in caso di contagi. Nelle carceri italiane ci sono, a oggi, circa 850 detenuti e detenute e 671 operatori penitenziari positivi al coronavirus. Migliaia da inizio pandemia. Negli ultimi giorni sono morti altri due reclusi, a Catanzaro, che si aggiungono alle 18 vittime contate dall'associazione Antigone nel rapporto sulla detenzione con e oltre il Covid, pubblicato a marzo. E undici sono i decessi tra le guardie carcerarie.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 aprile 2020
Con la nuova ordinanza del Commissario straordinario Francesco Figliuolo "tornano in forte dubbio le vaccinazioni nelle carceri, nelle fasce di priorità, sia per i detenuti sia per la Polizia penitenziaria". A sottolinearlo in una nota Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa Polizia Penitenziaria. "Per quanto sembra emergere dall'ordinanza, infatti, le vaccinazioni nei penitenziari dovranno proseguire con gli stessi criteri indicati per la generalità della popolazione. Se così fosse - continua - sarebbe gravissimo e l'Ufficio del Commissario straordinario per l'emergenza Covid-19, che solo qualche settimana fa, anche dopo un nostro specifico intervento, aveva negato qualsiasi rallentamento delle vaccinazioni nelle carceri, questa volta sembrerebbe smentire se stesso".
di Cristiana Mangani
Il Messaggero, 11 aprile 2020
Il Lazio partirà il 19 aprile con le vaccinazioni in carcere, la Campania ha già cominciato qualche giorno fa. E altrettanto stanno facendo diverse Regioni d'Italia, dove i focolai da Covid stanno agitando il clima interno agli istituti di pena, con il rischio di sommosse e disordini.
Eppure le decisioni sono in netto contrasto con quanto stabilito dalla nuova direttiva firmata due sere fa dal commissario straordinario Francesco Figliuolo, che dispone una vaccinazione rigorosamente per fasce d'età e fragilità su tutto il territorio nazionale.
agi.it, 11 aprile 2020
Due nuovi gruppi di lavoro sono stati costituiti dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria per intervenire con immediatezza sui numerosi contagi da Covid-19 negli istituti di Reggio Emilia e Padova. Dovranno individuarne con urgenza le cause e predisporre le misure organizzative da adottare per evitarne l'ulteriore diffusione, garantendo al tempo stesso la migliore sistemazione dei detenuti nel rispetto delle norme sanitarie disposte dal Ministero della Salute e delle direttive fin qui emanate dal Dap.
di Benedetta Capelli
L'Osservatore Romano, 11 aprile 2020
Il volto della Misericordia non è solo la Bolla d'indizione del Giubileo straordinario del 2016 - "Misericordiae Vultus" - ma anche lo sguardo di un detenuto che a Dio ha offerto il suo errore, di un infermiere che ha chiesto aiuto per salvare vite, di un disabile che vuole conforto nella difficoltà, di una famiglia che con la sua protezione arriva dall'Argentina in paese nuovo. Questi sono i volti che Francesco incrocerà nella Messa che celebra oggi, alle ore 10:30 nella Chiesa Santo Spirito in Sassia, in occasione della Domenica della Divina Misericordia.
Tra loro anche dei giovani rifugiati provenienti da Siria, Nigeria ed Egitto, tra cui due persone egiziane appartenenti alla Chiesa copta e un volontario Caritas siriano della Chiesa cattolica sira. Il gruppo di detenuti e detenute arriva dal carcere di Regina Coeli, Rebibbia femminile e Casal del Marmo di Roma, saranno presenti alcune Suore Ospedaliere della Misericordia, una rappresentanza di infermieri dell'Ospedale di Santo Spirito in Sassia.
Insieme al Papa - si legge in un comunicato del Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione - concelebreranno diversi Missionari della Misericordia, in rappresentanza dei più di mille sacerdoti, istituiti durante il Giubileo straordinario, ai quali il Papa ha affidato un mandato particolare, legato alla celebrazione del sacramento della Riconciliazione e alla predicazione del mistero della misericordia divina.
Le letture saranno proclamate da un seminarista, mentre il servizio liturgico verrà svolto da ragazzi provenienti da una parrocchia della periferia di Roma. Nel rispetto delle norme anti-Covid la presenza è limitata ad 80 persone. La Santa Messa sarà trasmessa sul portale di Vatican News (www.vaticannews.va), in streaming sul sito (www.divinamisericordia.it) e verrà resa fruibile alle persone sorde e ipoudenti attraverso la traduzione nella lingua dei segni LIS.
Il Fatto Quotidiano, 11 aprile 2020
Sospese le attività coi detenuti, soprattutto la scuola. "L'emergenza sanitaria in carcere ha significato la sospensione di tutte le attività professionali, sportive e con i detenuti. Sono venuti meno i contatti con i familiari e soprattutto la scuola. Solo il 4% delle ore previste sono state erogate". Sono le parole dell'osservatore nazionale dell'Associazione Antigone, Claudio Paterniti Martello, che si occupa dei diritti dei detenuti.
"Secondo un nostro monitoraggio, a gennaio 2021 in un istituto su due la scuola era ripresa in presenza; nella parte restante la didattica a distanza veniva fatta solo in un caso su quattro. Sono emersi l'inadeguatezza delle infrastrutture tecnologiche e i problemi di spazi. Una diminuzione della popolazione detenuta permetterebbe quindi anche un maggiore accesso al diritto all'istruzione. Si è trattato di un anno durissimo e questo andrebbe riconosciuto dal parlamento con un provvedimento che preveda uno sconto di pena per chi ha passato quest'ultimo anno dietro alle sbarre. È stato un anno di vuoto che ha lasciato spazio all'angoscia e alla paura".
di Frank Cimini
Il Riformista, 11 aprile 2020
Quando venne estradato in Italia Cesare Battisti, al di là dei ministri armati di smartphone a Fiumicino perché evidentemente quel giorno non avevano niente di meglio da fare nell'esercizio del loro mandato, il messaggio forte arrivò dal Capo dello Stato Sergio Mattarella con le parole: "E adesso gli altri...".
E infatti siamo qui a registrare una nuova formale richiesta italiana alla Francia affinché consegni una decina di ex militanti di gruppi della lotta armata alle nostre prigioni. La ministra della Giustizia Marta Cartabia ha incontrato il suo omologo d'Oltralpe che ha detto di sì, ricordando però che tutto dipenderà dall'istanza politica superiore cioè da Macron.
Dunque non è sufficiente la riforma del trattato di Dublino che rispetto alle regole precedenti fa prevalere la legge del paese che chiede le estradizioni e non più quella del paese che riceve le richieste. Cartabia, che da presidente della Corte Costituzionale già aveva insistito sulla necessità di superare il carcere come sanzione penale ribadendo poi il tutto da ministro, evidentemente ritiene che invece per responsabilità relative a fatti di oltre quarant'anni fa non si debba transigere.
Dalla Francia Irene Terrel, storico difensore di moltissimi rifugiati italiani, spiega: "Non capisco come in Italia non si riesca, come è successo in altre questioni storiche, a concedere l'amnistia per delle vicende così vecchie. È incomprensibile, ci vuole una pacificazione servono misure di amnistia". "Se si guarda al diritto francese sono tutti casi prescritti - aggiunge l'avvocato. Non capisco come si possa tornare su tutte queste questioni, sarebbe un errore giuridico e sarebbe scandaloso. C'è la prescrizione, c'è un accanimento ricorrente. L'amnistia permetterebbe di pacificare questo periodo politico che è stato estremamente doloroso per molte persone, ma c'è un momento in cui bisogna voltare pagina. I tempi giudiziari sono passati".
L'Italia non ha mai voluto fare i conti con la sua storia in relazione agli anni 70 per responsabilità di tutti gli schieramenti politici, a cominciare dalla sinistra che considera tuttora indigeste le parole di Rossana Rossanda sull'album di famiglia. Per cui le autorità italiane continuano a cercare di artigliare in giro per il mondo una serie di corpi appartenenti a ultrasettantenni quasi ottantenni da esibire poi come trofei di guerra, di una guerra finita da tempo. La lotta armata e il terrorismo politico da decenni non costituiscono più un pericolo per le istituzioni. Eppure si rischia di veder finire in carcere, tanto per fare un esempio, Giorgio Pietrostefani condannato per l'omicidio Calabresi quando sono passati in pratica cinquant'anni.
Quel delitto in Francia è prescritto da tempo, in Italia lo sarà nel 2027. Nel nostro paese, ma anche in Francia ci sono giornali che danno conto anche dei sospiri in questa battaglia per ottenere le estradizioni. Si tratta di giornali pronti a criticare la magistratura e l'eccessivo peso del processo penale in merito ad altre vicende giudiziarie. Gli anni 70 invece restano tabù. Sarebbe necessario un minimo di equilibrio e pure di civiltà. Purtroppo non c'è.
di Conchita Sannino
La Repubblica, 11 aprile 2020
"Pressante richiesta" della ministra Cartabia al collega francese Dupond. Da Pietrostefani a Petrella a Marinelli, sembra che "sia arrivata l'ora". Recuperare conflitti e dinieghi. Magari prima che flocchino altre prescrizioni sulla variegata pattuglia di terroristi italiani, con esistenze nuove e consolidate, latitanti in Francia.
Troppi decenni dopo, Parigi promette di sanare "le ferite" degli Anni di piombo e annuncia con inusuale impegno di voler affrontare il nodo - politico, prima che giudiziario - di quei brigatisti. Dossier affidato con "pressante e urgente richiesta" dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia al suo omologo francese Dupond-Moretti nel corso del loro primo (virtuale) confronto.
"È venuta l'ora", ha annuito con Cartabia l'avvocato entrato a Place Vendeime come Guardasigilli del governo Lastex dieci mesi fa (l'altro cognome è un omaggio alla madre Elena, di origini italiane). Significherebbe: arresti e consegne. Sembra che abbia influito la sensibilità del ministro: sa qualcosa di sete di verità, Dupond. La vocazione del penalista gli nacque perché il nonno materno, operaio immigrato dall'Italia, fu trovato morto nel 1957 in circostanze misteriose lungo una linea ferroviaria e, a dispetto delle denunce di uno zio, "non fu mai aperta l'indagine".
La dialettica sul rientro dei terroristi "protetti" da Parigi si era rianimata già nel 2019, dopo la ratifica italiana della Convenzione di Dublino. Il trattato riapriva il calcolo della prescrizione, facendo prevalere le regole del Paese che richiede l'estradizione: cioè l'Italia, che ha termini più lunghi della Francia. Poi, dopo le tensioni e gli incidenti con i vicepremier dell'epoca Salvini e Di Maio, nel febbraio 2020 ecco il Bilaterale a Napoli e le pazienti ricuciture Mattarella-Conte-Macron. Ora, in base alla legge italiana, anche se l'arresto avvenisse in via provvisoria (nell'attesa del complesso iter di rimpatrio) si fermerebbe la clessidra. Ma chi sono i destinatari di queste richieste di estradizione, fino ad ora infrante sullo scudo della dottrina Mitterand, che invece Macron potrebbe licenziare con un placet politico?
Dal folto parterre iniziale (circa 30), con gli anni sono diventati sempre di meno i condannati in via definitiva su cui l'Italia potesse avanzare "pretese". Roma e Parigi lavorano oggi su 11 profili, di cui 4 all'ergastolo (unico verdetto che non può essere "prescritto"). Obiettivo: scongiurare ulteriori colpi di spugna, anche sul dolore dei familiari delle vittime.
Com'è appena avvenuto per la prescrizione scattata in favore di Luigi Bergamin, nelle stesse ore in cui i due Ministri della Giustizia riaprivano il dossier. Tra gli ideologi dei Pac, il gruppo armato di Cesare Battisti, e come lui condannato per l'omicidio del macellaio Lino Sabbadin, Bergamin avrebbe dovuto scontare 16 anni di carcere. Analogamente, già da marzo 2020, ha potuto dimenticarsi dei 12 anni di pena residua (banda annata e omicidio) Ermenegildo Marinelli: oggi in Francia è un imprenditore.
Esattamente tra un mese, invece, il 10 maggio, si cancelleranno anche i 5 anni residui da scontare per Maurizio Di Marzio, brigatista che partecipò all'assalto e tentativo di sequestro del poliziotto Nicola Simone, nel 1982. Il futuro direttore Interpol Italia, quella mattina, pensava di aprire a un postino e si ritrovò in casa un commando armato: rimase gravemente ferito, rispose con tre colpi di rivoltella. Stessa colonna romana, stesso rifugio Oltralpe, per Enzo Calvitti, che dovrebbe scontare in Italia 18 anni e 7 mesi, condannato per tre azioni di sangue: il tentato sequestro Simone, l'omicidio di Raffaele Cinotti, agente di custodia di Rebibbia, e quello di Sebastiano Vinci, il vicequestore ucciso mentre andava a lavorare, ne11981.
Tra quegli assassini, c'era anche Marina Petrella, Autonomia Operaia: arrestata dopo un conflitto a fuoco con i carabinieri su un bus, condannata all'ergastolo e coinvolta nel sequestro Moro, ottenne lo status di esiliata in Francia. E quando la Corte di Versailles, nel 2007, concesse l'estradizione, Sarkozy la salvò per motivi di salute: con solidarietà pubblica dell'allora première dame Carla Bruni e di sua sorella, l'attrice Valeria Bruni Tedeschi.
Il nome di Petrella è oggi nell'elenco delle richieste di estradizione: rinnovata nel 2020. La mannaia dell'estinzione dei reati scatta poi, nel 2023, per Giovanni Alimonti, condannato nel processo Moro Ter; nel 2026 per Raffaele Ventura, ben 4 condanne per omicidio, rapine, banda armata, con 24 anni e 4 mesi da scontare.
Mentre nel gennaio 2027 si prescrive anche il carcere per Giorgio Pietrostefani, ex dirigente di Lotta continua, 22 anni di carcere per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi. Quattro i latitanti da ergastolo che Cartabia vorrebbe riportare in Italia. Oltre a Petrella, sono: Narciso Manenti, coinvolto nell'uccisione del carabiniere Giuseppe Gurrieri, freddato a Bergamo nel 1979 davanti agli occhi del figlio 11enne, prima richiesta alla Francia inoltrata nel 1986; Roberta Cappelli, oggi architetto, stessa colonna romana delle Br; ergastolo anche per Sergio Tornaghi, colonna milanese Br, condannato per l'omicidio del maresciallo Francesco Di Cataldo.
Un caso ancor più spinoso è quello di Paolo Ceriani Sebregondi, origini nobili, accusato dell'omicidio di Carmine De Rosa, responsabile della sicurezza Fiat. A suo carico non pende più domanda: la richiesta italiana fu esaminata e respinta nel me" rito dai francesi. Come avviene anche per la legge italiana, non si potrà più rinnovare l'istanza. I due ministri si sono dati appuntamento a breve: per la svolta. Fuori tempo massimo, per far quadrare i conti. Mai tardi, per riparare sentimenti di giustizia.
di Jacopo Rosatelli
Il Manifesto, 11 aprile 2020
Elezioni suppletive al Csm. Oggi e domani 9 mila giudici e pm al voto. Un test dopo la bufera del caso Palamara. Il "caso Palamara" produce ancora effetti. Domani e lunedì gli oltre 9mila giudici e pm italiani sono chiamati a votare a elezioni suppletive per un posto vacante al Consiglio superiore della magistratura. Accade per la terza volta in tre anni, causa lo stillicidio di dimissioni seguite all'emersione pubblica del mercimonio sui vertici delle procure fra cinque membri del Csm, l'ex presidente dell'Anm Luca Palamara (ora radiato dall'ordine giudiziario) e i deputati renziani del Pd Luca Lotti e Cosimo Ferri, quest'ultimo passato poi a Italia Viva. Nota bene: Ferri è un magistrato in aspettativa che, prima di essere reclutato da Matteo Renzi, guidava la corrente più conservatrice, Magistatura indipendente (Mi).
Tra un anno la consiliatura di Palazzo dei Marescialli più travagliata della storia repubblicana finirà, quindi inevitabilmente l'attenzione per questo turno elettorale non è alta. Senza considerare che, fra emergenza Covid e caos vaccini con annesse polemiche sulle priorità nei turni, anche nei tribunali i pensieri in questo periodo vanno ad altre cose. In ogni caso è pur sempre un test interessante per capire umori e orientamenti delle toghe, che mai come ora stanno attraversando una fase di disorientamento interno e scarso feeling con l'opinione pubblica. Come dimostrano, emblematicamente, le vendite altissime del libro Il sistema dello stesso Palamara, scritto a quattro mani con il direttore de Il Giornale berlusconiano Alessandro Sallusti.
In lizza per il posto reso libero dalle dimissioni di Marco Mancinetti ci sono quattro candidati, uno per ogni corrente principale: Mario Cigna di Unicost (il gruppo centrista cui appartenevano Palamara e l'ultimo dimissionario), Maria Tiziana Balduini di Mi (sigla di altri tre costretti a dimettersi nel 2019), Marco D'Orazi della davighiana Autonomia e indipendenza e Luca Minniti di Area, della quale fa parte (non senza tensioni) Magistatura democratica. D'Orazi e Minniti sono dunque espressione delle uniche due componenti che non hanno visto propri membri costretti a lasciare il Csm a causa dello scandalo, ma non è affatto certo che sarà uno di loro ad essere premiato dalle urne. La destra di Mi conserva, nonostante tutto, molta presa, e c'è chi è disposto a scommettere che a vincere sarà la sua esponente, Balduini, presidente di sezione del tribunale di Roma.
Il davighiano D'Orazi, giudice a Bologna, si è fatto conoscere anche attraverso il libro Una giustizia degna dell'Italia (edizioni Pendragon). Pubblicato l'anno scorso sull'onda della vicenda Palamara, è un j'accuse contro "la perdita delle caratterizzazioni ideali" delle tre correnti tradizionali (Unicost, Mi e Area) trasformatesi in mere macchine autoreferenziali di gestione del potere, complice il fatto che "la gran parte dei magistrati si disinteressa del funzionamento dell'autogoverno".
Una delle soluzioni indicate: lo stop al carrierismo. Idea condivisa dal progressista Minniti, in servizio a Firenze nella sezione del tribunale dedicata a immigrazione e richieste di asilo: "Occorre evitare che la "dirigenza" sia inseguita come espressione di una tappa della "carriera"" si legge nel suo programma pubblicato sul sito della rivista di Md Questione giustizia. I fatti che hanno portato alla catena di dimissioni dal Csm, sostiene Minniti, "hanno rivelato condotte gravissime, che hanno dimostrato la ricorrente capacità d'infiltrazione d'interessi abusivi all'interno della giurisdizione e dell'autogoverno dei magistrati". Parole dure che forse non tutti i magistrati hanno voglia di sentire.
di Riccardo Chiari
Il Manifesto, 11 aprile 2020
Né verità né giustizia. Anche Sergio Mattarella chiede di far luce sulla più grande tragedia della marineria italiana, nell'anniversario del rogo che provocò 140 morti. Al via una seconda commissione parlamentare di inchiesta, per far luce sulle cause dell'impatto fra il traghetto Navarma e la petroliera Agip Abruzzo. Gli Usa negano l'esistenza di tracciati radar e foto satellitari del porto di Livorno, nonostante le navi cariche d'armi di ritorno dalla prima guerra del Golfo.
A trent'anni dalla più grande tragedia della marineria italiana, in cui 140 persone persero la vita, asfissiate e bruciate, nel rogo del traghetto Moby Prince a poche miglia dal porto di Livorno, anche Sergio Mattarella ha fatto sentire la sua voce: "Sulle responsabilità dell'incidente e sulle circostanze che l'hanno determinato è inderogabile ogni impegno diretto a far intera luce - sottolinea il capo dello Stato - e l'impegno che negli anni ha distinto le associazioni dei familiari rappresenta un valore civico e concorre a perseguire un bene comune". Ma come arrivare alla verità, e alla giustizia, in questo mistero italiano?
Era la notte fra il 10 e 1'11 aprile 1991 quando il traghetto della Navarma diretto a Olbia entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo, ancorata in rada fuori dal porto. L'incendio fu causato dal petrolio che si riversò sul traghetto dopo l'impatto con la petroliera. Ma le fiamme non avvolsero subito l'intero Moby Prince, tanto che molte delle vittime morirono asfissiate dal fumo, mentre si attendevano soccorsi arrivati, e questa è una certezza, in grande ritardo. Si salvò solo un giovane mozzo, Alessio Bertrand.
Sul fronte giudiziario, la prima indagine si chiuse con processi dagli esiti deludenti. Alle perizie medico legali secondo cui i passeggeri del Moby erano morti nel giro di mezz'ora, si aggiunsero interrogatori troppo sbrigativi e testimonianze non prese in considerazione. Così in primo grado i quattro imputati di omicidio colposo plurimo - un ufficiale dell'Agip Abruzzo, il comandante in seconda della Capitaneria di porto, un ufficiale di guardia e un marinaio di leva - furono tutti assolti con formula piena. Mentre nella sentenza d'appello, validata in Cassazione alla fine degli anni '90, si stabilì l'intervenuta prescrizione del reato, segnalando comunque "l'inchiesta sommaria" della Capitaneria di porto.
Da allora nessun processo, solo una seconda inchiesta della procura labronica archiviata dieci anni fa, e una terza indagine avviata tre anni e ferma alla fase preliminare. A farla partire sono stati i risultati di una commissione parlamentare di inchiesta che fino al 2018 ha lavorato sul caso, arrivando ad alcune conclusioni diverse da quelle della magistratura ordinaria.
La commissione ha stabilito che la collisione non è stata dovuta alla presenza della nebbia, perché quella notte il cielo sopra Livorno era sereno, la visibilità ottima e il mare calmo. Né c'è stata una condotta colposa del comandante del traghetto, Angelo Chessa. Invece i soccorsi, sia pure lenti, si diressero verso la petroliera e non verso la nave passeggeri. Di qui l'accusa di incapacità della Capitaneria di porto di coordinare le operazioni di soccorso, con la conseguente morte di alcuni passeggeri molte ore dopo la collisione, e la censura sulle indagini, carenti, della procura labronica.
Eppure la causa promossa dai familiari delle 140 vittime contro lo Stato, ritenuto responsabile, attraverso le sue articolazioni periferiche, della morte a bordo del traghetto, è finita con un nulla di fatto. Pochi mesi fa il tribunale civile di Firenze non ha riconosciuto il diritto al risarcimento. Per il giudice Massimo Donnarumma, la commissione parlamentare "non ha disvelato verità e certezze nuove" ma è "un atto politico che non supera quanto è stato già accertato a livello penale".
Ora sta per partire una seconda commissione parlamentare, per continuare il lavoro della prima. I familiari delle vittime ci sperano, anche per approfondire un punto rimasto oscuro: "In soli due mesi - è scritto infatti nella relazione finale - gli armatori e le loro compagnie assicuratrici si accordarono per non attribuirsi reciproche responsabilità, non approfondendo eventuali condizioni operative o motivazioni dell'incidente attribuibili ad uno dei due natanti".
La nuova commissione cercherà poi di fare luce sulle cause dell'impatto, ancora misteriose. Anche perché i tracciati radar e le foto satellitari del porto livornese nel momento dell'incidente non sono mai esistiti, almeno a quanto ha fatto ufficialmente sapere il governo Usa nel 2002. Nonostante che quella sera, alla fonda nella rada di Livorno, vi fossero ben cinque navi cariche di armi di ritorno dalla prima guerra del Golfo.
- La realtà supera la finzione, "sorvegliato speciale" post scriptum
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