di Guidi Camera
Il Sole 24 Ore, 6 aprile 2021
È un discrimine sottile quello che distingue la rilevanza penale della guida in stato di ebbrezza dalla sua non punibilità per lieve entità del fatto (articolo 131-bis del Codice penale). Ciò emerge in modo quasi automatico leggendo due sentenze della Cassazione del 29 marzo, che paiono in contraddizione l'una con l'altra. Ma, a ben vedere, non è proprio così.
La n. 11655/2021 ha escluso la punibilità per il conducente di un'auto che, dopo avere causato un tamponamento senza feriti, era stato sottoposto all'alcoltest riportando valori rientranti nella fascia c) dell'articolo 186 del Codice della strada, la più alta. Giunto a un semaforo, aveva urtato l'automobile davanti che, a sua volta, ne aveva tamponata un'altra. Il valore rilevato nel sangue era stato di 1,67 g/1 alla prima prova e di 1,58 alla seconda, rasentando così la soglia minima della categoria più grave (1,5 g/1).
La Cassazione ha ribaltato i precedenti verdetti di condanna, sviluppando un ragionamento sulla sentenza 13681/2016 delle Sezioni unite, per cui la particolare tenuità del fatto è configurabile anche nella guida in stato di ebbrezza, non essendo in astratto incompatibile la presenza di soglie di punibilità rapportate ai tassi alcolemici accertati.
Il giudizio previsto dall'articolo 131-bis, premette la sentenza11655, va individuato su parametri riconducibili a tre categorie di indicatori: modalità della condotta, esiguità del danno o del pericolo e grado di colpevolezza. Anche la presenza di precedenti non è di per sé causa ostativa: il giudizio di tenuità è precluso solo in presenza di "abitualità" della condotta, cioè "presenza di una pluralità di illeciti della stessa indole (dunque almeno due) diversi da quello oggetto del procedimento nel quale si pone la questione". Non contano solo le condanne irrevocabili, ma anche gli illeciti non coperti da giudicato, antecedenti o successivi a quello in esame, dei quali il giudice sia in grado di valutare l'esistenza. In base a queste premesse, la Corte ha ritenuto che il fatto contestato all'imputato fosse non punibile, dato che egli aveva solo un precedente di modesta entità e risalente nel tempo, il tamponamento non aveva provocato danni alle persone e il tasso alcolemico era prossimo alla fascia intermedia di gravità (0,8-1,5 g/1).
Con la sentenza 11699/2021, la Cassazione ha invece dichiarato inammissibile il ricorso del conducente di un'auto trovato con 1,90 g/1 alla prima prova e 1,97 alla seconda, comminandogli una sanzione economica di 3.00o euro. Anche il ricorso ruotava intorno alla sentenza 13681 delle Sezioni unite, valorizzando i seguenti elementi: l'imputato non aveva causato alcun danno a cose o persone, non si era sottratto al controllo dei carabinieri e non aveva precedenti analoghi.
La Corte ha invece ritenuto che fossero ostativi alla non punibilità l'elevato tasso alcolemico, l'orario notturno, con fuoriuscita del mezzo dalla sede stradale, e l'entità del pericolo provocato agii utenti della strada. Il punto nodale in questi processi è dunque la dinamica del fatto.
Le Sezioni unite hanno chiarito che nessuna conclusione si può trarre in astratto, anche in presenza di valori sensibilmente superiori a 1,5 g/1: a un tasso molto elevato potrebbe infatti corrispondere una condotta priva di alcun pregiudizio (il caso dell'automobilista che sposta l'auto di pochi metri in un parcheggio). È un campo delicato, in cui la discrezionalità del giudice può fare la differenza tra una condanna e un proscioglimento per lieve entità, come dimostrano le sentenze del 29 marzo.
di Umberto De Giovannangeli
Il Riformista, 6 aprile 2021
Intervista a Bobo Craxi. Il "caso Del Turco" e quel "fine pena mai" che sembra una condanna politica, e in molti casi anche persecuzione giudiziaria, per chi, come l'ex segretario della Cgil, è stato socialista. Socialista italiano. Quello che Bobo Craxi, già sottosegretario di Stato agli affari esteri con delega ai rapporti con l'Onu nel secondo governo Prodi, consegna a Il Riformista è un appassionato j'accuse tra riflessione politica e testimonianza personale.
"La Casellati ha deciso: Del Turco muoia in povertà". È il titolo-denuncia del Riformista che racconta l'ultima vigliaccata nei confronti di un uomo gravemente malato. Qual è il segno storico-politico di una vicenda che va oltre una dimensione umanitaria?
È il segno evidente di una lunga ed ostinata persecuzione nei confronti degli esponenti socialisti. A mia memoria non esiste in Europa nessun gruppo dirigente di partito democratico che abbia subito un ostracismo ed una persecuzione di questa natura in modo così prolungato nel tempo. Vicende giudiziarie hanno spazzato via il PSI ed i suoi dirigenti, perseguitati ora persino per l'ottenimento di un vitalizio come è accaduto nel caso di Ottaviano. Ad esso si aggiunge un isolamento politico prolungato nel tempo e l'imbarazzante occupazione dello spazio socialista da parte di forze politiche e di uomini politici che non hanno nulla a che vedere con la storia del movimento socialista passato e moderno. Io, a questo proposito, ritengo che sia stato un errore aver concesso il glorioso simbolo del PSI per consentire un gruppo parlamentare ai renziani.
La gloriosa storia del nostro partito non può essere un mezzo per dare un ruolo ed uno stipendio ai professorini rottamatori della Leopolda. Per non parlare di personalità politiche di limpidissima tradizione democristiana o addirittura extraparlamentare che occupano in Europa posizioni apicali per nome e per conto del Partito Socialista. Va detto una volta per tutte: la Storia della DC ed anche quella del PCI sono state storie alternative e financo antagoniste della socialdemocrazia italiana ed europea. Non mi pare ci sia stato grande revisionismo ideologico in quei settori tranne il vezzo di esemplificare con il termine riformismo tutto ciò che appare compatibile con la sinistra di Governo; francamente veramente poco.
Nel suo articolo di commento, il direttore di questo giornale ha posto una domanda che le giro: "Possibile? Il partito erede di Gramsci e don Sturzo in mano a dei piccoli Pol Pot" pentastellati?
Questo è un problema che riguarda il PD. La vocazione a restare sempre e comunque nell'ambito governativo ha piegato il Partito ad accettare un rapporto subalterno con i populisti. Errore grammaticale serio perché anche in Spagna il Psoe governa con i populisti ma con un rapporto di forza svantaggiato per questi ultimi. Nel caso italiano inoltre abbiamo l'anomalia di un movimento che è divenuto l'architrave del sistema e che è riuscito a perdere più di 100 parlamentari nel corso della legislatura. E nonostante questo ha messo sotto scacco alternativamente la destra e la sinistra; la scelta di perpetuare rendendola "organica" l'alleanza con i populisti è un errore perché l'anomalia della popolocrazia va contrastata ricostruendo il tessuto politico e sociale dei partiti. Galleggiando sull'onda d'urto delle forze anti-sistema il quadro politico non riuscirà a curare le proprie ferite ed apre le strade a nuove avventure. Non si tratta di un fenomeno stagionale ma di un vero e proprio virus inoculato nel tessuto democratico occidentale contro il quale, in questo caso sì, non é stato scoperto alcun vaccino. Solo una riforma istituzionale in senso presidenziale può mettere un freno allo strapotere delle forze anti-sistema che sono maggioritarie nel paese. L'unico vero contrappeso democratico è il rilancio della più alta carica dello Stato.
Perché nell'Italia alla perenne ricerca di un "salvatore" della patria e che innalza l'avvocato Conte a leader del centrosinistra, la parola "socialista" è diventata impronunciabile anche nel "nuovo PD" di Enrico Letta?
Perché la "damnatio memoriae" ha generato il peggiore dei luoghi comuni che neanche una storiografia più oggettiva ha saputo modificare. C'è peraltro una sorta di invidia sotterranea verso la nostra storia, e verso i nostri possibili collegamenti internazionali che rimangono intonsi. Tutti i compagni socialisti in Europa e nel mondo sanno che si sono presentati al loro cospetto degli impostori e che la Storia del socialismo italiano è una storia drammatica perché narrata dai vincitori. Fino a che noi rimarremo in vita ci batteremo per rovesciare questo stato di cose ed eviteremo che il Movimento di Conte apolide e populista chieda asilo al socialismo europeo di cui noialtri siamo membri fondatori.
I conti con la storia non si fanno in un'aula di tribunale. Eppure per molti dirigenti socialisti non è stato così. È una ferita destinata a restare perennemente tale?
Si, fino al momento nel quale i rapporti di forza non cambieranno. Se nel Senato della Repubblica avessimo potuto contare su un consistente gruppo politico e sufficientemente agguerrito, le assicuro che al vecchio segretario della CGIL non avrebbero tolto la pensione. Io avrei occupato fisicamente l'ufficio della sig.ra Casellati che nella sua vita politica non potrà mai vantare del prestigio politico di nessuno di noi sopravvissuto della storia socialista in Italia. Il Tribunale dei fatti assegna sempre il torto o la ragione; é difficile non analizzare quanto sia attuale e rispettato nel mondo il movimento socialista. Per questo io ritengo che anche dalla vicenda di Del Turco dobbiamo trarne una lezione ed una ragione di lotta politica. Per protestare vorrei recarmi al Quirinale con il segretario del partito. Questa vicenda non è un'offesa solo alla persona, al compagno, al sindacalista ma è un affronto alla Storia collettiva che ha riguardato milioni di persone in questo paese che va rispettata e maneggiata con il rispetto che merita.
La pandemia ha incrociato due anniversari storicamente e politicamente assai significativi: il centenario della nascita del Pci e il ventennale della morte di Bettino Craxi. Guardandoli dal suo osservatorio, politico e personale, cosa l'ha colpita di più?
Il carattere emergenziale del nostro tempo ha impedito di enfatizzare due passaggi significativi della Storia della Sinistra Italiana. Il tempo della riflessione e della revisione é maturo, ma la politica e la società hanno, legittimamente, uno sguardo rivolto altrove. L'anno dell'anniversario della scomparsa di mio padre tuttavia esordì sorprendentemente bene, il film di Amelio e la stessa interpretazione di Favino hanno suscitato un interesse che definirei nazional-popolare facendo uscire dall'angusta antinomia furfante-statista in cui avevano confinato la figura di Bettino Craxi. Mi ha fatto molta impressione la curiosità delle giovani generazioni, quelle scevre dal rapporto diretto con la prima repubblica che non hanno fatto in tempo a conoscere e con la democrazia fondata sulla centralità dei partiti ideologici. É stata una scoperta. Ciascuno ha catturato un suo brandello di vita politica per ergerlo ad icona, ora della socialdemocrazia europea, ora della difesa della sovranità nazionale (pensando a Sigonella) e del pensiero euro-critico da non confonderle con quello Anti-europeista. Questo rincuora coloro che ritengono che la stagione del riformismo socialista mantenga una sua vitalità trattandosi di un pensiero "lungo" adattabile ai nostri tempi. Io penso che sia così.
Il presente politico dell'Italia è sotto il segno di Mario Draghi. Al momento della formazione dell'esecutivo guidato dall'ex presidente della Bce, si sono sprecati, soprattutto sulla stampa mainstream, le definizioni: "Un governo di alto profilo", "il governo dei migliori" e via celebrando. Cosa rappresenta per lei non tanto la figura di Draghi quanto l'operazione politica che sottende l'attuale governo? E a proposito di definizioni, qual è la sua?
Il governo è di emergenza nazionale ed ha sottratto alla polemica politica quotidiana la gestione di questa situazione catastrofica. Indubbiamente si è riposta una vasta speranza su Draghi pensando che egli potesse suscitare nuove passioni. È un governo a tempo che deve limitarsi a completare il piano dei vaccini e ad allocare le risorse a disposizione. Draghi ha guidato organi di controllo bancario, non ha mai presieduto istituzioni politiche. Nonostante il prestigio di cui egli gode il salto di qualità auspicato per il momento non c'è stato. Ma non ci sarà. In Europa viene misurata l'Italia, e l'Italia denuncia ritardi e distanze antiche che non possono essere ridotte dalla sola presenza di Mario Draghi che peraltro non appartiene a nessuna delle famiglie politiche riconosciute in Europa. Il resto purtroppo lo sta facendo lui non senza evidenziare la sua approssimazione politica; mi ha abbastanza stupito la sua partecipazione all'inaugurazione dell'anno giudiziario in Vaticano. Credo uno dei sistemi giudiziari più arretrati del Mondo ordinati dal potere assoluto del Papa. Più che una gaffe l'ho considerata un'ingenuità che però denuncia una certa fragilità di consistenza politica. Dopodiché questa fase passerà e bisogna prepararsi per tempo per dare al paese un assetto politico convincente e soprattutto duraturo.
bellunopress.it, 6 aprile 2021
Consulenza telefonica per ex detenuti, familiari, marginalizzati. Giovedì 8 aprile alle 18 parte lo Sportello carcere di Belluno, nuovo servizio dell'associazione bellunese Jabar Odv a disposizione gratuita di persone ex detenute, di familiari di persone detenute, oltre che di cittadini in condizione di marginalità con problematiche connesse a situazioni giuridico-penali pendenti.
Si tratta di uno sportello telefonico (che con il rientro dell'emergenza pandemica diventerà presidio fisico nella sede dell'associazione al primo piano della Casa del volontariato di Belluno) per fornire:
• orientamento e informazione sui servizi del territorio cui rivolgersi per specifiche necessità (quali ricerca lavoro, servizi sociali afferenti, formazione specifica e professionale),
• orientamento para-legale su specifiche necessità giuridiche,
• supporto nella ricostruzione delle proprie competenze con percorsi specifici di mappatura personale da avviare con i nostri operatori,
• informazioni ai familiari delle persone che sono attualmente detenute nella casa circondariale di Belluno, per fungere da ponte comunicativo tra il carcere e la comunità.
Lo sportello fa accoglienza ai cittadini con un atteggiamento di ascolto e disponibilità, così come tempi per effettuare un breve colloquio. A gestirlo saranno i volontari dell'associazione che metteranno a disposizione la loro sensibilità e le loro diverse preparazioni sui temi.
Lo sportello telefonico risponde al numero 3518377769 e sarà attivo dalle 18 alle 19.30 di ogni giovedì (in caso di diverse necessità, anche il sabato dalle 10 alle 11): per prenotare il proprio colloquio telefonico scrivere una mail ad
di Luca Kocci
Il Manifesto, 6 aprile 2021
Le parole di Francesco sul disarmo sono le meno citate dai grandi mezzi di informazione. I temi della pace, della guerra e del disarmo sono fra i più presenti nel magistero sociale di papa Francesco. Non gli ha dedicato un'enciclica - come ha fatto con l'ambiente, nella Laudato sii - ma li affronta ogni volta che può, in molteplici occasioni. E se il "no alla guerra" può apparire in un certo senso ormai "scontato" - anche se alcuni suoi predecessori hanno sempre preferito sottolineare altri "no" - l'appello al disarmo è decisamente più originale.
Ne ha parlato ancora una volta nel messaggio di Pasqua, che ha preceduto la tradizionale benedizione Urbi ed Orbi. "La pandemia è ancora in pieno corso, la crisi sociale ed economica è molto pesante, specialmente per i più poveri - ha detto il pontefice -. Malgrado questo, ed è scandaloso, non cessano i conflitti armati e si rafforzano gli arsenali militari. E questo è lo scandalo di oggi".
"Condividiamo i sentimenti di papa Francesco", ha immediatamente acconsentito il presidente Usa Joe Biden, in un video su Twitter. Però non si riferiva alle armi, bensì ai vaccini, come peraltro ha detto il papa, poco dopo, nello stesso messaggio ("I vaccini costituiscono uno strumento essenziale per questa lotta. Nello spirito di un "internazionalismo dei vaccini", esorto pertanto l'intera comunità internazionale a un impegno condiviso per superare i ritardi nella loro distribuzione e favorirne la condivisione, specialmente con i Paesi più poveri"). Ma Biden non è il solo a selezionare le frasi del pontefice.
Le parole di Francesco sul disarmo sono le meno citate dai grandi mezzi di informazione - con qualche eccezione - che solitamente, soprattutto in Italia, danno grande risalto a tutto quello che fa e dice il pontefice. Del resto quella armiera è una delle industrie più fiorenti, e quello militare uno dei capitoli di spesa pubblica più onerosi nel mondo e in Italia, dove addirittura il Parlamento ha chiesto a Draghi di utilizzare una bella fetta dei fondi del Recovery Plan per ampliare e ammodernare gli arsenali (vedi il manifesto del 2 e 3 aprile). E le proprietà editoriali - è così da oltre un secolo, almeno dalla prima guerra mondiale - sono legate a filo doppio con il complesso militare-industriale. Quindi anche stavolta meglio mettere il silenziatore al papa che parla di disarmo.
Come del resto fanno anche le Chiese nazionali: quella Usa, ma anche quella italiana, che anzi usa con grande disinvoltura le cosiddette "banche armate" (vedi il manifesto 3 giugno 2020). Anche qui con qualche eccezione, come per esempio Pax Christi. "L'Italia nel 2021 spenderà oltre 27 miliardi di euro per le armi. E dall'Europa, con il Recovery Plan, dovrebbero arrivare ulteriori miliardi all'industria militare. Altro che attenzione ai più deboli e ai più fragili", dice il coordinatore nazionale, don Renato Sacco.
E il presidente del movimento, monsignor Giovanni Ricchiuti: "Il capo della Protezione civile Curcio afferma: "Siamo in guerra, servono norme da guerra." Il generale Figliuolo dice: "Quando i vaccini arriveranno in massa, si potrà fare fuoco con tutte le polveri". Sono indignato! Non posso accettare questo linguaggio bellico a cui assistiamo, questa cultura e queste scelte sempre più ispirate alla guerra".
"Oggi è Pasqua - ha detto il Papa domenica. Ma ricorre anche la Giornata mondiale contro le mine antiuomo, subdoli e orribili ordigni che uccidono o mutilano ogni anno molte persone innocenti e impediscono all'umanità di "camminare assieme sui sentieri della vita, senza temere le insidie di distruzione e di morte". Come sarebbe meglio un mondo senza questi strumenti di morte!".
di Vincenzo Giardina*
La Repubblica, 6 aprile 2021
Il fardello del debito sulle spalle dei Paesi poveri oggi pesa di più. Le raccomandazioni sul tavolo della presidenza italiana del G20. Al centro di un colloquio con Oltremare, la rivista dell'Agenzia della Cooperazione italiana. "Tutto si tiene, dal debito ai vaccini".
Un impegno di giustizia, da assolvere subito. Perché rimandare non può essere una soluzione e perché oggi il nodo è ancora più difficile da sciogliere di quanto non fosse 20 anni fa, al tempo della campagna Jubilee 2000, che sulla cancellazione del debito dei Paesi poveri aveva spinto governi e istituzioni internazionali a muoversi. Con scelte nella direzione giusta, alle quali non erano però seguite le riforme di sistema necessarie in un'ottica di sostenibilità. È il filo rosso che attraversa un colloquio organizzato da Oltremare con i rappresentanti del Civil 20, uno degli "engagement group" del G20 a presidenza italiana.
Il problema dei creditori privati. Le loro voci sono parte di un coro globale, espressioni di società civili di decine di Paesi, da quelli più industrializzati a quelli più svantaggiati. Il problema del debito, in anni di pandemia, è solo uno dei temi discussi. E però appare subito decisivo, punto di arrivo e partenza di dinamiche controverse o controproducenti, almeno nell'ottica degli Obiettivi di sviluppo sostenibile e dell'Agenda 2030 dell'Onu. "Oggi uno dei problemi è quello dei creditori privati", premette Riccardo Moro, sherpa del Civil 20, analizzando e rilanciando le richieste di cancellazione sul tavolo della presidenza italiana.
Pesano sempre di più banche, fondi di investimento, speculatori. La lettura è che, rispetto agli interventi del 2000, oggi il fardello sulle spalle dei Paesi più vulnerabili si è aggravato a causa di un cambiamento nella sua struttura: pesano sempre di più banche, fondi di investimento e speculatori, realtà private non toccate da quella sospensione dei pagamenti sugli interessi del debito decisa l'anno scorso dal G20 a presidenza saudita. Secondo Moro, la campagna di 20 anni fa portò a risultati importanti e per certi versi fu un successo. "Non fu però risolto tutto" aggiunge lo sherpa, citando appunto il nuovo ruolo dei creditori privati, parlando di impegni "non rispettati appieno" e della mancata creazione di "condizioni di sostenibilità per i Paesi indebitati".
Titoli per 9mila miliardi di dollari. Secondo stime rilanciate dalla testata Bloomberg, solo 25 società, fondi e banche parte dell'Africa Private Creditor Working Group detengono titoli e proprietà nel continente per oltre 9mila miliardi di dollari. Una di queste, l'americana BlackRock, ha nel portafogli bond per un miliardo di dollari in Ghana, Kenya, Nigeria, Senegal e Zambia. Ne parla anche Stefano Prato, sous-sherpa Finanze del Civil 20. "La questione del debito mostra in modo perfetto che i flussi finanziari non vanno da Nord a Sud ma da Sud a Nord" dice. "Il Sud produce spesso ricchezza che poi ritorna al Nord invece di essere investita in quei servizi pubblici e infrastrutturali necessari ad avanzare verso l'Agenda 2030".
Né carità né solidarietà, ma giustizia. Secondo Prato, "al G20 non si chiede né carità né solidarietà ma di fare giustizia". La tesi è che "le ragioni del debito sono in larga parte non imputabili ai Paesi debitori ma alla 'suddivisione del lavoro' in un'economia globale che li costringe a esportare solo commodities, minerali e materie prime non trasformate e a importare invece qualsiasi altra cosa". E c'è di più. "A seguito della risposta alla crisi del 2008-2011 nei Paesi ricchi si è creato un eccesso di liquidità all'origine di un flusso drammatico di 'hot money', con investimenti ad alto tasso di rischio", dice Prato. Convinto che il rischio, per sua natura, dovrebbe comportare la possibilità di perdite. "Se invece ancora una volta i Paesi ricchi prendono le parti delle loro banche e del loro settore privato immettendo liquidità pubblica nel mercato", sottolinea il sous-sherpa, "ritorniamo in un circolo vizioso".
Dunque: giustizia, obbligo morale, buonsenso. Tra le parole chiave di Civil 20 ci sono "giustizia" e "obbligo morale". Le stesse, che insieme a una terza, "buonsenso", animano il confronto sulla pandemia e gli strumenti necessari a fronteggiarla. Secondo Stefania Burbo, chair del Civil 20, "quello che viene fuori oggi è l'impatto di decenni di indebolimento dei sistemi sanitari pubblici, di limitazioni in termini di personale sanitario formato e stipendiato in modo adeguato e infine di accesso a farmaci e vaccini". Oggi sarebbero più che mai necessari investimenti nella salute globale e nella condivisione della ricerca scientifica. "Esigenze strettamente collegate al tema del Covid-19", sottolinea la chair, "con test, terapie e vaccini che devono essere considerati come beni pubblici globali".
Il rischio che prezzi alti blocchino l'accesso ai vaccini. Burbo discute di un articolo dell'economista indiana Jayati Ghosh, dal titolo Vaccine Apartheid, e di un allarme lanciato da Winnie Byanyima, direttrice esecutiva di Unaids, l'ente delle Nazioni Unite specializzato nel contrasto al virus dell'Hiv e alla sindrome da immunodeficienza acquisita. Stime credibili, sempre secondo Byanyima, indicano che nove cittadini su dieci nei Paesi più svantaggiati non avranno un vaccino contro il Covid-19 quest'anno. Un monito chiave, ripreso nelle raccomandazioni del Civil 20 ai capi di Stato e di governo, riguarderà il rischio che prezzi troppo alti blocchino l'accesso ai vaccini e spingano i Paesi più svantaggiati in una crisi del debito ancora più profonda. Secondo Burbo, "è necessario mantenere una visione complessiva della crisi sanitaria, altrimenti non si riuscirà a tenere la pandemia sotto controllo ancora per anni".
La possibile sospensione temporanea dei brevetti sui vaccini. È la cornice di una disputa in primo piano il 10 e 11 marzo, in occasione di una riunione dell'Organizzazione mondiale del commercio (Omc/Wto). Al Consiglio Trips, acronimo di Agreement on Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights - l'accordo multilaterale sugli aspetti dei diritti di proprietà intellettuale attinenti al commercio - si sono scontrate le posizioni di chi chiede una deroga a questo accordo degli anni Novanta che disciplina la tutela dei diritti di proprietà intellettuale e di chi difende la piena titolarità delle aziende sui brevetti. Secondo Burbo, "con una decisione perfettamente legale, prevista dall'intesa e motivata dall'emergenza sanitaria, rispetto a farmaci, vaccini e altri dispositivi di contrasto al nuovo coronavirus, il Wto può sospendere temporaneamente l'applicazione del Trips". Una scelta del genere - avanzata mesi fa da India e Sudafrica, Paesi del G20, e sostenuta da oltre cento Paesi nel mondo - potrebbe scongiurare il ripetersi di errori già commessi in passato per la lotta contro l'Aids, sottolinea la chair: "Prezzi elevati e restrizioni legate alla proprietà intellettuale provocarono nell'Africa subsahariana milioni di morti che si sarebbero potuti evitare".
I diritti di donne e ragazze. C'è poi un altro tema evidenziato dalle organizzazioni della società civile a tutte le latitudini. "La presidenza italiana non può prescindere dall'impatto che la pandemia sta avendo sui diritti delle donne e delle ragazze", dice Valeria Emmi, sous-sherpa del Civil 20. "C'è il rischio di compromettere i progressi pur timidi ottenuti finora, aggravando disuguaglianze e discriminazioni". Isolamento sociale vuol dire più violenza domestica e meno diritti sul piano della salute, anche di quella riproduttiva, non solo in Paesi a reddito basso. "In Italia nel 2020 è quadruplicato il numero delle chiamate al 1522, il numero di pubblica utilità per il contrasto e la prevenzione della violenza di genere", dice Emmi. Che, guardando al cammino da affrontare, parla anche di un altro impegno non rinviabile: "Il G20 deve elaborare una road map per raggiungere l'obiettivo definito a Brisbane nel 2014, vale a dire ridurre del 25 % la disuguaglianza di genere nella partecipazione al mercato del lavoro entro il 2025".
*Vincenzo Giardina scrive per Oltremare, la rivista dell'AICS, l'Agenzia della Cooperazione Internazionale italiana
di Fabio Di Todaro
La Repubblica, 6 aprile 2021
L'andamento della pandemia globale varia da paese a paese in base a vaccini e restrizioni. Le incognite: la durata dell'immunità e le varianti. Il parere degli scienziati. Quasi 1.5 milioni di casi, lo scorso 10 dicembre. Poco meno di 630mila, nel primo giorno di aprile. Complice l'aumento delle vaccinazioni, in alcune nazioni molto più veloce che in Italia, i contagi da Sars-CoV-2 nel mondo viaggiano da tempo sotto la quota del milione di casi giornalieri.
Nell'ultimo mese, la curva appare in leggera crescita: il punto più basso del 2021 risale al 21 febbraio, con 314.267 nuove persone infette. Ma si è comunque lontani dai numeri registrati a cavallo tra la fine del 2020 e l'inizio del nuovo anno. Segno che la quota crescente di persone già infettate e l'avvio delle campagne di profilassi sta contribuendo a ridurre sia i contagi - da cui almeno i vaccini a mRna proteggono in larga parte - sia i decessi. Può bastare questo per affermare che il picco, a livello globale, è ormai alle spalle?
C'è chi, nei Paesi dell'Est, ha già abbandonato la mascherina. E chi, come gli italiani e i francesi, è invece costretto a rispettare ancora forti limitazioni alla libertà personale. Lo scenario della pandemia nel mondo è profondamente eterogeneo. Ma provando a guardare la situazione dall'esterno, al netto delle differenze territoriali, l'impressione è che il peggio sia alle spalle. Ci sono buone probabilità, ma è ancora presto per abbassare la guardia. È questo il quadro che emerge da un'analisi pubblicata sulla rivista Nature, che ha fatto il punto sull'andamento della pandemia interpellando un pool di esperti a livello globale.
"Le evidenze iniziali sono incoraggianti, ma bisogna tenere sotto controllo le varianti: alcune potrebbero essere in grado di eludere l'immunità garantita dai vaccini", afferma Caitlin Rivers, epidemiologa della Johns Hopkins University. Troppo profonde sono inoltre le differenze tra le diverse aree del pianeta: un cittadino messicano oggi non può sentirsi al sicuro come un coetaneo cinese. "Ci sono delle aree del mondo in cui la quota di persone vaccinate è troppo bassa: questi luoghi sono ancora molto vulnerabili", aggiunge l'esperta.
Nelle aree in cui si registra una drastica caduta dei casi, il risultato è stato raggiunto con un'azione sinergica: rigide misure di restrizione (compresa la chiusura delle scuole) accompagnate da una massiccia campagna vaccinale. In questo modo si è riusciti a ridurre il numero dei contagi e a far crescere allo stesso tempo la quota di persone protette almeno per i prossimi mesi (in attesa di capire quanto duri l'immunità garantita dai vaccini). La situazione però non è identica in tutti i paesi. Se in India 1 persona su 5 ha già gli anticorpi contro Sars-CoV-2, ben più bassa è la quota in Europa (5 per cento) e nei Paesi affacciati sul Pacifico (2 per cento).
Di conseguenza, avvertono gli esperti, la riapertura delle frontiere e lo "scambio" tra persone di nazioni diverse rischia di rappresentare una minaccia per quegli Stati finora meno colpiti o più indietro nella campagna di vaccinazione di massa. A ciò occorre aggiungere che da molti Paesi non si hanno informazioni certe. "Se i numeri delle nazioni dell'Africa sub-sahariana fossero analoghi a quelli dell'India, allora sì che potremmo dire di essere oltre il picco", fa chiarezza Joseph Lewnard, epidemiologo dell'Università della California. Lo scenario africano è il meno nitido. E, di conseguenza, anche quello meno rassicurante, visto l'elevato numero di abitanti e la densità abitativa dei centri più grandi.
Ci sono poi due aspetti non ancora definitivamente chiariti: la durata dell'immunità (sia per chi si è ammalato sia per chi è stato solo vaccinato) e la capacità delle varianti di "sfuggire" alle maglie del sistema immunitario. Le informazioni sono in continuo divenire. Al momento, quella che fa più paura è la variante sudafricana, rispetto alla quale i vaccini a mRna sembrano avere una ridotta attività neutralizzante.
Poco diffusa in Europa, dove a prevalere è quella inglese, questa forma del virus potrebbe contribuire però a far rialzare i numeri circolando proprio nel continente africano, dove le informazioni circa i tassi di copertura vaccinale sono piuttosto lacunose. Da qui anche il monito lanciato dalla Peoplès Vaccine Alliance.
"Senza una campagna di vaccinazione di massa a livello globale, in tempi brevi le varianti del Covid-19 sono destinate a prendere il sopravvento allungando, di molto, i tempi necessari a sconfiggere la pandemia e aumentando a dismisura il numero di contagi e vittime". Secondo 9 epidemiologi su 10 tra quelli interpellati, se non si aumenterà la copertura vaccinale, in molti Paesi potrebbero sorgere varianti del virus resistenti al vaccino. "Abbiamo un anno di tempo per non vanificare l'efficacia dei vaccini di prima generazione sviluppati e contenere le mutazioni del virus".
Nel nostro Paese, la terza ondata è ancora in atto, ma ha con ogni probabilità già raggiunto il picco. L'ultimo monitoraggio della Fondazione Gimbe evidenzia un rallentamento nei nuovi contagi e nei ricoveri. Come al solito, però, ci vorranno ancora diverse settimane prima di registrare la stessa tendenza nel numero dei decessi. Elevata rimane anche la pressione sugli ospedali. Da qui la decisione del Governo di non allentare le misure di restrizione (almeno) per tutto il mese di aprile. Una scelta che trova d'accordo pressoché tutta la comunità scientifica.
Il cui pensiero è riassunto nelle parole di Andrea Crisanti, direttore del laboratorio di microbiologia e virologia dell'azienda ospedaliera di Padova, a "Un Giorno da Pecora". "Usciremo dall'emergenza attraverso diverse fasi. Prima arriverà il calo della letalità, poi vedremo che le ondate ci saranno continuamente ma saranno sempre più basse, con picchi massimo di 3mila contagi. Potrebbe avvenire verso settembre o ottobre la situazione si dovrebbe stabilizzare, a meno che non arrivino varianti".
di Luca Pizzagalli
Il Resto del Carlino, 6 aprile 2021
Lo storico membro dell'associazione Papa Giovanni XXIII ha scritto un libro con un titolo che raccoglie quasi 20 anni di esperienze al fianco di detenuti e persone in cerca di una seconda possibilità. Perché questo libro? "Perché vogliamo ribadire che il nostro progetto Cec, comunità educante con i carcerati, funziona - spiega - in quasi 18 anni abbiamo ospitato nelle nostre case oltre 3.000 persone che hanno scontato alcuni mesi di fine pena o in attesa di giudizio con mesi da trascorrere in comunità.
E di tutte queste persone nelle nostre 8 case di accoglienza per detenuti (2 all'estero e 6 in Italia) appena il 12% circa è tornato a delinquere dopo aver scontato la pena. La recidiva crolla rispetto a chi resta in carcere per intero. Infatti chi è rimasto in carcere per anni poi torna a delinquere nel 75% dei casi. Invece nelle nostre case il recuperando trascorre circa 1 anno e 2 mesi e durante questo periodo noi cerchiamo di capire, conoscere ed accompagnare la persona nel suo percorso di rinascita e verifica interiore".
Tutto il progetto conferma una celebre frase di Don Oreste Benzi: "L'uomo non è il suo errore". "Infine va detto che un detenuto costa in carcere circa 70.000 euro all'anno allo Stato Italiano - conclude Pieri - noi con il nostro progetto non superiamo le 12.000 euro circa all'anno e dunque l'intero sistema italiano risparmierebbe milioni di euro di risorse da investire poi in rieducazione e formazione per recuperare definitivamente queste persone alla vita". I proventi del libro, presente in tutte le librerie locali, saranno destinati all'associazione Papa Giovanni XXIII di Rimini ed alle sue attività.
di Rosalba Castelletti
La Repubblica, 6 aprile 2021
La denuncia dell'attivista anti-corruzione detenuto in sciopero della fame. Il quotidiano "Izvestia": "È stato ricoverato e sottoposto a test anti-coronavirus". Dopo che oggi aveva denunciato di avere febbre alta e tosse, l'oppositore russo Aleksej Navalnyj è stato trasferito nel reparto medico della colonia penale Ik-2 di Pokrov, a circa 100 chilometri da Mosca, dove sta scontando una pena detentiva di due anni e mezzo, ed è stato sottoposto a diversi test, tra cui quello per il coronavirus, secondo quanto riportato dal quotidiano Izvestia.
La scorsa settimana l'attivista anti-corruzione 44enne aveva iniziato lo sciopero della fame chiedendo la visita di un medico esterno e lamentando dolore acuto alla schiena e alle gambe. In precedenza aveva dichiarato che nel suo reparto carcerario era in corso un'epidemia di tubercolosi scherzando che ammalarsi gli avrebbe potuto offrire sollievo dai suoi disturbi dal momento che almeno tre persone erano state ricoverate in ospedale. "Se ho la tubercolosi, forse scaccerà il dolore alla schiena e l'intorpidimento alle gambe. Sarebbe bello", ha scritto su Instagram. Benché non abbia accesso a Internet, Navalnyj pubblica regolarmente sui suoi profili social, ma i suoi avvocati si rifiutano di spiegare come riesca.
Navalnyj aveva detto che la sua temperatura corporea era di 38,1 gradi Celsius (100,6 gradi Fahrenheit). Ha anche detto che aveva una brutta tosse. Ore dopo, Izvestia, giornale pro-Cremlino, ha citato una dichiarazione del servizio carcerario federale dicendo che Navalnyj era stato trasferito nel reparto malati per essere sottoposto a diversi test, tra cui il coronavirus. Il reparto dov'è ricoverato Navalnyj si troverebbe sempre presso la colonia penale IK-2 a 100 chilometri a Est da Mosca, dove è detenuto, ha riferito uno dei suoi legali a Tv Dozhd. Da quando è in carcere, Navalnyj avrebbe perso otto chili. "Secondo i documenti della colonia penale, quando è arrivato pesava 93 chili, ora 85: ha perso 8 chili prima dello sciopero della fame", si legge sul suo profilo Telegram.
Navalnyj ha anche denunciato le autorità carcerarie di privarlo del sonno svegliandolo otto volte a notte e di rifiutarsi di prestargli cure mediche adeguate. Non solo. Da quando è detenuto, avrebbe ricevuto "sei ammonizioni in due settimane" e rischierebbe perciò di essere rinchiuso in una cella d'isolamento. Vittima lo scorso agosto di un avvelenamento con l'agente nervino Novichok e trasferito in Germania in stato di coma, dopo cinque mesi di convalescenza, è rientrato in Russia lo scorso gennaio ed è stato arrestato subito dopo l'atterraggio. In febbraio è stato condannato a due anni e mezzo di prigione per un caso di frode del 2014 che la Corte europea dei diritti umani ha definito "politicamente motivato".
di Giovanni Tizian e Gaetano De Monte
Il Domani, 6 aprile 2021
Frontex, l'agenzia europea che dovrebbe monitorare le frontiere, gioca di sponda con la Guardia costiera libica per portare chi fugge in un paese "non sicuro". I documenti mostrano il piano dell'Ue per esternalizzare il lavoro sporco nel Mediterraneo. E i sistemi per comunicare tra le forze europee e i libici per intercettare i gommoni sui quali viaggiano i migranti. Un esposto alla Corte europea dei diritti dell'uomo chiede luce sulla complicità europea nei crimini commessi in Libia.
"Tripoli, Osprey 1. Operation complete". È il 20 gennaio del 2021. Una comunicazione radio intercettata a bordo della motovedetta libica - Fezzan - con il velivolo Osprey dell'Agenzia per la sicurezza delle frontiere esterne all'Unione europea - Frontex - svela le modalità attraverso cui la guardia costiera libica opera, con il supporto dei mezzi navali ed europei, per riportare i migranti verso la Libia. Il paese che già nel dicembre del 2019 le Nazioni unite avevano dichiarato "non sicuro", soprattutto per i rifugiati e i migranti che "continuano a essere regolarmente sottoposti a violazioni e abusi". Le prove della complicità dell'Ue nei respingimenti di migranti verso la Libia sono molteplici.
C'è un video con le comunicazioni tra Osprey 1 di Frontex e Tripoli che mostra la presenza dell'aereo di Frontex sulla scena di un naufragio, mentre la motovedetta libica si avvicina, ordinando alla nave della Ong Sos Mediterranée, Ocean Viking, di allontanarsi e modificare la propria rotta. E ci sono documenti, sia pubblici sia riservati, nei quali è scritta la linea dell'Europa: formare la guardia costiera libica per delegarle le operazioni di intercettazione dei gommoni in viaggio verso l'Italia.
Esternalizzare le frontiere - Tra questi documenti c'è il report sull'addestramento dei libici e sulle modalità con cui questi comunicano con gli aerei di Frontex, con i nostri centri di soccorso e con la marina militare. Sono loro a individuare le barche cariche di donne, bambini e uomini e ad avvertire i centri di soccorso di Italia, Malta e Libia, che naturalmente è la prima a raggiungere il tratto di mare interessato da quando è stata istituita la zona Sar libica, grazie al memorandum firmato dal governo di centrosinistra guidato da Paolo Gentiloni, con Marco Minniti ministro dell'Interno.
Da quell'accordo discendono una serie di corollari: il primo è, appunto, la delega ai libici per il controllo delle frontiere europee. Esternalizzazione delle frontiere, si chiama. Fonti vicine a Minniti su questo sono in disaccordo: "Finché ci siamo stati noi al governo la direzione dei soccorsi spettava comunque alla nostra guardia costiera, che era legittimata ad arrivare fino alle acque territoriali libiche per salvare vite umane, dovete indagare su cosa sia successo dopo, con il governo Conte 1, quando alle motovedette italiane è stato impedito di spingersi fino alle acque internazionali".
Abbiamo contattato la guardia costiera italiana, che però riconduce tutto all'entrata in vigore della zona Sar libica, una delle novità scaturite dall'accordo Italia-Libia promosso dal governo Gentiloni. Tra il rimpallo di responsabilità, nel mezzo, c'è un fatto certo: i libici riportano indietro i migranti. Nella pratica funziona così. Torniamo al 20 gennaio scorso, quando la motovedetta Fezzan, regalata dall'Italia alla Libia, arriva sul posto del naufragio. Il comandante libico comunica al comando di Frontex: "Tripoli, Osprey 1. Operation complete". E poi si dirige con le 32 persone recuperate verso il porto della capitale dello stato che l'Onu considera "non sicuro", non solo per le guerre intestine tra fazioni, ma anche per i centri di detenzione in cui finiscono i "respinti".
Chi coinvolge i libici nelle operazioni di salvataggio? Alle richieste di commento Frontex ha prima risposto: "Nessun contatto con la guardia costiera libica". Per poi ammettere: "Ogni volta che un aereo o un'imbarcazione di Frontex individua un'imbarcazione in potenziale necessità di soccorso, l'Agenzia allerta tutti i centri di soccorso nazionali competenti nelle vicinanze, come richiesto dal diritto internazionale, cioè i centri di coordinamento di Italia, Malta, Tunisia e Libia".
La versione di quella mattina la fornisce anche Sos Mediterranée: "Alarm Phone (un servizio umanitario di soccorso, ndr) aveva trasmesso una mail al centro di coordinamento di soccorso maltese e italiano, in cui eravamo in copia anche noi, segnalando la posizione di una barca che era in pericolo ed avvertendo che un aereo bianco con una striscia rossa si era avvicinato a loro. Alle 10.15 la Guardia costiera libica ci ha chiamato per informarci che stavano procedendo al soccorso, ordinandoci di cambiare rotta, nonostante avessimo offerto loro assistenza, specificando che a bordo avevamo un'equipe medica, da quel momento in poi li abbiamo persi dalla nostra visuale".
Frontex fa da palo ai libici - La barca intercettata il 20 gennaio non è l'unico respingimento verso la Libia benedetto dai velivoli di Frontex. "È accaduto due giorni dopo, con la stessa identica dinamica", riferiscono dall'Ong Sea Watch, "alle ore 5.43 del 22 gennaio Alarm Phone aveva segnalato alle autorità la presenza di una barca di legno che era in pericolo con circa 77 persone a bordo. La posizione dell'imbarcazione era stata localizzata a 33d9N, 12d36E, mentre Osprey 3, un altro degli aerei di cui dispone Frontex, era stato tracciato a partire dalla posizione 33d21N, 12d37E, dunque, in prossimità della barca di migranti da salvare".
Sebbene l'Agenzia sostenga la sua estraneità, i testimoni ricordano che "quella mattina l'aereo di Frontex ha seguito uno strano percorso, dopo essere stato presente da subito sulla scena del naufragio, ha cambiato rotta, prima dirigendosi verso Tripoli, poi è ritornato sulla scena, ricomparendo poi a nord in direzione dell'aeroporto di Malta. Più o meno negli stessi minuti in cui la motovedetta libica Fezzan aveva intercettato la barca in pericolo".
Stessa scena il 7 febbraio scorso: questa volta un secondo aereo, Eagle 1, tracciato in posizione 33d38N, 12d27E, vicino a una barca di legno blu che era in pericolo con 35 persone a bordo. "Eagle 1 dapprima aveva cambiato rotta verso Tripoli, poi, era tornato indietro verso la posizione della barca naufragata, infine, era stato localizzato dal nos verso l'aeroporto di Malta. Negli stessi istanti, la barca di legno blu è andata in fiamme, e i loro passeggeri si trovavano già all'interno della motovedetta Fezzan che li stava riportando in Libia", riferiscono i testimoni. Sono le prove dei respingimenti appaltati a terzi verso un "paese non sicuro", pratiche vietate da tutte le convenzioni internazionali, e che avvengono con la complicità politica dell'Unione europea.
D'altronde, lo stesso direttore di Frontex, Fabrice Leggeri, nel corso di una audizione dello scorso aprile alla Commissione Libertà civili e affari interni del Parlamento europeo, non ne aveva fatto un mistero della presenza sulla scena libica degli aerei dell'Agenzia. Quasi a fare da palo in cielo aspettando l'arrivo della guardia costiera libica in mare.
Leggeri, infatti, aveva dichiarato: "La pandemia di Covid-19 ha aumentato le difficoltà, in quanto c'è minore capacità da parte della guardia costiera libica di individuare le partenze". E soprattutto, aveva riferito ai parlamentari europei, "vorrei mettere in risalto che abbiamo dispiegato i mezzi aerei di Frontex e che lavoriamo individuando le imbarcazioni mentre sono ancora nella zona di ricerca e soccorso libica. Il nostro approccio è quello di informare tutti i centri di coordinamento marittimi di entrambe le sponde del Mediterraneo per poter inviare squadre in mare".
Crimini contro l'umanità - Una comunicazione presentata qualche tempo fa dai giuristi Omer Shatz e Juan Branco alla procura della Corte penale internazionale ha sollecitato i giudici ad aprire un'indagine sulle eventuali responsabilità penali dei vertici dell'Unione europea e dei suoi stati membri "per crimini contro l'umanità commessi ai danni di persone migranti nel Mediterraneo e in Libia, dal 2013 fino ad oggi". Nella comunicazione si ipotizza la responsabilità dei leader europei "nell'attacco esteso e sistematico ai danni delle popolazioni di civili stranieri in fuga dalla Libia". Perché, si legge, "tale attacco è stato finalizzato a contenere i flussi migratori diretti verso il continente europeo, e sarebbe stato perpetrato attraverso l'ideazione e l'attuazione di politiche attuate in due periodi distinti". Secondo la denuncia presentata dai giuristi Omer Shatz e Juan Branco, infatti, "a partire dal 2015 l'azione dei leader europei sarebbe stata guidata da una seconda e diversa policy, avente come oggetto la creazione di un sistema volto ad intercettare e trasferire forzatamente in Libia i migranti in fuga dal paese attraverso il Mediterraneo, nella consapevolezza che una volta sbarcati sarebbero stati esposti ad un elevato rischio di divenire vittime di gravissimi reati tra cui omicidi, torture e violenze sessuali".
La politica dell'esternalizzazione dei respingimenti è sotto accusa anche alla Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu). Un ricorso è stato presentato dai legali dall'Associazione giuristi per l'immigrazione (Asgi) contro il governo italiano. I fatti contestati sono avvenuti il 6 novembre 2017. Quel giorno ci fu una operazione di salvataggio di cento persone al largo delle coste libiche: 40 di loro tra i sopravvissuti al naufragio furono portati in Libia da una motovedetta, "strappati" alla nave della Ong Sea Watch che li aveva soccorsi.
I giuristi di Asgi ritengono per questo che l'Italia abbia violato la Convenzione europea dei diritti umani. "Le operazioni sono state coordinate a distanza dall'Imrcc (centro di coordinamento e soccorso), con base a Roma, che ha segnalato la presenza dell'imbarcazione in difficoltà sia alla Sea Watch che alla Guardia costiera libica, mentre non è chiaro se quest'ultima abbia poi assunto volontariamente il comando operativo o se l'abbia fatto su indicazione dell'Italia. Sulla scena dell'incidente, inoltre, era presente anche un elicottero della Marina militare italiana". Secondo i giuristi "è il comportamento spregiudicato della guardia costiera libica, che ha agito senza riguardo alcuno per la vita dei migranti, non ha prestato immediato soccorso ai naufraghi, ma anzi ha attuato manovre azzardate e pericolose per la loro incolumità...ha ostacolato il lavoro dei volontari della Sea Watch, gettando loro oggetti di ogni tipo, ha percosso più volte i migranti a bordo ed è poi ripartita lasciando una persona agganciata alla scala esterna della nave e fermandosi solo dopo ripetuti comandi provenienti dall'elicottero della marina militare italiana".
Questo episodio, però, su cui è tuttora concentrata l'attenzione della Corte di Strasburgo, non è stato un avvenimento isolato. Si è passati dai respingimenti attuati delle autorità italiane verso la Libia durante l'era Gheddafi, all'affidamento di tali pratiche ("pull back") alla guardia costiera libica (foraggiata con i soldi europei) che intercetta i migranti per ricondurli nei centri di detenzione. Un meccanismo raffinato di respingimento, che usa strategie più sottili. È così che, ad esempio, l'Italia ha aggirato una sentenza del 2012 della Corte europea dei diritti dell'uomo che l'aveva condannata per il respingimento collettivo attuato ai danni di undici cittadini somali e tredici eritrei.
La catena di comando - L'evoluzione del meccanismo è spiegato in un inedito report interno, intitolato Monitoring Mechanism Libyan Coast and Navy, redatto da EunavForMed-Operazione Sophia, la missione navale europea contro il traffico di esseri umani che aveva il suo quartiere generale a Roma all'interno dell'aeroporto di Centocelle, e che è stata guidata dall'ammiraglio Enrico Credendino dal 18 maggio del 2015 al 20 febbraio dello scorso anno.
Nel documento di monitoraggio rimasto finora riservato, si rileva "un miglioramento delle capacità del personale libico che è stato formato da EunavForMed". La capacità di pattugliamento è aumentata grazie "al supporto tecnico fornito dalla marina militare italiana in conseguenza del trattato bilaterale firmato dai due paesi (Memoradum Italia-Libia,ndr)".
Nel monitoraggio dei primi mesi dagli accordi stipulati tra Italia e Libia si fa riferimento anche a presenze europee nelle sale operative libiche, utili a "valutare meglio la professionalità della guardia costiera e, si spera, anche di migliorare il rapporto con le Ong".
Sul rapporto tra le navi umanitarie e i libici si legge anche di un incontro che si è tenuto a Tunisi tra l'ammiraglio Enrico Credendino e il comandante della guardia costiera libica, Commodoro Abdalh Toumia, durante il quale quest'ultimo aveva sottolineato "le enormi difficoltà incontrate dalle motovedette quando intervengono nelle operazioni di soccorso e devono agire come "on scene coordinator" alla presenza di navi delle Ong". E nell'incontro si era parlato proprio dell'evento del 6 novembre del 2017 per cui tuttora pende un ricorso contro il governo italiano davanti alla Cedu, rispetto al quale l'ammiraglio Credendino aveva sottolineato: "In questi casi la sicurezza dell'equipaggio e dei migranti soccorsi potrebbe essere messa a rischio, perché è risaputo che quando entrambi gli attori sono sulla scena, i migranti non vogliono essere salvati dalla guardia costiera libica, perché ovviamente non vogliono tornare in Libia".
Il rapporto svela anche in che modo avvengono una parte delle comunicazioni. Aspetto che chiama in causa direttamente l'Italia: per comunicare con Eunavformed i libici usano il sistema "Smart": un'infrastruttura sicura realizzata dalla Marina italiana. Tanto che, dopo il memorandum firmato dal governo Gentiloni con Minniti ministro dell'Interno, la formazione per la guardia costiera libica dell'utilizzo di questo sistema di comunicazione è entrato nelle priorità, come si legge nello stesso documento. L'ultimo tassello del mosaico. Eppure tutti negano le complicità nei respingimenti. Non hanno torto. Non si tratta di complicità, ma di un progetto politico chiaro che mette d'accordo i partner europei: "Rispedirli a casa loro" con discrezione e riservatezza.
di Alessio Lerda
riforma.it, 6 aprile 2021
Dal movimento Blm in poi, le due istanze hanno si sono legate con particolare forza, ma il loro rapporto non è necessariamente armonioso. Nei giorni del processo a Derek Chauvin, il poliziotto di Minneapolis accusato dell'omicidio di George Floyd, tornano alla mente le grandi manifestazioni del movimento Black Lives Matter, che l'anno scorso, in risposta all'ennesima morte di una persona afroamericana durante un incontro con la polizia, portarono migliaia di persone nelle strade statunitensi e in molti altri paesi del mondo a chiedere la fine del razzismo sistemico e istituzionalizzato.
Tra i molti motivi per cui quelle proteste hanno segnato il 2020 e, più in generale, la lotta alle discriminazioni, c'era anche la connessione tra la richiesta di giustizia sociale e l'attivismo ambientale; non inedita, di per sé, ma mai posta in primo piano come allora. In particolare, venne individuata una lama a doppio taglio: il razzismo diffuso è visto sempre più come un freno al progredire delle politiche ambientali, mentre dal lato opposto si nota, anche a livello scientifico, come gli effetti del cambiamento climatico colpiscano maggiormente le popolazioni discriminate dal punto di vista sociale, etnico ed economico.
L'ultimo segnale in questo senso arriva da una ricerca dell'Unep, il programma ambientale delle Nazioni Unite, che mostra come siano proprio i gruppi marginalizzati ad essere particolarmente soggetti all'inquinamento derivante dalla plastica. Non si tratta soltanto di una distinzione tra paesi ricchi e paesi in via di sviluppo (sebbene quel divario sia profondo anche da questo punto di vista), ma anche di categorizzazioni interne. Le donne, ad esempio, risultato in generale più a rischio degli uomini, a causa di una maggiore esposizione alla plastica in casa e per la presenza di plastiche nei cosmetici; oppure, si nota che nei pressi delle raffinerie americane sul Golfo del Messico vivono soprattutto comunità afro-americane, che restano quindi particolarmente esposte a quell'inquinamento.
Proprio da qui scaturiva, in particolare, l'unione del discorso anti-razzista e di quello ambientale lo scorso anno, con il suggerimento che il più alto livello di inquinamento col quale generalmente convivono i neri americani fosse la causa della loro maggiore mortalità durante la pandemia da Covid-19. La ricerca scientifica non ha poi provato con solidità questo nesso, ma la condizione di partenza - le minoranze etniche finiscono per vivere in aree più inquinate - non è stata smentita, al di là dell'eventuale collegamento con il coronavirus. Il discorso si è poi allargato, raggiungendo appunto una dimensione più generale e legando le due istanze a doppio filo. Non si può risolvere il cambiamento climatico se non si risolve la disuguaglianza sociale, e non ci può essere uguaglianza sociale se non si argina il cambiamento climatico.
Forse non tutti vedono però l'armonia di questo rapporto come inevitabile. Un recente articolo pubblicato su Scientific American fa notare che ecologia e lotta per i diritti non sono sempre andati di pari passo, anzi: spesso in passato si sono trovati in antitesi. L'autrice dell'articolo, Sarah Jaquette Ray, si chiede se il fenomeno della climate anxiety (l'ansia generata dal cambiamento climatico) non possa talvolta portare a sentimenti razzisti, soprattutto all'interno di popolazioni bianche occidentali, preoccupate di difendere il proprio ambiente magari proprio dall'arrivo di stranieri. Da diversi anni viene indicata la crisi climatica come causa o concausa di vari flussi migratori, al punto da coniare l'espressione di migranti climatici, un fenomeno che è destinato ad acuirsi progressivamente. Non è fantasioso immaginare che, in alcuni casi, la preoccupazione per il clima e quella per la protezione dei confini possano sovrapporsi.
Il rischio può anche essere più sottile di così. Ancora Ray mostra come la descrizione più diffusa della crisi climatica la indichi come "la più grande crisi esistenziale dei nostri tempi"; definizione realistica, ma che ignora come, per molte minoranze, questa non sia altro che l'ennesima crisi esistenziale che si sovrappone ad altre già molto presenti.
Il rapporto tra giustizia ambientale e giustizia sociale è stato ormai intrecciato strettamente da attivisti e scienziati, ma potrebbe risultare più complesso e sfaccettato di quanto appaia in superficie. Ancora una volta, sta alla popolazione privilegiata il compito di fare un passo indietro e di guardarsi intorno, chiedendosi, come minimo, se non stia monopolizzando un problema che non riguarda soltanto loro.











