palermotoday.it, 9 aprile 2021
La co-presidente del comitato Esistono i Diritti, ha iniziato una protesta radicale e non violenta affinché il Consiglio proceda al "prelievo urgente del regolamento esitato dalla Settima commissione". Lettera a Totò Orlando: "Dentro gli istituti penitenziari ci sono esseri umani, basta indifferenza".
"Ho deciso dalla mezzanotte di ieri di dare corpo all'iniziativa per la nomina del garante comunale per la tutela dei diritti delle detenute e dei detenuti di Palermo, dando voce attraverso questa lotta non violenta a chi voce non ha". È questo l'incipit della lettera scritta al presidente del Consiglio comunale Totò Orlando da Eleonora Gazziano, co-presidente del comitato Esistono i Diritti, che ha iniziato lo sciopero della fame. Una protesta radicale e non violenta affinché "il presidente del Consiglio mantenga l'impegno dato al comitato Esistono i Diritti già negli scorsi mesi" e cioè "il prelievo urgente del regolamento esitato dalla Settima commissione consiliare che prevede l'istituzione della figura del garante comunale per la tutela delle persone detenute".
"Auspico che tutti i consiglieri comunali, insieme a me e a tutta la dirigenza del comitato Esistono i Diritti, possano essere speranza per i detenuti - si legge nella lettera di Gazziano. Il mio sciopero della fame è simbolo di dialogo e non di ricatto. Uno sciopero che interromperò quando il presidente Orlando interromperà questo silenzio al sapore d'indifferenza, pronunciando parole chiare, limpide e solenni. Il Consiglio tutto, superando le logiche di maggioranza e opposizione, apra la discussione per deliberare il regolamento. I detenuti palermitani non sono fantasmi, dentro gli istituti penitenziari ci sono esseri umani".
di Erasmo Marinazzo
Quotidiano di Puglia, 9 aprile 2021
Antigone: "Provvedere o ci saranno altri focolai". Solo poco più del 50 per cento dei detenuti del carcere di Borgo San Nicola ha aderito alla campagna vaccinale al via da ieri mattina. Una percentuale che al momento rende solo una chimera l'obiettivo di creare l'immunizzazione al Covid 19 fra i circa 1.000 ospiti. "Se l'adesione non dovesse registrare numeri significativi, occorreranno provvedimenti deflattivi se vogliamo scongiurare il pericolo dell'esplosione di focolai nei vari reparti", sostiene l'avvocato Alessandro Stomeo, osservatore nazionale per la Puglia di Antigone, l'associazione che si interessa della tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale e penitenziario.
Il Covid è riuscito intanto a eludere i sistemi di sicurezza sanitaria adottati nel carcere. Lo dicono i numeri: sono 25 i poliziotti penitenziari contagiati. Gran parte si stanno curando a casa, solo uno è stato costretto al ricovero per l'aggravarsi della sintomatologia. Due i detenuti positivi, entrambi occupanti celle nell'area di massima sicurezza. Contagiati anche loro - questa l'ipotesi maggiormente accreditata - per avere maneggiato un pacco arrivato dall'esterno.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 9 aprile 2021
È iniziata la campagna di vaccinazioni per detenuti nelle carceri di Salerno e Vallo della Lucania e nell'Istituto a custodia attenuata per tossicodipendenti di Eboli. Oggi sono stati vaccinati 11 detenuti a Salerno, con 19 rifiuti, 11 detenuti ad Eboli e nessun rifiuto, e 11 detenuti a Vallo della Lucania con 16 rifiuti.
"Vaccinarsi è un diritto dovere per tutti, una tutela per il diritto alla salute, un obbligo morale per i detenuti. Logicamente è sempre una scelta volontaria. Il ristretto anela alla libertà, quindi un detenuto vaccinato ha più libertà di movimento sia dentro le mura di un carcere sia nelle misure alternative al carcere. Certo sarebbe preferibile la somministrazione del vaccino a dose unica Johnson e Johnson evitando così sia complicazioni burocratiche che svantaggi organizzativi, ma la cosa più importante resta una corretta, trasparente, oggettiva, campagna di informazione sui vaccini". Così Samuele Ciambriello, Garante campano dei detenuti, presente oggi nel carcere di Fuorni, accompagnato dal suo staff, all'inizio della campagna di vaccinazione.
Al carcere di Salerno era presente Antonio Maria Pagano, dirigente sanitario dell'Istituto di Fuorni, che sta promuovendo la campagna di vaccinazione anche per gli agenti di polizia penitenziaria (che Fino ad oggi contano a Salerno 110 unità vaccinate, ad Eboli 25 unità e a Vallo della Lucania 10), la direttrice del carcere Rita Romano e il comandante Gianluigi Lancellotta.
Ciambriello poi si è recato a visitare i detenuti della sezione di alta sicurezza e quelli in isolamento: "L'alta sicurezza mi ha manifestato problemi che riguardano le telefonate, l'apertura delle celle, i tempi lunghi di ritiro dei pacchi che arrivano attraverso il corriere. Con i detenuti in isolamento ho chiesto e verificato le loro condizioni di salute, ho chiesto la ricostruzione di quanto accaduto venerdì 3 aprile nel momento del ritiro dei pacchi arrivati tramite corriere".
"Salerno è l'unico carcere della Campania dove davanti al detenuto viene aperto il pacco, controllato lo stesso ed eventualmente estratto tutto ciò che a livello alimentare o altro non può entrare - continua Ciambriello - Tutto questo è sintomo di trasparenza e non violazione della privacy del detenuto ma alcune volte causa conflittualità e discussione, visioni diverse su quello che è giusto o no, su quello che si deve portare in cella".
Salerno da un po' di tempo è al centro di un'attenzione particolare da parte della polizia penitenziaria, conseguenza di sequestri di droga e telefonini che arrivano attraverso pacchi; lo scorso anno si è addirittura verificato il sequestro di diversi telefoni che un avvocato tentava di far entrare in carcere. Ciambriello si è recato presso la "fabbrica di mascherine" dove 10 detenuti sono impegnati nella produzione di 500mila mascherine al mese da distribuire presso gli istituti penitenziari della Puglia, Campania, Sicilia e Calabria.
di Roberta Paoletti
La Repubblica, 9 aprile 2021
Il progetto punta ad attività di sensibilizzazione che si espandono fino a coinvolgere le biblioteche, le scuole, i servizi. "L'ansia è nemica in carcere come sulle navi, non c'è spazio sufficiente per sfogare il ritmo precipitoso di questa emozione", scriveva Goliarda Sapienza ormai quasi quarant'anni fa, della sua esperienza di detenzione nel carcere di Rebibbia di Roma.
Di spazio e di carceri ne abbiamo risentito parlare recentemente a proposito delle proteste insorte per le restrizioni della pandemia.
Come riporta il XVII Rapporto di Antigone sulle carceri italiane, il tasso di affollamento equivale al 106,2% dell'effettiva capacità delle strutture di ospitare persone, e sale al 115% se si considerano gli edifici non agibili che ne riducono ancora la capienza. Dati allarmanti, non solo per dignità delle vite umane recluse in spazi non idonei, ma anche per l'emergenza dei contagi da Corona virus.
La cooperativa Eta Beta, attiva sul territorio torinese dal 1987, dal 2001 ha un laboratorio informatico all'interno del carcere Lorusso Cotugno di Torino. Da questa esperienza nasce Vallette al centro, progetto finanziato dal Programma Operativo Nazionale Città Metropolitane con il Fondo sociale europeo 2014-2020.
Il nome evoca l'intenzione di una reversibilità della storia delle carceri: una volta gli edifici carcerari si trovavano al centro della città, nel pieno della vita cittadina, poi sono stati spostati fuori le mura, spesso in luoghi con poco passaggio, lontani dagli occhi della quotidianità. Il progetto vuole riportare simbolicamente le carceri al centro. Come? Producendo prodotti e attività di sensibilizzazione che partono dal carcere e si espandono prima al quartiere e poi a tutta la città, per coinvolgere le biblioteche, le sue scuole, i suoi servizi. Per Rosetta D'Ursi della cooperativa Eta Beta, la reclusione e gli istituti detentivi continuano a rappresentare una soluzione priva di alternative per i detenuti. "A fronte di questo - spiega a Europa, Italia - con il progetto Vallette al centro costruiamo dei percorsi di inclusione per le persone detenute. Creiamo i presupposti perché le persone detenute possano mantenere un contatto con l'esterno".
I corsi di formazione informatica, scrittura giornalistica e molto altro sono realizzati con i detenuti e le detenute e vogliono trasmettere competenze con la prospettiva di un'assunzione all'interno del progetto editoriale Lettera 21, rivista online di voci dal carcere, sempre gestita dalla cooperativa Eta Beta. "All'interno del carcere non abbiamo accesso alla rete, nemmeno negli spazi e negli orari del laboratorio, ma riusciamo comunque a fare formazione in modo simulato", continua D'Ursi. "È importante perché una volta fuori le persone non si trovino smarrite di fronte alle nuove tecnologie di comunicazione che continuamente si aggiornano. Anche così si mantiene un contatto con l'esterno".
Se si aumenta la consapevolezza delle opportunità, condividendo gli strumenti per la vita quotidiana, e dando alle persone detenute un'alternativa all'inattività, è possibile ridurre lo stigma, la marginalizzazione e i reati reiterati. Un ulteriore servizio sviluppato dal progetto si rivolge alle famiglie delle persone detenute, con uno sportello di mediazione che risponde alle domande dei familiari.
Il progetto è stato anche presentato al Salone del Libro di Torino 2019, riscuotendo un ampio interesse, lo stesso che anche Rosetta D'Urso dice di vedere nelle persone detenute che partecipano al laboratorio: "Ce ne potrebbe essere anche di più, ma noi che entriamo nelle carceri dall'esterno possiamo stare solo nell'edificio dove svolgiamo le attività e accogliere solo persone assegnate a quell'edificio. Questo restringe molto i numeri dell'utenza". Per il futuro si pensa a nuove formazioni sul gaming.
di Marina Catucci
Il Manifesto, 9 aprile 2021
Arrivi record e qualche miglioramento con la presidenza Biden dopo le prime misure per alleviare il sovraffollamento nei centri. Ma i numeri restano alti. Più di 20mila minori migranti non accompagnati sono ora in custodia negli Stati uniti, mentre l'amministrazione Biden cerca di alleviare il sovraffollamento nelle strutture di protezione delle frontiere aumentando la capacità dei letti e riducendo il tempo necessario per rilasciare i minori affidandoli agli sponsor, parenti o assistenti sociali, che vivono negli Usa.
Da queste mosse è derivato un piccolo miglioramento, ma un numero record di bambini sta ancora attraversando il confine: ne sono stati contati 747 durante la sola giornata di martedì. Nel totale sono ancora 4.228 i minori sotto la custodia del Customs and Border Protection, agenzia generalmente non preparata a prendersi cura dei bambini per periodi prolungati, mentre 16.045 i bambini sono sotto la custodia del Dipartimento della salute e dei servizi umani. Si sono ridotti i numeri dei bambini che non riescono a essere riuniti alle famiglie, ma restano comunque alti: 445 bambini migranti separati dalle famiglie a causa delle politiche dell'amministrazione Trump tra il 2017 e il 2018 non sono stati ancora individuati. Il governo in quel periodo aveva dichiarato la separazione di almeno 2.800 bambini dai loro genitori. In seguito si è scoperto che almeno altri 1.712 bambini erano stati separati dalle loro famiglie, anche prima che la politica di Trump entrasse ufficialmente in vigore.
di Marina Catucci
Il Manifesto, 9 aprile 2021
Le promesse della campagna elettorale si concretizzano: raffica di ordini esecutivi. Per il presidente l'ostacolo è il fuoco amico del senatore centrista Manchin. Joe Biden ha annunciato una raffica di ordini esecutivi riguardanti il controllo delle armi, inclusi l'introduzione di normative per le cosiddette "armi fantasma" (armi da fuoco assemblate in casa prive di numeri di serie e più difficili da rintracciare), il bando dei dispositivi che trasformano le pistole in fucili a mezza canna e la nomina di David Chipman, da sempre sostenitore delle politiche per il controllo delle armi, come capo dell'Ufficio per la regolamentazione di alcol, tabacco, armi da fuoco ed esplosivi.
Queste le prime azioni sostanziali della presidenza Biden riguardo le armi, una delle massime priorità democratiche diventata ancora più urgente dopo le recenti sparatorie di massa a Boulder, Colorado e nell'area di Atlanta, in Georgia. L'annuncio di Biden è stato fatto nel giardino delle rose della Casa bianca, nel pomeriggio americano, troppo tardi per noi, alla presenza del procuratore generale Merrick Garland e della first lady Jill Biden.
Giunge anche grazie alle spinte degli attivisti per il controllo delle armi, sempre più allarmati dall'inazione del presidente. Biden, durante la campagna elettorale, aveva promesso che avrebbe preso provvedimenti per limitare la violenza armata, già durante il primo giorno di presidenza, poi l'impegno era sembrato cadere nel dimenticatoio, mentre si dava la priorità ad altre emergenze, come la pandemia e l'economia in caduta libera. Recentemente aveva suggerito di considerare il controllo delle armi una priorità meno urgente che poteva essere affrontata come un progetto a lungo termine, ma dopo i due mass shooting di poche settimane fa è stato evidente che la questione della violenza armata si era mossa da sé, diventando un problema di primo piano.
I suoi assistenti di hanno sottolineato che al di là delle sparatorie di massa, il presidente vuole concentrarsi anche su quella che ha definito "l'epidemia più frequente e mortale di violenza armata quotidiana che colpisce in modo sproporzionato neri e ispanici".
Da ex presidente della commissione giustizia del Senato, Biden ha una lunga storia di iniziative per il controllo delle armi, con episodi di successo, così rari in questo campo, come il divieto di 10 anni sul possesso di armi d'assalto, parte di un disegno di legge sul crimine del 1994 sponsorizzato proprio dall'attuale presidente. Non è detto che quello iniziato ieri sarà uno di questi successi, le politiche sul controllo delle armi sono tra le più problematiche: gli elettori delle zone rurali, tradizionalmente repubblicani, sostengono a spada tratta il possesso deregolamentato di armi, mentre gli abitanti delle periferie suburbane, sacche di voto ambite da entrambe le parti, tendono ad avvicinarsi al sentire delle città e a essere aperti al controllo delle armi.
Il problema per una vera politica di Biden sul controllo delle armi arriva da Joe Manchin, senatore democratico centrista dello Stato rurale del West Virginia, che già lo scorso mese si era opposto a i due progetti di legge sulla sicurezza delle armi approvati dalla Camera. Non sembra essersi spostato dalle sue posizioni.
di Simona Musco
Il Dubbio, 9 aprile 2021
"Se la legge è quella dei respingimenti in mare io la contrasto". Intervista al poeta e scrittore Erri De Luca. "L'uguaglianza della legge sbiadisce nelle prigioni dove sono conficcati quelli che hanno minori mezzi di difesa".
"La disuguaglianza di trattamento del cittadino di fronte alla giustizia è per me un dato di fatto. Se poi la legge è quella che lascia correre i respingimenti illegali, per mare e per terra, dal Mediterraneo al confine sloveno, violando il diritto a richiedere asilo, ne faccio volentieri a meno e se posso la contrasto".
Erri De Luca - poeta, scrittore, filosofo e attivista - è da sempre impegnato ad abbattere muri e confini. Lo ha fatto non solo usando le parole, ma anche buttandosi tra le acque del Mediterraneo a bordo della nave Prudence, di Medici Senza Frontiere, sfidando assieme a tredici pescatori di anime le politiche internazionali ripiegate sul controllo della frontiera più che sulla tutela delle persone. Un'esperienza dalla quale, nel 2017, nacque uno splendido reportage, dal titolo "Se i delfini venissero in aiuto". "Ho trovato in terraferma calunnie e voci a vanvera sui soccorritori di naufraghi che ho conosciuto", scriveva allora. Parole che valgono ancora oggi.
Si torna a parlare di ong, ancora una volta per criminalizzarle. Cosa ne pensa dell'inchiesta di Trapani?
È una delle tante che aggiungono ostacoli e pretesti per impedire i salvataggi di naufraghi nel Mediterraneo. Abbiamo un presidente del consiglio che in Libia ha definito salvataggi i sequestri in mare di profughi e la loro deportazione in recinti osceni. Chi impedisce agli organismi umanitari la loro opera, istiga all'omissione di soccorso.
Gli accordi tra gli Stati sull'immigrazione appaiono un modo per nascondere la polvere sotto al tappeto e i naufragi vengono tollerati come "effetti collaterali". Si storpiano i concetti per accettare, di fatto, la morte delle persone. Cosa direbbe a chi ha questa responsabilità?
Evito di rivolgermi alle autorità, per mia generosità nei loro confronti le considero incompetenti a gestire il normale fenomeno dei flussi migratori. Ai miei concittadini dico che le peggiori condizioni di trasporto marittimo della storia dell'umanità, aggravate dalla ottusa volontà di sbarramento, non hanno ottenuto niente. Hanno invece procurato un sentimento di vergogna nella coscienza civile del nostro paese. Dall'affondamento della nave albanese Kater i Rades nella Pasqua del 1997 a oggi, nessuna criminale misura di respingimento ha potuto far calzare all'Italia un preservativo.
Come si fa a vedere negli esseri umani un "carico fuorilegge"?
Prima bisogna disumanizzare le persone, considerarle zavorra scaricabile in mare, poi bisogna eccitare allarme, ostilità, repulsione attraverso i servizievoli organi d'informazione. I giornalisti che si imbarcano per raccontare queste storie al confine con l'umanità vengono criminalizzati proprio come si fa con le ong. C'è un tentativo di riscrivere la storia? La storia sarà scritta dai nipoti di chi è sbarcato sulle nostre coste e si è fermato per essere cittadino. Si sta invece deformando la cronaca. Sono stato in mare con Medici Senza Frontiere nel sud del Mediterraneo e mentre scippavamo dall'annegamento le più disperate vite umane, da terra si avviava la diffamazione dei taxi del mare. Quando si sperimenta la più spudorata contraffazione ufficiale della realtà, si dà ascolto solo a chi è a bordo di quelle unità. Quel giornalismo di liberi professionisti è l'unica fonte di informazione possibile.
L'ex pm Davigo, parlando delle intercettazioni a carico dei giornalisti, ha affermato che la legge è uguale per tutti. La legge, dunque, prevarrebbe anche su un diritto superiore, quello dei migranti alla vita...
L'uguaglianza della legge sbiadisce nelle prigioni dove sono conficcati quelli che hanno minori mezzi di difesa, di fronte ai domiciliari concessi agli illustri, di fronte a Dana Lauriolo imprigionata per la sua opposizione al Tav. La disuguaglianza di trattamento del cittadino di fronte alla giustizia è per me un dato di fatto. Se poi la legge è quella che lascia correre i respingimenti illegali, per mare e per terra, dal Mediterraneo al confine sloveno, violando il diritto a richiedere asilo, ne faccio volentieri a meno e se posso la contrasto. Ribadisco che l'unico giornalismo oggi è quello d'inchiesta, svolto sul campo.
Quali sono state le parole che hanno contribuito a spostare il baricentro della questione? Come si è arrivati a tanta indifferenza?
Nell'uso e spaccio di vocabolario falso registro la parola "ondate" riferita agli sbarchi. Questo termine suggerisce che una terraferma debba alzare dighe, scogliere, ostacoli contro l'inondazione. Il termine giusto è flussi, che non suggerisce alcuna reazione di strozzamento. Altro spaccio di vocabolario falso è invasione, che suscita ricordi di occupazioni militari straniere. Ma non si può parlare di invasioni per persone che arrivano disarmate, alla spicciolata, donne e bambini compresi. L'uso distorto serve a creare allarme e poi indifferenza, che è il secondo tempo.
Qual è il confine tra giusto e sbagliato quando ci sono leggi che consentono di lasciar morire qualcuno per mare? C'è un diritto alla disobbedienza?
Esiste il sentimento di giustizia e poi esiste la legalità, cioè un corpo di leggi approvate dalle autorità. Succede che siano in contrasto. Una legge dello Stato, votata in Parlamento, che condanna un pescatore per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina in seguito al salvataggio di un annegato, e gli sequestra la barca, è una legge con il crisma della legalità ma è ingiusta. Va dunque puntualmente negata. Il sentimento di giustizia, da Antigone in poi, ha diritto di prevalere sulla legge.
Lei ha vissuto in prima persona, dal ponte di una nave, cosa voglia dire affrontare le onde per salvare qualcuno. Che tipo di umanità ha conosciuto in quell'occasione?
Non ero un ospite, ma uno dell'equipaggio, ho condiviso impegno e compiti di persone che ammiro. Ho visto salire da una scala di corda più di ottocento persone stremate, giovani che non si reggevano in piedi. Erano finalmente salve. La soluzione sono già i convogli umanitari organizzati per esempio dalla Comunità di Sant'Egidio, con voli diretti e profughi già distribuiti in sedi di accoglienza.
La politica mira a proteggere i confini, non le persone. Cosa sono, per lei, le frontiere?
Le frontiere sono suddivisioni amministrative che regolano le giurisdizioni attribuite agli Stati. Le frontiere non sono sbarramenti. Non lo sono le montagne che al contrario costituiscono una rete di innumerevoli transiti non controllabili, da versanti opposti, come sa chiunque le conosca. Non è sbarramento il mare che Omero definì una volta per tutte una strada liquida. Le frontiere sono convenzioni e riguardano la storia, non appartengono alla geografia. La specie umana sulla superficie del pianeta si è spostata per necessità da quando è apparsa al mondo. Lasciamo ai doganieri il loro pezzo di carreggiata, il loro porto. Tutto intorno il passaggio è spalancato.
di Roberto Ciccarelli
Il Manifesto, 9 aprile 2021
"La pandemia ha rivelato il clamoroso fallimento delle due destre egemoni: liberismo e sovranismo. Da essa possiamo trarre due insegnamenti: il primo è di segno anti-liberista, relativo al carattere pubblico, l'altro di segno anti-sovranista, relativo al carattere globale che dovrebbero rivestire le garanzie del diritto di tutti alla salute e alla vita, senza distinzioni né di ricchezza né di nazionalità"
La pandemia del Covid-19 ha svelato la totale mancanza di garanzie dei diritti, pur stabiliti da carte e convenzioni, l'inadeguatezza delle istituzioni internazionali e la subalternità dei governi alle aziende farmaceutiche sui vaccini. Per Luigi Ferrajoli questa situazione può riservare tuttavia un'opportunità politica. In due libri pubblicati di recente, "La costruzione della democrazia. Teoria del garantismo costituzionale" (Laterza, pp. 466, euro 30) e "Perché una Costituzione della terra?" (Giappichelli, pp. 80, euro 11) sostiene che, dopo anni di politiche liberiste, può prevalere nel dibattito pubblico il principio che la sanità pubblica, i vaccini e la tutela dei diritti fondamentali a cominciare dal reddito e dal salario non vanno affidati alle logiche del mercato ma garantiti ugualmente a tutti.
"Nella prospettiva di un costituzionalismo globale - spiega Ferrajoli - va stipulata la non brevettabilità di questi vaccini. È anzi necessario abolire i brevetti di tutti gli altri farmaci salva-vita, la non disponibilità dei quali determina ogni anno, nel mondo, milioni di morti. La pandemia sta poi facendo emergere un'altra intollerabile diseguaglianza: i vaccini sono stati accaparrati dagli stati più ricchi e quelli più poveri ne sono quasi totalmente privi. Solo tra tre o quattro anni potranno vaccinare tutte le loro popolazioni. L'accaparramento avviene anche grazie ai brevetti, peraltro finanziati con fondi pubblici. Occorrerebbe, nell'immediato, procedere almeno alla loro sospensione, come hanno proposto Sudafrica e India. Una moratoria dei brevetti permetterebbe agli Stati più poveri di produrre i vaccini e intensificare la risposta a un virus che ha già fatto nel mondo due milioni e mezzo di morti. Eviterebbe la morte di altri milioni di persone".
Tuttavia gli Stati Uniti, le nazioni dell'ex Commonwealth, l'Unione Europea l'Italia si oppongono. In che modo a suo avviso si possono superare queste posizioni?
Sbagliano a opporsi. È nel loro interesse permettere la più ampia e rapida vaccinazione in tutto il mondo, se non altro per non subire altre ondate di contagi ad opera di varianti del virus sempre più aggressive. Vedremo nelle prossime settimane se prevarranno le ragioni della vita o quelle dei profitti. Se poi bisogna compensare le multinazionali e liberarsi dai loro ricatti, lo si faccia al più presto e si permetta la produzione dei vaccini ovunque sia possibile. Il problema è di tale portata che va risolto a qualunque costo. Ne va, ripeto, della vita di milioni di persone.
Gli ultimi dodici mesi hanno rivelato l'inadeguatezza di istituzioni come l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Come si dovrebbe riformarle per garantire effettivamente i diritti?
Oggi l'Oms ha solo quattro miliardi di bilancio. Ne occorrerebbero 4 mila l'anno per fare ricerca, prevenire e fronteggiare le pandemie e portare le cure di tutte le malattie in tutto il mondo. Serve più di una semplice revisione del suo trattato istitutivo, di cui si è parlato in questi giorni, in vista soltanto della prevenzione di future pandemie. Lo stesso vale per la Fao, che studia e fa progetti, ma non è certo in grado di porre fine alla fame nel mondo. Occorre trasformare queste istituzioni, ma anche la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l'Organizzazione Mondiale del Commercio, in vere istituzioni di garanzia indipendenti dal controllo dei paesi più ricchi, mettendole in grado di attuare le finalità enunciate nei loro stessi statuti: la garanzia dei diritti sociali, la promozione dello sviluppo dei paesi poveri, la crescita dell'occupazione e la riduzione degli squilibri e delle eccessive disuguaglianze.
In Italia la gestione della pandemia ha diviso profondamente lo Stato dalle regioni creando pesanti diseguaglianze. Occorre una riforma del titolo quinto della Costituzione?
Quella del 2001 è stata una delle riforme più regressive. La regionalizzazione della sanità equivale infatti a una lesione del principio di uguaglianza, essendo inammissibile che il grado di garanzia della salute sia diverso da regione a regione. Il caos attuale nella gestione della pandemia è stato poi una drammatica conferma anche della sua irrazionalità. Ancor più regressiva e incostituzionale sarebbe l'autonomia regionale differenziata rivendicata dalla Lega che, a questo punto, è sperabile che venga abbandonata.
La crisi sanitaria sta scatenando una crisi economica. Nella sua prospettiva quali politiche ipotizza a garanzia dei diritti di chi ha perso il lavoro, ha chiuso le attività, è povero?
In primo luogo un reddito di base universale e un salario minimo orario, stabilito a livello sovranazionale. Per evitare lo sfruttamento dovrebbe essere il doppio del reddito di base. Poi un fisco sovranazionale di carattere realmente progressivo sulle grandi ricchezze com'è stato suggerito da Anthony Atkinson e da Thomas Piketty. Contro le ripetute crisi economiche e la crescita delle disuguaglianze è necessario passare dallo stato sociale burocratico, con tutti i costi, le inefficienze e gli arbitri generati dalla mediazione burocratica, allo stato sociale dei diritti basato su garanzie pubbliche ex lege.
Alla luce di queste considerazioni come sintetizza l'idea proposta nel suo libro di un "costituzionalismo oltre lo Stato"?
Come un inveramento e come un'attuazione del paradigma costituzionale, logicamente conseguenti al carattere universale dei diritti fondamentali, i quali o sono di tutti, cioè uguali e indivisibili, come del resto stabiliscono le carte internazionali, oppure si trasformano in privilegi. Prendere sul serio questi diritti in quanto universali equivale perciò a disancorarli sia dalla cittadinanza che dal mercato. La pandemia ha rivelato il clamoroso fallimento delle due destre egemoni: liberismo e sovranismo. Da essa possiamo trarre due insegnamenti: il primo è di segno anti-liberista, relativo al carattere pubblico, l'altro di segno anti-sovranista, relativo al carattere globale che dovrebbero rivestire le garanzie del diritto di tutti alla salute e alla vita, senza distinzioni né di ricchezza né di nazionalità. La pandemia potrebbe insomma produrre un risveglio della ragione su questioni fondamentali e farci dire di essa, con le parole di Giambattista Vico, "sembravano traversie ed erano in fatti opportunità".
Ha ipotizzato una "Costituzione della terra". Di cosa si tratta?
Diversamente dalle costituzioni nazionali e dalle tante carte internazionali dei diritti, una Costituzione della Terra dovrebbe prevedere ed imporre, oltre alle tradizionali funzioni legislative, esecutive e giudiziarie, anche le funzioni e le istituzioni di garanzia primaria dei diritti fondamentali. Tutti questi diritti hanno infatti bisogno di norme di attuazione che introducano le istituzioni pubbliche che li garantiscano: un servizio sanitario mondiale, un'organizzazione mondiale dell'istruzione, un demanio planetario che sottragga al mercato beni comuni come l'acqua potabile e protegga le grandi foreste, i mari e i grandi ghiacciai, il monopolio pubblico della forza in capo ad organi di polizia internazionali e la conseguente messa al bando delle armi e degli eserciti nazionali. La mancanza di queste funzioni e di queste istituzioni di garanzia, in un mondo sempre più integrato e interdipendente, è una lacuna insostenibile del diritto internazionale, che equivale a una sua vistosa violazione.
Chi sono i soggetti di questa politica oggi?
È una politica basata sulla ragione, cioè sul nesso tra la salute degli umani e la salute del pianeta e, nei tempi lunghi, sugli interessi vitali di tutti. Su questi temi c'è stata in questi anni una generale crescita di consapevolezza, che si è manifestata in mobilitazioni collettive come "Fridays for future" e campagne come "Nessun profitto sulla pandemia". A queste lotte sociali e a queste mobilitazioni civili, la prospettiva del costituzionalismo globale offre un obiettivo politico e istituzionale in grado, oltre tutto, di unificarle.
Cosa risponde a chi sostiene che questa democrazia cosmopolitica è utopistica?
Che è esattamente il contrario; che è la sola risposta razionale e realistica al dilemma affrontato quattro secoli fa da Thomas Hobbes: la generale insicurezza determinata dalla libertà selvaggia dei più forti, oppure il patto di convivenza pacifica sulla base del divieto della guerra e la garanzia della vita. Con due differenze e aggravanti di fondo: la capacità distruttiva degli odierni poteri selvaggi globali, incomparabilmente maggiore di quella nello stato di natura hobbesiano, e il carattere irreversibile delle devastazioni da essi prodotte.
Dopo un anno di pandemia rischiamo di passare dal "niente sarà come prima" al "non esiste un'alternativa" a questo sistema?
Le alternative esistono. L'idea che esse non esistono è un'ideologia di legittimazione dell'esistente che naturalizza ciò che è totalmente artificiale, prodotto dell'attività e delle irresponsabilità della politica e dell'economia. Non c'è nulla di naturale in quello che sta accadendo. Tutto è politico.
di linda meoni
La Nazione, 9 aprile 2021
"Liberi di immaginare", con la regia di Giuseppe Tesi, è liberamente ispirato allo Stabat Mater della poetessa-scrittrice Grazia Frisina. Ecco il trailer che dà un assaggio del complesso lavoro appena ultimato. Un lavoro che dà carne, corpo e voce alla Madre di tutti, abbattendo qualsiasi muro o barriera, capace di portare un dolore universale e inconsolabile, quello che si prova per la morte ingiusta di un figlio, dentro a un altro dolore: quello della detenzione. L'emozione di veder prendere forma il suo "Stabat Mater", finora 'solo' un intenso dramma poetico contenuto nell'opera "Madri", è stata per Grazia Frisina inaspettata, enorme, la risposta a quella sua ricerca cominciata quando quel testo è diventato parola su carta.
"Quando ho pubblicato 'Madri' - è il ricordo della scrittrice e poetessa - cercavo qualcuno che in qualche modo potesse dargli carne, voce, materia. Da qui la decisione di far pervenire il testo al regista Giuseppe Tesi, che conoscevo per alcuni suoi lavori teatrali. La sua reazione fu l'immediata volontà di trasformare il testo in opera teatrale, facendola entrare in carcere. Le difficoltà non sono mancate, ma il lavoro è giunto al termine e la sorpresa nel vederlo è stata forte: pensavo che portare lo 'Stabat Mater' in una realtà così complessa fosse un'idea inattuabile e invece Tesi è riuscito mirabilmente nell'intento. È stato bello riuscire a portare un dolore universale e inconsolabile come quello di Maria dentro a un altro dolore. Questo più di ogni altra cosa mi ha colpita".
Una Maria terrena e umana, non la madre dei soli silenzi e dolori, ma una madre che prende parola, anche una "mater gaudiosa", fatta di carne che in "Liberi di immaginare" - questo il titolo del corto cinematografico diretto da Giuseppe Tesi, progetto dell'associazione pistoiese Electra Teatro, di cui è appena uscito il trailer - incontra la sofferenza dei detenuti, tutti mirabilmente impegnati in questo progetto che ha dimostrato di saper creare ponti culturali ed emotivi. E che di poesia c'è bisogno, oggi più che mai.
"La poesia procede in senso verticale - prosegue nella riflessione Frisina, che incessantemente lavora alla scrittura con un lavoro pronto a uscire in estate -, ha la capacità di farci scendere nel profondo, di andare nel nostro io e toccarne le punte più fragili, ma ha la capacità anche di portarlo fuori e di saperlo innalzare, di renderlo comunicabile e in qualche modo di sublimarlo. La poesia ha la capacità di rendere un dolore visibile, di una visibilità che rasenta il sacro, che accarezza il divino. Credo che oggi si abbia veramente bisogno di questo. Chi cerca risposte nella poesia, non ne troverà: la poesia semmai sollecita riflessioni e domande, ci invita a vedere le cose con un altro sguardo, più attento e di premura".
"Anch'io ero chiamato a un compito - commenta il regista Tesi -, dare verso e voce a ciò che oggi abbiamo spogliato di mistero, alla sua luminosità. Mi sono spinto là dove il dolore è vero, reale. Il destino non ti avverte: ma se lo sai cogliere, e ascoltare, ti ricambia con gratitudine. E cosi da questi corpi crudi, chiusi e puniti, è sortita la profonda sacralità, una sorta di santità, che solo gli ultimi degli ultimi detengono. Si sono sottratti alla finzione del gioco cinematografico e teatrale, elargendo scomode verità. Dedico questo lavoro a mia madre. Mi ha insegnato l'affidabile speranza". "Liberi di immaginare" vede la partecipazione degli attori Melania Giglio e Giuseppe Sartori, lo ricordiamo, è un film realizzato grazie a una raccolta fondi alla quale hanno contribuito tanti comuni cittadini, la Fondazione Caript, la Fondazione Giorgio Tesi, Un Raggio di Luce, la Misericordia di Pistoia e l'Ordine degli avvocati.
cataniatoday.it, 9 aprile 2021
Un orto biologico come strumento di riabilitazione e valorizzazione dei rapporti interpersonali, ma anche di sensibilizzazione alla tutela del territorio e alla promozione dei suoi frutti destinati al consumo. È il progetto "L'Orto nell'Ipm di Bicocca" finanziato con i fondi della legge 285/97 e avviato nell'Istituto penale per minorenni di Bicocca alla presenza del sindaco Salvo Pogliese e dell'assessore ai Servizi sociali Giuseppe Lombardo. Sono intervenuti la direttrice dell'Istituto, Letizia Bellelli, il presidente della Cooperativa Prospettiva, Glauco Lamartina, la responsabile dell'ufficio Programmazione servizi sociali del Comune di Catania, Lucia Leonardi.
Il progetto, che ha la durata di dodici mesi, coinvolgerà a rotazione tutti i minori presenti in Ipm con attività dalla forte valenza educativa e formativa, basate su un positivo rapporto con la natura in tutte le sue forme e i suoi tempi. L'obiettivo è quello di realizzare e mettere in produzione un orto biologico per la coltivazione di frutta e ortaggi da destinare sia al consumo interno che ad azioni di solidarietà e di riparazione del danno nei confronti di enti che si occupano di famiglie in difficoltà.
Attraverso la partecipazione attiva, i ragazzi potranno anche acquisire la consapevolezza su concetti legati al consumo responsabile del cibo, alle proprietà organolettiche degli alimenti e al positivo impatto ambientale del chilometro zero. Nella zona individuata per l'orto, partendo dall'attività di bonifica, sono stati allestiti cassoni riempiti di terra dove sono state messe a dimora piante aromatiche, verdure e frutta. Nell'area è stato inoltre realizzato un murales grazie al contributo di Salvo Ligama, artista di rilievo internazionale, che ha guidato i ragazzi dall'ideazione del bozzetto alla fase di pittura. "Siamo particolarmente contenti - hanno detto il sindaco Pogliese e l'assessore Lombardo - di dare l'avvio a un progetto che mira alla rieducazione di tanti ragazzi attraverso i valori della solidarietà, delle relazioni, del rispetto dell'ambiente e soprattutto del territorio che ci appartiene e che siamo chiamati a salvaguardare e a valorizzare anche in un'ottica di crescita economica e di sviluppo. Nuove chance e opportunità sono sempre possibili anche e soprattutto per chi ha commesso errori in giovanissima età e dopo un importante percorso di consapevolezza, riuscirà con senso di responsabilità a guardare verso un orizzonte diverso".











