lavocedeimedici.it, 6 aprile 2021
In Italia la detenzione minorile è un fenomeno fortunatamente marginale nei numeri, con una percentuale di presenze assolutamente trascurabile. Ma quale realtà affrontano questi ragazzi? Quali sono le maggiori problematiche e le possibili soluzioni affinché possano essere riabilitati ed integrati correttamente nella società? Ne parliamo con Sandro Libianchi, Presidente dell'Associazione "Co.N.O.S.C.I." (Coordinamento Nazionale degli Operatori per la Salute nelle Carceri Italiane - www.conosci.org), già dirigente medico nel complesso polipenitenziario di Rebibbia, Roma, specialista in Medicina Interna, Endocrinologia e Patologie da Dipendenza.
Che dimensioni presenta il fenomeno della devianza minorile con arresto e/o detenzione e che iter viene seguito quando a delinquere è un minore?
La presenza giornaliera media nelle carceri italiane è di circa 300 ragazzi (281 al 15 gennaio), mentre molto più elevati sono le presenze e i transiti nei Centri di Prima Accoglienza - CPA (presenze al 15 gennaio: 3, periodo 1-15 gennaio: transitati 30 ragazzi). I CPA sono i luoghi dove i ragazzi arrestati per essere affidati in tempi strettissimi, proprio al fine di non creare "detenzione" o il meno possibile. La legge, infatti, prevede che entro un massimo di 96 ore il magistrato deve indicare quale misura alternativa dare al giovane, cosa che non avviene per gli adulti che possono passare anche mesi o anni prima che sia approvata loro una misura alternativa. L'intero meccanismo di gestione della giustizia minorile è basato su un modello che in Italia funziona molto bene e ci è invidiato dagli altri Paesi, soprattutto extra europei, per la sua altissima valenza socio-rieducativa. Sebbene siano trascorsi quasi 40 anni da quando ci si è dotati di un ordinamento penitenziario che valesse in parte anche per i minorenni, ma che era stato concepito solo per i maggiorenni, un decreto del 2018 ha modificato questo assetto, creando un vero e proprio ordinamento penitenziario minorile. I tempi sono stati molto lunghi, ma sulla base dell'esperienza del modello attuato di cui se ne è valutata la buona funzionalità ben sperimentata in concreto lo Stato ha prodotto una regolamentazione ad hoc (D. Lgs 2 ottobre 2018, n. 121: "Disciplina dell'esecuzione delle pene nei confronti dei condannati Minorenni").
Su quali principi conta il legislatore?
Intanto si considera come prioritario lo sviluppo psicofisico del minore, che comprende anche la sua educazione e responsabilizzazione alla vita sociale. L'intento è quello di prevenire la ricaduta in altri reati. Il minore ha di fronte a sé tutta una vita quindi deve essere ricondotto ad un ragionevole stile di vita il prima possibile. Viene quindi favorito il percorso della giustizia "riparativa", della mediazione penale, che ha una corrispondenza nel settore degli adulti come i Lavori di Pubblica U (LPU). Nell'ambito della giustizia minorile l'aspetto a cui si attribuisce una grande importanza per l'opera di riabilitazione, è proprio la mediazione penale; una procedura delicata e difficile, basti pensare ad esempio alla riconciliazione di una donna anziana che ha subito un reato come uno scippo, il ragazzo e le due famiglie. Sulla base dello studio del reato del ragazzo e del suo contesto familiare, si valuto l'assetto psicologico del giovane ed il contesto familiare della vittima e in queste condizioni l'assistente sociale del Ministero della Giustizia, assieme ai difensori, spesso riesce a fare un'opera di mediazione e quindi di riconciliare il reo con la sua vittima e le famiglie di appartenenza.
Il settore minorile è basato molto sulle misure alternative: può spiegarci come funziona?
Il carcere viene contemplato per una stretta minoranza di giovani, autori dei reati più gravi. All'interno del carcere il minore è sottoposto ad un progetto educativo altamente personalizzato ed i bassi numeri consentono di dedicare tempo e risorse a questo delicato processo. Esiste nel sistema penitenziario una rigida separazione tra i minorenni e gli adulti: il carcere non deve diventare l'università del crimine! Con la peculiarità dei giovani-adulti, ovvero i ragazzi tra i 18 e i 24 anni, che possono rientrare in particolari categorie: coloro che hanno iniziato a scontare la pena da minori, che si trascina fino a quando sono maggiorenni; oppure quelle condanne che arrivano dopo il compimento della maggiore età ed altri casi. Anche le stesse strutture penitenziarie minorili sono generalmente diverse da quelle per gli adulti diverse e sono molto meno costrittive ed accoglienti: Il carcere minorile di Roma - Casal del Marmo è dotato di una serie di residenze all'interno di un grande parco, con ampi spazi di ricreazione (campi, palestra, ecc.). e possibilità di fare sport al suo interno. I ragazzi possono stare al di fuori dalle cosiddette "camere di pernottamento" (le "celle", che hanno assunto questa denominazione proprio per sottolineare il fatto che devono essere usate solo per dormire, ma nel resto della giornata si riesce a coinvolgere i giovani in numerose attività. Il minore può avere un numero di colloqui di persona, più elevati rispetto agli adulti, così come di comunicazioni telefoniche, sebbene ora la pandemia abbia fatto saltare questi schemi, a favore delle videochiamate. Un'attenzione particolare viene attribuita al rispetto della territorialità: anche se il reato viene commesso in una zona distante dalla propria residenza, le limitazioni alla libertà verrebbero comune riportate in uno spazio circostante o vicino alla famiglia. Infine c'è un'attenzione particolare nel momento della dimissione dall'istituto: proprio per evitare un'interruzione tra il processo rieducativo c'è massima attenzione quando il giovane viene ricondotto all'esterno, nella società. Un'idea precisa sull'entità del fenomeno ci viene dalle cifre riferite ai ragazzi in carico agli Uffici di Servizio Sociale per Minorenni (Ussm) del Ministero della Giustizia. Al 15 gennaio 2021, sull'intero territorio italiano c'erano 13.282 soggetti in carico di cui 11.982 maschi e 1.300 femmine e di questi 925 maschi e 63 femmine in comunità private; 10.154 italiani e 3.216 stranieri.
Di che numeri parliamo? Di quali reati si macchiano più facilmente i minori?
La presenza media è di circa 250-300 ragazzi in tutti gli istituti penitenziari italiani. Le grandi metropoli trainano più di tutti in termini di presenze. I reati sono generalmente contro la persona (più frequente: lesioni personali volontarie) e contro il patrimonio (più frequente: furto); rari sono i reati più gravi come l'omicidio. C'è un preoccupante aumento delle violenze sessuali a carico dei minori. Questa è una realtà che sembra aumentare negli ultimi anni. La tendenza è rapportata all'aumento del consumo di alcolici, cresciuto moltissimo e spesso concausa di reato, ma anche di sostanze stupefacenti. Ad esempio quando avvengono risse collettive tra giovani, spesso e volentieri alla base c'è un consumo smisurato di alcol o di droga. Bisogna poi tenere conto della realtà di genere: le ragazze detenute, o comunque che sono state arrestate, quasi sempre sono di origine non italiana; in questo caso il reato più comune è il furto: in appartamento, sui mezzi pubblici, nei negozi ecc. Queste giovani vengono utilizzate insieme ai bambini per distrarre l'attenzione e per poter perpetrare il reato più facilmente. Spesso hanno un'educazione e una cultura molto carente. Loro stesse subiscono violenze, in una sorta di tratta interna che non consente loro di uscire da questo circolo vizioso, proprio perché sono funzionali all'approvvigionamento di denaro. Per questo un'attenzione particolare viene data alla riammissione nei campi nomadi in cui vivono. Infatti, spesso infatti i programmi di riabilitazione s'interrompono perché queste persone si spostano e questo è uno dei fenomeni alla base di una recidiva molto elevata. Ci sono minorenni donne che sono finite in prigione anche 20 volte in pochi anni.
Lo psicologo e l'assistente sociale sono le due figure chiave: che ruolo svolgono?
Assistono il minore detenuto o in carico ai servizi sociali e preparano il piano di misura alternativa. Fuori dal carcere il ruolo viene preso in carico dalle comunità terapeutiche o socio-riabilitative, peculiari proprio per i minorenni. Sono strutture a bassa capienza, che prevedono una presenza media di una decina di ragazzi, occupati in attività culturali, scolastiche, ludico-ricreative e terapeutiche. Purtroppo in queste strutture esiste la possibilità dell'abbandono dei programmi che assume la veste dell'evasione, che costituisce di poe sé una violazione perseguibile. In questi casi, una volta rintracciato il minore, il magistrato generalmente fa rientrare il minore in comunità. La misura può essere anche con il ricollocamento nella famiglia d'origine che purtroppo però è spesso corresponsabile dei comportamenti del minore e dunque non è sempre consigliato, rendendo necessaria una riconsiderazione della misura alternativa.
I percorsi culturali sono una colonna portante del processo di riabilitazione. Come funzionano?
Le maggiori difficoltà si riscontrano allorché si voglia proporre progetti culturali a culture diverse, a ragazzi stranieri, che vengono da realtà molto distanti da quella occidentale. I percorsi culturali includono la lettura di poesie, laboratori di scrittura per permettere loro di esprimersi o per imparare a farlo. Per i ragazzi detenuti vengono anche organizzate delle uscite programmate con visite ai musei o altre iniziative esterne, che è una pratica che si organizza anche con i detenuti adulti, sebbene restino iniziative confinate nei piccoli numeri. Talvolta, infine, al ragazzo viene mostrato in anticipo il luogo dove andrà a stare (es. comunità terapeutiche o di accoglienza) per portare a compimento un percorso di stabilizzazione migliore e cercare di ridurre la possibilità di fuga; in qualche modo si prepara il terreno, altrimenti la reazione di rifiuto ad una successiva coercizione dopo il carcere è quasi immancabile e questo va assolutamente evitato.
di Denise Amerini
sinistrasindacale.it, 6 aprile 2021
Sintesi dell'intervento alla tavola rotonda "Carcere e lavoro. I luoghi comuni da smontare, le parole per ricostruire" organizzata da Officine Cgil Parma e Cgil Parma il 22 marzo scorso.
La Costituzione non fa differenza fra lavoratori detenuti e non, tutela il lavoro in tutte le sue forme. In carcere il lavoro è strumento cardine della rieducazione, del percorso di reinserimento delle persone. Per questo deve perdere ogni carattere afflittivo, di sfruttamento, di minore riconoscimento, e stabilire pari dignità e pari diritti: orario, ferie, contributi, salario, e accesso agli ammortizzatori, cosa oggi non scontata, se pensiamo al lavoro che ci vede impegnati, insieme ad Inca Cgil ed Antigone, per garantire il diritto al riconoscimento della Naspi ai detenuti.
di Alessio Ramaccioni
meteoweek.com, 6 aprile 2021
Prosegue in maniera anche aspra il dibattito sull'ergastolo ostativo, in attesa della sentenza della Corte Costituzionale: ma una detenzione a vita senza la possibilità di benefici e sconti di pena è davvero giustizia?
di Errico Novi
Il Dubbio, 6 aprile 2021
Il caso Trapani è gravissimo. Ma non si può invocare la libertà di stampa sia per denunciare abusi di cui siamo vittima sia per ritenerci liberi di pubblicare (illegalmente) i brogliacci in cui compaiono altri.
Brutta storia. Dolorosa pagina nella storia italiana dell'equilibrio fra poteri e attori della democrazia. L'indagine della Procura di Trapani sulle presunte irregolarità delle Ong è viziata da quella che sembra una pesante violazione della libertà di informare, cioè dell'articolo 21. Si deve chiamare in causa la Costituzione: di rado noi cronisti eravamo divenuti oggetto di intercettazioni.
Almeno in un caso, si tratta della collega freelance Nancy Porsia, che scrive anche per il Fatto quotidiano, il bersaglio è stato scelto dagli investigatori in modo deliberato.
Esistono una richiesta della Procura di Trapani e l'autorizzazione di un gip del Tribunale siciliano, datate 2017. Giusta la reazione dell'Ordine dei giornalisti, che per voce del suo presidente Carlo Verna ha parlato di "sfregio al segreto professionale" e si è appellato al presidente Sergio Mattarella (anche in quanto massimo vertice del Csm). Opportuna l'iniziativa della guardasigilli Marta Cartabia, che ha avviato accertamenti, vale a dire acquisizione di informazioni sull'attività giudiziaria trapanese. Tutto giusto. Se non fosse per un interrogativo: perché non si leva una così corale indignazione (arrivata pure in Parlamento) quando le indebite intrusioni dei pm colpiscono, per esempio, gli avvocati?
Non è una provocazione. Anzi: la vicenda di Trapani può innescare sviluppi positivi. La stampa italiana (ed europea, si è inalberato persino il Guardian) potrebbe scoprirsi un filo più prudente, di fronte a future occasioni di sbattere in prima pagina parole captate da presunti mostri nell'ambito di indagini mai sottoposte a giudizio. Può darsi finisca così, c'è da augurarselo. Ma la levata di scudi di noi giornalisti lascia un retrogusto sgradevole.
Il fastidio per l'ipocrisia dell'indignazione a singhiozzo. Viene violato il segreto professionale di noi giornalisti e ci arrabbiamo: giusto. Ma perché siamo silenti se viene violato il segreto del difensore, troppo spesso intercettato in colloqui con il proprio assistito?
I colleghi del Fatto quotidiano, attraverso il loro comitato di redazione, si sono soffermati sul caso di Porsia: seppure "mai sospettata di alcun reato", si è arrivati a intercettare Nancy "anche mentre parlava con il suo avvocato, Alessandra Ballerini". Rilievo giustissimo. Il Cdr del Fatto rimanda implicitamente alle norme che disciplinano le intercettazioni. Nelle quali non esiste una specifica tutela per i giornalisti. È prevista invece per gli avvocati. In particolare all'articolo 103 quinto comma del codice di procedura penale: "Non è consentita l'intercettazione relativa a conversazioni o comunicazioni dei difensori".
Nella recente riforma delle intercettazioni, è stata parzialmente estesa: i colloqui fra avvocato e assistito sono fra quelli che non possono essere trascritti. Ora, se noi giornalisti ci consideriamo giustamente sentinelle della democrazia, non possiamo svegliarci solo quando il siluro è puntato nei nostri confronti. I sacri principi della riservatezza e del segreto professionale vanno difesi sempre. E non è proprio accettabile lo spettacolo tristissimo a cui noi operatori dell'informazione abbiamo dato vita per anni, di fronte ai tentativi di riformare le intercettazioni, bollati come "bavaglio", o alle proteste di politici messi alla gogna dai brogliacci dei pm fotocopiati nei nostri articoli. In quei casi abbiamo invocato a nostro baluardo la libertà di stampa.
Appunto la stessa libertà di stampa che chiamiamo ora in causa per lo "sfregio" di cui parla giustamente Verna a proposito dell'inchiesta trapanese. Ambiguità e ipocrisia non sono accettabili. La Costituzione non può essere tirata in ballo sia per protestare quando altri vìolano la nostra autonomia sia per giustificare le violazioni da noi stessi compiute in danno di altri. È ridicolo, ci squalifica e al limite delegittima persino la nostra attuale sacrosanta indignazione.
Da ultimo, è fastidioso, sì, che pochi giornali si siano inalberati di recente per l'intercettazione di diversi penalisti (basti citare i casi di Nicola Canestrini, del Foro di Rovereto, o di Giorgio Manca a Roma). Ma devono dare altrettanto fastidio le centinaia di casi in cui, per anni, sono state pubblicate illegittimamente intercettazioni in cui comparivano esponenti politici. Sarebbe ipocrita, da parte di questo giornale, difendere solo gli avvocati e non anche i parlamentari.
Allo stato d'eccezione populista non si deve concedere un millimetro. Anche perché l'indifferenza, e persino il sospetto, che spingono a considerare normale spiare un difensore, vengono probabilmente proprio dal pregiudizio anticasta coltivato nei confronti dei politici. Giacché l'avvocato difende chiunque (anche il politico) viene assimilato ai reati dei propri assistiti, e merita perciò a propria volta di subire l'intrusione abusiva.
E no: la deriva dev'essere stroncata. Ci riferiamo sia all'abuso delle intercettazioni che all'ipocrisia alimentata dal populismo. Mai come stavolta noi giornalisti dobbiamo sentirci con le spalle al muro: o diciamo una parola definitiva contro l'abuso delle intercettazioni, ivi comprese le tante che noi stessi abbiamo illegalmente pubblicato, o non siamo legittimati a protestare per il fatto che, stavolta, le vittime dell'abuso siamo proprio noi.
di Giulio Cavalli
Left, 6 aprile 2021
Non sta facendo il clamore che dovrebbe il fatto che in Italia la giornalista Nancy Porsia, esperta di Libia, sia stata illegalmente intercettata nell'inchiesta di Trapani sulle Ong nel 2017. Partiamo da un punto fermo: Nancy Porsia non è mai stata indagata eppure un giudice, su richiesta della polizia giudiziaria, ha deciso che si potesse scavalcare la legge: nel documento di 22 pagine - datato 27 luglio 2017, firmato Sco, squadra mobile e comando generale della Guardia costiera - ci sono fotografie, contatti sui social, rapporti personali e nomi di fonti in un'area considerata tra le più pericolose dell'Africa del nord. La notizia è stata data dal quotidiano Domani che racconta come indirettamente, oltre a Porsia, siano stati ascoltati anche il giornalista dell'Avvenire Nello Scavo, conversazioni della giornalista Francesca Mannocchi con esponenti delle Ong, il cronista di Radio Radicale Sergio Scandurra mentre chiedeva informazioni ad alcuni esponenti di organizzazioni umanitarie impegnate in quei mesi nei salvataggi dei migranti, Fausto Biloslavo de Il Giornale e Claudia Di Pasquale di Report.
Primo punto fondamentale: in uno Stato di diritto che non venga rispettato il diritto per intercettare giornalisti che parlano con le loro fonti (nel caso di Porsia addirittura vengono intercettate anche telefonate con l'avvocata Ballerini, la stessa che si occupa della vicenda Regeni) significa che il potere giudiziario (su mandato politico, poi ci arriviamo) scavalca le regole per controllare coloro che per mestiere controllano i poteri per una sana democrazia. È un fatto enorme. E non funziona la difesa di Guido Crosetto (il destrorso "potabile" che è il braccio destro di Giorgia Meloni) quando dice che anche i politici vengono intercettati: si intercetta qualcuno dopo averlo iscritto nel registro degli indagati e soprattutto in uno Stato di diritto si proteggono le fonti dei giornalisti, con buona pace di Crosetto e compagnia cantante.
C'è un altro aspetto, tutto politico: in quel 2017 gli agenti di sicurezza presenti a bordo della nave Vos Hestia dell'Ong Save the Children portano foto e prove (che poi si sono rivelate più che fallaci visto che tutto si è concluso in una bolla) prima a Matteo Salvini, prima ancora che alle autorità giudiziarie. È scritto nero su bianco che proprio Salvini su quelle informazioni ci ha costruito tutta la sua campagna elettorale. Un giornalista, Antonio Massari, racconta la vicenda su Il Fatto Quotidiano e costringe Salvini ad ammettere di avere avuto contatti, prima delle forze dell'ordine, proprio con i due vigilantes che puntavano a ottenere in cambio qualche collocazione, magari politica. Salvini, conviene ricordarlo diventerà ministro all'Interno.
Rimaniamo sulla politica: l'ordine di indagare sulle Ong parte dal ministero dell'Interno dell'epoca di cui era responsabile Marco Minniti. Ci si continua a volere dimenticare (perché è fin troppo comodo farlo) che proprio da Minniti parte la campagna di colpevolizzazione delle Ong che verrà poi usata così spregiudicatamente da Salvini e compagnia. Ad indagare sull'immigrazione clandestina viene applicato il Servizio centrale operativo (Sco) della polizia di Stato, il servizio di eccellenza degli investigatori solitamente impegnato in indagini che riguardano le mafie. Anche questa è una precisa scelta politica. Rimane il sospetto insomma che politica e magistratura si siano terribilmente impegnate per legittimare una tesi precostituita. Di solito (giustamente) ci si indigna tutti di fronte a una situazione del genere e invece questa volta poco quasi niente. Anzi, a pensarci bene la narrazione comunque è passata. È gravissimo e incredibile eppure accade qui, ora.
di Liana Milella
La Repubblica, 6 aprile 2021
Oggi scontro in commissione Giustizia alla Camera sul testo dell'ex ministro Bonafede che fissa le tariffe di chi intercetta, anche con un risparmio, ma rischia di legittimare un uso "ampio" del Trojan e di consentire alle ditte appaltatrici di portare all'esterno le "stazioni" di registrazione.
Può il Trojan - il virus inserito in un cellulare che spia la vita del proprietario - non solo intercettare le telefonate nonché quanto avviene nell'ambiente circostante, ma anche "rapinare" automaticamente, e senza un'autorizzazione specifica, l'agenda, gli indirizzi, i dossier che quel telefono si porta dietro e ha intorno a sé? E ancora: anche se la legge stabilisce che le centrali di ascolto devono stare nei palazzi di giustizia oppure presso le forze di polizia, è possibile invece che queste "periferiche" vengano piazzate presso le ditte stesse? Tutto questo è costituzionalmente lecito oppure siamo di fronte a una palese violazione delle regole della Carta?
Quando si parla di intercettazioni, da sempre, si litiga. Il film è identico: i fan degli ascolti contro i garantisti. Pronti i primi - il centrodestra e Italia viva - a piazzare mille zeppe contro regole troppo permissive. E succede anche stavolta.
Proprio mentre, a Trapani, va in scena un brutto spettacolo. Quello di una decina di giornalisti intercettati dalla polizia con una procura che, in un caso, quello di Nancy Porsia, ha addirittura autorizzato ascolti per sei mesi, registrando anche le conversazioni tra la collega e l'avvocato della famiglia Regeni Alessandra Ballerini. Tutto il materiale è stato depositato. Anche se era del tutto irrilevante. Sarà distrutto, garantisce il procuratore Maurizio Agnello, ma intanto è destinato a diventare pubblico, senza alcuna ragione, e in spregio alla privacy. Un episodio che spiega le ragioni dello scontro politico.
E proprio sul tema caldissimo delle intercettazioni oggi - alle 18 e trenta - si litiga in commissione Giustizia alla Camera. E di mezzo c'è l'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede che l'8 febbraio, quando ormai il governo Conte era in crisi, ha inviato a Montecitorio uno schema di decreto ministeriale per stabilire le tariffe - una minima e una massima - per pagare le ditte che materialmente fanno le intercettazioni. Bonafede ha anche documentato che sugli ascolti si stava risparmiando. Dal suo punto di vista è un successo perché non si potranno più richiedere cachet salati per intercettare. Finisce soprattutto la discrezionalità. Ma il suo testo, appena ha varcato la porta della commissione, ha subito suscitato un vespaio. Come Repubblica ha già documentato il 19 marzo. Tant'è che ancora giovedì scorso è stato necessario un ennesimo rinvio. E l'appuntamento è fissato per oggi.
Non mollano Enrico Costa di Azione, Pierantonio Zanettin e Giusy Bartolozzi di Forza Italia, la Lega, Lucia Annibali e Catello Vitiello di Italia viva. E ovviamente Fratelli d'Italia, unico gruppo all'opposizione. Mentre M5S, con il presidente Mario Perantoni e la ex Giulia Sarti, che è la relatrice del decreto, spingono per un immediato via libera. Nello stesso modo la pensa Alfredo Bazoli del Pd. Ma, come si può vedere, i numeri contano, e Pd e M5S da soli non hanno la maggioranza in commissione. Oggi ci sarà anche un cambio di sottosegretario alla Giustizia, perché invece della grillina Anna Macina, favorevole al testo, arriverà Francesco Paolo Sisto, l'avvocato barese di Forza Italia, da sempre nemico delle intercettazioni per professione e per posizione politica.
Ma sul Trojan Costa non molla. Ed è pronto a votare contro il parere. Perché, come spiega a Repubblica, "non si può legittimare un decreto che, discutendo di tariffe più o meno favorevoli, alla fine invece legittimi ben altro, e cioè un captatore Trojan che diventa un tutto fare, può intercettare gli audio, può copiare e fare i video, può prendersi i dati che sono in movimento, può captare le conversazioni tra presenti". Questo, secondo Costa, il Trojan già lo fa. Ma quello che invece non può fare - per soli 30 euro com'è scritto invece nel decreto - "è risucchiare file, impossessarsi di documenti, copiare integralmente la rubrica, cioè tutti gli elementi statici che si trovano nel telefono o nel computer". E perché non potrebbe farlo? Perché, secondo Costa, per fare questo "ci vuole un decreto di perquisizione, altrimenti siamo di fronte a una perquisizione illegale permanente". Addirittura Costa ipotizza che una simile operazione possa configurare un "danno erariale" perché "verrebbero pagate delle prestazioni che in realtà non sono consentite".
Dopo il Trojan ecco la lite sulle "periferiche". La questione è antica. E la riporta in ballo Pierantonio Zanettin, avvocato ed ex Csm per Forza Italia e oggi deputato. Che non si sente affatto garantito da quanto è scritto nel decreto sulle "periferiche", cioè le stazioni di registrazione: "Il codice di procedura penale stabilisce che i captatori devono stare dentro gli uffici della procura oppure della polizia giudiziaria. Non possono stare all'esterno.
La nostra condizione è che le ditte, di conseguenza, non possano essere titolari di stazioni di registrazione esterne". Una regola per cui si batte anche Giusi Bartolozzi, deputata di Forza Italia, e giudice prima a Gela, poi a Palermo e, prima di entrare in Parlamento, alla Corte di appello di Roma. Che contesta il decreto dalle fondamenta, perché "è inopportuno definire le tariffe senza aver prima analizzato il contenuto delle prestazioni fornite".
Secondo Forza Italia, il decreto di fatto legittima dei comportamenti senza fissare prima regole molto precise e dettagliate che fanno parte dei codici. Un'affermazione che la relatrice Sarti contesta perché, secondo lei, questo è solo un decreto che "fissa le tariffe", poi il resto andrà visto sul piano normativo e delle regole. Come dicono i deputati di Italia viva Lucia Annibali e Catello Vitiello "il decreto è privo delle necessarie garanzie costituzionali e processuali". Quindi va modificato nel senso di essere certi che queste garanzie vengano rispettate. A questo punto non resta che un compromesso per evitare la rottura della maggioranza sulle intercettazioni.
di Giorgio Paolucci
Avvenire, 6 aprile 2021
Dalla criminalità all'arresto fino all'incontro con la Papa Giovanni XXIII: così Franco Di Nucci si è ricostruito una vita nelle Comunità dell'associazione che accolgono i detenuti a fine pena. Gli ospiti della Cec di Guglionesi, in Molise, coltivano i campi, allevano gli animali e imparano l'apicoltura.
"La resurrezione? È qualcosa che si può sperimentare nella vita di ogni giorno. Io mi considero un risorto. Il male che ho compiuto mi ha sottomesso, il bene che ho incontrato mi ha fatto rinascere". Non usa mezzi termini Franco Di Nucci, per definire la sua vita travagliata e costellata di cadute, ma con la quale si è riconciliato. Nasce in una famiglia "modesta ma onesta", con i genitori costretti a grandi sacrifici per mantenere i tre figli. "Io sono venuto al mondo per sbaglio, undici mesi dopo mia sorella, con un fratello disabile di cui mi vergognavo. Desideravo che morisse, e lui è morto davvero, a 13 anni. Volevo crescere in fretta per dimostrare che sarei stato il migliore, per farlo ho cercato strade dal guadagno facile, sempre alleato con i più forti, e ho avuto successo con i bar e i videopoker".
Si sposa, nascono due figli che "erano lo strumento per colmare i miei vuoti affettivi", quando diventano grandi e prendono la loro strada il matrimonio va in crisi. Dopo la separazione Franco viene inghiottito in un vortice di scelte sbagliate, dall'uso di sostanze al commercio di armi e auto di grossa cilindrata con l'Albania, fino al giorno in cui - durante l'ennesima consegna di "merce" - si trova davanti a un lenzuolo bianco che copre il cadavere di un tabaccaio a cui avevano sparato.
"Non saprò mai se era stato ammazzato con le mie armi, ma fu come se una spina si fosse conficcata nel mio fianco. Non feci la consegna, mi fermai davanti a una chiesa e dal cuore salì una preghiera: 'Dio, fermami tu perché io non mi fermerò mai'. La mattina dopo venni arrestato per traffico internazionale di armi". In carcere incontra un volontario della Comunità Papa Giovanni XXIII e inizia un percorso di rivisitazione della sua vita: dopo averla buttata via impara ad amarla, prende coscienza che c'è sempre una "seconda possibilità". "Ho cominciato a sentirmi libero perché non ero più vittima del mio male. Non posso dire di avere sofferto la carcerazione, ho sempre pensato che fosse giusto essere lì dentro a causa di quello che avevo fatto. L'incontro con gli amici della Comunità Papa Giovanni XXIII è stato l'inizio della mia resurrezione".
Dopo quattro anni entra al Pungiglione di Pontremoli, una delle strutture che realizzano il progetto Cec (Comunità educante con i carcerati), dove i detenuti scontano la parte finale della pena in un percorso che è insieme presa di coscienza del male commesso, riabilitazione personale alla luce della fede cristiana e preparazione al reinserimento nella società attraverso il lavoro. "Lì ho incontrato persone che hanno abbracciato la mia persona con tutto il suo male, mi hanno ascoltato e accompagnato.
Ogni mattina leggevamo "Pane quotidiano", un brano del Vangelo con il commento di don Benzi, grande persona dalla quale ho imparato che l'uomo non è il suo errore". Da poche settimane Giorgio Pieri, coordinatore nazionale del progetto Cec, ha pubblicato Carcere, l'alternativa è possibile (Sempre editore) che illustra la storia e i successi di questa iniziativa che mette in atto un autentico ribaltamento della logica meramente punitiva praticata nella quasi totalità dei penitenziari italiani. È grazie a questa proposta che Franco ha potuto rileggere la sua storia e intraprendere una nuova vita.
"Sono stato in carcere per reati gravi, ma ci sono altre cose che gravano sulla mia coscienza: ai tempi del referendum sull'aborto militavo nel fronte di quelli che volevano la conferma della legge 194. Mi sentivo uno "nato per sbaglio" perché la mamma era rimasta incinta due mesi dopo avere partorito mia sorella e quindi giustificavo la mia scelta. Ma se mio padre e mia madre avessero ragionato come me non sarei venuto al mondo, è stato il loro amore per la vita che mi ha salvato. E grazie alla fede ritrovata in carcere, la possibilità di ricominciare è stata più forte del senso di colpa che mi faceva sentire condannato per sempre".
Oggi Franco è responsabile della Cec Santi Pietro e Paolo di Vasto in Abruzzo dove mette a frutto quello che ha imparato sulla sua pelle. "Quando mi hanno chiesto di assumere la responsabilità di questo luogo temevo di essere inadeguato, strada facendo mi sono reso conto che Dio non sceglie chi ha le capacità, ma dà le capacità a chi ha scelto. E così, uno come me che ha alle spalle una famiglia sfasciata è diventato padre di tante persone uscite dal carcere che hanno scelto di cambiare vita".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 aprile 2021
Dichiarato inammissibile il reclamo di un detenuto al carcere duro. Anche chi è al 41bis il diritto allo studio va in ogni caso tutelato, ma è giusto che ci siano le limitazioni giustificate dal particolare regime cui il detenuto è sottoposto. È questa la conclusione alla quale è giunta la sentenza numero 12199 della Corte di Cassazione.
È accaduto che il Tribunale di sorveglianza di L'Aquila ha respinto il reclamo proposto dal detenuto Natale Dantese in opposizione al provvedimento dell' 8 maggio del 2019 con il quale il Magistrato di sorveglianza della sede aveva rigettato il reclamo formulato dal detenuto al 41bis mirante ad ottenere cinque autorizzazioni: quella di iscriversi presso un istituto scolastico superiore di Ragioneria; che l'Amministrazione penitenziaria provvedesse alla fornitura dei libri di testo necessari; che l'Amministrazione consentisse l'accesso al carcere di un insegnante almeno due volte alla settimana per assisterlo nel percorso di studio; in subordine, che gli venisse consentito per due volte alla settimana di collegarsi attraverso la rete internet con un insegnante e che le ore di sostegno scolastico non gli venissero decurtate dalle ore di socialità o di aria.
Il Tribunale di sorveglianza ha però escluso che potesse ravvisarsi, in danno del reclamante, un pregiudizio grave e attuale all'esercizio del diritto allo studio e alla formazione. In particolare ha desunto che al detenuto non era preclusa la possibilità di iscriversi a un corso di scuola media superiore, che poteva aver luogo con l'unica limitazione dell'obbligo d'iscrizione nell'istituto scolastico più vicino al luogo di detenzione. Inoltre ha osservato che il detenuto poteva anche fruire degli strumenti informatici necessari per lo studio e per la preparazione degli esami a conclusione del percorso. Non solo. Che il diritto allo studio non poteva dirsi violato dal diniego opposto dall'Amministrazione alla richiesta della fornitura gratuita dei libri di testo, atteso che la legge penitenziaria non prevedeva tale possibilità, ma contemplava dei sussidi e dei premi che potevano essere erogati ai detenuti in presenza di determinati presupposti, in particolare, nel caso in cui essi versassero in condizioni di indigenza.
Come se non bastasse, il giudice ha sottolineato che, per quanto concerneva l'ingresso in maniera costante nell'istituto di pena di un insegnante o, comunque, l'utilizzo del sistema Skype per il sostegno scolastico, trattavasi di modalità non previste dalla normativa penitenziaria, anche per intuibili esigenze di sicurezza, atteso che concretizzavano un elevato rischio di veicolazione di messaggi da o verso l'esterno.
In conclusione, il Tribunale condivideva il tenore del provvedimento reclamato, affermando che il diritto allo studio del detenuto, garantito da norme di legge nazionali e sovranazionali, doveva essere necessariamente contemperato con le esigenze di ordine e di sicurezza sottese al del 41bis, con la conseguenza che non era individuabile alcuna lesione grave ed attuale del diritto allo studio e alla formazione. Il detenuto ha fatto quindi ricorso in Cassazione.
Ad avviso della difesa ricorrente, i giudici di merito non avevano risposto alla prospettata circostanza di essersi la Caritas di Pescara resa disponibile a fornire al detenuto l'aiuto economico necessario all'acquisto dei libri di testo. Non solo. Secondo la difesa, considerate le rigide modalità dei colloqui visivi con vetro divisorio e registrazione audio-video e tenuto conto dell'utilizzo consolidato di video conferenza anche a mezzo Skype per le udienze con la partecipazione dei detenuti sottoposti al 41bis, vietare al Dantese di incontrarsi con un insegnante-tutor appariva una misura ingiustificata e lesiva del suo diritto allo studio e alla formazione. a Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. Sottolineando, nello stesso tempo, che il diritto allo studio resta, in ogni caso, tutelato, seppure con le inevitabili limitazioni giustificate dal particolare regime del 41bis cui egli è sottoposto, e che attengono esclusivamente a determinate modalità di esercizio del diritto stesso.
di Simona Musco
Il Dubbio, 6 aprile 2021
Polemiche dopo le intercettazioni a carico dei giornalisti nell'ambito dell'inchiesta sulle Ong che operano nel Mediterraneo. Ora la ministra Cartabia vuole vederci chiaro. Non solo i giornalisti, ma anche quattro avvocati, ascoltati dalle spie della procura di Trapani nello svolgimento della propria attività professionale. È quanto emerge dagli atti dell'inchiesta sulle ong, finita nella bufera a seguito dello scoop del quotidiano Domani sulle conversazioni di diversi giornalisti spiati dagli inquirenti mentre discutevano con le proprie fonti sui flussi migratori sulla rotta Libia-Italia.
Intercettazioni effettuate e trascritte nonostante giornalisti ed avvocati coinvolti non risultassero iscritti nel registro degli indagati. Le conversazioni sono state registrate nell'ambito di un'indagine avviata dalla procura siciliana nel 2016, con lo scopo di fare luce sull'attività delle ong attive in mare per soccorrere i naufraghi che cercavano di raggiungere le coste europee. Un'inchiesta, hanno evidenziato Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista e Stefano Galieni, responsabile immigrazione Prc-S.E, "partita su Servizio Centrale Operativo", alle dipendenze del ministero dell'Interno, allora guidato da Marco Minniti.
Si tratta di circa 30mila pagine - 100 cd contenenti intercettazioni telefoni, 300 di ambientali - depositate con l'avviso di conclusione delle indagini che portarono al sequestro della nave Iuventa, della Ong tedesca Jugend Rettet, accusata di concordare i soccorsi con i trafficanti. I cronisti, come la giornalista di inchiesta Nancy Porsia, ascoltata anche al telefono con la propria avvocata, Alessandra Ballerini, sarebbero stati ascoltati per mesi e agli atti dell'inchiesta risulta anche la trascrizione di brani di colloqui relativi alle indagini su Giulio Regeni, la cui famiglia è rappresentata sempre dall'avvocata Ballerini.
Ma tra le persone intercettate dalla polizia giudiziaria ci sono anche quattro avvocati - oltre Ballerini si tratta di Michele Calantropo, Fulvio Vassallo Paleologo e Serena Romano - ascoltati dagli uomini in divisa mentre discutevano con i propri clienti di strategie difensive. E ciò nonostante quanto previsto dall'articolo 103 del codice di procedura penale, che al comma 5 vieta l'intercettazione relativa a conversazioni o comunicazioni dei difensori. Secondo la norma, tali conversazioni sono inutilizzabili e il loro contenuto non può essere trascritto, neanche sommariamente.
Ciononostante, però, in quelle 30mila pagine compare anche l'attività degli avvocati, spiata senza che alcuno dei professionisti risultasse indagato. Sul punto il procuratore reggente di Trapani Maurizio Agnello ha garantito che le telefonate non verranno utilizzate.
"Sia io che le colleghe (le sostitute Brunella Sardoni e Giulia Mucaria, ndr) - siamo arrivati a Trapani due anni dopo che quelle intercettazioni erano state effettuate. Posso solo dire che non fanno parte dell'informativa sulla base della quale chiederemo il processo e che dunque non possono essere oggetto di alcun approfondimento giudiziario. Non conosco quelle intercettazioni che naturalmente abbiamo dovuto depositare ma che non useremo".
Il bubbone è però ormai scoppiato. E la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ora vuole vederci chiaro. È per questo motivo, dunque, che ha deciso di avviare accertamenti sulla procura di Trapani, scelta che potrebbe portare, in futuro, anche all'invio degli ispettori. Attualmente, però, si tratta di una verifica preliminare, successiva alle richieste avanzate dai parlamentari Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana e Erasmo Palazzotto di Leu, che avevano annunciato la presentazione di interrogazioni sulla vicenda.
E lo stesso aveva fatto il Pd, che ha chiesto chiarimenti attraverso un'interrogazione a firma di Stefano Ceccanti e altri 23 deputati dem, con la quale hanno chiesto un'ispezione alla procura di Trapani per verificare "lo scrupoloso rispetto di importanti principi costituzionali". Bazzecole, per Fratelli d'Italia, secondo cui l'inchiesta avvalorerebbe la tesi delle destre su accordi criminali tra volontari e trafficanti, tutti d'accordo per far arrivare in Italia migliaia di migranti.
"Gli inquirenti siano lasciati liberi di svolgere il loro dovere senza alcun genere di intromissione e pressione eversiva", ha commentato il Questore della Camera e membro della commissione Affari Esteri Edmondo Cirielli, di Fratelli d'Italia. Che punta il dito contro Cartabia e il suo "attivismo": "Invece di tutelare il lavoro investigativo dei magistrati e di condannare il modus operandi delle Ong, ha disposto accertamenti proprio sulle investigazioni della Procura di Trapani nel silenzio assordante del Csm", ha affermato.
È invece "gravissimo quanto accaduto sulle intercettazioni dei giornalisti che si occupavano delle Ong", secondo il sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova, di Più Europa. "L'inchiesta interna disposta dal ministro Cartabia è doverosa per una ragione molto precisa: abbiamo un sistema di garanzie e di diritti che non può essere messo in discussione. La libertà di stampa e l'uso delle fonti non possono essere messi in discussione". Mentre Riccardo Magi, deputato di +Europa Radicali, ha chiesto l'istituzione di una commissione parlamentare d'inchiesta sull'attuazione degli accordi Italia-Libia.
Secondo la ong umanitaria Mediterranea Saving Humans, "uno degli obiettivi delle diverse iniziative giudiziarie partite contro le attività umanitarie sembra essere quello di colpire chiunque sia impegnato, a vario titolo, nella ricerca della verità e nella pratica della solidarietà sulle violazioni dei diritti fondamentali in Libia e nel mar Mediterraneo".
Un fatto non nuovo, dal momento che "anche negli atti dell'accusa, promossa dalla Procura della Repubblica di Ragusa, contro l'intervento di soccorso effettuato dalla nave Mare Jonio nel caso Maersk Etienne, vengono trascritte e utilizzate indebitamente intercettazioni telefoniche su utenze degli indagati di conversazioni telefoniche, professionali e confidenziali, con giornalisti e avvocati di fiducia", ha fatto sapere l'ong.
chietitoday.it, 6 aprile 2021
Vaccini nelle carceri: l'Abruzzo ai primi posti a livello nazionale. A dirlo è il Garante nazionale per i detenuti Mauro Palma. Sul fronte contagi il numero dei sintomatici è stabile e basso, mentre quasi tutti i nuovi casi sono asintomatici. L'Abruzzo è ai primi posti per percentuale di detenuti vaccinati. A dirlo è il garante nazionale per i detenuti Mauro Palma, che rileva però una situazione non omogenea, a livello nazionale, sul fronte delle vaccinazioni mentre è preoccupante, ma non allarmante, la situazione sul fronte dei contagi nelle carceri italiane. Il numero di sintomatici è stabile e basso, mentre quasi tutti i nuovi casi sono asintomatici.
Le carceri devono diventare bolle Covid free, con vaccinazioni in massa nessuno escluso. Occorre mettere in atto una strategia di controllo che riduca il numero di detenuti ed acceleri sulla vaccinazione in funzione preventiva, non in rincorsa all'insorgere di focolai, che così anziché sgonfiarsi vanno crescendo. Lo sostiene il governatore Cirio, ma queste sono dichiarazioni perdenti. Bisogna essere strategicamente consapevoli. L'amministrazione centrale lo è, ma non sempre mi convince l'operato delle regioni che necessitano di una politica più coordinata.
Non solo l'Abruzzo, fra le regioni più avanti troviamo anche la Lombardia, mentre altre realtà come Lazio, Toscana e Molise sono più indietro, anche se l'arrivo del vaccino Johsnon e Johnson monodose farò compiere probabilmente un balzo in avanti proprio dal Lazio come ha riferito Palma ad Adnkronos. Sul fronte dei contagi fra gli agenti, ha concluso: "Si evolvono in sintonia alle curve delle regioni di appartenenza. Ma anche per loro vanno accelerate le vaccinazioni: svolgono un lavoro essenziale e sono fortemente esposti".











