di Ettore Bianchi
Italia Oggi, 2 aprile 2021
Nelle carceri francesi sono detenute 66 terroriste. Per la prima volta, in Francia, ma anche in Europa, l'amministrazione penitenziaria francese si appresta ad aprire due strutture speciali di detenzione per donne incarcerate per atti di terrorismo e considerate pericolose e in grado di fare proselitismo. Ad oggi queste detenute particolari sono mescolate alle altre carcerate, a differenza degli uomini che si sono macchiati di reati di terrorismo che scontano la propria pena in prigioni dedicate.
Le nuove unità dedicate alle terroriste nelle prigioni non ha precedenti simili nel Vecchio Continente. Oggi, nelle prigioni francesi si contano 66 donne detenute per atti di terrorismo e un migliaio di detenuti radicalizzati. In estate verrà aperto nel centro penitenziario femminile di Rennes un'area che si occuperà della radicalizzazione. Inizialmente saranno ospitate sei donne che aumenteranno progressivamente fino alla fine del 2022: dovrebbero arrivare a una trentina, ma la cifra non è confermata. Inoltre, l'amministrazione carceraria non esclude che vi possano essere incarcerate le donne di ritorno dalla Siria attualmente detenute nei campi di detenzione curdi. Sarebbero in totale un centinaio di francesi delle quali avvocati e parlamentari hanno chiesto il rimpatrio.
La scelta di Rennes risponde alla necessità di stabilire un confine tra la detenzione classica e delle aree specializzare che accolgono prigioniere giudicate pericolose e in grado di fare proseliti. La sorveglianza sarebbe affidata a una trentina di persone, delle quali 17 in servizio giorno e notte, ma anche consiglieri per l'inserimento e la libertà vigilata e un sostegno psicologico.
di Marina Catucci
Il Manifesto, 2 aprile 2021
Entro le prossime 3 settimane il 90% degli adulti americani avrà la sua dose, annuncia Biden. Ma nelle prigioni la situazione è ben diversa tanto che una giudice della Corte Suprema statale di New York ha imposto di vaccinare tutti i detenuti dello Stato, cominciando subito.
Durante una conferenza stampa sulla risposta del governo al Covid-19 e sugli sforzi per vaccinare tutto il Paese nel più breve tempo possibile, il presidente Biden ha annunciato che entro le prossime 3 settimane il 90% degli adulti americani avrà accesso al vaccino contro il coronavirus, senza limitazioni sanitarie o anagrafiche e con punti vaccinali raggiungibili nel raggio di cinque miglia (8km) dai luoghi di residenza, in quanto le farmacie che distribuiranno il vaccino balzano da 27.000 a 40.000, e sono in allestimento una dozzina di nuovi siti di vaccinazione di massa entro il 19 aprile.
Questo annuncio di Biden ha anticipato di poco quello dello Stato di New York dove, da martedì, l'accesso al vaccino è stato esteso a chiunque abbia più di 30 anni e dal 6 aprile lo sarà a chiunque ne ha più di 16, mentre già da ieri gli ultra 75enni e i loro accompagnatori non hanno più bisogno di appuntamento per vaccinarsi, ma possono semplicemente presentarsi ai centri di distribuzione di massa e "arrotolare la manica", come è stato trionfalmente sintetizzato nell'annuncio.
Questa ondata di buone notizie, però, riguarda tutta la popolazione Usa tranne quella carceraria in quanto nelle prigioni la situazione è ben diversa tanto che una giudice della Corte Suprema statale di New York, Alison Tuitt, ha imposto di vaccinare tutti i detenuti dello Stato, cominciando subito. Solo nell'ultimo mese a New York almeno 1.100 detenuti sono risultati positivi al coronavirus e 5 sono morti, citando questi dati la giudice ha scritto nella sentenza che escludere arbitrariamente i detenuti dalla distribuzione dei vaccini è "ingiusto e un abuso di potere".
I funzionari "hanno distinto in modo irrazionale tra le persone incarcerate e le persone che vivono in ogni altro tipo di struttura di congregazione per adulti - ha continuato Tuitt - ponendo a grande rischio la vita delle persone incarcerate durante questa pandemia. Non ci sono scuse accettabili per questa deliberata esclusione. Sotto tutti gli aspetti materiali, gli adulti incarcerati affrontano lo stesso accresciuto rischio di infezione, malattia grave e morte, come le persone che vivono in altri contesti congregati, e ancora di più dei minori nei centri di detenzione, dove le persone hanno avuto la priorità per il vaccino".
L'ordine imposto da Tuitt fa di New York uno dei pochi Stati che vaccinano la popolazione carceraria, insieme a New Jersey, Massachusetts ed Oregon, pochi, nonostante gli epidemiologi e gli specialisti in malattie infettive abbiano ampiamente concordato, anche durante le prime fasi della campagna vaccinale, quando l'offerta era più limitata, che le persone nelle strutture correzionali dovrebbero rientrare nelle categorie di chi ha diritto al vaccino, a causa dell'alto rischio di contrarre e diffondere il virus. Oltre a ciò un numero sproporzionato di detenuti è afroamericano e ispanico, gruppi che più di altri sono stati duramente colpiti dalla pandemia. La vaccinazione di persone incarcerate si è subito dimostrata come una decisione politicamente impegnativa in tutto il Paese, e Stati alle prese con le stesse questioni etiche, logistiche e legali hanno stabilito linee temporali drasticamente diverse per l'offerta di dosi ai detenuti.
di Carlo Rovelli
Corriere della Sera, 2 aprile 2021
La giornalista francese è da poco finita a processo perché smascherava la pseudoscienza. Non possiamo permettere che chi fa soldi vendendo acqua fresca si appelli alla libertà di parola e poi usi la giustizia per far tacere chi contesta. In uno Stato di diritto, le sentenze si rispettano e si applicano. Anche se non ne condividiamo le motivazioni.
Ci sono però situazioni in cui i giudici, in buona fede, commettono errori, e questi errori, accumulati, diventano nocivi per la società. In questo caso, penso sia bene parlarne. Sono seriamente preoccupato per un trend in questa direzione. Pseudo-scienza, pseudo-medicina, e ciarlatani di vari tipi, si stanno diffondendo in Italia, perfino all'interno delle nostre università, usando una strategia aggressiva: denunciare chiunque li critichi alla magistratura per diffamazione o calunnia.
La strategia è efficace. La paura di restare invischiati in lunghi processi e l'incertezza del giudizio dissuadono persone competenti dal criticare i ciarlatani. Per paura di essere denunciati, i più tacciono. Molti hanno paura perfino di testimoniare in un processo, per timore di essere denunciati a loro volta. I ciarlatani crescono e si rafforzano. Ogni condanna o anche solo rinvio a giudizio per diffamazione di un giornalista, scienziato, o blogger, che ha criticato, magari in maniera mordente, pseudo-scienza o pseudo-medicina viene utilizzata dai ciarlatani come approvazione istituzionale di una ciarlataneria.
La gente è confusa. Finisce per fare cose come spendere cifre ingenti per cure inefficaci e sciocche, invece di curarsi veramente. Per fare un esempio nel campo di mia competenza più specifica, la fisica quantistica, i miei colleghi ed io siamo tutti disgustati dalla crescente diffusione dell'uso ciarlatanesco di tante cure mediche "quantistiche".
Ma molti preferiscono tacere. Non parlo in astratto. L'occasione di questo pezzo è il recente rinvio a giudizio di una ottima giornalista che da tempo si occupa di criticare ovvia pseudo-scienza con grande competenza e in maniera ampiamente documentata: Sylvie Coyaud. Prima di scrivere questo articolo ho esitato, per timore di finire anch'io citato per diffamazione.
Voglio essere chiaro. Voglio vivere in una società in cui chiunque possa curarsi come vuole. Voglio anche vivere in una società in cui chi inventa cure miracolose sia libero di sbandierarle e venderle agli allocchi.
Ma voglio anche vivere in una società in cui se qualcuno vende ciarlatanerie miracolose, altri possano criticarlo, con le parole forti necessarie, senza dover temere la magistratura. Non possiamo permettere che i ciarlatani si appellino alla libertà di parola per fare soldi vendendo acqua fresca, e poi però usino il sistema giudiziario per mettere a tacere chi li critica. Purtroppo questo sta avvenendo in Italia. Ci sono alcuni giornalisti coraggiosi, alcune persone di cultura, alcuni blogger, che hanno il coraggio di denunciare questi fenomeni deleteri. Ci sono voci nell'università, anche fra gli studenti, che si sono alzate in questo senso. Vanno difese, non messe in difficoltà. Ci sono giudici che si rendono conto della situazione, e non cadono nella trappola di punire chi fa un servizio civile essenziale. Ma troppo spesso avviene il contrario.
Mi rivolgo per questo a tutti i giudici, di cui ovviamente non metto neppure per un attimo in dubbio la buona fede. È per loro che scrivo questo articolo. Rinviare a giudizio o condannare per diffamazione un giornalista, uno scienziato, o un cittadino che ha il coraggio di denunciare pubblicamente una delle tante pseudo-medicine o pseudo-scienze che dilagano ha effetti devastanti per la società. È diventare inconsapevolmente complici di un sistematico raggiro, difeso con metodi mafiosi: spaventando le voci critiche. Mi rendo conto della posizione difficile di un giudice, che per la sua formazione culturale è spesso nella posizione di non sapere giudicare il merito di una accusa di inconsistenza scientifica. La soluzione, credo, non è giudicare il merito scientifico.
Il dibattito sulla consistenza o menodi un'idea medica o scientifica non deve essere risolto in un'aula di tribunale. Deve essere pubblico, e libero. Io non posso denunciare un ciarlatano perché dice ciarlatanerie (ahimè, quanto lo vorrei!); ma lui non deve pensare di poter denunciare me se io dico pubblicamente che lui è un ciarlatano per la palese inconsistenza delle frottole che racconta. Altrimenti come fa la società a difendersi dai ciarlatani?
Cari giudici, per favore fate attenzione: ogni rinvio a giudizio o condanna per diffamazione da parte di un tribunale italiano contro chi denuncia la pseudo-scienza è una coltellata contro la verità, un'arma data in mano a quelle che sono di fatto associazioni a delinquere. Non sta al giudice giudicare se una cura è efficace o meno, e proprio per questo non dobbiamo lasciare che i ciarlatani usino la magistratura per difendersi dalle critiche, anche se queste critiche sono, come devono essere, mordenti.
Ma mi rivolgo anche all'intero corpo docente universitario italiano, ai rettori, ai presidi, ai direttori di dipartimenti. L'università italiana si sta facendo contaminare dalla pseudo-scienza. Basta andare online e cercare pseudo-scienza nelle università italiane, per avere elenchi dettagliati, impressionanti per la dimensione e la diffusione del fenomeno che denunciano. Cartomanti, indovini, rimedi stregoneschi, misteri misteriosi, fenomeni paranormali e altra monnezza. Che orrore.
Liberiamoci da questo contagio. Non facciamoci prendere dalla paura. Se per quieto vivere, per evitare di incappare in percorsi giudiziari o polemiche, restiamo in un complice silenzio, stiamo facendo seriamente del male alla salute dei nostri concittadini, alla nostra cultura, alla educazione delle generazioni future. Stiamo mettendo in pericolo la credibilità dell'istituzione che ha il compito morale e civile di essere depositaria dell'affidabilità del sapere della nostra civiltà.
redattoresociale.it, 2 aprile 2021
Mentre la giustizia ordinaria conta appena 2.248 morti tra il 1988 e il 2014, il tribunale speciale creato con gli Accordi di pace del 2016 indica 6.402 omicidi tra il 2002 e il 2008. La cifra, che pare destinata ad aumentare parecchio, sarebbe tra le più terribili per tutta l'America Latina.
Più di 6 mila persone sono state ammazzate con esecuzioni extragiudiziali dall'esercito della Colombia durante la presidenza di Álvaro Uribe Vélez. Le vittime sono cittadini qualunque, anche se ufficialmente si è cercato di farle passare come guerriglieri. La notizia è stata diffusa dalla Jep, il tribunale speciale creato con gli Accordi di pace del 2016 proprio per arrivare a punire i crimini di guerra commessi nel corso del conflitto.
I dati diffusi alzano di molto l'asticella delle vittime di cui si è parlato finora. Mentre la giustizia ordinaria conta appena 2.248 morti tra il 1988 e il 2014, infatti, la Jep indica 6.402 omicidi tra il 2002 e il 2008. La cifra, che pare destinata ad aumentare parecchio, sarebbe tra le più terribili per tutta l'America Latina: basti pensare che ufficialmente i morti della dittatura cilena di Pinochet sono 3.508 e quelli della dittatura argentina di Videla circa 13 mila.
Falsi positivi. In questo ambito, si parla di un "positivo" ogni volta che lo Stato colombiano uccideva un suo nemico, come un guerrigliero delle ex Farc-Ep. Nel documento della Jep si analizzano i "falsi positivi", ossia le persone uccise dai militari e dichiarate poi come facenti parte di un gruppo della guerriglia, sebbene questo non fosse vero.
Le modalità. Le uccisioni avvenivano spesso secondo lo stesso copione: nei quartieri di Bogotà e Medellin passava un camion che annunciava, mentendo, la possibilità di un lavoro in campo agricolo ben pagato, i giovani accettavano la proposta, salivano a bordo e di loro non se ne sapeva più nulla fino alla comunicazione della loro morte. I ragazzi venivano quindi spacciati per guerriglieri delle Farc-Ep. Le ragioni. Per quanto è stato ricostruito sinora, pare che i motivi che spinsero i militari fossero legati soprattutto al "Plan Colombia", un accordo del 1999 tra Usa e Colombia che prevedeva sostegno economico al paese latinoamericano nella lotta a terrorismo e narcotraffico. Ebbene, questo piano chiedeva all'esercito di Bogotà di produrre chiare prove dei successi raggiunti grazie ai soldi elargiti. I "falsi positivi", dunque, potevano contribuire a rimpolpare la lista dei risultati che gli Usa richiedeva, oltre a dimostrare la volontà e la capacità di contrastare la guerriglia all'interno del paese. L'articolo integrale di Samuel Bregolin (da Bogotà, Colombia), "Colombia: presidenza Uribe, uccise oltre mille persone l'anno dai militari", può essere letto su Osservatorio Diritti.
di Emanuele Giordana
Il Manifesto, 2 aprile 2021
Pechino avrebbe sigillato i confini. La giunta militare birmana alle prese con le autonomie armate regionali e un movimento di protesta sempre più reattivo alle violenze dell'esercito. Nuove accuse alla Lady. L'inviata speciale dell'Onu paventa la "possibilità di una guerra civile senza precedenti".
È durata poche ore l'illusione di una tregua annunciata dalla giunta. Poi l'esercito birmano ha ricominciato la sua battaglia su due fronti: col movimento pacifico che sta ormai diventando sempre più reattivo alla violenza di Tatmadaw (i militari di cui ieri ha bruciato due esercizi commerciali a Yangon) e le autonomie regionali armate, ormai apertamente schierate dalla parte della rivolta.
Mentre continua a salire il bilancio delle vittime - oltre 540 tra cui, secondo Save the Children, più di 40 bambini - l'avvocato di Aung San Suu Kyi, la leader birmana deposta dal golpe del 1 febbraio, ha reso noto che, dopo le accuse "minori" (corruzione, possesso illegale, violazione di norme anti Covid) la giunta si appresta a giudicarla per violazione del segreto di Stato, legge dell'epoca della colonia britannica che prevede sino a 14 anni di reclusione. Il suo legale, Khin Maung Zaw ha detto alla Reuters che la Lady, tre suoi ministri e il consigliere economico australiano Sean Turnell sono stati accusati una settimana fa da un tribunale di Yangon.
Quanto alla proposta della giunta alle autonomie regionali per una tregua, non è chiara la portata dell'annuncio di mercoledì sera: "Abbiamo visto la notizia sui social - dice il generale Naw Bu del Kachin Independence Army (Kia) a Myanmar Now - ma non ci sono conferme sul campo". Ci sono invece conferme del contrario perché ieri 20 soldati sono stati uccisi e quattro camion militari distrutti negli scontri tra Tatmadaw e Kia. Combattimenti nel Nord che arrivano dopo i raid aerei contro postazioni della Karen National Union (Knu) nell'Est: almeno 7.000 sfollati - scrive Mizzima - di cui 2500 fuggiti in Tailandia che però li ha rispediti indietro.
I militari hanno annunciato un cessate il fuoco unilaterale dal 1 al 30 aprile, per negoziare con le autonomie e celebrare la festa nazionale Thingyan, ma precisando che continua la "difesa da azioni che minano la sicurezza e l'amministrazione". Tregua o non tregua, ormai il fronte militare con le autonomie è aperto: coi Karen, i Kachin, gli Shan e con gruppi minori come Arakan Army (AA), Ta'ang National Liberation Army (Tnla) Myanmar National Democratic Alliance Army (Mndaa).
L'inviata speciale dell'Onu Christine Schraner Burgener, che ha già messo in guardia su un imminente "bagno di sangue", paventa la "possibilità di una guerra civile senza precedenti". Ma le sue parole non hanno fatto breccia all'ennesima sessione del Consiglio di sicurezza dove non si va oltre la "preoccupazione" e la condanna della violenza ma senza parlare di golpe e senza prevedere azioni esemplari per il freno tirato da Russia, Cina, India e Vietnam.
Ma è anche vero che la preoccupazione sale soprattutto ai confini che la Cina avrebbe sigillato, forse paventando esodi di massa se la guerra civile cominciasse ad espandersi. Secondo fonti citate ieri da Irrawaddy, truppe cinesi si starebbero ammassando a Jiegao, di fronte alla città di Muse, sul confine dello Stato Shan. Secondo il canale di Taiwan TvbsNews, i cinesi vogliono difendere le strutture del progetto del doppio oleodotto (gas e petrolio) lungo 800 km da Kyaukphyu, nel Rakhine (Golfo del Bengala), alla Cina attraverso le regioni di Magwe, Mandalay e dello Stato Shan. Pechino continua intanto a guardare all'Asean, l'associazione regionale del Sudest per una possibile mediazione e questa settimana i ministri degli esteri di Malaysia, Indonesia e Filippine dovrebbero incontrarsi col capo della diplomazia cinese Wang Yi in Cina.
Prosegue intanto l'attività di diversi membri del parlamento deposti, per lo più della Lega di Suu Kyi, che hanno proposto una democrazia federale, rispondendo così alla richiesta di autonomia che da tempo viene dalla periferia. Mercoledì, il Comitato per la rappresentanza del Parlamento (Pyidaungsu Hluttaw-Crph) ha annunciato di aver fatto carta straccia della Costituzione del 2008 voluta da Tatmadaw. Infine restano senza risposta le interrogazioni parlamentari sui bossoli dell'italiana Cheddite trovati in Myanmar. Visto che l'azienda tace, Amnesty Italia, Rete Italiana Pace e Disarmo, Opal e Atlante delle Guerre spingono perché il ministro Di Maio risponda in Parlamento.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 2 aprile 2021
Non è detto che le mosse del presidente turco Recep Tayyip Erdogan siano così popolari in patria. Secondo un sondaggio dell'Istituto di ricerca MetroPoll, tra i più accreditati in Turchia, la maggioranza dei cittadini, il 52,3%, non ha approvato il ritiro del Paese dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne, che Ankara aveva ratificato per prima nel 2012. Solo il 26,7% appoggia l'iniziativa del capo dello stato, giunta per decreto il 20 marzo scorso
Il resto del campione sostiene invece di non avere un'opinione chiara in merito o di non essere informato sulla vicenda. Dalla ricerca emerge inoltre che non c'è una maggioranza assoluta a sostegno del ritiro neppure tra chi si dichiara elettore dell'Akp di Erodgan o dei suoi alleati nazionalisti del Mhp - i favorevoli sono rispettivamente il 47,4% e il 44,4% degli intervistati -, mentre a sorpresa bocciano la decisione 8 elettori su 10 del partito conservatore islamico Saadet, in passato all'opposizione ma recentemente corteggiato da Erdogan, che si è anche recato in visita a casa di un suo alto dirigente.
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 2 aprile 2021
Il presidente ha ereditato l'accordo con i talebani, i quali premono per il ritiro degli ultimi 2.500 soldati Usa entro il primo maggio. Ma il governo locale e gli alleati frenano. Dramma in tre atti, all'interno di una tragica guerra che in Afghanistan dura da vent'anni ed è costata la vita anche a 55 militari italiani.
Atto primo: Trump ancora presidente vuole portare a casa i suoi boys e firma con i talebani un patto che prevede il ritiro delle forze Usa entro il primo maggio 2021. L'alleato governo di Kabul viene consultato soltanto in apparenza.
Atto secondo: Biden sloggia Trump dalla Casa Bianca ma eredita l'accordo con i talebani, i quali avvertono che se l'America non ritirerà i suoi ultimi 2.500 uomini entro il primo maggio sarà guerra totale. Il governo di Kabul si sente spinto a raggiungere un accordo con i talebani che permetterebbe l'uscita delle forze straniere.
Ma i negoziati in Qatar segnano il passo, e Biden dà l'impressione di non saper bene cosa fare: mantenere l'impegno del primo maggio gli sembra difficile, ma i militari Usa, ripete, saranno fuori dall'Afghanistan all'alba del 2022. Atto terzo, quello di questi giorni. Mancano meno di cinque settimane al fatidico primo maggio. A Washington nascono diversi "partiti" pro o contro il ritiro. Un rapporto dell'intelligence fa presente che con un ritiro immediato i talebani vincerebbero e Al Qaeda potrebbe tornare a installarsi in Afghanistan come prima dell'attacco alle Torri Gemelle nel 2001. Ma d'altra parte rimanere potrebbe voler dire combattere, con le poche forze rimaste, una battaglia che è già persa e che somiglia a un nuovo, più piccolo e collettivo Vietnam.
Kabul come Saigon, allora? Il governo "alleato" di Ashraf Ghani la vede proprio così. Non è forse per forzare la mano agli "amici" di Kabul che Antony Blinken ha annunciato un pacificatore incontro tra governo e talebani in Turchia a metà aprile? E poi una conferenza con le due parti, gli Usa, l'Onu, la Russia, la Cina e i Paesi confinanti tra cui l'Iran e il Pakistan per celebrare l'accordo raggiunto e far scattare il ritiro con le spalle diplomaticamente coperte?
Ghani non ci sta, ma è seduto sulle baionette americane. Propone di tenere elezioni, il che a conti fatti vorrebbe dire rinviare tutto di un anno. Difficile per gli Usa dire di no, ma Biden ha anche un altro problema. I contingenti alleati presenti in Afghanistan, tedeschi in testa, hanno fatto presente nell'ultimo consiglio Nato che la decisione americana è urgente, che forse gli Usa potrebbero ritirarsi a tempo di record ma gli altri avrebbero bisogno di più tempo e rischierebbero di trovarsi scoperti, senza copertura aerea. Una conclusione s'impone: la trappola preparata da Donald Trump sta funzionando.
di Stefano Anastasia*
Il Riformista, 1 aprile 2021
Questo anno molto più afflittivo degli altri è una ferita. Merita un atto di giustizia che solo il Parlamento può compiere. Grandi speranze ha suscitato l'arrivo di Marta Cartabia al Ministero della Giustizia. Grandi quanto grande è stata la sofferenza di questi mesi di pandemia in carcere. La vita quotidiana, le relazioni con i familiari, la prospettiva del reinserimento, tutto si è fatto più difficile. I rapporti con i figli sopra ogni altro: come si può mantenere una relazione significativa con bambini di pochi anni attraverso venti minuti di videochiamata alla settimana da condividere con tutti gli altri familiari?
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 aprile 2021
Risultano positivi 683 detenuti e 853 agenti. I focolai nelle carceri sono scoppiati in istituti dove il virus si era già diffuso nei mesi scorsi. Nuovi focolai nelle carceri già "vittime" del contagio, il Covid attraversa le sbarre del 41 bis del carcere di Parma e di Cuneo come già denunciato da Il Dubbio, ma la vaccinazione della popolazione penitenziaria va a rilento.
In particolare la regione Piemonte è in gran ritardo per l'equivoco scaturito durante la conferenza Stato-Regioni, nella quale il commissario straordinario Figliuolo avrebbe indicato di intervenire dopo che si siano registrati focolai. Una strategia ovviamente sbagliata, visto che in quel modo si insegue il contagio senza prevenirlo.
di David Allegranti
La Nazione, 1 aprile 2021
Il panorama del contagio negli istituti penitenziari è allarmante. Le parole di Sofia Ciuffoletti, direttrice dell'Altro Diritto. Un (nuovo) focolaio a Rebibbia, Roma, con oltre 40 detenute e 4 agenti di polizia penitenziaria positive Covid-19. Focolai nelle carceri a Saluzzo (27 detenuti, raddoppiati in 48 ore, 3 agenti e un impiegato) e Cuneo (11 detenuti e 6 agenti).
Focolaio nel reparto 41 bis del carcere di Parma, con 11 detenuti, 30 agenti del gruppo operativo mobile e quattro agenti di polizia penitenziaria contagiati. A Melfi, altro focolaio: 36 positivi. E poi la Toscana: 63 positivi a Volterra su circa 170 detenuti totali.











