di Marco Cappato*
L'Espresso, 23 maggio 2021
I capi partito hanno troppa paura di impegnarsi per i diritti civili. Per questo serve ancora una volta la mobilitazione dal basso. F. è malata terminale di cancro, entro poche settimane sarà morta, mi ha chiesto aiuto per ottenere l'eutanasia e risparmiarsi l'agonia degli ultimi giorni. Se fosse "tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale" avrebbe diritto a farsi aiutare dai medici dell'Asl per la somministrazione di un farmaco letale. Ma i pazienti oncologici come lei, pur se sottoposti a sofferenze insopportabili e irreversibili, sono esclusi da questo diritto introdotto dalla Corte costituzionale nella sentenza del 2019 sul processo a mio carico per l'aiuto a Fabiano Antoniani. In questi due anni il numero di persone che ha ottenuto l'aiuto alla morte volontaria è zero.
Le Asl hanno sempre negato il rispetto della volontà del malato anche quando rientra nei criteri stabiliti dalla Corte. Con Filomena Gallo e l'Associazione Luca Coscioni forniamo assistenza legale e informazioni, con il Numero Bianco sul fine vita 0699313409, ma servirebbe una legge per definire procedure, scadenze e responsabilità.
La stessa Consulta aveva rivolto un "monito al legislatore affinché provvedesse all'adozione della disciplina necessaria al fine di rimuovere il vulnus costituzionale riscontrato", perché "l'esigenza di garantire la legalità costituzionale deve prevalere su quella di lasciare spazio alla discrezionalità del legislatore". Ma il Parlamento ha fatto orecchie da mercante.
Già, il Parlamento. Nel 1984 Loris Fortuna, già padre della legge sul divorzio, firmò la prima proposta di legge per la legalizzazione dell'eutanasia. Il Parlamento non la discusse. Nel 2006, in occasione della lotta di Piergiorgio Welby per la propria "morte opportuna", il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano scrisse che davanti alla richiesta di Welby "l'unico atteggiamento ingiustificabile sarebbe il silenzio". Il Parlamento restò muto. Nel 2013 abbiamo depositato una proposta di legge di iniziativa popolare per l'eutanasia legale, il Parlamento non ne ha discusso nemmeno per un minuto. Alla fine della scorsa legislatura, nei giorni del processo "Cappato-DJ Fabo", fu adottata la legge sul consenso informato e le dichiarazioni anticipate di trattamento: un'ottima legge ma sconosciuta ai più.
Da allora sono arrivati due richiami della Corte costituzionale e le assoluzioni di Mina Welby e mie nei processi per altre azioni di disobbedienza civile. E in Parlamento? Forza Italia ha bloccato la discussione senza che dai vertici del Pd né da quelli del M5S sia stata spesa una parola di impegno a discutere la legge. I sondaggi danno costantemente i favorevoli alla legalizzazione oltre il 70%, viene da chiedersi perché i capi dei partiti - inclusi quelli in teoria più favorevoli - continuino a impedire il dibattito. Se un tempo si sarebbe potuta attribuire la responsabilità al Vaticano, oggi Papa Francesco, che non ha cambiato posizione sulla "morte naturale", non organizza truppe parlamentari come i suoi predecessori.
Le ragioni vanno piuttosto ricercate nella paura dei capi partito che temi relativi ai diritti civili non rientrino nelle logiche di coalizione, o fazioni e correnti, che occupano strutturalmente gruppi sempre meno rappresentativi di realtà sociali. Il Governo di larghissime intese di Mario Draghi, nato per fronteggiare la pandemia e risollevare il Paese, dovrebbe suggerire al Parlamento la libertà di assumersi la responsabilità di decisioni slegate dalle sorti dell'esecutivo.
Il fine vita sarebbe un tema su cui esercitarle, ma le possibilità di approvare una legge per l'eutanasia, come accaduto il mese scorso in Spagna, non si materializzeranno prima della fine della Legislatura. F. non ha tempo, come non ne hanno decine di migliaia di malati che nei prossimi anni, senza un intervento legislativo, si troveranno a subire condizioni di tortura insopportabile.
L'Associazione Luca Coscioni ha promosso un referendum per depenalizzare l'aiuto attivo a morire e aprire la strada a una legge sul modello olandese, belga e spagnolo. La raccolta inizia a luglio per finire a settembre. Se i partiti non vogliono decidere, lo potranno fare gli elettori.
*Tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni
di Davide Frattini
Corriere della Sera, 23 maggio 2021
Tra le case danneggiate dai raid Gli Usa: soldi solo ad Abu Mazen. "Ma non c'è alcuna trasparenza". La strada sterrata taglia attraverso i campi verso Est e verso la torretta di guardia dall'altra parte della barriera. I fichi d'India fanno da guardrail spinoso, la pianta è un simbolo sia per i palestinesi che per gli israeliani (sabra in ebraico è il soprannome dei primi pionieri), entrambi ne ammirano la determinazione graffiante. Oltre ai paramilitari in mimetica chiara è vietato andare, attorno a loro siedono all'ombra altri gruppi di uomini che la mimetica l'hanno lasciata a casa. Passano qui tutta la giornata, ci sono già stati venerdì dalle prime ore della tregua fino al tramonto, guardano le scavatrici poco lontano, aspettano di vedere se dalla sabbia emerga un corpo, là sotto ci sono i loro commilitoni.
"Non rispondo". Nessuno tra i miliziani parla ma a Khan Younis tutti sanno che al giorno 4 della guerra alcuni di loro sono scesi nel sistema di gallerie per rifornirle di cibo e acqua, mentre i comandanti delle Brigate Ezzedin Al Qassam credevano che gli israeliani stessero per invadere la Striscia. Era uno stratagemma e, sepolta nei tunnel bombardati dall'aviazione, è rimasta quella avanguardia. Quanti siano - per ora sono stati recuperati una ventina di cadaveri - potrebbe fare la differenza per il governo israeliano che fino all'ultimo ha perseguito un'immagine di vittoria.
Forse è troppo tardi. Mohammed Deif - il capo militare di Hamas, nato proprio a Khan Younis - è già il più celebrato tra i leader fondamentalisti, il buio della clandestinità in cui vive da 30 anni ha contribuito a illuminarne la leggenda anche tra i palestinesi di Gerusalemme Est e della Cisgiordania. Tutto a sfavore del rispetto portato al presidente Abu Mazen, che sta al potere da 16 anni: ieri avrebbero dovuto tenersi - il raìs le ha annunciate e cancellate - le prime elezioni parlamentari dal 2006, allora le aveva vinte Hamas che un anno dopo ha tolto con un golpe il controllo della Striscia all'Autorità di Ramallah.
Così la partita per i cuori e le menti - come la chiamava il generale americano Stanley McChrystal in Afghanistan - passa attraverso il portafoglio dei donatori e su chi debba averne accesso. Joe Biden dalla Casa Bianca ripete che qualunque finanziamento per la ricostruzione di Gaza verrà versato al governo di Abu Mazen. "Il problema è che non c'è trasparenza - spiega Omar Shaban, fondatore dell'organizzazione indipendente PalThink - e i Paesi esitano a versare all'Autorità palestinese le cifre promesse perché temono vadano disperse. È già successo con la conferenza dei donatori dopo la guerra nell'estate del 2014".
Il Qatar ha deciso di aprirsi la sua rappresentanza - un cubo di marmo bianco sul lungomare della Striscia - e le centinaia di milioni di dollari trasportate nelle valigie dall'ambasciatore sono state distribuite ad Hamas. Con il beneplacito del governo di Benjamin Netanyahu. "In questo modo gli israeliani hanno di fatto permesso agli integralisti di rafforzarsi - continua Shaban. Io propongo di creare un fondo speciale, con un consiglio di garanzia, che stabilisca le priorità e supervisioni l'uso degli aiuti". Il piccolo emirato del Golfo, in cerca di grandezza diplomatica, fa consegne in contanti e diventa impossibile verificare come siano utilizzati. Seicento famiglie ancora aspettano di ricevere i contributi per ricostruire le case distrutte nei quasi due mesi di conflitto tra luglio e agosto di sette anni fa.
Abdelhadi Musallam deve ancora restituire i soldi chiesti allora ad amici e parenti. Per rendere di nuovo abitabile la palazzina di famiglia nel campo rifugiati di Bureij aveva bisogno di 8 mila dollari, nella Striscia oltre la metà dei due milioni di abitanti vive sotto la soglia di povertà estrema, fissata dai burocrati della disperazione a 1.90 dollari al giorno.
I funzionari locali delle Nazioni Unite gli hanno detto di anticipare la cifra, gli sarebbe stata rimborsata appena il suo nome fosse salito nella lista. "Sto ancora aspettando. Intanto è successo questo", dice mentre impasta il cemento e ripara gli squarci sul tetto.
La casa accanto è stata bersagliata la settimana scorsa, appartiene a un comandante di Hamas, i blocchi di cemento e metallo sono volati dall'altra parte del vicolo, hanno devastato anche le stanze di Abdelhadi. L'Onu calcola che in questi 11 giorni di conflitto - i palestinesi uccisi dai bombardamenti sono quasi 250, 13 gli israeliani ammazzati dai razzi lanciati dai fondamentalisti - le abitazioni distrutte siano 2 mila, quelle danneggiate 17 mila.
di Andrea Priante
Corriere del Veneto, 23 maggio 2021
La disperazione dell'imprenditore veneziano arrestato in Africa. Trovato morto il suo accusatore. "Dormo sul pavimento assieme ad altri detenuti in attesa di una decisione dell'autorità che sembra non arrivare mai". Sono le parole dell'imprenditore veneziano da 52 giorni recluso in Sudan. "Sono stanco e confuso, non so neppure con certezza quel che sta accadendo fuori di qui".
Marco (la famiglia chiede di non diffondere il cognome) è l'imprenditore veneziano di 46 anni che dall'1 aprile è rinchiuso in una cella del commissariato di Khartum, la capitale del Sudan. Cinquantadue giorni in condizioni disumane. "Dormo sul pavimento assieme ad altri detenuti - sono le parole che affida a chi, in queste ore, ha potuto parlarci - in attesa di una decisione dell'autorità locale che sembra non arrivare mai. E tutto a causa di una persona con la quale non ho mai avuto alcun rapporto commerciale". Il colloquio dura pochi minuti, poi si deve interrompere. "Ci sono le guardie fuori dalla cella. Spero che la situazione si sblocchi subito, per tornare da mia moglie e dai miei figli".
Fuori dal carcere, suo padre si sta dannando per riuscire a salvarlo. "È uno strazio, mio figlio è sfinito, non può resistere ancora a lungo". L'imprenditore è accusato di frode e, stando alle ricostruzioni che giungono dal Paese africano, dietro al suo arresto ci sarebbe il miliziano Abdallah Ahamed, considerato vicino al clan del feroce generale Mohamed Hamdan Dagalo, protagonista del colpo di Sato del 2009 e accusato del massacro e degli stupri di Adwa del novembre 2004 nel Darfur meridionale. "Il consolato italiano finora non è riuscito a risolvere la situazione, la politica italiana non può rimanere ferma perché ogni giorno che passa i pericoli aumentano", prosegue il padre, che da giorni si trova a Khartum per stargli accanto.
La vicenda, così come la racconta la famiglia, gira intorno a un affare concluso nei mesi scorsi dall'azienda dell'imprenditore, che ha sede a Venezia ed è specializzata nella produzione di materiale elettrico. Da lì sarebbe uscita una grossa partita di trasformatori acquistati da un distributore sudanese, Ayman Gallabi, e destinati all'azienda elettrica del Paese. Il cliente avrebbe fatto testare il prodotto dai tecnici dei laboratori di un'azienda locale, concorrente di quella veneziana. Secondo loro, i trasformatori non rispettavano gli standard necessari. Per sbloccare la situazione, a metà marzo Marco è volato in Sudan e lì è stato arrestato una prima volta dalla polizia, su richiesta di Gallabi che l'aveva denunciato per frode.
Trasferito in un albergo, e piantonato dalle forze dell'ordine sudanesi, il veneziano ne è uscito il primo aprile dopo aver convinto il suo accusatore a ritirare le accuse in cambio di un versamento di 400mila euro e un accordo commerciale. L'incubo sembrava concluso. "E invece, arrivato all'aeroporto, è stato nuovamente arrestato, stavolta su denuncia di un soggetto che si fa forza delle strette relazioni con potenti miliziani locali" aggiunge un altro parente che segue la vicenda da Venezia. Abdallah Ahamed, il fedelissimo del generale Mohamed Hamdan Dagalo, sarebbe parte in causa perché viene considerato il principale finanziatore dell'azienda di distribuzione di Gallabi. "Vuole soltanto spillargli altro denaro", è la convinzione di molti. Si parla di una richiesta di 700mila euro. "Ma mio figlio tutti quei soldi non li ha" assicura il padre.
Sbattuto in una cella del commissariato di Khartum, l'imprenditore è tuttora rinchiuso in condizioni che vengono descritte come "terribili", con seri problemi igienico-sanitari. "Condivide uno stanzone con altre trenta persone, un solo bagno e le temperature arrivano a 46 gradi è costantemente vessato dal punto di vista psicologico", assicurano.
A rendere ancora più inquietante il quadro, dal Sudan giunge una notizia: Ayman Gallabi - descritto come "un esperto nuotatore" - è stato ritrovato morto venerdì pomeriggio, "annegato nel Nilo Azzurro" spiega il cugino Mohammed Elsayir, a poca distanza dall'area archeologica di Soba. "Ucciso per una vendetta dei miliziani" è invece la voce che si rincorre a Khartum, anche se in un Paese travagliato come il Sudan, dove regna la corruzione e le violenze sono all'ordine del giorno, è difficile trovare conferme ufficiali.
Nelle prossime ore è in programma l'udienza davanti alle autorità di Khartum per decidere le sorti del veneziano. Ma è già slittata diverse volte e in pochi credono che davvero si possa arrivare a una decisione senza che dall'Italia giungano delle pressioni politiche.
"È un ricatto insopportabile, bisogna riportarlo a casa" ammette il parlamentare veneziano Nicola Pellicani, che da settimane sta seguendo il caso assieme a Piero Fassino, che presiede la commissione Affari esteri. Della questione è stato informato anche il ministro Luigi Di Maio, che avrebbe già avuto un primo colloquio con la sua omologa sudanese. "Stiamo facendo il possibile - conclude Pellicani - speriamo di risolvere la questione nel più breve tempo possibile".
di Gianpaolo Contestabile
Il Manifesto, 23 maggio 2021
Dai genitori del dipendente Onu trovato senza vita lo scorso luglio nuovo appello ai suoi colleghi: "Possibile che non sappiano nulla?". A oltre 10 mesi dalla morte di Mario Paciolla, avvenuta durante la Missione di Verificazione degli Accordi di Pace dell'Onu in Colombia, i genitori, Anna e Giuseppe, continuano a chiedere giustizia e verità per loro figlio: "Purtroppo non abbiamo notizie precise di quello di cui la procura di Roma è venuta a conoscenza, sappiamo che sono molto impegnati per svolgere un'approfondita istruttoria e che hanno presentato diverse rogatorie. Sappiamo che la giustizia colombiana appare collaborativa, poco sappiamo invece dell'Onu. Ultimamente abbiamo appreso dai giornali che sia i Ros che la procura si sono recati in Colombia, in tempo di pandemia davvero un fatto straordinario. Noi immaginiamo che riguardo all'autopsia ci siano ancora approfondimenti da svolgere e che ci siano documenti che dovranno ancora arrivare dalla Colombia, pertanto, tutto è coperto da assoluto riserbo".
La mancanza di informazioni provenienti dalle autorità giudiziarie non è l'unica difficoltà riscontrata, infatti i genitori chiariscono che: "A livello istituzionale centrale non abbiamo avuto nessun contatto". Se la politica nazionale non sembra volersi esporre per fare luce sulla vicenda, la comunità politica e sociale che sostiene la causa della famiglia Paciolla continua invece a ingrandirsi: "Abbiamo avuto la solidarietà di sindaci, presidi e gente comune che hanno aderito all'iniziativa di esporre dei banner per chiedere giustizia per Mario". Alla lista dei municipi solidali che hanno deciso di esporre gli striscioni figurano Casoria, Crispano, Caivano, Mugnano, Frattamaggiore, Sant'Anastasia e lo stesso comune di Napoli.
Nel capoluogo campano, nel quartiere del Vomero, nel nuovo campo sportivo intitolato al cestista Kobe Bryant, è stato inaugurato un murales dedicato a Mario Paciolla. L'artista Luca Carnevale lo ha raffigurato in compagnia di Corto Maltese, il celebre marinaio protagonista delle opere di Hugo Pratt, e di una scogliera affacciata sul mare, lo stesso mare in cui sognava di poter tornare a bagnarsi, come confidò ai genitori pochi giorni prima della sua morte violenta.
Un murales che fa da monito per il rispetto dei diritti umani e che costruisce un legame tra chi vive nell'hinterland napoletano e le centinaia di migliaia di persone che chiedono giustizia e verità dall'altra parte dell'oceano, in un Paese, la Colombia, dove chi difende i diritti umani continua a essere ucciso impunemente. Se già durante il 2020 la Colombia deteneva il triste record di uccisioni di attivisti e attiviste dei diritti umani, 177 omicidi su 331 commessi a livello mondiale, nelle ultime settimane le violenze contro movimenti sociali e manifestanti si è intensificata ulteriormente. Dal 28 aprile, il giorno in cui è iniziato lo sciopero nazionale, sono stati assassinati circa 40 manifestanti, si contano più di 500 desaparecidos, più di mille arresti arbitrari, centinaia di feriti, decine dei quali con gravi lesioni oculari e diversi casi di violenze sessuali e di genere. Sono decine anche i casi di aggressioni alle organizzazioni umanitarie, tra cui l'Onu che ha denunciato violenze e esecuzioni perpetrate dalla polizia colombiana.
Già nel 2018 Mario Paciolla, con lo pseudonimo Astolfo Bergman, descriveva sulle pagine di Limes i rischi insiti nell'elezione, allora appena avvenuta, dell'attuale presidente della Repubblica colombiana Ivan Duque. Mario definiva la vittoria di Duque come "il successo di uno dei più fermi oppositori di quanto pattuito a L'Avana", cioè gli Accordi di Pace, lasciando presagire un nuovo periodo di guerra e di violenze contro la popolazione colombiana.
In questo contesto di ingiustizia sociale e sistematica violazione dei diritti umani diventa fondamentale la presa di posizione degli organismi internazionali come le Nazioni Unite. I genitori di Mario Paciolla si rivolgono proprio all'Onu: "Un'organizzazione molto importante e potente, secondo noi poco disposta a collaborare coi nostri legali forse per un diretto coinvolgimento e tarda a darci risposte su ciò che è successo in quella discussione che Mario ebbe proprio con membri dell'organizzazione".
E concludono con un appello diretto a "chi lavorava con Mario, chi ha condiviso con lui momenti di amicizia, vacanze e si dichiarava amico di nostro figlio, possibile che non sappiano nulla, non hanno una loro etica e coscienza che li richiama a dire la verità e soprattutto si fidano di un'organizzazione che non è capace di proteggere e tutelare i suoi dipendenti? O la morte di un amico e di un collega vale meno di uno stipendio?".
di Giovanni Pigatto
L'Espresso, 23 maggio 2021
Thomas Sankara: rivoluzionario, carismatico, il presidente dello Stato africano fu ucciso da un commando il 15 ottobre 1987, in una congiura internazionale. Ora finalmente si apre il processo contro i suoi assassini. Rivoluzionario, ma senza l'idealismo di Che Guevara, fervente socialista, ma senza le derive staliniste o maoiste, terzomondista, ma senza mai piangersi addosso, pur da presidente di una delle Nazioni più povere e arretrate del mondo, mente libera, ma pratica e tutto fuorché utopista. Nell'Africa nera è molto difficile incontrare qualcuno che non sappia chi sia Thomas Sankara. Il presidente del Burkina Faso morto nel 1987 è diventato un simbolo grazie al suo esempio, perché ha fatto vedere al mondo che non servivano tante utopie per cambiare le cose, ma volontà, carisma e idee chiare.
Per questo è stato ucciso dopo neanche quattro anni di governo, in una congiura internazionale dalle tinte fosche che proprio in queste settimane si tenta di definire grazie, finalmente, a un processo formale nei confronti dei suoi assassini, quasi trentaquattro anni dopo quel 15 ottobre 1987, "giorno in cui uccisero la felicità", come recita un documentario dedicato a questa storia. Il 12 aprile, infatti, il tribunale militare di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, ha aperto ufficialmente un processo nei confronti di Blaise Compaoré, il successore di Sankara alla presidenza, nonché amico e compagno di una vita, accusato di attentato alla sicurezza dello Stato e complicità nell'assassinio.
Un processo tardivo, ma necessario, perché attorno alla morte di Sankara non c'è solo una vendetta o la sete di potere di un compagno che diventa traditore, ma c'è un caso internazionale che ha coinvolto Stati stranieri e che si inserisce nel periodo storico dell'ultima fase della Guerra Fredda.
Thomas Sankara è stato senza ombra di dubbio un personaggio diverso da tutti gli altri, e per questo difficile da inquadrare con comode etichette. Nei suoi appena quattro anni di governo intervenne in tutti gli aspetti della vita dei suoi concittadini, dimostrando una lungimiranza e una visione molto concreta: fece costruire pozzi, scuole, centri per la maternità, ospedali, farmacie, cercando però allo stesso tempo di emancipare il proprio Paese dagli aiuti internazionali che, sosteneva, altro non erano se non un nuovo controllo neocolonialista sugli Stati dell'Africa.
Invitava a consumare "burkinabé", prodotti locali, fece costruire ferrovie, formò insegnanti per abbattere il tasso altissimo di analfabetismo, fece coltivare milioni di piante per fermare la desertificazione (ogni occasione pubblica era buona per mettere un albero a dimora). Iniziò una imponente campagna vaccinale contro morbillo, meningite e febbre gialla che coinvolse volontari e militari dell'esercito, arrivando a vaccinare fino a un milione di bambini a settimana, e ora più che mai ci rendiamo conto di che numero impressionante potesse essere, a maggior ragione in condizioni difficili come quelle del Burkina Faso degli anni Ottanta.
Si adoperò fin da subito per combattere la piaga della fame che colpiva la maggior parte del suo popolo e che fu il suo vero chiodo fisso, promettendo e riuscendo a garantire almeno due pasti e dieci litri di acqua al giorno per tutti i burkinabé. Quando a cavallo tra anni Settanta e Ottanta il Partito Radicale di Marco Pannella fece propria la battaglia contro la fame nel mondo, l'interlocutore simbolico e naturale divenne proprio Sankara, incontrato a Ouagadougou da Pannella e dall'allora segretario del Partito Radicale Giovanni Negri, nel marzo del 1985.
Duro nei confronti dei Paesi del Nord del mondo, non ebbe mai paura di pronunciare interventi scomodi scegliendo le occasioni di maggiore portata e mediaticità. Celeberrimo il suo discorso alle Nazioni Unite del 4 ottobre 1984 in cui fece un discorso sferzante contro il neocolonialismo: "Parlo, anche, in nome dei bambini. Di quel figlio di poveri che ha fame e guarda furtivo l'abbondanza accumulata in una bottega di ricchi.
Il negozio è protetto da una finestra di vetro spesso; la finestra è protetta da inferriate; queste sono custodite da una guardia con elmetto, guanti e manganello, messa là dal padre di un altro bambino che può, lui, venire a servirsi". Il discorso fu talmente dirompente e scomodo che venne presto tolto dagli archivi delle Nazioni Unite, e sopravvisse a lungo solo grazie alla registrazione audio di un giornalista burkinabé che aveva seguito il presidente a New York.
Sankara ereditava un Paese poverissimo, all'entrata del deserto del Sahara, senza un accesso al mare, che aveva ottenuto l'indipendenza dalla Francia nel 1960, in cui si erano susseguiti uno dopo l'altro diversi colpi di Stato che di volta in volta avevano apparentemente sconvolto le istituzioni, per poi in realtà non cambiare niente per davvero.
Ma il colpo di Stato del 1983, quello di Sankara e compagni, sarebbe stato profondamente diverso. Per il primo anniversario del golpe, il 4 agosto 1984, Sankara volle dare una svolta al suo Paese, a partire dagli odiosi simboli che ancora ricordavano il passato coloniale. Quel giorno sarebbe partito proprio dal nome, Alto Volta, e l'avrebbe cambiato in Burkina Faso, "la terra degli uomini integri" nelle lingue dioula e mooré. Poi avrebbe annunciato che anche tutti gli altri simboli dello Stato sarebbero cambiati: la bandiera, l'inno nazionale.
Il Burkina Faso era veramente uno degli Stati più poveri del mondo, senza alcuna materia prima da vendere o da sfruttare, senza il petrolio che aveva la Nigeria, senza le miniere del Mali, senza le pietre preziose del Congo, solo un vasto territorio semidesertico, terra di pastori e agricoltori che vivevano lì da secoli combattendo con le stagioni. I sette milioni di persone che ci vivevano contavano un medico ogni 50 mila abitanti, una mortalità infantile di 107 neonati ogni mille nascite, un tasso di scolarizzazione del 2 per cento, un'aspettativa di vita che sfiorava appena i 44 anni, un debito estero di oltre il 40 per cento del Pil, una desertificazione galoppante, e così via.
Ma tutto questo, e tantissimo altro, venne stroncato violentemente il 15 ottobre del 1987, quando un commando di uomini armati fece irruzione nell'edificio dove Sankara stava presiedendo un consiglio dei ministri, aprì il fuoco e ammazzò il presidente insieme a una dozzina di collaboratori. Se da una parte fu chiaro fin da subito che in mezzo ci doveva essere Blaise Compaoré, l'amico e il compagno di una vita che decise di tradirlo per diventare lui presidente (cosa che puntualmente accadde), dall'altra negli anni sono emersi sospetti e accuse che hanno fatto diventare la morte di Sankara un caso internazionale che conserva ancora oggi diverse zone d'ombra. Sono molti i motivi per cui della morte di Sankara non sappiamo ancora tutto e per cui l'istituzione di un processo è arrivata così tardivamente.
Prima di tutto, Blaise Compaoré riuscì a rimanere presidente del Burkina Faso fino al 2014, quando una serie di manifestazioni di protesta lo costrinsero a dimettersi e a fuggire e chiedere asilo in Costa d'Avorio, Paese del quale ha la cittadinanza per via del suo matrimonio con una ivoriana. Durante la sua presidenza, Compaoré non solo ha sempre negato la sua complicità nell'assassinio di Sankara, ma ha anche (inutilmente) tentato in tutti i modi di cancellarne la memoria, costringendo la sua famiglia a fuggire all'estero, impedendo di fatto che venissero condotte delle indagini per trovare la verità, facendo sequestrare e distruggere diversi documenti e carte di Sankara.
In secondo luogo, la Francia, che aveva mantenuto (e mantiene tuttora) un certo controllo sulle sue ex colonie, possedeva nei suoi archivi sottoposti a segreto di Stato una serie di documenti riguardanti la morte di Sankara e i fatti immediatamente precedenti e immediatamente successivi. Questi documenti sono stati desecretati solo negli ultimi anni, e addirittura l'ultimo collo è stato consegnato alle autorità burkinabé solo nel marzo di quest'anno, per volontà del presidente Macron. Infine, quello che c'è dietro la morte di Sankara è oggettivamente intricato, e risalire alle responsabilità precise di ciascuno è e sarà molto complicato.
Negli anni, grazie al lavoro di molti giornalisti, tra i quali è doveroso citare l'italiano Silvestro Montanaro (scomparso da poco) e il suo documentario "Ombre africane", si è riusciti a fare un po' di chiarezza almeno su chi fossero gli autori e gli Stati stranieri coinvolti.
Una rete che parte da Oltreoceano, con un ruolo degli Stati Uniti e della Cia, coinvolge la Liberia del signore della guerra Charles Taylor, la già citata Costa d'Avorio del presidente filofrancese Félix Houphouët-Boigny, fino alla Francia, con tutti i suoi "Monsieur Afrique" usati nel tempo per mantenere i contatti politici ed economici con le ex colonie, e alla Libia di Gheddafi, allora terra di addestramento e fornitore di armi a chi volesse avventurarsi in un colpo di Stato.
Questo processo ora ha tutte le carte in regola per poter proseguire e arrivare finalmente alla verità, se non alla giustizia. Verità forse tardiva, ma importante anche e soprattutto per comprendere i rapporti sovranazionali spesso tossici tra il Nord e il Sud del mondo.
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 23 maggio 2021
La scuola colpita dall'attentato di poche settimane fa ha riaperto. Insegnanti e allieve (sopravvissute) fanno a gara a tornare in classe. Se dall'Afghanistan arriva una buona notizia non perdetela, perché potrebbe essere l'ultima. La battuta che a Kabul accompagna il ritiro delle forze americane e alleate va tenuta in conto. Soprattutto ora che le buone notizie sono addirittura due. La prima è che i talebani hanno accettato la nuova data dell'11 settembre per il ritiro di tutte le forze occidentali tenendo fede alla promessa di non colpire chi fa i bagagli.
La seconda è più importante, e dice qualcosa del futuro prossimo di questo martoriato Paese. Ricordate lo spaventoso attacco dell'8 maggio contro una scuola femminile del quartiere sciita di Kabul, 80 morti e 160 feriti molti dei quali ancora in pericolo di vita? Ebbene la scuola Sayed Ul-Shuhada ha riaperto i battenti (parzialmente), e le studentesse sopravvissute, alcune ferite, fanno a gara per tornare in aula. Le loro famiglie le incoraggiano pubblicamente.
Le insegnanti, quelle vive, sono tornate tutte, e da altre scuole piovono richieste di essere trasferite in "quella" scuola. Una grande sfida, e un forte messaggio lanciato ai talebani (anche se loro hanno messo l'attentato, in conto all'Isis): guardate, voi che volete prendere il potere dopo la ritirata delle forze straniere, che il Paese è cambiato e che noi donne afghane siamo cambiate, non abbiamo paura, continueremo ad istruirci e a lavorare, non ci rimetteremo il burqa, non obbediremo soltanto alla Sharia come voi l'avete applicata nel 1996 o nel 2001.
Era da molto tempo, in effetti, che da Kabul non arrivava una notizia tanto potente. Ma corrisponde alla realtà del Paese? Più sì che no. Gli alfabetizzati nei vent'anni di guerra sono il 43% della popolazione (tra le donne soltanto il 30) e tre milioni e mezzo di bambine e ragazze vanno a scuola. Nelle città, meno nelle campagne. Ma godiamocela, la buona notizia, e speriamo che non sia l'ultima.
di Alberto Stabile
L'Espresso, 23 maggio 2021
Senza aprire un dialogo non c'è alternativa al conflitto. E anche quest'ultima tregua appare come un espediente per allentare le pressioni politiche e diplomatiche sui due contendenti. Il problema dunque non è se, ma quando ci sarà una nuova esplosione.
Netanyahu si compiace, senza dimostrarlo, di aver "cambiato l'equazione con Hamas". Di contro, i capi del movimento integralista che governano sulla distesa di macerie chiamata Gaza, mandano i loro giovani per le strade a festeggiare la "vittoria". E lo stesso copione trionfalistico e auto-assolutorio che si ripete da quasi vent'anni a questa parte ad ogni round di violenza tra Israele e Hamas.
Anche quest'ultima tregua, come le precedenti, appare come un espediente per allentare le pressioni politiche e diplomatiche sui due contendenti; un modo per congelare lo status quo precedente; un modesto esercizio di diplomazia dilatoria che non si sogna neanche di affrontare le dure questioni alla base dello scontro. In questo quadro il problema non è se, ma quando ci sarà una nuova esplosione. Con un inevitabile corollario: la prossima guerra sarà peggiore di quella che l'ha preceduta.
Basta dare un 'occhiata alla contabilità del dolore. In dieci giorni di bombardamenti aerei e di artiglieria delle forze armate israeliane sulla Striscia di Gaza si son avuti 243 morti (di cui 63 bambini) e 1.910 feriti, in maggioranza tra i civili. Secondo i dirigenti di Hamas, sono state distrutte, o rese inagibili, 1.335 abitazioni; altre 12.800 sono state danneggiate. Il che ha provocato la fuga di 75 mila civili dalle loro case verso altre sistemazioni. Fra i danni, chiamiamoli così "collaterali" delle bombe di precisione telecomandate c'è Nahda, l'unica libreria e casa editrice della Striscia; la clinica al Rimal, con l'unico laboratorio di analisi capace di decifrare i test anti Covid; 33 redazioni e uffici di corrispondenza giornalistici; un orfanotrofio, 184 strutture necessarie al funzionamento dei servizi (acque, luce, fognature) che adesso sono ai minimi termini.
La potenza militare convenzionale israeliana, come la capacità della sua Intelligence, ha scritto il giornale liberal, Haartez, è sicuramente cresciuta, prova ne sia la distruzione dei tunnel di Hamas, ma la presunta cuera nell'evitare di colpire i civili, avvertendoli dell'imminente attacco, resta alla luce del bilancio delle vittime un'esercitazione propagandistica tutta da dimostrare. Le perdite tra la popolazione di Gaza, pur avendo provocato indignazione negli ambienti democratici americani, non impediranno, comunque, la fornitura di altre micidiali bombe intelligenti made in Usa per 735 milioni di dollari.
Anche le milizie di Hamas appaiono oggi più agguerrite e meglio equipaggiate che in passato. I razzi lanciati contro le zone abitate israeliane (4.000 ordigni, secondo il portavoce dell'Idf, che hanno provocato 12 morti e un centinaio di feriti) non sono più i "Kassam" fatti in casa degli inizi degli anni 90.
Anche se i nuovi "Ayash" (a quanto pare così chiamati in omaggio all'inventore degli attentati con le cinture esplosive messi a segno negli anni '90, Yijieh Ayash, soprannominato dalla stampa israeliana "l'ingegnere") non sono in grado di superare la barriera del sistema antimissile "Iron Dome", se non in minima percentuale, pare comunque che siano capaci di portare più testate. In Israele si dice che vengano dall'Iran, anche se l'ala militare di Hamas ha dimostrato di essere in grado di produrre le sue armi.
A favorire le più fosche previsioni sul futuro di questo conflitto tra Israele ed Hamas, che è parte del più ampio scontro israelo-palestinese, è anche la manifesta incapacità delle due parti di parlare un linguaggio diverso da quello della violenza. Durante il suo lungo regno, giunto ormai al dodicesimo anno, Netanyahu è qualche volta sceso a compromessi con il nemico islamista.
È successo, per esempio, nel 2011 quando ha accettato di liberare 1.200 detenuti politici di Hamas in cambio della liberazione del soldato Shalit, tenuto in ostaggio per sei anni. Ma subito dopo ha nuovamente optato per la guerra. Come nel 2014: tre o quattro tentativi di mediazione andati a vuoto, poi l'operazione "Margine di sicurezza", sempre contro Gaza, conclusa dopo 50 giorni, con oltre duemila morti tra i palestinesi e 170 fra gli israeliani.
A maggior ragione, dopo aver visto il suo potere personale insidiato dalle inchieste della magistratura, Netanyahu non ha minimamente pensato di cambiare la sua strategia che resta sempre la stessa: indebolire e delegittimare il presidente dell'Autorità palestinese, Abu Mazen, la cui credibilità è ormai prossima allo zero, dopo aver annullato la decisione di tenere le elezioni attese da 14 anni, e lasciare che Hamas governi, per così dire, a Gaza.
Un territorio accerchiato e sbarrato come una prigione, isolato, impoverito, dove due milioni e mezzo di persone non possono che lottare per sopravvivere. Quanto all'ipotetico Stato palestinese che per anni è stato evocato nei negoziati seguiti agli accordi di Oslo del 1993, l'occupazione militare, nonostante la condanna della comunità internazionale e il via libera alla colonizzazione dei Territori occupati, bandiera dell'estrema destra nazionalista e religiosa ascesa con Netanyahiu al governo, lo hanno materialmente fatto scomparire dai radar. Ma tutti sanno, che senza aprire un dialogo con Hamas non c'è alternativa alla guerra.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 22 maggio 2021
Sono state confezionate dalle detenute del carcere Santa Maria Capua Vetere, le mascherine che saranno indossate dalle personalità presenti, tra le quali il Presidente Sergio Mattarella, in occasione della commemorazione della strage di Capaci. La cerimonia in memoria di Giuseppe Falcone si terrà domenica 23 maggio a Palermo nell'aula bunker dell'Ucciardone, luogo simbolo del Maxiprocesso a Cosa Nostra.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 maggio 2021
Sono 1.034 gli studenti detenuti iscritti alle università nell'anno accademico in corso (+ 30% nell'ultimo triennio) e, tra questi, spicca l'incremento della componente femminile, che è passata da appena 28 studentesse nel 2018- 2019 alle 64 di quest'anno (+ 129%). I dati sono stati diffusi a tre anni dalla nascita della Conferenza Nazionale Universitaria dei Poli Penitenziari (Cnupp) istituita dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 22 maggio 2021
Agnese Moro, giornalista e figlia di Aldo Moro, a colloquio con Grazia Grena, operatrice sociale ed ex brigatista, in occasione della sessione del Festival della Giustizia Penale dal titolo "La giustizia dell'incontro".










