di Giuliano Santoro
Il Manifesto, 4 aprile 2021
La ministra alle politiche giovanili del M5S sotto accusa per le posizioni sulla cannabis. Nei giorni in cui si apprende che New York è il quattordicesimo stato degli Usa a legalizzare la cannabis a uso ricreativo, la destra solleva un polverone sulla ministra delle politiche giovanili Fabiana Dadone, per le sue prese di posizione antiproibizioniste sulle droghe leggere. A Dadone, con decreto del consiglio dei ministri pubblicato dalla Gazzetta ufficiale giovedì scorso, è stata assegnata la delega per le politiche antidroga.
La scelta va di traverso al centrodestra. La prima a suonare la grancassa proibizionista è la leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni: "È grave e deludente che per un compito così delicato come la lotta alle dipendenze sia stato scelto un esponente politico firmatario di proposte per legalizzare la cannabis - esclama Meloni - Non è questa la discontinuità che ci aspettavamo da Draghi. Rinnovo il mio appello ai partiti di centrodestra che sostengono il governo affinché si facciano sentire con decisione". Meloni alza la palla, e il capogruppo alla camera di Forza Italia Roberto Occhiuto schiaccia: "Davvero tra i membri del governo Draghi non c'era una personalità con un curriculum un tantino meno discutibile? - dice Occhiuto - Ci aspettiamo che la Dadone chiarisca presto e in modo inequivocabile le linee guida attraverso le quali intenderà portare avanti il suo mandato". A questo punto, dunque, la polemica su Dadone entra ufficialmente all'interno della maggioranza che sostiene il governo Draghi.
Eppure, la nomina della ministra del Movimento 5 Stelle sembrava poter sbloccare meccanismi inceppati da anni. Marco Perduca dell'Associazione Luca Coscioni e Leonardo Fiorentini di Forum Droghe le avevano chiesto, tra le altre cose, l'avvio della preparazione della convocazione della Conferenza nazionale sulle droghe, momento di condivisione e riflessione sugli effetti dell'attuale legislazione. La Conferenza viene prevista dal testo ancora in vigore ma non viene convocata dal 2009. La ministra Dadone aveva tenuto a sottolineare che, compatibilmente con l'emergenza sanitaria, il processo che avrebbe condotto all'indizione della Conferenza sarebbe cominciato quanto prima.
Per il presidente della Commissione giustizia della camera Mario Perantoni, del M5S, le critiche a Dadone "sono palesemente aprioristiche e strumentali: confondere le azioni di prevenzione e gestione del complesso fenomeno delle droghe con un generico 'liberi tutti' è frutto di prese di posizione antistoriche che speravamo superate. In Italia esiste un grave problema legato al consumo delle droghe e soprattutto allo strapotere della criminalità organizzata ma anche per questo è arrivato il momento di cominciare a dettare regole civili".
Sullo sfondo, la legge Fini-Giovanardi sulle droghe è stata dichiarata incostituzionale dalla Corte suprema. A proposito di cannabis, sempre il grillino Perantoni rilancia una proposta di legge a prima firma Riccardo Magi di +Europa che ha raccolto le adesioni di alcuni deputati del Partito democratico e del Movimento 5 Stelle e che recepisce le indicazioni della sentenza a sezioni unite della Cassazione sul margine entro il quale la coltivazione di piantine di marijuana è ritenuta consentita per uso personale o a maggior ragione, terapeutico. Modificando l'articolo 73 della legge sulle droghe, il testo attualmente interviene su due punti fondamentali. Innanzitutto depenalizza completamente la coltivazione domestica a uso personale.
In secondo luogo, introduce interviene in maniera sostanziale nella repressione di fatti considerati di lieve entità, quelli per i quali ancora oggi in maniera inspiegabile sette volte su dieci si finisce in carcere: riducendo le pene e distinguendo molto tra sostanza. C'è una proposta abbinata a questa della Lega che va in direzione opposta, chiede esattamente più carcere e più repressione per i consumatori di sostanze. Ma è stata demolita in commissione giustizia in fase di audizione, anche dai magistrati antimafia. Probabilmente è dovuto anche a questo, alla sensazione che l'ideologia ultra-proibizionista non regge in relazione all'evidenza dei fatti, il nervosismo della destra di fronte alla delega alla ministra Fabiana Dadone.
di Andrea Cegna
Il Manifesto, 4 aprile 2021
Aumenta il flusso dal Centro America. Retate in Messico e Guatemala pronto a usare la forza contro la nuova carovana in arrivo. Ma agli Stati Uniti, che solo a febbraio hanno arrestato oltre 100 mila persone sul confine, non basta. Continua senza sosta il flusso migratorio, anche di minori non accompagnati, attraverso il confine sud degli Stati uniti. Nel solo ultimo sabato di marzo 402 migranti sono stati trattenuti dagli agenti di frontiera, 70 dei quali minori non accompagnati.
Le autorità Usa continuano a mandare messaggi in Centro America per invitare le persone a non partire, ma le parole di inizio mandato di Biden hanno acceso una dinamica che "nonostante la presenza di oltre 8.200 elementi della Guardia nazionale messicana, dell'Esercito e uomini e donne dell'Istituto nazionale per le migrazioni il flusso migratorio al confine tra Guatemala e Messico è continua e senza sosta", rivela l'avvocato Fernando Castro Molina, consulente migratorio.
Gli agenti della Customs and Border Protection (CBP) hanno arrestato, nel solo mese di febbraio, 100.441 migranti al confine meridionale con il Messico. 78.442 a gennaio. Per questo il governo Usa sta accusando Messico e Guatemala di incapacità nel contenere i migranti. In risposta alle pressioni il Messico ha recentemente inviato centinaia di uomini dell'Istituto nazionale per le migrazioni (Inm), della Guardia nazionale e delle Forze armate nella città di confine del Chiapas, Tapachula, con l'obiettivo di intimorire la popolazione migrante e supportare le autorità cittadine in caso di problemi di ordine pubblico. Il Messico ha arrestato 34.993 migranti tra il primo gennaio e il 25 marzo, il che rappresenta un aumento del 28% (7.643 persone in più) rispetto allo scorso anno. Secondo quando riportato dall'INM 4.440 sono stati migranti minori. Il 56,21% dei migranti fermati proviene dall'Honduras il resto da Guatemala poi da El Salvador e a seguire altre nazionalità. Sempre la scorsa settimana sono state pubblicate alcune immagini di bambini nelle mani delle forze di sicurezza messicane rinchiusi in gabbia.
In Guatemala, invece, Il governo ha approvato lo "stato di prevenzione" che autorizza le forze armate a usare la forza per impedire l'ingresso di una nuova carovana migrante, partita il 30 marzo dall'Honduras, con il sogno di raggiungere gli Stati uniti in sicurezza. Le attuali politiche migratorie che governano l'asse Guatemala-Messico-Usa, inasprite da Donald Trump e non alleggerite dal nuovo governo Biden, diventano terreno di conquista per gli speculatori sulle vite umane: Il governo dell'Ecuador ha denunciato un episodio di tratta di esseri umani riguardante due minori al confine con il Rio Bravo. Alcuni video a raggi infrarossi pubblicati anche sui social media mostrano due sorelle di tre e cinque anni che vengono lanciate da un "coyote", un trafficante di esseri umani, oltre il muro di quattro metri che divide il Messico dal New Mexico. Il ministero messicano degli Affari esteri e della Mobilità chiede, attraverso l'ufficio consolare in Texas di garantire l'assistenza necessaria a tutelare il benessere delle due bambine, che al momento sono state dichiarate fuori pericolo.
Per Joffrey Pinzón, presidente dell'associazione Movimento famiglie e migranti (Mfam) "in Ecuador è in corso l'azione della criminalità organizzata nel traffico di umani. L'insuccesso scolastico cresce ei giovani non hanno futuro". Così, "se sono un migrante negli Stati uniti, anche senza documenti, e trovo il modo per guadagnarmi da vivere, finirò per decidere di contattare un "coyote" e pagarlo per portare i miei famigliari negli Stati uniti, scegliendo in questo modo di giocare con la vita dei miei figli alla lotteria della migrazione".
di Giovanni Porzio
La Repubblica, 4 aprile 2021
Il Paese sudamericano non è più sotto i riflettori, ma il più grande esodo della storia del continente non si è fermato. Mentre il regime di Maduro è ancora in piedi. Reportage.
Cucuta (Colombia, al confine con il Venezuela). Sulla ruta de los migrantes, la strada dei migranti che dal confine venezuelano sale fino ai 3.500 metri del Paramo de Berlín e poi, per centinaia di chilometri, attraversa le foreste e le sierras colombiane, un intero popolo è in cammino. Donne con i neonati al collo. Bambini che si tengono per mano. Uomini che spingono carrelli con il cibo di sussistenza, acqua, latte in polvere, scatole di sardine, e nello zaino quel che resta delle loro vite: una foto di famiglia, l'indirizzo di un parente a Lima o a Buenos Aires, un maglione, un paio di scarpe. Sono contadini, operai, infermieri, disoccupati, musicisti, studenti, insegnanti, avvocati, ex militari, bottegai, autisti, ingegneri, imprenditori, manovali: in sette anni sei milioni di venezuelani hanno abbandonato il loro Paese e quasi due milioni si sono riversati in Colombia. È un flusso infinito, il più grande esodo nella storia recente dell'America Latina.
"Ho 25 anni" dice Eduardo "facevo il parrucchiere. Ma a Caracas non c'è più lavoro, ci hanno portato via tutto. Vado in cerca del mio futuro". "Io vado in Perù" spiega Manuel "all'ospedale di Maracaibo mi pagavano meno di due dollari al mese. Al mese! Non riuscivo a dar da mangiare ai miei figli".
A Pamplona la strada si fa ripida e a piedi ci vuole una settimana per raggiungere Bogotá. Eylyn e Marta Duque hanno trasformato la loro casa in un rifugio: cucinano riso e lenticchie, regalano bibite e vestiti usati. "Su al Paramo si muore di freddo, piove spesso e non ci sono ricoveri" dice Eylyn. "Non so come faranno". Accucciati sotto un ponte i caminantes si preparano a passare la notte avvolti in coperte e fogli di plastica. Una donna, per scaldarsi, sta bruciando fasci di banconote venezuelane. "Sono carta straccia. Con i bolivares è impossibile mandare i bambini a scuola, comprare le medicine, trovare da mangiare. Tutto ormai si paga in dollari da noi".
Viva i dollari - È il paradosso del Venezuela di Nicolás Maduro. A più di vent'anni dalla Rivoluzione che avrebbe dovuto liberare il Paese dai tentacoli dell'Occidente e dalla schiavitù del mercato, la valuta americana si è presa una clamorosa rivincita. Le minacce di Donald Trump, la rivolta capeggiata da Juan Guaidó, i tentativi di golpe, le dure sanzioni imposte dalla Casa Bianca non sono riuscite a piegare il regime. Ma di fronte a un'iperinflazione che ha ridotto la popolazione alla fame e a una contrazione del Pil di oltre l'80 per cento, il successore di Hugo Chávez ha dovuto arrendersi al biglietto verde promulgando una serie di norme che sanciscono la dollarizzazione dell'economia: un capitalismo selvaggio sembra avere rimpiazzato l'agonizzante socialismo bolivariano. Due terzi di tutte le transazioni finanziarie sono ormai contabilizzate in valute estere e quasi tutte in dollari, la "moneta criminale" che la propaganda chavista incolpava del naufragio economico del Paese e che ora viene ritenuta una necessaria "valvola di sfogo" per stimolare il commercio e attirare capitali stranieri. "Non c'è contraddizione tra dollarizzazione e rivoluzione" sostiene Maduro.
I tempi sono decisamente cambiati dall'epoca d'oro di Chávez, quando la manna petrolifera consentiva allo Stato di espandere la spesa pubblica mantenendo il controllo dei prezzi e regolando il tasso di cambio del bolivar, allora una delle monete più forti del continente. Dopo il 2013 le quotazioni del barile di greggio sono scese fino a dimezzarsi, innescando una crisi irreversibile. Oggi, nel Paese con le più grandi riserve d'idrocarburi al mondo, molti beni di largo consumo sono spariti dagli scaffali, i generi di prima necessità sono spesso reperibili solo alla borsa nera e a costi esorbitanti, le scorte valutarie sono ridotte al lumicino e la rovinosa svalutazione del bolivar ha azzerato il potere d'acquisto dei lavoratori. Solo nell'ultimo anno l'inflazione accumulata ha toccato il 6.640 per cento: un dollaro vale 1.889.000 bolivares, poco più di un caffè al bar, e il salario minimo non supera i 2.400.000 bolivares, un dollaro e 27 centesimi, di cui la metà in buoni alimentari.
I dollari, che molte famiglie venezuelane nascondevano sotto il materasso per gli imprevisti o per procurarsi medicinali sottobanco, sono diventati d'uso corrente quando i numerosi blackout provocati dal collasso delle forniture elettriche hanno reso impossibili i pagamenti con carte di credito. Negozi, imprese private e persino i venditori ambulanti hanno cominciato ad accettare le banconote illegali, costringendo il governo a correre ai ripari.
Dopo avere legittimato la circolazione della valuta americana e l'apertura di conti correnti in dollari, Maduro ha poi annunciato un ambizioso piano di digitalizzazione: tutti i pagamenti, compresi i trasporti pubblici, dovranno essere effettuati con sistemi elettronici. Ma il passo più significativo è stato un altro. A novembre il governo ha per la prima volta autorizzato un'impresa privata a emettere obbligazioni in dollari sul mercato. Santa Teresa, la principale industria produttrice di rum, potrà in questo modo raccogliere i capitali per realizzare nuove distillerie al di fuori del controllo dello Stato ed evitando la scure dell'inflazione galoppante.
In assenza di una politica economica coerente e condivisa, tuttavia, le misure di Maduro rischiano di alimentare un capitalismo anarchico e clientelare che finisce per favorire gli speculatori e i fiancheggiatori del regime, mentre il 96 per cento dei venezuelani è condannato a vivere al di sotto della soglia di povertà: di sicuro, i caminantes che attraversano illegalmente le frontiere del Paese non dispongono di dollari da investire.
Lo spettro dell'Helicoide - Al valico di La Parada la polizia colombiana mi accompagna nelle trochas, i tortuosi sentieri del contrabbando che i profughi devono percorrere da quando, all'inizio della pandemia di Covid, il confine è stato sigillato. In questa terra di nessuno sono in agguato gruppi armati e bande criminali che impongono il pedaggio, derubano i migranti e stuprano le donne. Chi non ha l'energia e i mezzi per proseguire si riduce a elemosinare o si rifugia nella droga: bastano pochi pesos per una pipa di bazuco, un micidiale miscuglio di pasta di coca, solventi, metanolo, acido solforico e benzina. Per sopravvivere, migliaia di giovani venezuelani sono costretti a vendere sesso sui marciapiedi e nei bordelli delle città di frontiera. Mariangel, arrivata nel 2019 da Maracay, un'ora d'auto da Caracas, si prostituisce per 30 mila pesos (8 dollari) in una calle di Cúcuta. "Io ho 26 anni, ma ci sono anche ragazzine di 12-13 anni. È un brutto mestiere, ci sono clienti ubriachi, sudici, violenti, però è l'unico che possa fare. Devo crescere le mie due bambine e mandare un po' di soldi a casa".
Le rimesse degli emigranti sono un'ancora di salvezza per chi ha molte bocche da sfamare. E sono soprattutto le donne a sopportare il peso dell'indigenza. Il disastrato servizio sanitario, che ha già perso la metà dei suoi 30 mila medici, non è più in grado di distribuire gratuitamente i contraccettivi, reperibili al mercato nero a prezzi proibitivi: un profilattico costa quanto il salario minimo, le pillole anticoncezionali tre volte tanto. Milioni di donne devono così affrontare gravidanze indesiderate e aborti clandestini ad alto rischio.
"È un Paese distrutto, ostaggio di una dittatura corrotta. L'opposizione è divisa. La gente è stanca, disperata: pensa solo a scappare". Non si fa illusioni Omar Lares, ex sindaco di Ejido, nello Stato di Mérida, da quattro anni esiliato a Cúcuta. Mi mostra i segni dei proiettili sul petto e sulle gambe: "Nel 2006 hanno cercato di uccidermi. Nel 2010 i colectivos, le bande chaviste, hanno saccheggiato e incendiato la mia casa. Nel 2017 sono sfuggito all'arresto ma per rappresaglia i militari hanno rinchiuso per 11 mesi mio figlio Juan Pedro in una cella dell'Helicoide". Costruito negli anni 50 sull'onda del boom petrolifero, l'edificio elicoidale su una collina nel centro di Caracas era destinato a centro commerciale di lusso, con avveniristiche spirali di rampe per accedere in auto alle boutique. Ma non è mai stato finito: oggi la sinistra struttura di cemento è la sede dei servizi segreti e prigione per detenuti politici dove gli oppositori, denuncia Amnesty International, patiscono violenze e sistematiche torture. Le Faes, le Forze speciali d'intervento della polizia bolivariana create nel 2016 per combattere la dilagante criminalità, soffocano con durezza ogni forma di dissenso. Secondo il governo, un terzo dei 12 mila venezuelani assassinati nel 2020 è morto perché "resisteva all'autorità", un eufemismo per giustificare le esecuzioni sommarie e le palesi violazioni dei diritti umani.
Il fallimento di Guaidó - La repressione, la crisi economica e la pandemia hanno fiaccato l'impeto delle manifestazioni che negli anni scorsi avevano paralizzato le città del Venezuela. Le forze armate sono rimaste fedeli a Maduro, che controlla tutte le leve del potere, compresa la Corte suprema, e in dicembre si è aggiudicato le elezioni parlamentari boicottate dall'opposizione. La strategia di Juan Guaidó, autoproclamatosi presidente ad interim nel gennaio 2019 al culmine delle proteste popolari, non ha sortito i risultati sperati. Anche per una serie di cantonate, come l'appoggio al goffo tentativo di spodestare Maduro con un colpo di mano stile Baia dei Porci organizzato lo scorso maggio da un manipolo di mercenari ed ex membri delle Special Forces degli Stati Uniti, subito arrestati e condannati a vent'anni di galera.
Tomás Guanipa, ex deputato all'Assemblea nazionale, ora ambasciatore di Guaidó a Bogotá, riconosce che la prova di forza non ha funzionato: "Dobbiamo puntare su una soluzione diplomatica. Ci vorrà tempo, Maduro non sembra disposto a negoziare. Ma forse con la nuova amministrazione Biden potremo iniziare un nuovo ciclo. Lavoriamo per unificare il fronte democratico e mantenere la pressione all'interno del Paese, anche se la popolazione è impaurita e sfiduciata". Intanto i profughi si accalcano alla frontiera. "Quando tra qualche mese riaprirà il confine ci aspettiamo un nuovo esodo" spiega Roberto Mignone, che coordina i programmi d'emergenza dell'Unhcr nella regione. "Stiamo approntando un piano per l'assistenza e il trasporto umanitario, in particolare per i gruppi più vulnerabili e i richiedenti asilo". Il presidente colombiano Iván Duque ha concesso ai migranti uno statuto di protezione valido 10 anni: potranno richiedere il permesso di soggiorno e cercarsi un impiego. Ma non è facile, con la disoccupazione in aumento a causa del Covid e le periferie urbane che si riempiono di catapecchie di lamiera.
di Paolo Borgna
Avvenire, 4 aprile 2021
Inconcepibile e intollerabile. Ha ragione Danilo Paolini: le intercettazioni (disposte dalla procura di Trapani nel 2016) che hanno coinvolto alcuni giornalisti di varie testate - soprattutto Nancy Porsia e, tra gli altri, Nello Scavo di "Avvenire" - che contattavano loro fonti per avere notizie sul traffico di esseri umani in Libia e sui soccorsi umanitari, sono semplicemente intollerabili. Ma, purtroppo, non stupiscono. Soprattutto: quelle intercettazioni sono state disposte rispettando la legge. Questa è la cosa più grave. Intendiamoci. Alcune cose, tra quelle riportate dai giornali, sarebbero illegali. Ad esempio, se fosse confermato che sono rimaste agli atti e sono state trascritte e depositate le telefonate captate tra la giornalista freelance Porsia e il suo avvocato Alessandra Ballerini, ciò sarebbe illegale (articolo 271 del Codice di procedura penale). La Procura di Trapani, oggi, ha assicurato che non sarebbe così.
Ma, per il resto, ciò che ha fatto il pubblico ministero di Trapani non è censurabile. E non è così inusuale. Egli ha intercettato persone non indagate, che erano in contatto con indagati, al fine di raccogliere notizie penalmente rilevanti su questi ultimi. Il codice lo consente. Sennonché. Come sempre: non basta invocare di aver fatto una cosa rispettando la legge per poter dimostrare di aver fatto una cosa giusta. A nessuno verrebbe in mente di contestare il fatto che si intercetti il telefono dei parenti o amici di famiglia di una vittima di un sequestro di persona, che potrebbero essere contattati dai sequestratori. O che si controlli il telefono di un imprenditore, vittima di estorsione e indotto alla reticenza dalla forza di intimidazione dei criminali. Quindi, sarebbe impensabile invocare una legge che consenta di intercettare soltanto persone indagate.
Ma la legge andrebbe applicata con buon senso. E ai magistrati, che ogni giorno invocano il diritto-dovere di applicare la legge in modo "costituzionalmente orientato", andrebbe ricordato che esiste un articolo 15 della Costituzione che consacra come "inviolabile" la libertà e segretezza di ogni forma di comunicazione. Certo, dice il capoverso di quell'articolo, anche quel diritto di libertà può essere limitato con un atto motivato dell'autorità giudiziaria. Ma chi è chiamato ad esercitare questo terribile potere dovrebbe farlo soltanto dopo un ponderato bilanciamento dei princìpi in gioco: da un lato il dovere di esercitare l'azione penale di fronte ad un reato; dall'altro, la libertà di comunicare. E non farebbe male a meditare quanto sia costato, in passato, nella storia italiana, il sacrificio di questa libertà. E quanto sia costato, ai nostri padri, riconquistarla.
Orbene: leggo che Nello Scavo sarebbe stato intercettato per scoprire la fonte da cui lui e un altro collega di "Avvenire" ricevevano un video che documentava le torture subite dai migranti in Libia. Il lettore si fermi un attimo su questa circostanza e si chieda: a questo punto siamo arrivati? È questo il prezzo che si deve pagare per avere una magistratura libera di condurre come vuole le indagini? Io penso di no.
Quando, una quarantina d'anni fa, entrai in magistratura ero stato sorpreso dalle parole di un anziano collega che - commentando i successi di un giudice istruttore che aveva sgominato i sequestri di persona in Piemonte - aveva detto: "Sì, certo; però lo ha fatto intercettando i telefoni di mezza Torino".
Penso che quel magistrato avesse torto e riflettesse un antico e troppo rigido pregiudizio ideologico verso gli inquirenti. Ma il suo commento era l'espressione di una discussione profonda con i colleghi che la pensavano diversamente, che però aveva, alla base, una comune consapevolezza: l'importanza del bilanciamento fra diversi diritti. Si trattava di comprendere fino a che punto le indagini potevano spingersi nel limitare la segretezza delle comunicazioni di altre persone, probabilmente non coinvolte nei reati. Si trattava di trovare il punto di equilibrio.
La posta in gioco era chiara a tutti. Di questo si discuteva e magari si litigava. Se penso alla facilità con cui oggi vengono chieste, autorizzate e lungamente prorogate intercettazioni per reati infinitamente meno gravi del sequestro di persona a scopo di estorsione, a volte provo nostalgia per le accese discussioni ideologiche di quarant'anni fa. Sento spesso dire: ma l'uso estensivo delle intercettazioni è utile.
Ma ci vogliamo ogni tanto ricordare che nella vita, e tanto più nel processo, non tutto quello che è utile è anche giusto? La risposta "è utile alle indagini" non può soddisfarci. Perché ciò che secondo la nostra Costituzione costituisce l'eccezione non può diventare la regola. C'è un limite oltre il quale - ci ha ricordato Giovanni Verde - "la nostra Repubblica (pensata come) democratica liberale" si trasforma in uno "Stato etico".
Questa è la strada, lastricata di buone intenzioni, a cui porta l'uso smodato delle intercettazioni; in particolare quelle col mezzo informatico del "trojan" che la riforma di due anni fa ha reso possibile per una gamma molto ampia di delitti, consentendone l'utilizzabilità anche per provare reati diversi da quelli per cui il giudice le ha autorizzate ed emersi nel corso degli ascolti (il cosiddetto utilizzo "a strascico").
La stampa - come ha ricordato Paolini - ha le sue gravi responsabilità: per troppi anni ha solleticato il palato dei lettori con la pubblicazione di intercettazioni piene di pettegolezzi e particolari piccanti assolutamente irrilevanti per le indagini. Possiamo ben scriverlo dalle colonne di "Avvenire" che non ha mai voluto indulgere a questo andazzo. Ora anche i giornalisti cominciano a pagare il prezzo di questa deriva culturale. È ora di reagire. Se non ora, quando?
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 3 aprile 2021
Non sappiamo se il carcere, come dichiarò il procuratore capo di Catanzaro, Sua Eccellenza Nicola Gratteri, è davvero un posto tanto protetto dal rischio di contagio. Ci si sta più sicuri che al supermercato, spiegò, e amen se al supermercato ci vai se vuoi e se hai bisogno di fare la spesa, mentre il carcere non lo scegli ed è lui che ti ci manda.
di Angela Stella
Il Riformista, 3 aprile 2021
La Guardasigilli dichiara al Riformista di aver contattato il generale "per assicurarmi che il piano vaccinale prosegua alacremente". E ci dice: "I contagi sono una preoccupazione. Con il Dap e il Garante monitoriamo costantemente la situazione". Positivi 750 detenuti e 716 operatori.
I contagi in carcere sono una preoccupazione sempre presente. Insieme al capo Dap Bernardo Petralia e al Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale Mauro Palma, monitoriamo costantemente la situazione e facciamo tutto il possibile per seguire l'andamento delle vaccinazioni nelle comunità detentive nella loro unitarietà.
di Antonella Ricciardi
Il Riformista, 3 aprile 2021
Un mese fa ho raccolto l'appello accorato di Maria Morabito per il diritto alla salute di suo marito, il presunto boss della 'ndrangheta Pasquale Condello, detenuto al 41bis. Entrato in carcere nel febbraio del 2008, Condello più volte si è definito vittima di abusi. Non sempre è chiaro quanto ciò sia reale e quanto sia frutto di patologie psichiatriche subentrategli in prigione.
di Eleonora Camilli
redattoresociale.it, 3 aprile 2021
L'ultimo caso è stato segnalato all'istituto romano di Rebibbia, dove negli ultimi giorni è esploso un focolaio di Covid-19. Il numero delle detenute positive è salito in poche ore a 55, tra loro c'è anche una mamma con il figlio, nato da appena un mese. Ma quanto è esteso il fenomeno? E perché non si trovano soluzioni alternative?
di Guido Neppi Modona
Il Riformista, 3 aprile 2021
Il distanziamento è la prima essenziale misura per difendere se stessi dal contagio ma il carcere è per definizione un luogo affollatissimo. Una situazione assolutamente paradossale. Troppo timide le misure varate nel decreto legge di ottobre per ridurre il sovraffollamento.
Servono provvedimenti più efficaci, come il blocco dell'esecuzione delle sentenze definitive di condanna a pena detentiva fino alla fine dell'emergenza. Era d'accordo anche il Pg della Cassazione Salvi. In questi tempi di crescente diffusione di focolai da coronavirus in numerosi istituti penitenziari le carceri stanno vivendo una situazione assolutamente paradossale.
di Giorgio Spangher
Il Riformista, 3 aprile 2021
Il compito dell'interprete dei fenomeni giuridici è anche quello di prescindere dai singoli episodi, pur significativi, per vedere se essi si ricolleghino in un ordine suscettibile di costituire un elemento di sistema così da collocarli come elementi di continuità o di discontinuità con quanto emerge dall'analisi degli elementi assimilabili.
La recentissima vicenda del contrasto tra la procura di Milano e i giudici del processo Eni-Nigeria si presta a considerazioni di più ampio respiro ove si cerchi di collocarla, appunto, come significativo elemento dell'evoluzione dei rapporti tra pm e giudici, ma soprattutto degli sviluppi che sta evidenziando il ruolo del pm.
Può subito anticiparsi come da queste riflessioni emergerà sicuramente la ragione del forte impatto che la posizione della procura assume nel contesto dell'ordinamento giudiziario e delle conseguenti ragioni per le quali le contrapposizioni delle correnti si incentrino soprattutto su queste nomine. Premessa e conclusione di questo fatto, sono da tempo i contrasti all'interno degli uffici di Procura. Solo per citare alcuni, fra i tanti, si può fare riferimento al caso Cordova, al contrasto Robledo - Bruti Liberati dentro la procura di Milano, al caso Cisterna, al conflitto tra caselliani e non nella procura di Palermo, la guerra dello stretto, il caso Lombardini. Sarebbe agevole continuare nell'elencazione.
Il ruolo "forte" delle procure, si è evidenziato pure nei confronti delle altre istituzioni dello Stato. Anche in questo caso, solo per riandare ad alcuni episodi, si potrà ricordare il pronunciamento della procura di Milano ai tempi di Mani pulite, il rifiuto opposto agli ispettori del Ministero dell'accesso a un fascicolo. Per venire a episodi più recenti sarà sufficiente ricordare la presa di posizione di alcune procure in tema di intercettazioni, la sottoscrizione di un'intesa con l'Ucpi in materia di procedimento a distanza, nonché non ultimo i messaggi in tema di possibili modifiche al regime dell'art. 41bis ord. penit.
In altri termini, le procure tracciano i limiti delle iniziative legislative anche durante la fase di elaborazione delle riforme da parte delle Camere (vedi ancora la modifica dell'art. 270 c.p.p. in tema di utilizzazione delle intercettazioni in procedimenti diversi). L'atteggiamento delle procure è stato significativo anche in relazione alla disciplina dei suoi poteri di indagini nelle dinamiche processuali. Anche a prescindere dall'atteggiamento di rifiuto del modello processuale del 1988 (procuratore Maddalena), sicuramente l'opinione delle procure (Vigna, in testa) sulla non dispersione delle conoscenze del pm, complice il terrorismo e la criminalità organizzata, è stato alla luce delle sentenze costituzionali del 1992 e del 1994.
Il dato si è inserito nel contesto d'una scelta, allora coerente, che ridimensionava i poteri di controllo del giudice per le indagini preliminari. Questa espansione del valore probatorio dell'attività del pm si è riverberata lungo tutto il processo, anche nella fase dibattimentale, solo parzialmente ridimensionata dalla riforma dell'art. 111 Cost.
Sono evidenti i riferimenti qui solo enunciati: del giudice sulle richieste del pm, elefantiasi della fase investigativa e riflusso delle indagini nel dibattimento con valore probatorio. Si tratta di elementi troppo noti e scandagliati da non richiedere ulteriori indicazioni. Ciononostante non sono mancati, soprattutto a seguito dei dibattimenti decisioni assolutorie (il caso Andreotti, è emblematico) di fronte alle quali inizialmente gli organi dell'accusa, alla luce di quanto dispone l'art. 125 disp. att. c.p.p., si limitavano a dire che vi era stata la prescrizione (e quindi la colpevolezza) ovvero l'applicazione dell'art. 530, comma 2, c.p.p. e che comunque l'impianto dell'accusa non era stato smentito. Ovvero ancora che comunque l'imputato era stato "sfregiato".
Così, non sono mancate progressivamente anche iniziative tese a delegittimare gli uffici giudicanti attraverso segnalazioni al Consiglio Superiore e iniziative para-disciplinari tese a rimuovere i magistrati non allineati. Ultimamente sono aumentati i proscioglimenti e gli annullamenti delle misure cautelari. Sono, parallelamente aumentate le prese di posizioni di censura nei confronti di chi aveva pronunciato sentenze non in linea con le tesi della procura oppure aveva disposto scarcerazioni cautelari. Emblematico il caso del gip di Catania, nonché alcune affermazioni negli sviluppi di Mafia Capitale. Anche in questo caso ulteriori esempi non mancano, confluiti sugli organi di informazione. Non vanno poi sottaciute le prese di posizione nelle varie mailing-list e nelle chat.
La vicenda milanese che si segnala per la "ruvidità" dei toni, per la reciproca devastante delegittimazione tra accusa e giudici, per la velenosa contrapposizione tra procura della repubblica e procura generale e che è destinata verosimilmente a perpetuarsi nei successivi sviluppi processuali, come emerge dagli ulteriori veleni che intorbidano la vicenda, era stata preceduta dalle esternazioni del procuratore della repubblica di Reggio Calabria, che ha profondamente diviso l'Associazione Nazionale Magistrati, incapace di prendere posizione in materia, nella quale si faceva leva sull'obbligatorietà dell'azione penale, sulla bontà delle posizioni dell'accusa e si adombravano incapacità - sotto vari profili - degli organi giudicanti. A Milano, si sono prospettate anche non poche questioni sul rapporto tra obbligatorietà dell'azione penale e costi delle indagini non sufficientemente fondate, a sottolineare che l'obbligatorietà non può diventare lo schermo per coprire ogni attività investigativa e deresponsabilizzare l'iniziativa investigativa.
Il quadro così sommariamente delineato permette di sviluppare una considerazione di sintesi: il problema del pubblico ministero, del suo ruolo, dei suoi poteri (non escluso quello disciplinare della procura generale), non è più ormai soltanto un problema processuale: è un problema fondamentale di ordinamento giudiziario e di garanzie per la giurisdizione.
Il punto è stato colto con chiarezza in un recente articolo di Mariarosaria Guglielmi (apparso su Questione giustizia) sullo stato della magistratura e della funzione giurisdizionale che richiede "una riflessione che oggi non può eludere la tenuta di questo modello non solo rispetto a progetti di riforma ma anche rispetto al diritto vivente.
Mi riferisco in particolare ai rischi di un pericoloso scivolamento del ruolo del pm verso forme sempre più evidenti di personalizzazione, da protagonista mediatico incontrastato e agli effetti di serio squilibrio che una dimensione mediatica sempre più incentrata sui risultati delle indagini rischia di produrre rispetto al processo. E mi riferisco agli interrogativi che questo diverso modello ci pone rispetto alle ricadute sulla comune cultura della giurisdizione da noi sempre rivendicata a fondamento e a difesa dell'assetto forte e unitario di indipendenza di tutta la magistratura". Affermazioni da condividere, parola per parola.
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