La Stampa, 3 aprile 2021
Per Mauro Palma non si può intervenire laddove i focolai di contagio si sono già sviluppati e serve un calendario certo. La strategia del Piemonte sulla vaccinazione dei detenuti non funziona. Lo denuncia il garante nazionale delle persone private della libertà, Mauro Palma, che ha bacchettato il presidente Alberto Cirio per i ritardi e la strategia seguita nelle vaccinazioni.
I due hanno avuto uno scambio epistolare che evidentemente non è piaciuto al garante che ha rilevato alcune perplessità. Innanzitutto - dice Palma - "perché non è assolutamente condivisibile una strategia che si basi sugli interventi laddove i focolai di contagio si sono già sviluppati". Come successo per esempio nelle carceri di Asti, Cuneo e Saluzzo citati dal governatore. "Ma anche perché tra le sue parole (di Cirio, ndr) non riesco a intravvedere date certe di avvio della fase di diffusa e capillare vaccinazione delle persone ristrette e di coloro che in carcere operano".
Il garante ha ricordato che in base al Piano Nazionale "polizia penitenziaria, personale carcerario e detenuti rappresentano categorie e setting prioritari "a prescindere dall'età e dalle condizioni patologiche". Posizione del resto opportunamente riportata dalla stessa ministra della Giustizia, proprio per chiarire la direzione della strategia adottata".
Il garante ha avvertito che ha intenzione di mantenere sotto controllo l'evolversi della situazione. "Evoluzione che sono certo sarà positiva e riporterà la Regione Piemonte in linea con quanto sta avvenendo nelle altre parti del territorio nazionale".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 3 aprile 2021
Cade un altro paletto del giustizialismo dopo la decisione della Corte Costituzionale di consentire ai detenuti ultrasettantenni di ottenere gli arresti domiciliari anche se condannati con l'aggravante della recidiva. La sentenza depositata l'altro giorno, di cui è relatore il giudice Francesco Viganò, ha infatti dichiarato incostituzionale la norma dell'ordinamento penitenziario che di fatto lo impediva. È una svolta che in Campania, secondo i dati diffusi dal garante regionale Samuele Ciambriello, potrebbe potenzialmente far aprire le porte del carcere per un centinaio di detenuti, mentre in tutta Italia se ne contano 851.
Il condizionale è d'obbligo perché sarà comunque la magistratura di Sorveglianza a valutare ogni singolo caso e stabilire di volta in volta se il condannato sia o meno meritevole di accedere alla misura alternativa, tenuto conto anche della sua eventuale residua pericolosità sociale. La sentenza della Consulta è comunque destinata a segnare un percorso. "Più che un grande elemento di novità, questa sentenza va nella linea seguita dalla Corte costituzionale di ritenere illegittimi meccanismi di esclusione automatica di misure alterative, come quella della possibilità della detenzione domiciliare per ultrasettanetenni condannati con recidiva", spiega Francesco Marone, docente di Diritto costituzionale all'università Suor Orsola Benincasa di Napoli.
La norma dell'ordinamento penitenziario che la Consulta ha annullato era troppo punitiva perché faceva riferimento alla recidiva semplice e neanche legata alla sentenza in esecuzione. Ha dunque prevalso la tesi per cui la recidiva è determinante ai fini della quantificazione della condanna da infliggere, ma non anche rispetto alle ragioni che potrebbero giustificare l'espiazione della pena in detenzione domiciliare.
"Un elemento da sottolineare - aggiunge il professor Marone - è che la sentenza della Corte Costituzionale ripristina la discrezionalità del giudice. Vuol dire che non c'è un automatico diritto degli ultrasettantenni a scontare la pena ai domiciliari, ma c'è il potere discrezionale del magistrato di Sorveglianza di valutare se ricorrono o meno le circostanze per decidere se concedere al condannato anziano il beneficio della misura alternativa.
In altre parole la sentenza della Corte Costituzionale non crea alcun automatismo, semplicemente rimuove un automatismo contrario". Restano tuttavia esclusi i casi di reati che generano maggiore allarme sociale: "La parte dell'articolo 47 ter dell'ordinamento penitenziario che viene annullata è solo quella che fa riferimento alla recidiva - spiega Marone - ma tutta la parte che fa riferimento ai condannati per reati di mafia o contro la libertà sessuale, ai delinquenti abituali o per tendenza, non viene toccata". A ogni modo è un nuovo passo verso il rispetto del valore costituzionale della pena.
"Questa sentenza va infatti nella direzione giusta - commenta il docente di Diritto costituzionale - Il tema dello sviluppo delle misure alternative alla detenzione è la strada sensata da seguire, che poi era quella individuata dal ministro Andrea Orlando all'epoca del governo Gentiloni: quella riforma aveva bisogno solo dei decreti attuativi ma fu abbandonata dal governo successivo. Sicuramente la soluzione per rendere le pene più umane e più aderenti al fine rieducativo non è quella di tenere gli ottantenni in carcere".
L'obiettivo da raggiungere è la garanzia di una pena umana e finalizzata alla riabilitazione sociale. "La previsione per un condannato anziano di poter scontare la pena in detenzione domiciliare risponde a una duplice esigenza che fa riferimento alla duplice caratteristica della pena prevista dall'articolo 27 della Costituzione: umanità e fine rieducativo.
Da un lato - conclude Marone - si presume che ci sia una minore pericolosità sociale del condannato anziano e, dall'altro, che l'avanzare dell'età renda sempre più faticoso il suo soggiorno in carcere. Per i condannati anziani, quindi, il fine rieducativo passa in secondo piano rispetto al fatto che la pena non sia contraria al senso di umanità".
di Giulia Beneventi
Il Resto del Carlino, 3 aprile 2021
L'Ausl fa il punto sulla situazione dopo il nostro servizio: tre dei trasferiti in ospedale si sono stabilizzati, uno invece preoccupa Il virus continua a colpire duramente il carcere reggiano. Dopo il nostro scoop sui 74 detenuti risultati positivi e 2 ricoverati, ieri è emerso che altri due carcerati sono stati ricoverati in ospedale. In tutto quindi i casi che si sono aggravati sono quattro. Due sono stati ricoverati in pneumologia, altri due nel reparto infettivi del Santa Maria Nuova.
"Per tre di queste persone le condizioni di salute si sono stabilizzate - ha dichiarato ieri il direttore del presidio provinciale, Giorgio Mazzi. Un caso invece resta abbastanza grave". Quella della Pulce è una circostanza che rimanda a situazioni purtroppo note, contesti comunitari in cui il virus si espande rapidamente, in maniera implacabile. Su circa 350 detenuti 90 sono stati contagiati, mentre su 120 dipendenti della Polizia penitenziaria una cinquantina, tra isolamenti e quarantene, sono fuori servizio.
Tra l'altro, in questa fase della campagna il personale del carcere ha diritto al vaccino: stando a quanto dichiarato dalla dirigenza Ausl, le somministrazioni di AstraZeneca alle forze dell'ordine sono quasi al completo. Tranne, appunto, la polizia penitenziaria, che conta solo 35 vaccinati e su cui si sta registrando un consistente ritardo proprio in conseguenza al focolaio Covid.
Bisognerà aspettare che i non-contagiati concludano il periodo di isolamento precauzionale e valutare la vaccinazione posticipata per chi ha contratto il virus e, quindi, sarà per diversi mesi naturalmente immune. La vicenda che sta travolgendo il carcere in questo periodo ha però anche aperto un capitolo spinoso.
Le familiari di due detenuti, ora ricoverati, hanno raccontato di essere rimaste all'oscuro di cosa stesse succedendo. Già da una decina di giorni non avevano notizie, rispettivamente del padre e del marito, e hanno scoperto del ricovero solo diverse ore dopo. Hanno poi descritto la struttura come "fatiscente, con topi ovunque, infiltrazioni e cure inesistenti", in cui i detenuti sono tenuti "in isolamento assieme ad altri potenziali positivi al Covid, quasi ammassati".
Accuse prontamente smentite da Giovanni Battista Durante, segretario generale della Sappe (sindacato della polizia penitenziaria). Ieri tuttavia i rappresentanti di Fp Cgil, Fns Cisl e Uil Pa hanno incontrato il sindaco Luca Vecchi e il prefetto, Iolanda Rolli, per riferire "la gravissima situazione dei contagi esplosa all'interno del carcere" scrivono in una nota, dove si parla però di sei ricoverati tra i detenuti.
I sindacati hanno messo l'accento sulle "problematiche a livello organizzativo", come l'assenza di protocolli chiari e i ritardi nella fornitura di dispositivi di protezione. La mancanza più significativa, segnalata nel corso dell'incontro, riguarda "un'adeguata organizzazione della presenza sanitaria in carcere, col presidio di dirigenti sanitari che possano efficacemente mettere in pratica i protocolli e le disposizioni che l'Ausl ha predisposto per contenere i focolai". I numeri dei casi positivi e dei ricoverati forniti dai sindacati non coincidono poi con quelli dell'Ausl: 6 in ospedale e cento contagiati.
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 3 aprile 2021
Il viaggio etno-musicale di Joe Perrino dentro gli istituti penitenziari della Sardegna. E il libro di Sergio Abis, "Chi sbaglia paga", con le lettere dei detenuti a don Ettore Cannavera, fondatore della comunità La Collina. Le prigioni dell'isola sono ormai utilizzate come un confino: per esempio ad Arbus Is Arenas e Onanì gli stranieri sono circa il 78%, rispetto a una media nazionale del 32%.
Please Governor Neff mi lasci libero. E il Governatore del Texas Pat Morris Neff, effettivamente lo lascio liberò e lo graziò. Eravamo negli anni Trenta del secolo scorso. Senza i blues di Leadbelly non ci sarebbe stata buona parte della musica folk e rock dei decenni successivi. E senza il viaggio etnomusicale di John Lomax e di suo figlio Alan nessuno avrebbe avuto modo di assaporare quei blues di Leadbelly che parlano all'anima. La Library of Congress aveva incaricato i Lomax di registrare la musica degli Stati Uniti del Sud, che fino ad allora si tramandava oralmente e rischiava di andare perduta. John Lomax capì che le prigioni negli anni Trenta americani erano posti preziosi dove si potevano incontrare biografie musicali meravigliose, proprio come quella di Leadbelly.
Altrettanto straordinario è il viaggio etno-musicale di Joe Perrino in Sardegna in giro per le dieci carceri dell'isola. Un viaggio che per ora è un disco - "Canzoni di malavita n. 3. Per grazia non ricevuta" - ma che diverrà a breve anche un film girato insieme a Giovanna Maria Boscani, artista musicale sassarese. Joe Perrino, rocker cagliaritano, diciotto dischi sulle spalle, ha dato vita a un eccezionale progetto di recupero di una tradizione musicale che nasce dietro le sbarre, così raccogliendo e tramandando racconti di vita, gelosie, lamentele, sogni, frustrazioni. In alcuni casi ha fatto proprio la stessa cosa dei Lomax, ossia è andato a recuperare una tradizione musicale galeotta che fino ad allora non aveva mai avuto occasione di diventare testo scritto e cantato da non detenuti. Joe Perrino ha sia tradotto in canzoni scritti, disegni, dipinti e piccole sculture di detenuti dai quali ha estrapolato il cuore pulsante, ha sia restituito vita a brani tradizionali, come nel caso della traccia Milano-Livorno-Binario 21.
"Annuncio ritardo: sono quasi due ore, il treno non parte, chiedo a un passante cosa è successo, un drogato è morto nel cesso". Una canzone che racconta di un ragazzo che dalla Sardegna finisce a Milano. A lui gli è andata male a causa dell'eroina. Quell'eroina che ti portava a dire che la prima volta era bello. "Gli è andata male con la fortuna. Rubava non per quattrini. Gli spacciatori bastardi e assassini". Una canzone che nel cuore degli anni Settanta era cantata dai gruppi anarchici milanesi.
In Ricominciare da capo c'è invece un riassunto di emozioni di vita carceraria: la paura del dopo, il dolore, la non rassegnazione, la naturale ricerca della felicità di chi ora sta dentro, ma poi starà fuori. Non c'è auto-commiserazione né esaltazione di violenza, ma solo vita vera, fatta di sentimenti di vendetta non sopiti. Si percepisce lo scorrere inesorabile, lento, tragico, ripetitivo, ossessionante del tempo. "Sono rinchiuso in una cella dimenticato. Viene l'inverno. Il freddo che morde. Tristi pensieri... Arriva l'estate, affaticato stanco e sudato mentre il borghese si gode la vita".
Tempo e spazio sono categorie classiche che definiscono la pena moderna. Il tempo e lo spazio della prigione si ritrovano in questa raccolta musicale, terzo capitolo di un progetto che meriterebbe di diventare patrimonio bibliotecario pubblico così come avvenne per il lavoro di ricerca di padre e figlio Lomax nelle prigioni degli Stati Uniti del Sud.
Joe Perrino ha lavorato dal basso a una tradizione musicale che solo in parte è assimilabile alla musica neo-melodica napoletana o barese. Quest'ultima riesce meno a scavare nella zona grigia dei sentimenti, che non è fatta solo da espressioni dalle tinte forti, come quando il mio omonimo Patrizio, cantante morto per overdose a 24 anni a Napoli, scrive a canta che non vuole "l'attenuante minorenne, perché je l'aggio acciso comme a n'ommo gruosso".
Nelle storie cantate da Joe Perrino, al pari di quelle di Tom Waits in "Orphans: Brawlers, Bawlers and Bastards", c'è l'intensità della vita trascorsa in prigione; non c'è dunque solo l'affresco di un mondo criminale sublimato a mondo perfetto, fondato sulla cultura machista della violenza. C'è anche lo sguardo antropologico alla vita di galera. Per questo il progetto musicale di Joe Perrino è anche una via attraverso cui conoscere le dieci carceri sarde con i suoi due mila detenuti.
Finire in carcere in Sardegna non è come stare in continente. C'è l'isolamento forzato determinato dalla lontananza, dalla difficoltà di tenere in piedi legami affettivi, visto che non sempre sono lì reclusi i sardi di origine. La Sardegna, un tempo perché ci si mandava i terroristi e i mafiosi, ora perché è luogo privilegiato di trasferimento degli stranieri provenienti dalla terraferma, tende ad assomigliare a un confino. Vi sono istituti con una presenza percentuale di detenuti stranieri elevatissima; si pensi che ad Arbus Is Arenas e Onanì gli stranieri sono intorno al 78%, rispetto a una media nazionale pari al 32% circa.
Per capire cosa accade nelle carceri sarde e per conoscere un'alternativa possibile alla prigione quale pena, ci si può affidare oltre che a un disco, anche a un libro scritto da Sergio Abis, Chi sbaglia paga (Ed. Chiarelettere). Abis raccoglie le lettere scritte in un ampio arco di tempo dai detenuti a un sacerdote, don Ettore Cannavera, fondatore della Comunità "la Collina", a Cagliari. Le lettere dei detenuti a don Ettore costituiscono uno spaccato sociologico attraverso cui conoscere il carcere vero, che purtroppo tende a non coincidere con quello descritto nelle norme dell'ordinamento penitenziario. Il carcere reale è fatto di sofferenze, isolamento relazionale ed affettivo, disagio, paura, preoccupazioni stratificate, abbandono emotivo e sociale. Don Ettore gestisce nelle bellissime colline cagliaritane una comunità dove ragazzi, giovani adulti e non solo scontano parte della loro pena in misura alternativa alla detenzione.
Ho avuto la fortuna di trascorrervi alcune giornate insieme a don Ettore, ai suoi educatori e a i suoi ospiti. Si respira un'aria non di afflizione, sofferenza, abbandono, solitudine. La pena recupera così quel suo senso costituzionale che invece sembra tragicamente perso leggendo le lettere dei detenuti che ha così mirabilmente raccolto Sergio Abis. È un libro duro che tocca le corde anche di chi tante ne ha lette e tante ne ha viste. Don Ettore non è il classico sacerdote che raccoglie la confessione dei peccatori; lui è la speranza di uscita dal buio, verso quella che dovrebbe essere una riconversione ecologica della pena.
Un disco e un libro ci portano dentro le prigioni di quella bellissima terra che è la Sardegna. L'arte e la letteratura costituiscono una forma di conoscenza non scontata del reale, in quanto libere da schemi precostituiti e da stereotipi interpretativi. Joe Perrino e don Ettore Cannavera (la cui opera traspare dal lavoro di scrittura e di archivio di Sergio Abis) sono due volti bellissimi di una Sardegna che - va ricordato - è la terra di Zirichiltaggia, ossia di quella poesia in dialetto grazie alla quale Fabrizio De André ci ha condotto per mano nell'isola, facendoci scoprire l'umanità di luoghi che possono essere raccontati solo se intensamente vissuti.
di Maria Vittoria Corrado
gnewsonline.it, 3 aprile 2021
Nel giorno della vigilia di Pasqua, è stato presentato il trailer del cortometraggio cinematografico Stabat Mater. Il dramma poetico, liberamente tratto dalla raccolta Madri di Grazia Frisina, regia di Giuseppe Tesi, è interpretato da attori professionisti, tra i quali Melania Giglio e Giuseppe Sartori, e da dodici detenuti di diversa nazionalità, lingua e cultura della casa circondariale di Santa Caterina in Brana di Pistoia.
La scelta del testo, ispirato alla preghiera tradizionalmente attribuita a Jacopone da Todi, al teatro medievale e alla tragedia greca, intende dare voce a tutti coloro che solitamente non hanno la possibilità di esprimersi, simbolicamente rappresentati dal pianto della Vergine Maria. In tal senso, hanno potuto manifestare il proprio disagio un gran numero di attori detenuti, grazie alla presenza del Coro e della Corifea, suggeriti dall'opera quali controcanto all'azione. "Il teatro in carcere - ha dichiarato la guardasigilli Marta Cartabia nel giorno della Giornata mondiale del teatro, celebrata lo scorso 27 marzo - non è mero intrattenimento, riempitivo di un tempo vuoto, ma un'occasione significativa in un percorso di acquisizione di consapevolezza".
Le riprese dello Stabat Mater, partite prima dell'inizio della pandemia, hanno avuto come scenario l'interno del carcere toscano e alcuni luoghi caratteristici della provincia: la saletta anatomica dell'Ospedale del Ceppo, di architettura settecentesca, la fontana di Daniel Buren a Villa La Magia e la spiaggia della Lecciona in Versilia. Il progetto, promosso dall'associazione culturale Electra Teatro, punta a valorizzare la persona e lo sviluppo della sua autonomia, attraverso un percorso formativo che potenzi capacità creative e culturali dei singoli, con un'attenzione particolare al miglioramento del lessico linguistico dei detenuti stranieri, essenziale alla loro integrazione sociale e al necessario reinserimento nella cittadinanza attiva.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 aprile 2021
Per i medici questa condizione acuisce le sue patologie con il rischio di autolesionismo. Al carcere di Parma c'è un detenuto con problemi psichici - tanto da commettere atti autolesionistici come cucirsi la bocca - che da cinque mesi è in isolamento totale. Nonostante l'indicazione dei medici, è perennemente chiuso in cella, senza l'ora d'aria e attività trattamentali. Il caso è stato sollevato da Sandra Berardi, presidente dell'associazione Yairaiha Onlus.
Si chiama Carmelo Latino e risulta preso in carico dai servizi psichiatrici già dal 2009 con tali scompensi emotivi da rendere necessarie frequenti visite psichiatriche. Dalle relazioni mediche che l'associazione Yairaiha ha allegato nella segnalazione al ministero e Dap, si evince che il principale motivo di ansia e scompenso, da sempre ma acuitosi negli ultimi mesi, è l'ipotesi di dover condividere la cella con altra persona al punto che tutti gli specialisti che lo hanno visitato hanno sempre raccomandato la collocazione in cella singola. Latino si trova in isolamento, continuatamente, dall' 11 novembre 2020. Inizialmente l'isolamento è stato volontario in relazione alla comunicazione da parte degli agenti preposti che avrebbe dovuto "lasciare la sua cella e cercarsi un compagno", onde evitare discussioni che avrebbero potuto compromettere il precario equilibrio psichico, oltre che prendere un rapporto disciplinare.
Il 17 novembre gli viene comunicata una sanzione disciplinare con l'esclusione dalle attività in comune per 15 giorni. A questa ne sono seguite altre fino a determinare l'isolamento totale con l'esclusione dalle attività e dall'ora d'aria. "Uno stato di isolamento che ha esasperato oltremodo la fragilità psichica del sig. Latino che in data 3 febbraio è arrivato a cucirsi la bocca per riuscire ad essere ascoltato", osserva l'associazione Yairaiha.
Il 18 febbraio, il detenuto, durante un video collegamento, avrebbe avuto modo di far presente al direttore e a due funzionari dell'istituto i motivi del suo gesto estremo, ribadendo la necessità di stare in cella da solo, dato il conclamato disagio psicologico e chiedendo, contestualmente, di poter effettuare le ore d'aria anche da solo, sebbene non dovrebbe esserci nessun divieto di incontro con la restante popolazione detenuta.
La questione è seria. Dalle numerose relazioni mediche si evince che l'isolamento forzato sta determinando un acuirsi delle patologie psichiatriche pregresse con elevati rischi autolesivi. Tutti i medici che lo hanno visitato raccomandano "l'allocazione in cella singola (anche in sezione Iride) e la garanzia del mantenimento di tutti i diritti e possibilità (attività, ora d'aria e socialità) che il paziente aveva nella sezione ordinaria", e ancora: "Si ribadisce la necessità di allocazione in cella singola in sezione ordinaria al fine di ridurre l'irritabilità e gli elementi stressanti in paziente con fragilità di adattabilità, al fine di garantire il miglior adattamento possibile alla vita detentiva residua (fine pena 2025 con detraibilità)".
La Repubblica, 3 aprile 2021
Il Garante dei detenuti e la Camera penale: "Provvedere alla vaccinazione nel più breve tempo possibile". Il Garante dei detenuti del Comune di Parma, Roberto Cavalieri, e la Camera Penale di Parma con il suo Osservatorio carcere, in persona della responsabile avvocato Monica Moschioni, dopo essersi incontrati per un confronto circa le recenti notizie provenienti dal penitenziario, dal quale provengono dati che evidenziano un peggioramento della situazione sanitaria dovuta al focolaio Covid-19 attivato la scorsa settimana, hanno deciso di rendere pubblica l'informazione condivisa a tutela di coloro che accedono alla struttura e a sostegno delle iniziative per la prevenzione dell'ulteriore diffusione del contagio.
"Ad oggi i dati sul contagio da Covid-19 di detenuti e personale della Polizia penitenziaria manifestano un incremento tale da destare preoccupazione. Il numero dei detenuti ristretti al regime differenziato 41bis positivi è passato da 11 a 18, di cui uno risulta essere ricoverato nel padiglione Covid presso l'Ospedale maggiore. Anche in altri reparti detentivi risultano essere stati rilevati casi positivi, al momento 1 in Media sicurezza e 2 in Alta sicurezza. Quarantacinque sono, invece, gli agenti della Polizia penitenziaria ad oggi positivi.
Il quadro del focolaio oggi conta complessivamente 66 persone coinvolte e, considerate le caratteristiche della popolazione detenuta (240 persone detenute assegnate a Parma per motivi sanitari, persone anziane e spesso portatori di gravi patologie), il dato non può che elevare il livello di allarme.
Il Garante dei detenuti del Comune di Parma e l'Osservatorio carcere della Camera penale di Parma danno atto che il Direttore Valerio Pappalardo e la Direzione Sanitaria degli Istituti Penali, in persona del Dott. Faissal Choroma, hanno attivato tutte le necessarie misure per il contenimento del contagio, operando in coordinamento con il comandante Domenico Gorla, e nei confronti degli stessi si esprime sincero apprezzamento e solidarietà, soprattutto perché operano in condizioni decisamente critiche, dato l'elevato numero della popolazione detenuta.
Tuttavia è necessario che il processo di vaccinazione dei detenuti, che ad oggi ha riguardato solo 12 reclusi ultraottantenni, venga sostenuto dalla Sanità Regionale con maggiore determinazione, accelerando la somministrazione dei vaccini. La comunità penitenziaria conta circa mille persone tra detenuti e personale della polizia penitenziaria e, considerata la fragilità di larga parte dei detenuti, è atteso un segnale forte e deciso da parte della Sanità. Infine, i firmatari esprimono la propria vicinanza ai detenuti e alle loro famiglie, rendendosi disponibili per le eventuali necessità di informazioni, cooperando in tal senso con l'Amministrazione Penitenziaria".
di Daniela Preziosi
Il Domani, 3 aprile 2021
Alessandro Zan è il papà della legge sull'omotransfobia approvata a novembre alla Camera e ora ferma al Senato per i veti di Lega e FdI. "Salvini e Meloni dicono che una legge contro l'omotransfobia non serva. Eppure, quando abbiamo introdotto l'aggravante per l'istigazione all'odio contro i disabili, l'hanno votata. Per l'"abilismo" sì, per l'omotransfobia no? Che vuol dire?". Alessandro Zan, 45 anni, già presidente di Arcigay veneto oggi deputato Pd, è il primo firmatario della legge ferma al Senato per l'opposizione di Lega e FdI.
Onorevole Zan, lei sostiene che la Lega e FdI sono contrari solo all'aggravante per omotransfobia, e non a quella per l'odio contro i disabili contenuta nella stessa legge?
È evidente da come hanno votato. Nella legge l'abilismo segue gli stessi criteri dell'omotransfobia. Ma hanno votato a favore dell'aggravante per abilismo e contro quella per l'omotransfobia. Si contraddicono di nuovo quando parlano di "legge bavaglio": la libertà di espressione vale solo sui gay, o anche su tutto il resto?
Si spieghi...
La destra ha fatto ostruzionismo alla Camera, in commissione Giustizia, sostenendo che il testo limitasse la libertà di espressione. Poi, su sollecitazione di Lisa Noia di Italia viva, abbiamo inserito l'abilismo. Ed era giusto: per l'Unione europea i disabili sono uno dei gruppi sociali vittima dei crimini d'odio, assieme alle donne e alle persone Lgbt. Invece il razzismo e l'antisemitismo sono già coperti dalla legge Reale-Mancino. Sull'abilismo, dunque, hanno votato tutti. Quindi sui disabili va bene introdurre un'aggravante per il crimine d'odio nel codice penale, invece sull'omofobia no? Vuol dire che sono d'accordo sul principio, che è lo stesso, ma che non vogliono che le persone Lgbt abbiano una protezione.
Prendiamo sul serio le obiezioni della destra. Siete sicuri di non introdurre un reato di opinione?
Sicuri. È ribadito nell'art. 4 della legge: la libertà di espressione è garantita dall'Art. 21 della Costituzione. La cosa che viene punita è l'istigazione all'odio.
C'è chi sostiene che il sacerdote che dice che essere omosessuali è peccato potrà essere perseguito...
Non è vero.
O che la persona che dichiara di essere contraria alla gestazione per altri, che loro chiamano "utero in affitto", è perseguibile. Vero?
Ma no. Le opinioni sulla famiglia, né su qualsiasi altra cosa, non saranno mai un reato. Il tema è l'istigazione all'odio. Di fronte alle controversie sulla libertà di opinione, a partire dalla legge Mancino, la giurisprudenza, sia costituzionale che ordinaria, è intervenuta per chiarire la differenza: istigazione all'odio è quando un'espressione determina un concreto pericolo di discriminazione e di violenza nei confronti di un gruppo sociale. Se dico "sono contrario alla gravidanza per altri" non determino nessun pericolo. Se dico "i gay devono morire" è un'istigazione all'odio. La giurisprudenza ha fatto sentenze su sentenze, noi abbiamo solo esteso quella legge. Del resto c'è anche la Convenzione europea dei diritti dell'uomo che stabilisce, su casi singoli, che agire anche verbalmente mettendo in pericolo una persona o un gruppo sociale non è più libertà di espressione.
Se fosse stata già approvata, la sua legge sarebbe stata utile alla coppia di ragazzi presa a calci e pugni a Valle Aurelia qualche settimana fa?
Sì. Nella denuncia avrebbero avuto a disposizione un reato con un nome. Jean Pierre e Alfredo hanno raccontato che sono andati alla polizia e hanno denunciato che sono stati aggrediti perché si stavano dando un bacio. La risposta è stata: "Eeh? Cosa?". Insomma, lì per lì, hanno ricevuto una reazione un po' incredula. Ma il punto è che se al posto di questi ragazzi ce ne fossero stati altri, l'uomo che li ha pestati avrebbe reagito nello stesso modo. Perché il problema è che sono una coppia gay che si sta baciando. Diamo un nome alle cose, si chiama omofobia, sono stati aggrediti perché sono gay. E dunque, come per il razzismo e l'antisemitismo, serve un reato che dia un nome a quell'odio.
Dice Isabella Rauti che volete introdurre "l'ideologia gender". Cos'è?
Una loro ossessione, richiederebbe un approfondimento con competenze che non sono le mie. Cosa sia questa ideologia non lo sa nessuno, abbiamo capito solo che mistificano la realtà con le loro paure. Giorgia Meloni al Maurizio Costanzo Show ha detto che noi vogliamo far scambiare i vestiti ai bambini di sette anni per insegnare loro cosa sia l'omosessualità. Non so da dove le sia venuta questa fantasia. Ma è un pensiero volgare e inaccettabile nei confronti del lavoro di maestre e maestri per decostruire gli stereotipi che sono una delle cause delle discriminazioni e del bullismo. La mamma stira e il papà va a lavoro è uno stereotipo di genere. Decostruirlo non è mettere in discussione una persona o il suo orientamento sessuale. Perché un bambino che gioca con le bambole rischia di essere bullizzato? Riguarda anche i disabili: perché circola il pregiudizio che una persona diversa debba essere una persona da colpire. Gli stereotipi sono l'anticamera della violenza.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 3 aprile 2021
Vaccinarsi per Mario Draghi? Inocularsi il siero per i valenti Massimo Galli e Alberto Zangrillo? Ovvero, in ragione di un rito sociale e di una procedura sanitaria di affidamento all'autorità dello Stato e della scienza. Certo, nel profondo dell'individuo, la motivazione più forte poggia sulla valutazione del proprio personale interesse: se, dunque, il vaccino o qualsiasi altra terapia, faccia il mio bene oppure mi arrechi un danno.
È intorno a questi processi emotivi e mentali che si forma il consenso, o si manifesta il dissenso, a proposito delle strategie pubbliche contro il coronavirus. Natalino Irti, maestro di diritto civile, ha pubblicato un libro molto bello, "Viaggio tra gli obbedienti" (edito da La Nave di Teseo). È una sorta di diario dell'anno della pandemia dove l'autore, analizzando i rapporti interpersonali e le regole monastiche, le prescrizioni sanitarie e gli ordini militari, suggerisce argomenti per rispondere alla domanda: "perché obbedire?".
Irti, non dà una risposta netta, perché, così scrive "la domanda, nasce e rimane, all'interno della coscienza individuale", ma indica un percorso. Ciascuno di noi - di fronte all'inimmaginabile e all'inconoscibile del virus - si trova preso tra la tentazione di abbandonarsi a chi più sa e più può e quella di rompere le righe, saltare la fila, violare il coprifuoco.
In termini di psicologia sociale, tutto ciò si è manifestato attraverso una serie di comportamenti considerati come espressione dell'eterno e irriformabile carattere nazionale: sempre oscillante tra capacità di abnegazione e trasgressione individualistica, tra senso di responsabilità e moto anarcoide, tra coscienza civile e dileggio anti - istituzionale.
Nelle diverse forme di disubbidienza si avverte o una irriducibile renitenza umorale o - quando motivate da considerazioni giuridiche o filosofiche - l'affermazione dell'assoluta e irrinunciabile necessità del dubbio, come fondamento del pensiero critico. Opzioni degne del massimo rispetto quando non lesive dei diritti altrui e del bene pubblico, ma che sembrano sottovalutare le dimensioni della pandemia e i suoi tragici effetti per la collettività.
Eppure nella stragrande maggioranza gli italiani hanno osservato le regole, anche quando risultavano contraddittorie o cervellotiche. C'è una ragione di fondo, raramente dichiarata, eppure intensamente avvertita. Tutti gli Stati, in qualunque tempo e qualunque forma assumano, si basano su un vincolo primario: lo scambio tra protezione e ubbidienza.
Lo Stato garantisce la tutela dell'incolumità fisica e psichica dei cittadini e questi promettono l'osservanza delle regole. Su questo scambio si fonda la legittimazione giuridica e morale dell'autorità statale, la vita delle istituzioni e la stabilità dell'organizzazione sociale. Non è necessario compulsare Thomas Hobbes: basta un manualetto di scienza politica e l'esperienza quotidiana di ognuno. La possibilità di riconoscerci in una comunità, nelle sue leggi e nei suoi istituti, dipende direttamente dalla consapevolezza di essere protetti.
L'aver delegato il monopolio legittimo della forza agli apparati dello Stato giustifica l'affidamento a un'autorità in grado di difenderci dai nemici interni ed esterni. In altre parole, di fronte a una minaccia, chiediamo allo Stato di proteggerci da essa. È quanto accade, ancor più, in presenza della più insidiosa e inquietante delle minacce: il morbo.
Questo perché, la posta in gioco è costituita - e per tutti - da una questione di vita o di morte. È qui che, come scrive Irti, l'ubbidienza richiama una "regola che calando dal di fuori e dal di sopra, assume la vita dentro di sé e conferisce la forma del diritto".
È allora che l'ubbidienza chiama in causa "scelte tragiche" vaccinarsi o meno è, in realtà, la più semplice - che interpellano ciascuno di noi: ed è sempre allora che lavarsi coscienziosamente le mani diventa un atto di coscienza e, allo stesso tempo, un atto politico. La scelta di ubbidire, tuttavia, esige una precondizione: il riconoscimento e il rispetto rigoroso di quel diritto alla conoscenza, cui dedicò la sua ultima battaglia Marco Pannella.
Decreti della Presidenza del Consiglio dei ministri e prescrizioni sanitarie, divieti e obblighi, interdizioni e limiti, blocchi e chiusure, acquistano un senso - almeno un minimo senso - e producono ubbidienza, solo se accompagnati da un'adeguata informazione.
E Dio solo sa quanto essa sia stata assente o carente in questi lunghi mesi. L'informazione potrà essere contestata e contraddetta, e messa radicalmente in discussione, ma deve essere sempre offerta al cittadino cui si chiede responsabilità e lealtà. Solo in tal caso "l'individuo potrebbe riacquistare la libertà di obbedire, la libertà dell'ascolto e della personale decisione". (Ancora Irti).
di Andrea Palladino
Il Domani, 3 aprile 2021
Ascoltati e monitorati negli spostamenti di cronisti esperti di immigrazione come Nancy Porsia e Nello Scavo. Gli investigatori hanno così scoperto anche le fonti coperte da segreto professionale.
Sono centinaia le pagine di intercettazioni, trascritte e depositate nell'inchiesta sulle Ong della procura di Trapani, che riguardano i giornalisti. Nomi di fonti, contatti, rapporti personali, dati che il codice di procedura penale tutela come segreto professionale. Nelle carte dell'indagine contro la Jugend Rettet, Save The Children e Medici senza frontiere non c'è solo la caccia alle Ong. A finire nel mirino della polizia giudiziaria - lo SCO, la squadra mobile di Trapani e il comando generale della Guardia costiera - è anche l'informazione che dal 2016 racconta lo scenario delle morti per affollamento nel Mediterraneo centrale.
Il caso più eclatante riguarda Nancy Porsia, giornalista esperta di Libia. In una informativa del 24 luglio 2017, gli investigatori la definiscono "specializzata sulla migrazione" evidenziando che ha collaborato con molte testate italiane e straniere, tra le quali "Rai, Skytg24, La Repubblica, Arte, Ard, The Guardian".
È stata intercettata a lungo, almeno per un mese e mezzo, anche durante le telefonate con il proprio legale Alessandra Ballerini nelle quali riferiva la preoccupazione per le minacce ricevute dalle milizie libiche guidate da al-Bija. Alla sua attività di reporter è stato riservato un lungo dossier. Nel documento di 22 pagine - firmato SCO, squadra mobile e comando generale della Guardia costiera - ci sono fotografie, contatti sui social, rapporti personali e nomi di fonti in un'area considerata tra le più pericolose dell'africa del nord.
Nell'informativa i funzionari di polizia riportano i contatti di Porsia con altri giornalisti internazionali, i suoi movimenti e anche alcuni dati personali. L'intercettazione è stata richiesta ed autorizzata con la funzione di "positioning", ovvero con il tracciamento degli spostamenti dell'utente. In altre parole la giornalista è stata di fatto seguita telematicamente per lungo tempo. Sono state poi trascritte anche le telefonate di Porsia con altri giornalisti italiani, dove si parla della situazione libica e di come muoversi in quel contesto. Tutti dati assolutamente irrilevanti per le indagini in corso. Nancy Porsia non risulta mai indagata. Nella telefonata con il legale - che la legge vieta di trascrivere e divulgare, a tutela dei diritti della difesa - viene dichiarato apertamente il rapporto fiduciario. Nella sintesi della telefonata vengono anche riportati spostamenti al Cairo dell'avvocato Ballerini, attiva anche sul caso di Giulio Regeni.
Nancy Porsia - mentre era intercettata - è stata ascoltata a sommarie informazioni dagli investigatori. L'obiettivo era quello di raccogliere informazioni sulla Ong Jugend Rettet. Lei, nelle risposte, spiega di non avere informazioni particolari sull'organizzazione di Berlino e racconta la situazione dei migranti a Tripoli.
Riferisce anche di aver partecipato alla missione marittima di Medici senza Frontiere, specificando che la nave era sempre rimasta a ridosso delle 24 miglia dalle coste libiche, in acque internazionali. Porsia nel corso dell'interrogatorio ha spiegato agli investigatori di essere stata minacciata di morte da reti di smugglers per le sue inchieste. Ma su questo punto la polizia non approfondisce il tema nel corso dell'interrogatorio. Porsia al momento delle intercettazioni non era indagata. L'ascolto delle telefonate di testimoni è consentito, ma solo in casi eccezionali e per un tempo limitato.
Molti altri giornalisti sono stati intercettati indirettamente, mentre parlavano con rappresentanti delle Ong. Si trattava di un normale rapporto - spesso fiduciario - dei giornalisti che seguivano i flussi migratori provenienti dalla Libia con le proprie fonti. In molti casi nel corso delle telefonate viene fatto riferimento a testimoni o circostanze sensibili. L'inviato di Avvenire Nello Scavo, ad esempio, viene intercettato mentre parla con una sua fonte sulle modalità per ricevere un video che dimostra le violenze subite dai migranti in Libia. Nelle carte sono riportati anche i contenuti delle conversazioni della giornalista Francesca Mannocchi con esponenti delle Ong, dove si fa riferimento ai viaggi in Libia. Era il 2017, l'anno più difficile e complesso nel paese del nord Africa e i pochi reporter che si recavano a Tripoli correvano alti rischi.
È stato intercettato anche il cronista di Radio Radicale Sergio Scandurra, mentre chiedeva informazioni ad alcuni esponenti di organizzazioni umanitarie, impegnate in quei mesi nei salvataggi dei migranti. Negli atti sono poi finite diverse telefonate del giornalista del Fatto quotidiano Antonio Massari che raccontò nell'agosto del 2018 i rapporti tra gli operatori della Imi e Matteo Salvini. Anche in questo caso il cronista stava parlando con alcune fonti. Intercettati, infine, anche Fausto Biloslavo, del Giornale, e Claudia Di Pasquale, di Report. La giornalista della Rai è stata ascoltata mentre parlava con Nancy Porsia. L'ex ministro dell'Interno Marco Minniti, responsabile del Viminale all'epoca delle indagini e delle intercettazioni, interpellato da Domani, non ha voluto commentare.
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