di Giovanni Guzzetta
Il Riformista, 13 aprile 2021
La nostra Costituzione non prevede una tale responsabilità diretta dei magistrati di fronte ai cittadini sul proprio operato. Anzi, fa di tutto per sottrarli a qualsiasi condizionamento dell'opinione pubblica. Il giudice è soggetto soltanto alla legge. All'eterno dibattito sulla giustizia e, in particolare, sul rapporto tra processo penale, informazione e garanzie dell'indagato/ imputato si sono registrate negli ultimi giorni almeno tre novità legate alla decisione parlamentare di recepire nel nostro ordinamento la direttiva UE 2016/343.
La prima è il fatto in sé. La direttiva del 2016 languiva in attesa che le si desse adempimento da alcuni anni, gli ultimi tre dei quali il nostro paese è stato in patente violazione dell'obbligo di darvi esecuzione (fissato dalla direttiva stessa al 2018). Un inadempimento grave, che gli ultimi governi hanno ignorato, a cominciare dai titolari del dicastero della Giustizia, benché esso riguardasse il rispetto di principi fondamentali di civiltà giuridica e imponesse anche la previsione di procedure (rimedi effettivi) nel caso della loro violazione.
La seconda novità riguarda invece il contenuto della previsione, che impone, come ormai a tutti noto, che, "le dichiarazioni pubbliche rilasciate da autorità pubbliche e le decisioni giudiziarie diverse da quelle sulla colpevolezza non presentino la persona come colpevole" (art. 4). Si tratta di un obbligo - peraltro conforme all'articolo 27 della nostra Costituzione - che si applica per le dichiarazioni al di fuori, ma anche nel processo.
La terza novità è che la direttiva è rivolta espressamente alle autorità pubbliche e ai magistrati, non riguarda cioè la libertà di stampa o di cronaca, ma i doveri di ufficio dei soggetti pubblici che ruotano intorno all'amministrazione della giustizia. Nel far ciò la direttiva, benché non pare sia stato messo in luce da nessuno, delimita anche il campo di quelle che possono essere le "dichiarazioni pubbliche rilasciate dall'autorità".
E afferma un principio molto chiaro: tali dichiarazioni sono ammissibili solo se funzionali ad esigenze del processo, non per dare una generica informazione all'opinione pubblica Perché il diritto all'informazione è assicurato dalla pubblicità, qualora sia prevista, degli atti giudiziari, non da un'attività informativa generale che non è compito delle autorità pubbliche, le quali parlano appunto attraverso quegli atti giudiziari.
Che tale sia l'interpretazione corretta della direttiva, lo dimostra, chiaramente la motivazione della stessa, la quale, ne costituisce, com'è noto, parte integrante anche al fine della corretta interpretazione dei suoi articoli. E cosa dice tale disposizione? Che la divulgazione di informazioni da parte delle autorità pubbliche su procedimenti penali è ammessa "qualora ciò sia strettamente necessario per motivi connessi all'indagine penale, come nel caso in cui venga diffuso materiale video e si inviti il pubblico a collaborare nell'individuazione del presunto autore del reato, o per l'interesse pubblico, come nel caso in cui, per motivi di sicurezza, agli abitanti di una zona interessata da un presunto reato ambientale siano fornite informazioni o la pubblica accusa o un'altra autorità competente fornisca informazioni oggettive sullo stato del procedimento penale al fine di prevenire turbative dell'ordine pubblico".
Inoltre il ricorso a tali dichiarazioni dovrebbe essere "ragionevole" e "proporzionato". Com'è evidente, l'interesse pubblico che giustifichi le dichiarazioni è un interesse intrinseco al processo (come, in ipotesi, la diffusione di informazioni che consentano di localizzare un latitante) non un presunto interesse generale all'informazione dei sulle ragioni del processo e su chi ne è coinvolto. L'informazione dei cittadini spetta semmai ad altri (giornalisti, studiosi, opinionisti), nell'esercizio del diritto di cronaca e di manifestazione del pensiero, e nei limiti previsti dall'ordinamento. Perché anche il diritto di cronaca (così come il diritto di manifestazione del pensiero) subisce dei limiti per la tutela di valori costituzionali altrettanto fondamentali È bene dunque che si continui e si alimenti il dibattito su questi temi, perché ci sono ancora molte questioni che devono essere affrontate.
A cominciare, ad esempio, dall'abitudine di molti rappresentanti dell'accusa (tra cui i capi degli uffici del pubblico ministero) di indire conferenze stampa o rilasciare interviste "informative" sull'attività svolta nell'ambito dei processi penali. Tali posizioni, benché sia probabilmente impopolare, non convincono da un punto di vista costituzionale e, a questo punto, anche dell'ordinamento europeo. Anche perché, se tale facoltà di informare veramente fosse prevista, non si comprende perché essa sia esercitata nella quasi totalità dei casi dai pubblici ministeri (che sono una parte del processo, quindi non completamente "disinteressata") e non ad esempio dai giudici che adottano gli atti (si pensi alle misure cautelari, quelle che, in genere, producono il clamore mediatico) e che, in ipotesi, sarebbero gli unici titolati a "spiegare" le ragioni di quelle scelte.
E tantomeno convince la tesi (su questo punto dissento dalle considerazioni, per altro condivisibili, del Dott. Pignatone su La Stampa di ieri) che questa attività di comunicazione pubblica, oltre che facoltativa sarebbe addirittura doverosa, perché costituirebbe un obbligo corrispondente al diritto di ogni cittadino di essere informato e alla "responsabilità" gravante su chiunque eserciti pubblici poteri. La nostra Costituzione non prevede una tale responsabilità diretta dei magistrati di fronte ai cittadini e anzi fa di tutto per sottrarre costoro a qualsiasi forma di condizionamento da parte dell'opinione pubblica.
Essa prescrive infatti che il giudice è soggetto soltanto alla legge (art.101) e alla legge deve rispondere. La giustizia è amministrata "in nome" del popolo (art. 101) e non "per conto" del popolo, proprio non c'è da "rendere conto" al popolo, ma solo alla legge. Non solo non c'è, dunque, una responsabilità politica diretta (essendo l'indipendenza assicurata proprio per spoliticizzare l'azione della magistratura) ma non esiste nemmeno una responsabilità politica "diffusa", generica, qual è quella - secondo alcuni studiosi - imputabile ad altre cariche dello Stato sottoposte al "diritto di critica" dei cittadini, per le proprie azioni.
Le critiche dei cittadini, anche contro i provvedimenti giudiziari, benché legittime, ovviamente, dal punto di vista costituzionale non possono e non debbono avere alcuna influenza nelle decisioni di chi quei provvedimenti assume. L'unica responsabilità imputabile ai magistrati, accomunati in questo a tutti i funzionari e i dipendenti pubblici (art. 28 Cost.), è quella giuridica, da far valere nelle sedi e coni procedimenti all'uopo previsti (e sicuramente migliorabili.
Insomma, rispetto della presunzione di non colpevolezza, limitazione delle dichiarazioni delle pubbliche autorità, rimedi effettivi nel caso di violazione; questo è il significato della Direttiva europea 2016/343, tardivamente, attuata. È bene esserne consapevoli, per non tradirne lo spirito e la lettera, e non tradire cosi anche la nostra Costituzione.
di Simona Musco
Il Dubbio, 13 aprile 2021
Da Catania l'appello alla Guardasigilli: "Così l'articolo 24 della Costituzione rischia di essere congelato". Circa settecento firme in poche ore. Non solo in Sicilia, dove il bubbone delle intercettazioni delle conversazioni di avvocati e giornalisti è scoppiato prepotentemente. Tutti i fori d'Italia si sono uniti alla protesta lanciata ieri dall'ordine degli avvocati di Catania, che ha deciso di chiedere un intervento della ministra della Giustizia, del Consiglio Nazionale Forense e dell'Organismo Congressuale Forense affinché venga messa in atto "ogni iniziativa idonea a tutelare il diritto di difesa, il segreto professionale, nonché la libertà di ciascun soggetto di poter consultare il difensore di fiducia, confidando sulla natura strettamente riservata del colloquio". La nota a firma del presidente Rosario Pizzino e del segretario Maria Concetta La Delfa richiama l'articolo 103 del codice di procedura penale, che ai commi 5 e 7 stabilisce i limiti posti dal legislatore all'autorità giudiziaria quando ci si trova di fronte alle conversazioni tra un avvocato e un proprio assistito o consulente.
"Non è consentita l'intercettazione relativa a conversazioni o comunicazioni dei difensori", si legge, e "quando le comunicazioni e conversazioni sono comunque intercettate, il loro contenuto non può essere trascritto, neanche sommariamente".
Nulla di tutto ciò è accaduto a Trapani, dove la polizia giudiziaria non solo ha continuato a registrare le conversazioni tra la giornalista Nancy Porsia e cinque avvocati siciliani - alcuni dei quali si erano rivolti a lei in veste di consulente nel corso di alcuni delicati processi (in quel momento in corso) a carico di alcuni loro assistiti, accusati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina - ma hanno addirittura trascritto quelle conversazioni nell'informativa finale, allegata all'avviso di conclusione delle indagini. Solo così, grazie alla lettura degli atti, i professionisti coinvolti, pur senza essere indagati, in questa vicenda sono venuti a conoscenza di quella che, agli occhi di tutti, appare come una grave violazione del diritto di difesa e della segretezza delle fonti giornalistiche.
"L'affermazione del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Trapani, secondo cui le intercettazioni non saranno utilizzate in sede processuale, non risolve la frustrazione del principio di libertà di difesa - sottolinea il Coa di Catania. Seguendo tale impostazione, infatti, sarebbe possibile ascoltare le conversazioni tra il difensore ed il proprio assistito, ritenendo che tali dialoghi non potranno essere utilizzati processualmente, mentre, invece, la "ratio" del divieto di captazione è quella di impedire a chi svolge le indagini di entrare, comunque, in possesso di informazioni riservate circa l'attività difensiva".
E così, di fatto, è stato. Il Dubbio, nei giorni scorsi, ha raccontato il clamoroso caso dell'avvocato Michele Calantropo, difensore di Medhanie Tesfamariam Behre, il giovane eritreo rimasto in carcere per tre anni per uno scambio di persona. Calantropo è stato intercettato al telefono con Porsia, alla quale aveva chiesto di testimoniare al processo che vedeva imputato il giovane, con lo scopo di ricostruire le reali dinamiche migratorie della Libia, diverse, secondo il difensore, da quelle ricostruite dalla polizia giudiziaria attraverso le sole intercettazioni telefoniche. Ad ascoltare la telefonata, all'insaputa dei due interlocutori, c'erano però anche gli uomini dello Sco. Gli stessi che al processo a carico di Behre furono interpellati dall'accusa come testimoni della sua colpevolezza. Un corto circuito, dunque, che avvalora i timori dell'avvocatura, oggi alla ricerca di una tutela effettiva.
"Il diritto alla segretezza dei colloqui tra avvocato ed assistito è tutelato anche dall'articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e rientra tra le "esigenze elementari del processo equo in una società democratica" - continuano Pizzino e La Delfa.
A tal proposito, con recente sentenza, datata 17 dicembre 2020 (caso n. 459/18, Saber c. Norvegia), la Corte Edu, sezione V, ha affermato che sussiste un interesse generale all'inviolabilità delle conversazioni tra difensore e cliente". E sempre la Cedu, lo scorso primo aprile, nella sentenza Sedletska contro Ucraina depositata, ha sottolineato l'importanza della protezione delle fonti giornalistiche per la libertà di stampa in una società democratica, affermando che "le limitazioni alla riservatezza delle fonti giornalistiche richiedono il controllo più attento".
L'inchiesta di Trapani, dunque, fa sorgere più di un timore. E, soprattutto, pone il problema "del congelamento del diritto di difesa - continua il Coa di Catania - perché il difensore potrebbe non sentirsi libero di confrontarsi con l'assistito per il timore di essere intercettato". Da qui l'invito a via Arenula - che ha già inviato gli ispettori ministeriali a Trapani per approfondire la vicenda - a tutelare il diritto di difesa. Lo scopo è anche quello di avviare una riflessione, sulla continua svalutazione del ruolo dell'avvocato all'interno del sistema giustizia. Sul punto, nei giorni scorsi, la Camera penale di Roma ha tenuto un dibattito al termine del quale a tirare le somme è stato Renato Borzone, presidente della Camera penale di Roma dal 2002 al 2006. "C'è un problema culturale: è come se la cultura della giurisdizione appartenesse solo ai pubblici ministeri e non agli avvocati", ha sottolineato, evidenziando come l'abitudine, ormai diffusissima, di intercettare le conversazioni tra avvocato e assistito dipenderebbe da un pregiudizio che vuole l'avvocato "corresponsabile del reato commesso dal proprio assistito".
immediato.net, 13 aprile 2021
"Diceva di subire violenze da guardie e detenuti. Dubbi sul suicidio". L'avvocato dei familiari: "Poche ore prima aveva parlato al telefono con il padre e appariva sereno e tranquillo, in attesa che io tornassi a trovarlo il martedì successivo". Il pm della Procura di Foggia Laura Simeone ha conferito incarico al suo consulente medico-legale per procedere con l'autopsia sul cadavere di Gerardo Tarantino, il presunto omicida di Tiziana Gentile, morto suicida in carcere alla vigilia di Pasqua. Il pubblico ministero ha dato ordine di accertare le cause della morte, ma anche l'eventuale presenza nel sangue e nelle urine di eventuali residui di medicinali e anche la presenza di lividi o graffi che possano far pensare ad un gesto non volontario. Il medico legale della Procura ha comunicato che procederà domani con l'autopsia sul cadavere di Tarantino e farà conoscere le proprie conclusioni entro i prossimi 60 giorni. Queste saranno decisive per comprendere come e perché è morto Gerardo Tarantino. Al momento non trapelano altri particolari, ma ci sarebbero già degli indagati.
Abbiamo sentito il difensore dei familiari di Tarantino, Michele Sodrio, che nei giorni scorsi aveva preannunciato una denuncia contro ignoti: "Questa mattina era presente per il mio studio anche il collega Giuseppe Cassano per il conferimento dell'incarico. Abbiamo nominato un nostro consulente medico-legale, che assisterà all'autopsia e alle successive analisi dei reperti. Nei giorni scorsi abbiamo anche formalizzato una denuncia contro ignoti, alla quale ho allegato i numerosi scritti di Gerardo Tarantino, dove lui lamentava maltrattamenti e minacce sia da altri detenuti che dalle guardie penitenziarie.
Non conosco i dettagli della morte del mio cliente, ma ho enormi dubbi sul fatto che si sia potuto davvero suicidare. Era sottoposto alla sorveglianza h24, cioè un poliziotto lo teneva d'occhio in ogni momento. Com'è possibile che abbia avuto tempo e modo di togliersi la vita? Non disponeva nemmeno dei lacci delle scarpe. Con cosa si sarebbe impiccato?
Poche ore prima aveva parlato al telefono con il padre e appariva sereno e tranquillo, in attesa che io tornassi a trovarlo il martedì successivo. Cosa può averlo fatto cadere solo poche ore dopo in una disperazione tale da togliersi la vita? Tutte domande alle quali speriamo sia data risposta nei prossimi mesi. Quello che appare chiaro già oggi, però, è che vi sono gravi responsabilità da parte di chi avrebbe dovuto vigilare e non lo ha fatto, nonostante io avessi segnalato in ogni modo che Tarantino era un soggetto a rischio suicidio. Quando un detenuto si toglie la vita, lo Stato italiano dimostra tutta la sua inadeguatezza".
di Jacopo Norfo
castedduonline.it, 13 aprile 2021
Un altro dramma nel carcere cagliaritano: un carcerato di Sinnai si toglie la vita e riapre il dibattito sulla sicurezza nel penitenziario, più volte messo in luce dai sindacati della polizia penitenziaria e dall'associazione Sdr. Il corpo del detenuto, O.O. le sue iniziali, di 56 anni, è stato scoperto dai compagni di cella. L'uomo si è tagliato la gola durante un momento di solitudine, troppo forte evidentemente la depressione in un momento come questo, in piena emergenza Covid, dove le carceri stanno diventando sempre più pericolose. L'uomo era stato condannato per una serie di furti, in una vicenda che non sembrava ancora chiusa. Sulla vicenda è stata comunque aperta una inchiesta.
Corriere dell'Umbria, 13 aprile 2021
La direttrice: "Subito i vaccini". Un centinaio di detenuti in quarantena e test a tappeto nel carcere romano di Regina Coeli dove un positivo al Covid è entrato in contatto con decine di persone dell'ottava sezione contagiandone almeno due. Su tutti gli altri si attendono i risultati dei tamponi effettuati in tempi rapidi, come prevede il protocollo sanitario.
La lotta al virus, che con le varianti è diventato ancora più contagioso, in carcere "è una probatio diabolica", una prova impossibile, è lo sfogo di Silvana Sergi, direttrice del carcere romano che, contattata da LaPresse, sottolinea l'importanza della campagna vaccinale: "È fondamentale per tutta la comunità penitenziaria - spiega -. È importante che ogni struttura sia protetta dal vaccino per due aspetti: da una parte quello sanitario, perché è evidente che qui la convivenza, in rapporto agli spazi, può essere un fattore scatenante sui contagi. Ma a questo si aggiunge un profilo di vivibilità per tutti: sui detenuti la pandemia ha inciso in modo molto duro, procurando ansia, timori e reazioni a volte estreme". A Regina Coeli i detenuti, al netto di emergenze come quella di queste ore, vengono sottoposti a tampone ogni 15 giorni e le visite dei familiari sono state sospese: tutto si fa attraverso video chiamata.
Dello stesso avviso il garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia, secondo il quale "i vaccini sono indispensabili per prevenire futuri focolai". Il focolaio Covid del carcere romano è solo l'ultimo di una lunga serie ad interessare gli istituti penitenziari della Penisola, dove in un anno sono morti di Covid una trentina tra detenuti e agenti. Solo nella Capitale, nella sezione femminile di Rebibbia, sono circa settanta le persone contagiate, nella maggior parte dei casi asintomatiche. In Italia su un totale di 52.207 detenuti sono 823 gli attualmente positivi. Di questi 793 sono asintomatici, 13 hanno sintomi tali da poter essere curati in carcere e 17 ricoverati.
di Teresa Di Rocco
Il Centro, 13 aprile 2021
Non c'è pace per il carcere di Villa Stanazzo. Oltre ai problemi di personale torna il Covid a creare apprensione. Il focolaio scoppiato a dicembre, con 55 contagiati (40 detenuti, 11 agenti e 4 persone tra gli operatori sanitari) e il decesso il 12 gennaio scorso dell'ispettore di polizia penitenziaria Michele De Cillis, 59 anni, si era placato a fine febbraio, ma ora pare essere ripartito. La Asl ha comunicato al Comune infatti la presenza negli ultimi due giorni di 6 detenuti positivi. E questi contagi hanno portato una sessantina di altri detenuti ad essere sottoposti a sorveglianza attiva.
Negli ultimi mesi, i sindacati hanno continuato a chiedere rinforzi, la riduzione del carico di lavoro e la diminuzione dei detenuti per evitare focolai. Ma senza risultato. Durante il focolaio di dicembre-gennaio dalle analisi fatte dal professor Liborio Stuppia, direttore del Laboratorio di genetica molecolare del Cast dell'università d'Annunzio, era emerso che nel penitenziario era comparsa la variante danese. "Questa variante danese, o Nord europea, simile a quella inglese, è stata individuata analizzando una trentina di casi di persone infettate nel penitenziario che presentavano lo stesso assetto genetico del virus", aveva spiegato il professore. Che precisò anche come la variante non fosse rimasta confinata lì.
di Alberto Rodighiero
Il Gazzettino, 13 aprile 2021
Dopo il caso Messina Denaro, la maggioranza non riesce a far eleggere il proprio candidato: servirà una terza seduta. Colpi di scena a raffica ieri sera in consiglio comunale ma, alla fine, la maggioranza non è riuscita a eleggere Antonio Bincoletto (proposto da Coalizione civica) garante dei detenuti. A essere determinanti per la mancata elezioni, due voti nulli (probabilmente non casuali) e la più che probabile defezione del Movimento 5 Stelle.
Dopo "l'incidente" dello sorso 3 marzo quando, nel segreto dell'urna, un consigliere misterioso ha votato il super boss mafioso Matteo Messina Denaro, il parlamentino di palazzo Moroni (convocato straordinariamente in presenza) è andato nuovamente in tilt per l'elezione del Garante dei diritti delle persone private o limitate nella libertà personale. Una seduta, quella di ieri sera, che ha registrato vari colpi di scena. Il primo è stata l'assenza del capogruppo di Forza Italia Roberto Moneta che aveva annunciato il suo sì a Bincoletto.
Ieri sera l'esponente forzista - che è anche avvocato - è rimasto bloccato in una caserma dei Carabinieri di Belluno per assistere un cliente e, quindi, non ha potuto partecipare alla votazione. Il vero coup de théàtre però, è arrivato attorno alle 19.30 quando Luigi Tarzia della Lista Giordani protagonista di un una vera e propria crociata - in nome della parità di genere - in favore di Maria Pia Piva e contro Bincoletto ha annunciato: "Voterò come il mio gruppo, anche perché, dopo l'atteggiamento tenuto da questa assemblea, Piva ha deciso di fare un passo indietro".
"La mia non è una scelta facile, anche perché quella di Bincoletto è una figura che crea divisione tra la direzione carceraria e le associazioni che seguono i detenuti - ha rincarato la dose. Purtroppo devo rilevare che Colazione civica sta condizionando in maniera insopportabile questa maggioranza". Una presa di posizione, quella di Tarzia, che non è estranea all'accoratissimo appello lanciato in aula dal sindaco Sergio Giordani.
"Il mio appello è rivolto a tutti - ha scandito il sindaco - La città ci guarda, rischiamo di fare una pessima figura. Un'altra seduta avrebbe solamente una conseguenza: buttare via soldi pubblici. Ve lo chiedo per favore, votate con coscienza". Un appello che, però, è caduto nel vuoto. Dalle urne (con voto segreto), infatti, sono usciti 19 voti per Bincoletto, 1 voto per Piva (probabilmente un esponente del centrodestra in vena di scherzi dopo l'exploit di Messina Denaro), 9 schede nulle e una scheda bianca riconducibile, probabilmente, al capogruppo del Movimento 5 stelle Giacomo Cusumano. Dal momento che per eleggere il Garante erano necessari 22 voti, tutto è rimandato al prossimo consiglio - sempre in presenza - quando, non sarà più necessaria la maggioranza qualificata, ma sarà sufficiente quella semplice.
di Francesco Donnici
Corriere della Calabria, 13 aprile 2021
I decessi nel penitenziario di Catanzaro riportano alla mente gli appelli fatti nei mesi scorsi dal Garante e da associazioni come Yairaiha. "Se si fossero vaccinate le persone detenute a tempo debito, non possiamo asserirlo con certezza, ma forse le degenerazioni che ci sono state si sarebbero evitate. Quantomeno l'evento letale della morte".
Da mesi il Garante regionale dei diritti dei detenuti, Agostino Siviglia, rilancia l'appello per le vaccinazioni delle persone detenute scrivendo ad autorità e Istituzioni. Lo aveva fatto anche in via formale lo scorso 22 febbraio per richiamare l'attenzione della Regione Calabria che aveva "dimenticato" di includere nel "Piano vaccinale" le persone detenute nei dodici penitenziari calabresi nonché "il personale ad altro titolo operante nelle carceri (fatta eccezione per le guardie penitenziare) in quanto rientranti tra le categorie a rischio". Il tutto, mentre in altre regioni, come ad esempio il Lazio, le vaccinazioni nelle carceri stavano già iniziando.
Nel penitenziario "Ugo Caridi" di Siano, a Catanzaro, la campagna vaccinale è iniziata lo scorso 26 marzo e si è riusciti a limitare, ma non evitare l'epilogo più volte pronosticato. "A Catanzaro - dice il Garante - c'erano solo due persone contagiate e nel giro di una settimana siamo passati quasi a cento. Per quanto ci si attenga alle regole, se sono costretti a stare in cinque in una cella, diventa difficile prevenire la diffusione del virus".
Il bilancio attuale è di 63 detenuti positivi a cui si aggiungono 18 agenti di polizia penitenziaria. "Molti detenuti si stanno negativizzando e la maggior parte sono paucisintomatici o asintomatici". Ma nei numeri pesano anche i decessi Covid avvenuti il 7 e il 10 aprile scorsi.
I decessi nel penitenziario di Catanzaro - A seguito di complicazioni, sono deceduti due detenuti: Bruno Pizzata, 61enne originario di San Luca, che scontava la condanna per traffico internazionale di stupefacenti e un 71enne del Crotonese.
L'associazione Yairahia Onlus, nata a Cosenza nel 2006 per occuparsi della tutela dei diritti umani, in particolare di quelli delle persone private della libertà personale, dà la notizia anche di un altro decesso nelle carceri a seguito dei focolai diffusi nei penitenziari d'Italia.
"Ancora non conosciamo i nomi di tutti e tre i morti - ci racconta la presidente, Sandra Berardi - conosciamo quello reso noto dai familiari perché hanno manifestato l'intenzione di presentare un esposto. Lo sapremo fra qualche giorno; i familiari di alcuni detenuti ci hanno informati che ci hanno spedito una lettera per aggiornarci sulla situazione attuale. Così come, sempre tramite i familiari, ci hanno informato che le vaccinazioni stanno procedendo velocemente".
Di fatti la famiglia di Bruno Pizzata aveva annunciato di voler presentare una denuncia per accertare eventuali responsabilità penali rispetto al ricovero tardivo dell'uomo. "La procura della Repubblica di Catanzaro ha aperto un'indagine", sottolinea il Garante Siviglia.
"Seguiremo l'evolversi della vicenda nel pieno rispetto di quanto sarà deciso dall'autorità giudiziaria. Quanto verificatosi, con la tragica conseguenza della morte dei due detenuti, trasferiti al Pugliese Ciaccio di Catanzaro a seguito di complicazioni - dopo un percorso un po' altalenante - è quello che chiedevamo da mesi venisse evitato". Il Garante cittadino di Crotone, Federico Ferraro, esprime vicinanza alle famiglie delle vittime ricordando che l'altro detenuto era originario di Rocca di Neto, nel Crotonese.
Integrato il personale medico. Proseguono i vaccini - Dopo la diffusione del contagio nel penitenziario catanzarese è stato integrato il personale medico-infermieristico in modo tale da poter garantire le cure h24 nella sezione di "reclusine ordinaria", interessata dal contagio. "I detenuti avranno la presenza costante di un medico e cinque infermieri che può essere chiamata all'occorrenza per prestare le cure che serviranno".
E dopo lo stallo del periodo scorso, complice anche la situazione venutasi a creare nel carcere del capoluogo, si sta cercando di dare una stretta alle vaccinazioni. Dopo Catanzaro la campagna vaccinale era partita anche a Crotone.
"Tramite i familiari - aggiunge Sandra Berardi - siamo stati informati che le vaccinazioni stanno procedendo velocemente. Nella sezione AS1 (nel penitenziario del capoluogo, ndr), eccetto 4 persone incompatibili con l'AstraZeneca per patologie pregresse, sono già stati vaccinati tutti".
Nella provincia di Reggio - anche grazie all'intermediazione del capo del Dap - le vaccinazioni sono partite sabato scorso a Locri, questo 12 aprile al penitenziario dell'Arghillà e in data odierna partiranno a Palmi.
I numeri del sovraffollamento carcerario - In base censimento risalente al 31 gennaio 2021, in Calabria sono presenti 2.457 detenuti a fronte di una capienza di 2.704 posti. Di questi 58 sono donne e 448 sono cittadini stranieri. Numeri che fanno riflettere. "Il carcere - dice il Garante - non consente il distanziamento fisico, personale. Col Covid gli spazi sono ridotti ulteriormente anche perché le persone che entrano in carcere o vengono trasferite devono osservare un periodo di isolamento".
Durante la prima ondata, l'associazione Yairaiha aveva sostenuto la linea "dell'Amnistia e Indulto generalizzati e la sospensione della pena immediata per tutte le persone anziane e ammalate senza preclusioni di sorta" sottoscritta da decine di associazioni e forze politiche. "Il sovraffollamento è di per sé un elemento criminogeno", dice Berardi. "Se pensiamo che oggi ci sono 53.509 persone detenute in circa 47.000 posti effettivi ci rendiamo conto che parliamo di 6.000 persone in più".
L'associazione torna ancora una volta sulle rivolte, la polemica intorno alle presunte "scarcerazioni dei 41bis" per chiarire meglio la funzione delle norme attivate a tutela delle persone detenute.
"Nessuno, quando scoppiò la polemica, ha inteso approfondire le origini della circolare del Dap che, di fatto, non scarcerava nessuno, non avendone il potere, e invece recepiva quelle che erano state le indicazioni degli organismi internazionali, Oms e altri, rispetto alle misure da predisporre negli istituti di pena al fine di prevenire e contenere i casi di contagio".
Con quell'atto "si invitava a riconoscere i casi gravi e a rischio e ad applicare il differimento della pena facoltativo o obbligatorio ai sensi degli articoli 147 e 146 del Codice Penale, ovvero per motivi di salute".
Il caso di Vincenzo Iannazzo, detenuto al 41-bis - "Lo scandalo dei 3 detenuti in 41 bis - continua Berardi - a cui era stato riconosciuto il differimento della pena temporaneo è stato del tutto strumentale, ed oggi ne abbiamo ulteriore conferma, perché si trattava di tre persone che innanzitutto avevano presentato le istanze già prima della circolare ed erano motivate da patologie reali e gravissime".
Sono i casi di Bonura e Zagaria, comunque diversi da quello di Vincenzino Iannazzo. tornato in carcere dopo la norma "correttiva" di Bonafede, "varata in tutta fretta la scorsa estate". "Parliamo di un uomo affetto da una forma precoce e degenerativa di demenza certificata da tutti i medici (penitenziari) che lo stanno curando, tutti sono concordi nell'affermare la compatibilità con il carcere a condizione che venga assistito h. 24 in regime ordinario e non in 41bis abbandonato a se stesso -condizione attuale - perché ormai non è più in grado di svolgere le normali attività quotidiane e, soprattutto, il Sai di Parma - l'eccellenza sanitaria penitenziaria sbandierata da Giletti - non è in grado di garantire l'assistenza continua di cui necessita. Concorde con la diagnosi dei medici di Viterbo e Parma anche il perito legale nominato dal tribunale di Catanzaro; però Vincenzino Iannazzo è ancora oggi in 41 bis".
Ancora una volta, conclude Berardi, "l'opinione pubblica è stata abilmente deviata da un ordine del discorso che nel dibattito pubblico e mediatico, è stato spostato dall'emergenza Covid all'emergenza criminalità. E l'aspetto paradossale, e drammatico, è che a fronte di una emergenza sanitaria mondiale, il governo italiano ha varato una legge che va a limitare il diritto alla salute ad una specifica fascia di detenuti".
di Daniela Borghi
Il Secolo XIX, 13 aprile 2021
"È caos vaccinazioni, Draghi intervenga!". È la richiesta di Uilpa Polizia penitenziaria: "Con l'ordinanza N. 6/2021 emessa dal Commissario straordinario per l'emergenza Covid-19, Gen. Francesco Paolo Figliuolo, tornano in forte dubbio le vaccinazioni nelle carceri, nelle fasce di priorità, sia per i detenuti sia per la Polizia Penitenziaria.
Per quanto sembra emergere dall'ordinanza, infatti, le vaccinazioni nei penitenziari dovranno proseguire con gli stessi criteri indicati per la generalità della popolazione. Se così fosse, sarebbe gravissimo e l'Ufficio del Commissario straordinario per l'emergenza Covid-19, che solo qualche settimana fa, anche dopo un nostro specifico intervento, aveva negato qualsiasi rallentamento delle vaccinazioni nelle carceri, questa volta sembrerebbe smentire se stesso".
Queste le allarmate dichiarazioni di Fabio Pagani, Segretario Regionale della Uilpa Polizia Penitenziaria, in commento all'ordinanza N. 6/2021 del 9 aprile 2021 del Commissario straordinario per l'emergenza Covid-19, che detta nuove indicazioni per l'esecuzione della campagna vaccinale.
"Naturalmente - prosegue il sindacalista - ci auguriamo di essere smentiti con la stessa rapidità del 23 marzo scorso, ma con diversa efficacia, visto che ci troviamo punto e a capo! Le vaccinazioni nei penitenziari, comunità chiuse e in perenne emergenza, anche di carattere sanitario e pure a prescindere dal Coronavirus, non possono subire ritardi e tentennamenti, pena pesanti ripercussioni in termini di perdita di vite umane, ma anche di sicurezza e ordine pubblico; tuttavia, nostro malgrado, le rivolte del marzo dello scorso anno pare non abbiano insegnato nulla".
"Eppure - prosegue Pagani - secondo l'ultimo report ufficiale del 1 Aprile scorso erano vaccinati in Liguria 324 poliziotti su 1083 adesioni e anche la popolazione detenuta proprio da Genova Marassi aveva iniziato il primo ciclo di vaccinazione; In Liguria, il Presidente Toti dovrebbe ringraziarci, praticamente siamo Covid Free ma solo qualche giorno fa, a Catanzaro, sono deceduti altri due detenuti, gli ennesimi, e un pesante tributo in termini di vite umane e già stato pagato anche dalla Polizia penitenziaria.
Sono ancora vasti i focolai fra i ristretti a Reggio Emilia (115), Padova Due Palazzi (90), Catanzaro (74), Roma Rebibbia Femminile (70), Pesaro (64), Melfi (57), Asti (33), Parma (32) e Saluzzo (30); mentre fra gli operatori preoccupano soprattutto quelli di Parma (37), Napoli Secondigliano (31), Lecce (27), Reggio Emilia (26), Catanzaro (19), Torino (18), Napoli Poggioreale (17) e Foggia (16)".
"Peraltro, da quanto possiamo dedurre, pare che non abbiano più priorità nelle vaccinazioni, oltre alla Polizia Penitenziaria, neanche le restanti Forze dell'Ordine. A questo punto - conclude il segretario della Uil-Pa - dopo che pure la ministra Cartabia aveva assicurato l'accelerazione delle vaccinazioni nelle carceri, ci appelliamo al Presidente del Consiglio, Mario Draghi, affinché ripristini e possibilmente velocizzi il precedente calendario di somministrazione del siero anti-Covid nei penitenziari, sia per i detenuti, sia per gli operatori".
oristanonoi.it, 13 aprile 2021
Organico non confermato dall'Ufficio scolastico provinciale. Giovedì un incontro online. Nel carcere di Massama erano attivi fino all'anno scorso due corsi di istruzione di secondo livello: l'AFM (ex ragioneria) e il liceo artistico. Ora rischiano di chiudere. I docenti però non ci stanno e lanciano un appello all'Ufficio scolastico provinciale, che ha deciso di non confermare per l'anno scolastico 2021/2022 l'organico in servizio presso la scuola carceraria.
L'Ufficio scolastico giustifica la sua decisione sulla base dell'incapacità dimostrata negli scorsi mesi da parte della direzione del carcere di assicurare il prosieguo dell'attività scolastica durante la pandemia. A pagarne le conseguenze saranno però i detenuti, che rischiano di essere privati di un diritto garantito dalla Costituzione.
È quindi arrivata la presa di posizione dei docenti, i quali hanno redatto un documento indirizzato alla direzione dell'Ufficio scolastico regionale e a quella provinciale, ai dirigenti scolastici del Mossa, del Cpia 4 e del De Castro e per conoscenza alla direzione della casa di reclusione di Massama, al garante dei detenuti di Oristano (l'avvocato Paolo Mocci), al personale scolastico in servizio al carcere di Massama, alle segreterie regionali e provinciali della Flc, di Cisl Scuola e della Uil.
Gli insegnanti hanno invitato i destinatari dell'appello a partecipare a un incontro online per confrontarsi sul problema. Appuntamento giovedì 15 aprile alle 15 sulla piattaforma Meet. "Dal principio dell'emergenza Covid-19, nel marzo 2020", scrivono gli insegnanti dei corsi di istruzione per gli adulti detenuti, "l'attività dei percorsi di istruzione di secondo livello attivi nella casa circondariale di Oristano Massama è in pratica cessata. Ciò è accaduto perché la direzione del carcere non è mai stata in grado, da allora, di assumere le misure organizzative necessarie per permettere la ripresa dell'attività scolastica nel rispetto delle norme per la prevenzione del contagio, né in modalità telematica né in presenza. Oltre che per questa grave e sostanziale incapacità, la direzione del carcere si è distinta in questi mesi per una sconcertante mancanza di rispetto e di spirito di collaborazione nei confronti delle istituzioni scolastiche, come testimoniano l'assenza di puntualità nelle comunicazioni e un'iterata indisponibilità al confronto".
"Questa situazione", prosegue la nota, "puntualmente ricostruita nella comunicazione dell'Ufficio scolastico provinciale di Oristano, ha indotto lo stesso ufficio a non autorizzare per l'anno scolastico 2021/2022 i percorsi di istruzione di secondo livello nella casa circondariale di Oristano Massama". "Gli insegnanti dei percorsi di istruzione degli adulti presso la casa circondariale esprimono la loro ferma contrarietà a questa decisione", proseguono i docenti. "Occorre infatti considerare che l'insegnamento nel contesto carcerario è un diritto costituzionale; necessita di competenze professionali specifiche, in merito alle metodologie didattiche e alle modalità di relazione da adottare con studenti spesso fragili e costretti all'esperienza difficile della detenzione; necessita di una costante e spesso tutt'altro che semplice interlocuzione con la direzione e il personale dell'istituto di reclusione, indispensabile per concordare modalità adeguate di svolgimento dell'attività scolastica; si svolge secondo un ordinamento didattico differente rispetto ai corsi ordinari rivolti a studenti non adulti".
"La continuità di servizio e un considerevole investimento in documentabili attività di formazione specifica", scrivono ancora gli insegnanti, "hanno permesso al personale di ruolo presso la sezione carceraria di acquisire le competenze professionali necessarie, insieme a un'approfondita conoscenza del peculiare contesto sociale e istituzionale. Sono punti di forza faticosamente raggiunti nel corso degli ultimi anni e che non sarebbero garantiti, né per il prossimo anno scolastico né per quelli a venire, da un corpo docente assunto, nella migliore delle ipotesi, tramite incarichi di insegnamento a tempo determinato".
"La decisione in oggetto comporterà dunque non solo una grave discontinuità didattica, ma un radicale ridimensionamento della capacità organizzativa e didattica indispensabile per il buon funzionamento dei corsi di istruzione nel contesto della casa di reclusione. Essa si configura perciò come una misura gravemente peggiorativa della proposta scolastica e lesiva del diritto allo studio dei cittadini detenuti". "L'eventualità che la direzione della casa di reclusione non si dimostri in grado di consentire l'avviamento dell'attività scolastica per l'a.s. 2021/2022", concludono i docenti, "dovrebbe invece sollecitare un rinnovato impegno da parte di tutte le istituzioni coinvolte affinché possa essere scongiurata. In ogni caso essa non costituisce un motivo valido per la mancata autorizzazione dal momento che, come si è verificato nell'anno scolastico in corso, gli insegnanti che non potessero prestare servizio in carcere potranno tempestivamente essere impiegati nelle classi del diurno, senza comportare alcun spreco della risorsa pubblica".
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