di Martina Riccò
Gazzetta di Reggio, 7 aprile 2021
La Polizia penitenziaria lancia l'allarme: "Situazione ormai incontrollabile". Il numero di detenuti positivi sale a 119, più di un terzo della popolazione. "Un ospedale da campo nella zona dell'area sportiva all'interno dell'istituto penitenziario di via Settembrini".
Lo chiedono a gran voce i sindacati della polizia penitenziaria reggiana (Fp Cgil, Fns Cisl e Uilpa) che da settimane combattono insieme la stessa battaglia: richiamare l'attenzione su quello che sta succedendo in carcere, dove il Covid è riuscito a entrare e i positivi continuano ad aumentare esponenzialmente. Dopo l'allarme lanciato alla fine di marzo, quando i detenuti positivi erano 21 e 12 gli agenti, la situazione non ha fatto altro che peggiorare: ieri i detenuti positivi al Covid erano 119 su circa 400 (di cui cinque ricoverati in ospedale), più di un terzo della popolazione carceraria.
A preoccupare, però, non è solo l'aspetto sanitario. Nel tentativo di bloccare il contagio, infatti, è stato applicato un rigoroso protocollo che prevede di tenere i detenuti sempre in cella. Ma quello che era stato pensato per un'emergenza temporanea si è trasformato in abitudine e così, dopo quasi un mese di convivenza forzata dei detenuti in celle progettate per una sola persona, interruzione delle attività normalmente previste e difficoltà comunicativa (il 65 per cento dei detenuti è di origine straniera) il clima all'interno della Pulce è diventato esplosivo.
Nelle scorse settimane i sindacati avevano chiesto al sindaco Luca Vecchi e al prefetto Iolanda Rolli di interessarsi alla situazione del carcere, facendo pressioni per accelerare la campagna di vaccinazione sul personale e, anche, iniziare a vaccinare la popolazione detenuta. L'appello non era caduto nel vuoto, con il prefetto che si era detta pronta a portare questa richiesta in Regione.
Ma ora, con un focolaio che non accenna ad esaurirsi e difficoltà sempre più grandi nel reperire sostituti per gli agenti malati o in isolamento domiciliare, a queste richieste ne viene aggiunta un'altra: "Al di là delle carenze organizzative denunciate in questo ultimo periodo - affermano i sindacati - crediamo che oggi, in queste condizioni strutturali, sia pressoché impossibile intervenire efficacemente per bloccare la diffusione del Covid.
Per questo riteniamo necessario intervenire valutando l'installazione di un ospedale da campo all'interno dell'istituto penitenziario, nell'area adibita a campo sportivo. Solo in questo modo si potrebbero isolare efficacemente i positivi dal resto della popolazione detenuta, curarli in maniera adeguata permettendo al contempo l'adeguata sanificazione delle sezioni ove vi sono registrati focolai". Infatti, al momento è impossibile mantenere il distanziamento così importante per evitare il contagio e, allo stesso tempo, igienizzare e sanificare tutti gli ambienti più volte al giorno. "Nelle ultime due settimane - riferiscono i sindacati - i casi di positività all'interno del carcere hanno superato i cento tra i detenuti e sono arrivati circa a venti tra gli agenti.
Questo probabilmente è dovuto alla elevata contagiosità delle nuove varianti, ma sicuramente c'entrano anche le condizioni strutturali e la difficoltà, conseguente, di isolare i detenuti positivi dal resto della popolazione".
Considerando il livello di tensione e di intolleranza raggiunto, confermato anche da alcuni episodi di violenza, i sindacati chiedono alle autorità competenti di intervenire, e di farlo in fretta. Non solo: "Vista l'esiguità della presenza della polizia penitenziaria e la doverosa assicurazione dell'attività di controllo e sorveglianza della struttura carceraria, si suggerisce il controllo esterno al muro di cinta a cura di altre forze di polizia o valutando l'utilizzo dell'esercito".
vastoweb.com, 7 aprile 2021
Dopo le attività di Sartoria e Azienda agricola, in cui sono tuttora impegnati molti ospiti della Casa Lavoro di Vasto, con l'apertura del Birrificio si completa l'offerta lavorativa a favore dei detenuti. Sarà firmata nella mattinata del 7 aprile, presso la Direzione nella Casa Lavoro con annessa Sez. Circondariale di Vasto, una significativa convenzione tra quest'ultima, l'Associazione "Rindertimi", il birrificio agricolo Golden Rose e la Pmi Services finalizzata alla gestione del Birrificio "Casa di lavoro Vasto".
Si tratta di un birrificio che si trova all'interno del carcere vastese e che la Direzione dell'Istituto penitenziario concede in comodato ai suddetti partner, i quali sono impegnati a far funzionare la struttura con l'impiego di almeno due detenuti. Si comprende che lo scopo di questa attività è legata al reinserimento lavorativo, con relativa formazione e produttività. Per questo è stata costituita dai tre predetti Soggetti una Associazione temporanea di Scopo(Ats), nella quale ciascuno apporterà le proprie esperienze e conoscenze da trasferire ai lavoratori - detenuti.
In pratica, l'Associazione "Rindertimi" (specializzata nel reinserimento lavorativo di persone svantaggiate) avrà il compito di gestire il Birrificio e di svolgere un'azione di controllo e tutoraggio dei detenuti impiegati nelle attività; mentre il birrificio agricolo Golden Rose (nato a Pianella nel 2003 come azienda agricola, poi ampliatosi, raggiungendo la sua attuale estensione di oltre 8 ettari di terreno, che nel 2012 ha iniziato a produrre birra) si occuperà di svolgere tutto il processo di trasformazione: cottura, fermentazione, imbottigliamento/infustamento ed etichettatura. Infine l'Organismo accreditato in Regione Abruzzo Pmi Servizi (autorizzato alle attività di orientamento, formazione continua, obbligo formativo e d'istruzione, percorsi Ifts, alta formazione) si occuperà di formare quell' utenza speciale rappresentata da detenuti ed ex-detenuti, individuati dalla normativa regionale e comunitaria come "soggetti svantaggiati".
La scommessa che la Direzione della Casa Lavoro con annessa Sez.ne Circondariale di Vasto, nella persona del Direttore Dott.ssa Giuseppina Ruggero e della Responsabile del progetto Dott.ssa Arcangela Mazzariello, ha voluto fare non è relativa solo alla mera gestione di un'attività ordinaria, ma è in linea con il dettato costituzionale che all'art. 27 espressamente prevede la rieducazione del condannato e il suo reinserimento sociale.
L'auspicabile funzionamento di questa iniziativa sarà dunque buona pratica per l'intero territorio, perché una società civile e moderna dà sempre una seconda opportunità a chi vuole tornare a lavorare e vivere nel rispetto della comunità.
di Sara Pasino
malpensa24.it, 7 aprile 2021
Max fa scorrere le dita su una vecchia fotografia di sua moglie e dei suoi figli, ancora bambini. Gli occhi lucidi scrutano i loro volti nella consapevolezza che ormai quei bambini sono degli adolescenti, se non adulti. Sono ormai quasi 5 anni che Max non vede la sua famiglia a Santo Domingo. Sono ormai quasi 5 anni che Max è stato arrestato a Malpensa perché trasportava degli ovuli di cocaina. Ma ora la sua vita sta prendendo un'altra piega, grazie all'associazione di Busto Arsizio Casaringhio che gli ha dato una seconda opportunità.
Max vive a Gallarate, ma la sua residenza è ancora il carcere di Busto Arsizio, nonostante sia uscito da circa un anno. È stato condannato per aver trasportato della cocaina che aveva ingoiato a Malpensa, dove è stato scoperto proprio perché due di quegli ovuli si erano aperti nella bocca del suo stomaco. "Sentivo che qualcosa non andava, non riuscivo a distinguere i colori, avevo le allucinazioni. Ecco perché mi hanno subito portato in ospedale dove sono stato operato allo stomaco e da lì è iniziato il mio periodo di prigionia per scontare una pena originaria di 4 anni".
L'uomo di origini italiane da anni viveva a Santo Domingo dove lavorava come pescatore, ma tornava spesso in patria per degli impieghi da muratore che gli permettevano di mantenere la moglie e i 5 figli. "Ma il mare aveva iniziato a ribellarsi, poco pesce, tanta plastica. Fiumi di rifiuti che rendevano il nostro lavoro impossibile", racconta Max spiegando come mai si è fatto coinvolgere nel traffico illecito di droga.
"Giravano voci che era un modo facile per fare soldi e ho pensato alla mia famiglia e come mantenerla, quindi ho accettato. Ma ovviamente è stato un grande errore". Uno sbaglio che gli è costato caro, perché, oltre alla pena di 4 anni, che è poi stata ridotta per buona condotta, Max deve pagare una multa da 15 mila euro: è questo il vero ostacolo che gli impedisce di tornare a Santo Domingo.
"Sono passato dalle sbarre di un carcere a una galera più grande perché sono bloccato qui. E quando sono uscito di prigione non avevo né un'occupazione, né soldi, né una casa. Dormivo all'ospedale di Gallarate. Trovare lavoro è stato assolutamente impossibile tra la crisi da Covid e i pregiudizi che le persone hanno nei confronti degli ex detenuti". Ma c'è qualcuno che ha abbattuto le barriere degli stereotipi e ha dato a Max una seconda chance.
È stata l'associazione Casaringhio di Busto Arsizio che lo ha subito coinvolto con delle azioni di volontariato, gli ha fatto fare servizi socialmente utili, aiutandolo a scrivere un curriculum professionale. "Tutti si meritano una seconda opportunità e noi abbiamo subito capito che Max era una persona onesta che aveva solo fatto un errore nella sua vita. Abbiamo chiesto a tutte le persone che conoscevamo se potevano dargli un lavoro, e dopo innumerevoli rifiuti finalmente Gabriele Ohannassian, il proprietario della A & G Group gli ha permesso di fare un colloquio", raccontano i volontari Sara Vega e Federico Riva.
Un primo incontro che è subito andato in porto, tanto che da circa un mese Max ha un contratto a tempo determinato come magazziniere a Cassano Magnago e vede finalmente una luce in fondo al tunnel. "I soldi che mi mancano per tornare dai miei figli sono tanti, ma ora ho una speranza. Il lavoro mi ha restituito la dignità di rimettere in piedi ciò che avevo perso.
L'unica cosa che voglio è riabbracciare la mia famiglia", conclude Max ringraziando di cuore i giovani bustocchi che per primi hanno creduto in lui. E che ora vogliono continuare ad aiutare chi è in difficoltà, soprattutto tramite il lavoro. "Non ci interessa l'assistenzialismo. Noi vogliamo dare occasioni di rinascita. Per questo vorremmo far partire dei progetti con le piccole e medie imprese del territorio che potrebbero beneficiare dall'assumere persone che hanno difficoltà o un passato burrascoso e allo stesso tempo dal loro una seconda chance".
di Giovanni Fiandaca
Il Foglio, 7 aprile 2021
È accettabile che un giudice in servizio concorra a concepire e un procuratore famoso si presti ad avallare un testo che ha la pretesa di dare per vere tesi "deliranti"? Su Giorgianni e Gratteri il Csm non può tacere. Prendo spunto da Leonardo Sciascia, di cui condividerei queste parole: "Ci vorrebbe un corpo di magistrati d'eccezionale intelligenza, dottrina e sagacia; non solo, ma anche, e soprattutto, di eccezionale sensibilità e di netta e intemerata coscienza".
Quanti sono i magistrati, in particolare tra quelli assegnati al penale, che si avvicinano a un simile modello? Si potrà obiettare che si tratta di un modello ideale troppo pretenzioso. Ma come non replicare, con lo stesso Sciascia, che la macchina punitiva può purtroppo funzionare anche come un potere "terrificante" che "azzanna" o, per dirla con Luigi Pirandello, come un "congegno indiavolato"?
Si tenterà, forse, ancora di ribattere: preconcetta preoccupazione e diffidenza dei grandi scrittori siciliani, malati di pessimismo! Come sappiamo, però, la letteratura di ogni paese in realtà abbonda di opere che testimoniano o denunciano gravi episodi malagiustizia.
D'altra parte, pure oggi sono non pochi i casi che fanno quantomeno dubitare che il corredo di doti o caratteristiche (intellettuali prima che morali), che dovrebbe connotare il "buon" magistrato, sia di fatto diffuso in una misura rassicurante. Per limitarci a possibili esemplificazioni recenti, sembra anche a me emblematico il caso Giorgianni-Gratteri, ormai abbastanza noto ai lettori di questo giornale grazie ai ripetuti articoli di prima di Luciano Capone, e poi anche di Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa.
In sintesi, ricordo che il casus belli nasce dalla pubblicazione del libro "Strage di Stato. Le verità nascoste della Covid-19" scritto dal giudice messinese Angelo Giorgianni e dal medico Pasquale Bacco, e accreditato dalla prefazione di un procuratore di grido come Nicola Gratteri. Orbene, che dire di due magistrati, uno co-autore e l'altro prefatore consenziente - o comunque non esplicitamente dissenziente! - di un libro che prospetta tesi complottiste sulla pandemia da coronavirus, ipotizza strategie globali del terrore e combutte criminali tra lobby economiche e lobby farmaceutiche e boccia i vaccini come schifezze che avvelenano (per una analisi dettagliata dei contenuti del libro cfr., in particolare, l'ampio articolo di Capone sul Foglio del 30 marzo scorso)?
Trattandosi di magistrati, vale a dire di soggetti che la gente comune tende in partenza a considerare meritevoli di credibilità, il minimo che si possa paventare è un grave effetto fuorviante e disorientante. Dei due, di gran lunga più conosciuto è il procuratore di Catanzaro, e peraltro lo è non solo come grande star mediatica della lotta alla 'ndrangheta, ma anche come personaggio che si è ormai più volte contraddistinto per atteggiamenti o comportamenti a vario titolo discutibili o singolari. Che hanno, non a caso, suscitato polemiche sulla stampa cosiddetta garantista, e persino critiche da parte di qualche illustre collega o ex collega (tra i quali, mi piace menzionare Edmondo Bruti Liberati e Armando Spataro).
In sintesi, atteggiamenti o comportamenti del tipo: sovraesposizione nei media con pretesa tuttologica di discettare quasi su ogni tema e problema; obliquo adombramento di inquietanti sospetti sui giudici che bocciano sue indagini; enfatizzazione spettacolare di grandi retate tramite conferenze stampa o filmati televisivi che veicolano come colpevolezze accertate ipotesi accusatorie ancora tutte da provare; lamentele relative alla insufficiente attenzione pubblica su qualche indagine della procura di Catanzaro di presunta importanza straordinaria et similia.
So bene che, specie agli occhi di quanti sono sensibili alla questione mafiosa, contegni o esternazioni anche molto discutibili rappresentano tutt'al più peccatucci da perdonare a giudici coraggiosi che mettono a repentaglio la vita per combattere le mafie, come sono consapevole che la reazione tollerante può derivare dalla preoccupazione che censure esplicite potrebbero delegittimarli con conseguente aumento della loro esposizione a pericolo.
Ma ciò non toglie che sono in gioco principi e regole fondamentali dello Stato di diritto, che forse non vengono tenuti nella dovuta considerazione da chi antepone a tutto la venerazione dei santoni antimafia. E poi critiche e censure non vanno in ogni caso formulate in forma imprudentemente aggressiva o troppo personalizzata, tanto più che si tratta di modalità improprie di comportamento che sono andate nel tempo assumendo i tratti di un fenomeno tutt'altro che isolato.
Già più di venti anni fa Gaetano Silvestri, da valente studioso poi divenuto presidente della Corte costituzionale, definì "la tendenza irrefrenabile all'esternazione pubblica" di molti importanti magistrati italiani" una "vera e propria emergenza costituzionale", e in senso analogo in anni più vicini a noi si è ad esempio pronunciato un altro ex presidente della Consulta come Giovanni Maria Flick.
Che esito hanno finora avuto questi ripetuti richiami ad un maggiore rispetto di quei doveri di riserbo, sobrietà e continenza cui in linea di principio dovrebbe conformarsi il contegno di ogni magistrato? Qualcuno forse obietterà che occorre, comunque, distinguere tra le prese di posizione extragiudiziarie e l'esercizio strettamente inteso delle funzioni inquirenti o giudicanti. A ben vedere, questa obiezione non è decisiva.
Infatti, anche i contegni extraprocessuali possono far emergere quel che un magistrato ha in testa, come ragiona (o non ragiona) e possono svelare i pregiudizi, i sentimenti e i vari fattori di condizionamento che ne influenzano il modo di pensare, agire e reagire. Se è così, come si potrà essere sicuri che stili di pensiero o inclinazioni preoccupanti, che affiorano fuori dall'esercizio delle funzioni, non riemergano anche al momento di vagliare i fatti penalmente rilevanti? In effetti, il rischio di questa riemersione esiste davvero, e ciò per il semplice fatto che la complessiva personalità di ciascuno si manifesta un po' in tutte le attività in cui siamo coinvolti. È per queste ragioni che appare non privo di rilevanza pubblico-istituzionale il contenuto sia del libro di Giorgianni e Bacco sia della prefazione di Gratteri.
È normale ed accettabile che un giudice in servizio concorra a concepire e un procuratore famoso si presti ad avallare un testo che ha la pretesa di dare per vere tesi "deliranti"? Entrambi si collocano all'interno o fuori dai limiti di quella libertà costituzionale di manifestazione del pensiero, che va garantita anche a ogni appartenente all'ordine giudiziario?
Come sappiamo, il Csm è riluttante a sindacare con rigore i limiti di legittimo esercizio di tale libertà, perché la sua componente maggioritaria di togati non ha un concreto interesse anche per corrività corporativa a innescare marce indietro una volta che, nella costituzione materiale del nostro paese, il diritto di parola di ogni magistrato ha finito col poter essere esercitato pressoché senza limiti.
In linea di costituzionalismo "teorico" sarebbe certamente sempre necessario, invece, un equilibrato bilanciamento tra la libertà di espressione e il rispetto di quei basilari doveri di etica professionale, la cui violazione compromette la credibilità del ruolo rivestito in tutte le sedi (anche extragiudiziarie) in cui questo viene pubblicamente esplicato: com'è intuibile, tra questi doveri che hanno la loro fonte ultima nella Costituzione, rientra appunto quello di adottare sempre un habitus mentale improntato a criteri razionali di giudizio, a loro volta ancorati a dati empirici comprovabili e conoscenze dotate di basi scientifiche; rifuggendo, di conseguenza, dalla tentazione di procedere per arrischiati teoremi astratti o - peggio - di cedere alla suggestione di scenari criminali frutto di sbrigliata immaginazione piuttosto che di puntuali ricostruzioni fattuali.
A questo punto, vi è da chiedersi perché mai il "complotto" affascini i magistrati, specie inquirenti. In proposito, si può tentare più di una risposta. Ad esempio Guido Vitiello, in un breve commento sul Foglio del caso Giorgianni-Gratteri, è arrivato a sostenere che "la forma mentis dell'inquisitore inclina da secoli alla paranoia".
A dire il vero, la spiegazione in chiave psichiatrica rientra tra i possibili modelli esplicativi dell'attrazione per i complotti: secondo Richard Hofstadter, mentre il tipico paranoico psichiatrico sospetta che il mondo intero congiuri contro di lui, il paranoico sociale si convince che certi eventi drammatici o infausti siano orditi da poteri occulti che attaccano il proprio gruppo o la propria nazione.
Ma, senza scomodare la psichiatria, la sindrome del complotto e la teoria cospirativa della società possono psicologicamente derivare dal fatto - come suggerisce Umberto Eco nella scia di Karl Popper - che "le spiegazioni più evidenti di molti fatti preoccupanti non ci soddisfano, e spesso non ci soddisfano perché ci fa male accettarle".
Dal canto mio, avanzerei ipotesi complementari di spiegazione riferibili più specificamente alla logica del processo penale e alla sua potenziale risonanza mediatica. Come ho rilevato a proposito della controversa vicenda della presunta trattativa Stato-mafia, l'interpretazione di drammatici eventi o di gravi fenomeni dalla genesi complessa secondo il paradigma semplificatore del complotto si profila come l'unica, ancorché poco probabile, via per tentare di ipotizzare colpe individuali da attribuire a singoli colpevoli, senza le quali una indagine e un processo penale non potrebbero mai essere attivati: la responsabilità penale per esplicito principio costituzionale è infatti "personale", per cui non potendosi accusare entità collettive indeterminate, il magistrato inquirente deve giocoforza andare alla ricerca di Signori del Male in combutta criminosa ai danni dei cittadini, da individuare e processare - a dispetto di ogni oggettiva difficoltà - con nome e cognome.
Nel contempo, la ricostruzione in chiave di complotti o congiure criminose, da un lato, avvalora il ruolo decisivo del potere giudiziario esaltandone la funzione salvifica e, dall'altro, assicura alle indagini un grande appeal mediatico (la tesi di una cospirazione tra registi di trame oscure e malefiche avvicina la narrazione giudiziaria a un romanzo d'appendice fatto apposta per attrarre il grande pubblico). Poiché però i requisiti intellettuali del buon magistrato non coincidono con quelli dello scrittore di gialli intriganti o di romanzi popolari avvincenti, penso che abbiano senz'altro ragione Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa a rivolgere appelli sia alla grande stampa rimasta finora per lo più "omertosa" (tranne piccoli accenni di taglio ironico su Repubblica e Corriere della sera), sia al Csm e al ministro della Giustizia affinché non vengano sottovalutati gli aspetti e i riflessi preoccupanti del caso in questione.
Senonché dubito che in particolare il Csm abbia oggi la capacità e la forza di riuscire a orientare davvero la condotta (latamente intesa) dei magistrati, e ciò per un insieme di ragioni connesse anche alla grande confusione e all'incertezza valoriale della fase storica che stiamo vivendo. Volendo nonostante tutto confidare nella possibile reversibilità di questa crisi profonda, e se non fossimo ormai fuori tempo massimo, inviterei i componenti dell'organo di autogoverno ad adottare come bussola le "nove massime di deontologia giudiziaria" che un accreditato giusfilosofo come Luigi Ferrajoli, non certo nemico della magistratura, ha additato pochi anni fa per disegnare l'identikit del magistrato degno di questo nome (le massime sono leggibili in Questione giustizia, n. 672012, 74 ss.). Ancora una volta, un modello troppo teorico per essere calato nella nostra realtà?
unina.it, 7 aprile 2021
Un carcere sovraffollato si traduce in spazi ristretti e insalubri, nella mancanza di privacy, nella riduzione delle attività fuori cella, nel sovraccarico dei servizi di assistenza sanitaria, questo porta spersonalizzazione, tensione crescente, violenza. La privazione della libertà personale non comporta la cessazione dei diritti riconosciuti dalla Convenzione europea e dalla nostra Costituzione; al contrario, essi assumono peculiare rilevanza proprio a causa della situazione di vulnerabilità in cui si trova la persona sottoposta al controllo esclusivo degli agenti dello Stato.
Verrà affrontato in un seminario interdipartimentale a cura di Clelia Iasevoli, professoressa di Diritto Processuale Penale del Dipartimento di Giurisprudenza e Marella Santangelo, professoressa di Composizione architettonica e urbana del Dipartimento di Architettura, il delicato e complesso tema dei diritti e dello spazio nelle carceri.
Quattro gli incontri in programma su piattaforma Teams. Si parte il 9 aprile 2021 alle 9.30. Dopo i saluti del Rettore della Federico II Matteo Lorito e dei Direttori del Dipartimento di Architettura, Michelangelo Russo e del Dipartimento di Giurisprudenza Sandro Staiano, l'introduzione delle curatrici e gli interventi di Cosima Buccoliero, Direttrice dell'istituto penale per minorenni Milano-Beccaria e vicedirettrice della Casa di reclusione Milano-Opera; Giulia Russo, Direttice del Centro penitenziario di Napoli-Secondigliano e Silvana Sergi, Direttrice della casa circondariale di Roma Regina Coeli. Conclude l'incontro Antonio Fullone, Provveditore dell'Amministrazione penitenziaria della Campania.
Ad ogni individuo detenuto vanno assicurate condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana. Recentemente le Sezioni unite penali della Corte di Cassazione (n. 6551 del 2021) hanno affermato che "nella valutazione dello spazio minimo di tre metri quadrati si deve aver riguardo alla superficie che assicura il normale movimento e, pertanto, vanno detratti gli arredi tendenzialmente fissi al suolo, tra cui rientrano i letti a castello".
A otto anni dalla sentenza Torreggiani può ritenersi una 'conquista' il riconoscimento giuridico dello spazio vitale? In un contesto di emergenzialismo si tende a giustificare una politica criminale proiettata al raggiungimento di risultati di tipo repressivo, oscurando l'opera del giudice delle leggi di disvelamento del volto costituzionale della pena: il principio della non sacrificabilità della funzione rieducativa sull'altare di ogni altra, pur legittima, funzione della sanzione. Ne consegue che nessuna pena può essere indifferente all'evoluzione psicologica e comportamentale del soggetto che la subisce. Al contempo, nessuna pena che preveda la privazione della libertà personale può essere indifferente ai luoghi in cui le persone vengono rinchiuse, lo spazio in carcere ha un ruolo determinante per la protezione della dignità personale dei reclusi.
Ed è qui che ritorna l'eco delle parole di Aldo Moro secondo cui "l'ergastolo, che privo com'è di qualsiasi speranza, di qualsiasi prospettiva, di qualsiasi sollecitazione al pentimento ed al ritrovamento del soggetto, appare crudele e disumano non meno di quanto lo sia la pena di morte (...). Ci si può, anzi, domandare se, in termini di crudeltà, non sia più crudele una pena che conserva in vita privando questa vita di tanta parte del suo contenuto, che non una pena che tronca, sia pure crudelmente, disumanamente, la vita del soggetto e lo libera, perlomeno, con sacrificio della vita, di quella sofferenza quotidiana, di quella mancanza di rassegnazione o di quella rassegnazione che è uguale ad abbrutimento, che è la caratteristica della pena perpetua. Quando si dice pena perpetua si dice una cosa estremamente pesante, estremamente grave, umanamente non accettabile".
Anche gli individui che si siano resi responsabili dei crimini più odiosi conservano la loro umanità e, dunque, la possibilità di cambiare e di reinserirsi nella società. La compassione resta uno strumento conoscitivo della realtà. Ed in questa direzione ci guida l'ordine assiologico della nostra Costituzione: il carattere rieducativo della pena (art. 27 comma 3 Cost.) è fine non dissociabile dal senso di umanità.
Coniugare spazi e diritti, significa porre le premesse per il cambiamento culturale che parte dallo spazio vitale, perseguendo l'obiettivo del riconoscimento degli spazi necessari all'azione trasformativa del trattamento individualizzante. Da qui il ruolo fondamentale dell'architettura penitenziaria, che va oltre le misure e lo spazio minimo pro capite, che con il progetto può sperimentare la configurazione dello spazio della pena, per uscire dalla concezione del contenitore e immaginare spazi e articolazioni che tengano al centro l'uomo recluso, i suoi bisogni e la sua dignità. Gli incontri successivi si svolgeranno il 23 aprile, il 7 e il 14 maggio.
di Serena Termini
redattoresociale.it, 7 aprile 2021
L'iniziativa è promossa dalle Paoline e dall'Azione Cattolica in collaborazione con i tre cappellani degli istituti di pena Pagliarelli, Ucciardone e Termini Imerese. Un modo per avvicinare il mondo carcerario alla società esterna, provando ad allontanare i pregiudizi.
Mettersi in collegamento immaginario con una persona detenuta, che prenderà in mano il libro comprato da un cittadino e ne leggerà anche la dedica. Un modo per avvicinare il mondo carcerario alla società esterna provando ad allontanare anche tutti i pregiudizi e i forti stigmi che ci sono nei loro confronti, È l'obiettivo dell'iniziativa "Libro sospeso. Dona anche tu un momento di evasione", che si concluderà il prossimo 27 aprile. Dopo il successo a Brescia, a Napoli, Udine, Lodi e Novara, arriva anche a Palermo l'iniziativa "Libro sospeso" promossa dalle due librerie Paoline insieme all'Azione Cattolica dell'arcidiocesi di Palermo e ai cappellani delle carceri Ucciardone, Pagliarelli e Termini Imerese: fra' Loris d'Alessandro, don Massimiliano Scalici, fra' Carmelo Saia e all'associazione Comunicazione e Cultura Paoline Onlus.
"La pandemia ha scosso tutti ma ancora di più le persone in carcere - afferma fra' Carmelo Saia, frate cappuccino cappellano da 10 anni del carcere Ucciardone che conta circa 500 detenuti con pene definitive - a causa del ridimensionamento delle modalità dei colloqui con i propri cari, che non possono più abbracciare. I detenuti stanno soffrendo tanto e mi chiedono sempre quando mai finirà questo stato di emergenza. Con lo stop all'ingresso dei volontari, sono cresciuti anche i bisogni di molti di loro. Ci sono persone senza famiglia: stranieri ma anche italiani a cui mancano i beni di prima necessità.
Grazie alla Caritas qualche risposta è stata data ma il bisogno è sempre alto. Chiaramente questa bellissima iniziativa, che ci auguriamo proseguirà nel tempo, assume una valenza importante. Il fatto che la società inizi a pensare anche a livello culturale ai detenuti significa dare loro una possibilità di riscatto sociale. Significa pure fare percepire a queste persone, attraverso la dedica di un cittadino, il sentirsi accolti con un dono che è anche un modo per allontanare i molti pregiudizi che ci sono nei confronti di chi sta scontando la propria pena".
"La gente sta rispondendo molto bene perché rimane colpita da questa proposta di attenzione al prossimo - sottolinea la giornalista paolina suor Fernanda Di Monte - rivolta alle persone detenute che, in questo momento, vivono maggiori difficoltà a causa della pandemia. Chi acquisterà il libro, potrà anche aggiungere una dedica che al termine della campagna sarà donato ai reclusi tramite i cappellani. Da anni lavoriamo con i minori dell'istituto di pena di Caltanissetta e sappiamo quanto bene può fare una iniziativa del genere".
"Considerato che è da circa quattro anni che facciamo volontariato dentro il carcere Pagliarelli - afferma la volontaria dell'Azione Cattolica, Stefania Sposito - ci è sembrato significativo realizzare questa iniziativa insieme alle paoline. Purtroppo a causa dell'emergenza sanitaria è un anno che non possiamo entrare in carcere. Speriamo che la situazione al più presto possa ritornare alla normalità. Sappiamo dalle lettere che ci arrivano, infatti, che tanti di loro soffrono molto la solitudine. Il libro, allora, sapendo soprattutto che è stato donato da una persona sensibile, può essere la maniera più semplice di dire a queste persone 'ti vogliamo bene e ci siamo'".
di Pietro Bartolo*
Il Domani, 7 aprile 2021
Io li ho visti gli aerei di Frontex sorvolare quel tratto di mare vicino le coste della Libia. Il 24 febbraio, a bordo di un Colibrì dei Pilotes Volontaires, li ho visti all'opera mentre perlustravano la zona "a caccia dei barconi".
C'è poco da nascondere: l'Agenzia europea sembra svolgere il suo compito al contrario. Non controlla solo le frontiere, ma a quanto pare si adopera per favorire i respingimenti illegali dei migranti verso la Libia che non è, secondo le norme internazionali, un porto sicuro.
Dobbiamo essere grati all'inchiesta di Domani che apporta un grande contributo alla ricerca della verità sul fenomeno della migrazione; e non ci sarà, di certo, alcuna inchiesta giudiziaria che possa mettere a tacere, con intercettazioni illegittime, chi racconta quel che accade in quel tratto di mare. Osservata dall'oblò di un minuscolo velivolo la realtà è perfino peggio.
Perché quei barconi e quelle persone che stanno rischiando la vita per sfuggire anche alle prigioni libiche ti lasciano un senso di insostenibile impotenza. Soprattutto se pensi che l'Unione europea si mostra, in questo caso, non con la faccia della solidarietà e del soccorso ma con il volto scuro della fortezza che respinge e che sovvenziona la cosiddetta "guardia costiera" libica, comandata da un caporione che in passato è stato accolto con tutti gli onori nel nostro paese.
Non giriamoci attorno: qui stiamo parlando di atti precisi che attribuiscono responsabilità pesanti a organizzazioni dell'Ue e agli stati membri che le assecondano, attività che devono essere denunciate e alle quali va posto termine. La pratica dei respingimenti che, lo ripeto, sono illegali da ogni punto di vista, l'ho riscontrata anche sulla cosiddetta "rotta balcanica" quando, con altri colleghi della delegazione Pd (Benifei, Majorino, Moretti e Smeriglio), siamo andati, lo scorso gennaio, a visitare il campo di Lipa, in Bosnia. Avremmo voluto ispezionare il tratto di confine tra Croazia e Bosnia che passa per un fitto bosco.
È lì, ancora una volta, che si vìola il principio di "non-refoulement", una regola fondamentale del diritto internazionale fissata nell'articolo 33 della Convenzione di Ginevra. Si tratta di pratiche che, sul fronte orientale, risultano applicate anche dal nostro paese. La polizia croata non ci ha fatto passare. Fisicamente hanno impedito il nostro lavoro di parlamentari ed erano militari inviati, come Domani ha accertato, da Zoran Niceno, il capo della guardia di frontiera che, guarda caso, siede nel consiglio di amministrazione di Frontex.
Un cambiamento radicale - Questa situazione è al centro della nostra iniziativa in seno al Parlamento europeo. L'attività del direttore di Frontex, il francese Fabrice Leggeri, è oggetto di particolare attenzione da parte della commissione Libertà civili, giustizia e affari interni. Il gruppo S&D ne ha chiesto ripetutamente le dimissioni mentre l'Olaf, l'organismo di sorveglianza finanziaria, ha aperto un'inchiesta interna che potrebbe portare a esiti clamorosi. In qualità di vicepresidente della commissione, da tempo ho chiesto maggiore trasparenza a Frontex e il pieno rispetto dell'articolo 46 del Regolamento che istituisce e regola i compiti dell'Agenzia, e che prevede la sospensione o il ritiro delle attività in caso di violazioni di diritti umani.
Di fronte a un muro di gomma la commissione ha costituito un "gruppo di scrutinio" che dovrà redigere un rapporto dettagliato entro i prossimi quattro mesi. Quel che serve è un cambiamento radicale nella condotta dell'Agenzia e una riforma strutturale delle politiche europee. Dobbiamo dire basta all'esternalizzazione delle responsabilità e ai respingimenti.
Serve un approccio basato sul rispetto del diritto, dei diritti e su una solida solidarietà interna. Questo è il lavoro che sto facendo come "relatore ombra" del nuovo Regolamento per la gestione di migrazione e asilo, che sostanzialmente riforma e sostituisce il famigerato sistema di Dublino. In mare, nell'immediato, serve una missione europea che torni a garantire, come è avvenuto per una fase anche in passato, che non ci siano più morti nel Mediterraneo.
E nel lungo periodo se davvero vogliamo sconfiggere i trafficanti, non dobbiamo più fare accordi con le milizie libiche, ma stabilire vie legali e sicure. Voglio sperare che la visita, molto opportuna, del presidente Draghi stia su questo crinale. Nel giorno di Pasqua, l'immancabile papa Francesco ha ricordato a chi di dovere che nei confronti dei migranti in "fuga da guerra e miseria non manchino segni concreti di solidarietà e di fraternità umana". La politica non può sottrarsi più a questo compito.
*Eurodeputato Pd
di Stefano Vecchio
Il Manifesto, 7 aprile 2021
Per la prima volta in epoca di pandemia, un rappresentante del governo, la Ministra alle Politiche giovanili Fabiana Dadone, dopo aver avuto la delega delle politiche antidroga, invia un segnale positivo impegnandosi, subito dopo la fase dell'emergenza, ad avviare le procedure necessarie alla convocazione di quella conferenza nazionale sulle droghe prevista dalla legge, con un ritardo di vent'anni.
L'aggressione da parte di "Fratelli d'Italia" vuol dire che siamo sulla buona strada.
A febbraio dello scorso anno, viste le inadempienze politiche, avevamo deciso di promuovere a Milano una Conferenza Autoconvocata sulle droghe come rete di organizzazioni della società civile, con il titolo suggestivo: "Droghe. Dopo la guerra dei trent'anni costruiamo la pace. Prove generali per un governo alternativo" che abbiamo, poi, dovuto rimandare a causa della pandemia da Sars Cov19.
L'emergenza sanitaria non ha modificato il quadro delle problematiche critiche, anzi ha acuito tutte le contraddizioni del sistema evidenziando l'esigenza di introdurre elementi di cambio strutturale come strategia per andare oltre la pandemia. I servizi di Riduzione del Danno e dei Rischi diffusi in modo disomogeneo nel Paese, nonostante una legge dello Stato li abbia dal 2017 inseriti nei LEA, hanno sostenuto in modo efficace e favorito le competenze e le pratiche autoregolazione delle persone che usano droghe e adottato strategie di ulteriore protezione della salute.
Gli stessi SerD, anche se stretti in un modello organizzativo asfittico, hanno scelto di facilitare pratiche di affidamento dei farmaci seguendo una logica analoga, e nella stragrande maggioranza dei casi, hanno evitato rischi e esposizioni ulteriori al mercato dell'illegalità. Sulla scorta di questi elementi, per nulla considerati nella narrazione ufficiale, è necessario che una nuova Conferenza Nazionale sulle Droghe sia preparata recuperando e focalizzando tutte le esperienze, i dati e le elaborazioni che si sono accumulate nel corso di questi anni e aggravate dalla pandemia.
E per contribuire a questo processo che abbiamo condiviso l'esigenza di rilanciare la conferenza autoconvocata predisponendo un percorso di cui indico le tappe più significative:
1. Il confronto per la riforma. Il Dpr 309/90 ha favorito l'illegalità del mercato e la criminalizzazione dei consumatori e dopo una guerra durata trenta anni è indispensabile un cambio di modello e che preveda una innovazione strutturale anche nel sistema degli interventi.
In questo stesso orizzonte si colloca il rilancio della legge sulla legalizzazione della cannabis.
2. Nel primo evento online realizzato il 30 marzo si è posta la questione dell'intreccio tra la riforma delle convenzioni internazionali e le leggi nazionali che possono anticiparne i contenuti come già avvenuto in molti Stati degli USA, in Canada e Uruguay.
3. Intendiamo attivare un confronto con il mondo dei media con l'obiettivo di condividere un orientamento alternativo e critico che ponga al centro la "responsabilità etica" del mondo dell'informazione libera da pregiudizi.
4. Rilanciamo la proposta di elaborare un Atto di Indirizzo nazionale per attuare i nuovi LEA della Riduzione del danno, introdotti dalla legge dal 2017, con l'istituzione di una commissione mista tra Conferenza Stato-Regioni, Ministero della Salute e rappresentanti della società civile e dei consumatori.
5. Chiediamo di abolire il fallimentare Dipartimento delle Politiche Antidroga istituendo una nuova Agenzia per le politiche sulle droghe partecipata e "pacificata".
6. Il prossimo 26 giugno presenteremo il dodicesimo Libro Bianco sulle droghe che sarà una occasione per un confronto con il mondo della politica e dei rappresentanti del governo fidando anche su un ruolo attento della Ministra Dadone.
di Giovanni Tizian
Il Domani, 7 aprile 2021
Draghi ringrazia i libici per il salvataggio di vite in mare. È un messaggio all'Ue di continuità sui respingimenti mascherati. Ma nuovi documenti rivelano gli abusi. "Esprimiamo soddisfazione per quello che la Libia fa per i salvataggi".
Tripoli, 6 aprile 2021, primo viaggio all'estero del presidente del Consiglio Mario Draghi, poche righe per dare un messaggio chiaro all'Europa: la continuità con le politiche di esternalizzazione delle frontiere, la delega cioè alla Guardia costiera libica del controllo dei confini europei. Lo fa al fianco del primo ministro Abdelhamid Dbeibah a capo del governo libico di transizione, che ha l'ambizione di riportare la stabilità nel paese. Nel discorso di Draghi, tuttavia, la questione umanitaria non è preminente rispetto al blocco degli sbarchi. Al pari dei predecessori, a partire da chi ha permesso l'attuazione del Piano europeo di sostegno e finanziamento della Guardia costiera libica: il governo di centrosinistra di Paolo Gentiloni con Marco Minniti ministro dell'Interno.
Il perno del sistema di controllo e respingimenti appaltato ai libici è la super agenzia europea Frontex, che poggia su una rete di comunicazione costata centinaia di milioni per garantire alla Guardia costiera il flusso di informazioni necessario a intercettare le barche cariche di migranti, che così vengono riportati in uno stato non sicuro, come denunciano le Nazioni Unite e le più autorevoli organizzazioni umanitarie.
Possibile che né la Commissione europea né il governo italiano siano al corrente delle violenze e della sospensione dello stato di diritto all'interno dei perimetri delle prigioni disseminate tra Tripoli e Zawyia? Amnesty International nel suo ultimo rapporto sui diritti umani nel mondo scrive: "La Guardia costiera libica ha intercettato 11.891 migranti. Migliaia di coloro che sono stati riportati in Libia sono stati detenuti a tempo indefinito nei centri amministrati dalla direzione per la lotta all'immigrazione illegale gestita dal ministero dell'Interno. Altri sono stati sottoposti a sparizione forzata dopo essere stati trasferiti in luoghi di detenzione non ufficiali, compresa la "Fabbrica del tabacco" di Tripoli, sotto il comando di una milizia affiliata al governo nazionale. Di loro non si è saputo più nulla".
Le prove degli abusi - In un documento agli atti di un'inchiesta sui trafficanti di uomini condotta dal magistrato di Palermo, Calogero Ferrara, c'è una testimonianza finora inedita sul sistema di corruzione, sbarchi e respingimenti. Il periodo a cui fa riferimento il testimone, interrogato una volta arrivato in Sicilia, si colloca tra il 2018 e il 2019. Cioè quando l'accordo Gentiloni-Minniti tra Italia e Libia era in vigore e il progetto europeo di esternalizzazione delle frontiere ormai rodato. "La Guardia costiera libica salva le vite dai naufraghi riportando donne, bambini e uomini al punto di partenza".
A questa narrazione istituzionale però si contrappone il vissuto delle vittime, che raccontano un'altra storia fatta di respingimenti e ricollocamenti in centri di detenzione infernali, lager dei nostri tempi. Ecco cosa dice Rashid al magistrato: "La sera del 4 luglio 2018 riuscivo a imbarcarmi, insieme ad altri migranti, su una grande nave. Purtroppo venivamo subito intercettati dalla polizia libica che ci conduceva nuovamente a terra per poi imprigionarci a Zawyia, dove sono rimasto richiuso per 3 mesi e 2 settimane".
Zawyia è un famigerato penitenziario per immigrati. La sede è in una ex base militare ed è gestito da tale Ossama, legato al più noto "Bija", figura sconosciuta finché un'inchiesta del giornalista di Avvenire, Nello Scavo, non ha svelato il suo viaggio in Italia e la presenza a un tavolo istituzionale con il ministero dell'Interno per parlare di migrazioni. Bija aveva partecipato in qualità di agente della Guardia costiera di Zawyia, nonostante fosse sospettato da anni di complicità con i trafficanti di esseri umani, ben felici di riportare i migranti alla base per torturarli e ricattarli una seconda volta.
Dalle testimonianze lette emerge che nel centro di Zawyia, dove sono stati spesso riportati i migranti intercettati dalla Guardia costiera libica, sono avvenute torture di ogni tipo: "Per bere utilizzavamo l'acqua dei bagni. Tutti noi migranti venivamo spesso picchiati, anche duramente. Un carceriere una volta ha sparato e colpito alle gambe di un nigeriano, colpevole di aver preso un pezzo di pane. Le donne venivano prelevate dai carcerieri per essere violentate. Da questa prigione si usciva solamente se si pagava il riscatto. Chi non pagava veniva ripetutamente picchiato e torturato". Un altro migrante ha raccontato: "Eravamo sempre vigilati da diversi uomini armati, dalla stanza in cui ero rinchiuso sentivo, giornalmente, colpi d'arma da fuoco sparati a distanza ravvicinata". Altri reclusi, poi arrivati in Sicilia, hanno rivelato ulteriori dettagli di torture medievali: appesi a testa in giù e picchiati con tubi e fucili.
Bianca Benvenuti è la responsabile affari umanitari di Medici senza frontiere, tornata di recente da una missione a Tripoli. "Nei primi mesi del 2021 la maggior parte dei migranti intercettati, 4mila (tra gennaio e oggi), dalle motovedette libiche sono stati rinchiusi nei centri di detenzione dell'area di Tripoli, controllati dal governo".
Centri governativi, dunque sicuri? "Le storie raccolte sul campo confermano che anche nelle prigioni ufficiali la violenza è usata come strumento di gestione dell'ordine, e in concomitanza di tentativi di fuga ci sono picchi di abusi".
Tra i luoghi in cui ha operato Medici senza frontiere c'è il centro di Al Mabani, zona Tripoli, "c'erano cinquecento persone a fronte di una capienza massima di cento". Questi luoghi gestiti da generali che fanno capo al ministero dell'Interno libico sono inaccessibili: "È una negoziazione quotidiana, e non sempre otteniamo il via libera per accedervi".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 aprile 2021
La denuncia arriva dalle associazioni del Network porti adriatici che ha ricevuto moltissime segnalazioni da parte dei migranti. Continuano le violazioni dei diritti delle persone migranti e dei minori, nonostante la condanna nel 2014 da parte della Corte Europea di Strasburgo. Eppure, a seguito della sentenza, è stata avviata una procedura di supervisione di fronte al Comitato dei ministri del Consiglio di Europa, finalizzata ad accertare le misure intraprese per evitare il ripetersi delle medesime violazioni.
A denunciarlo sono le associazioni del Network porti adriatici. "Esprimiamo preoccupazione - si legge nella loro nota - per la politica dei respingimenti e delle riammissioni che prosegue senza alcuna valutazione delle situazioni individuali e delle cause di inespellibilità dei cittadini stranieri, provenienti dalla Grecia e dai paesi balcanici, anche nei confronti di richiedenti asilo e minori non accompagnati".
Il network, composto dall'Ambasciata dei diritti delle Marche, dall'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione (Asgi), dall'associazione Lungo la Rotta Balcanica e da S.O.S. Diritti di Venezia, prosegue nell'attività di monitoraggio dei valichi di frontiera adriatici.
Dal 2017 procede con un'azione di monitoraggio di quanto avviene ai porti e garantisce informativa e tutela legale ai cittadini stranieri migranti in arrivo in Italia da Grecia e da altri paesi dell'area balcanica, come Albania, Croazia e Montenegro. Ebbene, nel corso del 2020 e in questi primi mesi del 2021, il Network ha ricevuto moltissime segnalazioni da parte di richiedenti asilo, anche minori, cui veniva impedita la tutela e la protezione garantita dalla legislazione vigente, spesso senza la presenza di un mediatore e senza aver ricevuto alcuna informativa legale.
Solo a seguito dell'intervento delle associazioni, è stato possibile contrastare le prassi illegittime e garantire l'accesso al territorio, alla richiesta di asilo e alla protezione.
Le testimonianze raccolte riferiscono episodi di violenze e trattamenti degradanti, sia ai porti nella fase del rintraccio e dell'arrivo, sia durante il viaggio. Inoltre, i migranti richiedenti asilo e minori respinti hanno raccontato di essere stati "affidati" in custodia ai comandanti dei traghetti e delle navi e riaccompagnati al porto da cui erano partiti.
Il Network Porti Adriatici, nel 2020 ha effettuato diverse richieste di accesso civico agli atti dei dati relativi alle riammissioni e ai respingimenti dai porti adriatici, alcune rimaste senza riscontro. Secondo i dati - formali e informali - e le testimonianze raccolte, le prassi illegittime si riscontrano, oltre verso coloro che arrivano dai porti della Grecia, anche per chi giunge da paesi quali Croazia ed Albania.
La Grecia continua a respingere in Turchia, Paese che si contraddistingue per violazione sistematica dei diritti umani anche nei confronti dei propri cittadini ed in particolare della popolazione curda. La Turchia è il Paese con il più alto numero di giornalisti in carcere per aver espresso le proprie opinioni ed è anche il Paese che da qualche giorno, con un decreto firmato dal presidente Erdogan, ha revocato la propria partecipazione alla Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul).
Com'è detto, già nell'ottobre 2014 l'Italia è stata condannata dalla Cedu (caso Sharifi e altri contro Italia e Grecia) per violazione del divieto di espulsioni collettive, divieto di trattamenti inumani o degradanti e il diritto a un ricorso effettivo contro l'espulsione collettiva e l'esposizione a trattamenti inumani e degradanti. Ma nulla pare che sia cambiato da allora.
Il Network sottolinea "l'inefficacia dei servizi di accoglienza ed assistenza degli enti in convenzione con le prefetture, previsti ai valichi di frontiera" e la segnalazione di "diffuse situazioni di violenza e altri prassi aventi profili di illegittimità quali la detenzione a bordo delle navi, il sequestro di beni mobili e di ogni documentazione".
Una situazione che non può più essere tollerata. "Rimarchiamo la necessità - conclude - di interrompere le riammissioni verso la Grecia e dei respingimenti verso Albania e Croazia, nonché di garantire il pieno rispetto del diritto d'asilo e tutti gli altri diritti e le garanzie fondamentali".
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