di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 6 aprile 2021
Fernando Gomes da Silva, ex elettricista che sta scontando una condanna a 18 anni, ha ideato il "rifiutometro" di condominio, che premia gli inquilini virtuosi. Al via la raccolta fondi sulla piattaforma del Comune. Quando nel 2015 in carcere a Firenze trafficava con ingranaggi meccanici e scatole delle merendine, memore del suo essere stato elettricista prima di incassare una condanna a 18 anni, lo incoraggiavano perché in cella sembrava un buon modo di passare il tempo per un detenuto che di tempo da occupare ne avrebbe avuto tanto.
Ma quando il modellino in miniatura di "rifiutometro" messo a punto da Fernando Gomes da Silva è finito (grazie ai volontari dell'associazione Zone) in mano agli ingegneri dell'Università Federico II di Napoli, il prototipo di macchinetta è diventato un vero e proprio brevetto finanziato nel 2015 da Publiambiente spa, l'azienda di gestione del ciclo integrato dei rifiuti solidi urbani della Toscana.
Poi, quando Fernando è stato trasferito nel carcere di Bollate, e qui ha formato con altri detenuti l'associazione "Keep the Planet Clean", ecco che Riselda (cioè l'idea battezzata con il nome della mamma) ha iniziato a promuovere da un lato la raccolta differenziata dei rifiuti in carcere, giunta all'80% con il patrocinio di Amsa e Novamont, e dall'altro il premio di un'ora di colloqui in più e di una telefonata in più per i detenuti partecipanti all'impegno nel progetto.
E quando è stato presentato come bando per la "Scuola dei Quartieri" del Comune di Milano, in lizza cioè tra "i progetti e servizi realizzati dai cittadini per migliorare la vita in alcuni quartieri meno centrali della città", l'idea di "isola ecologica condominiale" Riselda Smartdumpster è sbarcata anche sulla piattaforma digitale di Crowfunding Civico Milano, dove ora e fino al 24 aprile cercherà di raccogliere 8.000 euro, cioè il 40 per cento del budget necessario, perché in questo caso a metterci il restante 60 per cento (12.000 euro) sarà il Comune di Milano. Per fare cosa?
Per esportare dal carcere dei ristretti alla città dei liberi, dalla cella del detenuto brasiliano a un condominio ultrameneghino da candidare nel quartiere Giambellino-Lorenteggio, le tre funzioni del progetto Riselda in partnership con l'impresa sociale "BiPart": e cioè digitalizzazione dei rifiuti nel condominio, sistema di premialità, messa in rete dei cittadini del quartiere. Riselda, infatti, è un tipo di cassonetto "intelligente" che ha la funzione di pesare, tracciare e produrre informazioni personalizzate sui rifiuti prodotti da ogni utente dotato di una card personale, stampando un adesivo con codice a barre per i vari tipi di rifiuto (indifferenziato, plastica, carta, organico).
Questo rifiutometro è poi la base per premiare comportamenti virtuosi nella raccolta differenziata dei rifiuti, in prospettiva riconoscendo a chi riduce il tasso di rifiuti indifferenziati un accesso agli sgravi fiscali sulla parte variabile della Tari, e convertendo i "punti" guadagnati dai più virtuosi in sconti o buoni spesa presso una rete di negozi che dovessero essere interessati.
Inoltre la macchinetta sarebbe collegata ad un'applicazione per cellulari che permette ai condomini di condividere documentazione sulla vita nel quartiere, annunci di smarrimento oggetti, ricerche e offerte di manodopera locale, informazioni del Comune. Con l'ulteriore effetto di contribuire alla pacificazione tra condòmini attraverso la mediazione di quelle incomprensioni che spesso gorgogliano nei palazzi prima di esplodere in conflitti.
Poco a poco, insomma, potrebbe materializzarsi l'idea di Fernando in carcere, e cioè quella di "impiegare i lunghi anni di detenzione per pensare qualcosa che fosse utile a tutta la comunità", all'insegna di una sorta di "se non sono più nel mondo, almeno sono riuscito a fare qualcosa per il mondo". Pensiero nel quale, aggiunge l'educatrice Sarah D'Errico, "la progettualità si fa pratica di comunità e di reinserimento nella comunità", attraverso un progetto nato davvero "dal basso" di una cella di carcere ma adesso capace di sbarcare fuori dal carcere: nei quartieri, dove "separare i rifiuti per unire le persone".
di Paolo Vittoria
Il Manifesto, 6 aprile 2021
Intervista. Parla Frei Betto, il frate domenicano, teologo della liberazione, educatore e militante politico. "A settembre, saranno 100 anni dalla nascita del pedagogista e teorico: l'educazione popolare può ancora rendere gli oppressi protagonisti della scena sociale". Il frate domenicano che si ribellava alla dittatura militare e fu fatto prigioniero negli anni Settanta oggi è educatore, militante politico, teologo della liberazione, scrittore. Frei Betto, uno dei maggiori intellettuali del Brasile, ci rende testimoni di percorsi storici e della necessità politica dell'educazione popolare ispirata da Paulo Freire, come metodo di superamento dell'ideologia del capitalismo.
Le prime esperienze di educazione popolare in Brasile sono sorte dai movimenti di resistenza contro la dittatura militare. Anche il carcere divenne un luogo di sperimentazione. Che memoria ha di quell'epoca?
Nel mio caso, ho trascorso quattro anni di prigionia, due con i carcerati politici e due con quelli comuni. Con i detenuti comuni abbiamo fatto esperienze di educazione popolare mediante il teatro, i circoli di lettura, l'artigianato e la pittura. Già al tempo, ci ispiravamo alla metodologia ideata da Paulo Freire. A settembre prossimo, ricorreranno i cento anni dalla sua nascita ed è giusto ricordare come l'educazione popolare, da lui introdotta, abbia ancora intatte le potenzialità di rendere gli oppressi protagonisti sociali e politici. Credo che sia anche merito di Paulo Freire se, in un paese elitario come il Brasile, dove i banchieri sono perfino più ricchi di quelli europei, un sindacalista metallurgico, come Lula, sia diventato presidente della Repubblica, eletto per due mandati. Grazie a Freire, molti leader popolari sono diventati importanti protagonisti politici. Attualmente, continuiamo a lavorare con il suo metodo, più o meno apertamente, ma non tutti si rendono conto della qualità di questo approccio.
Quale aspetto, in particolare, della pedagogia di Freire si è rivelato il più utile?
Partire dal contesto degli educandi, come faceva Freire nell'alfabetizzazione mediante le cosiddette parole generatrici che emergevano da un processo dialogico basato su situazioni concrete. Si iniziava da lì e dalla narrazione dei carcerati, perfino da quali crimini avevano commesso. Evidentemente, non tutti erano disposti a parlare, ma alcuni descrivevano anche dettagliatamente e funzionava quasi come una terapia di gruppo. Erano impressionanti gli effetti, nei gruppi di teatro, di quella metodologia che contestualizzava la loro vita, stimolando ognuno a riflettere sulle proprie azioni, le conseguenze e le cause. Ho rielaborato le analisi indotte da Paulo Freire anche quando sono uscito dalla prigione e ho iniziato a lavorare coi movimenti popolari. Con i detenuti, le comunità di base, i sindacati, la pastorale operaia, è importante superare la bassa autostima - molti non hanno avuto l'opportunità di studiare - promuovendo la coscienza di avere una cultura che spesso neanche astrofisici, chimici, grandi ingegneri, avvocati possiedono. Esistono culture distinte, ma socialmente complementari.
Il dialogo accresce le culture in modo dialettico, reciproco, facendo in modo che ognuno impari dall'altro...
Le masse hanno la percezione della vita come mero processo biologico: nasco, faccio parte di una famiglia, studio, mi sposo, ho figli, lavoro per sostenere la famiglia. Il capitalismo si basa su questo ciclo biologico di riproduzione economica che si riduce al produrre e consumare. L'educazione popolare "traghetta" dalla massa al popolo, dalla percezione della vita come ciclo biologico a ciclo biografico: faccio parte di una famiglia, che riguarda una determinata classe, inserita in un contesto, in un congiunto internazionale, che ci pone alcune questioni. Il dialogo è fondamentale per promuovere questa coscienza storico-biografica di un processo politico, sociale ed economico, che è la propria vita.
Che valore ha questo processo oggi?
Sono stato per due anni nel governo Lula (2003-2004) nel programma "Fame Zero" e oggi direi a malincuore che ci siamo distanziati dalla base popolare. C'è un principio freiriano molto importante per l'epistemologia: la testa pensa dove stanno i piedi, ossia quando cambiamo luogo sociale cambiamo anche quello epistemico. Uscire dal contatto diretto con le basi popolari e iniziare a convivere nei corridoi dei "palazzi", ha avuto come conseguenza la scarsa coscienza dell'importanza dell'educazione popolare. Penso che uno degli errori della sinistra latinoamericana sia stato quella di aver abbandonato quel lavoro con i settori più poveri. In Brasile si dice che la sinistra si unisce solo in prigione, ed è vero. Quando abbiamo conquistato governi democratico-popolari, abbiamo trascurato periferie, favelas, zone rurali. C'è stato uno scollamento che ha propiziato il fatto che gli spazi popolari fossero occupati da ideologie fondamentaliste, autoritarie, schiave del narcotraffico e di false credenze generate dal populismo.
Il fenomeno crescente del populismo ha dato spazio a una violenta persecuzione ideologica contro il pensiero di Freire...
Credo che lo strumento più brutale della destra per perseguitare il suo pensiero sia quello delle fake news e del negazionismo che si è diffuso fin da quando Bolsonaro - lo chiamo "Bolso-nero" - ha assunto la presidenza della Repubblica. Il negazionismo non riguarda solo il Covid, ma elementi della nostra storia, come il valore del pensiero di Paulo Freire o perfino l'esistenza della dittatura militare. Chi la nega ignora che Freire trascorse più di 15 anni in esilio o storie come quelle di Frei Tito, morto dopo terribili torture, e Frei Fernando che scrisse un diario dalla prigione su fogli di seta.
Il negazionismo è frutto dell'impoverimento culturale e dell'indebolimento di movimenti popolari, ma anche dell'ideologia del consumo, non è così?
Certo, questi processi di analisi critica sono fondamentali per comprendere l'essenza del sistema capitalista. Non si può prescindere dalla filosofia di Marx, - a mio avviso distorta da molti, soprattutto negli aspetti religiosi - nell'interpretare criticamente il capitalismo aprendo le finestre per il suo superamento. Ci sono tentativi di umanizzare, migliorare il capitalismo, ma sono intra-sistemici ed è come carezzare i denti dello squalo, illudendosi di eliminarne l'aggressività. Il capitalismo è intrinsecamente disumano perché la priorità, il valore numero uno è l'appropriazione privata della ricchezza che offre la libertà a pochi di possedere molto e impedisce a molti di avere qualcosa. Se vogliamo cambiamenti concreti in America Latina bisogna tornare al lavoro di base dell'educazione popolare. La trasformazione avviene solo se i settori popolari si organizzano e si mobilitano per andare oltre questo sistema che genera povertà, miseria, fame, diseguaglianza, esclusione, con tutte le conseguenze dal punto di vista della distruzione umana e ambientale.
di Laura Cappon
Il Domani, 6 aprile 2021
Oggi si è tenuta una nuova udienza per il rinnovo della custodia cautelare. Domani il verdetto. Il suo avvocato: "Sta male psicologicamente, chiesta la sostituzione dei giudici. Ma a mio avviso non lo rilasceranno". Se si esclude la mozione presentata dalla difesa, il copione di queste udienze si ripete ancora una volta e senza variazioni da più di un anno.
Patrick Zaki è estremamente provato dalla sua detenzione e versa "in un pessimo stato psicologico". Lo ha detto all'Ansa la sua avvocata, Hoda Nasrallah, al termine dell'udienza per il rinnovo della custodia cautelare tenutasi oggi nell'aula bunker del carcere di Tora al Cairo. L'esito però non è ancora certo e sarà necessario aspettare almeno 24 ore. Ma Nasrallah rimane pessimista circa l'esito finale: "Non credo lo rilasceranno, visti tutti questi rinnovi", ha proseguito.
La difesa, intanto, ha chiesto di sostituire il collegio giudicante ritenendo i rinnovi una sorta di accanimento: per sapere se la richiesta verrà accettata bisognerà attendere domani, se non addirittura mercoledì. Di fronte alla corte (che come di consueto esaminava centinaia di altri casi di detenzione temporanea simili a quello di Patrick) era presente anche una delegazione di diplomatici di Francia, Stati Uniti e Canada, assieme al rappresentante dell'ambasciata italiana al Cairo. Come già avvenuto nelle altre udienze, la delegazione ha depositato delle comunicazioni scritte per esprimere il suo interessamento al caso.
Se si esclude la mozione presentata dalla difesa, il copione di queste udienze si ripete ancora una volta e senza variazioni da più di un anno. Dopo i primi cinque mesi di udienze, durante i quali i rinnovi di detenzione erano quindicinali, ora il fascicolo di Patrick è entrato nella fase dei prolungamenti di 45 giorni. A nulla sono servite le richieste avanzate nelle scorse udienze perché a Zaki fosse almeno permesso di visitare il padre, ricoverato a fine febbraio in ospedale e ora in convalescenza nella casa del Cairo.
Anche la salute del giovane è sempre più provata dall'asma e dalle allergie che si sono acuite a causa delle recenti tempeste di sabbia che si sono abbattute sulla capitale egiziana. Continua a dormire per terra perché nel carcere di Tora non ci sono letti e ha pochissimi libri a disposizione. Inoltre, come confermato da fonti vicine alla famiglia, nelle scorse settimane, un suo compagno di cella ha avuto sintomi da Covid-19 ma non è stato sottoposto a tampone molecolare.
Patrick è nelle mani delle autorità egiziane da ormai 421 giorni. Era il 7 febbraio del 2020 quando fu prelevato da alcuni agenti della National Security Egiziana dall'aeroporto del Cairo mentre tornava da Bologna, la città dove stava frequentando un master in studi di genere. Durante le prime 24 ore di detenzione è stato torturato e tenuto in un edificio della National Security senza che gli fosse permesso di avere contatti con gli avvocati o con i suoi familiari. È riapparso l'8 febbraio nel commissariato di Mansoura e, dopo alcuni trasferimenti, da circa un anno si trova recluso nel carcere di Tora, nell'ala dedicata ai detenuti in attesa di giudizio.
Le accuse per il giovane ricercatore - le più gravi sono associazione terroristica e propaganda sovversiva - sono state spiccate sulla base di alcuni post Facebook che la difesa non ha mai potuto visionare. I suoi avvocati hanno sempre puntualizzato che il profilo social citato dalla Procura non è quello del giovane studente ma un fake: quello usato dal ragazzo è Patrick Zaki, mentre le autorità riferiscono di un account a nome di Patrick George Zaki.
I post sui social non sono l'unica prova contestata dalla difesa. C'è anche la perquisizione messa a verbale dalla procura e avvenuta a Mansoura nel settembre del 2019. Secondo le poche pagine che i legali hanno a disposizione, la polizia si sarebbe presentata nella casa di famiglia di Patrick, mentre il giovane ricercatore era già a Bologna, e avrebbe setacciato la sua camera alla presenza della madre. Ma la famiglia Zaki vive da diversi anni al Cairo e nel settembre del 2019 era impossibile che nella casa di famiglia ci fosse qualcuno. Qualunque prova a carico presentata dalla procura non è tuttavia contestabile dalla difesa sino a quando non ci sarà un processo.
Intanto, in Italia continua la campagna per la sua liberazione. Lo scorso mese, 58 parlamentari della Camera dei deputati hanno firmato una mozione per chiedere al Governo italiano di "adottare le iniziative di competenza per il conferimento della cittadinanza italiana" mentre la petizione online per la concessione a Patrick Zaki della cittadinanza italiana per meriti speciali ha ormai superato le 187 mila firme. Sul caso si è pronunciato anche il segretario del PD Enrico Letta che in un tweet prima dell'udienza ha rinnovato la richiesta di rilascio per il giovane egiziano.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 6 aprile 2021
Più che il vertice del disgelo, come è stato presentato con forse un po' troppa enfasi, quello che faranno oggi il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen in Turchia assomiglia piuttosto a un viaggio della speranza: quella di riuscire a convincere Recep Tayyip Erdogan a stringere un nuovo patto sui migranti simile a quello siglato il 18 marzo del 2016 che permise di bloccare la fuga dei rifugiati siriani verso l'Europa. In mezzo, i due leader europei proveranno anche a parlare di rispetto dei diritti umani in un Paese che ha appena abbandonato la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne e dove ieri dieci ex ammiragli sono stati arrestati per aver scritto una lettera critica nei confronti del presidente turco, mentre per domani è prevista la chiusura di uno dei tanti processi per il fallito golpe del 2016 con sentenze che, è facile immaginare, non saranno lievi.
Cinque anni dopo l'accordo raggiunto tra Ankara e Bruxelles grazie alla regia della cancelliera Merkel, l'Europa dunque ci riprova. Il viaggio di oggi è stato preceduto da una marcia di avvicinamento cominciata a gennaio dalla Turchia che, nonostante sia allergica alle critiche europee, ha smorzato i toni polemici nei confronti di Bruxelles accompagnando questa nuova disponibilità al dialogo con l'impegno a fermare le perforazioni nel Mediterraneo, a riprendere i colloqui interrotti con la Grecia e a riavviare i negoziati con Cipro.
Un atteggiamento giudicato positivamente dall'Ue, anche se non è mancata la prudenza: "La situazione resta delicata", ha infatti spiegato il rappresentante per la politica estera, Jospeh Borrell, al termine del consiglio europeo del 25 marzo. "Ho individuato un paio di misure con un approccio binario: da un lato misure positive e, dall'altro, misure che possono essere prese se la situazione dovesse ribaltarsi".
Oggi la Turchia ospita più di 4 milioni di rifugiati, 3,6 milioni dei quali sono siriani. In questi cinque anni i rifugiati ricollocati in Europa sono stati 28.621, mentre 2.140 sono quelli riaccolti dopo essere sbarcati illegalmente in Grecia. La situazione è però cambiata a febbraio 2020, con la decisione di Erdogan di mettere fine all'accordo aprendo le frontiere del Paese. Un numero, soprattutto, fa paura a Bruxelles ed è quello che registra il crollo dei migranti fermati dalle autorità turche: nel 2019 furono 454.662, contro i 122.302 del 2020, una flessione dovuta principalmente alla volontà di Erdogan di punire l'Europa perché, a suo dire, non avrebbe mantenuto gli impegni presi versando solo 3,6 miliardi di euro dei 6 promessi nel 2016 (cifra contestata da Bruxelles che parla invece di 4,1 miliardi già impegnati mentre il resto verrà speso in contratti entro il 2023).
Michel e von der Leyen non si presentano comunque a mani vuote da Erdogan. I due leader sanno di poter promettere al presidente nuovi finanziamenti visto che i 27 hanno chiesto alla Commissione di presentare una proposta per finanziare l'assistenza ai profughi siriani. Ma non è detto che i soldi saranno sufficienti. Erdogan è già tornato alla carica chiedendo l'ingresso della Turchia nell'Unione europea e la liberalizzazione dei visti per i suoi cittadini, due punti che, più dei soldi, sarebbero preziosi per lui sul fronte politico interno. Una questione delicata, visto che l'Europa è divisa nell'atteggiamento da assumere verso Ankara, con Grecia e Francia che, al contrario di Italia, Germania e Spagna, sono contrarie all'ipotesi di un'apertura. Gli esiti dell'incontro di oggi verranno esaminati nel prossimo vertice Ue di giugno, e c'è da scommettere su quale sarà l'atmosfera.
politicamentecorretto.com, 5 aprile 2021
L'appello del Partito Radicale rivolto alla Ministra della Giustizia Marta Cartabia e al Ministro della Salute Roberto Speranza sta raccogliendo adesioni e tra i primi firmatari compaiono Maria De Filippi, autrice e conduttrice televisiva, e l'avvocato Annamaria Bernardini de Pace.
"Il problema della salute mentale in carcere, oggi rilanciato dalla vicenda che riguarda Fabrizio Corona e che coinvolge da ben prima di lui migliaia di altri cittadini, esige una vostra urgente e concreta risposta", si legge nell'appello cui hanno aderito personalità del mondo della scienza, del giornalismo, della politica e della cultura.
di Cosimo Rega
La Stampa, 5 aprile 2021
Mi chiamo Cosimo Rega, da qualche anno ho superato i sessanta, di cui circa 40 trascorsi nelle carceri italiane condannato a un fine pena mai. Il motivo? Sono un ex camorrista, mi piacerebbe aggiungere "ex assassino". Ma questo lo sarò per sempre. Convivere con questa consapevolezza è la giusta condanna che mi accompagnerà per il resto dei miei giorni.
Avevo da poco superato i 20 anni, quando mio padre alla giovane età di 44 anni, a causa di una malattia ci lasciò per sempre.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 5 aprile 2021
Non solo intercettazioni, con il virus anche "perquisizioni digitali" mai autorizzate. Il deputato di Azione Enrico Costa ora chiede norme chiare. Sono moltissime le potenzialità del "trojan", il software spia nato per trasformare il telefono cellulare in un microfono sempre acceso. L'uso del "captatore" informatico, inizialmente previsto solo per i reati associativi e di terrorismo, è stato esteso dall'allora ministro della Giustizia Alfonso Bonafede anche a quelli contro la Pubblica amministrazione. Le indagini della Procura di Perugia nei confronti dell'ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati Luca Palamara, indagato appunto per corruzione, rappresentano ad esempio uno dei primi casi in Italia di utilizzo di tale strumento investigativo.
di Simona Musco
Il Dubbio, 5 aprile 2021
Il Report dell'agenzia dell'Ue per i diritti fondamentali. La presunzione d'innocenza in Italia è fortemente influenzata dai media, dai pregiudizi e dalla presenza delle gabbie nelle aule dei tribunali. È quanto si evince dal report dell'Agenzia dell'Unione europea per i diritti fondamentali (Fra), che ha preso in esame il modo in cui la presunzione di innocenza e i diritti correlati sono applicati all'interno dell'Unione europea.
In Italia, si legge nel report, la presunzione d'innocenza è tutelata dalla Costituzione. Ma ciò che manca è l'attuazione pratica di tale principio nei procedimenti giudiziari e sui media. Sono troppe le fughe di notizie e le fonti non ufficiali, che distorcono spesso la verità dei fatti e sviliscono il principio di presunzione d'innocenza.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 5 aprile 2021
Avvocato e docente universitario, Orazio Abbamonte è uno storico del diritto e tra i più stimati amministrativisti.
Il Tar e il Consiglio di Stato veramente costituiscono un problema per l'efficienza degli appalti pubblici?
"Non ho difficoltà a rispondere. Per beneficio del lettore, devo chiarire di farlo da avvocato amministrativista, vale a dire dal lato di chi ha il compito di far valere ragioni di parte davanti ad un giudice. E le ragioni di parte non sono affatto necessariamente 'partigiane'; anzi, sono spesso quelle più genuine (non incrostate di potere), quelle che vengono da aspirazioni frustrate dall'Amministrazione, che troppo di frequente devia dai suoi fini per i motivi più vari, quasi mai difendibili in un aperto confronto. Quelle dell'Amministrazione sono ragioni che si fanno forti del potere".
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 5 aprile 2021
La coordinatrice della Commissione diritto penale del Cnf: "Le misure introdotte con il decreto Covid non rispondono adeguatamente ai malfuzionamenti del portale telematico nel penale".
"L'avvocatura resta vigile sul fondamentale tema dell'esercizio del diritto di difesa e provvederà alla elaborazione di proposte emendative in sede di conversione del decreto legge". Giovanna Ollà, consigliera del Cnf e coordinatrice della commissione Diritto penale, è chiara nell'indicare la rotta dopo il varo del Dl 44/ 2021.
La misura in vigore dal 1° aprile viene incontro ai penalisti?
Se da una parte si riscontra positivamente, e di questo va ringraziata la ministra Marta Cartabia, la "presa in carico", in un atto normativo, delle numerose segnalazioni relative alle criticità del funzionamento del Portale per il processo penale telematico, dall'altra si evidenzia che la soluzione prospettata nell'articolo 6 del Dl non appare in realtà risolutiva del problema. Va però considerata positivamente la precisazione che anche con riferimento agli atti penali per i quali vige l'obbligo di deposito tramite portale, la norma preveda che il deposito si intende tempestivo quando è eseguito entro le ventiquattro ore del giorno di scadenza del termine.
Nel decreto si fa riferimento al "malfunzionamento del portale". La locuzione si presta a diverse interpretazioni?
Dall'analisi del provvedimento emergono forti perplessità. Il comma 2 bis in buona sostanza tipizza, nel malfunzionamento del portale accertato dal Dgsia, una causa di forza maggiore rilevante ai fini della rimessione in termini. Il dato è positivo nella misura in cui non lascia spazio a interpretazioni discrezionali in sede di richiesta di rimessione. Del resto va detto che, pur in assenza della specificazione normativa, difficilmente si sarebbe potuta escludere la causa di forza maggiore a fronte dell'accertato malfunzionamento di un sistema previsto dalla legge come obbligatorio per il deposito di una determinata tipologia di atti.
Il decreto legge lascia irrisolti alcuni problemi?
Non può non rilevarsi come l'integrazione normativa non soddisfi e non risolva le numerose criticità, ancora oggi esistenti e dettagliatamente segnalate dalle componenti istituzionali e associative della avvocatura, e che non riguardano il generale malfunzionamento del portale e accertato in quanto tale dal Dgsia, ma tutte le difficoltà incontrate dagli avvocati al momento del deposito, dal ritardo nella presa in carico al rifiuto spesso senza indicazione dei motivi.
L'avvocatura aveva suggerito a via Arenula una sospensione dei depositi telematici...
Esatto. È stata richiesta la sospensione per un periodo dell'obbligatorietà del deposito tramite portale, in attesa di un adeguato periodo di sperimentazione che sarebbe servito alla soluzione delle numerose criticità. La Fondazione italiana per l'innovazione forense, attraverso la vicepresidente Carla Secchieri, aveva elaborato una serie di correttivi idonei alla risoluzione di alcuni problemi.
Ma il "doppio binario" è correttamente definito?
Non nei termini in cui l'avvocatura lo aveva richiesto. La norma, anche nei casi di malfunzionamento del portale accertato dal Dgsia, prevede il deposito analogico ovvero cartaceo, solo previa autorizzazione della autorità giudiziaria. La formulazione della norma sembra smentire la necessità di limitare gli accessi alle cancellerie, che rischiano invece di moltiplicarsi, dovendo verosimilmente il professionista recarsi di persona a depositare l'istanza di autorizzazione al deposito analogico e poi, una volta autorizzato, recarsi per depositare l'atto. La norma suscita perplessità anche in merito alle tempistiche dell'autorizzazione che potrebbe pervenire ad atto scaduto, rendendo così inutile lo sforzo normativo finalizzato a garantire il deposito tempestivo e a evitare la procedura di rimessione in termini.
Vi aspettavate qualcosa in più quindi?
Sarebbe stato meglio consentire, quantomeno nel caso di malfunzionamento accertato del portale, la generalizzata possibilità di deposito analogico, in modo da evitare l'inutile procedimentalizzazione che si verifica con il passaggio autorizzatorio. È prevista altresì la possibilità di autorizzazione al deposito di singoli atti in formato analogico, per ragioni specifiche ed eccezionali. L'indicazione normativa, evidentemente rivolta alle problematiche diverse dal malfunzionamento del portale accertato dal Dgsia, apre tuttavia la strada a una pericolosa procedimentalizzazione della fase autorizzativa, rimessa alla discrezionalità delle diverse autorità giudiziarie. La conseguenza è un rischio di "giurisprudenze" contrastanti nei diversi uffici giudiziari.
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