di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 aprile 2021
Dal primo aprile 2008 la salute delle persone detenute è divenuta formalmente una competenza del Servizio sanitario nazionale e si è venuta così a sanare una delle tante anomalie normative che riguardano la gestione della vita penitenziaria.
di Giulia Merlo
Il Domani, 14 aprile 2021
Il numero complessivo di vaccinati tra i detenuti è di 6.356 persone su più di 52mila. I vaccini procedono a ritmi diversi in ogni regione e questo vale anche per le carceri, dove il numero dei contagiati rimane costante: 823 detenuti e 683 agenti, stando agli ultimi dati pubblicati dal ministero della Giustizia.
di Nello Trocchia
Il Domani, 14 aprile 2021
I vertici dei clan temono di essere condannati a vita senza poter ottenere i benefici di pena. Così praticano la "dissociazione morbida": ammettono gli omicidi e intanto continuano a comandare
Nei giorni scorsi, Giuseppe Polverino, capo indiscusso dell'omonimo clan, ha fatto quello che da tempo, i capi dei cartelli criminali campani stanno mettendo in atto: una dissociazione morbida.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 14 aprile 2021
Il centrodestra torna unito e ripropone un chiodo fisso, attualizzato dopo il caso Palamara. Iv ci sta, ma Pd e 5 S dicono no e scoppia il caso a Montecitorio. Un pezzo del passato che ritorna. Di progetti di legge del centrodestra per istituire una commissione bicamerale d'inchiesta sulla magistratura non ce n'è solo uno, quello firmato da tutti i deputati del centrodestra di cui si è parlato ieri in un tempestoso ufficio di presidenza della prima e seconda commissione di Montecitorio, ma almeno sei tra camera e senato. A scatenarli tutti è stato il caso giudiziario Palamara e la più recente intervista bestseller al direttore del giornale Sallusti in cui il magistrato sotto inchiesta a Perugia accusa tutti gli altri, cioè il "sistema" delle correnti.
Questa dell'inchiesta politica sulla magistratura è idea antica, sta nel vecchio testamento del centrodestra italiano, parte dal Berlusconi di vent'anni fa e arriva fino a Salvini che l'altro giorno annunciava al Giornale la riforma della giustizia che farà con Silvio e Giorgia. Anzi, è stata proprio la Lega ieri ad annunciare una nuova proposta di legge per chiamare alla sbarra parlamentare le toghe, non contenta di quella a prima firma di una ministra (Gelmini) che a luglio scorso sottoscrissero tutto il centrodestra. Il troppo stroppia e questa novità leghista è stata il cavillo tecnico che ha consentito al Leu, Pd e 5 Stelle - i presidenti delle commissioni giustizia e affari costituzionali della camera sono entrambi grillini - di rinviare la calendarizzazione dello scottante argomento. Ma la prossima settimana ci sarà un altro ufficio di presidenza e la giustizia tornerà a far ballare la maggioranza più grande che c'è.
Ieri accuse contrapposte. Per Forza Italia e Lega il resto della maggioranza "fa lo struzzo" o proprio "ostruzionismo" per bloccare la commissione d'inchiesta. Fratelli d'Italia si associa e così anche +Europa-Azione con Costa che accusa i presidenti grillini di "buttare la palla in tribuna". Replica il presidente della commissione giustizia Perantoni che si deciderà, ma "non rientrano nel perimetro delle commissioni parlamentari d'inchiesta temi che possono provocare un conflitto tra poteri dello stato". Per il Pd e i 5 Stelle non se ne parla.
La responsabile giustizia dem Anna Rossomando crede che la proposta di una commissione d'inchiesta parlamentare sia "una boutade" perché "la separazione dei poteri è alla base della cultura delle garanzie". Tra le proposte c'è però anche quella di Italia viva con il deputato Giachetti che vuole una commissione - monocamerale stavolta - con perimetro circoscritto alle modalità con cui il Csm ha assegnato gli incarichi direttivi.
Non così la proposta a prima firma Gelmini, che vorrebbe invece indagare su cosucce come "lo stato dei rapporti tra la magistratura e le forze politiche" e "tra magistratura e media". Strabiliante ma se ne riparlerà perché lo stop tecnico di ieri, simile a parti rovesciate a quello che la Lega ha imposto al senato sul disegno di legge contro l'omofobia, sarà anche in questo caso superato. Sulla giustizia non c'è nuova maggioranza che tenga, il passato non passa.
di Simona Musco
Il Dubbio, 14 aprile 2021
Il Pd interroga la ministra Cartabia e chiede l'invio degli ispettori alla Procura di Locri. Ma i giornalisti intercettati sono molti di più. Trentatré giornalisti, un viceprefetto, tre magistrati e pure la portavoce dell'allora presidente della Camera Laura Boldrini. Tutta gente che parlava al telefono con Domenico Lucano, ex sindaco di Riace, e finita nelle intercettazioni eseguite dalla Guardia di Finanza di Locri a carico dell'uomo simbolo dell'accoglienza, nel corso dell'inchiesta che lo ha portato a processo assieme ad altre 26 persone.
Ma non solo: Lucano è stato anche intercettato mentre era al telefono con i suoi difensori, all'epoca Antonio Mazzone (recentemente scomparso e sostituito dall'ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia) e Andrea Daqua. A dare la notizia è stato il quotidiano Domani, lo stesso che ha fatto venire alla luce il cosiddetto "sistema Trapani" e che ha pubblicato un elenco parziale della miriade di persone registrate mentre si trovavano al telefono con l'ex primo cittadino calabrese.
La vicenda siciliana è nota: la giornalista d'inchiesta Nancy Porsia è stata spiata per mesi dai magistrati, rendendo così pubbliche le sue fonti. E in quel caso sono stati ben cinque gli avvocati intercettati, tutti alle prese con questioni legate al loro mandato difensivo, in violazione dell'articolo 103 del codice di procedura penale.
La vicenda Lucano si differenzia per un fatto: in questo caso, i giornalisti - tra i quali quelli di Repubblica, Fatto Quotidiano, Dubbio, Famiglia Cristiana, La7, Ansa e diverse testate calabresi - sono stati ascoltati mentre discutevano con il principale indagato, ovvero senza che fossero le loro utenze ad essere sottoposte a captazione. Ma in ogni caso sono decine le conversazioni spiate dai finanzieri, che ascoltano in anteprima interviste e domande rivolte dai cronisti all'ex sindaco. L'inchiesta si sviluppa nello stesso periodo di quella siciliana, ovvero proprio nel periodo in cui le politiche dell'accoglienza, attraverso l'azione dell'allora ministro dell'Interno Marco Minniti, hanno posto forti limiti all'azione delle ong e ai diritti dei richiedenti asilo.
Quasi simultaneamente, due procure si sono attivate colpendo da un lato i soccorsi in mare, dall'altro una gestione dell'accoglienza basata sull'integrazione e non sulla ghettizzazione. Così come il decreto Minniti, che da un lato imponeva un codice di regolamentazione alle ong (firmato da tutte tranne Medici senza frontiere) che di fatto le impegnava a non entrare nelle acque territoriali libiche e di non ostacolare l'attività di Search and Rescue da parte della Guardia costiera libica, la cui condotta è finita nel mirino dell'Onu per i crimini contro i migranti, e dall'altro estendeva la rete dei centri di detenzione per i migranti irregolari. Insomma, esattamente i modelli opposti a quelli di Msf e Lucano, fino a quel momento esaltati anche dalle istituzioni. Contemporaneamente, i giornalisti, quelli che Lucano definiva "la mia forza", sono finiti nella rete a strascico della procura. Nel caso di Francesco Sorgiovanni, giornalista del Quotidiano del Sud, le conversazioni erano finite anche nell'ordinanza di custodia cautelare.
Le altre, ritenute ininfluenti dagli stessi investigatori, sono state comunque trascritte e sono contenute nei brogliacci, 772 files consegnati alle difese e poi passate di mano in mano, arrivando alla stampa. "Non solo nel mio interesse - ha dichiarato Lucano - ma nell'interesse del corretto esercizio delle attività processuali, spero che la giustizia faccia chiarezza anche su questo aspetto. Non è normale che i giornalisti e i loro numeri di telefono siano stati resi pubblici così come non è normale che vengano riportate le mie intercettazioni con magistrati che nulla hanno a che vedere con le indagini. Per il resto, attendo con fiducia l'esito del processo che mi riguarda".
Ma ci sono anche tre magistrati nel grosso faldone del caso Riace. Uno, Emilio Sirianni, era già finito nel tritacarne mediatico, quando il Giornale lo attaccò per aver anteposto la solidarietà alla legge. All'epoca il Csm aprì un fascicolo disciplinare sulla toga, che venne però assolta. L'accusa era emblematica: aver dato consigli - da amico - al sindaco di Riace nel corso delle indagini. Non sugli atti - all'epoca non conosciuti dai due - ma su quanto noto a tutti.
Ma nell'immenso pacchetto accoglienza locrese ci sono anche altri due magistrati: Roberto Lucisano, presidente della Corte d'assise d'Appello di Reggio Calabria, "colpevole" anche lui di esprimere affetto e solidarietà a Lucano, e Olga Tarzia, presidente di sezione della stessa Corte. Per i due erano stati aperti due fascicoli disciplinari e per entrambi è stata disposta l'archiviazione, proprio in quanto conversazioni amicali. Ma anche in quel caso tutto risulta trascritto, tutto è finito nero su bianco, così come le questioni personali di Lucano, le sue vicende familiari, le problematiche e gli sfoghi del tutto sconnessi dall'indagine.
Ed è proprio per tale motivo che il Pd ha chiesto alla ministra della Giustizia, Marta Cartabia, l'invio degli ispettori ministeriali alla Procura di Locri, così come accaduto a Trapani. "Insieme ai colleghi Bonomo, Bruno Bossio, Cantone, Ciampi, Digiorgi, Fiano, Frailis, Morassut, Orfini, Pellicani, Pezzopane, Pini, Raciti e Siani, ho depositato un'interrogazione al ministro della Giustizia Marta Cartabia - ha affermato il deputato dem Stefano Ceccanti, capogruppo in Commissione Affari Costituzionali. Appare opportuno che siano adottate iniziative affinché sia garantito lo scrupoloso rispetto dei principi generali relativi alla tutela del diritto di cronaca, della libertà personale e di informazione e del diritto alla difesa. Il ripetersi di fatti analoghi sembra anche far pensare a prassi diffuse in violazione di legge che appaiono gravi anche quando non avvengano solo nei confronti di cronisti".
A chiedere accertamenti è anche la Federazione nazionale della stampa. "Le intercettazioni delle conversazioni di numerosi cronisti da parte della Procura di Locri, oltre che da quella di Trapani - si legge in una nota a firma del segretario generale Raffaele Lorusso - rendono ancora più inquietante una vicenda indegna di un Paese civile. È inaccettabile che siano state trascritte conversazioni che la stessa polizia giudiziaria riteneva di nessuna importanza". Ad intervenire è anche il direttivo dell'Unci Calabria: "La sensazione è che si sia voluta ricostruire la rete di giornalisti con il quali Lucano si sentiva".
E che i giornalisti fossero un "problema" per le indagini emerge anche da un altro particolare: l'allora prefetto di Reggio Calabria, Michele Di Bari, poi nominato dall'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini capo del dipartimento libertà civili e immigrazione del Viminale, colui che con le sue ispezioni avviò la macchina che distrusse il modello Riace, scrisse alla procura di Locri esprimendo preoccupazione per l'atteggiamento dei giornalisti: lo si evince da una lettera del 14 maggio 2016, quando ipotizzò "tentativi di mutare lo scenario, peraltro, a primo acchito ammantato da un idilliaco alone" del caso Riace.
Tentativi che "potrebbero scontrarsi con plateali manifestazioni di protesta, suscettibili di probabile enfatizzazione da parte dei mezzi di comunicazione". Tant'è vero che le manifestazioni di solidarietà al sindaco non vennero autorizzate dalla Questura, mentre quelle anti-Lucano promossa da Forza Nuova a inizio 2017 fu autorizzata. Ma come le altre che si proponevano di smitizzare la sua figura, fu un flop.
di Liana Milella
La Repubblica, 14 aprile 2021
Ma la maggioranza si spacca. Oltre al partito di Renzi e Salvini, anche Forza Italia e Azione vogliono aprire il "processo" alle toghe. Favorevole Fratelli d'Italia. Pd e M5S sono contrari.
La politica vuole mettere "sotto processo" la magistratura. Senza confini, né di tempo né di spazio. Di una commissione d'inchiesta si parla da un anno. È stata messa sul tavolo a ridosso dell'uscita delle chat di Palamara. Era maggio 2020. Ma adesso, anche a costo di spaccare la maggioranza, il centrodestra di governo - Forza Italia, Lega, Azione - e il centrodestra d'opposizione - Fratelli d'Italia - pretendono di far partire subito la commissione d'inchiesta sulla magistratura. Sarebbe meglio definirla, almeno stando alla finora unica proposta di legge, una commissione "contro" la magistratura, accusata di fare non "la giustizia", ma di utilizzare la giustizia a fini politici, per colpire qualcuno, un partito piuttosto che un altro, un uomo politico - Berlusconi prima, Salvini adesso - piuttosto che un altro. Toghe alla stregua di killer, tanto per capirci. E se killer fossero davvero, è legittima la caccia al possibile mandante.
Nel parterre di chi vuole la commissione c'è anche Italia viva di Matteo Renzi. Che non ha presentato una sua proposta, ma vuole che si discuta quella del centrodestra, firmata Gelmini, Molinari, Lollobrigida. I tre capigruppo di Fi, Lega, FdI. Si oppongono, assieme, Pd e M5S. Che non vogliono neppure sentir parlare di un'eventuale "calendarizzazione" della faccenda. Tant'è che litigano subito nella riunione dei comitati di presidenza delle due commissioni, Affari costituzionali e Giustizia della Camera. I toni si fanno immediatamente aspri. Il dem Franco Vazio spiega, nei dettagli, perché una commissione del genere andrebbe contro la Costituzione. I presidenti delle due commissioni, entrambi di M5S, Mario Perantoni alla Giustizia e Giuseppe Brescia agli Affari costituzionali, prendono tempo. Ma Perantoni mette subito le mani avanti quando dice che "non rientrano nel perimetro delle commissioni parlamentari d'inchiesta temi che possono provocare un conflitto tra poteri dello Stato".
Anche perché sul tavolo, per ora, c'è solo una proposta di legge, che risale al primo luglio dell'anno scorso, sottoscritta da Forza Italia, Lega, Fratelli d'Italia, e da Azione. Anche se la Lega adesso ne vorrebbe presentare una tutta sua. Ma se i toni sono gli stessi, e sono ancora più pesanti di quella già presentata, è inevitabile che la maggioranza finirà per litigare malamente su questa faccenda. Per giunta alla vigilia di settimane importanti e decisive come quelle che si stanno per aprire sulle riforme della giustizia penale e del Csm alla Camera, nonché, al Senato, sul processo civile.
E in effetti basta scorrere gli obiettivi che la commissione dovrebbe perseguire per restare davvero sorpresi. Un elenco alfabetico, dalla A alla L, parte dal generico quesito dello "stato dei rapporti tra le forze politiche e la magistratura". E viene subito da chiedersi se la Costituzione preveda che tali "rapporti" debbano esserci e soprattutto di che "tipo" debbano essere. E poi la commissione dovrebbe interrogarsi sullo "stato dei rapporti tra la magistratura e i media".
Dovrebbe indagare sull'esistenza di "correnti interne alla magistratura organizzate in funzione del perseguimento di preponderanti obiettivi politici o ideologici, ovvero collegate a partiti o organizzazioni politiche parlamentari ed extraparlamentari". Eccoci al punto D dove si chiede se esista "un'influenza, diretta o indiretta, delle correnti politiche esistenti all'interno della magistratura sui comportamenti delle autorità giudiziarie inquirenti e giudicanti". E ancora se tale influenza pesi "sul conferimento degli incarichi direttivi e sullo svolgimento dell'azione disciplinare da parte dell'organo di autogoverno della magistratura".
Ma è dal punto F che i futuri commissari gioiscono. Perché la commissione deve scoprire se esistono "casi concreti di esercizio mirato dell'azione penale o di direzione o organizzazione dei dibattimenti o dei procedimenti penali in modo selettivo, discriminatorio e inusuale". Ancora, il punto H: "L'esistenza di casi concreti di influenza esterna nella determinazione di quello che dovrebbe essere il giudice naturale nella composizione degli organi giudicanti e nella definizione dei calendari, con particolare riguardo ai procedimenti nei quali siano coinvolti capi politici ed esponenti politici di partiti".
E siamo al punto I, attraverso il quale il potere legislativo va in netta contrapposizione con quello giudiziario, perché la commissione dovrebbe scoprire "se e in quale misura singoli esponenti o gruppi organizzati all'interno della magistratura abbiano svolto attività in contrasto con il principio della separazione dei poteri, con il principio democratico e con il principio della sovranità popolare, in particolar modo dirette a interferire con l'attività parlamentare e di governo e, più in generale, con l'esercizio delle funzioni di organi costituzionali".
Per concludere, e giungere alle riforme, la commissione dovrebbe decidere alla fine "se e in quale direzione debba essere riformato il quadro normativo riguardante l'ordinamento giudiziario e i procedimenti giurisdizionali penali, civili, amministrativi, tributari e contabili al fine di garantire il funzionamento equo, celere e imparziale della giustizia".
Come dice il dem Michele Bordo "non si è mai vista una commissione di inchiesta parlamentare con il compito di indagare su un altro potere dello Stato. A meno che Forza Italia, Lega e FdI non vogliano che deputati e senatori rifacciano i processi dell'ultimo ventennio". S'interroga la responsabile Giustizia dei Dem Anna Rossomando, "la commissione d'inchiesta? È una boutade da archiviare perché la separazione dei poteri è alla base della cultura delle garanzie".
Durante la riunione delle due commissioni il dem Franco Vazio stoppa alla radice l'idea stessa di una commissione del genere: "Bisogna essere cauti nel valutare una proposta simile perché non riguarda un fatto specifico, ma la funzione stessa di un organo costituzionale, di un potere dello Stato come la magistratura. Ma non basta, perché l'inchiesta riguarderebbe anche il Csm, cioè un organo indipendente e i cui compiti sono scritti nella Costituzione".
Le argomentazioni di Vazio sono stringenti quando dice: "Se avessero chiesto se Palamara ha fatto bene o male, allora avremmo di fronte un fatto specifico, con un perimetro tracciato, ma qui invece ci si interroga sulla magistratura e sull'uso politico che essa avrebbe fatto delle inchieste. Ci sono commissioni d'inchiesta delicate perché lambiscono un'attività giudiziaria, ma se un potere dello Stato indaga su un altro potere del medesimo Stato allora questa indagine colpisce l'assetto costituzionale".
A questo punto la contrapposizione col centrodestra è netta. Tant'è che Forza Italia e Azione reagiscono subito. Il forzista Pierantonio Zanettin, avvocato ed ex Csm, "si aspetta già dalla prossima settimana un preciso calendario dei lavori" perché "pare surreale che a fronte degli scandali emersi già da due anni e, denunciati anche nel libro di Palamara e Sallusti, il Parlamento faccia lo struzzo e continui a guardare da un'altra parte". Idem Enrico Costa di Azione che promette "di battersi per il diritto delle forze politiche di calendarizzare le loro proposte, pronti a discutere e, ove non le condividessimo, a respingerle". Ma il no preventivo non gli piace perché "un atto parlamentare non può essere escluso a forza dall'ordine del giorno".
Decidono i presidenti Brescia e Perantoni
E adesso tocca a loro, ai presidenti delle due commissioni, Giuseppe Brescia e Mario Perantoni, entrambi, come dicevamo, di M5S. Dice il primo: "Non entro nel merito della proposta proprio perché rispetto il mio ruolo istituzionale. Ci sono diversi passaggi tecnici da fare e decideremo sentendo l'orientamento dei gruppi. Le presidenze non butteranno certo la palla in tribuna e anzi amareggiano alcuni attacchi al nostro lavoro, figli forse di eccessiva ricerca di visibilità".
Mentre Perantoni ribadisce che "la presidenza non interviene nel merito delle proposte dei gruppi, e dunque si deciderà a breve dopo alcune verifiche". Ma osserva, come abbiamo anticipato, che "non rientrano nel perimetro delle commissioni parlamentari d'inchiesta temi che possono provocare un conflitto tra poteri dello Stato".
Che è quasi come dire già no. Gioco facile per il calendiano Costa che ai due presidenti di commissione rimprovera di essere "abilissimi a buttare la palla in tribuna". Adesso la partita è aperta. E come sempre dimostra che la giustizia è la spina nel fianco della maggioranza dove lo scontro è sempre dietro l'angolo su qualsiasi questione si tocchi.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 14 aprile 2021
Le ingenti risorse impiegate per spiare e intercettare a caccia di reati inesistenti potrebbero essere utilizzate per ottenere processi più rapidi. Tra i grandi mali prodotti dal nostro ordinamento penale c'è quello che soffre l'altro comparto dell'amministrazione, la giustizia civile.
Le risorse ingentissime veicolate a sorreggere il sistema dell'azione penale obbligatoria e ad alimentare la fungaia di agenzie anti-corruzione e direzioni investigative, assai più utilmente potrebbero essere dirottate e adoperate per il finanziamento degli ordinari servizi della giustizia in favore dei cittadini. Se il loro diritto a una giustizia efficiente è revocato dalle lungaggini che spediscono a sentenza dopo anni e anni; se il loro credito langue sotto le montagne di scartoffie ingiallite ancora incombenti sull'arrancare del processo telematico; se la loro pretesa di veder riparato il torto civile che ingiustamente li affligge è maltrattata dalla spocchia di un'amministrazione che non solo adempie male al proprio ufficio, ma persino si lagna perché chi vi si rivolge lo sovraccarica, come il sovrano che sbuffa perché deve perdere tempo ad ascoltare i reclami dei sudditi; insomma se il complesso della giustizia civile non rende il servizio che dovrebbe è anche perché immani risorse sono distratte in omaggio una malintesa esigenza repressiva e securitaria, un bisogno letteralmente creato dall'imperante pan-penalismo che vede reati dappertutto e quando li cerca e non li trova è disposta persino a inventarseli pur di preservare l'immagine falsa di una società assediata dal crimine.
La persecuzione dell'immigrato preso con qualche grammo di fumo occupa il lavoro di un folto gruppo di magistrati, tra inquirenti e giudicanti, a tacere di quello delle forze dell'ordine inutilmente prestate a quella costosissima attività di tutela: e sono, appunto, risorse che meglio si impiegherebbero nella destinazione civile, nel disbrigo dei milioni di procedimenti pendenti che rendono puramente teorico il diritto dei cittadini a una giustizia efficiente.
Gli eserciti di funzionari impegnati a spiare la vita dei cittadini, a pedinarne i movimenti, a intercettarne le conversazioni, costano doppiamente perché non solo gravano sulle libertà comuni ma inoltre sguarniscono il fronte ordinario della giustizia sulle cose importanti, i rapporti civili tra i cittadini, le controversie di interesse quotidiano che non trovano risarcimento nel rastrellamento giudiziario o nella carcerazione del poveraccio con cui si celebra la certezza della pena. Ed è il caso di aggiungere che ai problemi della giustizia civile, certamente determinati anche dalla persistenza di questo suprematismo penale, davvero non si pone rimedio come vorrebbe una magari ben intenzionata, ma assai poco calcolata, istanza riformatrice che rimette all'ambito extra-giudiziario la soluzione delle controversie.
Non si migliora la giustizia inducendola all'abdicazione in favore di "mediatori" (questo pressappoco è il generale progetto) che frappongono l'obbligatorietà del proprio intervento al diritto del cittadino di avere un giudice professionale, non un patronato di orecchianti, a occuparsi dei suoi diritti. Una enorme colonia penale con isolotti di giustizia civile in cui si subappalta il lavoro a improbabili professionalità avventizie solo perché ci si arrende a un'inefficienza ben altrimenti rimediabile assomiglia molto poco allo Stato di diritto che occorrerebbe ripristinare. È con meno giustizia penale che si incivilisce la giustizia; ed è restituendo effettività alla giurisdizione civile, non erodendola ulteriormente, che si garantisce il diritto del cittadino di trovare un servizio anziché un ginepraio.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 14 aprile 2021
La prima commissione archivia (e fa bene) le pratiche di trasferimento per Greco, de Raho e due ex togati: innocui i contatti con l'ex capo Anm. Quando questa vicenda sarà finita e dimenticata, l'unico ad essere uscito con le ossa bastonate sarà Luca Palamara, l'ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati, fresco di "radiazione" dall'ordine giudiziario (il ricorso contro questa decisione verrà discusso davanti alle Sezioni unite della Cassazione il prossimo mese di giugno, ndr).
Il Consiglio superiore della magistratura ha deciso, oggi il voto in Plenum, di archiviare le posizioni del procuratore di Milano, Francesco Greco, del capo della Procura nazionale antimafia e antiterrorismo, Federico Cafiero De Raho, e di altri magistrati che avevano "chattato" con Palamara.
Le chat di Palamara, diventate famose dopo essere state pubblicate su molti giornali lo scorso anno, erano state trasmesse dalla Procura di Perugia sia al Csm che alla Procura generale della Cassazione per gli aspetti disciplinari. Con la circolare del procuratore Giovanni Salvi si era ristretto il campo d'azione, ritenendo non sanzionabile l'auto promozione del magistrato.
E anche sul fronte della incompatibilità funzionale, oggetto di valutazione da parte della Prima commissione del Csm, poco o nulla è emerso dalla loro lettura. Per il capo della Procura di Milano, in particolare, oggetto dell'attenzione della Commissione era stata la vicenda relativa alla nomina, avvenuta con delibera del Consiglio dell'8 novembre 2017, dei procuratori aggiunti milanesi.
Su questo, si legge nella delibera, "non risulta che vi sia stata una impropria interferenza" da parte di Greco, anche se "emerge che sicuramente vi furono delle interlocuzioni" con i consiglieri del Csm dell'epoca, ma "furono attivate dagli stessi consiglieri e non si risolsero in alcuna segnalazione o promozione di specifici nominativi da parte di Greco, quanto in una generale consultazione sulle problematiche dell'ufficio e sulle professionalità richieste per la miglior gestione del medesimo".
Pertanto, "non risultano condotte suscettibili di incidere sull'imparzialità e indipendenza" del procuratore, "neanche sotto il profilo dell'immagine". Quanto al procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Cafiero de Raho, la Commissione ha esaminato le interlocuzioni con Palamara in relazione alla propria candidatura a procuratore di Napoli e poi a procuratore nazionale antimafia, contatti che non hanno determinato "appannamento della credibilità professionale e personale" di De Raho. All'attenzione della Commissione anche la vicenda dell'esclusione, decisa e poi revocata, del pm antimafia Nino di Matteo, attuale togato al Csm, dal gruppo di magistrati impegnati sulle stragi di mafia, dopo un'intervista televisiva. "Non vi sono elementi per ritenere che il provvedimento suddetto sia sintomo di difetto di imparzialità in quanto frutto di improprie interferenze, esterne o interne all'ufficio, sorrette da interessi o finalità diversi da quelli del buon andamento dell'attività della Procura nazionale antimafia", si legge nella delibera. E "non emerge che le scelte" del procuratore De Raho "siano state dettate da impropri accordi con Palamara, con il quale non risultano conversazioni sul punto".
Dopo queste archiviazioni, per le toghe iscritte all'Anm rimarrebbe eventualmente in piedi quella di violazione del codice deontologico dell'associazione. Il giudizio in questo caso è in salita in quanto diversi magistrati coinvolti nelle chat hanno deciso di cancellarsi dall'Anm azzerando sul nascere ogni possibile futura contestazione. Il Csm ha poi deciso per il momento di non costituirsi in giudizio nei confronti di Palamara nel processo in corso a Perugia per corruzione. Si attenderà, eventualmente, il dibattimento essendo ancora tutto molto prematuro. E sono, infine, legittime le nomine di Pietro Curzio e Margherita Cassano rispettivamente a primo presidente e presidente aggiunto della Corte di Cassazione, deliberate dal Csm il 15 luglio dello scorso anno.
Lo ha stabilito il Tar del Lazio che ha respinto i ricorsi presentati da altri candidati ai due incarichi. Nel caso di Curzio il ricorso era stato presentato da Angelo Spirito, che al pari di Curzio era presidente di sezione a piazza Cavour. Il Tar del Lazio ha ritenuto che la scelta del Csm poggi su una motivazione immune da vizi e che "appare adeguata e coerente". Diversi i ricorsi contro la nomina di Margherita Cassano: anche in questo caso i giudici amministrativi hanno giudicato la decisione del Consiglio "coerentemente argomentata" e senza incongruenze.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 14 aprile 2021
Alla fine, dopo il grande sputtanamento Pino Maniaci è stato assolto. Almeno dall'accusa più grave, quella di estorsione, mentre è stato condannato per diffamazione. I pm della procura di Palermo avevano chiesto 11 anni e mezzo di reclusione, ne hanno ottenuto 1 e mezzo per un reato molto più lieve (si vedrà in appello come andrà a finire). La storia aveva sconvolto, nel 2016, il mondo dell'antimafia. Pino Maniaci, il direttore di Telejato simbolo del giornalismo che lottava contro Cosa Nostra, finì in una retata antimafia della procura di Palermo accusato di un'estorsione da 366 euro ai danni di due sindaci. Quel reato non c'entrava nulla con la mafia, ma Maniaci venne infilato nella stessa operazione con nove boss che accusava dalla sua emittente.
Nella conferenza stampa c'era tutta l'antimafia di Palermo, dal procuratore Franco Lo Voi all'aggiunto Vittorio Teresi, e i carabinieri prepararono anche un video con le intercettazioni montate a regola d'arte, inserendo questioni esterne all'indagine come l'uccisione di due cani non si sa per ritorsione mafiosa o se per questioni di corna. Insomma, una imponente operazione di sputtanamento che buttava l'"eroe" giù dal piedistallo nel fango. Le accuse erano inconsistenti e secondo Maniaci quella della procura è stato un complotto per farlo fuori visto che alcune sue inchieste giornalistiche hanno avuto come obiettivo il magistrato Silvana Saguto. A difenderlo è stato l'avvocato Antonio Ingroia che, avallando questa ipotesi, getta un'ombra sui metodi di lavoro di una procura che conosce benissimo.
Un altro aspetto interessante della faccenda, portato alla luce all'epoca dal Foglio, è che Reporters sans frontières (Rsf) sbianchettò il nome di Pino Maniaci dai "100 Information heroes", in cui la ong l'aveva precedentemente inserito. Così i 100 "eroi dell'informazione" erano diventati 99. In pieno stile sovietico, senza alcuna comunicazione pubblica o al diretto interessato, il nome e la foto vennero cancellati. "Ci è capitato di apprendere che l'onestà di Giuseppe Maniaci è stata seriamente messa in discussione e che lo scorso maggio è stato incriminato", risposte alla richiesta di spiegazioni del Foglio il chief editor di Rsf Gilles Wullus. "Fino a quando l'indagine non sarà finita, abbiamo scelto di ritirarlo dalla nostra lista di 'Eroi dell'informazionè".
La modalità fu davvero indecente per una ong che si occupa di libertà dell'informazione perché Maniaci all'epoca era solo indagato e non gli venne chiesta alcuna spiegazione per una valutazione giusta sia per garantire il diritto di difesa. Inoltre non fu un comportamento equo, visto che in quella lista tutt'ora ci sono personaggi che hanno ben più gravi problemi con la giustizia come Julian Assange. Il caso Maniaci è un altro esempio di come i diritti e le garanzie degli indagati vengano calpestati sia dai magistrati sia dai giornalisti. I "100 eroi dell'informazione" di Reporter senza frontiere sono sempre 99, anche dopo l'assoluzione di Pino Maniaci.
di David Romoli
Il Riformista, 14 aprile 2021
Il primo (capo delle Br) sta dietro le sbarre da 40 anni esatti. Il secondo (fascista) da quasi 45. Hanno commesso terribili delitti? Sì, ma lasciarli marcire fino alla morte è anche questo un delitto
terribile. Ci sono tutte le condizioni per scarcerarli. Senza pretendere abiure o atti di sottomissione.
Quando il 4 aprile 1981 fu arrestato Mario Moretti - quanto di più vicino a un capo le Brigate Rosse abbiano mai avuto - il geometra di Empoli Mario Tuti, orgogliosamente fascista allora come ora, era in carcere già da cinque anni e mezzo.
Era stato arrestato in Francia il 25 luglio 1975, anche se evidentemente la notizia fu ritardata e ufficialmente la data dell'arresto è del 27 luglio. Avevano in comune la definizione mediatica più abusata che si possa immaginare. Moretti, latitante dal 1972, era "la primula rossa".
Tuti, in fuga dal 24 gennaio del 1975 dopo aver ucciso due dei tre poliziotti che si erano presentati a casa sua per una perquisizione, e averne ferito gravemente un terzo, era, immancabilmente, "la primula nera". L'arresto del capo delle Br fu incruento: si dichiarò subito a voce altissima prigioniero politico e si identificò, per impedire che il suo arresto fosse tenuto segreto. Anni dopo ricorderà che il suo primo pensiero fu: "Adesso mi riposo".
A Tuti andò peggio. La polizia italiana lo andò a prendere in Francia, dopo mesi di latitanza passati tra Francia e Italia, in una operazione di dubbia legalità, e sparò ferendolo gravemente. I due hanno in comune qualcos'altro, oltre al nome di battesimo e ai nomignoli coniati all'epoca da cronisti di scarsa fantasia: sono ancora in galera, almeno la notte, nonostante da allora siano passati decenni e quasi tutti i loro compagni o camerati siano già liberi da decenni.
La dabbenaggine del plotone di visionari che da decenni sospettano Moretti di essere un infiltrato, un uomo dei servizi segreti, un losco individuo al servizio di mai meglio identificati "pupari", è tale che nessuno si chiede come sia possibile che, fra tutti i brigatisti a vario titolo coinvolti nel sequestro Moro, l'unico in stato di detenzione sia ancora proprio quello che, se le loro trame bislacche fossero anche solo in minima parte reali, sarebbe dovuto uscire di galera, in un modo o nell'altro, poco dopo l'arresto. Misteri della misteriologia.
Anche su Tuti pesa una sorta di Fatwa mediatica, una di quelle bugie ripetute tante volte da diventare per tutti verità assoluta. È considerato uno "stragista nero", anche se è stato in realtà assolto non solo dall'accusa di essere l'autore della strage dell'Italicus ma anche da quelle relative agli altri attentati ai treni sulla tratta Firenze-Roma del 1974-75, per i quali era stato inquisito.
La perquisizione finita nel sangue avvenne in seguito a un attentato sventato alla Camera di commercio di Arezzo effettivamente organizzato dal gruppo di Tuti. Ma il volantino di rivendicazione avrebbe dovuto chiarire subito la differenza tra gli obiettivi di quel gruppo nero e lo stragismo.
Quando Moretti fu preso, le Br erano già state sconfitte, anche se nessuno ancora se ne rendeva conto: smantellate da una serie di divisioni interne oltre che dal crescente fenomeno del pentitismo. Cadde nella trappola della polizia proprio perché, cercando di rimettere in piedi l'organizzazione dopo la scissione della colonna operaista "Walter Alasia", si era rassegnato a trasgredire le norme di sicurezza adoperate allora dalle Br.
Il Fronte nazionale rivoluzionario, fondato all'estremo opposto dello spettro politico da Tuti, non poteva essere sconfitto perché non aveva mai pensato di poter vincere. "I compagni pensavano di poter conquistare lo Stato. Noi sapevamo di non poterlo fare. Volevamo solo far sapere che c'eravamo ancora, che non eravamo stati battuti", ha spiegato in un'intervista televisiva Tuti nel 2019. Mario Moretti è semilibero dal 1997. In carcere fu aggredito e ferito gravemente poco dopo l'arresto, nel 1981, per motivi mai chiariti. Non si è mai pentito né dissociato.
Tecnicamente è dunque un irriducibile, anche se sin dal 1987 ha dichiarato conclusa la lotta armata delle Br. Di giorno lavora in un centro recupero detenuti. La notte deve tornare a dormire nel carcere milanese di Opera. All'ergastolo per l'uccisione dei due agenti, Mario Tuti ne ha avuto un altro ergastolo per aver strangolato, insieme a Pierluigi Concutelli, Ermanno Buzzi, un detenuto di estrema destra che i due ritenevano fosse diventato un informatore della polizia. Nel 1987 fu protagonista di uno spettacolare tentativo di evasione dal carcere di Opera.
Con altri 5 detenuti tenne in ostaggio per quasi una settimana 50 agenti penitenziari, più il direttore, il medico l'intero vertice della prigione. Si arresero in cambio della promessa del lavoro esterno, garantita da Amnesty International. Promessa dimenticata subito dopo la liberazione degli ostaggi. Anche lui, nonostante sia da que11987 un detenuto modello, è un "irriducibile".
Tuti ha ottenuto il lavoro esterno, con regime inizialmente molto severo, solo nel 2004, dopo due richieste respinte. Oggi è in semilibertà e lavora in una comunità di recupero tossicodipendenti a Tarquinia. Nel giugno 2020 il magistrato di sorveglianza aveva chiesto, senza avvertirlo, la scarcerazione per Covid. Fu negata data la "pericolosità sociale" del detenuto che commentò a caldo la notizia su Fb: "Se ho ben capito dovrei dire o far dire dal mio avvocato che sono innocuo, imbelle e che non reggo il carcere. Cose che se qualcuno me le dicesse sai i calci nel culo!".
Mario Moretti e Mario Tuti, entrambi nati nel 1946, sono ancora in carcere nonostante tutti siano consapevoli del fatto che non costituiscono più alcun pericolo. Si sono rifiutati di abiurare, anche per quella via ipocrita che lo Stato italiano ritiene sufficiente ma necessaria: l'invio di lettere di solito burocraticamente preparate dagli avvocati e Firmate dai detenuti in cui invocano il perdono dei parenti delle vittime.
Hanno criticato le loro scelte ma rifiutando l'atto d'abiura e senza rinnegare la loro biografia. Tuti parla apertamente dei problemi di coscienza con cui convive, ma senza recitare l'atto di contrizione nelle forme richieste. "Si dice che li ferri so' catene, ma io li porto come bracciali d'oro" ha scritto l'anno scorso, a 45 anni dal giorno del suo arresto.
Il fatto che Moretti e Tuti siano ancora in galera, a differenza di tutti o quasi quelli che da sinistra o da destra impugnarono le armi in un passato ormai lontanissimo, è una barbarie in sé. Ma la motivazione, l'assenza di abiura, l'indisponibilità a rinnegare anche solo per forma e convenienza la loro storia, la richiesta di un atto ufficiale di sottomissione, è anche peggiore. tenerli ancora dietro le sbarre è vendetta. Solo questo può essere: l'affermazione del diritto alla vendetta.
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