chietitoday.it, 8 aprile 2021
Sabatino Trotta si è impiccato nel carcere di Vasto la notte scorsa poche ore dopo l'arresto. Il responsabile del dipartimento di Salute Mentale della Asl di Pescara era stato arrestato ieri mattina, mercoledì 7 aprile, dai militari della guardia di finanza. Trotta era finito in carcere insieme ad altre 2 persone, su disposizione del Gip Nicola Colantonio come richiesto dalla Procura della Repubblica per presunta gara pilotata per la gestione di residenze psichiatriche extra ospedaliere, del valore complessivo di oltre 11.3 milioni di euro.
Con lui sono stati arrestati anche il responsabile legale e la coordinatrice della cooperativa "La Rondine" di Lanciano. Trotta aveva 55 anni ed era di Castiglione a Casauria. Era residente a Spoltore ed è morto nonostante i soccorsi della polizia penitenziaria e degli operatori del 118. Trotta si è impiccato, come riferisce Ansa Abruzzo. Alle ultime elezioni regionali si era candidato con Fratelli d'Italia. Del fatto è stata informata la Procura di Vasto.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 aprile 2021
Era uno dei primi ricoverati in ospedale da quando è scoppiato il focolaio nel carcere di Catanzaro che ha coinvolto 73 reclusi e 19 agenti penitenziari. Al carcere di Catanzaro è morto per Covid-19 un detenuto di circa 60 anni con varie patologie.
Era uno dei primi ricoverati urgentemente in ospedale da quando è scoppiato il focolaio che ha coinvolto, per ora, 73 reclusi e 19 agenti penitenziari. La situazione comincia a diventare preoccupante per diversi penitenziari coinvolti dal contagio.
Infatti, secondo gli ultimi dati aggiornati a due giorni fa, i numeri dei positivi al Covid hanno subito un notevole balzo in avanti. Sono 823 detenuti e 727 agenti positivi. La maggior parte sono asintomatici, ma diventa comunque un problema quando i focolai mettono a serio rischio i tanti detenuti con gravi patologie e anziani.
Al carcere di Parma contagiati 18 detenuti al 41bis - È il caso ad esempio del carcere di Parma dove il nuovo coronavirus ha contagiato 18 detenuti al 41bis, 5 in media sicurezza e 7 in alta sicurezza. La caratteristica di questo penitenziario è che ha un centro clinico stracolmo, tanto che diversi malati gravi non riescono a trovare posto e quindi sono reclusi nei reparti "normali". È il caso dei 41bis, tanti sono vecchi e pieni di patologie. Da fonti de Il Dubbio risulta che alcuni di loro, quelli infetti, si stanno aggravando.
Il carcere di Reggio Emilia è al collasso: 119 positivi su 400 - C'è il caso del carcere di Reggio Emilia che, secondo i sindacati di polizia penitenziaria della Cgil, Cisl e Uil, è al collasso. Sono 119 detenuti contagiati su 400, la gran parte dei quali - sempre secondo i sindacati - non è isolata, e oltre 60 agenti indisponibili. La situazione raccontata da Giovanni Trisolini, Vito Bonfiglio e Leonardo Cannizzo rispettivamente per Fp-Cgil, Fns-Cisl e Uil-pa è realmente drammatica.
La sezione destinata ai positivi infatti, 34 posti, è piena da giorni, e chi si è contagiato successivamente è dovuto rimanere nella propria cella. Ed ecco che ritorna prepotentemente l'urgenza di applicare misure deflattive, oltre ovviamente nel velocizzare la campagna vaccinale. Forse è il momento adatto, visto il cambio di governo, magari più orientato a osservare i precetti costituzionali, a mettere sul tavolo quelle misure che sono state accantonate dall'ex ministro Bonafede.
Ad esempio c'è la misura, frutto di un emendamento presentata dal deputato Roberto Giachetti su proposta del Partito Radicale e da Nessuno tocchi Caino, ma anche dal deputato Franco Mirabelli del Pd, che è quella già in vigore in Italia quando ci fu la sentenza Torreggiani: ovvero la liberazione anticipata speciale che porta i giorni di liberazione anticipata da 45 a 75 ogni semestre. In sintesi, c'è da valutare tutte quelle misure volte a liberare gli spazi che non ci sono per isolare i detenuti positivi o creare il distanziamento fisico come il protocollo sanitario impone.
di Nicola Cesaro
Il Mattino di Padova, 8 aprile 2021
Oltre cento i detenuti positivi al Covid-19. E poi 11 contagiati tra il personale. Sono numeri drammatici quelli che si trovano a gestire la casa di reclusione e la casa circondariale di Padova. E dal sindacato arriva l'allarme: "Mancano gli spazi per l'isolamento".
Il quadro critico della situazione per il Due Palazzi di Padova è offerto dal report diffuso ieri dal Ministero della Giustizia. Su 149 positivi negli istituti penitenziari del Triveneto, ben 113 si trovano a Padova: 96 detenuti e 8 agenti di polizia penitenziaria in casa di reclusione, 8 detenuti e 3 lavoratori in casa circondariale. Praticamente un ospite ogni cinque del Due Palazzi risulta positivo al Coronavirus.
Vaccini in ritardo e spazi limitati per l'isolamento. Sono le due considerazioni che fa la Cgil Penitenziaria: "Abbiamo chiesto da subito alla Regione che le carceri venissero trattate come le case di riposo, e che dunque i detenuti fossero immunizzati già nella prima fase della campagna vaccinale" denuncia Giampietro Pegoraro della Cgil "Le prime dosi, per una parte di detenuti e per il personale, sono invece arrivate solo a marzo. Troppo tardi, visto il focolaio in atto ormai da settimane". Il carcere oggi non accetta più detenuti, e quelli positivi sono posti in isolamento: "Ma gli spazi per la quarantena sono limitati. D'altra parte, queste strutture non nascono assolutamente con la previsione di questi scenari". Il sindacato chiede inoltre massima attenzione per la sicurezza, fisica e mentale, del personale: "Con questi numeri, e con questi scarsi mezzi, i lavoratori operano con grande scoraggiamento. Va previsto anche un sostegno psicologico".
Don Marco Pozza, cappellano del carcere, racconta così la situazione al Due Palazzi: "Siamo rassegnati: sentiamo alla televisione nomi come AstraZeneca, Pfizer e Moderna, ma sono cose che non arrivano fino a noi. Sono nomi e numeri che qui dentro creano solo una confusione pazzesca. Il ministro Cartabia garantisce che sta sorvegliando sulla vaccinazione dentro al carcere, e questo dà speranza. Ricordiamoci che qui vive una fetta di popolazione: e non penso solo ai detenuti, ma anche ad agenti, amministrazione, volontariato, terzo settore. Realtà che, peraltro, in questa situazione non hanno accesso alla struttura". Chiude don Marco: "La pandemia ci fa sperimentare la mancanza di libertà: in questo modo tutti possiamo capire come l'impotenza porti alla disperazione".
di Giuseppe Baldessarro
La Repubblica, 8 aprile 2021
L'Emilia-Romagna maglia nera per i contagi sia in cella che tra gli agenti. Il Spp (Sinappe) "Situazione ormai al collasso, è urgente vaccinare tutti". Maglia nera sia per quanto riguarda i detenuti che gli agenti penitenziari contagiati, con l'istituto di Reggio Emilia al collasso perché un recluso su tre è positivo. Il poco lusinghiero primato tocca alle carceri dell'Emilia Romagna, nelle quali negli ultimi giorni si è registrato un massiccio aumento di malati di Covid. La denuncia arriva dal Sindacato di polizia penitenziaria Spp (affiliato al Sinappe), che parla di "un aumento sostanziale che crea molta preoccupazione, soprattutto se si considera che i dati forniti dall'Amministrazione non sono del tutto aggiornati".
Secondo il segretario nazionale Aldo Di Giacomo, tra i detenuti in regione si contano "194 casi di detenuti positivi (di cui 17 ricoverati) sul totale nazionale di 823 contagiati. In questo contesto a destare particolare preoccupazione è la situazione di Reggio Emilia dove un detenuto su tre è positivo. Spiega infatti Anna La Marca, sindacalista e agente della sezione femminile: "Oggi gli infetti sono 119, di cui 5 ricoverati all'ospedale di Santa Maria Nuova, sul totale di 360 ristretti (a fronte di una capienza regolamentare di 280)".
A questi, aggiunge La Marca, "vanno sommati oltre 70 poliziotti indisponibili tra positivi (20) e in isolamento (50). Sabato scorso i detenuti positivi erano meno di 80, oggi sono quasi 120". Per il Sinappe a Reggio Emilia "la struttura è ormai al collasso, si respirano paura, stanchezza e tensione". Per quanto riguarda poi i poliziotti penitenziari, la regione con più infetti - dice Di Giacomo - è sempre l'Emilia-Romagna, "con 109 positivi", mentre gli istituti con più agenti contagiati è quello di Parma con 48 agenti fermi per aver contratto il Covid.
Il sindacato nelle ultime ore ha nuovamente "sollecitato i ministeri della Salute e della Giustizia per velocizzare la somministrazione dei vaccini" e affinché "sia utilizzato il farmaco prodotto dalla Johnson and Johnson per colmare il gap, consentendo di immunizzare più detenuti possibili con una sola somministrazione".
Di Giacomo ricorda anche che "rispetto a qualche mese fa il numero di istituti con focolai estesi è cresciuto in maniera ampia". Tra l'altro, "il piano vaccinale continua con difficoltà soprattutto tra i detenuti, con solo 6.356 vaccinati su 54.000 sul territorio nazionale, mentre i poliziotti penitenziari avviati alla prima somministrazione sono solo 15.155".
Numeri che non fanno stare tranquilli perché "se il virus dovesse accelerare troverebbe la quasi totalità dei detenuti non ancora immunizzati". Da qui la decisione di chiedere un'accelerazione nelle somministrazioni, in quanto, conclude Di Giacomo, "se il piano vaccinale non viene portato avanti in modo più veloce, il rischio di contagio potrebbe mettere a rischio l'incolumità di detenuti e poliziotti".
Il Resto del Carlino, 8 aprile 2021
Un secondo detenuto ricoverato in ospedale. Si tratta di un uomo di 68 anni originario di Porto San Giorgio. In cella, aveva febbre e difficoltà respiratorie. Non è in pericolo di vita.
Un altro detenuto di Villa Fastiggi ricoverato in ospedale a Pesaro con il Covid. È il secondo carcerato per il quale è stato necessario ricorrere alle cure del San Salvatore. Da giorni infatti l'istituto penitenziario della città è alle prese con un focolaio del virus. Quasi una 70ina i contagiati, 58 detenuti asintomatici e 16 agenti di polizia penitenziaria.
Più i due ricoverati che hanno manifestato i sintomi più gravi della malattia. Il secondo ricovero è stato disposto l'altra notte, verso le 3. Ai sanitari del 118 è arrivata la chiamata dal carcere che chiedeva un intervento per un detenuto che accusava dolori al petto. Un sospetto infarto che ha allarmato subito gli agenti di turno. Una volta arrivati sul posto, i medici hanno sottoposto a elettrocardiogramma il detenuto. I controlli hanno però escluso l'esistenza di patologie e anche di criticità cardiache in corso. Ma il viaggio dell'ambulanza non è andato a vuoto.
In quegli stessi momenti, da un'altra cella è arrivata la richiesta di aiuto da parte di un altro carcerato. Aveva febbre e accusava difficoltà respiratorie. I medici hanno subito capito di trovarsi di fronte a sintomi evidenti del coronavirus. Hanno valutato che le sue condizioni di salute fossero incompatibili con la permanenza in carcere e così hanno deciso di trasportarlo in ospedale. Arrivato al nosocomio, l'uomo, classe 1953, originario di Porto San Giorgio, è stato sottoposto a tac. L'esito dell'esame non ha lasciato spazio a dubbi: dalle lastre si è visto in modo chiaro che entrambi i polmoni sono lesionati. Anche se non in modo grave.
Il tampone, effettuato nel frattempo, ha solo confermato la sua positività al Covid. Il paziente è stato sistemato in una stanza protetta, riservata proprio ai detenuti. Qui è stato trattato subito con ossigeno e altre terapie anti virus. Resterà in ospedale, sotto stretto monitoraggio, finché non sarà di nuovo negativo. Solo allora potrà essere trasferito a Villa Fastiggi, insieme agli altri detenuti. Intanto la situazione nel carcere pesarese continua a essere delicata.
Il cluster ha messo in difficoltà carcerati e agenti, quest'ultimi in sofferenza a causa dei positivi che al momento sono impossibilitati a lavorare, chiusi in casa in isolamento domiciliare per la quarantena. Disagi anche per i detenuti e i loro parenti che qualche giorno fa hanno protestato per non essere stati ammessi alle visite. C'è chi non riesce a vedere i propri famigliari dietro le sbarre da mesi. Chi ha detto di essersi visto rifiutare l'ingresso anche a pacchi e buste. Nel frattempo è intervenuto il garante regionale, Giancarlo Giulianelli che ha annunciato di fare colloqui da remoto con i detenuti.
Libertà, 8 aprile 2021
"Ad oggi, su un totale di circa 400 detenuti, nessuno ha ancora ricevuto il vaccino, né è stata intrapresa alcuna azione informativa". È l'allarme riguardante il carcere delle Novate di Piacenza e lanciato da Sappe, Uspp, Osapp, Sinappe, Cgil, Cisl, e Uil, che parlano di "un vero e proprio fallimento della medicina penitenziaria".
I sindacati chiedendo a gran voce un intervento da parte dell'assessore regionale alla sanità. "Parliamo di persone ristrette - proseguono i sindacati - alcune anche ottantenni e con gravi patologie, e malgrado vi siano risorse a disposizione non riusciamo a capire il motivo di questa impasse. Intendiamo quindi allertare l'amministrazione penitenziaria, l'azienda sanitaria e il prefetto della situazione creatasi anche nel nostro istituto.
Eventuali ulteriori ritardi - proseguono - potrebbero a nostro parere essere di grave pregiudizio per l'incolumità di chi vive o lavora in carcere, perché in caso di focolaio anche la sicurezza del territorio sarebbe minata. La nostra preoccupazione - concludono - è che questa situazione potrebbe far registrare le tensioni che nel marzo 2020 sfociarono in vere e proprie rivolte all'interno delle carceri di diverse città italiane".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 8 aprile 2021
Per il carcere di Santa Maria Capua Vetere si fa più concreta finalmente la speranza di una rete idrica, il che equivale alla possibilità di acqua calda e fredda che sgorga dai rubinetti. Ieri si è dato il via ai lavori e si spera che gli interventi si definiranno nei trecento giorni prefissati: ma può davvero dirsi una conquista?
La notizia più che soddisfazione genera tristezza se si pensa che ci sono voluti più di quattro anni per sbloccare la procedura amministrativa per consentire i lavori e che per oltre 24 anni (il carcere fu realizzato nel 1996) i detenuti di quella struttura sono stati costretti a vivere (o meglio sarebbe dire sopravvivere) senza il diritto a un bene fondamentale come l'acqua, costretti a lavarsi con l'acqua marrone che usciva dai rubinetti andando incontro al rischio di dermatiti e infezioni varie e usare come acqua potabile la sola acqua razionata distribuita dalle autobotti.
Per troppi anni il carcere di Santa Maria Capua Vetere è stato l'esempio di quanto lenta sa essere la burocrazia e orba una certa politica di edilizia penitenziaria. Una storia che per certi versi ricorda quella del carcere di Poggioreale, il più popolato della Campania, il più grande d'Italia: ci sono 12 milioni di euro stanziati per la ristrutturazione di vari padiglioni della casa circondariale napoletana e bloccati per anni al Provveditorato delle Opere pubbliche.
Il caso è stato più volte segnalato dal garante regionale Samuele Ciambriello e di recente qualcosa sembra essersi mosso nella direzione di dare concretezza al progetto, ma le questioni procedurali non si sono ancora del tutto esaurite e i lavori non sono ancora cominciati. L'edilizia penitenziaria resta, quindi, uno dei nodi del sistema carcere.
Con l'avvio dei lavori al carcere di Santa Maria Capua Vetere si spera in un cambio di passo. "Mi auguro che i lavori siano effettivamente rapidi - ha commentato il garante casertano dei detenuti Emanuela Belcuore - Che quel carcere sia stato costruito senza rete idrica è qualcosa di sconvolgente e inumano e al danno si è aggiunta la beffa se si considera che a ogni reparto si è scelto di dare proprio il nome di un fiume. Sembra una barzelletta, non lo è purtroppo. L'acqua potabile, che è un bene fondamentale, ai detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere è stata negata per troppi anni e, con la pandemia in atto, i reclusi e gli agenti della polizia penitenziaria, si sono ritrovati ad affrontare un problema doppio".
Costruito nel 1996 e ampliato nell'ottobre del 2013, secondo l'ultimo report del garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello, il carcere sammaritano ospita 944 reclusi, 61 dei quali donna e oltre cento stranieri, a fronte di una capienza regolamentare di 809 unità: dietro le sbarre, dunque, 135 persone "di troppo".
"Ho denunciato per anni tempi lunghi e dannosi per i diversamente liberi e per coloro che a vario titolo entrano nel carcere - commenta Samuele Ciambriello - Sono solo moderatamente contento dell'avvio dei lavori, considerati i tempi biblici: la politica ha impiegato cinque anni per far partire l'intervento, mentre il Ministero della Giustizia ha a suo tempo inaugurato un carcere lesivo dei diritti dei detenuti. Accanto alla certezza della pena - conclude il garante regionale Ciambriello - ci dev'essere la qualità della pena: alla persona che sbaglia può essere tolto il diritto alla libertà ma non il diritto alla dignità e alla tutela della salute".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 aprile 2021
L'uomo aveva rifiutato il cibo insieme agli altri 40 positivi nel carcere di Rebibbia a gennaio quando era in un reparto obsoleto. Era tra i detenuti che al carcere di Rebibbia avevano rifiutato il vitto per protestare contro le precarie condizioni igieniche nelle quali vivevano in quarantena, a causa della riscontrata positività al Covid, in un reparto dismesso da mesi. Il 31 marzo gli doveva essere confermato l'affidamento ai servizi: revocato a causa di una denuncia dell'autorità giudiziaria per aver partecipato ad azioni di protesta quando era ristretto proprio nel reparto obsoleto in questione.
La denuncia della Garante di Roma Gabriella Stramaccioni - A riportare questa surreale vicenda è la garante del comune di Roma delle persone private della libertà Gabriella Stramaccioni. "Risultato positivo al Covid a fine dicembre insieme ad altri 40 - racconta la garante - viene spostato in isolamento in un reparto dismesso (da mesi) del carcere. Rimangono qui alcuni giorni, in condizioni igieniche precarie, in stanze abbandonate da tempo, con materassi e lenzuola vecchie e puzzolenti, senza disinfettanti e materiale per la pulizia".
Avvisata dai familiari di questa situazione, la garante Stramaccioni decide di entrare nel reparto il 12 gennaio, accompagnata dalla direttrice del carcere di Rebibbia Nuovo Complesso e dal medico della Asl. "Purtroppo - prosegue la Garante nel racconto - la situazione corrisponde a quello che mi è stato descritto ed i detenuti sono in agitazione da giorni, preoccupati ed impauriti, non ricevono informazioni. Hanno deciso di rifiutare il vitto per protesta. Cerchiamo di calmare gli animi, parlo con molti di loro (dallo spioncino e da lontano) e faccio molta fatica a controllare il disagio per quello che vedo con i miei occhi".
A quel punto la direttrice si impegna a far arrivare nuovi materassi e lenzuola, il medico si impegna a rafforzare il servizio di assistenza. "Torno dopo pochi giorni con il Garante regionale Anastasia - spiega Stramaccioni - ed effettivamente qualcosa è migliorato, anche se per le persone positive al Covid dovevano essere, a nostro avviso, adottate misure più significative e quindi inviamo una nota congiunta a tutti i soggetti coinvolti".
Il 31 marzo l'amara sorpresa: la revoca della misura alternativa - A febbraio i detenuti di Rebibbia tornati negativi rientrano nei loro reparti, dopo aver passato un mese in una situazione angosciante. Tutto è bene quel che finisce bene? No. Per uno di loro il 31 marzo si doveva confermare l'affidamento ai servizi grazie anche a una relazione positiva dell'area educativa e a causa di una sofferenza da disturbo bipolare con conseguente riconoscimento dell'invalidità all'80%. "Ma ora questa misura è stata revocata - rende noto la Garante. Il motivo: c'è una denuncia dell'autorità giudiziaria per aver partecipato ad azioni di protesta quando era ristretto nel reparto obsoleto in questione. Esattamente il giorno che sono andata in visita nel reparto dismesso per verificare le loro precarie condizioni". La Garante denuncia quello che definisce un "cortocircuito della giustizia". Interviene a tal proposito anche il garante regionale Stefano Anastasìa: "Il potere disciplinare andrebbe valutato con cautela dalla magistratura di sorveglianza, non ci si può affidare come fosse oro colato".
di Veronica Femminino
blogsicilia.it, 8 aprile 2021
Portare il teatro in contesti nei quali non c'è o è ancora 'acerbo', nelle periferie, nelle piazze, in luoghi non convenzionali. Diffondere arte e bellezza, scambiarsi emozioni e la gioia di partecipare ad un progetto condiviso. Sono questi gli obiettivi di Baccanica, un'associazione di promozione sociale nata nel maggio del 2012 a Monreale, alle porte di Palermo, grazie all'incontro umano e professionale tra Daniela Mangiacavallo, Gaia Infantino, Maurizio Maiorana, Lilly Mangiacavallo. L'eterogeneità come risorsa. L'arte che diventa libertà d'espressione e cambiamento sociale al fine di migliorare le qualità di vita.
Baccanica è arrivata anche dentro al carcere Pagliarelli-Lorusso di Palermo, dove è nata la compagnia teatrale "Evasioni". La regista Daniela Mangiacavallo racconta la genesi di questa esperienza: "Abbiamo iniziato in carcere cinque anni fa con un piccolo laboratorio teatrale. Poi, due anni dopo, abbiamo aderito al progetto "Per Aspera ad Astra", una rete nazionale di diverse compagnie teatrali che operano nelle carceri. Questo ci ha permesso di attivare corsi di formazione professionale sui mestieri del teatro, è anche nata una sartoria di costumi teatrali, insomma, una piccola macchina teatrale che agisce dentro al carcere". Per Aspera ad Astra - come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza, vede in rete dodici compagnie teatrali italiane che operano negli istituti penitenziari, tra cui la Compagnia della Fortezza, che ne è partner capofila.
Nell'ultimo anno, a causa della pandemia e della impossibilità per soggetti esterni al carcere di accedere alle case di reclusione per evitare il contagio, Baccanica ha avviato un lavoro a distanza con i detenuti. A dicembre 2020 è iniziato uno scambio epistolare. Spiega ancora la regista: "Baccanica non si ferma. Stiamo lavorando molto sulla drammaturgia scambiandoci idee e suggestioni in vista di un nuovo spettacolo che mi auguro possa essere portato in scena a settembre".
Il debutto degli spettacoli di Baccanica con i detenuti avviene solitamente in carcere, poi si valuta se portare il lavoro realizzato anche fuori. La compagnia Evasioni nell'ottobre 2019 è stata ospite del palcoscenico del teatro Biondo di Palermo, una bellissima esperienza per i detenuti. "La compagnia - dice Mangiacavallo - ci ha aspettato durante il lockdown e ci aspetta ancora. Abbiamo tanti progetti in cantiere".
Della compagnia fanno parte trenta persone tra detenuti e membri di Baccanica, un gruppo di collaboratori professionisti che aiutano la regista nel lavoro di drammaturgia e di messa in scena. Sono attori, actor coach, insegnanti di dizione. Adesso bolle in pentola il quarto spettacolo dopo gli applauditi Enigma, La Ballata dei Respiri e Transiti.
Sette storie sonore che raccontano il lavoro poetico e drammaturgico della compagnia Evasioni dentro e fuori la casa circondariale, in attesa di potere riprendere l'attività in presenza. Gli attori della compagnia sono già entrati in sala d'incisione per realizzare le sette puntate sonore. Il 5 marzo scorso è stato diffuso sulle maggiori piattaforme digitali e sulla pagina Facebook dell'Associazione Baccanica il primo dei podcast prodotti e realizzati dalla compagnia Evasioni. L'appuntamento è ogni venerdì dalle ore 21.
Una sorta di prosecuzione dalla fase 1 "Corrispondenze" nella quale gli attori detenuti e gli altri artisti della compagnia si sono scambiati lettere per creare un dialogo tra il carcere e il mondo fuori.
La compagnia Evasioni, nel tempo, è diventata una famiglia. "La risposta dei detenuti - commenta la regista - è molto positiva. Il teatro li coinvolge appieno. All'inizio qualcuno era un po' diffidente, poi si sono messi in gioco, cimentandosi in una esperienza che non avevano mai fatto. Sono entrati nella magia del teatro. Adesso si sentono artefici e responsabili del progetto. Tra loro c'è molta solidarietà, è nato un bel gruppo ed il senso di appartenenza alla compagnia del quale sono orgogliosi".
Rappresentazioni teatrali sì ma con autenticità. Quella dei detenuti "che scioglie la finzione e l'artefatto - conclude Mangiacavallo -. Dal punto di vista personale i detenuti mi hanno insegnato a lavorare sulla verità e sull'autenticità. Quello che amo di questa esperienza e l'umanità che loro portano in scena. Ovviamente non rappresentiamo le loro vite, ma la forza e l'energia umana che esprimono quando si trovano sul palcoscenico è la vita del teatro stesso".
di Camilla Dionisi
abitarearoma.it, 8 aprile 2021
I ragazzi dell'Istituto penale minorile creano e donano un ramo d'ulivo d'argento a Papa Francesco. L'arte all'interno del carcere si pone l'obiettivo di essere uno strumento per il recupero e il reinserimento dei ragazzi, ed è stata proposta dagli ospiti dell'IPM Casal del Marmo a Roma. Amore e speranza, un saggio di varia umanità, un progetto che si inserisce in un quadro di orientamento formativo dove il carcere non viene considerato un edificio isolato, perché ha un prima e un dopo.
I giovani hanno voluto testimoniare la loro ferma intenzione di rientrare presto nei circuiti della società, pensando a chi non li ha dimenticati neanche nei momenti più bui della pandemia: Papa Francesco. Per il Pontefice hanno realizzato un ramo d'ulivo, rivestito d'argento, che arriverà nei prossimi giorni a Santa Marta. L'idea è nata dalla proposta del maestro Maurizio Lauri, fondatore dell'Accademia internazionale arti e restauro, e dal suo collaboratore Rocco Bongarzone, che segue il laboratorio di artigianato interno al carcere attivo da circa tre anni. Qui una ventina di ragazzi lavorano il metallo, restaurano gioielli e icone sacre.
"Il mestiere di creare, nome che abbiamo scelto per la nostra proposta, prevede un ambito sociale che introduce nei programmi di recupero della popolazione detenuta, lo svolgimento di corsi professionalizzanti orientati all'occupabilità e autoimprenditorialità, che possano trasferire agli allievi saperi diversi e abilitino al lavoro in équipe", spiega Lauri, chiarendo che la sua accademia adotta le modalità operative tipiche della scuola diffusa che prevede l'allestimento di unità operative e di cantieri di lavoro nei luoghi ove si presentino emergenze o bisogni culturali. Esemplari a tal riguardo, "sono stati i casi di calamità naturali che hanno determinato l'esodo delle popolazioni con conseguente dispersione scolastica dei giovani, o quelli causati dalla perdita della libertà personale, per carcerazione o per sopraggiunto trauma fisico".
Tra le realtà coinvolte, anche la Casa circondariale San Domenico di Cassino e quella di Rebibbia a Roma. Lauri si dice soddisfatto dei risultati ottenuti, definendoli "di massimo interesse" in quanto, secondo lui, "dimostrano come sia possibile qualificare professionalmente la popolazione detenuta attraverso le strade della creatività e dei mestieri dell'arte, garantendo un'offerta formativa adeguata e ricorrente, sviluppata in percorsi modulari, comprensivi di stage applicativo. Nel caso specifico - prosegue - l'aver offerto un'opportunità qualificante ha determinato nei destinatari un forte interesse, una totale partecipazione e un'attesa circa la possibilità di poter sviluppare le competenze e le abilità acquisite attraverso ulteriori esperienze formative e di poterle applicare nella fabbricazione di manufatti destinati alla vendita".
La direttrice dell'Ipm Casal del Marmo, Nadia Cersosimo, rivela: "In questo momento in cui le persone hanno per forza dovuto rinunciare alla relazione con l'altro, alla vita comunitaria, alla condivisione, ci è sembrato giusto che dall'Istituto penale minorile - carcere nel carcere, luogo in cui anche il Covid è stato vissuto nel dolore maggiore di quegli abbracci familiari, che non ci sono mai stati per questi ragazzi e che potevano esserci - dovesse partire un messaggio di ripresa, di speranza". La direttrice aggiunge che "così come nel racconto biblico la colomba reca il ramoscello di ulivo in segno di rinnovamento della vita, di riconciliazione tra la terra e il cielo, i ragazzi hanno voluto con il ramo di ulivo, dono simbolico al Papa, rappresentare la loro volontà di essere pronti alla riconciliazione con la società". Sono state necessarie trenta ore di lavoro per la realizzazione dell'opera, segnate da fasi lunghe e delicate: dalla posa in cera del ramo alla plasmatura che rende unico ogni pezzo trattato, poi il bagno nel rame, nell'argento e per, finire, la lucidatura.
"Ciò ha reso possibile una contestuale riflessione anche sul percorso di ognuno di loro. Sul valore della pena e su quanto la vita di ogni ragazzo possa essere plasmata, bagnata nei metalli preziosi e lucidata per essere vissuta al servizio di una comunità da cui si sono allontanati per il danno causato", precisa la direttrice. Allora il ramo di ulivo "ha rappresentato per i nostri ragazzi un dono augurale per il Santo Padre e per tutti il simbolo di Cristo che con il suo sacrificio diventa strumento di riconciliazione e pace per l'umanità e per i nostri giovani che, per la grande attenzione che Papa Francesco ha loro concesso sin dall'inizio del suo pontificato, si sono sentiti amati con il cuore di un Padre che ha rivolto loro lo stesso sguardo di tenerezza che Dio ha rivolto a Gesù attraverso san Giuseppe".











