blogsicilia.it, 2 aprile 2021
Francesco Paolo Chiofalo, 37 anni, è morto dentro il Pagliarelli-Lo Russo per causa ancora da accertare. Sarà l'autopsia, effettuata ieri nel primo pomeriggio, ma i cui risultati non sono stati resi ancora noti, a stabilire le cause della morte del giovane detenuto. Lo riporta il Giornale di Sicilia. La notizia è stata comunicata ai familiari del detenuto al telefono ma senza versione ufficiale sulla morte, come sostiene l'avvocato Massimiliano Russo. Dopo il decesso è stata disposta l'autopsia dalla Procura di Palermo che ha aperto un fascicolo.
La famiglia chiede che sia fatta luce. L'uomo al Pagliarelli stava scontando una condanna definitiva per furto ed evasione. Doveva uscire il prossimo ottobre. Ora la famiglia chiede che sia fatta luce sulle cause della morte - fa sapere il legale - e vogliono sapere se il loro congiunto sia stato curato adeguatamente. Il carcere avrebbe, infatti, comunicato alla famiglia soltanto il decesso, senza dare dettagli su cause e circostanze. Neppure l'avvocato è stato informato. Certo è che, da tossicodipendente, Chiofalo aveva diritto a un'assistenza particolare e a essere seguito in maniera adeguata nel carcere.
I casi di morte al Pagliarelli - Lo scorso gennaio morì Massimo Bottino, 52 anni, al Pagliarelli mentre scontava una condanna a 12 anni. L'uomo, detenuto nella struttura penitenziaria, morì all'ospedale Buccheri La Ferla, dove era arrivato dal Civico in coma.
In carcere era stato isolato e curato pensando che avesse il Covid salvo poi scoprire che si trattava di una leucemia fulminante. A ottobre 2020 due decessi a distanza di 24 ore. Erano due palermitani di 38 e 48 anni, il primo deceduto nonostante le manovre di rianimazione eseguite dal personale in servizio nell'istituto penitenziario. Il secondo si sarebbe sentito male mentre era nella sua cella, ma la corsa in ospedale fu inutile. Si ipotizzarono due infarti
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 2 aprile 2021
Le sezioni Unite aderiscono all'orientamento che ritiene necessaria la difesa tecnica di un avvocato in materia di libertà personale. La Cassazione risolve in senso affermativo il dubbio sulla necessità che il magistrato di sorveglianza, chiamato a decidere su un'istanza di liberazione anticipata, nomini un difensore d'ufficio in assenza di quello di fiducia, al fine di potergli notificare l'ordinanza con cui decide, che è soggetta a reclamo davanti al Tribunale di sorveglianza. Tale presa di posizione delle sezioni Unite penali, che compone il contrasto tra due orientamenti, mira a garantire un pieno contraddittorio in un procedimento incidente su diritti costituzionali del condannato quali l'esercizio di una piena difesa e la tutela della libertà personale.
La sentenza n. 12581/2021 ha fornito così l'interpretazione corretta dell'articolo 69 bis dell'Ordinamento penitenziario, dove è espressamente richiamato l'articolo 127 del Codice di procedura penale che prevede la notifica delle decisioni in camera di consiglio al difensore di fiducia e, in sua assenza, a quello d'ufficio che lo stesso giudice è tenuto a nominare.
Al di là di un contraddittorio eventuale e differito che viene a instaurarsi quando l'istante contesta la decisione reiettiva del giudice di sorveglianza, il reclamo davanti al Tribunale di sorveglianza ha pacificamente la natura di impugnazione. Ciò è confermato dalla legge del 2002 che ha previsto l'incompatibilità del magistrato di sorveglianza a sedere nel collegio che decide sul reclamo.
Quindi se per "errore" il magistrato adotta una decisione senza notificarla al difensore non decorrono i termini per la proposizione del gravame da parte dell'avvocato nominato in prossimità dell'udienza di reclamo e che può utilmente depositare memorie difensive. Perciò se, come nel caso giunto fino alle sezioni Unite, l'istante nomina un difensore di fiducia, solo successivamente all'emissione dell'ordinanza reiettiva a lui stesso comunicata o notificata e in prossimità dell'udienza davanti al Tribunale, tale nomina oltre che valida sana il vizio di annullabilità dell'ordinanza originaria, ossia l'errore del giudice che non aveva nominato il difensore d'ufficio al quale notificarla.
L'effetto sanante deriva dall'effettiva proposizione del reclamo che, grazie alla nomina di un avvocato, è pienamente frutto di una completa assistenza tecnica costituzionalmente dovuta a chi sopporta restrizioni della libertà personale. Ciò determina il rinvio dalle sezioni Unite al Tribunale, a seguito dell'annullamento in sede di legittimità dell'ordinanza che aveva giudicato tardivo il reclamo del difensore. Infatti, in assenza di tale effetto sanante, il difetto di notificazione al difensore dell'ordinanza originaria da parte del magistrato di sorveglianza avrebbe determinato il rinvio nelle sue mani affinché procedesse correttamente alla notificazione riaprendo la via al reclamo di parte.
di Federica Cravero
La Repubblica, 2 aprile 2021
"All'inizio fai fatica a pensare che stia accadendo proprio a te quello che solitamente vedi in tv. Invece tutto d'un colpo diventa vero. E inizi a chiederti come sia potuto accadere e pensi che forse anche tu hai delle responsabilità perché non hai capito, non hai aiutato abbastanza tuo fratello...".
Parte da lontano il racconto di Giuseppe Del Gaudio, che si prepara ad affrontare il processo per gli agenti della polizia penitenziaria che non hanno vigilato sul fratello Roberto, morto suicida a 65 anni la sera del 10 novembre 2019 nella cella in cui era detenuto per aver ucciso la moglie Brigida De Maio. "Gli avevo portato io il pigiama lungo con cui si è impiccato - racconta Giuseppe, più piccolo di cinque anni - Nessuno mi ha detto che non andava bene, hanno solo controllato che non ci fossero dei lacci in vita e basta".
La malattia mentale, la crisi di coppia, un tumore allo stomaco, il mobbing sul lavoro che lo aveva portato al licenziamento, tutti problemi che si sono andati a sommare a un carattere difficile. "Mio fratello ha fatto una cosa tremenda, faccio fatica a parlarne. Però quando sono andato a trovarlo mi ha raccontato cose tremende e ho proprio avuto l'impressione che se sei colpevole lo Stato ti abbandona, è una finta pena di morte: se una persona normale entra lì dentro non c'è recupero".
Cosa le aveva raccontato Roberto?
"Mi aveva detto che la gente nelle altre celle urlava tutta la notte, che lo minacciavano. E anche le guardie non lo trattavano bene. Non c'era la porta ma solo le sbarre e tutti vedevano quello che facevi. Per questo mi ha detto che cercava di andare in bagno la sera tardi, quando non c'era più passaggio di persone".
E sul delitto che aveva commesso?
"Ho avuto una sola occasione di parlare con lui per un'ora e, in cuor mio, ho avuto la sensazione che sarebbe stata l'ultima. Per quello ho cercato di parlare d'altro. Non volevo fargli domande, ma è stato lui che a un certo punto mi ha parlato di 'quei maledetti tre minuti in cui è successo tutto. Non ho capito perché l'ho fatto'. Queste sono state le sue parole. Io pensavo che era giusto che pagasse per quello che aveva fatto e provo molta pena per mia cognata, ma pensavo che magari avrebbe scontato la pena in una comunità, anche a vita ma in un luogo più adatto a chi ha problemi psichici".
Soffriva da tempo di questi disturbi?
"Veramente io non ero consapevole di quanto grave fosse la situazione, loro erano un po' chiusi su queste questioni e abitando lontani ci si vedeva poco e ci si sentiva solo al telefono. Certe cose le ho lette sui giornali. Non sapevo per esempio che un mese prima del delitto lui fosse stato visto vagare in stato di semi incoscienza per la città e mia cognata avesse pensato di farlo ricoverare in una comunità. Lui aveva avuto una brutta depressione dopo una vicenda di mobbing sul lavoro. Lavorava al Comune di Leinì quando era scoppiata l'inchiesta sulla 'ndrangheta che aveva travolto il sindaco. Lui era al protocollo e diceva di aver ricevuto pressioni per certe carte che non avrebbe dovuto vedere. Alla fine si era licenziato. Poi gli avevano diagnosticato un cancro allo stomaco e aveva cambiato anche la terapia con gli psicofarmaci. Lui non aveva mai fatto pace con se stesso ma gli sono capitate anche molte sventure".
Sebbene non vi sia la prova certa, il sospetto è che quella sera le guardie stessero guardano la partita nei monitor di sorveglianza.
"Questo è incommentabile, è così assurdo che si fa fatica a concepirlo. Però non ho niente contro quelle persone, ho provato a mettermi nei loro panni, anche le loro famiglie adesso staranno vivendo un brutto momento. Devono essere stressati, dalla carenza di personale, da turni massacranti. Non li giustifico e devono pagare per le loro responsabilità, ma quello è un inferno, un ambiente tremendo per chi ci vive e per chi ci lavora. E ci sono delle responsabilità anche in capo allo Stato, che non investe risorse e non tutela le persone".
Quando ha saputo del suicidio?
"Quella notte stessa, verso l'una mi ha chiamato al cellulare il direttore del carcere in persona. È stato delicato, ma è andato dritto al punto: 'Suo fratello è morto'. Gli ho chiesto come era accaduto e mi ha detto che si era impiccato con il pigiama. Quello che gli avevo comprato io".
Che ricordo le resta di suo fratello?
"Era un uomo per certi versi problematico ma con grandi passioni, come la pittura e l'atletica. Al suo funerale è venuta tantissima gente ed è stata una sorpresa per me che credevo che mio fratello fosse una persona molto chiusa. Questo ricordo porterò di lui, che nonostante tutto quello che è accaduto, abbia lasciato un segno in tanta gente".
Il Resto del Carlino, 2 aprile 2021
Clima ancora teso dietro le mura del carcere di Villa Fastiggi. Parenti e avvocati protestano perché da settimane non possono incontrare i detenuti. Colpa del focolaio di Covid, la giustificazione dell'istituto. E intanto il garante regionale dei diritti della persona, Giancarlo Giulianelli, costretto a casa perché malato di Covid, annuncia che farà colloqui via remoto con i carcerati che lo chiederanno.
"Villa Fastiggi era il primo carcere da cui volevo cominciare il mio giro - spiega Giulianelli - ma ho preso il coronavirus e, dopo più di un mese, sono ancora positivo. Così ho deciso di incontrare i detenuti da remoto. Molti si sono già prenotati e tra qualche giorno partiremo. Potrò sentirò direttamente dalle loro voci, le eventuali criticità e le loro esigenze".
Esigenze che al momento sarebbero trascurate. A denunciarlo sono alcuni famigliari dei carcerati. Come Sabrina Z. che lancia un appello tramite il giornale affinché i vertici di Villa Fastiggi permettano a lei, come ad altri, di poter fare visita ai propri parenti.
"Non mi fanno vedere mio fratello da un mese - spiega Sabrina - devo portargli vestiti, cibo, soldi, ma quando sono arrivata in carcere non mi hanno permesso di lasciare nulla e tantomeno di vederlo. Ci dicono per il Covid, ma dove è il pericolo se parliamo separati dal vetro?
E poi, se è vero che temono i contagi, come fanno a mettere 5 persone nella stessa cella come nel caso di mio fratello? Ci diano una risposta". Protesta anche Claudia, di origini moldave, che da mesi non riesce più a vedere il marito.
di Stefano Chiossi
Il Resto del Carlino, 2 aprile 2021
Due parenti: "Non abbiamo più loro notizie, non chiamano neppure". Il focolaio Covid tra i detenuti alla Pulce si allarga a macchia d'olio. Sono infatti 74 i carcerati attualmente positivi al Coronavirus (su oltre 350 reclusi), di cui due ricoverati in gravi condizioni al Santa Maria Nuova.
E come se non bastasse, arrivano anche pesanti critiche dai parenti sulla gestione dei famigliari, a denunciare la "totale mancanza di igiene e di cura all'interno del carcere di via Settembrini".
A ribadirlo sono due donne, rispettivamente moglie e figlia proprio dei due detenuti attualmente ricoverati in ospedale. Entrambe hanno preferito rimanere anonime. Ma non hanno certo lesinato critiche. Si parte dalla prima, 52 anni, con il marito alla Pulce dal 2016. "L'ho sentito per l'ultima volta il 24 marzo. Dall'avvento della zona rossa, non è più permesso fare videochiamate, ma almeno telefonicamente tre volte alla settimana rimanevamo in contatto. Mi aveva segnalato alcuni sintomi, denunciando come si trovasse in isolamento assieme ad altri potenziali positivi al Covid, quasi ammassati. Poi da lì più niente. Ho scoperto solo mercoledì pomeriggio, dalla chiamata di un detenuto, che era stato trasportato in ospedale".
Il focolaio alla Pulce era già stato denunciato dalle sigle sindacali (Fp Cgil e Fns Cisl) a metà marzo. In quel caso si parlava di "dieci casi di positività tra il personale della penitenziaria (di cui due ricoverati agli infettivi) e ventiquattro casi di quarantena fiduciaria, mentre sono duecento i detenuti, in ben quattro sezioni, chiusi nelle celle in quarantena per la presenza accertata di alcuni casi positivi tra loro. Chiediamo si proceda speditamente allo screening di tutta la popolazione detenuta ma anche di tutto il personale e alla vaccinazione di entrambi".
Come era facilmente prevedibile, i casi si sono moltiplicati senza sosta tra i reclusi, arrivando agli attuali 74. E ad ascoltare i parenti, ad avere la peggio sono stati proprio i detenuti: "Mio papà, alla Pulce da 3 mesi, è stato portato in ospedale mercoledì alle 14, ma dal carcere mi hanno avvisato solo alle 19 - attacca la figlia dell'altro ricoverato.
Purtroppo lo sospettavo, dato che da 10 giorni a questa parte non avevo più sue notizie, vivendo nell'angoscia. Ho chiamato più volte il carcere, con la solita risposta: 'Non possiamo divulgare informazioni'. Vorrei ricordagli che al netto del motivo per cui sono reclusi, rimangono sempre esseri umani. Ma tra una struttura fatiscente, topi ovunque, infiltrazioni e cure inesistenti sembra se lo siano scordati".
di Gianni Vigoroso
ottopagine.it, 2 aprile 2021
Visita all'Icam del Garante dei detenuti Samuele Ciambriello. Il Garante comunica che la recidiva in generale per le donne è all'8% mentre, purtroppo, per gli uomini si aggira intorno all'80%. "Occorre che in tempi brevi sulle case famiglie protette, strutture previste dalla legge del 2011 istitutiva degli Icam come quello di Lauro, anche nella nostra comunità regionale si aprano un paio di queste esperienze e opportunità di luoghi alternativi al carcere per garantire principalmente l'interesse preminente del minore".
Così il Garante Campano delle persone private della libertà personale Samuele Ciambriello all'uscita oggi dell'Istituto attenuato per detenute madri a Lauro, nell'avellinese. Il Garante a tal proposito, dice "mi ha fatto piacere che il parlamento abbia approvato un provvedimento in bilancio che consente di finanziare per l'importo di 1,5 milioni su tutto il territorio nazionale la creazione di case famiglie protette per madri detenute con figli che debbano scontare 3 anni".
Nella visita odierna presso Icam di Lauro dove attualmente sono ristrette 9 detenute e 11 bambini, il Garante Ciambriello, accompagnato dal suo staff, dallo scrittore Lorenzo Marone, dal cappellano Don Enzo Miranda e dal direttore dell'Istituto Paolo Pastena, ha fatto gli auguri di Pasqua consegnando uova, dolci e mascherine. Il Garante comunica che la recidiva in generale per le donne è all'8% mentre, purtroppo, per gli uomini si aggira intorno all'80%. Ciambriello così conclude "la presenza di figli in carcere costituisce un importante elemento "riabilitativo" incidendo significativamente sulla recidiva. Certo parlare di maternità e carcere è un ossimoro perché la tutela degli affetti, l'educazione dei figli è incompatibile con il carcere".
Avvenire, 2 aprile 2021
I crocifissi realizzati con materiali poveri nei laboratori di Isola Solidale. A Rebibbia vengono consegnate nel Venerdì Santo anche 1.200 colombe pasquali. Hanno lavorato a pieno ritmo gli ospiti dell'Isola Solidale, nel laboratorio dell'associazione, per realizzare delle collanine con 500 crocifissi artigianali (da collo) da donare per Pasqua ai detenuti del carcere di Rebibbia.
Una corsa contro il tempo per confezionare a regola d'arte dei doni molto richiesti dai detenuti, soprattutto in occasione della Settimana Santa. L'Isola Solidale è una struttura che - grazie alle leggi 266/91, 460/97 e 328/2000 - ospita persone che hanno commesso reati per i quali sono state condannate, che si trovano agli arresti domiciliari, in permesso premio o che, giunte a fine pena, si ritrovano prive di riferimenti familiari e in stato di difficoltà economica.
La consegna è prevista per oggi, Venerdì Santo. Presenti Andrea Valeriani, presidente dell'Isola Solidale, Gabriella Stramaccioni, Garante dei detenuti di Roma Capitale, e padre Moreno Versolato, cappellano a Rebibbia. Insieme ai crocifissi, vengono consegnate anche oltre 1.200 colombe di Pasqua, di cui 350 al Femminile, 350 al penale, 50 alla Terza Casa, 500 al Nuovo Complesso. Le colombe sono state donate in parte dall'azienda "Bauli" e in parte raccolte dai gruppi scout Agesci della zona "La Fenice".
"Un segno importante - ha spiegato il presidente dell'Isola Solidale - di vicinanza e di speranza da parte dei detenuti accolti nella nostra associazione nei confronti di quanti passeranno la Pasqua in carcere". "I crocifissi realizzati - ha aggiunto Valeriani - nel nostro laboratorio sono semplici, di materiale povero, ma portano con sé una grande ricchezza spirituale nata da un profondo percorso formativo vissuto dai nostri ragazzi grazie alla presenza e alla cura di don Antonio Pesciarelli che ultimamente sta accompagnando spiritualmente l'Isola Solidale".
di Vittoria Serino
informareonline.com, 2 aprile 2021
Intervista alla prof.ssa Caccavale della Casa circondariale femminile di Pozzuoli. Lo scorso 11 marzo Antigone, associazione "per i diritti e le garanzie nel sistema penale", ha pubblicato il suo XVII rapporto sulle condizioni di detenzione intitolato "Oltre il virus".
Lo scopo dell'intervento è quello di "guardare oltre e provare a ragionare con sguardo critico su cosa abbia insegnato la pandemia al sistema penitenziario". In particolare Antigone ha indagato sulle conseguenze che ci sono state sul sistema scolastico delle carceri e i dati che ne sono emersi sono ben lungi dall'essere confortanti: tasso di abbandono scolastico alto, interruzione totale delle lezioni in seguito alla prima ondata, generale difficoltà nel reperire gli strumenti tecnologici adatti.
Tuttavia in Campania esiste una realtà che sembra essersi sottratta a questo generale clima di rassegnazione: la scuola carceraria di Pozzuoli. Questa è una sede associata del centro provinciale per l'Istruzione degli adulti (Cipia) di Napoli provincia 1, diretto dalla professoressa Francesca Napolitano e si compone di un corpo docenti che opera da diversi anni in modo sinergico con la direzione e l'area educativa della struttura carceraria ospitante. Ma come opera nel concreto la scuola? Per capirlo abbiamo intervistato la prof.ssa. Olimpia Caccavale che, ormai da 16 anni, insegna italiano alle detenute della Casa circondariale femminile di Pozzuoli.
Come ha reagito la scuola all'emergenza Covid-19?
"In realtà, ben prima che la DAD diventasse obbligatoria, la scuola si è attrezzata con un megaschermo interattivo e numerosi tablet (rigorosamente senza accesso a internet). Il corpo docenti ha quindi continuato a garantire un'istruzione giornaliera alle detenute secondo percorsi di istruzione di primo livello (licenza media), alfabetizzazione e apprendimento della lingua italiana per le adulte straniere e secondo livello (diploma superiore)".
L'approccio educativo verso le detenute è diverso da quello del sistema scolastico classico?
"Sì, tendiamo a fornire una didattica soprattutto di tipo laboratoriale. Questo perché la nostra è una "scuola del fare" ed i progetti che proponiamo (dalle attività teatrali a quelle di scrittura creativa) sono funzionali a garantire il recupero delle relazioni interpersonali piuttosto che impartire una formazione meramente nozionistica. In un contesto del genere infatti, oltre allo studio delle materie curriculari, diventa di fondamentale importanza imparare a stare insieme, gestire i conflitti ed affrontare lavori di gruppo".
Qual è il feedback delle alunne?
"Il numero delle iscrizioni è fortunatamente abbastanza alto. Le alunne sono molto motivate e, anche se le ragioni che le spingono a iscriversi possono sembrare banali, in realtà sono questioni indispensabili per la vita fuori dal carcere. Ad esempio per molte detenute straniere conoscere l'italiano è sinonimo di sopravvivenza: serve per saper interagire con avvocati e guardie. Altre invece sono analfabete e frequentano le lezioni per imparare a firmare le carte per l'uscita. Durante l'intervista la professoressa ha sottolineato, inoltre, come la scuola non debba essere una coercizione bensì un diritto per chi, avendo percorso strade ai limiti della legalità, si è visto sottrarre la propria libertà. L'articolo 27 della Costituzione Italiana afferma che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
Rieducare dunque, non punire: questo deve essere il senso della realtà detentiva. E, se da un lato la scuola mira a cambiare il futuro dei detenuti senza infierire sul loro passato, dall'altro aiuta tutti noi a capire il valore dell'educazione intesa come riscatto e ci avvicina a un mondo troppo spesso relegato ai margini.
di Paolo Delgado
Il Dubbio, 2 aprile 2021
L'arrivo al Senato della legge Zan non è passato indenne. Ma in questo caso il quadro è più frastagliato perché sono contraria alla norma, per motivi diversi da quelli leghisti o cattolici, anche gran parte del femminismo e della sinistra libertaria e la stessa commissione Affari costituzionali è intervenuta con indicazioni non del tutto rispettate dal legislatore.
Come prevedibile, l'arrivo al Senato della legge Zan contro la transomofobia non è passato indenne. La Lega ha chiesto di soprassedere in nome di un vincolo di maggioranza che è in realtà inesistente, dal momento che quella che sostiene Draghi non è una maggioranza politica, la legge è di iniziativa parlamentare ed era chiaro sin dalla partenza del governo Draghi che i provvedimenti non strettamente inerenti alla Mission illustrata dal premier al momento dell'insediamento sarebbero stati di assoluta competenza parlamentare.
Cioè che i parlamentari si sarebbero potuti muovere senza alcun vincolo di maggioranza. A quel punto il presidente leghista della commissione Giustizia è passato al filibustering, di fatto rifiutandosi di convocare l'Ufficio di presidenza per calendarizzare la legge e avviare così il percorso di approvazione definitiva. Come finirà è incerto. Alla fine la legge dovrà approdare in aula ma è probabile che qualche cambiamento la riporti poi alla Camera e nel complesso i tempi di approvazione non sembra possano essere celeri.
Non è la prima volta che sul nodo delle aggravanti, come quelle per razzismo o antisemitismo, si assiste al medesimo fronteggiamento tra gli schieramenti parlamentari. In questo caso però il quadro è più frastagliato del solito perché è contraria alla legge, per motivi diversi da quelli leghisti o cattolici, anche gran parte del femminismo e della sinistra libertaria e la stessa commissione Affari costituzionali è intervenuta con indicazioni non del tutto rispettate dal legislatore.
In parte la polemica è quella che spunta perennemente in questi casi: essendo i casi violenza, calunnia e incitazione a delinquere l'inserimento di aggravanti specifiche finisce inevitabilmente per ledere la libertà di espressione. In questo caso, però, il confine è più labile del solito, perché, come si evince dall'esempio dei Paesi anglo-sassoni e in particolare del Regno Unito, anche il solo dire che una trans è comunque diversa da una donna può essere visto come lesivo della dignità delle trans, dunque meritevole di licenziamento, come nel noto caso di Maya Forstater, suffragato dal tribunale in quanto una simile opinione, espressa con un tweet, "non è degna di rispetto in una società democratica".
Diverse le critiche di una parte del femminismo, secondo cui il vessillo dell'identità di genere è "un'arma brandita contro le donne, il luogo in cui la realtà dei corpi, in particolare dei corpi femminili, viene fatta sparire", quello in cui anche "le quote destinate alle donne vengono occupate da uomini che si identificano come donne". La risposta di chi è favorevole alla legge è che si tratta invece solo di garantire una maggiore difesa a persone discriminate e a volte perseguitate per la loro identità di genere o per le loro scelte sessuali.
Un'estensione delle leggi contro la discriminazione o persecuzione su base razziale, etnica o di appartenenza religiosa. C'è in questa replica, probabilmente, una certa dose di dissimulazione. I comportamenti violenti o lesivi o discriminatori possono infatti essere già sanzionati sulla base delle leggi esistenti, senza bisogno di ricorrere alle aggravanti. È probabile che l'inserimento di aggravanti elevi effettivamente il tasso di vigilanza ma sembra difficile giustificare solo così leggi come quella Zan, anche perché gli esempi dei Paesi dove il problema è all'odg già da anni indicano l'esistenza reale di una possibile minaccia alla libertà d'opinione. Il testo, del resto, modifica l'art. 604-bis del codice penale sostituendo alla formulazione "propaganda di idee e istigazione a delinquere" con la sola "propaganda di idee".
Nel complesso la ratio inconfessata di questa legge, come di tutte quelle precedenti e affini sembra essere un tentativo intervenire non solo e non tanto sui comportamenti ma anche e soprattutto sulle mentalità. Una sorta di "pedagogia di massa" esercitata con gli strumenti della proibizione, della censura e della sanzione.
L'obiettivo, insomma, è cambiare le idee e la mentalità delle persone, ed è un obiettivo al quale non ci si può neppure avvicinare colpendo i casi di violenza e discriminazione sulla base "indistinta" del un codice penale. È una posizione che potrebbe addurre argomentazioni a proprio favore ed essere criticata con motivazioni affilate. Ma sarebbe opportuno e utile evitare le semplificazioni che ne fanno una questione di destra e sinistra o, peggio, di omofobia e antirazzismo.
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 2 aprile 2021
Le reazioni alla norma varata in Consiglio dei ministri. Il decreto introduce l'obbligo vaccinale per i sanitari e lo scudo penale per chi somministra i sieri. "Le procedure previste dalla norma per l'obbligo vaccinale degli operatori sanitari non ne garantiscono l'applicabilità.
Serve semplificare il sistema sanzionatorio per renderla efficace": è la posizione del presidente della Federazione degli Ordini dei medici e degli odontoiatri, Filippo Anelli, rispetto alle misure inserite nel decreto Covid varato mercoledì dal governo. Il lavoratore sociosanitario che rifiuterà di vaccinarsi - prevede il testo - potrà essere adibito (ove possibile) ad altre mansioni che non comportino rischi di diffusione del contagio (in caso contrario la retribuzione non sarà dovuta).
"Necessario essere molto più chiari anche se più duri, con provvedimenti più forti - prosegue Anelli -. Non escluderei il licenziamento. Così com'è, prima che si possano concludere tutte le procedure sarà finita la pandemia. Nel futuro ci potrebbero esse altre emergenze, meglio provare ad articolare una norma chiara in cui si dice che per fare assistenza bisogna essere vaccinati".
E sulle sanzioni: "O si sceglie la strada della pena pecuniaria o si sceglie la sospensione. Ma bisogna conciliare gli aspetti ordinistici e quelli legati all'organizzazione del lavoro. Sulla parte applicativa c'è ancora molto da lavorare. Perché, ad ora, non si capisce bene cosa devono fare gli Ordini, cosa devono fare i datori di lavoro. Non escludo che ci possano essere ricorsi sulle procedure attuative".
Il dl esclude la punibilità dei vaccinatori quando hanno agito seguendo le procedure previste per la somministrazione dei sieri anti Covid. Il sindacato dei medici Anaao - Assomed: "Abbiamo lavorato per mesi in prima linea in totale emergenza, senza reti. Senza avere linee guida, con opzioni terapeutiche sconosciute pur di trovare una possibile cura. In questo contesto la possibilità di denunce è elevatissima. Serve uno scudo complessivo per gli operatori sanitari. Siamo delusi del decreto: viene offerta una tutela giudiziaria per eventi improbabili e non per eventi probabilissimi".
La Fp Cgil, invece, sottolinea: "Importante l'introduzione dello scudo penale per i professionisti che eseguono i vaccini, spesso in modo volontario. Bisogna affrontare il tema di uno scudo penale per tutti gli operatori sanitari in prima linea per arginare la pandemia ma che non diventi uno scudo dalla responsabilità civile per le strutture sanitarie. Sarebbe come eliminare il diritto al risarcimento dei cittadini e degli operatori stessi, vittime dell'assenza dei presidi di protezione, soprattutto nella prima fase pandemica".
- Francia. Unità speciali per le detenute per reati di terrorismo
- Stati Uniti. Vaccini, il treno si ferma nelle carceri
- Il caso Coyaud e quei rischi (giudiziari) se critichi i ciarlatani
- Colombia. Oltre 6 mila persone uccise dai militari durante la presidenza di Uribe Vélez
- Myanmar. Più fronti aperti, la tregua è solo un'illusione











