di Gianluca Greco
brindisireport.it, 1 aprile 2021
Si tratta del 46enne Nicola Nigro, di Ceglie Messapica, condannato per associazione mafiosa. L'avvocato: "Aveva una grave patologia psichiatrica, cronaca di un suicidio annunciato". È stato trovato impiccato nel bagno della sua cella. Nonostante i soccorsi prestati dal personale di polizia penitenziaria e dagli operatori sanitari, non c'è stato nulla da fare per il 46enne Nicola Nigro, di Ceglie Messapica. L'uomo era recluso nel carcere di Bari, dove stava scontando una condanna per vari reati, fra cui associazione mafiosa.
Il suo ultimo arresto risale al gennaio 2017, quando i carabinieri posero fine a un periodo di latitanza che durava dal settembre 2016, quando a suo carico fu emesso un ordine di carcerazione conseguente a una condanna passata in giudicato. Nel 2010 fu coinvolto nell'operazione Calypso, che decapitò i vertici della cosiddetta frangia mesagnese della Scu.
Afflitto da problemi di natura psichiatrica, prima del trasferimento nella casa circondariale barese era stato ospitato in una comunità. Da quanto emerso avrebbe utilizzato i lacci delle scarpe per compiere l'estremo gesto. In passato più volte aveva tentato il suicidio. Il pm di turno del tribunale di Bari con ogni probabilità disporrà l'autopsia, per chiarire la dinamica dei fatti.
L'avvocato: "Ingiusto e disumano morire così, mi rivolgerò al ministro" - Nigro era assistito dall'avvocato Francesca Conte. Il legale, contattato da Brindisi Report, esprime profondo disappunto per l'accaduto. "È la cronaca - dichiara - di un suicidio annunciato. Nel dicembre 2019 la Cassazione aveva stabilito che era stato ingiusto revocargli la detenzione domiciliare presso una comunità di Alberobello (Bari), annullando con rinvio per nuovo giudizio.
Il tribunale di sorveglianza di Bari ha impiegato un anno e 5 mesi per rifissare la camera di consiglio, peraltro dopo alcuni solleciti formali, che era fissata per il 28 aprile di quest'anno. E per farla fissare abbiamo dovuto presentare due istanze. Il Tribunale di Sorveglianza di Lecce, malgrado ci fosse una incompatibilità assoluta e conclamata del Nigro con il regime carcerario, a causa di una patologia psichiatrica gravissima, conclamata da 10 anni a questa parte da numerosi psichiatri delle strutture pubbliche in tutte le carceri d'Italia dove è stato detenuto, ha sostenuto che, siccome non c'erano posti in comunità terapeutica, si doveva aspettare".
"Questo - prosegue l'avvocato Conte - malgrado siano state presentate, con i colleghi che si sono avvicendati con me nella difesa, una serie di istanze in cui, alla luce dei tentativi di suicidi messi in atto, si è rimarcato che quella persona, in carcere, sarebbe morta". Ma per il legale la vicenda non si chiude qui. "Ci rivolgeremo direttamente al ministro della Giustizia (Marta Cartabia, già presidente della Corte Costituzionale, ndr) - afferma ancora l'avocato Conte - perché uno Stato di diritto non può consentire che una persona muoia in questo modo, in preda alla disperazione, dentro un carcere. A causa del Covid non vedevo il mio assistito da 4 mesi.
Ho cercato di rassicurarlo sul fatto che si sarebbe trovata una soluzione, ma lui diceva che sarebbe morto in carcere. E così è stato. Questo non è giusto e non è umano nel XXI secolo. Nessuno si permette di dire che la salvaguardia della collettività non debba essere tutelata, ma qui stiamo parlando di un soggetto che da anni non commetteva reati, che si trovava in una comunità psichiatrica e che per un capriccio si è trovato nuovamente arrestato, nonostante una sentenza della Cassazione".
Il sindacato Osapp: "I soggetti psichiatrici scaricati nelle carceri" - La questione riguardante l'incompatibilità con il regime carcerario dei soggetti psichiatrici, fra l'altro, è stata più volte sollevata dal segretario regionale del sindacato Osapp, Ruggiero D'Amato. "I soggetti psichiatrici - ribadisce D'Amato a Brindisi Report - oggi sono stati scaricati letteralmente nelle carceri, dalla chiusura degli Opg (ospedale psichiatrico giudiziario, ndr).
Molti di questi erano davvero dei lager. Ma i detenuti psichiatrici non possono essere gestiti nel carcere perché non ci sono gli spazi, non ci sono le strutture e non è la polizia penitenziaria che può gestirli. Devono essere tolti dal circuito penitenziario e va creato un circuito parallelo in cui possano ricevere le cure e le attenzioni di cui hanno bisogno. Tenerli in carcere è come tenere un fiammifero acceso in una polveriera".
di Sandra Figliuolo
palermotoday.it, 1 aprile 2021
La comunicazione alla famiglia di Francesco Paolo Chiofalo, originario della Zisa, è arrivata sabato scorso. È stata disposta l'autopsia per chiarire le cause del decesso. Il detenuto era tossicodipendente da tempo e stava scontando un definitivo per furto ed evasione. La madre disperata: "Vogliamo sapere cosa gli è successo".
Una telefonata sabato scorso, in cui con freddezza è stato comunicato dal carcere Pagliarelli che il detenuto Francesco Paolo Chiofalo, 37 anni, era deceduto. Una chiamata che ha gettato nella disperazione i suoi genitori, che lo avevano sentito due giorni prima e avrebbero notato che non stava bene, che faceva fatica a parlare, "farfugliava". Sul decesso dell'uomo la Procura adesso ha aperto un'inchiesta ed ha disposto l'autopsia.
Una vita difficile quella di Chiofalo, originario della Zisa, fatta di dipendenza dalla droga sin da giovanissimo e di piccoli furti per comprarla. Proprio per furto ed evasione era finito al Pagliarelli, per scontare un definitivo. Sarebbe tornato libero dopo aver scontato la sua pena al massimo ad ottobre. Invece è morto in cella per cause da accertare.
L'inchiesta è coordinata dal procuratore aggiunto Ennio Petrigni e dal sostituto Anna Battaglia. L'autopsia sarà eseguita oggi e servirà a chiarire i motivi del decesso. La famiglia del detenuto si è rivolta invece all'avvocato Massimiliano Russo, che nel tempo ha assistito varie volte Chiofalo, e chiede giustizia. La madre della vittima, Maria Durante, è distrutta dal dolore: amava profondamente quel figlio difficile da gestire e che le aveva dato molti dispiaceri: "Vogliamo sapere cos'è successo, perché Francesco Paolo è morto", dice la donna attraverso il legale.
Il carcere avrebbe comunicato alla famiglia soltanto il decesso, senza dare dettagli su cause e circostanze. L'avvocato non sarebbe stato neppure avvertito. Certo è che, da tossicodipendente, Chiofalo aveva diritto ha cure particolari e ad essere seguito in maniera adeguata nel carcere. I suoi parenti su questo fronte non sono però pienamente sereni. Sostengono di averlo contattato con una videochiamata il martedì prima del decesso e che Chiofalo non sarebbe stato al massimo della forma. Una sensazione che avrebbero avuto nuovamente due giorni dopo, il giovedì, quando si sarebbero accorti che l'uomo "farfugliava". Sabato scorso la tragica telefonata per comunicare il decesso. Adesso sarà la Procura, sulla scorta dell'autopsia, a stabilire se vi siano potenziali responsabilità per la morte di Chiofalo.
di Lorenza Pleuteri
giustiziami.it, 1 aprile 2021
NDR e ABS. Alla voce "anamnesi personale", nella copia sbiadita del diario clinico di Salvatore "Sasà" Piscitelli, sono annotate due sigle. Una sta per "niente da rilevare". L'altra significa "apparente buona salute", come spiegano i medici che in carcere lavorano. L'aggettivo BUONO si intravede anche nella casella "esame obiettivo". Molti altri riquadri sono in bianco, vuoti.
Le 21 pagine della prima ricostruzione ufficiale - Un anno dopo le rivolte - e la morte di Sasà e altri dodici detenuti - vengono alla luce gli atti contenuti nel sotto fascicolo aperto dalla procura di Modena, i risultati degli accertamenti effettuati dalla pm Lucia De Santis prima di spogliarsi della competenza e di ripassare l'inchiesta alla procura di Ascoli, da dove le era arrivata. Sono solo 21 pagine, le prime di fonte giudiziaria. Ma forniscono informazioni inedite, offrono spunti, alimentano dubbi. Sulle ultime ore di Sasà raccontano una storia diversa da quella ricostruita e denunciata da almeno sette compagni di viaggio e di detenzione. Sembra un altro uomo, un quarantenne sano e in forze, senza problematiche particolari, senza bisogni urgenti. È morto, qualche ora dopo l'incontro con un medico, la compilazione (parziale) del diario clinico, le sigle e gli aggettivi tranquillizzanti.
"Decesso presso il carcere di Ascoli": lapsus della pm? - Il 23 marzo 2020, due settimane dopo la morte di Sasà Piscitelli, la pm modenese scrive alla direzione del carcere di Ascoli Piceno, dove nella notte tra l'8 e il 9 marzo il quarantenne era stato portato assieme a 41 compagni. Chiede di riferire le condizioni del detenuto all'arrivo in istituto, le circostanze del decesso, le attività di verifica dell'eventuale possesso di psicofarmaci, medicinali o stupefacenti, la documentazione medica sullo stato di salute nel tempo passato nella struttura. Nell'intestazione della richiesta la pm colloca la morte "presso la casa circondariale di Ascoli Piceno". Non sa che Sasà è deceduto in ospedale, come sostengono nella città marchigiana? O il suo è un banale errore di compilazione oppure un lapsus?
Le cose che la direttrice non può sapere - La direttrice, Eleonora Consoli, si prende qualche settimana per raccogliere e comunicare le informazioni richieste. Risponde alla pm il 14 maggio. Precisa che il detenuto Salvatore Piscitelli è morto alle 17.25 presso l'ospedale civile di Ascoli Piceno, non in carcere. Riferisce che era arrivato in istituto alle 00.25 del 9 marzo 2020 assieme ad altri 41 ristretti, "tutti provenienti dalla casa circondariale di Modena, in quanto avevano partecipato ai disordini/rivolta avvenuti all'interno dell'istituto di Modena l'8.3.2020". Non chiarisce come facesse lei a sapere che i nuovi giunti fossero stati coinvolti nelle azioni di protesta e di devastazione, se non richiamando genericamente il provvedimento con cui il Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria ha disposto i trasferimenti e d'urgenza. Lo dà per scontato. Però nel verbale da lei allegato alla relazione, l'ultima pagina del suo rapporto, il compagno di cella di Sasà sostiene una cosa diversa. Il quarantenne, garantisce Mattia, non aveva aderito alla rivolta.
Il compagno: "Sasà non ha preso parte alla rivolta" - Mattia Palloni è uno dei cinque ragazzi che a novembre sottoscriveranno un esposto - choc, per denunciare pestaggi, abusi, torture. Sulla morte di Piscitelli viene sentito la prima volta, con la formula delle dichiarazioni spontanee, non a ridosso del decesso del compagno, ma a quasi due mesi di distanza. Il 2 maggio, messo di fronte a due assistenti e a un sovrintendente della polizia penitenziaria, non è molto loquace. Pare intimidito. Sostiene che lui e Sasà non presero parte alla sommossa di Modena. All'inizio avevano deciso di rimanere nella loro cella, condivisa. Poi furono costretti a uscire, perché la sezione era stata invasa dal fumo, provocato dall'incendio di suppellettili e arredi. Rassicurato il personale sanitario e un agente rimasti chiusi dentro un ambulatorio, sempre stando alle dichiarazioni spontanee di allora, entrambi raggiunsero il piazzale e altri reclusi. Qui un altro carcerato, sconosciuto, passò a Sasà una bottiglia di metadone (prelevato dall'armadio blindato dell'infermeria, aperto con la chiave e non forzato, o forse presa dal tavolo usato da due infermiere per preparare le dosi da distribuire). Mattia cercò di non farlo bere. Non ci riuscì. E il compagno, inghiottita il liquido, restituì la bottiglia al fornitore.
Un medico solo per visitare 42 detenuti? - La direttrice, tornando all'arrivo al carcere di Ascoli, conferma l'avvenuta perquisizione e l'immatricolazione di Sasà. Scrive alla pm che alle 2.30 viene sottoposto alla visita di primo ingresso dal medico di turno del Servizio integrativo assistenza sanitaria, Simone C. In quella notte non ordinaria è presente un solo dottore, lui, posto di fronte a una impresa titanica: sottoporre ad accertamenti sanitari di base 42 detenuti e non detenuti qualunque, bensì i ragazzi e gli uomini in arrivo da un carcere devastato da una sommossa, dopo una razzia di litri di metadone e di una gran quantità di psicofarmaci. "A molti di noi - renderanno poi noto gli autori dell'esposto di novembre - non fu neanche chiesto di togliersi gli indumenti per constatare se avessimo lesioni corporee". Per verificare le condizioni di Sasà, con trascorsi di tossicodipendenza e un fisico provato, il medico ci mette 15 minuti: dalle 2.30 alle 2.45, almeno stando all'appunto sul diario clinico. Alle 3.00 il detenuto in "apparente buona salute" viene collocato nella cella 52 del secondo piano, lato sinistro, reparto marino.
Per 10 ore nessuna notizia del detenuto in agonia - Per più di 10 ore su Sasà non ci sono annotazioni della direttrice. È come se sparisse, da notte fonda al primo pomeriggio. La colazione non gli è stata portata? E le sue medicine, le benzodiazepine richiamate nel diario clinico alla voce "terapia in corso"? Gli agenti del turno 8/14 e il personale sanitario non hanno mai guardato dentro la cella 52? La relazione della direttrice riprende il filo, dopo questo vuoto totale, alle 13.20. A quell'ora, scrive alla pm, "il ristretto non risponde agli stimoli del personale di polizia penitenziaria addetto alla vigilanza". Viene chiamato il medico di guardia Sias, Cristiano M.D.V, in servizio dalla prima mattinata.
La chiamata al 118 e l'arrivo dell'ambulanza - Il dottore capisce che la situazione è gravissima, sollecita l'intervento del 118 e gli inietta una fiala di Narcan (indicato poi con Naloxone) per "sospetta overdose di metadone". Arriva l'equipe esterna, con il dottor Ihaab A. L'ambulanza con a bordo Sasà, diretta d'urgenza all'ospedale civile di Ascoli, lascia il carcere alle 15.15. Una seconda lettiga carica un altro recluso "modenese" che ha bisogno di assistenza specializzata. Alle 17.25 il dottor Guido G. constatata e certifica la morte del detenuto Piscitelli, giunto e trattenuto al pronto soccorso in "stato di coma avanzato da verosimile intossicazione da farmaci".
La testimonianza del medico del carcere - "Mi sono attivato subito - dice adesso il dottor M.D.V, al telefono - appena gli agenti mi hanno chiamato in sezione. No, Piscitelli non avevo avuto modo di vederlo prima. Erano arrivati in più di 40, da Modena. Quando sono entrato in cella - riferisce - sembrava che dormisse. Ho provato a svegliarlo, ma non ha riaperto gli occhi. L'overdose di metadone non è così semplice da diagnosticare e su di lui non avevo informazioni. Gli ho fatto una iniezione di Narcan, poi l'ho affidato al personale del 118. Non è morto in carcere. Il detenuto - ripete - è uscito dall'istituto ancora vivo. So che è deceduto in ospedale, dopo. Sono stato convocato dal magistrato, come testimone. Ho raccontato tutto questo, documentato. Non c'è un'altra verità".
Mai scritti - e non distrutti - i nulla osta ai trasferimenti - La direttrice Consoli mette nero su bianco un'altra informazione. Piscitelli e i 41 compagni sono stati trasferiti d'urgenza nel suo istituto, "senza essere accompagnati da nessun fascicolo e/o altro documento". Perché? Lei, ecco il punto, non può avere contezza diretta del motivo. Però, senza dichiarare la fonte, scrive che "è andato tutto distrutto" nella rivolta. È vero per le carte redatte a Modena prima della sommossa. Non vale per gli atti successivi. All'arrivo ad Ascoli mancano altri documenti, quelli che per legge i medici avrebbero dovuto compilare dopo le violente azioni di protesta e prima delle traduzioni: i certificati delle visite effettuate a Modena e i nulla osta sanitari con l'ok al viaggio dall'Emilia alle Marche. Questi attestazioni non sono mai state scritte. I medici tenuti a redarle si sono giustificati dicendo che è mancato loro il tempo di provvedere, vista la situazione drammatica e l'alto numero di persone da assistere.
Ordine e sicurezza prima della salute - Non si fa riferimento ai nulla osta sanitari mancati nemmeno nel provvedimento con cui il provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria ha disposto lo sfollamento dei 42 detenuti "modenesi" destinati ad Ascoli. A firmare l'ordine di trasferimento - il pomeriggio o la sera dell'8 marzo, in un orario non indicato - è Silvia Della Branca. Il carcere emiliano è in gran parte distrutto, inagibile. Decine e decine di reclusi devono avere una sistemazione alternativa e in fretta, visto che sta facendo notte. La funzionaria motiva la disposizione con esigenze di ordine e sicurezza. Il poliziotto penitenziario a capo della scorta, quello che dovrebbe avere con sé i nulla osta sanitari al viaggio, per iscritto viene invitato a sorvegliare in modo adeguato i detenuti per impedire tentativi di evasione, anche con appoggi esterni, e "altri inconvenienti di qualsiasi natura che possano compromettere il regolare svolgimento della traduzione".
Dalla casa di reclusione di Modena sono usciti parecchi detenuti in overdose e a tarda sera si sono contati tre morti, i primi di nove. Però in queste disposizioni non c'è alcun riferimento alle possibili condizioni di salute dei trasportati, né all'opportunità di avere medici al seguito e neppure alla necessità di dotarsi almeno di farmaci antagonisti salvavita.
Come stava davvero Sasà? - Sasà durante il viaggio cade in uno "stato di torpore", come dirà il 2 maggio il compagno di cella, Mattia. Il dottor Simone C., il medico che lo visita nel carcere di Ascoli o che attesta di averlo visitato, non lo rileva o non lo annota. Nel diario clinico sono più le parti in bianco di quelle compilate. NDR, ABS e BUONO certificano condizioni di salute non preoccupanti. Le carte non spiegano se sia o no al corrente del furto di metadone e di psicofarmaci e delle overdosi in serie, nel carcere di provenienza.
Quello che si vede è che non ha riempito lo spazio per registrare eventuali "lesioni all'ingresso" né le caselle riservate a "sintomi fisici e psichici di intossicazione in atto da sostanze stupefacenti" e "sindrome di astinenza in atto". Le ha barrate con una riga, senza compilare altri campi né registrare parametri di base (ad esempio pressione, frequenza cardiaca, temperatura, auscultazione dei polmoni). In compenso, dopo la visita lampo, per Sasà ha valutato come "alto" il rischio di suicidio.
Versioni opposte sulle ultime ore di vita - Il vuoto dalle 3.00 alle 13.20 nella relazione inviata dalla direttrice alla pm di Modena verrà colmato dalle lettere denuncia spedite in estate da due detenuti e dall'esposto di fine novembre 2020 firmato da Mattia Palloni e altri quattro compagni, ascoltati dalla procura emiliana a dicembre. "Sasà - concordano, con accuse tutte da dimostrare, diventate oggetto di indagine - è stato picchiato prima, durante e dopo il viaggio. Stava malissimo ed era debole, non riusciva a reggersi in piedi. Ad Ascoli è stato trascinato fino alla sua cella e buttato dentro come un sacco di patate. La mattina del 9 marzo il compagno di stanza ha chiesto inutilmente aiuto e più volte. Nessuno è accorso ad aiutare Sasà. Si è sentito un agente pronunciare: "fatelo morire"". Sempre secondo i reclusi - testimoni, che non hanno competenze mediche e che non disponevano di strumenti diagnostici, il quarantenne sarebbe "morto in cella, portato via con un lenzuolo quando era già freddo". I medici con cui Piscitelli è stato a contatto, come detto, raccontano e certificano altro: il decesso in ospedale.
L'inchiesta è tornata nelle Marche - L'inchiesta è tornata nelle Marche, con i magistrati chiamati ad esaminare anche un esposto firmato dall'associazione Antigone, già presente nell'inchiesta modenese come persona offesa. Dagli uffici giudiziari interessati - procura di Ascoli e procura generale di Ancona - non escono notizie né aggiornamenti. La sola indicazione fatta filtrare un paio di settimane fa, veicolata da un criptico servizio del tg Rai regionale, allude a una autopsia bis (sulle carte e sui campioni e gli organi prelevati, poiché la salma di Sasà è stata fatta cremare "causa Covid") oppure alla rilettura degli accertamenti post mortem alla luce delle omissioni, dei pestaggi e degli abusi denunciati dai compagni di viaggio e di cella.
strill.it, 1 aprile 2021
Focus sulle vaccinazioni nelle carceri. L'VIII Commissione pari opportunità, pace, diritti umani, relazioni internazionali e immigrazione del comune di Reggio Calabria, ha audito l'avv. Giovanna Russo Garante dei detenuti dell'amministrazione comunale sulla situazione nelle carceri per la vaccinazione, ma anche sulle possibili azioni per favorire il reinserimento lavorativo.
"In questo momento-afferma Lucia Anita Nucera presidente Commissione-la campagna vaccinazione nella nostra regione ha diverse difficoltà, tuttavia, è necessario che anche i detenuti siano al più presto vaccinati al fine di scongiurare focolai e tutelarne la salute. Da assessore, ho ascoltato tantissimi ex detenuti, padri di famiglia, che non riuscivano a trovare lavoro perché le aziende avevano difficoltà ad assumerli, temendo la chiusura.
Per questo, è necessario l'inserimento di una norma che consenta a queste persone di poter avere un'altra possibilità ". La Garante Russo ha evidenziato le priorità e le azioni che si stanno portando avanti per tutelare i diritti dei detenuti: "La situazione Covid - dice l'avvocato - è monitorata in maniera ferrea ed egregia nelle nostre carceri. Ovviamente, la pandemia ha portato ad una contrazione delle attività all'interno degli istituti penitenziari, ma è stato necessario al fine di scongiurare un danno maggiore e tutelare il diritto alla salute dei detenuti.
La campagna vaccinazione in Calabria è un problema non irrilevante, e colpisce maggiormente le persone che noi garanti definiamo deboli e particolarmente vulnerabili. Per fortuna - prosegue la Garante - nei giorni scorsi il dott. Lucania si è coordinato con il commissario Scaffidi per l'avvio della programmazione tecnica per la vaccinazione dei detenuti che hanno dato il loro consenso e la procedura partirà a breve.
Ci sono tante esigenze che riguardano i detenuti, tra queste la formazione per consentire un effettivo reinserimento lavorativo e quindi, la rimodulazione di tutto ciò che vogliamo portare avanti. Serve una formazione - spiega l'avv. Russo - che consenta di inserire i detenuti concretamente nel mondo del lavoro, una volta scontata la pena.
È necessario un tavolo istituzionale per individuare i potenziali luoghi di inserimento lavorativo per gli uomini e per le donne. È importante anche riavviare il protocollo per l'impiego degli ex art. 21, prevedendo lo stanziamento di somme". Per quanto riguarda gli interventi da attuare, la presidente Nucera evidenzia: "Questo protocollo è stato avviato quando ero assessore e i detenuti li abbiamo impiegati più volte anche nei beni confiscati, e c'è già un fondo. Inoltre, c'è anche un altro protocollo che avevo realizzato per l'avvio di corsi di sartoria e di cuoco in un bene confiscato, speriamo che entrambi siano portati avanti. Come spero ci sia anche il ripristino del Mandela's office che potrebbe essere utilizzato per la messa in prova. Su queste priorità faremo un tavolo tecnico".
Il consigliere metropolitano Giuseppe Marino, delegato alla formazione ha dato la sua disponibilità per l'avvio di corsi che tengano conto delle novità del mondo del lavoro e della tradizione, anche per favorire l'inserimento e il recupero di giovani che intraprendono percorsi di devianza sociale. Il consigliere Saverio Pazzano ha posto l'accento sull'importanza della vaccinazione dei detenuti per tornare ad una vita relazionale, ed ha messo in evidenza le proposte portate avanti.
di Piero Rossano
Corriere del Mezzogiorno, 1 aprile 2021
Il 6 aprile apre il cantiere per il collegamento con la rete idrica cittadina. Il penitenziario era stato teatro anche di rivolte dei detenuti che lamentavano disagi specie in estate. Dopo un quarto di secolo di vita il carcere di Santa Maria Capua Vetere sarà allacciato alla rete idrica della città. I lavori di collegamento con la condotta principale saranno inaugurati subito dopo Pasqua. Una novità che il sindaco Antonio Mirra non ha esitato a definire "momento storico" tanto il problema era avvertito.
Storia di disagi - Era il 1996 quando l'amministrazione penitenziaria inaugurava il nuovo carcere di Santa Maria Capua Vetere. Una sede posta al confine con San Tammaro, giusto di fronte allo Stir, e che nelle intenzioni avrebbe dovuto superare le carenze strutturali dello storico penitenziario della città del Foro, ricavato da una ex fortezza borbonica (dopo la dismissione divenuta per qualche anno sede della facoltà di Lettere dell'allora Seconda Università di Napoli), ma che invece, dopo 25 anni, si dibatte ancora tra mancanze e limitatezze. Non ultima, l'assenza di un'adeguata fornitura di acqua corrente. Motivo che ha scatenato negli anni anche moti di rivolta da parte della popolazione carceraria, anche qui in sovrannumero rispetto alla disponibilità di celle, costretta a misurarsi con disagi enormi specie nei mesi più caldi.
Apre il cantiere - La svolta, invocata ed attesa anche dal personale dipendente dell'istituto di pena, si compirà entro l'estate. "I lavori alla condotta idrica - spiega una nota della casa comunale - hanno registrato una significativa accelerata con quel percorso amministrativo con la Regione Campania avviato dall'Amministrazione Mirra che ha portato, nel 2018, alla messa a disposizione del Comune delle somme per arrivare alle procedure di gara prima per la progettazione dell'opera e poi per l'aggiudicazione dei lavori".
E così, martedì 6 aprile, alla presenza degli amministratori della città, dei vertici degli uffici giudiziari del posto, di rappresentanti della Regione e dell'amministrazione penitenziaria, saranno avviati i lavori di allacciamento alla rete idrica cittadina. Il cantiere è previsto all'incrocio tra via Napoli e via Mastantuono, nei pressi del liceo scientifico Amaldi. "Raggiungiamo un altro significativo traguardo, che era uno degli obiettivi di questa Amministrazione" ha commentato il sindaco Mirra, avvocato penalista di professione e profondo conoscitore dei problemi del carcere cittadino.
di Davide Dionisi
L'Osservatore Romano, 1 aprile 2021
Storie di detenuti a Rebibbia in un libro di suor Emma Zordan. "Non tutti sanno che in carcere si può anche morire di carcere". È il cuore di una delle riflessioni più forti contenute nella raccolta di scritti dei detenuti della casa di reclusione di Rebibbia curata da suor Emma Zordan, religiosa delle Adoratrici del sangue di Cristo e volontaria da sei anni nel carcere romano. Nel volumetto di prossima uscita intitolato, non a caso, "Non tutti sanno...", i "ragazzi" di suor Emma hanno voluto raccontare la loro doppia reclusione evidenziando la difficoltà di sopravvivenza, il desiderio di amore, il difficile cammino di redenzione e di reinserimento nel tessuto sociale.
"In questo periodo di lockdown in cui sono impossibilitata a visitare i detenuti, il mio pensiero non riesce a stare a casa", rivela la religiosa. "Abbattendo muri e inferriate e infrangendo divieti, corro continuamente da loro, persone private di ogni conforto, di tutto ciò che possa rendere meno grigie, fredde e buie le loro giornate, meno pesanti le restrizioni imposte dalla terribile pandemia".
Attraverso questo piccolo sforzo editoriale, suor Emma vuole far conoscere l'emergenza covid-19 in carcere, i conseguenti provvedimenti restrittivi che hanno visto la sospensione temporanea dei colloqui visivi con i propri familiari, l'interruzione di tutte le forme di volontariato, fonte di massimo aiuto per coloro che si trovano ristretti negli istituti.
Ci siamo chiesti più volte come spiegare questo evento nefasto epocale a persone già private della libertà e che difficilmente avrebbero compreso ciò che stava accadendo fuori. La risposta è arrivata proprio da loro ed è stata sorprendente. "A volte mi rassicurano", riprende raccontando che in una recente lettera le hanno scritto: "Mi raccomando, cara Sr Emma, di riguardarti e sappi che tutti noi abbiamo bisogno di te, del tuo sostegno, perché tu sei per gli ultimi la speranza che rende leggero il nostro cuore".
La volontaria racconta nel libro tutta la drammaticità del carcere al tempo del Covid, spiegando nei dettagli una sofferenza che non accenna a diminuire: "Proviamo a immaginare cosa significhi sentir dire che questo coronavirus potrebbe diventare mortale e non avere nessuno che li conforti, li rassicuri; cosa significhi sentirsi cancellati i colloqui fisici e privati, persino i pacchi provenienti dalle loro famiglie; avere una vita povera di relazioni e vedere sparire tutti i volontari, di colpo non più autorizzati a entrare in carcere, e le già poche possibilità di formazione, e improvvisamente dover riempire le giornate con il nulla e la paura", racconta la religiosa.
La prefazione del volume è affidata al cardinale Giuseppe Petrocchi, arcivescovo di L'Aquila, che più volte ha visitato l'istituto romano e ha conosciuto i protagonisti di questa bella iniziativa: "Le pagine del testo sono come corridoi narrativi - scrive il porporato - che, se seguiti, immettono in "ambienti comunicativi" che non sarebbero stati altrimenti raggiungibili. In questi spazi dialogici troviamo esposte storie ed esperienze che vale la pena di esplorare con attenzione e rispetto. I detenuti si raccontano con franchezza disarmata. I brani da loro composti sono aree popolate da ricordi e da considerazioni, che sembrano distillate attraverso un lungo e spesso penoso itinerario autocritico: si coglie, sotto ogni riga, una sofferenza pervasiva che, in alcuni casi, raggiunge indici di drammaticità".
Secondo Petrocchi, il tono confidenziale con cui gli autori si rivelano rappresenta un attestato di fiducia verso il pubblico che li legge, ma, al tempo stesso, anche un rischio di fraintendimenti, se quanti ricevono i loro diari di vita adottassero un approccio superficiale e prevenuto: "Di qui la responsabilità di accostarsi a questi scritti con atteggiamento vigilante e inclusivo". La prefazione dell'arcivescovo di L'Aquila ha un titolo eloquente, Sapere, per amare. Amare, per sapere, perché, spiega, "si deve varcare il confine dell'indifferenza e dell'estraneità, così come è fondamentale lasciarsi alle spalle la soglia del sospetto e delle interpretazioni distorsive.
Bisogna, inoltre, attivare una disponibilità incondizionata alla verità, motivando evangelicamente la vicinanza partecipe: questo deposito di esperienze, infatti, merita di essere avvicinato con lo sguardo samaritano. Per capire - continua il porporato - occorre sapere, e per sapere, in modo autentico, è importante mobilitare sia la mente che il cuore. Conoscere, specie quando si tratta di visitare il mondo interiore di altri, non è un'impresa solo intellettuale, poiché se manca la luce dell'amore, gli occhi della ragione restano al buio".
Parlando del risultato e della proposta editoriale di suor Emma Zordan, il cardinale sottolinea che "chi legge le pagine di questo libro, con intelligenza altruista e leale empatia, si trova di fronte a sorprese positive e stimolanti. Emergono voci che chiedono solo di essere ascoltate".
Petrocchi invita alla lettura di queste pagine perché "ci aiutano a maturare la convinzione che è meglio porgere una mano amica (capace di offrire un aiuto adeguato) verso chi ha sbagliato, piuttosto che limitarsi a puntare il dito contro". Seguendo la circolarità relazionale, che contraddistingue la logica evangelica, occorre "sapere per poter amare, ma è solo amando che si impara a capire. Spalancando le porte dell'anima alla Sapienza, che è sempre animata dalla carità, riusciremo gradualmente ad arrivare alla Verità tutta intera".
Infine un appello: "Non lasciamo che, pure per le nostre omissioni, l'universo-carceri resti avvolto dalle nebbie di giudizi sommari e inquinati da un ostinato rifiuto". Un appello che suor Emma ha accolto fin da quando per la prima volta ha varcato la soglia della casa di reclusione e, da allora, contribuisce, attraverso pubblicazioni come queste, a migliorare la qualità dei servizi, portando un significativo supporto ai detenuti, ascoltando i loro problemi e dando sostegno morale e psicologico.
Una piccola rivoluzione culturale sul concetto di detenzione, finalizzata al perseguimento degli obiettivi di rieducazione e reinserimento contenuti anche nella nostra Costituzione e, in tal senso, la sua attività costituisce un concreto punto di riferimento per la buona riuscita dei progetti virtuosi. Anche se sembra poca cosa, il coinvolgimento di persone che hanno rotto il patto sociale serve a molto. Serve a seminare risultati, lavorando sulla prevenzione piuttosto che sulla repressione, che saranno raccolti magari tra cinque o dieci anni. E questo, rievocando il titolo del libro, non tutti lo sanno.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 1 aprile 2021
È quello condiviso da pm e giudici, descritto nel "sistema" di Palamara. Ho letto il famoso libro-intervista di Palamara e Sallusti su "Il Sistema". Non corro il rischio di veder peggiorata la mia fiducia nella magistratura, che infatti è uscita intatta da questa "storia segreta".
Sarei bensì curioso di sapere che impressione ne traggano i cittadini presso i quali sta andando a ruba. Immagino che se ne faccia soprattutto una lettura di costume, a partire dal titolo, mutuato dalla camorra. L'altro titolo naturale, "La casta", era già preso, e presto fuggito di mano ai suoi autori. "Il Sistema" ha in più una connotazione criminale, che non guasta.
Ma si tratta di spiccioli, i biglietti omaggio per la partita, il raddoppio per quattro anni al Csm dello stipendio di 6.000 euro e corsia preferenziale al rientro in carriera, la procura di Roma o un ministero, l'ospitalità fissa di qualche rete. Un'antica saggezza insegna a puntare su una modesta corruzione pur di sventare le sciagure della purezza.
La questione, cioè, se i migliori magistrati non siano i peggiori. E i politici? "Fino al 2018. Lotti era l'uomo più ricercato anche da tanti magistrati". Lo sbalordimento per la notizia non impedirà di cogliere l'involontaria comicità di quel "ricercato".
E Piercamillo Davigo, "dato come vicino ai grillini": ecco che cosa può fare la lingua a un uomo, senza nemmeno accorgersene. L'Anm e il Csm dedicano sessioni a discutere dei calzini del giudice Mesiano, e si sbrigano quanto "all'opportunità di occuparsi dei depistaggi su Borsellino". "Nel nostro mondo", dice Palamara, e intende la giustizia. "Nel nostro mondo la corrente di Unità per la Costituzione viene chiamata Unità per la prostituzione".
Le sue roccaforti - i suoi bordelli principali, dunque - "sono Napoli, Catania e Roma". C'è dello spirito di categoria. C'è invece un'aria loscamente spiacevole nell'insistenza con cui Palamara chiama a correo Loris D'Ambrosio, consigliere giuridico del Quirinale di Napolitano e morto di quello. È morto, non risponde. Altri sono vivi. Di alcuni vengono puntigliosamente fatti i nomi. Ma qualcuno dovrà pur riconoscersi in una dichiarazione come: "Negli ultimi dieci anni non c'è un magistrato di Cassazione, un solo procuratore o procuratore aggiunto che non sia arrivato a quel posto attraverso il metodo Palamara".
Lo spodestato titolare del metodo sa che siamo in "un'epoca di grande attenzione alla sfera privata e ai diritti delle donne". Lui, la cui sfera privata e le cui donne sono state messe in piazza, pubblica conversazioni in cui colleghe e colleghi gli raccomandano: "Ma non lo dire a nessuno, ti prego" (Maria C.), "Non dire a nessuno che ti ho detto questo" (Nicola C.), "Tienilo per te..." (Paolo A.). Non sono solo i pentiti di mafia a mettere da parte le frasi da smerciare in estremi. Appena qualcuno minaccia di scalfire il Sistema, spiega Palamara, viene fuori a farlo secco un cecchino. Il proiettile più micidiale mi pare compendiato in un verbo, "lambire".
Il tal magistrato "è lambito da un'indagine", e il salto di carriera o la ribellione al Sistema si rompono. Non sono nemmeno sfiorato - lambito - dalla tentazione di dare un gran credito all'effusione di Palamara. Uno che dice: "Nulla accade a caso, c'è sempre un meccanismo, un sistema invisibile che si muove all'unisono", sacrifica alla paranoia, per vanità o per autoindulgenza. Uno che dice: "La politica - lo ha insegnato un grande intellettuale come Canetti - ha anche un lato oscuro". Canetti, per dire questo? Si cerchi piuttosto una citazione sul lato chiaro.
Palamara dice un'enormità come: "Nella magistratura vige un clima di terrore interno", ed esagera, probabilmente. Ma esagera tanto che bisogna ridicolizzarlo, o smentirlo. Ho un punto di vista speciale da far valere contro il mondo, i mondi interi. Non è il mio personale. È quello della moltitudine dei dannati che stanno nel fondo del Giudizio Universale, inforcati dai diavoli e arrostiti agli spiedi infernali, dopo essere passati per i tribunali.
Là i procuratori e i giudici de "Il Sistema", terrore interno e sulla Costituzione-Prostituzione, hanno indagato incarcerato giudicato miriadi di disgraziati. Là non sono stati resi più equanimi dalla povertà e dalla infermità degli anonimi pazienti, dalla loro irrilevanza per le carriere. Se esistesse una giustizia, non la divina e celeste, e nemmeno la terrestre dei desideri, ma una appena decente, appena professionale, allora l'ultimo dei condannati dall'ultima delle celle nude di una galera qualunque, il recidivo eroinomane ladruncolo e piccolo spacciatore, farebbe ricorso a una Corte d'onore, per essere stato condannato (o assolto, è quasi lo stesso) da un pubblico accusatore e un giudice che vivono un comune clima di terrore interno, si scambiano un voto e un biglietto per lo stadio, si accaniscono sui calzini turchese e lasciano correre l'opportunità di occuparsi dei depistaggi su Borsellino.
di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 1 aprile 2021
Raccontarsi per come si è, né cartolina né necrologio, un po' e po', una miscela di tragedia, commedia, condita dalla farsa. La vita di ognuno è un misto di tutto, così la vita di una terra: un insieme di tutte le cose che accadono al mondo, in tutti gli angoli del mondo, con prevalenze e mancanze. A tutti dovrebbe essere permesso il racconto sincero, anche solo per lo sfizio di raccontare bugie. Il Sud questo diritto non lo ha, è quello che un narratore onnipotente e onnisciente vuole. Non è un pensiero a se stante, stratificato, complesso; è brandelli di pensate superficiali, in bilico fra quelle da cronaca nera e quelle da fiction.
Perciò il Sud non è, resta un pianeta distante, confinato in una galassia lontanissima, di cui arrivano solo le leggende. Il Sud famigerato dei processi di mafia o quello colorato delle serie televisive. Falso uno e falso un altro: due bugie non hanno mai dato corpo a una verità. Una deriva a cui sembra impossibile sottrarsi: quasi nessuno prova a raccontarlo un Sud per come è, lo si racconta per come serve agli altri, a se stessi. Lo si racconta per come poi se ne possa fare pietanza. E non è che non ci siano stati grandi narratori a raccontarlo, passano gli sforzi di Pirandello, di Sciascia, di Alvaro, di Strati, e di una lunga e sacra schiera, come le puntate di un film neorealista non in tono con le tendenze attuali. Il Sud è commissari e procuratori, sbirri e banditi: tutti ora truci ora leggeri; una terra colorata, intrisa di zagare e sole che si sveglia tardi perché c'è sempre poco da fare, e poi finisce al tavolo di un ristorantino vista mare a godersi frittelle di fi ori e pescato freschissimo.
Tutto si assonna nella certezza di un andrà tutto bene alla fine. E invece da secoli niente va a finire bene, perché il Sud non è un filmetto americano in cui i marine rimetteranno l'ordine dei giusti, o arriveranno i borghesi illuminati a distribuire carezze. Il Sud è il documentario su una zolfatara, i minatori si dicono l'un l'altro non ti schianterai, non aver paura, senza aspettarsi risoluzioni se non quelle che passeranno attraverso lotte e resistenze durissime. Dopo averlo vestito per decenni dei panni dell'imputato, si pensa di risarcire il Sud per mezzo di un inesauribile gomitolo di soap-fiction che tessono trame unendole a orditi fatti per tranquillizzare chi guarda, invitarlo in location da urlo. Nessuno ci pensa a raccontare il Sud di quelli che il Sud lo vivono, lo abbandonano, lo invocano e lo bestemmiano.
Un Sud che sia un Sud vero, non la major di una cospicua stirpe di writer o storyteller, ma con un'aria che a volte sa di gelsomino e altre di cumuli di spazzatura bruciata. Un Sud che non è né arretrato né antimoderno, che semplicemente si sia scontrato con una modernità portata da lontano. Un incidente da cui una cultura ne sia uscita a pezzi, senza che nessuno si sia poi preso la briga di curarla, di sanarne le ferite. C'è un Sud che dovrebbe e vorrebbe raccontarsi da Sud, ma è un fi lm che quelli bravi, di fuori, dicono non potrebbe aver successo. E allora proseguiamo a narrare di camicie a fiori, di ozio creativo e di estati perenni. Proseguiamo a inventare finzioni patinate che lasceranno intonsa la sostanza di un mondo che continuerà a essere altro per chi davvero lo viva o lo abbandoni.
di Matteo Grittani e Valeria Pini
La Repubblica, 1 aprile 2021
A 15 anni dalla legge che ne disciplina l'uso medico è ancora difficile ottenere queste terapie. L'appello al governo. Sono passati quasi 15 anni dall'introduzione della cannabis a uso medico in Italia, ma per molti pazienti le terapie sono spesso una chimera e non riescono ad avere quei farmaci che potrebbero alleviare dolore o contrastare i sintomi delle loro malattie. Il problema? La legge del 2006 viene disattesa. Quando le Regioni la applicano, lo fanno in modo disomogeneo. A volte la ignorano. Le cose possono cambiare da un ospedale all'altro, da una città all'altra. E quando la ricetta del dottore arriva, c'è il problema della reperibilità di queste sostanze per produzione insufficiente e scarse importazioni. Con problemi burocratici o personale sanitario ancora poco preparato.
Al presidente del Consiglio Mario Draghi l'Associazione Luca Coscioni e Forum Droghe, a nome delle oltre 400 persone che hanno digiunato per la cannabis, si sono rivolte chiedendo di convocare la conferenza nazionale sulle droghe, come previsto dall'articolo 15 del Testo Unico sugli stupefacenti. Con l'obiettivo di avviare la valutazione delle politiche più adeguate in materia e tutelare i pazienti come Walter De Benedetto.
Oltre a soffrire per l'artrite reumatoide si è trovato a combattere una battaglia legale per ottenere le terapie. Per contrastare i dolori si è fatto aiutare da un amico nella produzione domestica di piante. E si è visto coinvolto in un processo per coltivazione di sostanza stupefacente in concorso. Situazioni difficili che in questi mesi hanno visto la solidarietà di tantissime persone che hanno partecipato al "digiuno per la cannabis" per sensibilizzare le istituzioni sul tema.
Inoltre da poco l'Onu ha cancellato la cannabis dalle sostanze dannose. Sempre di più si parla del Cannabidiolo o Cbd come di una 'molecola multitasking' per trattare diverse patologie. Dall'epilessia ai balsami, dalla cura del dolore e dell'insonnia agli orsetti gommosi. Abbiamo provato a fare il punto sugli studi più recenti in materia. Storie di pazienti, di persone, che si intrecciano a una terapia che può aiutarli ad affrontare giornate complicate.
È emblematica anche la storia di Charlotte, una bimba nata nel 2006 da una famiglia di Colorado Springs, negli Stati Uniti. La prima crisi epilettica arrivò a tre mesi. La diagnosi gelò i genitori Matt e Paige: sindrome di Dravet, una rara e violenta forma di epilessia, che si manifesta con crisi epilettiche, disturbi cognitivi e difficoltà motorie ed è farmaco-resistente. Vennero provate tutte le terapie convenzionali, poi i farmaci sperimentali e la dieta chetogenica, ma la malattia avanzava inesorabile. Tanto che Charlotte, dopo pochi anni, fu costretta ad alimentarsi con un sondino e muoversi in sedia a rotelle, fiaccata da oltre 300 crisi convulsive a settimana. I dottori suggerirono il coma indotto, per dare respiro al suo corpo indebolito. Fu nel 2011 che Paige e Matt Figi, sfiniti dalla lotta della figlia, vennero a sapere di un altro bimbo con la stessa patologia che sembrava beneficiare di un particolare composto della Cannabis e decisero di somministrarlo alla figlia. Ciò che osservarono fu eccezionale: le convulsioni scomparvero quasi completamente dopo trenta giorni. E nel giro di venti mesi, Charlotte non aveva più bisogno di gran parte degli altri farmaci antiepilettici: ricominciò a camminare, andare in bici e giocare con la sua sorella gemella Chase.
L'estratto dalla Cannabis che secondo i genitori salvò la vita a Charlotte è il Cannabidiolo (o Cbd), uno degli oltre 100 cannabinoidi finora identificati ed estratti dalla pianta di Cannabis Sativa. A differenza del suo "cugino high" - il Delta-9-tetraidrocannabinolo (o Thc) - non è psicotropo e dal 2017 è considerato dall'Oms "sostanza non stupefacente adatta all'uso medico". Se la storia della piccola Charlotte Figi ha oltrepassato i confini del Colorado è grazie a un documentario della Cnn pensato nel 2013 dal neurochirurgo Sanjay Gupta. Charlotte purtroppo non c'è più dall'aprile scorso, ma la sua esperienza ha portato molti malati a chiedere il pieno riconoscimento del cannabidiolo come trattamento, rivoluzionando di fatto l'intero panorama della cannabis medica.
A distanza di pochi anni, il fitocannabinoide ha conquistato una parte più ampia di consumatori (non solo coloro che l'assumono per necessità) ed è diventato un autentico trend-topic salutistico. Creme, integratori, infusi, e-cig, cristalli, shampoo, oli, orsetti gommosi: il mercato si è sbizzarrito presentando la molecola come un antidoto universale per ogni malanno. Ma si sa: i proclami del marketing e la realtà scientifica viaggiano su strade tanto parallele quanto destinate a non incontrarsi mai. Se sono state infatti dimostrate nel tempo l'azione ansiolitica, analgesica, antiepilettica o sonnifera del Cbd, prima di considerarlo alla stregua di un medicinale per trattare condizioni specifiche servono conferme che solo ricerca e sperimentazione possono dare.
Esistono prove millenarie che testimoniano l'uso terapeutico dei derivati della cannabis, ma i primi dati scientificamente rilevanti sul Cbd arrivano nella seconda metà del secolo scorso. Nel 1963 Raphael Mechoulam, un professore di chimica della Hebrew University di Gerusalemme, considerato il padre della ricerca moderna sulla cannabis medica, individuò la struttura molecolare del cannabidiolo. Pochi anni più tardi, nel 1978, il gruppo guidato da Mechoulam pubblicò un trial clinico che dimostrava per la prima volta l'effetto antiepilettico del Cbd. A poco più di quarant'anni dalle prime ricerche di Mechoulam, l'unico medicinale a base di Cbd approvato oggi - sia dall'europea Ema che dalla statunitense Fda - cura proprio l'epilessia: Epidiolex di GW Pharmaceuticals. O meglio, il farmaco mira a ridurre l'insorgenza delle convulsioni associate a due rare forme di epilessia farmaco-resistente che esordiscono in età infantile: la sindrome di Lennox-Gasteaut e quella di Dravet, la patologia che colpì Charlotte Figi.
L'epilessia è uno dei disturbi neurologici più diffusi al mondo con 70 milioni di malati, circa un terzo dei quali mostra resistenza alla terapia (principalmente sintomatica) con anticonvulsionanti. Epidiolex ha superato nel 2018 le tre fasi della sperimentazione clinica, forte dei trial del professor Orrin Devinsky, direttore del Comprehensive Epilepsy Center della New York University. Ricerche ispirate anche dalla battaglia di Charlotte - come lo stesso Devinsky ha più volte dichiarato - i cui risultati hanno dimostrato efficacia e sicurezza del cannabidiolo. Nel dettaglio, in un primo studio i soggetti trattati ogni giorno con dosi da 5 a 50 mg per kg di peso, riducevano del 36% gli episodi convulsivi, mentre in una successiva ricerca (a doppio-cieco controllato con placebo, in cui nessuno sa chi assume il placebo e chi il principio attivo), con 10-20 mg la frequenza calava fino al 42%.
"In alcuni bambini le convulsioni sono addirittura sparite del tutto", sottolineava Devinsky dinanzi a risultati tanto eccellenti. Ma in quale modo il cannabidiolo riuscirebbe a placare l'epilessia farmaco-resistente? A spiegarlo è il professor Pasquale Striano, medico epilettologo e neurologo pediatra dell'Istituto Gianna Gaslini di Genova, tra i maggiori esperti italiani sulle encefalopatie epilettiche dell'età evolutiva e sugli effetti terapeutici del Cbd in quest'ambito. "Si tratta di una molecola che ha meccanismi d'azione non convenzionali rispetto alle cure standard - osserva Striano - il Cbd agisce su due recettori specifici: il GPR55, che se inibito ha effetti anticonvulsivi, e il TRPV1, recettore della capsaicina - ingrediente attivo del peperoncino rosso e potente disinfiammante - anch'esso coinvolto nella modulazione delle crisi epilettiche". A ribadire l'azione antiepilettica del cannabidiolo, c'è un recente studio del gruppo guidato da Striano al Gaslini in cui, dopo un follow-up di 24 settimane, il 73% dei pazienti curati con cbd puro per via sublinguale riportava una significativa riduzione delle convulsioni, mentre il 19% addirittura azzerava gli episodi. Come si spiegano questi dati estremamente incoraggianti? "Il cannabidiolo somministrato per bocca, come nei trial Usa, ha una biodisponibilità dal 4 al 10% (vuol dire che oltre il 90% viene smaltito ndr), mentre per via sublinguale sale all'80-85%", risponde Striano. E ciò permette dosaggi più generosi.
Il primo farmaco a base di Cbd è stato approvato pochi mesi fa da Fda anche per il trattamento dell'epilessia associata alla sclerosi tuberosa complessa (Tsc), una malattia genetica che colpisce 1-2 milioni di persone al mondo e 1 su 6000 nuovi nati. Sintomo principale: le convulsioni, che si presentano nell'80% dei casi e quasi sempre nella prima infanzia. Sono numerose le prove cliniche a supporto della cura per la Tsc. Tra le principali c'è un trial controllato randomizzato messo a punto da Elizabeth Thiele, professoressa di Neurologia alla Harvard Medical School. Dei 224 pazienti trattati con Cbd (25-50 mg per kg di massa corporea al giorno), "il 48-49% ha ridotto significativamente gli episodi nelle 16 settimane di osservazione", si legge nelle conclusioni.
L'epilessia resistente è senza dubbio una delle applicazioni più concrete del cannabidiolo, ma ha solo vantaggi oppure ci sono limiti? "C'è un equivoco che va chiarito - avverte Striano - il Cbd non è il più efficace degli antiepilettici, e soprattutto bisogna combattere l'idea sbagliata che si tratti di un prodotto natural, 'che fa meno malè. Si tratta al contrario di un farmaco con un alto profilo di sicurezza e tolleranza, che può essere prescritto da uno specialista epilettologo nei casi in cui il paziente abbia provato almeno due antiepilettici senza risultato". Come è stato ribadito al congresso nazionale della Lega Italiana contro l'Epilessia (Lice), c'è evidenza che farmaci a base di cbd puro possano essere efficaci in forme di epilessia anche diverse da quelle legate alla Lennox-Gasteaut e alla Dravet. "Un discorso che potremmo estendere potenzialmente a tutte quelle malattie in cui c'è un'infiammazione cronica di basso livello come il disturbo del sonno, la sindrome metabolica o l'asma - aggiunge Striano - ma al momento l'indicazione di usarli è limitata alle patologie per cui sono stati approvati".
Insieme all'epilessia, uno dei campi d'azione più interessanti del cannabidiolo, è quello dei disturbi psicotici, in particolare la schizofrenia e le psicosi schizofreniformi. La prima è un disturbo mentale caratterizzato dall'alterazione delle funzioni cognitive, comportamentali, comunicative e percettive. Colpisce 20 milioni di persone ed è trattata anche con psicoterapia. Già nel 1995, Mechoulam descrisse i miglioramenti dei sintomi di un paziente schizofrenico trattato con dosi elevate di Cbd.
Allucinazioni, deliri, manie e pensiero disorganizzato sono i sintomi più comuni detti 'positivi', ovvero non presenti in individui sani; quelli "negativi" al contrario, includono apatia, deficit dell'attenzione e compromissione dei rapporti interpersonali. Dopo gli studi di Mechoulam, si sono susseguite varie pubblicazioni, quasi tutte case-report (analisi su singoli o pochi casi ndr), mentre sono pochissimi gli studi con placebo, che però confermerebbero una certa azione antipsicotica del cannabidiolo. Due i più rilevanti: il primo, in cui il team di ricerca diretto da Markus Leweke, del Central Institute of Mental Health di Mannheim, ha confrontato lungo 4 settimane gli effetti del Cbd puro con quelli dell'Amisulpride, un potente antipsicotico. "Entrambi i farmaci alleviavano i sintomi - afferma Leweke - ma il Cbd ha mostrato un profilo di tolleranza migliore, minor perdita di peso e sintomi come distonia, tremori e rigidità".
Con questa pubblicazione, definita dalla comunità scientifica 'rivoluzionaria", Leweke e colleghi hanno offerto anche una prima spiegazione del meccanismo d'azione del Cbd come antipsicotico: i pazienti trattati mostravano livelli più elevati di anandamide, un endocannabinoide prodotto dal nostro organismo, che in effetti proteggerebbe dalle psicosi. Il secondo vasto studio messo a punto dal professor Philip McGuire dell'Istituto di Psichiatria, Psicologia e Neuroscienze del King's College di Londra, ha testato per la prima volta il fitocannabinoide come coadiuvante delle terapie standard con antipsicotici. "Dopo sei settimane di follow-up - scrivono i ricercatori - il gruppo Cbd ha diminuito i sintomi positivi sulla base della scala Panss (Positive and Negative Syndrome Scale, la scala di valutazione che ne misura la severità, ndr)". Nonostante i dati incoraggianti di Leweke e McGuire, la comunità scientifica non è ancora convinta fino in fondo dei benefici Cbd contro le psicosi.
Uno studio placebo-controllato del 2018 seguì lungo sei settimane pazienti trattati con antipsicotici convenzionali. Il gruppo curato con cannabidiolo in aggiunta (600 mg/giorno) non mostrava miglioramenti significativi secondo la scala Panss o sulla performance cognitiva. L'opinione degli esperti è chiara: da un lato sono ancora pochi i trial controllati, e dall'altro le dosi impiegate negli studi clinici e preclinici sono troppo diverse tra loro e spesso 'sporcatè da tracce di Thc. In altre parole, le evidenze sull'efficacia del Cbd in campo psichiatrico sono ad oggi incomplete.
In cima alla lista degli impieghi terapeutici del cannabidiolo (e della cannabis medica in generale) c'è senza dubbio il trattamento del dolore. Specie il dolore neuropatico, generato da un danno o una patologia del sistema nervoso centrale o periferico, che colpisce tra il 7 e il 10% della popolazione mondiale. Responsabili principali sono neuropatie come quella diabetica, quella periferica causata da trattamenti come radio o chemioterapia, il dolore post-ictus oppure la sclerosi multipla. Le terapie farmacologiche attuali riescono a garantire solo alla metà dei pazienti una riduzione significativa del dolore.
Se l'azione analgesica del Cbd non è ancora stata riconosciuta per intero, dopo anni di esperienza clinica, la cannabis medica è senz'altro un'arma in più a disposizione dei terapisti del dolore. Ma come lo allevia? "Il Cbd agisce su recettori che mediano la trasmissione del dolore e l'infiammazione - spiega Gabriella Gobbi, professoressa di Psichiatria alla McGill University di Montreal - così come su almeno uno dei recettori della serotonina, il 5-HT1A".
Con il suo gruppo del Brain Repair and Integrative Neuroscience, Gobbi ha dimostrato che il cannabidiolo esercita sul cervello un effetto fisiologico del tutto simile a quello degli inibitori selettivi del reuptake di serotonina (SSRI), usati per trattare la depressione.
"A pochi giorni dall'assunzione, si mette in moto la desensibilizzazione del 5-HT1A e il conseguente aumento della trasmissione serotoninergica, proprio come accade con gli SSRI". Ma se non ci sono ancora evidenze soddisfacenti a supporto di un vero e proprio effetto antidepressivo del cbd, il team coordinato da Gobbi ha notato in test preclinici che piccole dosi sarebbero in grado di ridurre il dolore neuropatico, così come l'ansia. Il Cbd offrirebbe così un trattamento alternativo ad oppiodi e Thc; "una soluzione non certo egualmente efficace - precisa Gobbi - ma senza quegli effetti collaterali". Insomma, i riscontri preclinici su dolore e infiammazione cronica sono incoraggianti, anche se sono ancora pochi i trial clinici placebo-controllati.
Un'ultima analisi su malati di artrosi ha testato un gel al cannabidiolo. "Chi l'ha ricevuto ha ridotto il dolore di più rispetto al gruppo placebo", conclude la pubblicazione. In definitiva, le evidenze sembrerebbero sostenere l'uso del fitocannabinoide come attenuante del dolore, ma fino a che punto? "Non sbaglieremmo a dire che il cannabidiolo ha delle potenzialità per trattare il dolore neuropatico, l'infiammazione e tutti quei disturbi dell'umore spesso in comorbidità - replica Gobbi - ma per stabilirlo è necessaria ulteriore sperimentazione".
Ridurre lo stress, rilassarsi e dormire meglio sono le ragioni principali per cui nel mondo ci si affida al cannabidiolo. È così per il 43-65% dei consumatori secondo una recente indagine. E non è un caso: la sua azione sui disturbi dell'ansia, del sonno e del panico è ben documentata, con vari studi, pochi però quelli placebo-controllati. A dare il principale contributo è Antonio Zuardi, professore di Neurologia e Psichiatria all'Università di San Paolo. Con una prima analisi, il suo gruppo ha confrontato diversi dosaggi di cbd su 40 individui senza disturbi d'ansia diagnosticati che a turno dovevano parlare in pubblico di fronte agli altri partecipanti. Dopo il breve discorso, gli scienziati hanno misurato frequenza cardiaca e pressione arteriosa, per poi valutare tramite standard internazionali i livelli di stanchezza e debolezza. "La dose intermedia di 300 mg ha migliorato notevolmente i sintomi soggettivi dell'ansia - conclude la pubblicazione - al contrario di quelle minima e massima (100 e 900 mg), dimostrate meno efficaci". Nessun dosaggio ha però mostrato benefici sui parametri fisiologici. Risultati analoghi sono stati individuati per pazienti con disturbi d'ansia sociale.
Per quanto riguarda invece l'azione sonnifera, uno studio su 72 pazienti adulti di una clinica psichiatrica di Denver ha sperimentato capsule di Cbd da 25 mg in aggiunta ai trattamenti standard per disturbi del sonno e ansia. Nelle conclusioni, il lead-author Scott Shannon del Dipartimento di Psichiatria dell'Università del Colorado, scrive: "il 79% dei partecipanti ha visto ridurre l'ansia nel primo mese, e il 67% ha migliorato la qualità e i parametri del sonno". Ma in letteratura esistono anche alcuni trial il cui obiettivo finale era dimostrare l'effetto tranquillante del cbd, che hanno però fallito nel loro scopo. Molti ricercatori stanno oggi esplorando la molecola come calmante dell'ansia legata a disturbi dello spettro autistico (ASD). Il professor Devinsky ha condotto un primo studio su 15 suoi pazienti (5 dei quali epilettici), con diagnosi da ASD. Secondo i risultati, il trattamento sarebbe in grado di alleviare aggressività, irritabilità e iperattività associata allo spettro. "I genitori dei bambini spesso chiedevano di continuare con il Cbd anche senza miglioramenti nell'epilessia - nota Devinsky - semplicemente perché dormivano meglio ed erano più calmi".
Un'applicazione forse più giovane del cannabidiolo, è quella in ambito oncologico. Premessa fondamentale: allo stato attuale non esistono studi clinici su larga scala che dimostrino i benefici del Cbd sul cancro. Nonostante ciò, da un lato il fitocannabinoide trova sempre più riscontro nelle terapie come cura palliativa, e dall'altro la medicina ne sta dimostrando - con vari test su animali e cellule umane - l'efficacia anti-tumorale come coadiuvante ai chemioterapici classici. In Italia Massimo Nabissi, professore e ricercatore presso il Dipartimento di Medicina Sperimentale e Sanità Pubblica dell'Università di Camerino, è tra i maggiori esperti sulla combinazione tra chemioterapici e cannabinoidi e sui benefici che questi potrebbero avere, in particolare nel glioblastoma e mieloma. "Fino al 2019 gli studi erano piccoli e disegnati in maniera diversa (con dosaggi, posologie ed endpoints non omogenei, ndr) - commenta Nabissi - ma dall'anno scorso Australia e Nuova Zelanda hanno aperto un reclutamento per studi clinici larghi". Una prima sperimentazione su pazienti con mieloma multiplo è cominciata da poco anche in Israele, proprio sulla base dei risultati incoraggianti tratti dal lavoro di Nabissi e colleghi.
La ricerca insomma è in moto, ma la pratica clinica ha già fatto qualche (prudente) passo avanti. All'avanguardia nei trattamenti con Cbd e con cannabis terapeutica, sono l'Istituto Europeo di Oncologia, così come la Fondazione Umberto Veronesi, che lo prescrivono sia in fase precoce che avanzata, per alleviare vomito, nausea, inappetenza e dolore senza gli effetti indesiderati degli oppiacei. E non è tutto. "Evidenze preliminari - prosegue Nabissi - ci dicono che in combinazione con i chemioterapici, il Cbd non ha effetti negativi e anzi può esercitare un'azione amplificante della cura classica. Ciò è stato visto sia per il mieloma, che per i tumori al cervello, pancreas ed endometrio". Alcune analisi hanno anche sondato l'azione di rallentamento della crescita del cancro. "In fase preclinica, sia a livello di cellule tumorali che in modelli animali, c'è forte evidenza che il Cbd, talvolta accoppiato al Thc, possa interagire negativamente sulla crescita dei tumori", chiarisce Nabissi. In particolare sembra in grado di contrastare processi caratteristici della formazione, che vanno dall'angiogenesi, ovvero la crescita di nuovi vasi sanguigni dai tessuti circostanti, alla formazione di metastasi. Come? "Il meccanismo è ancora poco chiaro, ma si è visto che induce apoptosi (processo di morte cellulare programmata n.d.r.) nel tumore al cervello, così come necrosi nel mieloma".
Alcuni studi portati avanti da Sean McAllister del California Pacific Medical Center di San Francisco hanno dimostrato le stesse dinamiche nel carcinoma della mammella. La sperimentazione, che si è svolta con cellule in vitro, secondo McAllister "offrirebbe evidenze per un uso clinico futuro". È corretto quindi sostenere che in ambito oncologico, il cannabidiolo abbia mostrato risultati soddisfacenti in fase preclinica e aiuti già oggi - in combinazione con altri fitocannabinoidi - ad alleviare dolore, insonnia, nausea o ansia, conseguenze del cancro e delle sue terapie. "Ma c'è ancora molto da studiare su dosaggi, meccanismi d'azione, formulazioni e modalità di somministrazione, per sfruttarne appieno le potenzialità", conclude Nabissi.
La cannabis viene spesso descritta come porta d'ingresso verso l'abuso di sostanze più pericolose, ma ci sono evidenze preliminari che il cannabidiolo preso singolarmente abbia in realtà l'effetto opposto e aiuti a ridurre le probabilità di sviluppare dipendenze da cocaina e metanfetamine. Yasmin Hurd, direttrice dell'Addition Institute of Mount Sinai - tra i più importanti centri di trattamento delle dipendenze al mondo - ha cominciato a studiare il meccanismo con studi preclinici mirati. Dopo aver mostrato che le cavie murine con dipendenza da eroina cercano oppioidi con meno insistenza se trattate con Cbd, Hurd ha identificato la stessa dinamica nell'uomo. Con il suo team, ha messo a punto una ricerca su 42 consumatori abituali di eroina, con fino a tre mesi di astinenza. Il disegno dello studio è "duro", ma ha prodotto risultati incoraggianti: i ricercatori hanno esposto i partecipanti a siringhe e altri oggetti per le iniezioni e video che mostravano assunzioni di eroina. "Sono stimoli che provocano forte carving (desiderio irrefrenabile della sostanza n.d.r.)", spiega la neuroscienziata. Un fenomeno a cui si associano elevati livelli di cortisolo e frequenza cardiaca accelerata. "Rispetto al gruppo placebo, chi ha ricevuto Cbd ha ridotto significativamente il carving, così come gli indicatori fisiologici collegati", conclude Hurd. L'effetto si protraeva fino a 7 giorni dalla somministrazione. Ma i benefici del cannabidiolo nell'ambito delle dipendenze mitigherebbero anche i rischi legati alla cannabis stessa e in particolare al suo componente psicotropo: il Thc. È dimostrato come - su individui predisposti, specie se adolescenti - il tetraidrocannabinolo induca disturbi psicotici; un'importante analisi del King's College di Londra ha dimostrato che il Cbd agisce sul cervello in maniera opposta al Thc e ne allevia gli effetti psicotogenici.
Non è una panacea
La Scienza che sta dietro al cannabidiolo, come visto, esiste e in alcuni ambiti è assodata. Al di fuori di questi, la ricerca è ancora limitata e non ha certezze granitiche. Gli scienziati si sono chiesti se il fitocannabinoide fosse in grado di migliorare la vita ai malati di Parkinson, della malattia di Huntington, del morbo di Crohn e di vari altri disturbi. Per nessuna di queste condizioni sarebbe corretto oggi, sulla base delle evidenze, sostenere che il Cbd sia una valida cura. L'entusiasmo febbrile, che ha investito prima gli Stati Uniti per poi sbarcare in Europa, continua a presentarlo ai consumatori come la panacea di tutti i mali, balzando molto oltre ciò che oggi è scientificamente assodato. E così, il mercato del cannabidiolo ha superato i 2.8 miliardi di dollari nel 2019, ma lieviterà fino a 22-30 miliardi entro la metà di questo decennio secondo le stime più accreditate. Le aziende produttrici di e-cig, prodotti per la cura personale e alimentari cavalcano l'onda: preparati a base di Cbd sono disponibili ovunque. Ma a differenza del Cbd di grado farmacologico - che risponde a standard Gmp (good manufacturing product), viene purificato e poi certificato da enti regolatori come Aifa - gran parte di quello che si trova online o in negozi fisici è poco o per nulla controllato. E di scarsa qualità.
Occhio ai preparati
Nel 2017, Marcel Bonn-Miller ricercatore alla School of Medicine dell'Università della Pennsylvania ha analizzato gli estratti di cannabidiolo più acquistati. Solo il 31% recava sull'etichetta ciò che effettivamente conteneva, mentre il 21% era contaminato da concentrazioni di Thc 'intossicanti'. Nelle preparazioni sono state trovate tracce di pesticidi, metalli pesanti e solventi tossici rilasciati dai processi di estrazione. Occhio a ciò che si acquista quindi, specie se lo si fa senza prescrizione medica. Ma soprattutto, attenzione a non farsi sedurre dalle promesse mirabolanti; deprecabili, perché danno false speranze ai malati, o nella migliore delle ipotesi a consumatori poco informati. Per capire davvero tutte le potenzialità del cannabidiolo, alla comunità scientifica serve ulteriore ricerca. Dati che spieghino completamente i meccanismi d'azione, i dosaggi, l'efficacia e la formulazione più adatta a seconda della patologia. Riscontri che secondo tutti gli esperti interpellati, potremo trarre solo da trial randomizzati controllati con placebo: considerati il "gold standard" della sperimentazione clinica, ma anche i più costosi e delicati nella progettazione. In mancanza di questi, i benefici del cbd non ancora dimostrati saranno ostaggio di esperienze personali ed effetti placebo, che poco hanno a che spartire con il metodo scientifico. "L'essere umano diventa incauto quando pensa di vedere un disegno - conclude Orrin Devinsky - se tutti si convincono di qualcosa senza avere dati, la chiamo "religione". E io non vorrei che il cannabidiolo diventasse una sorta di religione per il consumatore medio".
di Victor Castaldi
Il Dubbio, 1 aprile 2021
Il governatore Cuomo: "Una legge contro la criminalizzazione delle minoranze". Consentito l'uso ricreativo. Fissato a 85 grammi il limite del possesso La prima conseguenza: cancellate migliaia di condanne penali. Crolla il muro di proibizionismo nella Grande mela. Lo Stato di New York ha infatti adottato una legge che legalizza l'uso della marijuana a scopo ricreativo. Una svolta storica che sottrae dalle mani della criminalità un business da milioni di dollari. Gli adulti di almeno 21 anni, è stabilito dal nuovo quadro normativo, potranno acquistare cannabis e persino coltivarne piante a casa per uso personale. Sarà consentito il consumo di erba in tutti i luoghi pubblici nei quali è permesso fumare tabacco, tranne che nelle scuole, nei posti di lavoro o all'interno delle automobili (come d'altra parte accade con l'alcol).
New York si unisce in questo modo ad altri 14 Stati americani e al Distretto di Columbia della capitale Washington dove è già consentito l'uso della marijuana. "Per troppo tempo, il divieto della cannabis ha preso di mira in modo sproporzionato le comunità di colore con pesanti pene detentive", ha dichiarato in una nota il governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo, confermando che firmerà senza dubbio la legge. "Questa legge storica rende giustizia alle comunità a lungo emarginate, abbraccia una nuova industria che farà crescere l'economia", ha aggiunto.
Secondo il New York Times, la nuova legge è infatti destinata anche a migliorare la situazione delle comunità latine e afroamericane, alle quali dovrebbe andare circa il 46 per cento dei proventi della vendita di marijuana. Inoltre, nel 2020 il 94 per cento delle persone arrestate a New York per possesso di cannabis era di colore. Il governatore, sotto pressione in questo periodo per le morti da Covid-19 nelle case di cura e per le accuse di molestie sessuali, ha fatto sapere anche che la legalizzazione della marijuana era una delle sue "prime priorità".
La legge fissa a 85 grammi il nuovo limite per il possesso personale, una quantità molto elevata che dovrebbe tranciare per sempre la distinzione tra spaccio e consumo. Ma, cosa più importante, lo Stato di New York cancellerà automaticamente le condanne penali agli individui sanzionati per reati legati alla marijuana, che da questo momento non saranno più considerati tali.
Secondo l'ufficio del governatore, inoltre, il nuovo provvedimento, come è già accaduto in altri Stati, darà un significativo impulso all'economia, al punto che si stima che potrebbe portare fino a 350 milioni di dollari di entrate fiscali annuali e creare decine di migliaia di posti di lavoro in tutta la nuova filiera. La Marijuana Regulation and Taxation Act (Mrta) istituisce contestualmente anche l'Ufficio per la gestione della cannabis (Ocm) e il Consiglio per il controllo della Cannabis, che si occuperanno di regolamentare l'industria della marijuana, Inclusa la sua tassazione che stando alle prime indiscrezioni dovrebbe aggirarsi intorno al 9%.
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