di Gianni Cuperlo
Il Domani, 11 aprile 2020
Con questi dittatori, chiamiamoli per quello che sono, di cui però si ha bisogno, uno deve essere franco nell'esprimere la propria diversità di vedute e di visioni della società; e deve essere anche pronto a cooperare per assicurare gli interessi del proprio paese.
Bisogna trovare il giusto equilibrio". Così giovedì, in conferenza stampa, il capo del governo, Mario Draghi. A seguire la reazione irritata di Ankara nella replica del ministro degli Esteri, "il premier italiano ha rilasciato una dichiarazione populista e inaccettabile...Condanniamo con forza le parole riprovevoli e fuori dai limiti".
Come noto lo scambio è seguito allo sgarbo, non solo diplomatico, riservato a Ursula von der Leyen da parte del sultano Erdogan. L'immagine della presidente della Commissione europea accomodata su un divano con lo sguardo ai due presidenti uomini comodamente accasati sulle poltrone previste dal protocollo rimarrà simbolo di una pessima pagina e di una ancora peggiore mancanza di stile e consapevolezza politica del presidente del Consiglio europeo.
Fino a che punto? - Sino qui la cronaca di una settimana difficile, a noi però rimane la domanda: coi dittatori, laddove riconosciuti e denunciati in quanto tali, si deve comunque "cooperare" nel nome di interessi nazionali giudicati prioritari rispetto allo stesso giudizio politico espresso? O detto in altri termini, fin dove è legittimo spingere la Realpolitik di una democrazia chiamata a stabilire i limiti oltre i quali una simile cooperazione finisce col comprimere, e magari annullare, i principi fondanti la democrazia stessa?
È vero, la Turchia fa parte della Nato dal 1952, fanno settant'anni tra qualche mese. Altrettanto vero che il suo attuale presidente, il poco ospitale Recep Tayyip Erdogan, ha vinto le elezioni più volte, l'ultima, non senza polemiche, col 52 per cento dei voti. Vero pure che nell'ambito della svolta a destra del regime turco si sono moltiplicate le forme di repressione del dissenso, con l'arresto di innumerevoli oppositori, la destituzione di sindaci, un controllo ferreo sulla libertà d'espressione, ricerca e insegnamento. Verissimo, infine, che l'Europa - la patria del diritto mite e della tolleranza nel segno dei valori illuministi - stacca da anni generosissimi assegni al governo turco in cambio della compiacenza loro nel trattenersi in casa qualche milione di profughi siriani volenterosi di approdare al vecchio continente, il nostro.
Col corollario che tale "ospitalità" non gode di alcuna garanzia sotto il profilo del trattamento, spesso disumano, degli apolidi in fuga. Ma quest'ultimo aspetto all'Europa interessa il giusto dal momento che, si sa, "occhio non vede, cuore non duole", l'importante è non ritrovarsi quell'orda di disperati sull'uscio nostro con l'incubo di guastarci la scaletta serale del tiggì.
Questo se guardiamo a est. Se poi lo sguardo si rivolge a sud - per dire, verso il Cairo - allora la denuncia di un regime sanguinario trova prove più che bastevoli, nella ferita tuttora scoperta di Giulio Regeni sino alla parabola senza termine di Patrick Zaki, da quasi quindici mesi detenuto senza ragione in un carcere di quel paese e oramai prostrato nel fisico e non solo.
A giorni il parlamento italiano tributerà solenne riconoscimento al giovane studente trapiantato a Bologna finché la polizia di al Sisi non ne ha sequestrato la libertà e la vita. Lo farà con una procedura d'urgenza tesa a consentirgli di divenire cittadino italiano e sarà senza dubbio un momento prezioso e una testimonianza di dignità nella patria di Beccaria. Anche se sempre noi all'Egitto dove impera quel governo repressivo nel 2019 abbiamo venduto armi per poco meno di 900 milioni di euro. Cifra del tutto ragguardevole soprattutto se commisurata alla voce analoga di soli cinque anni prima.
Dunque, Turchia, Egitto, ma alla lista della cronaca recente come non sommare la Libia dove le massime cariche del nostro governo si sono recate da ultimo coll'intento, più che legittimo, di contribuire a stabilizzare uno stato tecnicamente "fallito", e scegliendo per l'occasione di ringraziare la sua attuale guida per quell'opera di salvataggio in mare (sempre di migranti e fuggiaschi si parla) prontamente riportati dentro campi di detenzione giudicati dall'Onu come dalla Corte europea di giustizia luoghi di afflizione, violenza e tortura? Anche in quel caso, inutile ripeterlo, convergono la rivendicazione sacrosanta di un principio - nello specifico contrastare i trafficanti di corpi rinforzando il canale dei corridoi umanitari - e la tutela di corposi interessi dell'Eni nello sfruttare la sua storica presenza nell'area.
L'ambiguità dell'occidente - E allora? Dov'è che la condanna della dittatura turca o di quella egiziana può e deve combinarsi - "trovare il giusto equilibrio" per citare ancora il nostro presidente del Consiglio - con le esigenze primarie (ma pure secondarie e oltre) di un paese come l'Italia che ha tutto il diritto-dovere di preoccuparsi dei propri confini, dei propri interessi geo-strategici, delle proprie industrie e commesse? Perché il punto sta lì.
Nel comprendere in quale misura il capitolo dei diritti umani su scala globale possano e debbano prevalere su ogni altro calcolo o interesse. Che poi è solo un modo meno brusco di chiedere alla politica (governi, parlamenti, istituzioni comunitarie) quale prezzo si è disposti a pagare per chiudere un occhio, meglio ancora tutti e due, dinanzi al calpestare lo stato di diritto, le libertà fondamentali della persona a partire dall'inviolabilità del corpo e dalla tutela della dignità di ciascuno.
Il consuntivo? Riconoscere come le parole del nostro premier, al pari di quanti lo hanno preceduto nello stesso ufficio, siano il riflesso di una ambiguità che pesa sull'occidente come un macigno. Perché se da un lato dovrebbe la storia funzionare da monito verso i rischi di una sottovalutazione del ruolo delle dittature a qualunque latitudine (in fondo, inglesi e francesi ebbero a pentirsi del Patto di Monaco non troppo dopo il 1938), dall'altro ci dev'essere un criterio al quale principi non negoziabili si possano ancorare. Nel senso che non si può ridurre l'unica utopia universale rimasta - la difesa dei diritti umani a cominciare da quelli delle donne - a un relativismo etico di volta in volta subalterno e ostaggio di interessi meno nobili, ma più pesanti e pressanti nel rivendicare i propri interessi nazionalistici o corporativi.
Una gerarchia più coerente - Si dirà che siamo dinanzi a un paradosso irrisolvibile perché se volessimo applicare il criterio accennato a ogni paese tacciabile di violare quei diritti sprofonderemmo in un isolazionismo impotente e totalmente inabile anche solo a stimolare una evoluzione possibile di quei regimi in senso più inclusivo e liberale. In questa affermazione c'è del vero, inutile negarlo, eppure un grande paese come l'Italia, al pari di altri e forse un po' più di altri, dovrebbe non limitarsi a cercare il "giusto equilibrio", ma capire come in un mondo privo di un chiaro ordine e in un tempo segnato da una democrazia più "fragile" si possa trovare la via per affermare il primato di alcune verità.
Un po' come avvenne a suo tempo, almeno nel cuore dell'Europa, col rifiuto della pena di morte, premessa odierna per l'ingresso nell'Europa politica. Il tema, dunque, diviene come e dove piantare i paletti, una linea di demarcazione, oltre la quale affermare la necessità di cooperare con una dittatura lasci spazio a una logica diversa: in che modo articolare il campo più largo di paesi e organismi sovranazionali capaci di agire congiuntamente per costringere quei regimi al rispetto dei diritti fondamentali.
Perché, a dirla tutta, l'incidente della mancata terza poltrona per l'ospite europeo è certamente grave e da sanzionare, ma oltre l'episodio in sé rimane l'ipocrisia di un'Europa che sborsa denaro perché altri, fosse pure un dittatore, si faccia carico di evitare a noi un problema umanitario di troppo. Allora, forse, meriterà riavvolgere il nastro e darsi una gerarchia più coerente. Perché parliamo di diritti umani, e quelli non si governano a settimane alterne, pena trovarsi orfani non già di una poltrona, ma di un'anima.
di Serena Chiodo
Il Manifesto, 11 aprile 2020
"L'area Schengen è uno dei pilastri del progetto europeo. Dal 1995 la libertà di circolazione si è concretizzata con l'abolizione dei controlli ai posti di frontiera". Così recita una nota pubblicata sul sito del Parlamento Europeo, che prosegue: "Le autorità nazionali possono effettuare controlli ai posti di frontiera in seguito a specifici rischi". Quali sono questi rischi? Oltre a ipotetici 'attacchi terroristici', la nota fa riferimento solo ai flussi migratori: quindi alle persone migranti, considerate un pericolo non per ciò che fanno ma per ciò che sono.
Un approccio che legittima chiusure, controlli e pratiche, non sempre regolari: respingimenti immediati, anche di minori non accompagnati, trattenimenti. L'obiettivo primario è fermare i e le migranti. Per farlo, sempre più spesso viene colpito anche chi si oppone a questo tipo di approccio, come molti cittadini e attivisti. O chi, semplicemente, prova a fare il proprio lavoro. È il caso di Valerio Muscella e Michele Lapini, due fotoreporter italiani trattenuti per quattordici ore dalla polizia francese.
Da circa una settimana i due freelance sono al confine alpino tra Francia e Italia, per documentare i passaggi dei migranti che, dopo aver attraversato la rotta balcanica - in cui le violazioni sono note anche grazie al lavoro di giornalisti sul campo - provano a proseguire il proprio viaggio, spesso verso il nord Europa, dove molti hanno una rete relazionale attiva.
Un viaggio che l'assenza di politiche europee di ingresso legale e sicuro, e la mancanza di responsabilità condivisa tra stati membri, obbliga a fare nell'ombra, tra i boschi. E proprio nei boschi si trovavano Muscella e Lapini nella notte di lunedì di Pasquetta, nello specifico tra Claviere e Monginevro, dove stavano seguendo otto uomini, cittadini iraniani e afghani. Il gruppo è stato bloccato dagli ufficiali della PAF, la Polizia di frontiera francese.
"Gli otto migranti sono stati fermati, e noi con loro, in quanto sospettati di essere passeur, trafficanti" racconta Muscella. A nulla è servito mostrare i documenti e chiarire di essere fotoreporter, con tanto di tesserino dell'AIRF (Associazione Italiana Reporters Fotografi). "Siamo stati portati al commissariato della Paf a Monginevro insieme ai tre cittadini iraniani e ai quattro afghani. Ci hanno tolto il cellulare, le stringhe dalle scarpe, le cinture. Dopodiché ci hanno chiuso in due celle separate. Per andare in bagno dovevamo farci accompagnare", raccontano. Lì sono rimasti quattordici ore: telecamere di sorveglianza puntate, luce accesa, una panca di legno per provare a dormire. Alle 4 di mattina è arrivata una funzionaria della polizia francese.
"Ci hanno chiesto se siamo sposati o fidanzati, dove viviamo, se in affitto", spiega Lapini. Poi le domande si sono concentrate sul sospetto mosso dalla polizia. "Era evidente che eravamo lì per fare il nostro lavoro. Abbiamo mostrato le foto, i nostri siti, una lettera della Croce Rossa attestante il lavoro di documentazione che stavamo svolgendo". Nessun cambiamento dalla polizia francese: si accavallano le domande sui percorsi dei migranti ed eventuali passaggi di soldi, ripetute in un secondo interrogatorio alle 6 di mattina.
Sono le 10.30 del mattino quando i due vengono finalmente fatti uscire, dopo la firma di documenti in francese. Ieri l'avvocato Andrea Ronchi, nominato difensore, ha scritto alle autorità francesi per chiedere chiarimenti. "Il Comune di Monginevro ha risposto con una velina locale che sottolinea come le ore di fermo abbiano coinciso con il tempo necessario per chiarire la posizione dei due".
Dal commissariato di Briançon e dall'ufficio della Paf ancora nessuna risposta. "In un paese europeo, due cittadini europei sono fermati per 14 ore e trattati come arrestati. Inoltre non viene rilasciata loro alcuna notifica scritta, ma solo un foglio con una frase in pennarello che indica nel Tribunale di Gap il luogo per avere informazioni", commenta l'avvocato, sottolineando: "Ci sono procedure che in Europa devono essere garantite, non possiamo lasciare che un cittadino europeo sul suolo europeo venga trattenuto senza capire il motivo".
E se a livello legale si chiarirà ciò che è successo, l'effetto immediato è già lampante secondo l'avvocato: "Quando accaduto mi sembra si configuri come simile a ciò che vediamo su più ampia scala in questo momento. Queste inchieste hanno l'effetto di dire che sulle montagne ci sono la polizia e non ci devono essere i giornalisti, come nel mare c'è la guardia costiera libica e non devono esserci le ONG. L'effetto che hanno è quello di allontanare occhi e orecchie dai luoghi più sensibili in questo momento in Europa, ossia i confini. Ed è proprio da come ci comportiamo in questi luoghi che si vede lo stato di salute delle nostre democrazie.
E' sulla situazione dei migranti che Muscella e Lapini pongono ora l'accento, perché se due cittadini italiani vengono trattenuti in quelle condizioni, cosa può succedere a chi non ha il passaporto 'giusto'? "Gli otto uomini fermati con noi sono stati respinti: la polizia francese ha chiamato quella italiana, che come fa sempre in questi casi ha riportato le persone indietro".
Ecco come finisce per molte persone il viaggio: con un respingimento immediato verso il primo comune italiano, senza alcun tipo di assistenza se non quella di solidali e associazioni. In attesa, spesso, del prossimo tentativo. Perché chi ha alle spalle un viaggio di mesi, segnato da sofferenze e violazioni, difficilmente si fermerà proprio qui.
Uno dei ragazzi afghani presente al momento del fermo ha vissuto in una fabbrica abbandonata a Bihac, in Bosnia, per sei mesi, prima di continuare il viaggio. Ha provato più di venti volte ad attraversare il confine. A fine marzo, una bambina afghana di undici anni è stata ricoverata a Torino in stato di shock dopo essere stata respinta con la madre dalla Polizia francese al confine del Monginevro. Entrambe hanno trovato sostegno presso la Casa cantoniera di Oulx.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 11 aprile 2020
L'Antiterrorismo: "Interrompono celebrazioni e convegni con intrusioni informatiche di ispirazione neofascista". Gli investigatori hanno censito 24 attacchi tra novembre e marzo scorsi. Gli ultimi raid denunciati risalgono al mese scorso. Il 12 marzo a Vicenza, durante un webinar (seminario via Internet) dedicato alla memoria del deputato socialista Domenico Piccoli, ucciso in Calabria un secolo fa, agli albori del fascismo, un ignoto partecipante s'è intrufolato inneggiando a Mussolini, Hitler e all'Olocausto. Una settimana prima a Milano, nel corso di una videoconferenza organizzata dal Comune dedicata alle "Storie della buonanotte", qualcuno s'è inserito trasmettendo audio offensivi, foto del Duce e di donne nude.
Le intrusioni - Sono intrusioni informatiche di ispirazione neofascista dove però le connotazioni goliardiche sembrano superare quelle ideologiche, al punto che l'apposito Servizio per il contrasto dell'estremismo e del terrorismo interno della Polizia di prevenzione le cataloga tra quelle di "altra natura", rispetto alla categoria considerata più inquietante: le azioni di disturbo "a carattere antisemita". Gli investigatori della Rete e dell'antiterrorismo ne hanno censite 24 tra novembre e marzo scorso, con un picco registratosi intorno al Giorno della Memoria delle vittime della Shoah, celebrato il 27 gennaio: in quel periodo sulle varie piattaforme si sono concentrati almeno una dozzina di assalti informatici per disturbare convegni e celebrazioni. Quasi sempre con slogan in omaggio a Hitler e al Terzo Reich, sulle note di "Faccetta nera" o altri inni nazi-fascisti.
La lezione di ebraismo - Il primo della serie risale al 3 novembre, a Venezia, quando una "lezione di ebraismo" organizzata dalla comunità israelitica locale è stata interrotta da un partecipante con nickname "Rambo", che ha diffuso insulti antisemiti mentre proiettava una svastica; le verifiche informatiche l'hanno trovato in provincia di Bergamo. La regione che conta il maggior numero di episodi è proprio il Veneto, seguito da Lombardia e Piemonte; poi ci sono Toscana, Lazio, e qualche isolato episodio diviso tra Centro e Sud.
Ma la sorpresa maggiore è arrivata dalle indagini, prima telematiche attraverso i Dipartimenti della polizia postale, e poi sulle persone, con il lavoro delle Digos: nella grande maggioranza dei casi responsabili dei raid sono minorenni, ragazzini nati anche nel 2006, quindicenni o poco più. Che quasi sempre agiscono da casa, all'insaputa dei genitori, e avendo poca o nessuna cognizione della gravità di ciò che fanno.
Gli incontri politici - A volte, dopo aver sperimentato le tecniche di intrusione per disturbare la didattica a distanza sono passati alle intromissioni negli incontri politici o di settore. Come quello organizzato dal Consiglio comunale di Corchiano, in provincia di Viterbo, il 9 gennaio; si parlava di depositi di rifiuti radioattivi e da postazioni internet individuate a Torino e a Brescia sono partiti insulti e bestemmie, con il sottofondo della solita "Faccetta nera".
I successivi accertamenti hanno portato gli investigatori nelle case di un rumeno quarantenne e di una italiana di origini kuwaitiane, 50 anni, ma poi s'è scoperto che a usare i computer erano stati i figli minorenni, iscritti ai gruppi Zoom Bombing e Telegram, che hanno ammesso le intrusioni. La leggerezza con cui questi giovanissimi inneggiano al fascismo o al nazismo, senza organizzazioni alle spalle né supporto ideologico, è comunque preoccupante: considerare slogan razzisti e antisemiti al pari di insulti e provocazioni generiche o a sfondo sessuale significa essere pronti ad assorbire la propaganda che altri diffondono con ben altre convinzioni.
Come i due signori che in Sardegna e in provincia di Viterbo sono stati identificati e denunciati per le offese e le minacce alla senatrice a vita Liliana Segre. Neppure loro, denunciati per "propaganda e istigazione di discriminazione razziale etnica e religiosa", avevano strutture o gruppi di riferimento; a differenza del quarantenne sassarese fondatore di una formazione battezzata Ordine Ario Romano, che diffondeva messaggi nazisti ed elenchi di cognomi di origine ebraica "in modo da poterli facilmente individuare", per il quale è stato chiesto il rinvio a giudizio insieme ad altri sette imputati.
I rischi - Il rischio di emulazione, esaltazione e potenziale aumento di pericolosità non viene sottovalutato dagli inquirenti. Lo dimostra la vicenda di Andrea Cavalleri, il ventiduenne di Savona arrestato nel gennaio scorso (ora agli arresti domiciliari) perché sempre via Internet incitava alla violenza contro "sionisti, liberali, marxisti e capitalisti". Esaltava le stragi di Oslo e Utoya commesse dal terrorista norvegese Amders Breivik, e vagheggiava di seguirne le orme.
La "condotta criminosa" di Cavalleri, con la contestazione di "apologia della Shoah e dei crimini di genocidio", è stata considerata potenzialmente eversiva, e il 18 marzo la Digos di Bologna ha perquisito quattro persone in contatto con la sua chat di matrice suprematista. Ma all'origine di questa indagine ci sono le verifiche compiute sui proclami che esortavano alla "dissoluzione del giudeo" diffusi da un minorenne di Torino attraverso Telegram.
di Barbara Spinelli
Il Dubbio, 11 aprile 2020
Che l'età dei diritti sia al tramonto, ce lo hanno dimostrato con chiarezza Draghi, von der Leyen e Michel. Coloro che avrebbero il compito di preservare e difendere le istituzioni democratiche tuttora esistenti in Europa. Leggendo i giornali degli ultimi due giorni, viene da pensare che davvero i diritti umani siano un'ideologia occidentale in declino. E che a favorire tale lento ma inesorabile declino siano proprio quei governanti europei che invece avrebbero il compito di preservare e difendere le istituzioni democratiche tuttora esistenti in Europa, sorte dalle ceneri dei campi di concentramento nazisti nel secondo dopoguerra del secolo scorso. Che l'età dei diritti sia al tramonto, ce lo hanno dimostrato con chiarezza Draghi, von der Leyen e Michel.
Draghi, pur di recuperare gli interessi economici in Libia, si è spinto ad affermare che "Sul piano dell'immigrazione noi esprimiamo soddisfazione per quello che la Libia fa nei salvataggi e nello stesso tempo aiutiamo e assistiamo la Libia", anche dopo che, al contrario, Fatou Bensouda, la procuratrice della Corte penale internazionale dell'Aia, ha messo nero su bianco nel suo rapporto al Consiglio di sicurezza dell'ONU la responsabilità del generale Haftar e delle milizie dal medesimo controllate nei crimini di guerra e nelle "sistematiche atrocità" commesse contro migranti e profughi. Von der Leyen e Michel, dopo i già sonori schiaffi assestati da Erdogan al sistema europeo di tutela dei diritti umani, il primo attraverso il menefreghismo dimostrato davanti alla sentenza della Corte Europea dei diritti umani con la quale si chiedeva l'immediata liberazione del leader HDP Selahattin Demirtas, dichiarando urbi et orbi che "la sentenza non è vincolante per Ankara", il secondo, con la fuoriuscita dalla Convenzione di Istanbul, si sono dimostrati propensi ad accettare sottomessi anche il terzo, inflitto a favore di telecamere in occasione della visita ad Ankara.
Che si sia trattato di un pasticcio diplomatico è fuor di dubbio: strano però che i funzionari della Commissione non si siano coordinati con quelli del Consiglio d'Europa per la preparazione della visita, e ancor più strano che i funzionari di Ankara ignorassero la pari dignità di entrambe le istituzioni. Perché è pur vero che il capodelegazione era Michel, ma quando si ricevono due istituzioni di pari importanza, le si assegnano posti di pari rilievo. Invece Ursula, a sedia mancante, si è accontentata del divanetto, declassata alla compagnia del Ministro degli Esteri Cavasoglu, lasciando la scena ai due uomini di potere. Ammesso che l'assenza della sedia sia stato frutto dell'imperizia dei funzionari europei, tuttavia a sedia mancante era chiaro che la scelta sul che fare avrebbe avuto una portata simbolica pregnante. Accettare il terzo schiaffo o ribadire il necessario rispetto della pari dignità istituzionale, a maggior ragione in quanto l'istituzione messa in disparte era rappresentata da una donna, attendendo in piedi l'arrivo della terza sedia? Purtroppo, Ue e Consiglio d'Europa hanno incassato il terzo schiaffo senza colpo ferire, ed anzi nella conferenza stampa congiunta hanno pure spiegato il motivo di tanto aplomb: intensificare gli scambi economici e rafforzare i finanziamenti per la gestione dei flussi migratori. Erdogan è stato scaltro: come nel gioco delle tre carte, rimbalzando tra i protocolli, ha mostrato al mondo intero la debolezza della diplomazia europea e la relatività dell'ideologia occidentale dei diritti umani, predicata ma non praticata.
L'immagine che Michel e Von der Leyen ci hanno consegnato, come d'altronde Draghi con le sue dichiarazioni, è quella di un esecutivo fragile, vulnerabile, per il quale il prevalere degli interessi politici ed economico- finanziari impone la relativizzazione nella tutela dei diritti umani, la sudditanza a criminali di guerra, dittatori e despoti, che se ne compiacciono ingrassando le loro tasche, per fare il lavoro sporco. E così, mentre Al- Sisi, Haftar ed Erdogan se la ridono compiaciuti della fragilità italiana ed europea - fragilità ideologica e politica- e si godono i vantaggi economici che ne derivano, noi guardiamo la democrazia morire lentamente, affossata dalle logiche speculative dei governi, che non esitano a barattare sicurezza, commesse milionarie e rifornimenti energetici con il silenzio assenso ai regimi dittatoriali del Mediterraneo all'eliminazione interna della resistenza democratica, e all'erosione dello stato di diritto mediante la cancellazione della separazione dei poteri, dell'indipendenza della magistratura, dei principi di uguaglianza e non discriminazione.
di Gabriele Minotti
L'Opinione, 11 aprile 2020
Peggiorano le condizioni di salute del leader dell'opposizione russa al regime putiniano, Alexei Navalny, in seguito al suo arresto e al suo internamento nel campo di concentramento di Pokrov. Questo è quanto si apprende dal suo profilo Instagram che, attraverso uno staff di collaboratori e amici, continua a fornire aggiornamenti sullo dell'attivista liberale condannato a due anni e mezzo di reclusione.
Navalny spiega che soffre di forti dolori alla schiena e alle gambe, che viene torturato con la privazione del sonno (sostiene che le guardie lo sveglino anche otto volte per notte) e che è dimagrito di otto chili. Per questo motivo ha chiesto di essere visitato da un medico di sua scelta: richiesta inizialmente negata dall'Amministrazione carceraria. In seguito al rifiuto, Navalny ha iniziato uno sciopero della fame che l'ha ulteriormente indebolito. Risibili, a questo proposito, i tentativi da parte dei suoi carcerieri di ridicolizzare la sua protesta, ad esempio - fa sapere lo stesso Navalny - mettendogli in tasca caramelle che poi venivano scoperte durante la perquisizione, o friggendo pollo e pane in prossimità della sua cella.
Da alcuni giorni è, inoltre, affetto da una grave tosse e ha la febbre a 38. Teme di aver contratto la tubercolosi a causa di alcuni detenuti del suo distaccamento (circa quindici persone, vale a dire il 20 per cento) risultati positivi e che, come lui, non ricevono le cure adeguate. Pare che all'origine della diffusione della malattia vi siano le pessime condizioni igienico-sanitarie delle celle, la mancanza di un adeguato riscaldamento della prigione e la malnutrizione: gli unici alimenti sono patate e avena bollite, sebbene il regolamento preveda che i detenuti in condizioni di salute precarie debbano seguire una dieta proteica.
La legale di Navalny, Olga Mikhailova, fa sapere che il suo assistito ha finalmente ottenuto di essere sottoposto ad alcuni accertamenti medici, dai quali è emerso che i dolori accusati nei giorni scorsi sarebbero dovuti ad una doppia ernia del disco, una delle quali particolarmente grave e che starebbe già determinando una perdita di sensibilità agli arti. Secondo gli specialisti, il trattamento prescritto a Navalny in carcere, oltre ad essersi rivelato inefficace, avrebbe anche portato ad un rapido peggioramento della situazione. Al dissidente russo resta comunque preclusa la possibilità di sottoporsi a cure adeguate - oltre al trasferimento nell'infermeria della prigione e al tampone per il Covid, che ha dato esito negativo - per i problemi respiratori accusati nei giorni scorsi.
Fanno riflettere le parole della moglie di Navalny, Yulia: "Putin ha messo in prigione mio marito illegalmente. L'ha fatto perché ha paura della competizione politica e vuole restare sul trono per il resto della sua vita. Ciò che sta accadendo è una vendetta personale attraverso una giustizia sommaria". Ora, che Putin non voglia per nessun motivo uscire dal Cremlino pare abbastanza ovvio, come il fatto che abbia paura dell'opposizione: altrimenti non si affannerebbe tanto a mettere a tacere chiunque gli si opponga, col veleno o con il confino in qualche sperduta prigione. La verità è che Putin non ha tutta la forza che ostenta e che vuole convincere di avere. La verità è che il suo potere è a rischio: lo dimostra la recente approvazione da parte della Duma - su iniziativa del suo partito, Russia Unita - di una legge che vieta di intraprendere procedimenti giudiziari contro gli ex-presidenti. Che l'autocrate abbia paura di ciò che potrebbe succedere, nel caso in cui perdesse il controllo della situazione e venissero a galla tutti i crimini perpetrati o tollerati sotto la sua presidenza? Probabile.
Ma, soprattutto, è pienamente consapevole che Navalny ha tutte le carte in regola per sfidarlo e mettere fine al suo regno di oppressione e terrore: è giovane, è determinato, non ha paura delle ritorsioni, ha l'appoggio dell'Occidente e promette libertà, democrazia, diritti e garanzie costituzionali a un popolo che non ha mai conosciuto niente di tutto questo e che, forse, vorrebbe sapere come si vive da liberi cittadini. Non da sudditi, come ai tempi degli zar; non da proletari, come ai tempi dei soviet; non da pedine per la realizzazione di finalità ideologiche come la nascita della "grande Russia", come sotto Putin. Semplicemente persone. Semplicemente cittadini di uno Stato che li garantisce e protegge i loro diritti.
L'Occidente dovrebbe fare di più: non bastano le parole di indignazione, le pretese di scarcerazione, le pressioni diplomatiche, le sanzioni e le prese di posizione più o meno forti ma che non ottengono risultati concreti. Non bastano gli incoraggiamenti, la solidarietà e le "pacche sulla spalla" rivolte a Navalny. C'è bisogno di un Occidente forte e capace di adottare risoluzioni decise, incisive e finanche radicali. Di un Occidente capace di far sentire la sua voce, di affermare e difendere i suoi valori e di intraprendere delle serie azioni di contrasto. Non ha senso strepitare per le violazioni dei diritti umani in Russia, se poi con essa e col suo governo si proseguono le normali relazioni economiche e diplomatiche. Non si tratta di mere "questioni interne" sulle quali nessuno può interferire: è in ballo la dignità dell'Occidente stesso e di quell'ordine democratico-liberale, per il quale la Russia di Putin costituisce una seria ed oggettiva minaccia. Probabilmente una delle peggiori.
di Francesco Semprini
La Stampa, 11 aprile 2020
A raccontare il dramma che si sta consumando al confine meridionale degli Stati Uniti è il video (divenuto virale) di Wilton Obregon il bambino di dieci anni del Nicaragua che ferma l'auto delle guardie di frontiera in Texas e chiede aiuto. Le immagini del giovanissimo migrante deportato già a marzo e rapito conia madre in Messico, riassumono l'ampliarsi del fenomeno che vede flussi di minori entrare illegalmente negli Usa incentivati dall'abolizione da parte del presidente Joe Biden dell'ordine di rimandare tutti indietro varato dal predecessore Donald Trump.
Il suo gesto umanitario ha in realtà causato un'ondata migratoria di minorenni, 19 mila quelli che hanno attraversato da soli il confine il mese scorso, mentre ve ne sono almeno 20.822 in custodia degli agenti del "Customs and Border Protection". A marzo gli arrivi sono aumentati del 70%, giungono dal Centro America soprattutto, ma anche dall'America latina e non solo: gli agenti di frontiera hanno infatti identificato cittadini rumeni. Disperati costretti talvolta a pagare prezzi elevatissimi ai trafficanti e a sopportare le temperature torride delle latitudini meridionali.
Non è chiaro quanto potrà aiutare l'annunciato piano Marshall da quattro miliardi di dollari per l'America centrale col quale Biden punta a contrastare alla fonte il problema degli ingressi dei cosiddetti migranti economici, smantellando al contempo la rigida architettura della tolleranza zero messa in piedi da Trump. Il progetto ribattezzato strategia delle "radici profonde" pone un focus particolare sul "Triangolo del Nord", ovvero Guatemala, Honduras ed El Salvador, i Paesi più a settentrione dell'America centrale, considerati il serbatoio dei flussi in arrivo.
A confermare l'emergenza sono state le dimissioni di Roberta Jacobson, la cosiddetta zar dei confini la quale ha annunciato che, scaduti i primi 100 giorni di presidenza Biden, lascerà il suo posto. Ed ora è il Messico ad essere inondato dalle richieste di asilo, ottomila sino a questo momento, persone che sono giunte dal Centro America e sono state respinte al confine con gli Usa. Mentre dagli Stati di frontiera montano le richieste rivolte all'inquilino della Casa Bianca di recarsi ai valichi di Texas, Arizona e California e prendere atto di persona della gravità della situazione. Un invito che Biden ha sino ad ora ignorato, ma al quale non potrà sottrarsi anche per misurare la tenuta del suo governo.
di Stefano Mauro
Il Manifesto, 11 aprile 2020
Situazione sempre più critica. Nel più recente episodio che ha colpito la regione centrale del Paese una banda armata ha attaccato una pattuglia dell'esercito uccidendo 11 militari. E al sud, dove aumenta la tensione con gli indipendentisti biafrani, 1844 prigionieri in fuga dopo l'assalto al carcere di Owerri. Il presidente Buhari ufficialmente all'estero "per un periodo di riposo".
"Il nostro paese sta vivendo una dura crisi economica, sanitaria, sociale legata anche alla mancanza di sicurezza che è confermata dagli scioperi del settore pubblico di questi mesi (scuola e sanità in particolare, ndr), dal banditismo, dai rapimenti, dagli scontri intercomunitari e dagli attacchi alle forze di sicurezza, senza alcuna risposta adeguata da parte del presidente Buhari" ha affermato ieri alla stampa nazionale Atiku Abubakar, leader del Partito democratico popolare (Pdp) e principale forza politica di opposizione in Nigeria.
Polemiche e durissime critiche, ormai sempre più frequenti, nei confronti dell'incapacità da parte del presidente Muhammadu Buhari (in questi giorni ufficialmente all'estero "per un periodo di riposo") di poter arginare una difficile crisi securitaria, legata al dilagare della violenza in numerosi stati federali. In questi ultimi due anni si è passati dalle brutalità di gruppi jihadisti come Boko Haram e Stato islamico dell'Africa Occidentale (Iswap) nelle aree del nord-est (Borno, Yobe), al banditismo e ai rapimenti di studenti negli stati del nord-ovest (Katsina, Kano, Zamfara).
Situazione che, in quest'ultimo mese, sta diventando sempre più critica anche in numerose regioni centrali (Niger State, Benue, Kaduna) con una serie di attacchi contro le forze di polizia e militari. Il più recente episodio risale a questo venerdì, quando una banda armata ha attaccato una pattuglia dell'esercito uccidendo 11 militari.
Lo stato di Benue si trova nella zona denominata "Middle Belt", vale a dire la fascia centrale della Nigeria, dove si sono formati numerosi "gruppi armati di difesa", in seguito agli ormai decennali scontri tra pastori semi-nomadi e agricoltori sedentari. Il mese scorso, il governatore dello stato di Benue, Samuel Ortom, ha dichiarato di essere sfuggito "a un attacco di una banda di pastori armati mentre viaggiava su un convoglio" e secondo le forze di polizia "dopo anni di scontri con gli agricoltori, i pastori fulani hanno creato numerosi gruppi legati al banditismo".
Ancora più grave, se possibile, resta la situazione nelle aree del sud-est del paese, dove questo lunedì un gruppo armato, a bordo di pick-up e pesantemente armato, ha assaltato la prigione di Owerri, nello stato di Imo, facendo evadere più di 1.800 detenuti.
"1.844 prigionieri fuggiti, l'ingresso principale del carcere abbattuto con l'esplosivo, numerosi veicoli distrutti e armi saccheggiate da una stazione di polizia": questo il bilancio ufficiale presentato dall'ispettore generale della polizia, Muhammed Adamu, per quella che viene considerata dalla stampa locale "la più grande fuga di prigionieri della storia della Nigeria moderna", con enorme imbarazzo per le autorità nigeriane.
In una dichiarazione ufficiale Adamu ha indicato come principale indiziato dell'attacco, non rivendicato, il Movimento delle popolazioni indigene del Biafra (Ipob), invitando le forze di sicurezza "a sterminare tutti gli attivisti del gruppo". A 50 anni dalla terribile guerra civile del Biafra (1967-1970), che ha ucciso quasi un milione di persone per lo più di etnia Igbo, rimangono forti le tensioni tra il governo centrale e i gruppi secessionisti biafrani - quello più politico dell'Ipob o la milizia dell'Eastern Security Network (Esn) - con la richiesta di uno stato indipendente.
Da parte sua, Emma Powerful, portavoce dell'Ipob, ha negato ogni coinvolgimento nell'attacco al carcere di Owerri, definendo le accuse "false e strumentali". Gli attivisti del gruppo negano di essere l'ala armata del movimento indipendentista e affermano solamente di voler "proteggere le loro comunità e i loro villaggi dalle violenze dei pastori nomadi Fulani, venuti dal nord del Paese".
di Ilaria Sesana
Avvenire, 10 aprile 2021
Aumentano i focolai, colpite anche le donne con bimbi. Antigone: tassi di positività maggiori negli spazi sovraffollati. I sindacati: accelerare con i vaccini. Si sono accesi a Reggio Emilia (con oltre cento detenuti positivi) e al "Due Palazzi" di Padova (più di novanta i positivi) gli ultimi focolai di Covid-19 scoppiati nelle carceri italiane. Per far fronte alla difficile situazione in cui si trovano due istituti, il Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria ha istituito due nuovi gruppi di lavoro con l'obiettivo di individuare con urgenza le cause della diffusione del contagio e di predisporre le misure organizzative da adottare per evitarne l'ulteriore diffusione.
di Elisabetta Rampelli
Il Dubbio, 10 aprile 2021
Sin dal 2018, dopo i tragici fatti di Rebibbia, quando una madre ha ucciso in carcere i suoi due figli, e il Consiglio d'Europa ha emanato linee guida a tutela dei diritti e degli interessi dei bambini dei genitori detenuti, ci siamo impegnati in dibattiti con avvocati, politici, psicologi e psichiatri, magistrati minorili, rappresentanti dell'amministrazione penitenziaria e della polizia penitenziaria, per trovare soluzioni al paradosso di un sistema che prevede la presenza dei figli minori in carcere, nonostante esistano già norme che, se estensivamente applicate, potrebbero evitarlo.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 aprile 2021
Luigi Chiatti, dopo 30 anni di carcere, dal 2015 è internato. Come lui altre persone si trovano nella stessa situazione, con il rischio che queste strutture si trasformino in nuovi Ospedali psichiatri giudiziari. Ha finito di scontare i 30 anni di carcere nel 2015, il giudice lo ha ritenuto ancora socialmente pericoloso e lo ha "internato" in una Rems (Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza). Siamo nel 2021 e di recente la magistratura di sorveglianza gli ha prorogato nuovamente la misura di sicurezza. Parliamo di Luigi Chiatti, conosciuto come il "mostro di Foligno", l'autore del duplice omicidio di due bambini avvenuto a Foligno tra il 1992 ed il 1993.
- Mancata privacy ai colloqui via Skype e il fenomeno trasversale di TikTok
- La bellezza del carcere? Ma per favore...
- Emergenza carceri al tempo del Covid. Intervista a Sandro Libianchi
- Il diritto all'intimità di una conversazione c'è anche in carcere
- L'eterno conflitto tra potere legislativo e sistema giudiziario ha origini antiche











