di Marina Catucci
Il Manifesto, 1 aprile 2021
Lo Stato legalizza la marijuana per uso creativo, ripulisce le fedine penali di chi è stato condannato in passato e prevede l'uso dei guadagni per scuola, sanità, comunità svantaggiate. Lo Stato di New York ha legalizzato la marijuana per uso ricreativo e cancellerà i casellari giudiziari delle persone precedentemente condannate per crimini che ai sensi della nuova legge non esistono più.
Il governatore Andrew Cuomo ha firmato la legge 12 ore dopo che il Congresso statale l'aveva approvata: New York è ora il 15° Stato a consentire l'uso ricreativo della marijuana. "Questo è un giorno storico per New York - ha detto Cuomo - che raddrizza i torti del passato ponendo fine a dure pene detentive e che abbraccia un'industria che farà crescere l'economia dell'Empire State dando la priorità alle comunità emarginate in modo che quelle che hanno sofferto di più saranno le prime a raccogliere i frutti"
La nuova legge potrebbe creare fino a 60.000 posti di lavoro e generare 350 milioni di dollari di entrate fiscali all'anno. I precedenti tentativi di legalizzare la marijuana erano falliti per disaccordi su come distribuire le entrate fiscali provenienti dalle vendite di marijuana. Ora un accordo è stato raggiunto: un'aliquota fiscale del 14% che include il 9% per lo Stato, il 3% per il comune in cui viene effettuata la vendita e l'1% per la contea. Di quel 9%, il 40% è stato stanziato per le comunità colpite in modo sproporzionato dalle precedenti leggi sulla proibizioniste, il 40% andrà alle scuole e il 20% per medicine e istruzione. In base alla legge i newyorkesi potranno possedere tre once (85 grammi) di marijuana e coltivare in casa fino a tre piante, con un limite di sei piante per nucleo familiare. La legge cerca anche di consentire alle persone con condanne passate e a coloro che sono coinvolti nel mercato illecito della cannabis di partecipare al nuovo mercato legale.
"A differenza di qualsiasi altro Stato in America, questa legislazione è intenzionale sull'equità - ha detto alla Camera statale Crystal Peoples-Stokes, che ha sponsorizzato il disegno di legge - L'equità non è un secondo pensiero, è il primo e deve esserlo, perché le persone che hanno pagato il prezzo di questa guerra alla droga hanno perso tanto".
di Rosalba Castelletti
La Repubblica, 1 aprile 2021
L'attivista anti-corruzione chiede cure e la visita di un medico esterno alla prigione. La scorsa settimana aveva lamentato dolori alla schiena e a una gamba e aveva denunciato di venire "torturato" con la privazione del sonno. L'oppositore russo Aleksej Navalnyj, detenuto in una colonia penale, ha annunciato uno sciopero della fame chiedendo l'accesso ad assistenza sanitaria e denunciando la "tortura" di cui soffre a causa della privazione del sonno.
"Dichiaro lo sciopero della fame per domandare l'applicazione della legge e perché lascino che mi visiti un medico esterno", ha scritto Navalnyj sul suo profilo Instagram. "La Russia del 2021: per ricevere le cure mediche che ti spettano per legge devi indire uno sciopero della fame", ha commentato su Twitter la portavoce Kira Jarmish, agli arresti domiciliari e ufficialmente senza accesso a Internet. Nei giorni scorsi i collaboratori e i legali dell'attivista anti-corruzione avevano lanciato l'allarme dicendo di temere per il suo stato di salute e la sua vita. "Per me il suo stato di salute è ovviamente estremamente problematico", aveva detto alla tv indipendente Dozhd l'avvocata Olga Mikhailova.
I dolori alla schiena e alla gamba - L'oppositore soffrirebbe di "forti dolori" alla schiena e alla gamba destra e la scorsa settimana sarebbe stato sottoposto a una risonanza magnetica presso un "ospedale pubblico" senza però ricevere una diagnosi. Un neurologo gli avrebbe prescritto il solo ibuprofene, un comune antinfiammatorio. "Il mal di schiena si è spostato alla gamba. Aree della mia gamba destra e ora la mia gamba sinistra hanno perso sensibilità. Scherzi a parte, è noioso", continua Navalnyj oggi nella sua dichiarazione, aggiungendo di passare il suo tempo sdraiato sul letto.
Le autorità, denuncia inoltre, si rifiutano di dargli altri libri a parte la Bibbia. "Gli altri detenuti dicono solo: Aleksej, mi dispiace, ma abbiamo solo paura (...) La vita di un prigioniero vale meno di un pacchetto di sigarette", scrive Navalnyj. "Mi privano del sonno, è un uso de facto della privazione del sonno come tortura", aveva scritto Navalnyj nei giorni scorsi, precisando di essere svegliato "otto volte a notte" dai suoi carcerieri e chiedendo di "ricevere cure".
Il Servizio penitenziario federale (Fsin) della regione di Vladimir, vicino a Mosca, dove è imprigionato Navalnyj, aveva smentito problemi di salute assicurando che erano state effettuate visite mediche e che le condizioni di Navalnyj erano state "considerate stabili e soddisfacenti". "Non seguiamo il caso, il monitoraggio della salute dei prigionieri è di competenza delle autorità penitenziarie", aveva dichiarato il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov.
La colonia penale di Pokrov - Navalnyj è detenuto nella colonia penale di Pokrov, 100 chilometri a Est di Mosca, una delle carceri più dure della Federazione. L'oppositore lo aveva paragonato a un "campo di concentramento" e la sua vita quotidiana a quella di uno Stormtrooper nel "remake russo di Guerre Stellari". Lunedì Navalnyj aveva anche affermato di aver ricevuto otto ammonizioni in solo due settimane di detenzione per essersi "alzato dal letto 10 minuti" troppo presto o per essersi "rifiutato di partecipare" agli esercizi fisici mattutini obbligatori e che perciò rischia di essere trasferito in una cella d'isolamento.
L'avvelenamento da Novichok - Il quarantaquattrenne Navalnyj è sopravvissuto ad un avvelenamento da Novichok nell'agosto scorso. Finito in coma e trasferito in Germania, dopo cinque mesi di convalescenza, lo scorso gennaio era rientrato a Mosca, ma era stato arrestato non appena atterrato. Condannato in febbraio a due anni e mezzo di carcere per un caso di frode risalente al 2014 giudicato "motivato politicamente" dalla Corte europea per i diritti umani, è detenuto dall'inizio di marzo nella colonia penale Pokrovskaya Ik-2, a 100 chilometri dalla capitale russa.
di Alessandro Michelucci
Avvenire, 1 aprile 2021
Nata nel Xinjiang ed emigrata in Francia nel 2006, dopo dieci anni la donna ha ricevuto una lettera che le chiedeva di tornare in Cina per firmare alcuni documenti. Ma era una trappola.
La Cina odierna è molto diversa da quella maoista che riscuoteva ampi consensi e dure condanne nella seconda metà del secolo scorso. L'adesione all'economia di mercato ha trasformato il Paese asiatico in una potenza economica di dimensioni planetarie. La necessità di convivere con questo nuovo attore ha ridotto al minimo l'attenzione per le violazioni dei diritti individuali e collettivi, che sono rimaste comunque la norma. Molti media si occupano sulla Cina soprattutto per motivi economici e geopolitici, ma esistono anche numerose questioni etniche e territoriali che preoccupano Pechino: da Hong Kong al Tibet, da Taiwan alla questione degli uighuri.
Questi ultimi sono una minoranza turcomanna di religione islamica che conta circa 11 milioni e si concentra prevalentemente nello Xinjiang. Situata nel nordovest del Paese asiatico, questa è la più estesa divisione amministrativa della Repubblica Popolare Cinese (1.660.000 kmq, tre volte la Francia). Secondo le stime più recenti, gli uighuri costituiscono il 46% dei 24.000.000 di abitanti della regione, seguiti a ruota dagli han (i cinesi propriamente detti), che toccano il 40%. La minoranza islamica è tuttora oggetto di una repressione feroce. Fortunatamente, però, negli ultimi anni stanno uscendo vari libri che permettono di conoscere questa realtà tragica ma dimenticata. Uno dei più recenti è Rescapée du goulag chinois: Premier témoignage d'une survivante ouïghoure (Editions des Equateurs), da puco pubblicata in Francia. Il volume, curato dalla giornalista Rozenn Morgat, contiene la preziosa testimonianza di Gulbahar Haitiwaji, una donna uighura che ha conosciuto i campi di concentramento. Nata nel Xinjiang, Gulbahar Haitiwaji era emigrata in Francia con la famiglia nel 2006.
Dieci anni dopo ha ricevuto una lettera che le chiedeva di tornare in Cina per firmare alcuni documenti necessari per ottenere la pensione. Ma era una trappola: la donna fu arrestata e rinchiusa in un campo di concentramento, dove è rimasta per due anni (2017-2019). In questi campi, attivi da vari anni, sono rinchiusi attualmente oltre un milione di uighuri. Il fatto che questa minoranza sia in larga prevalenza musulmana fornisce a Pechino un motivo ideale per reprimerla nel nome di quella "lotta al terrorismo" che viene praticata contro i dissidenti in varie parti del mondo.
?Con la struttura di un diario, il libro racconta una vita quotidiana fatta di stenti, terrore, fame, umiliazioni: "Convinti che fossimo nemici da abbattere, traditori, terroristi, ci hanno privati della libertà". Sobria e orgogliosa, mai vittimistica, la testimonianza di Gulbahar Haitiwaji ci riporta ai tempi bui di Solženicyn e di Sacharov. Nel 2019 Haitiwaji è potuta tornare in Francia grazie all'impegno diplomatico francese, dato che il marito e la figlia avevano lo status di rifugiati.
Il suo racconto, asciutto ma spaventoso, dovrebbe scuotere dal torpore i milioni di persone che pur conoscendo questa tragedia si voltano dall'altra parte. Ormai la persecuzione operata dalla Cina nei confronti delle minoranze e dei dissidenti è sostanzialmente analoga a quella che veniva praticata nell'Urss. Riemerge il termine gulag, ma soprattutto ne riemerge la sostanza, cioè i campi di concentramento, anche se definiti "campi di rieducazione". Come ai tempi dell'Urss, riemergono anche i coriacei difensori del sistema repressivo, che negano l'evidenza con fiera ostinazione. Uno di questi è il giornalista francese Maxime Vivas, autore del libro Ouïghours, pour en finir avec les fake news (La Route de la Soie).
Del resto, se è vero che la Cina ha realizzato una sintesi inedita di capitalismo e comunismo, è altrettanto vero che le strutture repressive del secondo funzionano sempre a meraviglia. Negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso i dissidenti dell'Europa centro-orientale volsero lo sguardo a Ovest per cercare l'aiuto dei propri fratelli europei. In alcuni casi lo trovarono. Oggi gli uighuri della Cina fanno lo stesso: si rivolgono a noi e chiedono di non essere sacrificati nel nome del profitto. Ma noi siamo pronti ad aiutarli?
di Stefano Mauro
Il Manifesto, 1 aprile 2021
Jihadisti in espansione. La conquista della città di Palma un colpo eclatante messo a segno dai miliziani. A Maputo governo in grave difficoltà. Anche il Sudafrica invierà truppe nella regione di Cabo Delgado, al centro di un mega investimento internazionale nel settore degli idrocarburi.
"Dopo la sua caduta in Iraq e Siria nel 2017, questa è una delle vittorie più eclatanti per lo Stato Islamico con la conquista di un'area strategica importante ricca di petrolio e con il possesso di due città come Mocimboa da Praia e Palma". Così Rita Katz, direttrice del sito specializzato in jihadismo The Site Intelligence, analizza la rivendicazione fatta dall'Isis e dal suo gruppo affiliato dell'area, "Ansar Al Sunna Al-Shabaab", legato allo Stato Islamico dell'Africa centrale (Iscap), della conquista di due città nella regione settentrionale di Cabo Delgado in Mozambico.
Un chiaro segnale delle difficoltà del governo centrale è il silenzio del presidente Filipe Nyusi contestato dalle opposizioni politiche e da numerose associazioni "per la propria incapacità nel contrastare l'ascesa jihadista nella regione". La vicenda mette in evidenza anche l'indifferenza del governo centrale per la popolazione locale, priva di servizi essenziali e abbandonata alle violenze dei gruppi jihadisti dal 2017, in una regione ricca di idrocarburi e interessi economici. Povertà estrema per la popolazione locale in contrasto con le ricchezze che sono andate al governo centrale di Maputo e alle multinazionali straniere (Total, Exxonmobil, Eni) che hanno investito in un progetto di esplorazione offshore di 20 miliardi di dollari, il più ricco per il continente africano.
"È una regione che ha sofferto di malgoverno e corruzione, dopo la scoperta dei giacimenti non è cambiato nulla, la gente vive nella miseria come prima e questo ha portato molti giovani ad arruolarsi nella milizia jihadista, più che per ideologia per disperazione" spiega all'agenzia Afp Zenaida Machado, ricercatrice di Human Rights Watch, indicando in almeno 4500 i miliziani nelle fila di Al-Shabaab. Secondo Dewa Mavhinga, direttore di Hrw per l'Africa meridionale "la situazione è difficile", con decine di migliaia di sfollati portati 250 km più a sud nella città di Pemba, che si aggiungono agli oltre 900mila profughi già presenti nella regione e "con decine di persone tra cui residenti locali e stranieri (in prevalenza sudafricani e inglesi), uccisi dai miliziani".
Dei 180 ostaggi intrappolati all'interno dell'hotel Amarula, 80 avrebbero provato a scappare con un convoglio di almeno 17 mezzi, tra auto e pulmini, finiti in un'imboscata dei terroristi con almeno dieci vittime, mentre gli altri si sarebbero messi in salvo via mare, insieme ad altri 1000 civili, grazie a un traghetto utilizzato dalla Total per evacuare i suoi lavoratori, trasportati fino alla città di Pemba. Omar Saranga, portavoce del ministero della difesa del Mozambico, ha confermato in una dichiarazione che "le forze di sicurezza sono impegnate in una vasta operazione per la riconquista della città di Palma, ancora in mano agli al-Shabaab" e che l'attacco dimostra "il livello di preparazione logistica dei terroristi con la presenza anche di miliziani e comandanti mediorientali".
Quello che cambia, in confronto alle stragi del passato, è che per la prima volta sono stati colpiti civili stranieri, cosa che ha provocato numerose reazioni da parte della comunità internazionale. Dopo l'invio di addestratori americani della scorsa settimana, ieri il ministro degli esteri portoghese, Augusto Santos Silva, ha annunciato in un'intervista sul canale televisivo di stato Rtp che "il Portogallo invierà 60 addestratori e sosterrà l'esercito mozambicano nella preparazione delle forze speciali".
Anche il governo sudafricano, lo stato con il maggior numero di vittime nell'attacco a Palma, ha dichiarato che invierà militari per sostenere l'impegno del governo mozambicano per estirpare la presenza jihadista dalla provincia di Cabo Delgado e ha affermato "che favorirà una soluzione simile anche all'interno dei 15 paesi della Comunità per lo sviluppo dell'Africa australe (Sadc)", per sostenere il governo di Maputo.
di Elena Basso
Il Manifesto, 1 aprile 2021
Storia di un diciassettenne che dopo 5 mesi di duro carcere preventivo scontati per la sua prima partecipazione alle proteste contro il governo Piñera non è più lo stesso. Il senatore Latorre al manifesto: "Ci sono casi di ragazzi detenuti, torturati e abusati sessualmente dalle forze dell'ordine".
Era un lunedì, il 21 ottobre del 2019 e a Santiago del Cile regnava il caos. Le strade erano piene di militari e centinaia di migliaia di persone partecipavano a una protesta all'Alameda, la via principale della città. Cristi stava camminando cercando suo figlio Damián Toro, di 17 anni. Un paio di ore prima si erano incontrati alla metro, lui le aveva detto che sarebbe andato alle proteste contro il governo di Sebastián Piñera. Suo figlio non era mai stato un'attivista, era sempre stata lei quella attenta alla politica in famiglia, quindi credeva che Damián volesse solo vedere quello che accadeva spinto dalla curiosità.
I carri idranti lanciavano acqua sulla folla, l'urlo delle sirene sovrastava quello dei manifestanti. Cristi si faceva largo cercando il viso di Damián, la situazione era troppo tesa: voleva solo portare il figlio a casa con lei al sicuro. E poi d'improvviso Cristi si è sentita stringere dal terrore, ha visto suo figlio: stava avanzando verso il centro delle proteste. "Mi sono spaventata tantissimo - ricorda Cristi - non avevo idea che Damián sarebbe andato fra le fila della Primera Linea", ragazze e ragazzi che dal primo giorno dei disordini si sono frapposti fra le migliaia di manifestanti e gli agenti delle forze dell'ordine, facendo da scudo ai cittadini, lanciando pietre o molotov. "Ho cercato di convincerlo a venire a casa, ma non c'è stato nulla da fare". Poco prima che scattasse il coprifuoco imposto per le proteste sono dovuta rientrare, lasciando lì mio figlio", racconta Cristi.
Damián è sempre stato un ragazzo molto tranquillo; usciva con gli amici, studiava: come qualsiasi adolescente. Cristi non avrebbe mai immaginato che per un solo giorno di proteste la loro vita sarebbe cambiata per sempre: il 21 ottobre del 2019, mentre lo aspettava a casa, Damián è stato arrestato per aver lanciato una molotov e sottoposto a carcerazione preventiva in attesa del processo. È tornato in libertà solo cinque mesi dopo: il 26 marzo 2020.
Come spiega Maria Magdalena Rivera, 63 anni, avvocata del caso: "Damián è stato tenuto in prigione preventiva così a lungo per essere da esempio agli altri adolescenti che partecipavano alle proteste. La prigione preventiva è stata utilizzata per fermare i disordini: per tenere in carcere chi avrebbe partecipato alle manifestazioni e per scoraggiare gli altri". Rivera è la coordinatrice di Defensa Popular, organismo cileno per i diritti umani attivo dal 2008: "In moltissimi casi i manifestanti arrestati sono già stati picchiati, torturati e minacciati durante il controllo di detenzione. Per quanto riguarda gli adolescenti detenuti abbiamo difeso Damián, Mauricio e Kevin. Kevin è stato minacciato di stupro dai carabineros".
Nel Senato cileno si sta discutendo un progetto di legge d'indulto per i dimostranti detenuti dall'ottobre 2019 presentato dal senatore Juan Ignacio Latorre, 43 anni, che dichiara a il manifesto: "È stata messa in atto una persecuzione politica contro molti manifestanti: cittadini che sono rimasti in carcere per un tempo lunghissimo senza motivo o con prove false. La società cilena continua a basarsi sul concetto del "nemico interno", su cui si fondava la dittatura di Pinochet, per cui chiunque fosse considerato un pericolo per lo Stato, per le proprie idee o credo politico, veniva fatto sparire. Chiunque sia ritenuto un "nemico interno" è, ancora oggi, fortemente represso e criminalizzato".
Il 14 dicembre scorso il presidente Piñera ha annunciato che se il disegno di legge d'indulto verrà approvato dalle Camere userà il veto presidenziale. Il senatore Latorre, presidente della Commissione del Senato per i diritti umani, spiega: "Uno dei problemi principali che abbiamo riscontrato è stata la mancanza di trasparenza nei dati. Si parla di migliaia di dimostranti detenuti, ma non si sa il numero preciso. Crediamo che i dimostranti arrestati siano più di 5mila e fra 300 e 500 i cittadini che sono ancora in prigione preventiva". Per lo stesso motivo è difficile stabilire quanti siano stati i minori arrestati durante le proteste; secondo i dati presentati dalla Defensoría Penal Pública dal 18 ottobre 2019 al 31 dicembre 2019 i manifestanti minori in prigione preventiva erano 55. "Ci sono casi di ragazzi detenuti, torturati e abusati sessualmente dalle forze dell'ordine - afferma Latorre -. Quella degli adolescenti e dei bambini è una situazione particolare perché molte proteste sociali derivano dal Sename".
Ovunque nella capitale cilena, sui muri e sui cartelli durante le proteste, si legge "Basta Sename". Il Servicio Nacional de Menores è da anni al centro di fortissime polemiche: già segnalato da organismi internazionali come Human Rights Watch, nel luglio del 2019 la testata cilena Ciper ha rivelato una sconvolgente inchiesta della Polizia investigativa cilena (PDI) sugli abusi commessi all'interno del Sename. Il rapporto, che non è stato reso pubblico per 7 mesi, riguarda 240 centri gestiti dal Servicio Nacional de Menores, e denuncia che nel 2017 si sono registrati 2.071 abusi (310 di natura sessuale). Nell'inchiesta, di 257 pagine, la PDI conclude che nel 100% dei centri si sono commessi "in modo permanente e sistematico azioni che violano i diritti dei bambini e degli adolescenti" e che nel 50% dei centri si sono verificati abusi sessuali.
Negli ultimi giorni nella capitale cilena sono scoppiate forti proteste per un video diffuso il 22 marzo e realizzato da una vicina del centro gestito dal Sename Carlos Antúnez, a Providencia. Nel video si ascoltano le strazianti grida, provenienti dal centro, di un adolescente che chiede aiuto durante un presunto abuso o pestaggio. Sull'accaduto si è aperta un'inchiesta della procura; per quanto emerso fino ad ora i fatti si sarebbero verificati nel corso di un'operazione effettuata dai carabineros all'interno della residenza.
Damián per 5 mesi è stato recluso in un centro del Sename insieme a ragazzi accusati di delitti comuni. Per Cristi è stata dura, tutto di lei, come madre, è stato messo in discussione: come si veste, i suoi capelli, l'educazione familiare. Lo shock per Damián è così forte che non vuole più manifestare, non vuole parlare di ciò che gli è accaduto e non vuole essere attivo politicamente. Durante i mesi di carcere ha vissuto esperienze violente e ha scritto lettere lunghissime a sua madre. La scrittura è ordinata e fitta, le parole si riversano sulla carta con tutta la loro forza. "Migliaia e migliaia di persone cercano di racimolare denaro con la stessa disperazione di un naufrago che nel deserto cerca una goccia d'acqua perché non vogliono vivere nella stessa povertà delle loro famiglie", scrive Damián riflettendo sull'ingiustizia della società in cui è cresciuto.
Come cambia la vita di un 17enne che per un giorno di proteste passa mesi in carcere? Damián continua a scrivere e racconta la vita dei suoi compagni di cella, ragazzi di 14 anni, analfabeti, con genitori tossicodipendenti e che sono diventati drogati a loro volta. "Ci credi che questi ragazzi hanno una vita migliore in carcere che fuori?", scrive Damián. La sua scelta di andare fra le fila della Primera Linea quel 21 ottobre, per Cristi, è stato un atto viscerale. La speranza che si respirava, quando milioni di persone sono scese in piazza, e la violenza che usavano le forze dell'ordine era tale (oltre 8mila manifestanti hanno denunciato abusi e 460 sono stati accecati) che ha deciso di agire. Ma oggi prova solo timore, soprattutto per sua madre, che non si è fermata e vuole urlare con tutta la sua forza ciò che accade in Cile.
Cristi oggi si trova nella sede dell'associazione dei familiari dei dimostranti incarcerati e a breve si svolgerà una manifestazione per richiedere la libertà dei detenuti. Cristi parteciperà e, mentre sta per uscire dalla sede, il suo cellulare squilla. È un messaggio di Damián, che legge con voce commossa: "Mamma, per favore, fai attenzione alla manifestazione".
di Associazione Yairaiha Onlus
Il Dubbio, 31 marzo 2021
La strumentalità del pentimento, per la lotta alle organizzazioni criminali, fa il paio con le misure vessatorie come il 41bis e l'ergastolo ostativo. Emile Durkheim, uno dei padri della sociologia, spiegava che la pena non protegge la società perché è buona, bensì è buona perché protegge la società. In altre parole, la somministrazione di un provvedimento penale sortisce l'effetto di rassicurare il corpo sociale, in particolare nei periodi di precarietà politica ed economica, quando la società è attraversata da spinte centrifughe.
di Enrico Sbriglia*
La Repubblica, 31 marzo 2021
La proposta: Gorizia e Nova Goriza diventino la "Strasburgo penitenziaria", il luogo cioè dove elaborare e sperimentare un'uniforme regime penitenziario continentale. Un gruppo di specialisti nelle diverse discipline legate al mondo delle carceri - formato da docenti universitari, criminologi, sindacalisti della polizia penitenziaria, avvocati, studiosi di prospettive future, filosofi, neuroscienziati, architetti, psicologi, direttori penitenziari - qualche giorno fa ha partecipato ad un webinar organizzato dal Cesp (il Centro Europeo di Studi Penitenziari), per contribuire e condividere l'ipotesi di redigere uno studio per la realizzazione di un "Carcere Europeo", come prototipo di altri che potranno realizzarsi negli Stati della UE.
di Piercamillo Davigo
Il Fatto Quotidiano, 31 marzo 2021
Con ordinanza del 18 giugno 2020, la Prima sezione penale della Corte di cassazione aveva sollevato questione di legittimità costituzionale dell'articolo 4bis dell'ordinamento penitenziario e altre norme che escludono la possibilità per il condannato all'ergastolo, per delitti commessi col metodo mafioso ovvero al fine d'agevolare l'attività delle associazioni mafiose, che non abbia collaborato con la giustizia, d'usufruire della liberazione condizionale.
di Stefano Pagliarini
today.it, 31 marzo 2021
Ormai il Coronavirus si sta diffondendo anche nelle carceri italiane dopo l'ultimo caso in ordine di tempo, cioè quello registrato ieri nel carcere femminile di Rebibbia a Roma, dove risultano positive al tampone molecolare 35 detenute e 3 agenti di polizia penitenziaria. Non ci sono strumenti per isolare le persone negative da quelle infettate e il rischio e che non si riesca porre un argine alla diffusione del virus.
A renderlo noto è il sindacato di polizia penitenziaria (Spp) che, per voce del suo segretario nazionale Aldo Di Giacomo, lancia l'allarme: "Siamo preoccupati per la grossa entità del focolaio e adesso potrebbero paradossalmente iniziare a mancare i posti in isolamento sanitario. Dal principio della pandemia abbiamo chiesto alle autorità nazionali competenti che venissero fatti screening periodici a tutto il personale penitenziario, cosa non avvenuta, eppure probabilmente si sarebbero potuti evitare diversi focolai, con più accuratezza e maggiore organizzazione, senza sottovalutare gli effetti del virus e salvaguardando in tal modo sia il personale che i detenuti".
Ma è una preoccupazione che vale per l'intero sistema paese perché nelle ultime ore sono emersi 36 positivi al Covid anche nel carcere di Melfi (Potenza) sono state riscontrati 36 casi di covid-19. Per fortuna qui è intervenuto il sindaco a spiegare come 26 di questi siano ai domiciliari e il focolaio sia circoscritto. Circoscritto è anche il focolaio nel reparto del 41bis del Cerialdo di Cuneo, dove si sono registrati alcuni casi. Contagio contenuto anche perché, in quella sezione del carcere, dove i detenuti sono reclusi per condanne definitive di mafia, terrorismo e traffico internazionale di droga, non vedono volontari o esterni e i colloqui con i parenti sono limitati. Ma in Piemonte ci sono positivi anche nelle celle a Saluzzo (27 detenuti, raddoppiati in 48 ore, 3 agenti, un impiegato) e Cuneo (11 detenuti e 6 agenti), ma ci sono casi anche a Fossano (3 agenti) e Alba (2 agenti). Quattro giorni fa 11 detenuti positivi nel 41bis di Parma e 30 agenti di polizia. Quasi 50 i contagiati nel carcere femminile di Villa Fastiggi di Pesaro, nelle Marche.
Focolai di Covid in carcere - In particolare sul Lazio interviene anche la vice-segretario generale Gina Rescigno e responsabile sindacale nazionale Spp del comparto Polizia Penitenziaria femminile: "Lo sforzo messo in atto dalla nuova gestione del carcere è massimo, ma nel Lazio ancora tarda il via alla somministrazione dei vaccini. Sono ormai imprescindibili interventi seri da parte delle autorità competenti perché di risposte apparentemente certe, o che per tali si vestono, non sappiamo più che farcene, non bastano più ai poliziotti dispiegati su tutto il territorio nazionale".
Insomma in Italia, mentre in alcune regioni vengono fatte leggi ad hoc per agevolare il vaccino a chi lavora nel comparto giustizia e mentre l'Anm lancia l'allarme sul rischio di ingolfamento dei processi, suona l'allarme rosso nell'ultimo angolo in penombra del sistema giustizia. Sono mesi che i sindacati di polizia penitenziaria e associazioni per i diritti come Antigone mettono in guardia il Ministero e il Governo dalle conseguenze della diffusione del Covid all'interno degli istituti penitenziari. Se non si prenderanno provvedimenti e se non si correrà con una campagna vaccinale apposita e cadenzata, il rischio, lo avevano detto sia Gonnella che Di Giacomo, è di restare senza agenti e che l'inevitabile crollo del sistema carcerario possa tramortire quello sanitario nazionale.
agi.it, 31 marzo 2021
L'A.I.V.E.C (Associazione Italiana Vittime Emergenza Covid 19), apolitica e apartitica, senza scopo di lucro, continua a prestare particolare attenzione alle voci di coloro che hanno subito e subiscono pregiudizi dalla diffusione del covid-19. Negli ultimi giorni sono pervenute alla richiedente associazione molteplici richieste di intervento, in questo particolare momento storico di pandemia. A tal fine l'A.I.V.E.C. ha aperto le adesioni per partecipare al ricorso innanzi alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo allo scopo di garantire i diritti dei detenuti, che con il diffondersi della pandemia affievoliti ancor di più.











