di Simona Musco
Il Dubbio, 26 maggio 2021
La Corte ha stabilito che i programmi di intercettazione di massa svelati dall'informatico, attivista e whistleblower statunitense Edward Snowden violano i diritti dei cittadini alla privacy e alla libertà di espressione. Le intercettazioni di massa violano i diritti dei cittadini alla privacy e alla libertà di espressione. A stabilirlo, ieri, è stata la Corte europea dei diritti dell'uomo, che si è pronunciata sul ricorso presentato da Big brother watch - organizzazione britannica senza scopo di lucro per le libertà civili e la privacy - contro il Regno Unito, la cui condotta è stata giudicata illegale. La Corte ha infatti stabilito che i programmi di intercettazione di massa svelati dall'informatico, attivista e whistleblower statunitense Edward Snowden violano la Convenzione.
L'ex agente Cia, nel 2013, svelò al mondo i dettagli di alcuni programmi top-secret di sorveglianza di massa della National Security Agency (Nsa), organismo che si occupa della sicurezza nazionale americana. Tra questi il programma di intercettazione telefonica tra Stati Uniti e Unione europea Prism, che consente di accedere ad email, chat, chat vocali e videochat, video, foto, conversazioni VoIP, trasferimento di file, notifiche d'accesso e dettagli relativi ai social, sfruttando il percorso dei dati nel tratto intermedio tra un nodo terminale e l'altro. Sono stati proprio i documenti forniti da Snowden a far scoprire che l'agenzia di intelligence britannica Gchq ha condotto intercettazioni su scala demografica, riuscendo così a raccogliere i dati di milioni di persone innocenti.
Secondo la Corte, un regime di intercettazione collettiva, come forma di difesa dalle minacce del terrorismo e dalla possibilità di sfruttare internet per organizzare le attività terroristiche, non è di per sé illegale, ma in considerazione della natura mutevole delle tecnologie è necessario prevedere tutele specifiche per evitare abusi. In particolare, è necessario prevedere "salvaguardie end-to-end", il che significa che, a livello nazionale, è necessario effettuare una valutazione in ogni fase del processo della necessità e proporzionalità delle misure prese, con specifiche autorizzazioni per l'effettuazione di intercettazioni collettive sin dal momento della definizione dell'oggetto e della portata dell'operazione. Operazione necessariamente soggetta a supervisione e revisione indipendente ex post, stabilendo i criteri di selezione dei dati raccolti e identificatori specifici del soggetto da controllare, criteri che, in Gran Bretagna, sono stati disattesi, interferendo, dunque, con i diritti della vita privata dei cittadini.
Con tali attività, il governo britannico non sarebbe andato caccia di "obiettivi identificati", bensì di dati, per decidere solo in un secondo momento chi sarebbe potuto essere un obiettivo. "L'ammissione di intercettazioni collettive non mirate - ha affermato il giudice Pinto de Alburquerque, che ha espresso un'opinione leggermente differente da quella dei colleghi, pur se unanimemente concordi nel riconoscere le violazioni da parte del Regno Unito - comporta un cambiamento fondamentale nel modo in cui vediamo la prevenzione del crimine e le indagini e la raccolta di informazioni in Europa dal prendere di mira un sospetto che può essere identificato al trattare tutti come un potenziale sospetto, i cui dati devono essere archiviati, analizzati e profilati. Una società costruita su tali fondamenta è più simile a uno stato di polizia che a una società democratica. Questo sarebbe l'opposto di ciò che i padri fondatori volevano per l'Europa quando firmarono la Convenzione nel 1950". La Corte ha anche ribadito che tale metodo potrebbe comportare una violazione delle fonti giornalistiche, ribadendo che la protezione delle fonti è uno dei cardini della libertà di stampa e, come tale, è inviolabile.
Tra i ricorrenti, infatti, c'era anche un'organizzazione giornalistica, alla quale è stata riconosciuta l'interferenza con il diritto alla libertà di espressione. E una qualsiasi interferenza, secondo la Corte, rischierebbe di avrebbe un impatto negativo sul ruolo fondamentale di controllo pubblico della stampa e sulla sua capacità di fornire informazioni accurate e affidabili. Le tecniche di intercettazione di massa messe in atto dalla Cia, secondo quanto rivelato da Snowden, hanno interessato anche l'Italia, tra i Paesi più spiati e sotto "tutela" da parte dell'intelligence americana. Il caso più eclatante è quello del rapimento dell'imam Abu Omar, vittima di un'operazione di "extraordinary rendition", per la quale l'Italia è stata condannata proprio dalla Cedu: secondo i giudici, infatti, le autorità italiane erano a conoscenza di tale operazione illegale, cominciata con il rapimento dell'Imam in Italia e continuata con il suo trasferimento all'estero, dove è stato sottoposto a torture. Il governo, sulla vicenda, ha però apposto e confermato il segreto di Stato, assicurando così che i responsabili sfuggissero alle proprie responsabilità, nonostante le condanne inflitte dai giudici italiani, rimaste lettera morta.
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 26 maggio 2021
Il saggio dell'inviato del "Corriere della Sera" (Rubbettino Editore): tra reportage e riflessione, alle radici del Jihad. Casomai un giorno vi capitasse di prendere un autobus a Kabul, cosa poco raccomandabile visto che ne salta per aria uno all'anno, sul cartello d'ogni fermata trovereste una bandierina giapponese. È un segno di riconoscenza per le donazioni fatte ai trasporti urbani dal governo di Tokyo, ma molti afgani non lo sanno: per loro, quel cerchio rosso su campo bianco è semplicemente il simbolo dei bus. E in tanti anni, fra mille chiacchiere sul colonialismo culturale, non s'è mai pensato di cambiarlo. Anche a Belgrado circolano vecchi pullman gialli mandati dal Giappone dopo le bombe del '99, e hanno tutti una bandierina uguale a quelle di Kabul. Ma nella Parigi dei Balcani nessuno scambierebbe mai un dono per un logo: ai mezzi pubblici provvede con orgoglio una serbissima compagnia coi caratteri in cirillico, e guai a rinunciarvi. Perché l'identità d'un popolo s'oblitera anche sui bus e la differenza sta tutta qui: gli Altri non sono sempre uguali. Ci sono vecchi nemici (i serbi) simili a noi bianchi, cristiani ed europei, e nei dopoguerra è facile scarrozzarli sui posti riservati; ce n'è altri (l'Islam) diversi da noi, scuri ed esotici, ed è meglio tenerli distanti, sui posti in fondo, spettri che ci seguono ma non ci accompagnano.
Questi fantasmi. "I cani - disse un giorno uno psicanalista - vedono un'ombra, si spaventano e abbaiano prima di capire". E fanno branco. E fanno guerra. E fanno prevalere l'istinto sulla ragione, mordendo i loro spettri. Gli uomini non sono diversi. Scavano confini, montano recinti, dividono i passeggeri. E che cos'è questo abbaiare agli Altri, visti solo come una minaccia, se non il pregiudizio instillato da qualche tele-predicatore del Golfo nell'infelicità araba? O il panico da sottomissione all'Islam, descritto da Houellebecq, che agita le nostre coscienze?
È partendo da qui - "noi esseri umani siamo così, quando abbiamo paura e ci sentiamo deboli, piccoli, esposti, umiliati, vulnerabili cerchiamo rifugio nel branco dei nostri simili" - che Andrea Nicastro intraprende un viaggio nelle ombre che spaventano gli Uni e gli Altri: inviato al "Corriere della Sera" con molti timbri sul passaporto, fra i primi a entrare nella Kabul liberata o nella botola dove fu catturato Saddam, Nicastro riprende il titolo d'una famosa canzone pop e scrive Gli Altri siamo noi. Perché tradire la democrazia scatena il Jihad (Rubbettino Editore), con prefazione di padre Alex Zanotelli.
Un po' saggio, un po' pamphlet, un po' reportage, un po' pièce. Per pescare nell'antropologia come nelle ricette di cucina, nelle ricostruzioni storiche come nelle interviste. E spiegarci quanto sarebbe possibile - altro che scontro! - un vero incontro di civiltà. "Sentire umane le persone che appaiono minacciose", dice Nicastro, sarebbe già un ottimo inizio. Un approccio più alla Terzani che alla Fallaci: "Capire che cosa pensano questi Altri che ci spaventano. L'obbiettivo non è aderire alle loro ragioni o flagellarci per i nostri comportamenti riprovevoli. Piuttosto sapere in base a quali informazioni gli Altri agiscono, condannarli se e quando è il caso, ma non giudicarli pazzi o nemici perché è semplicemente troppo faticoso ascoltare quel che hanno da dire".
Ci avviciniamo al ventennale dell'11 Settembre e una domanda ci aspetta: è finita la guerra dei vent'anni? Nì, se guardiamo ai grandi scenari: Biden che suona il ritiro da un Afghanistan per niente pacificato, l'Isis sconfitto in Siria e risorgente in Africa... No, se al terzo atto entriamo con Nicastro e il suo fixer Habib in un piccolo appartamento di Kabul e con loro ci accomodiamo a mangiare il kabuli palau: ascoltando la moglie di Habib, Amina, che con intelligenza smonta un ventennio di luoghi comuni sul loro maschilismo e sulle nostre prostituzioni, sui loro burqa e sulle nostre mastoplastiche, sulle loro poligamie e sui nostri divorzi.
Una che non ha ricevuto molto, dalla nostra democrazia formato esportazione: "Se potessi, direi alle femministe occidentali di venire la mattina presto al mercato, prima che le mosche e la polvere velenosa coprano i quarti di montone. Se proprio si credono migliori, vengano qui a vivere senza frigorifero, senza acqua, senza lavatrice, senza poliziotti onesti. Anche a loro servirebbe un uomo. Anche a loro servirebbe un vicino. E agli uomini servirebbero loro".
"Yeh hum naheem!", noi non siamo questo, cantavano gli artisti pakistani nell'infernale 2004 delle autobombe, per dire al mondo che gli Altri sono ben altro. E che disprezzarli o demonizzarli, schiacciarli con l'aiuto d'un Musharraf o d'un Al Sisi, congelarli in una Striscia di Gaza o nei campi profughi, tutto questo serve solo a spingere la notte un po' più in là. Quando "ci vorrebbe una Greta Thunberg - scrive Nicastro - che gridi al mondo i rischi delle guerre e delle ingiustizie, invece che solo il pericolo dell'inquinamento".
(Per tornare ai giapponesi: i primi kamikaze li hanno inventati loro, ma oggi è tutto finito nel soffitto della memoria, "dai samurai militaristi e fanatici all'all you can eat sushi non sono passati neppure ottant'anni, un soffio nella storia, e non so fra ottant'anni cosa si dirà degli shadid che oggi ci fanno tanta paura: è possibile che saranno svaniti insieme con l'islamismo").
Il Jihad, come furono nel passato il panarabismo o la lotta comunista, è un posto in autobus offerto a chi si sente appiedato dall'Occidente. Avanti, c'è posto: quel bus sarà sempre affollatissimo. Finché non decideremo di salirci e guidarlo insieme, gli Uni e gli Altri. Con posti uguali. E andando in un'altra direzione.
di Giacomo Carobbi
Il Tirreno, 26 maggio 2021
Tutto esaurito al "Piccolo Bolognini" per la prima nazionale di "Stabat Mater" messa in scena in chiave moderna dell'opera della poetessa Grazia Frisina. Proiettato per la prima volta, al Piccolo Teatro Mauro Bolognini, il cortometraggio "Stabat Mater", frutto del progetto voluto e realizzato dall'associazione teatrale Electra del regista pistoiese Giuseppe Tesi, che ha visto recitare attori teatrali professionisti insieme ad alcuni detenuti della casa circondariale di Santa Caterina in Brana, dove sono state girate gran parte delle scene.
Una prima nazionale importante per un'opera altrettanto speciale che in poche ore ha visto esaurirsi i biglietti a disposizione per il pubblico e che proprio nei giorni scorsi, dopo la diffusione via web del trailer, si è guadagnata il patrocinio del Senato della Repubblica. Un riconoscimento che va ad affiancare quelli di Regione e Comune, per la soddisfazione del regista.
"I patrocini conferiscono dignità - ha dichiarato Tesi, 55 anni, fiorentino di nascita ma con base professionale stabilmente in città da molti anni - e la dignità è elemento immediato di distinzione oltre ad essere la prima componente che deve essere ricercata nell'espressione artistica. Ma l'altro aspetto con cui con molta umiltà il gruppo di lavoro si è mosso è quello di aver cercato un contatto con le emozioni ed una risposta nei sentieri della speranza. E questa, a differenza della dignità, ha il respiro più ampio ed ha il linguaggio eterno del cinema e del teatro".
Il progetto "Stabat Mater" parte da lontano. I lavori erano iniziati prima dello scoppio della pandemia e sono stati portati avanti anche grazie a una campagna di crowdfunding che ha coinvolto enti, sponsor e privati cittadini. L'opera consiste nella messa in scena in chiave moderna dello Stabat Mater, così come l'ha interpretato la poetessa siciliana Grazia Frisina nella sua opera "Madri", con una sceneggiatura rielaborata dallo stesso regista e da Martina Novelli. A fianco dei detenuti hanno lavorato l'attrice di scuola ronconiana Melania Giglio e Giuseppe Sartori, prodotto della fucina del Piccolo di Milano, che ha coadiuvato Tesi anche nel ruolo di aiuto regista. "Con il variare di scene, volti, voci, rumori, musiche, di ritmi incalzanti - spiega il regista - si assiste al pianto di Maria che s'intreccia e diventa contrappunto dolente al fluire di storie, di vite spezzate, di rimpianti taciuti, di sogni soffocati, che nel profondo ci toccano e ci attraversano assieme al senso misterioso della vita tutta".
Quotidiano di Puglia, 26 maggio 2021
Un progetto di reinserimento all'interno del carcere, nasce la Pasticceria Sociale: "Vogliamo che siano reintegrati nel mondo del lavoro". Nasce a Taranto, all'interno della Casa circondariale, la "Pasticceria Sociale": si tratta di un progetto di reinserimento e integrazione per le persone soggette a provvedimenti restrittivi di natura giudiziaria. Il sindaco Rinaldo Melucci e la direttrice della Casa circondariale cittadina Stefania Baldassari hanno sottoscritto il protocollo d'intesa per dare il via alle attività dedicate allo sviluppo del progetto.
L'amministrazione, grazie alla collaborazione tra gli assessori ai Servizi Sociali Gabriella Ficocelli e allo Sviluppo Economico Fabrizio Manzulli, con questo protocollo si impegna a organizzare tutte le attività previste per l'ampliamento del laboratorio di pasticceria già esistente, con l'adeguamento dei locali esistenti e dell'impianto elettrico, oltre la realizzazione di un portale per l'e-commerce e l'e-marketing.
L'obiettivo è promuovere su scala nazionale i prodotti che verranno realizzati all'interno del nuovo laboratorio. Il Comune di Taranto ha previsto, in favore della Casa circondariale, 150mila euro per la fornitura di attrezzature e 50mila euro per servizi connessi al progetto. Si tratta di fondi a valere sulla quota complessiva di 20,5 milioni di euro di cui l'amministrazione è destinataria nell'ambito del "Piano relativo a interventi volti a garantire sostegno assistenziale e sociale per le famiglie disagiate nei comuni di Taranto, Statte, Crispiano, Massafra e Montemesola".
"Oggi si inizia a realizzare plasticamente qualcosa di importante - le parole del primo cittadino -, che deriva da una legge delle 2016 che aveva individuato risorse da destinare a progetti rivolti a categorie sensibili. Insieme alla direttrice Baldassari, abbiamo individuato una di queste categorie nelle persone attualmente soggette a provvedimenti restrittivi di natura giudiziaria: aderendo ai principi costituzionali, vogliamo che siano reintegrati nel mondo del lavoro e nelle dinamiche della comunità. La firma apre una prospettiva importante per alcune di queste persone, è l'inizio di una sperimentazione che con la dottoressa Baldassari vogliamo estendere progressivamente ad altre categorie".
"Tra Comune e Casa circondariale - il commento della direttrice Baldassari - c'è un legame che ha visto una perfetta sinergia in ogni fase della stesura di questo protocollo, soprattutto rispetto alla finalità di questa progettualità finanziata direttamente dal ministero competente. Siamo tutti orientati verso il raggiungimento delle medesime finalità, il miglioramento di questo territorio, ciascuno secondo le proprie competenze".
di Cesare Giuzzi
Corriere della Sera, 26 maggio 2021
Nonostante gli interventi, l'area "suscita tuttora un grandissimo allarme sociale". Dodici arresti nel clan della droga. Sei giovani spacciatori morti investiti dai treni: uno era un minorenne del clan Mansouri. La sera del 5 dicembre 2020. Sono le dieci. L'Intercity notte per Lecce supera la stazione di Rogoredo e corre verso Bologna. Le carrozze viaggiano a novanta all'ora, è buio pesto. Il macchinista intravede una sagoma sul lato sinistro della motrice. Non fa neppure in tempo ad azionare i freni. Il colpo non lascia scampo. Il treno si ferma 500 metri più avanti. Il macchinista dà l'allarme e con una torcia risale i binari. A fianco delle rotaie c'è il corpo di un giovane uomo, è gracile, ha la pelle olivastra.
Non è un suicidio. Gli investigatori della Polfer lo capiscono appena la vittima viene identificata: Mohamed Mansouri, marocchino, senza fissa dimora. Mansouri non è uno dei tanti fantasmi che popolano la zona di Rogoredo. È un ragazzo di 15 anni che fa parte del più importante clan magrebino dello spaccio. Sono loro ad avere in mano buona parte del mercato della droga nei boschi milanesi. Da Rogoredo al Parco delle Groane. Vengono da Oulad Fennane, paesino rurale di 8 mila abitanti nell'entroterra del Marocco. Anche Mohamed, nonostante i suoi 15 anni, aveva alle spalle la traversata del Mediterraneo e una vita difficile in strada. Ma soprattutto era uno dei Mansouri e come i parenti vendeva droga nel più florido mercato d'Italia dell'eroina.
Gli investigatori lo avevano fotografato nella sua postazione, a poche centinaia di metri dal luogo in cui è stato travolto: un banchetto artigianale attrezzato sul basamento del muro di cinta della ferrovia. I disperati in cerca di una "punta" di eroina da una parte, lui dall'altra con la mano che si infila oltre la recinzione, in un'intercapedine, prende i soldi e passa la dose.
Mohamed Mansouri era una delle sei vittime "collaterali" del bosco di Rogoredo. Ragazzi, pusher o consumatori, morti investiti dai treni mentre attraversavano i binari per raggiungere il grande mercato. Sono 12 gli arresti eseguiti lunedì dalla squadra di polizia giudiziaria della Polfer, guidata dal commissario Angelo Laurino. Pusher e grossisti del Boschetto. Tutti marocchini (due Mansouri) tranne Ambra C., 33 anni, incensurata, schiava della droga che faceva da autista: "Quando non mi dà i soldi, due grammi e mezzo di nera me li dà. E io preferisco", diceva.
Il gruppo aveva in mano una parte del Boschetto, la zona che da via Sant'Arialdo ai campi di San Donato. "Sono stati fatti grandi interventi, ma la soluzione è ancora lontana. L'area continua a richiamare tantissimi consumatori", hanno spiegato l'aggiunto Laura Pedio e il pm Leonardo Lesti che hanno coordinato l'indagine. Rogoredo "suscita tuttora un grandissimo allarme sociale", ha rimarcato il gip Stefania Donadeo nel suo provvedimento. Oltre 100 i fogli di via emessi dalla questura in questi mesi.
La droga veniva pericolosamente nascosta nella massicciata lungo i binari. Oppure gettata dai grossisti ai pusher dall'auto in corsa: "Rallenta rallenta finché non passa quello. La strada è nostra, amico. L'hai lanciata?". Sono 39 le cessioni documentate. In alcuni casi i poliziotti si sono dovuti fingere tossicodipendenti per avvicinarsi agli spacciatori. Tutto avveniva al "Ponte spezzato", a 1.300 metri da Rogoredo.
Gli investigatori della Polfer partono seguendo i consumatori e i cellulari trovati a casa di Ossama Riagi, detto Sofiane, 23 anni. Da lui arrivano a Salah Sandar, altro magrebino arrestato a febbraio che custodiva la droga in una casa abbandonata di via Kuliscioff, vicino a Bisceglie. Sofiane era attentissimo: condannato a 4 anni già da minore, non toccava mai la droga, stava sempre attento a non "bruciare" i luoghi d'imbosco dello stupefacente. La banda non si fermava mai: "C'è in giro roba scadente. Mi sono stancato a tagliarla". "L'hai fatta diventare troppo scura". "Sto aggiungendo da me, se trovo la bilancia. Sarà una spazzatura".
lavocedigenova.it, 26 maggio 2021
La consigliera comunale democratica Cristina Lodi: "Questa proposta vuole contrastare il rischio che il divario fra città e carcere possa essere sempre più forte e marcato". Il Comune di Genova ha detto sì alla proposta di delibera presentata dal Partito Democratico per l'istituzione del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale.
"Questo risultato mi dà grande soddisfazione - dichiara la consigliera comunale Cristina Lodi che ha lavorato al documento - ed arriva al termine di un percorso partecipato in cui sono state coinvolte numerose associazioni che ogni giorno offrono servizio all'interno del carcere. Ringrazio la Conferenza regionale del volontariato e giustizia della Liguria insieme a tutti coloro che durante le audizioni in aula hanno portato il loro contributo, così come le opposizioni. Questa proposta vuole contrastare il rischio che il divario fra città e carcere possa essere sempre più forte e marcato e dà alla nostra città un'opportunità che ha in sé sia elementi di garanzia che funzioni di indirizzo, studio e promozione all'accesso ai servizi comunali".
di Gian Antonio Stella
Corriere della Sera, 26 maggio 2021
Cominciò nel 1961 con una notizia letta in metro: l'arresto di due giovani studenti portoghesi che a Lisbona avevano brindato alla libertà. Oggi l'ong compie 60 anni, passati a combattere le ingiustizie. "Aprite il vostro quotidiano un qualsiasi giorno della settimana e troverete la notizia di qualcuno, da qualche parte del mondo, che è stato imprigionato, torturato o ucciso poiché le sue opinioni e la sua religione sono inaccettabili per il suo governo". Sessant'anni dopo, la foto sulle prime pagine di mezzo mondo del volto tumefatto del dissidente bielorusso Roman Protasevich rapito dalla polizia del dittatore Alexander Lukashenko col criminale dirottamento del volo Ryanair da Atene a Vilnius, conferma esattamente quanto scrisse sessant'anni fa l'allora trentanovenne londinese Peter Benenson.
Aveva letto sul giornale, mentre viaggiava sulla metro, che due studenti portoghesi erano stati arrestati e condannati dalla magistratura in pugno all'autocrate fascista António de Oliveira Salazar perché "colpevoli" di aver fatto un brindisi alla libertà in un caffè di Lisbona e non riusciva a toglierselo di mente: ma come, in Europa, quindici anni dopo la fine della guerra e dei regimi di Hitler e Mussolini! Scandalizzato, aveva inviato quindi al settimanale londinese The Observeruna lettera aperta dal titolo "The Forgotten Prisoners", i prigionieri dimenticati, che cominciava proprio con quelle parole su citate.
I miracoli, a volte, capitano. E fu così quel 28 maggio 1961: l'appello ai lettori perché si mobilitassero, scrivessero ed esercitassero pressioni sui governi per chiedere l'amnistia e il rilascio dei prigionieri politici fu istantaneamente raccolto non solo dai cittadini ma da oltre una trentina di giornali internazionali. Poche settimane e dalla campagna di stampa nasceva Amnesty International. Che nel giro di sei mesi aveva già sedi e strutture in Gran Bretagna, Irlanda, nei Paesi Bassi, in Belgio, Francia, Svezia, Norvegia, Australia, Stati Uniti.
Quel 1961 non era un anno qualsiasi. Era il centenario, spiegherà lo stesso Benenson, della liberazione dei servi della gleba in Russia e dell'inizio della guerra civile americana che avrebbe portato alla liberazione degli schiavi: "In passato i campi di concentramento e altri buchi infernali del mondo erano immersi nell'oscurità. Oggi sono illuminati dalla candela di Amnesty, una candela avvolta dal filo spinato. Quando ho acceso la prima candela di Amnesty avevo in mente un vecchio proverbio cinese: "Meglio accendere una candela che maledire l'oscurità"".
Da quel momento, l'organizzazione umanitaria, che aveva scelto come obiettivo di partenza la liberazione di un poeta angolano, un filosofo romeno e un avvocato spagnolo tutti vittime di regimi di tipi diversi proprio per significare l'opposizione verso ogni tipo di dittatura, si è guadagnata il Nobel per la pace del 1977 dando battaglia sui fronti più diversi. Da Haiti, che Peter Benenson visitò nel 1964 spacciandosi per un turista così da raccontare gli orrori di Francois Duvalier detto Papà Doc, ai regimi militari africani, dall'Urss ai paesi arabi, dall'Indocina a Paesi occidentali sulla carta estranei a ogni violenza.
Vent'anni dopo la fondazione, nel 1981, come ricorda un'inchiesta di Storia Illustrata, due numeri dicevano tutto: "Su 1.573 nuovi casi di prigionieri "adottati" si hanno 1.449 liberazioni: una percentuale altissima, addirittura strabiliante". Certo, non sono mancate le polemiche. Soprattutto a partire dagli anni novanta. "Amnesty ha subito una metamorfosi profonda. Non si occupa più soltanto di prigionieri e dissidenti, ma spazia dal matrimonio omosessuale all'aborto come "diritto umano"", riassunse ad esempio Giulio Meotti sul Foglio di qualche anno fa, "Un tempo, Benenson e soci si battevano contro l'apartheid e il comunismo. Oggi i loro eredi vogliono curare i peccati delle democrazie e si occupano di denunciare il big business e il climate change".
Vero? Falso? Il dibattito ogni tanto si riaffaccia. Certo è che ancora oggi, come ricordano campagne importanti come quelle contro la pena di morte ("perché uccidere chi uccide per dimostrare che non bisogna uccidere?") ancora applicata in oltre 120 paesi del mondo o contro la barbarie delle "spose bambine", Amnesty è sempre in prima fila. Contro le sevizie nei centri di detenzione di migranti in Libia, contro le sparizioni di dissidenti inghiottiti dalle prigioni cinesi, contro le esecuzioni (almeno 246 nel solo 2020) in Iran, contro i silenzi di tanti regimi sulla repressione del dissenso.
Basti ricordare la sacrosanta e cocciuta attenzione con cui l'organizzazione umanitaria insiste da anni al fianco dei genitori per avere la verità sulla morte di Giulio Regeni o pretende la scarcerazione sempre in Egitto dello studente Patrick Zaki. Così come aveva dato battaglia perché fossero processati i carabinieri responsabili della morte di Stefano Cucchi. I quali dopo anni e anni sono stati sì condannati. Ma non per tortura. Dettaglio su cui alla pena di riflettere.
Sono passati trecento novantuno anni, infatti, dalla "sentenza data a Guglielmo Piazza e Gio. Giacomo Mora i quali con onto pestifero hanno appestato la Città di Milano l'anno 1630" prima che un tribunale italiano condannasse finalmente, quest'anno, un pubblico ufficiale per questo tipo di reato. Certo, non c'è paragone tra i supplizi inflitti a un detenuto nel carcere di Ferrara (fatto "denudare e inginocchiare e in quella posizione percosso" e quindi vittima di un "trattamento inumano e degradante") e quelli cui furono sottoposti (ne scrive Alessandro Manzoni in "Storia della colonna infame") i due poveretti accusati d'essere gli untori della peste a Milano.
Ma il ritardo italiano rispetto ad altre nazioni resta imperdonabile. Così come va registrato che questa prima condanna italiana (al minimo della pena, tre anni col rito abbreviato) era stata preceduta giorni prima dall'arresto di altre tre guardie del carcere di Sollicciano ma anche dalla reazione di Edmondo Cirielli, di Fratelli d'Italia: "Ribadiamo la necessità di riscrivere il reato di tortura, introdotto dalla sinistra per delegittimare il lavoro delle forze dell'ordine". Ma come, alleggerirlo dopo tanti anni di battaglie perché fosse finalmente introdotto?
Ecco: non è detto che la possibilità di processare i carnefici per il reato di tortura sia una conquista acquisita. Vale anche qui il monito di Pietro Calamandrei per le stesse fondamenta della nostra Repubblica: "La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lasci cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l'impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità".
di Carlo Lania
Il Manifesto, 26 maggio 2021
Il premier: "Inaccettabili le immagini dei bambini morti". La questione verrà affrontata nel vertice di giugno. Macron: "Intesa difficile". L'Europa che si occupa di economia o che discute di vaccini è molto diversa da quella che affronta temi spinosi come l'immigrazione. Sulle prime due questioni si dibatte e si litiga ma alla fine trovare un accordo che vada bene a tutti, o quasi, non è impossibile. Ma sui secondi si rischia di andare a sbattere contro il muro che da anni hanno sollevato molte capitali europee.
Mario Draghi l'ha capito ieri al termine del consiglio europeo nel quale ha provato a spiegare che occorre un cambio di passo rispetto a come i 27 hanno affrontato l'emergenza migranti fino a oggi. E in particolare la questione dei ricollocamenti tra gli Stati membri: "Deve esserci un accordo più efficace, la pura volontarietà ha dimostrato di essere abbastanza inefficace", spiega al termine del vertice. Il premier parla con negli occhi le immagini terribili diffuse dalla ong Open Arms dei cadaveri di bambini sulla spiaggia di Zuwara, in Libia.
Immagini che giustamente definisce "inaccettabili" ma che non sembrano riuscire a spingere i capi di Stato e di governo, al di là della solidarietà mostrata anche in passato di fronte ad altre tragedie del Mediterraneo, fino a prendere decisioni più coraggiose come varare una missione europea di ricerca e soccorso oppure aprire all'accoglienza di quanti sbarcano sulle nostre coste. Unica concessione: accettare di discutere di immigrazione nel prossimo vertice che si terrà a giugno, l'ultimo prima dell'estate. "I primi passi sembrano dimostrare una certa consapevolezza che occorre una risposta solidale non indifferente", afferma il premier prendendo atto della disponibilità dimostrata. Però poi ammette che "per ora sappiamo che saremo da soli fino al prossimo consiglio europeo. Sta a tutti noi prepararlo bene".
Ecco, se vorrà portare a casa qualche risultato l'Italia farà bene a preparare bene il prossimo vertice. I rischi che si concluda con un niente di fatto sono infatti reali e non solo perché il solito Viktor Orbán ha già chiarito che lui vuole "proteggere le famiglie ungheresi". Ma anche perché un leader non certo ostile alle posizioni italiane come Emmanuel Macron vede difficile la possibilità di un'intesa tra i 27: "Mentiremmo a noi stessi se dicessimo che a giugno risolveremmo il pacchetto migratorio in tutta la sua totalità. I disaccordi sono ancora troppo forti e il tema deve essere preparato" avverte il presidente francese.
Qualche apertura comunque non è mancata: "La volontà di venirci incontro c'è, perlomeno a parole", dice Draghi. Tra i Paesi più sensibili ci sono Francia e Germania che con l'Italia potrebbero costituire l'impalcatura di una riedizione del patto di Malta del 2019, con una serie di Stati che accettano di accogliere i migranti. Magari prevedendo un meccanismo di ricollocamenti obbligatorio e non più su base volontaria. Il rischio è quello però di creare una seconda Europa: "Si può individuare un sottoinsieme di Paesi che si aiutano", spiega infatti il premier.
di Concita De Gregorio
La Repubblica, 26 maggio 2021
Un gran parlare di droga, sui giornali, all'improvviso. E no, non è iniziata la discussione
parlamentare sulla liberalizzazione. È solo che ci si è moltissimo preoccupati, collettivamente, che Damiano dei Maneskin avesse sniffato cocaina in diretta (era 'in diretta', che sarebbe stato inopportuno) e che questo potesse far perdere al gruppo il titolo di campioni d'Europa. Ma no, la morigeratissima rockstar ha fatto il test e si è rivelato 'pulito', caso più unico che raro, la qual cosa ha fatto sentire tutti più tranquilli: complimenti vivissimi.
Intanto a Sabaudia, non lontano da Roma, ventidue braccianti indiani si drogavano, invece. Ventidue accertati, poi chissà. Un medico ha rilasciato loro, nel tempo, un migliaio di prescrizioni per acquistare in farmacia, a carico del Servizio Sanitario Nazionale, circa 1500 confezioni di un farmaco a base di ossicodone, un oppioide simile alla morfina.
Il farmacista, per nulla insospettito, gliele vendeva. I braccianti non avevano nessuna malattia invalidante. Semplicemente venivano indotti - invitati? costretti? - a drogarsi per non sentire la fatica del lavoro nei campi e fare turni più lunghi. Le indagini - inchiesta 'No pain' - hanno mostrato come l'esenzione da ticket abbia prodotto un danno all'erario per oltre 146mila euro. Inganno ai danni dello Stato, l'evasione fiscale: questioni di soldi. Reati di frode, falso, truffa. Che i braccianti indiani prendessero qualcosa di simile alla morfina per non sentire i crampi, in fondo, è secondario. Che sarà mai. Che il datore di lavoro li costringesse: sarà provato? Ci sono i filmati? Non lo facevano forse di loro iniziativa e con piacere? Chi può dirlo. Lo scandalo pubblico, a Sabaudia, langue.
di Marco Omizzolo
Il Manifesto, 26 maggio 2021
Un medico, un farmacista e un avvocato impegnati nel business del doping per i braccianti indiani della provincia di Latina allo scopo di non far sentire loro le fatiche fisiche e psicologiche legate allo sfruttamento. È quanto emerge dall'operazione "No Pain" condotta martedì 25 maggio dal Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri di Latina, coordinata dal Procuratore aggiunto Carlo Lasperanza e dal sostituto Giorgia Orlando della Procura pontina.
I destinatari dei provvedimenti sono indagati per illecita prescrizione di farmaci ad azione stupefacente, favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, frode processuale, falso e truffa ai danni dello Stato. L'ordinanza di custodia cautelare in carcere ha riguardato un medico di medicina generale di Sabaudia, tre misure cautelari interdittive della sospensione dai rispettivi pubblici servizi, per la durata di un anno, sono state indirizzate ancora al medico pontino, ad un farmacista e all'avv. Pescuma Luigi di Latina, una misura cautelare ha riguardato invece il divieto di dimora nella provincia di Latina a carico di una cittadina marocchina.
Secondo le indagini, il medico di Sabaudia rilasciava illecitamente, per finalità non terapeutiche, a 222 assistiti indiani, spesso braccianti, circa 1.000 prescrizioni per la gran parte a carico del Servizio Sanitario Nazionale, per la dispensazione di oltre 1.500 confezioni di un farmaco stupefacente con principio attivo ossicodone. L'assunzione del medicinale avveniva non per curare le patologie degli assistiti indiani ma per consentirgli di sostenere i gravosi turni di lavoro nelle campagne pontine.
Venivano inoltre prescritte 3.727 ricette mediche indicando falsamente il codice di esenzione ticket a favore di 891 pazienti, provocando un danno al Sistema Sanitario per circa 146 mila euro e prescritti farmaci mai consegnati ai pazienti intestatari delle ricette, il cui costo veniva rimborsato alla farmacista indagata. Il medico di Sabaudia, in concorso con gli altri indagati, redigeva anche falsi certificati per l'illecita regolarizzazione dei migranti, attestando falsamente la loro presenza in Italia antecedente all'8.3.2020. Infine il medico italiano redigeva, con l'avvocato Pescuma di Latina, un certificato medico per un 51enne pontino già colpito da "ordine di esecuzione per la carcerazione e decreto di sospensione del medesimo", attestante false patologie psichiatriche per ottenere una misura alternativa alla detenzione.
Quest'importante operazione dà ragione al dossier presentato proprio sul manifesto nel 2014 da In Migrazione denominato "Doparsi per lavorare come schiavi". Nel corso degli anni, il numero dei braccianti migranti dipendenti da sostanze dopanti è aumentato, come anche il relativo business criminale. I lavoratori indiani più sfruttati hanno da tempo iniziato ad utilizzare anche eroina, spesso acquistata nei mercati della droga di Castel Volturno e Villa Literno oppure romana.
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