di Gian Antonio Stella
Corriere della Sera, 7 aprile 2021
Il caso di un libro negazionista sulla pandemia, degli autori che lanciano accuse razziste e del procuratore Gratteri che ne ha firmato la prefazione.
Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro, l'ha combinata grossa. Si possono fare prefazioni ai libri (con quel titolo poi! Strage di Stato) senza averli letti? E sdoganare nel pieno di una pandemia in corso che ha fatto quasi tre milioni di morti tesi complottiste?
Leggete questa: "La pandemia è stata gestita da una scientocrazia che (...) vuole addomesticarci a insondabili verità dogmatiche, contro le quali la logica e l'esercizio del dubbio non possono e non devono essere praticati, pena la scomunica sociale e scientifica". Ma più ancora è accettabile dare credito a chi da mesi (bastava fare una ricerca sul web...) spara come Pasquale Bacco (autore del libro con Angelo Giorgianni) parole indecorose?
Che le file notturne di camion coi morti a Bergamo erano "una sceneggiata" (a La Zanzara su Radio24), che "nel vaccino c'è acqua di fogna!" (a una manifestazione No Mask), che "il vaccino avvelena la gente: c'è tutto lo schifo possibile e immaginabile" (ancora a La Zanzara), fino all'affermazione più ributtante, sempre a Radio24: "Vogliamo dire chi comanda nel mondo? Comandano gli ebrei! Sta tutto in mano a loro! Tutte le lobby economiche e le lobby farmaceutiche, hanno tutta in mano loro la grande finanza!".
Razzismo puro. Che ha sollevato ondate di indignazione. Giusta. A partire da quella di Giuliano Ferrara ("testi in cui si dicono bestiali e deliranti castronerie sulla pandemia, la responsabilità degli ebrei e dei governi nella truffa criminosa di combatterla"), fondatore del Foglio che con Luciano Capone ha pubblicato la prima denuncia del libro complottista e "antisemita".
Denuncia rilanciata con durezza, tra gli altri, da Guido Neppi Modona, a lungo giudice della Corte Costituzionale, che avvalora la ricostruzione: "In Strage di Stato si leggono frasi di questo tenore: "Vogliamo dire chi comanda nel mondo? Comandano gli ebrei!".
Indignazione comprensibile. Ma c'è davvero, quella frase oscena e antisemita, nel libro "antisemita"? No. E non ci sono mai, tra i deliri, le parole "ebrei", "ebraico", "giudei", "giudaico", "lobby". Per carità, le battaglie contro il complottismo e il razzismo, soprattutto di questi tempi, sono tutte sacrosante. Però...
di Dimitri Buffa
L'Opinione, 7 aprile 2021
A New York hanno legalizzato la cannabis per uso ricreativo. Cioè quella che, volgarmente parlando, usano coloro che "si fanno le canne". Sono quindi sedici gli Stati, di quella che un giorno era stata la patria della guerra alla droga, ad avere cambiato verso. Almeno altrettanti Stati americani consentono di usare la marijuana per scopo terapeutico, cioè per "farsi le canne con ricetta", e questo sempre nella patria del proibizionismo più duro. In Italia invece? Idolatria del proibizionismo e nostalgia di San Patrignano.
Oltre al discorso sulla libertà personale, questa scelta ha molto a che vedere con l'economia: in Paesi stravolti dalla depressione economica conseguente alla pandemia, che senso ha rinunciare a un "income" statale in termini di imposte dirette, che in certi casi può calcolarsi in miliardi di dollari? Che senso ha negare tanti posti di lavoro nell'agricoltura come nella distribuzione? E, soprattutto, che senso ha lasciare alla criminalità organizzata queste entrate miliardarie, che comunque ci sono, ci sarebbero e ci saranno visto che la domanda è di massa?
Questi ragionamenti, insieme all'evidenza scientifica della quasi irrilevanza tossica dell'erba, hanno portato pure l'Onu a togliere almeno la canapa indiana dall'elenco delle droghe pericolose, dove inopinatamente era finita nel 1961, anno in cui questa guerra al consumo di droghe ebbe la sua consacrazione. In America, anche nella destra repubblicana è sempre più numerosa l'ala dei "libertarian", cioè coloro che considerano il proprio essere di "destra" come una questione di liberismo e non di proibizionismo su alcunché. Insomma, vivi e lascia vivere o perlomeno lascia morire. E, se del caso, combatti le mafie transnazionali colpendole nel portafoglio, non distruggendo lo Stato di diritto come abbiamo fatto in Italia.
In tutto questo c'è però una domanda che salta agli occhi: come mai in Italia le destre, post-fasciste o meno che siano, si comportano con la marijuana con la stessa logica con cui alcuni soldati giapponesi si ostinavano a non riconoscere che la Seconda guerra mondiale fosse finita, rifugiandosi nella giungla? Lo si vede anche per episodi insignificanti, come la contestazione della nomina di un ex ministra grillina, Fabiana Dadone, al dipartimento Antidroga. E la contestazione non è al fatto che si tratti di una grillina - cosa che avrebbe un senso - ma alla circostanza che si sia dichiarata antiproibizionista almeno sulla marijuana. Cioè forse all'unica cosa intelligente che abbia detto nella sua vita politica. Perché la destra italiana continua a rimpiangere un'epoca - come quella finita assai ingloriosamente - della propaganda politica da comunità terapeutica?
Qualcuno parla di "call of the wild", cioè di richiamo della foresta. A bene vedere però sembra più il "rutto liberatorio" di tanti Fantozzi che corrono nella foresta, per sfogare un riflesso psicologico ormai inspiegabile e che aliena tantissimi voti - forse milioni - ai partiti del centrodestra italiano. Tantissima gente che, ragionando dal lato del portafogli, voterebbe a destra ma che poi si trova costretta ad abbozzare a una pseudo-ideologia come il proibizionismo - che oltretutto è complice, oggettivamente, delle mafie che si ostina a combattere, distruggendo il diritto - cui invece non ha alcuna voglia di abbozzare. Pseudo-ideologia che anzi - non volendo questi potenziali elettori di destra supinamente subire - costringe molti milioni di persone a fare altre scelte politiche? "Usque tandem - per citare Cicerone - abutere patientia nostra?".
di Francesca Santolini
Il Domani, 7 aprile 2021
Mentre si polemizza sull'affidamento della delega per la politica antidroga alla ministra Fabiana Dadone, c'è un nodo che rimane irrisolto e che risente dell'influenza delle lobby. La decisione del premier Mario Draghi di affidare la delega per le politiche antidroga alla ministra Fabiana Dadone ha scatenato una forte polemica da parte delle forze di centrodestra.
Da Fratelli d'Italia a Forza Italia alla Lega, gli oppositori giudicano inopportuno far gestire la materia a un esponente politico dichiaratamente antiproibizionista come il ministro per le Politiche giovanili. A dimostrazione di come, la canapa, o cannabis, sia ancora oggi una pianta circondata da pregiudizi, che si ripercuotono anche sul piano legislativo, con riflessi negativi sui cittadini e l'economia.
"Cannabis", "canapa", "cannabis light", "canapa industriale", "canapa terapeutica" sono tante le definizioni attribuite a questa pianta, come tante sono le sue destinazioni d'uso. La canapa terapeutica, o cannabis terapeutica, viene utilizzata per il trattamento di persone affette da varie patologie come cancro, sclerosi, glaucoma: riduce il dolore causato dagli spasmi dei malati di Sla (Sclerosi laterale amiotrofica), stimola l'appetito di chi è sottoposto a chemioterapia, fino ad essere utilizzata come antiepilettico nei casi di epilessia farmaco-resistente. In questo caso le varietà contengono un principio attivo benefico: il Thc (tetraidrocanbinolo), la molecola antidolorifica ma anche psicotropa che talvolta viene utilizzata come sostanza d'abuso.
Nel caso della cannabis terapeutica il Thc è al di sopra dello 0,2 per cento (limite previsto per la cannabis light o canapa industriale), ed è proprio per questo che in Italia la coltivazione e la produzione sono consentite solo allo stato e non ai privati. Con delle conseguenze paradossali sia dal punto di vista medico sia economico. In Italia l'unico ente autorizzato dal ministero della Sanità a produrre cannabis terapeutica è l'Istituto farmaceutico militare di Firenze. Pur essendo un centro di eccellenza, l'Istituto non riesce a soddisfare con la sua produzione il fabbisogno dei malati del nostro sistema sanitario nazionale.
Diventa dunque inevitabile acquistare cannabis medica da compagnie estere a prezzi esorbitanti. Un caso clamoroso risale al 13 giugno 2019 con la pubblicazione da parte del ministero della Difesa di un bando il cui titolo recitava: "Gara procedura aperta accelerata per la fornitura di 400 kg di cannabis per le esigenze dello stabilimento chimico farmaceutico di Firenze". Una gara a cui nessun produttore italiano avrebbe mai potuto partecipare, perché in Italia la cannabis terapeutica, medica e ludica non può essere coltivata da privati.
A leggere il verbale, redatto il 3 luglio 2019, non solo nessuna società è riuscita ad aggiudicarsi la gara, ma tutte le società che hanno partecipato al bando erano straniere: Tilray Portugal, Medical organic cannabis Australia, Aurora Deutschland e Canopy growht Germany. Perché prevedere ingenti spese di fondi pubblici (nel caso specifico un milione e 520mila euro al netto di iva) per ottenere dall'estero quanto si potrebbe produrre facilmente nel nostro paese sotto la guida dell'Istituto chimico farmaceutico?
Domanda e offerta - L'International narcotic control board (che monitora la movimentazione della sostanza nei vari paesi) stima che il fabbisogno di cannabis terapeutica dell'Italia sia di circa due tonnellate l'anno, a fronte di una capacità produttiva di circa 150 chili da parte dello Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze. La crescente domanda viene soddisfatta con cannabis acquistata in larga parte dall'Olanda e da Israele.
Secondo l'avvocato Giacomo Bulleri, uno dei massimi esperti legali sulla cannabis industriale e terapeutica in Italia, "la soluzione non può che arrivare da una scelta politica chiara che sinora è mancata. Da un lato c'è un difetto nella catena di comunicazione dei dati circa il fabbisogno della cannabis, il che porta il ministero a sottostimare le quantità. Dall'altro occorre aprire a partnership con aziende private che ben potrebbero produrre per conto e in favore dello stato, tra l'altro condividendo un consolidato know-how in materia".
La canapa industriale - Diverso invece è il caso della canapa industriale, le cui varietà contengono una dose estremamente bassa di Thc, e quindi teoricamente potrebbero essere utilizzate senza sollevare alcun problema giuridico. E invece anche qui le regole sono di difficile interpretazione. A normare la materia in questo caso è la legge numero 242 del 2016 che consente a tutti la coltivazione della canapa industriale. Il problema è che la legge non è stata di fatto coordinata con le relative normative di settore, né tanto meno con la normativa europea. Ad esempio, nel codex alimentarius si prevede che si possa utilizzare soltanto il seme della canapa industriale e non le altre parti della pianta. Un vero peccato, perché probabilmente pochi sanno che una delle caratteristiche più interessanti della canapa è che non si butta via nulla. Le possibilità di utilizzo sono molteplici: dal fusto si possono produrre fibra, materiali edili o biocarburanti; dalle infiorescenze, oli essenziali, tisane, farmaci e cosmetici; dai semi, farina ed olio di semi. La versatilità della canapa è la base del suo basso impatto ambientale.
Una questione di lobby - E allora perché non creare una filiera agricola legale e trasparente che possa essere valorizzata nell'economia agraria italiana? "Numerose lobby temono la canapa per ragioni diverse: il suo utilizzo come biomassa per la produzione di carta o energia rinnovabile, ma soprattutto il suo impiego in medicina. Dal punto di vista farmacologico la canapa ha moltissime proprietà conosciute e meno conosciute che potrebbero essere sfruttate. La ricerca viene però spesso rallentata dalle amministrazioni e trova scarsi finanziamenti nel privato, all'apparenza per un pregiudizio duro a morire, ma in verità per le attente mosse del settore farmaceutico", racconta Marco Martinelli, ricercatore in biotecnologie vegetali alla scuola Sant'Anna di Pisa e autore del saggio "Io sono la cannabis" (Lupetti Editore).
Un recente studio pubblicato dall'Università di Catanzaro insieme all'Università di Rotterdam e all'Università Cattolica di Lovanio, in Belgio, ha correlato la diffusione della cannabis light all'interno delle città italiane tra il 2017 e il 2018 con i dati relativi al consumo di farmaci nelle farmacie dei medesimi centri urbani. Il numero di vendite di farmaci è diminuito in media dell'1,6 per cento ma con dei settori specifici. Le scatole di ansiolitici prescritte dai medici e vendute dalle farmacie sono diminuite significativamente dell'11,4 per cento, mentre il numero di antipsicotici è diminuito del 4,8 per cento.
"Considerando che il business degli ansiolitici in Italia porta nelle tasche delle case farmaceutiche circa 350 milioni di euro, un calo del 10 per cento delle vendite a causa della cannabis, sarebbe probabilmente una perdita troppo consistente", dice Martinelli.
La vicenda paradossale della canapa - una vicenda, sinora, di miopia e di occasioni perdute - è un simbolo, quasi una metafora. Ci racconta di un paese incapace di affrontare le sfide della complessità, senza lasciarsi condizionare da lobby, da tenaci condizionamenti culturali, da pregiudizi ideologici.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 7 aprile 2021
Rinnovata la custodia cautelare dello studente dell'Università di Bologna. Rifiutata la richiesta di deferire il caso ad un altro tribunale. Amnesty: governo convochi ambasciatore egiziano. La Corte d'assise del Cairo ha rinnovato di altri 45 giorni la detenzione del ricercatore egiziano all'Università Bologna Patrik Zaki. Lo riferisce Ansa la sua legale, Hoda Nasrallah, sottolineando che è stata inoltre respinta la richiesta, presentata ieri dalla difesa, di un cambio dei giudici che seguono il caso. L'udienza si era svolta ieri ma l'esito si è appreso solo oggi.
Ieri sempre la sua legale si era detta preoccupata delle condizioni psico-fisiche dello studente 29enne e ha spiegato di non aver nemmeno potuto parlare con il suo assistito. Inoltre gli attivisti della campagna a sostegno della liberazione di Patrick hanno confermato come ai rappresentanti diplomatici generalmente presenti durante l'udienza non sia stato permesso di raggiungere l'aula.
"Quello che la difesa aveva dichiarato ieri, che c'era un accanimento giudiziario nei confronti di Patrick è confermato dalla decisione di oggi che è crudele, dolorosa. Vorremmo che il Governo italiano facesse subito una cosa, perché può farla subito: convocare l'ambasciatore egiziano a Roma per esprimere tutto lo sconcerto per questo accanimento e chiedere che sia rilasciato", ha spiegato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International in Italia.
"Il prosieguo della detenzione di Patrick Zaki è un intollerabile abuso. Patrick, però, non è solo e vogliamo dimostrarglielo. Il 7 maggio prossimo, a quindici mesi dall'inizio della sua detenzione, in tutta Italia, terremo accesa Una luce per Patrick". Lo dicono la deputata Lia Quartapelle, responsabile Esteri Pd, il deputato Dem Filippo Sensi e il presidente Ali e sindaco di Pesaro Matteo Ricci. "È un'iniziativa a cui parteciperanno tutti i comuni aderenti ad Ali, le Autonomie Locali Italiane, che terranno le luci dei municipi accese e tutte le cittadine e i cittadini che vorranno manifestare la propria vicinanza allo studente di Bologna, accendendo una candela alle finestre", proseguono. "Respinta la richiesta del cambio dei giudici per #PatrickZaki, altri 45 giorni di detenzione, di tortura. Non è più tollerabile. Non è sopportabile. Il governo corra sulla cittadinanza italiana, la pressione sull'Egitto sia forte, chiara. Così non si va avanti", ha aggiunto Sensi su Twitter. "All'ennesimo rinvio di 45 giorni, è difficile trovare le parole per chiedere all'Egitto di liberare un ragazzo di 20 anni, innocente.
Il triste calvario di Patrick si allunga ancora. La mobilitazione per la sua liberazione deve cambiare passo e coinvolgere le istituzioni ad ogni livello", è il commento di Erasmo Palazzotto deputato LeU. "Persegue il martirio di Zaki. Con la decisione di oggi continua la vergogna di una detenzione senza senso. Altri 45 giorni di supplizio che non sono solo disumani per Patrick, ma un'autentica provocazione nei confronti dell'Italia e dell'Europa che con forza hanno chiesto la scarcerazione", dichiara in una nota l'eurodeputato Giuliano Pisapia.
Lo studente egiziano dell'università di Bologna è accusato della pubblicazione di post critici verso il governo del suo Paese sulla base di una serie di post Facebook pubblicati da un account che la difesa definisce non legale. La detenzione di Zaki, che ha 29 anni, dura dall'8 febbraio dell'anno scorso ed era stata prorogata per ulteriori 45 giorni il primo marzo scorso.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 7 aprile 2021
A mezzanotte del 3 aprile è stata resa pubblica una lettera aperta di critica al mega progetto governativo del Canale di Istanbul. Ieri, con un'inchiesta lampo, dieci ex ammiragli turchi sono stati arrestati per averla firmata. Facciamo un passo indietro: il presidente Erdogan ha un pallino fisso, aprire un canale a sinistra del Bosforo per incrementare il flusso commerciale dal Mar Marmara a sud di Istanbul e il Mar Nero a nord. Ci pensa dal 2011. Non è solo un pensiero, è già in parte realtà: a fine marzo il governo ha approvato il piano. Il "folle progetto", così definito dallo stesso Erdogan che lo considera uno tra i più strategici dei suoi mega piani infrastrutturali, sta per partire, almeno a sentire il ministro dei trasporti Karaismailoglu: "Poco tempo e la costruzione comincerà".
Il Kanal Istanbul, in stile Suez e Panama, avrebbe una lunghezza di 45 km e un costo stimato di 9,2 miliardi di dollari. Permetterebbe il transito di 160 navi al giorno, alleggerendo il Bosforo, tra i più affollati del mondo (53mila navi l'anno, contro le 19mila di Suez). La lista dei dubbiosi è lunga, quasi quanto quella delle criticità. Ingegneri, ambientalisti, attivisti, alti funzionari militari in pensione, lo stesso sindaco Imamoglu non lo vogliono e protestano da un bel po'. Per tanti motivi diversi. La costruzione del canale e il piano urbanistico - decisi violando le regole, senza consultare ong, associazioni, comitati di quartiere che temono già un boom di bustarelle - avrebbe effetti significati su una città da 15 milioni di abitanti. Provocherebbe un decremento notevole nell'approvvigionamento di acqua potabile e ridurrebbe al minimo l'ultima area verde di Istanbul, i 350 ettari della foresta della promessa del sultano Mehmet II, una volta presa Costantinopoli: "A chiunque taglierà un ramo della mia foresta, taglierò la testa".
Un ecocidio, lo definì al National Geographic tre anni fa Cihan Basyal, accademico e membro del Northern Forests Defense, a cui si aggiungerebbe il trasferimento forzato di decine di migliaia di residenti di Istanbul e la perdita di sostentamento per contadini e pescatori. Al loro posto grattacieli e residenze di lusso, che hanno già fatto impennare i prezzi delle abitazioni (da 25 dollari al metro quadro a 800).
Già nel 2013 i residenti denunciarono il governo per gli espropri subiti e i risarcimenti troppo bassi, senza successo. Infine, ed è qui che risiede la preoccupazione dei 104 ex vertici della Marina, violerebbe la Convenzione di Montreux. O meglio, la bypasserebbe perché quel trattato copre solo lo stretto dei Dardanelli e il Bosforo. Lo ha detto Erdogan lo scorso gennaio: "Non preoccupatevi, (il canale di Istanbul) è del tutto fuori da Montreux".
Firmata nel 1936, la Convenzione garantisce il transito di navi civili nei due passaggi di mare sia in tempo di pace che di guerra e limita l'accesso delle navi militari di paesi terzi. Secondo i firmatari della lettera aperta, Montreux ha permesso alla Turchia di restare neutrale durante la Seconda guerra mondiale, evitando da un conflitto devastante per una nazione appena nata.
Ma il Kanal Istanbul apre nuovi scenari. A preoccupare gli ex ammiragli, è la riduzione della sovranità turca e la possibile militarizzazione del Mar Nero con tutto quel che ne consegue in termini di tensioni internazionali, soprattutto con la Russia che su quel lago si affaccia e che con Ankara mantiene un rapporto di alleanza-rivalità sempre sul punto di collassare.
La presa di posizione (che è seguita a una lettera simile firmata il 2 aprile da ben 126 ex ambasciatori turchi) non è piaciuta al governo né a una magistratura sempre più erdoganizzata: il procuratore capo di Ankara ha subito aperto un fascicolo e un giorno dopo 10 ammiragli in pensione finivano in manette e altri quattro venivano convocati per essere interrogati. Sono accusati di aver minato alla sicurezza dello Stato e all'ordine costituzionale.
Hanno immediatamente perso la pensione, annullata ieri. Esponenti del governo e lo stesso presidente si sono spesi in condanne aspre dell'iniziativa: "È un golpe politico", ha detto Erdogan. Eppure tra gli arrestati ci sono nazionalisti di ferro, come Cem Gurdeniz, il teorico della Patria Blu, ovvero della dottrina - resa pratica da Erdogan - di ampliamento delle acque territoriali turche nell'Egeo a scapito di Cipro e della Grecia.
di Tanguy Berthemet*
La Repubblica, 7 aprile 2021
Il nuovo presidente Mohamed Bazoum, da poco insediatosi come capo di uno degli Stati più poveri del mondo, dovrà prepararsi a numerose sfide; oltre alle contestazioni politiche dovrà confrontarsi con l'aggressiva penetrazione dei gruppi terroristici spesso n lotta tra loro. Mohamed Bazoum, presidente del Niger eletto lo scorso febbraio, non si è insediato fino al 2 aprile, eppure nei mesi intercorsi tra elezione e giuramento è stato vittima di un tentativo di colpo di Stato.
Un episodio più simile a una sommossa bloccata in tempo che a un vero e proprio colpo di mano, ma ciò la dice lunga sulle difficoltà politiche e i problemi di sicurezza che attendono il nuovo capo dello Stato. Questo fatto si somma alle manifestazioni dell'opposizione, che non accetta i risultati delle urne e grida al broglio, e anche alla riapparizione delle violenze islamiste che, dopo un periodo di tregua, hanno causato parecchie decine di morti nelle ultime settimane.
Il tentato colpo di Stato - "Il colpo di Stato" ha preso il via davanti alle cancellate della vasta tenuta presidenziale, a Niamey, nella notte tra il martedì e il mercoledì precedenti l'insediamento. Poco prima delle delle tre di notte, una serie di colpi di arma da fuoco rimbombavano nell'aria. "Per mezz'ora la sparatoria è stata intensa, con armi pesanti e leggere", ha dichiarato a France Presse un abitante del quartiere Plateau, dove si trova la residenza del presidente. Gli assaltanti non sono riusciti a entrare nel palazzo e la situazione, il giovedì, era di calma. Il governo ha immediatamente denunciato "un tentativo di colpo di Stato", "un atto vile", senza precisare altro. Secondo fonti ufficiali, all'origine di questo sommovimento ci sarebbero dei militari e sarebbero stati effettuati "numerosi arresti", mentre prosegue la "frenetica ricerca" di altri golpisti.
Il ruolo dell'esercito - Un ufficiale dell'aeronautica è sospettato di esserne l'organizzatore, insieme a uomini delle Forze speciali d'informazione e sicurezza, un corpo d'élite. "Hanno tra loro vincoli stretti e non accettano la sconfitta", afferma un responsabile nigerino. Il potere accusa una parte dell'esercito di essere vicino all'opposizione, di avere addirittura istigato le violente manifestazioni seguite all'annuncio dei risultati delle elezioni presidenziali. A fine febbraio, con queste accuse è quindi finito in carcere Moumouni Boureima, ex Capo di Stato Maggiore, insieme a Hama Amadou, uno dei principali oppositori. "Sono note le tensioni che pervadono il tessuto dell'esercito e questo colpo di mano non è del tutto una sorpresa. Lo è invece che siano riusciti a organizzarsi, perché quella frangia inquieta di militari è tenuta sotto attenta osservazione, in questo periodo", afferma uno specialista in sicurezza del Sahel.
Inquietudine non priva di fondamento. L'arrivo al potere di Mohamed Bazoum, che succede a Mahamadou Issoufou e a cui è molto vicino, rappresenta la prima transizione pacifica del potere nella storia del Niger. Un debutto, in un paese segnato dai colpi di Stato; ne ha vissuti infatti quattro - il primo, nel 1974, ebbe come bersaglio Hamani Diori e l'ultimo, nel 2010, rovesciò Hamani Diori - oltre a un numero notevole di tentativi.
L'islamismo armato - Eppure l'agitazione dei militari e le pressioni dell'opposizione non sono le sfide più difficili che il nuovo presidente dovrà affrontare. L'influsso dell'islamismo armato non smette di estendersi nel Niger e sulle sue popolazioni, complici le fragilità di uno degli Stati più poveri del mondo. La prova più evidente la si è avuta il 21 marzo: proprio lo stesso giorno in cui la Corte costituzionale confermava la vittoria di Mohamed Bazoum, almeno 137 persone venivano assassinate in tre villaggi nei dintorni di Tilia, una città a nord di Niamey, vicina alla frontiera con il Mali. In un comunicato il governo ha dichiarato che "banditi armati" hanno assalito i borghi di "Intazayene, Bokorate e degli accampamenti nella zona di Akifakif". Tuareg e, in minor numero, Djerma, ne sarebbero rimasti vittime.
Quando si sono verificati quegli attacchi mortali sono anche avvenuti saccheggi e furti di bestiame nel vicino Mali. Sei giorni prima c'era stato un massacro nella regione delle tre frontiere, una zona a cavallo tra Niger, Mali e Burkina Faso; quasi 60 civili uccisi e, oltretutto, le vittime erano state scelte. "Gruppi di individui armati non ancora identificati hanno scorto quattro veicoli che trasportavano passeggeri di ritorno dal mercato settimanale di Bani Bangou (...). Questi individui hanno vigliaccamente e crudelmente giustiziato i passeggeri, bersagli mirati", spiegava un comunicato del governo. A gennaio, nella stessa zona, un centinaio di persone erano state assassinate.
Tali massacri non sono stati rivendicati ma sono avvenuti in luoghi in cui la presenza dello Stato Islamico del Grande Sahara (SIGS) è forte, soprattutto nella regione di Tahoua. In quest'area estesissima, dove lo Stato è praticamente assente, le popolazioni locali si sono organizzate in milizie. Secondo una fonte che interviene nelle mediazioni locali, nei due mesi precedenti le milizie avevano intensificato i raid contro le comunità di lingua fula e i Daoussak (entrambe popolazioni di lingua ovest-atlantica, particolarmente numerose in Nigeria, Niger, Mali, Guinea, Camerun e Senegal. Sono soprattutto pastori e agricoltori. N.d.T.). "I massacri sono quindi, almeno in parte, una specie di vendetta dopo quei raid oppure un richiamo all'ordine da parte dello SIGS", spiega la nostra fonte.
Uno snodo importante per i traffici - Da mesi il SIGS accresce la pressione in questa zona del Niger e sulla città di Tassara, che è controllata da gruppi armati arabi e rappresenta uno snodo importante per il controllo delle vie del commercio e di vari traffici, molto redditizi, tra il nord -verso l'Algeria, la Libia o il Marocco - e la città di Gao, a sud. Un interesse di tipo strategico, dunque. Gli osservatori temono che se Niamey non interviene le milizie locali, per proteggersi, ricorrano al grande rivale del Sigs, e cioè il Gruppo di sostegno all'Islam e ai musulmani (Gsim), legato ad Al Qaeda e, per il momento, ancora poco attivo nel Niger. Una prospettiva che di certo non facilita l'incarico, già molto arduo, di Mohamed Bazoum.
*Traduzione di Monica Rita Bedana)
ilpost.it, 7 aprile 2021
Lunedì alcuni uomini armati hanno distrutto con degli esplosivi una parte di una prigione nella città di Owerri, nel sudest della Nigeria, facendo evadere 1.844 persone che erano detenute nella struttura. 35 detenuti non sono voluti evadere, mentre almeno 6 sono tornati dopo essere inizialmente fuggiti. Un agente di polizia è stato ferito da un colpo di arma da fuoco.
Secondo le autorità, la responsabilità dell'attacco sarebbe da attribuire alla Rete per la sicurezza orientale, l'ala paramilitare del movimento secessionista Indigeni del Biafra, che invece ha negato ogni coinvolgimento. Il presidente Muhammadu Buhari ha definito l'azione "un atto di terrorismo".
La Repubblica del Biafra fu uno stato secessionista del sudest della Nigeria, nella zona che si affaccia appunto sul golfo del Biafra e dove esistono i maggiori giacimenti di petrolio del paese. La sua indipendenza durò dal 1967 al 1970 e provocò in quegli anni la guerra civile nigeriana, al termine della quale il Biafra venne reincorporato nella Nigeria. Il conflitto causò la morte di milioni di persone, anche per la fame dovuta al blocco sull'accesso di beni di prima necessità messo in atto dal governo centrale nella regione.
Negli ultimi anni i movimenti secessionisti si sono in parte riattivati e le forze di sicurezza nigeriane hanno sempre represso le proteste con la forza, uccidendo in alcuni casi i protestanti pacifici pro-Biafra. Negli ultimi mesi nella regione sudorientale della Nigeria ci sono stati diversi attacchi a stazioni di polizia e altre strutture, che sono stati spesso attribuiti agli Indigeni del Biafra. Il gruppo però ha sempre negato le responsabilità.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 aprile 2021
Il sovraffollamento persiste e il Covid infesta le carceri. Secondo gli ultimi dati del Dap, i detenuti sono diminuiti di soli 188 unità. Nel frattempo il Covid si diffonde sempre di più e la campagna vaccinazione è ancora a rilento a causa delle regioni che non si muovono in maniera uniforme. Secondo il garante nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma, l'Abruzzo è ai primi posti per percentuale di detenuti vaccinati. A seguire la Lombardia, mentre altre realtà come Lazio, Toscana e Molise sono più indietro, anche se l'arrivo del vaccino Johsnon & Johnson monodose potrebbe far compiere un balzo in avanti proprio al Lazio.
di Gian Carlo Caselli
Corriere della Sera, 6 aprile 2021
La mafia è viva e vegeta e non c'è motivo di smantellare quel che funziona, con un distacco dalla realtà incomprensibile. "Perinde ac cadaver": così i Gesuiti esprimono sottomissione assoluta ai superiori. Questa formula ispira chi dà per scontato che la Corte Costituzionale ammetterà i mafiosi ergastolani che non collaborano con lo Stato al beneficio della liberazione condizionale (scelta che di fatto cancella l'ergastolo ostativo).
di Luciana Delle Donne*
Corriere della Sera, 6 aprile 2021
L'esperienza di Officina Creativa e la misurazione dell'impatto sociale. I parametri messi a punto con "Made in carcere" e "2nd Chance". Inclusione, sostenibilità, lavoro e riabilitazione per centinaia di detenuti. Risultato: recidiva quasi a zero, e ora il modello è replicato all'estero.
- Giustizia minorile, tra carceri e comunità. Intervista a Sandro Libianchi
- Detenuti lavoratori: pari lavoro, pari diritti
- Ergastolo ostativo: la differenza tra vendetta e giustizia
- Cari giornalisti, basta ipocrisie: ci indigniamo solo quando gli intercettati siamo noi
- Lo Stato di diritto (e di rovescio)











