di Andrea Ponzano
Il Riformista, 1 aprile 2021
Mario, Luca, Abdul e tanti altri. Abbiamo raccolto le voci dei reclusi di Rebibbia per raccontare questi lunghi mesi di pandemia in prigione, dove il virus ha insegnato una lezione già nota: tra quelle mura la Costituzione è solo un miraggio.
"Vorrei dormire per giorni, mesi interi e svegliarmi quando tutto sarà finito. A volte penso che se ci fosse una medicina per dormire un anno pagherei per averla, risparmierei tutta questa inutile sofferenza che non farà di me un uomo migliore, non uscirò da qui meglio di come sono entrato ma solo più cattivo".
di Samuele Ciambriello*
Il Riformista, 1 aprile 2021
Mi sono più volte espresso sia sui ritardi di funzionamento dell'Ufficio di Sorveglianza, in termini di tempi e di efficacia delle risposte da garantire ai detenuti, sia in termini di carenza di personale, condividendo le mie preoccupazioni in tal senso, nel febbraio del 2020, attraverso una lettera indirizzata all'allora ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
di Fabiano Massimi
Il Domani, 1 aprile 2021
Dei carcerati non si sa niente. Un anno fa, nelle stesse ore in cui il governo Conte decideva di rinchiudere in casa tutti i cittadini per salvarli dalla pandemia, in decine di prigioni italiane - Modena, Ascoli, Lecce, Foggia - scattò una rivolta con pochi precedenti e molti morti di cui ancora si discute. I detenuti incendiarono le celle, distrussero ali intere, fuggirono in massa.
A un anno di distanza parecchi istituti devono ancora riprendersi dalle ferite di quel giorno, eppure una cosa è tornata come prima: l'ignoranza generale su cosa sia e come funzioni il carcere in Italia.
di Marina Di Cagno
traileoni.it, 1 aprile 2021
Negli ultimi anni sempre più atenei hanno svolto un ruolo cruciale nella promozione dello studio universitario dei detenuti, facendo di un "diritto fantasma" una concreta e fruibile possibilità per i condannati alla pena carceraria. È in questo modo che si realizza pienamente il tanto auspicato fine della detenzione: il recupero della persona e il suo reinserimento nel tessuto sociale.
di Roberto Davide Papini
riforma.it, 1 aprile 2021
Alcuni interventi della ministra della Giustizia Cartabia, già presidente della Corte costituzionale, lasciano sperare in un futuro in cui il carcere non sia più l'unica possibilità per scontare una pena.
Una ventata nuova al ministero della Giustizia? Sembra di sì, anche se a partire da parole del passato (eppure attualissime e quanto mai urgenti) come quelle del tedesco Gustav Radbruch (filosofo del diritto vissuto tra la seconda metà dell'Ottocento e la prima del Novecento) riprese da Aldo Moro in un suo scritto giovanile: "Abbiamo bisogno non tanto di un diritto penale migliore, ma di qualcosa di meglio del diritto penale".
Parole che tornano a risuonare nel dibattito pubblico grazie alla nuova ministra della Giustizia, Marta Cartabia, durante il suo video-intervento al XIV Congresso delle Nazioni Unite a Kyoto, sulla "Prevenzione del crimine". La ministra (ex presidente della Corte costituzionale) ha confermato la sua grande attenzione al tema del carcere, ribadendo la necessità che il trattamento dei detenuti sia improntato all'idea della giustizia come riconciliazione. Cartabia ha insistito sull'importanza dei progetti di lavori di pubblica utilità, volti al reinserimento dei detenuti, sottolineando un concetto ovvio (secondo logica, ma anche avvalorato dalle statistiche): "A fronte di un trattamento carcerario più costruttivo corrisponde un più basso tasso di recidiva".
Concetto già espresso in Commissione Giustizia della Camera: "La qualità della vita dell'intera comunità penitenziaria, di chi vi opera, con professionalità e dedizione, e di chi vi si trova per scontare la pena, è un fattore direttamente proporzionale al contrasto e alla prevenzione del crimine". Parole che non sono estemporanee, ma che raccontano di un coerente impegno di Cartabia per l'umanizzazione del carcere. Già da vicepresidente della Corte costituzionale, infatti, Cartabia aveva partecipato all'iniziativa delle visite nelle carceri, passando un'intera giornata con i detenuti di San Vittore: "I vostri problemi mi faranno compagnia nel lavoro e nella vita personale.
Mi auguro che gli ideali della Costituzione possano fare compagnia a voi in questo vostro viaggio". In più (sembra un dettaglio ma non lo è) "come primo atto appena entrata nel governo Draghi, è andata a trovare il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale", ricorda David Allegranti sul sito web de La Nazione. Facile immaginare come questa sua visione abbia acceso molte speranze all'interno e all'esterno dell'universo carcerario.
Secondo Cartabia non si può puntare solo sulla repressione all'interno di un sistema separato dal resto della società, ma occorre garantire i diritti, il rispetto e la dignità della persona umana puntando, nei confronti dei detenuti, sulla "attività riabilitativa necessaria al loro reinserimento nella società". Così, in quella ventata di aria nuova (fresca, incoraggiante) fa piacere sentire la titolare della Giustizia citare le Mandela Rules (standard minimi per le condizioni delle carceri) e ricordare che il motto della Polizia penitenziaria Despondere spem munus nostrum, significa "garantire la speranza è il nostro compito".
Già, nella visione orientata al futuro (e non ripiegata sul passato) che Cartabia esprime sul diritto penale c'è la parola speranza, per i detenuti e per la società. E non è un caso che "Nessuno tocchi Caino" (il cui motto è il passo di Paolo Spes contra spem) abbia titolato la raccolta degli atti del suo congresso nel carcere di Opera Il viaggio della speranza, mettendo in appendice proprio una lectio magistralis di Cartabia sulle Eumenidi di Eschilo, una idea di giustizia che passa "dalla maledizione al logos".
Proprio perché sopravviva la speranza nel futuro per Cartabia "il tempo trascorso in detenzione non è un momento di mera attesa, ma deve essere un momento di cambiamento, finalizzato al reinserimento sociale dell'autore del reato".
Dunque un carcere e un diritto penale migliori, ma (per tornare a Radbruch) forse si può costruire qualcosa di meglio. Per la ministra, come ricorda Il Dubbio, è necessario orientarsi "verso il superamento dell'idea del carcere come unica effettiva risposta al reato. La "certezza della pena" non è la "certezza del carcere", che per gli effetti desocializzanti che comporta deve essere invocato quale extrema ratio. Occorre valorizzare piuttosto le alternative al carcere, già quali pene principali".
Aria fresca e un po' di speranza che fanno risuonare le parole di Luigi Manconi (già ospite del Sinodo valdese e di iniziative della Fcei) in un articolo su La Repubblica del gennaio 2020: "Davvero il carcere, previsto dal diritto penale, è compatibile con il principio di umanità? Forse è ora di trovare soluzioni alternative".
di Liana Milella
La Repubblica, 1 aprile 2021
Il governo accoglie la proposta di Costa (Azione): recepire la sentenza della Corte di Lussemburgo. Non basta la richiesta del pm, tranne che per i reati più gravi. Spira un vento decisamente garantista sulla giustizia. Prima l'intesa sul principio europeo della "presunzione d'innocenza" su cui l'interno emiciclo della Camera, martedì pomeriggio, s'è ritrovato d'accordo. E oggi, come Repubblica ha scoperto, ecco un'altra rilevante sorpresa. Sempre a Montecitorio.
Per giunta su un tema divisivo come le intercettazioni. La notizia è questa: il governo darà un parere positivo, avendolo letto e valutato in anticipo, a un ordine del giorno di Enrico Costa di Azione, Riccardo Magi di Più Europa e Lucia Annibali di Italia viva che rende obbligatorio il via libera del giudice per ottenere i tabulati del cellulare di un possibile protagonista di un reato. Anche stavolta c'è dietro una decisione dell'Europa che l'Italia deve recepire. Ma c'è di sicuro - ed è questa la svolta politica - la volontà di garantire una "giustizia giusta". Un mood che segna anche le sentenze della Consulta, come quella sui domiciliari possibili e decisi ogni volta dai giuidici, in assenza di reati gravi, per i settantenni.
Venti di garantismo, dunque. Condivisi tra destra e sinistra. Venti di cui la Guardasigilli Marta Cartabia, da giurista europea, non può che essere testimone, promotrice e apripista. Tant'è che quando Enrico Costa - l'ex forzista oggi responsabile giustizia di Azione che maneggia con abilità gli emendamenti dopo anni di vita in Parlamento - propone il suo ordine del giorno sulle intercettazioni nella legge europea che va in aula proprio oggi dal governo gli arriva un "evvai".
Cosa chiede Costa? Lui la spiega così: "L'Italia non può ignorare la decisione lapidaria della Corte del Lussemburgo sui tabulati telefonici. Per la delicatezza dello strumento non può essere solo il pm, la pubblica accusa, a chiedere e ottenere quegli elenchi, ma è necessario il via libera di un giudice terzo, il giudice per le indagini preliminari".
Nell'ordine del giorno Costa descrive gli effetti di un tabulato: "Questo strumento svela la posizione nello spazio e nel tempo di una persona e la sua cerchia di relazioni sociali. Rivela con chi parla, a che ora parla, quanto tempo parla, dove si trova quando parla, con quale frequenza lo fa, chi chiama dopo aver sentito una persona. E così la vita diventa un libro aperto".
Sì, certo, gli obiettiamo, ma il pm non è un guardone che vuole curiosare nell'intimità degli italiani. Chiede i tabulati perché intravvede un reato. Replica Costa: "Certo, ma oggi il pm può chiederlo per qualsiasi reato, anche piccolo. La futura legge dovrà stabilire che per i tabulati dovrà valere la stessa regola delle intercettazioni. Sì ai tabulati per i reati gravi, no per quelli non gravi". Il tetto, oggi, si attesta sui reati puniti fino a 5 anni. Al di sotto niente microspie. Ma i tabulati non possono servire, nell'immediatezza, anche per scoprire l'autore di un delitto? Certo, risponde Costa, "come per le intercettazioni varrà la regola che le richieste urgenti hanno comunque il via libera, salvo l'autorizzazione posticipata del giudice. Ma serve un elenco dei reati".
Vedremo la reazione delle toghe. Ma il voto unanime sulla presunzione d'innocenza dice che i magistrati dovranno attendersi presto nuove regole di comportamento. Le norme sui tabulati potrebbero rientrare nella riforma del processo penale, mentre quelle sulla presunzione d'innocenza nella legge sull'ordinamento giudiziario con una stretta verso i comportamenti che tendono a dimostrare la colpevolezza di un imputato prima della sentenza definitiva. Visto che la Costituzione parla di "presunto" colpevole.
di Francesco Damato
Il Dubbio, 1 aprile 2021
Se fosse vero, come mi auguro, che la direttiva europea appena approvata alla Camera sulla presunzione d'innocenza, già stabilita del resto nella nostra Costituzione almeno a parole, dovrà tradursi, come ha detto il deputato Enrico Costa contestando la versione minimalistica datane dai grillini, segnerà la fine dei processi mediatici, delle conferenze stampa dei pubblici ministeri e dei nomi dati enfaticamente a certe indagini, come le famose "mani pulite" di una trentina d'anni fa contro tutte le mani presuntivamente sporche dei politici che capitavano sotto tiro; se fosse vero tutto questo, ripeto, dovrei tirare finalmente un sospiro di sollievo.
E non unirmi allo scetticismo di chi ha già dubitato che la direttiva, per quanti sforzi si possano attendere da una ministra della Giustizia garantista come Marta Cartabia, non si tradurrà mai, o si tradurrà chissà quando, in qualche disposizione concreta che punisca i recidivi. I quali vanno intesi naturalmente come magistrati votati, destinati e quant'altro a proseguire in certe abitudini. Ma temo di non farcela a coltivare l'ottimismo della volontà piuttosto che il pessimismo della ragione, come pure esortava a fare lo sfortunato Antonio Gramsci.
Nel mio pessimismo della ragione fatico anche a immaginare, di fronte al voto della Camera e ciò che ne potrà seguire, il rimorso di qualcuno dei magistrati appena glorificati sulle prime pagine di molti giornali nella pregustazione della condanna degli imputati a carico dei quali si è appena aperto un processo santificato anche dalle telecamere della televisione di Stato. Non faccio nomi perché anche in questo caso, come in altri qui lamentati, non è problema di nomi ma di metodo, essendosi già viste e sentite storie del genere di quelle denunciate e ottimisticamente date per finite dal deputato Costa.
Un nome però permettetemi di farlo per lamentarmi di certe pratiche non proprio compatibili con la direttiva europea, in particolare con quella parte in cui si vieta di considerare colpevole una persona sulla quale sono state espresse nelle competenti sedi "decisioni giudiziarie diverse da quelle sulla colpevolezza". Ne faccio il nome- che è quello di Gian Carlo Caselli- per la grande stima che ne ho, a parte il dissenso su ciò che tornerò fra poco a contestargli, e per il coraggio col quale egli ha trattato nell'esercizio delle sue funzioni fenomeni terribili come il terrorismo prima e la mafia poi.
Ebbene, da Caselli mi aspetto prima o poi, proprio per la stima che gli confermo, un po' di rimorso per l'insistenza con la quale - polemizzando con chiunque parlasse o scrivesse dell'assoluzione definitiva, in Cassazione, di Giulio Andreotti dai reati di mafia contestatigli, a dispetto anche di quel decreto legge a rischio di illegittimità costituzionale con cui aveva rimandato in galera mafiosi che ne erano usciti per cosiddetta decorrenza dei termini della loro custodia "cautelare"- ha tante volte sostenuto la colpevolezza, invece, dell'ex presidente del Consiglio. Il quale sarebbe stato assolto solo per i fatti successivi - se non ricordo male - al 1980, risultando provati, secondo lui, ma prescritti i fatti o i rapporti precedenti con esponenti della mafia.
Mi è dispiaciuto, ripeto, per la stima che ho di Caselli e non solo per essere stato fra i giornalisti con i quali lui ha polemizzato, ch'egli abbia continuato a sostenere la tesi dell'assoluzione praticamente a metà anche dopo che gli avvocati difensori dell'ancor vivo ex imputato gli risposero educatamente una volta riportando un virgolettato della voluminosa sentenza della Cassazione. In esso si riconosceva pari credibilità, cioè nulla ai fini di un giudizio finale, sia a una lettura colpevolista dei fatti e rapporti antecedenti il 1980 sia a quella innocentista.
Ricordo con rammarico, a dir poco, il rifiuto oppostomi dal direttore del giornale sul quale si era svolta la polemica con l'ex capo della Procura di Palermo alla richiesta di replicare ai suoi ragionamenti con quel richiamo degli avvocati di Andreotti, che erano notoriamente Franco Coppi e Giulia Buongiorno. Quel rifiuto mi fu motivato pressappoco così: non voglio chiudere questa polemica senza lasciare l'ultima parola a Caselli, cui però, negando la mia risposta, egli curiosamente non concedeva neppure la replica.
Alla quale certamente io non mi sarei opposto sia per ragioni di stile sia per il rispetto dovuto alle competenze contrattuali e morali del direttore, Ora, a distanza di anni dall'accaduto, grazie alla correttezza, e al nome stesso della testata del Dubbio, e del suo direttore, e infine all'attualità della questione riproposta dalla direttiva europea sulla presunzione di innocenza, voglio sperare di vedere finalmente Caselli smetterla di sostenere l'assoluzione solo a metà della buonanima di Andreotti. Che peraltro, proprio da buonanima non può proprio fisicamente difendersi, temo neppure in una seduta spiritica. Di cui, del resto, non sono un esperto o solo casuale partecipe, come capitò invece a Romano Prodi durante il sequestro di Aldo Moro.
di Marta Cartabia
Corriere della Sera, 1 aprile 2021
La Guardasigilli: "La sfida sulla parità durante i lavori della Costituente e la svolta con la legge del 1981". La presenza delle donne nella Polizia di Stato appartiene alla storia recente. Come è accaduto per altre funzioni pubbliche - magistratura, esercito, incarichi politici - la partecipazione delle donne all'esercizio di funzioni della sicurezza pubblica è stata ostacolata dal pregiudizio - veicolato dalla normativa di volta in volta vigente - che determinate attività non fossero adeguate alla natura della donna.
Al momento della scrittura dell'articolo 51 della Costituzione, che afferma il diritto di tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso di accedere agli uffici pubblici in condizioni di eguaglianza, fu avanzato un emendamento rivelatore della mentalità dell'epoca. Si propose di specificare che l'eguaglianza nell'accesso alle funzioni pubbliche doveva comunque avvenire in conformità alle attitudini dell'uno o dell'altro sesso. La reazione delle donne in Assemblea costituente fu vigorosa e concorde e portò a rimuovere quell'emendamento che relegava di fatto la presenza femminile solo a determinati ambiti.
L'eguaglianza fu affermata e scolpita nel testo costituzionale, ma l'attuazione di quel principio richiese tempo e avvenne con uno sviluppo graduale. Il primo passo, compiuto peraltro solo più di dieci anni dopo l'entrata in vigore della Costituzione, fu la creazione del Corpo di Polizia femminile con la legge n. 1.083 del 1959 che, mentre segnava l'ingresso delle donne nell'esercizio delle funzioni di ordine pubblico, circoscriveva i loro compiti in ambiti riguardanti donne e minori, e le costituiva come un corpo separato e distinto dagli altri.
Il grande cambiamento avvenne nel 1981, con la legge n. 121 che, nell'istituire la nuova Polizia di Stato, sciolse il Corpo di polizia femminile e lo fece confluire nei ruoli generali con parità di attribuzioni, funzioni, trattamento economico e progressione in carriera. Quella legge rimosse gli ostacoli giuridici alla effettiva parità delle donne nel servizio di polizia e simbolicamente marcò la fine dell'eguaglianza condizionata alle attitudini di genere.
A distanza di quarant'anni da quell'importante sviluppo normativo, è significativo notare che, nonostante sia ancora numericamente minoritaria, la presenza femminile nelle forze di polizia è particolarmente qualificata. Molte sono le donne in posizioni di responsabilità: mentre nel contesto di altre funzioni pubbliche, quali la magistratura ad esempio, la presenza femminile può essere descritta attraverso l'immagine della piramide, con grandi numeri nelle posizioni di base e ridotte presenze nelle posizioni apicali, viceversa nelle forze di polizia le percentuali delle donne nelle posizioni dirigenziali sono significativamente più elevate.
Questi dati corroborano ciò che l'onorevole Maria Federici in Assemblea costituente aveva affermato con fervore al momento della stesura dell'art. 51 della Costituzione: "Le attitudini non si provano se non con il lavoro". Caduti gli ostacoli di ordine giuridico, fatto il loro ingresso nella Polizia di Stato a tutti gli effetti, le donne con il loro lavoro, la loro dedizione e la loro professionalità hanno mostrato e continuano a mostrare il contributo che sono in grado di offrire alla vita sociale, anche in questo ambito, che era loro tradizionalmente precluso.
di Attilio Bolzoni
Il Domani, 1 aprile 2021
I mafiosi a Palermo sono profondamente cambiati. E oggi, dopo gli agguati in strada, si fanno la guerra a colpi di post, in pubblico. Intanto sono sempre di più i commercianti che si ribellano al pagamento del pizzo.
È proprio vero che "la mafia non è più quella di una volta", come recita il titolo dell'ultimo film di Franco Maresco. Me ne ero già accorto qualche anno fa osservando le abitudini alimentari dei nuovi boss di Palermo, così lontane da quelle del vecchio Bernardo Provenzano che nel suo casolare di Montagna dei Cavalli si rifocillava con ricotta di pecora. E al vivandiere che favoriva la sua latitanza, con insistenza chiedeva: "Mi devi procurare quella verdura chiamata cicoria". Pasti frugali, da contadino qual è sempre stato, cresciuto nelle campagne intorno a Corleone. Un mangiare molto diverso dai suoi eredi o presunti tali, che si abbuffano nei ristoranti di Palermo con ostriche e champagne, ordinando solo ciò che è costoso.
Sempre un po' di tempo fa amici carabinieri mi hanno mostrato alcune foto di altri rampolli di Cosa nostra che solcavano il mare del golfo di Mondello sugli acqua scooter, si esibivano rumorosamente, si facevano i selfie. Erano picciotti della famiglia di Porta Nuova, per intenderci quella di Tommaso Buscetta e Pippò Calò. L'apparire non è mai stato un tratto del boss siciliano, sempre discreto, attento a non farsi notare sino all'estremo. Come Tanino Riina, il fratello del capo dei capi, che andava in giro con una malandata Golf che lo lasciava spesso a piedi. Preferiva restare in panne piuttosto che dare l'impressione di potersi permettere un'auto nuova. Tutto il contrario dei napoletani della camorra, chiassosi e vistosi, sempre pronti a ostentare ricchezza.
Ma tutto cambia. E se in Sicilia anche i mafiosi sono soggetti a una mutazione antropologica, mai avrei immaginato che i parvenu dei clan palermitani potessero arrivare a tanto e così presto. La notizia l'ho letta sulle cronache siciliane di Repubblica qualche giorno fa, un articolo di Salvo Palazzolo. Una sparatoria che comincia per strada e poi continua virtualmente con minacce incrociate sui social. Cose mai viste. Con feriti veri ricoverati in ospedale e la sfida, dopo le pistolettate, che si trasferisce su Facebook a colpi di messaggi. Ma che fine ha fatto quell'antico detto siciliano "la meglio parola è quella che non dice"?
La sparatoria - La prima scena del crimine è lo Zen, Zona espansione nord, il famigerato quartiere che è grande una piazza di spaccio e a quanto pare ormai mercato aperto e senza controllo dopo la cattura dell'ultimo capo, quel Giuseppe Cusimano che distribuiva la spesa durante il primo lockdown. Finito in carcere, liberi tutti e si sentono i botti. Non è ancora il tramonto e, due martedì fa, sull'asfalto di via San Nicola sono rimasti grandi macchie di sangue e un tappeto di bossoli. Qualcuno ha sparato, qualcun altro è rimasto ferito. Dopo un'ora al pronto soccorso dell'ospedale Villa Sofia sono arrivati in tre. Giuseppe Colombo aveva una lacerazione alla spalla, suo figlio Antonino la caviglia frantumata da una pallottola, Letterio Maranzano un taglio alla nuca. Tutti e tre hanno conti in sospeso. Fino a quando il boss che consegnava pacchi alimentari ai poveri è rimasto in libertà, l'hanno fatta franca. Cusimano ufficialmente è un venditore di bombole di gas che percepisce pure il reddito di cittadinanza, in realtà "controlla" lo Zen e mette pace fra i gruppi. Mette pace a modo suo: vuole uccidere "quei quattro fanghi" che si agitano troppo nel quartiere. I Maranzano non vedono l'ora di vendicarsi dei suoi protetti e preparano l'agguato contro i Colombo. Il martedì, la sparatoria.
Duello pubblico - Fin qui un film già visto. È ciò che accade dopo che lascia senza fiato: la seconda scena del crimine è Facebook. Dopo il ricovero a Villa Sofia il primo che va al contrattacco è Giuseppe Colombo. Ma non parte per un altro raid, la sua rabbia la scaglia con un post: "Il rispetto, gran bella parola, peccato che non tutti ne conoscano il significato". E sotto inserisce la foto di Al Pacino, uno dei protagonisti del Padrino, presa dal sito Dna criminale. Passa qualche ora e un parente dei Maranzano risponde: "I leoni stanno solamente riposando, non vi abbatte nessuno".
C'è la foto di due dei Maranzano e pure la musichetta di sottofondo del neomelodico Nello Amato. Contro risposta del Colombo con chiara allusione all'agguato subito dai Maranzano: "Non avere paura di essere solo. I leoni camminano da soli. Le pecore in gruppo". Il duello è pubblico, non proprio il massimo per un'organizzazione che da che mondo è mondo è segreta. Con un retroscena che smentisce anche ogni luogo comune sull'omertà. Una donna testimone dell'agguato racconta alla polizia: "Letterio Maranzano e suo fratello Pietro avevano entrambi una pistola alla cintola, Pietro l'ha estratta dalla tuta, ma non ho visto se ha sparato. Due ragazzi sono scesi invece da uno scooter Honda di colore bianco".
La vicenda dello Zen si chiarirà in ogni sua piega con la ricostruzione della scientifica e le indagini della squadra mobile, ma quello che sappiamo già basta per capire come la "qualità" criminale delle periferie palermitane sia scesa di livello, contaminata dalla smania del manifestarsi. L'anno scorso c'è stato un altro caso che, per ragioni diverse, mi ha molto colpito. Un esattore della famiglia del Borgo Vecchio, tale Salvatore Guarino, si è presentato all'imprenditore Giuseppe Piraino che stava ristrutturando un appartamento nel centro di Palermo. E gli ha detto le solite parole che accompagnano la richiesta d'estorsione: "Sono qui per un contributo per la festa del patrono".
Voleva 500 euro di pizzo sui lavori. L'esattore non ha fatto in tempo a finire la frase che l'imprenditore ha iniziato a urlare, ha tirato fuori un quotidiano con le foto dei giudici Falcone e Borsellino e lo ha affrontato a brutto muso: "Si vergogni di chiedere il pizzo, queste sono le vittime della mafia". L'esattore, frastornato, ha balbettato: "Ma è per la festa del patrono". L'imprenditore: "Gliela faccio vedere io la festa".
E nel frattempo Piraino registrava tutto. Subito dopo l'esattore del racket se ne è andato con la coda fra le gambe. Grande rispetto per l'imprenditore che non paga e caccia via il manutengolo, ma - diciamolo - non è altrettanto rispettabile, criminalmente parlando, lo "spessore" dell'altro. La spiegazione c'è: con gli arresti di massa degli ultimi vent'anni che hanno scompaginato militarmente le cosche di Palermo, le prime file mafiose sono state sostituite dalle seconde, le seconde dalle terze file, le terze dalle quarte e sono rimasti i Guarino, i Colombo, i Maranzano. Da una parte ci sono sempre più commercianti che si ribellano alla "messa a posto" (così si chiama il pizzo a Palermo) e dall'altra esattori sempre più sprovveduti, controfigure dei loro predecessori.
Per tornare allo Zen, e alle sue fibrillazioni criminali dopo sparatorie vere e virtuali, è un pianeta in ebollizione da quando, nel 2007, sono stati catturati Salvatore e Sandro Lo Piccolo, padre e figlio, il primo latitante per un quarto di secolo. Nei loro covi sono state trovate armi, quasi duecento "pizzini", una mappa aggiornata della geografia mafiosa che ha permesso agli investigatori di sviluppare profonde indagini. Ma sorpresa - che in qualche modo anticipa ciò che stiamo scrivendo oggi - è stato sequestrato anche un manuale del "perfetto mafioso".
Tutto nero su bianco. Com'è composta la famiglia, chi è il sottocapo, cos'è il mandamento, il ruolo della Commissione o Cupola. E poi un decalogo sui diritti e sui doveri dell'affiliato. Vale la pena di riportarlo quasi integralmente: "Non si guardano mogli di amici nostri. Non si fanno comparati con gli sbirri. Non si frequentano né taverne né circoli. Si ha il dovere in qualsiasi momento di essere disponibile a Cosa nostra, anche se c'è la moglie che sta per partorire. Si deve portare rispetto alla moglie. Quando si è chiamati a sapere qualcosa si dovrà dire la verità.
Non ci si può appropriare di soldi che sono di altri e di altre famiglie. Non può entrare in Cosa nostra chi ha un parente stretto nelle varie forze dell'ordine, chi ha tradimenti sentimentali in famiglia, chi ha un comportamento pessimo e che non tiene ai valori morali". E per buona educazione: "Si rispettano in maniera categorica gli appuntamenti".
Forse il declino criminale dello Zen è iniziato allora e non ce ne siamo resi conto. Per fare un altro confronto con il passato. Ascoltato dalla Commissione parlamentare Antimafia negli anni Settanta, il boss Luciano Liggio di Corleone aveva fatto capire a tutti l'antifona: "Ho letto i classici. E poi storia, filosofia, pedagogia. Ho letto Dickens, Dostoevskij, Croce. Ma quello che ammiro di più è Socrate. Perché, come me, non ha mai scritto niente".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 aprile 2021
Per la Corte è incostituzionale il divieto assoluto di accedere ai domiciliari per gli ultrasettantenni condannati con l'aggravante della recidiva. Da oggi in poi la recidiva non sarà più un ostacolo per concedere la detenzione domiciliare agli ultrasettantenni reclusi in carcere. La Consulta ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 47-ter, comma 1 dell'ordinamento penitenziario, limitatamente alle parole "né sia stato mai condannato con l'aggravante di cui all'articolo 99 del codice penale". Ricordiamo che l'articolo 47 ter dell'ordinamento penitenziario prevede che la pena detentiva inflitta a una persona che abbia compiuto i settanta anni di età "può essere espiata nella propria abitazione o in altro luogo pubblico di cura, assistenza ed accoglienza".
Sono molti gli anziani in carcere - Questa ipotesi di detenzione domiciliare ha una finalità umanitaria dettata dalla circostanza che il superamento di una certa soglia di età comporta delle difficoltà maggiori per chi si trova in carcere. Non sono pochi, però, gli anziani reclusi in carcere nonostante la norma. Ma questo anche perché la recidiva ne è un ostacolo.
Una preclusione assoluta che non permette ai magistrati di sorveglianza di valutare la concessione o meno della detenzione domiciliare. Finalmente il caso è arrivato alla Corte Costituzionale. Con la sentenza n. 56 che ha come redattore il giudice Francesco Viganò, la Corte ha stabilito che è incostituzionale il divieto assoluto di accedere alla detenzione domiciliare stabilito per gli ultrasettantenni condannati in carcere con l'aggravante della recidiva.
Per i giudici bisogna ispirarsi al principio di umanità della pena, sancito dall'articolo 27 della Costituzione - Quindi, da ora in poi, gli anziani condannati a una pena detentiva potranno essere ammessi alla detenzione domiciliare anche se dichiarati recidivi. La Corte ha osservato che la detenzione domiciliare per gli ultrasettantenni è ispirata al principio di umanità della pena, sancito dall'articolo 27 della Costituzione. La preclusione assoluta stabilita dalla norma è stata ritenuta irragionevole, anche in rapporto ai principi di rieducazione e umanità della pena, in conformità alla costante giurisprudenza che considera contrarie agli articoli 3 e 27, terzo comma, della Costituzione le preclusioni assolute all'accesso ai benefici penitenziari e alle misure alternative alla detenzione. La decisione della Corte Costituzionale è una grande conquista di civiltà, anche perché - come già detto - non pochi sono gli ultrasettantenni in carcere nonostante non siano socialmente pericolosi. La recidiva è uno degli ostacoli che non ha permesso l'applicazione della detenzione domiciliare. Il caso esaminato dalla Consulta è degno di nota. Utile per capire quanto sia irragionevole (e ora incostituzionale) tale preclusione.
Le questioni di legittimità costituzionale sollevate dalla magistratura di sorveglianza di Milano - A sollevare le questioni di legittimità costituzionale è la magistratura di sorveglianza di Milano con l'ordinanza del 20 marzo 2020. Il rimettente è stato chiamato a giudicare su un'istanza presentata personalmente da un condannato, che aveva chiesto di essere ammesso alla misura alternativa della detenzione domiciliare presso l'abitazione della moglie.
Al momento della presentazione dell'istanza, il condannato aveva settantotto anni ed era detenuto in esecuzione di una pena complessiva di quattordici anni e sette mesi di reclusione - di cui tredici anni e otto mesi ancora da espiare - per una serie di reati fallimentari e tributari accertati in diverse sentenze di condanna, alcune delle quali avevano applicato la circostanza aggravante della recidiva, preclusiva della concedibilità della misura alternativa in forza della disposizione censurata; ciò che comporterebbe il necessario rigetto dell'istanza.
Tra le ragioni che hanno portato la Consulta a dichiararne l'incostituzionalità, spiccano in particolare "i cambiamenti avvenuti nella persona del reo, e l'eventuale percorso rieducativo in ipotesi già intrapreso" dal condannato dopo la sentenza, ivi compreso il tempo già trascorso in carcere, nonché la maggiore sofferenza determinata dalla detenzione su una persona di età avanzata.
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